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Agricoltura, allevamento, bonifica, irrigazione, boschi e pesca

    La vita economia

    Agricoltura

    La fisionomia economica della regione è delineata dagli indici economici nei quali il valore della produzione agricola rappresenta il 75% del totale, e dalla attività della popolazione che si dedica all’agricoltura per un complesso di 864.563 individui pari al 63,5% della popolazione totale; di fronte a questi valori elevati sta la modesta percentuale degli addetti airindustria, di circa il 20%.

    L’agricoltura quindi costituisce la base dell’economia e si impernia su una proprietà fondiaria distinta in erariale, comunale, degli enti, collettiva e privata; quest’ultima comprende anche una cospicua piccola proprietà contadina.


    Province Superficie agraria forestale

    Erariale ha.

    Comunale ha.

    Enti ha.

    Collettiva ha.

    Privata ha.

    Ancona

    183.577

    1.047

    559

    7-335

    5.387

    169.249

    Ascoli Piceno

    191.244

    940

    2.941

    5.016

    8.553

    173.794

    Macerata

    263.993

    321

    22.787

    5.872

    15.4I3

    219.600

    Pesaro e Urbino

    276.130

    1.980

    3.161

    6.451

    8.092

    256.446

    Regione

    914.944

    4.288

    29.448

    24.674

    37.445

    819.089

    La ripartizione della superficie agraria secondo il tipo di proprietà dimostra che quella privata prevale, specie con seminativo appoderato e rappresenta 1*89,52% della superficie agraria forestale della regione; la proprietà, fortemente frazionata, è suddivisa tra proprietari non coltivatori, proprietari coltivatori e mezzadri proprietari di altri poderi condotti a mezzadria. Il frazionamento della proprietà si spinge fino alla polverizzazione specie nella categoria dei proprietari coltivatori, i quali hanno spesso appezzamenti inferiori all’ettaro di superficie; ovunque prevalgono le proprietà di estensione inferiore a 2 ha., alle quali seguono quelle da 2 a 5, 5 a 10 e da 10 a 20 ha. ; il numero delle proprietà con estensione superiore, è molto ridotto rispetto alle classi precedenti e numericamente sono pochissime le proprietà che hanno un’estensione superiore ai 200 ha.

    Ogni proprietà è divisa in poderi muniti di casa di abitazione e di rustici necessari per l’allevamento e per il ricovero degli attrezzi; l’estensione media di ogni podere è di poco più di 6 ha., però le variazioni sono notevoli e vanno da un minimo di mezzo ettaro ad un massimo di oltre 50 ha. ; generalmente la zona collinare e montana più povera annovera il maggior numero di poderi estesi; le minori estensioni sono quelle dei poderi in prossimità dei centri urbani, dove anche il carattere della coltura è maggiormente intensivo. Il reddito più elevato dato dal podere di piccola estensione ha costituito lo stimolo per il frazionamento delle unità poderali che si sono moltiplicate specie dopo l’ultimo conflitto mondiale; a tale fine tendono anche varie iniziative sociali che nell’appoderamento minuto e nella coltura intensiva vedono l’unico mezzo per trattenere i contadini nelle campagne e per sistemare i braccianti disoccupati.

    Ripartizione dei poderi secondo l’estensione








    Pesaro

    Ancona

    Macerata

    Ascoli Piceno

    da 0,50 a 1 ha.

    1.784

    1.624

    1.996

    2.515

    da 1,01 a 3 ha. 4.671 5.955 6.642 7.483
    da 3,01 a 5 ha. 3.330 4.668 5.078 5.008
    da 5,01 a 10 ha. 6.317 6.062 6.922 6.476
    da 10,01 a 20 ha. 5.697 4.067 4.241 3.371
    da 20,01 a 50 ha 2.023 1.006 1.117 631
    oltre 50 ha. 185 55 131 51

    Il sistema di conduzione prevalente e diffuso ovunque è quello della mezzadria che interessa circa il 70-75% della superficie agraria forestale ed è un contratto bilaterale e consensuale. Il rapporto individuale di mezzadria si stabilisce con la firma di una polizza colonica e la durata del contratto ha il valore di un anno, dall’ 11 novembre al 10 novembre dell’anno successivo. La direzione dell’azienda mezzadrile spetta al concedente che può esercitarla personalmente o per mezzo di un incaricato; la direzione consiste nello stabilire le colture, le rotazioni, le pratiche e l’entità dell’allevamento. Le spese da ripartirsi a metà sono quelle necessarie per la coltivazione (sementi, concimi) e per l’allevamento (foraggi, mangimi); le spese del premio della trebbiatura del grano invece spettano interamente al concedente, mentre al colono spettano le spese del vitto necessario durante il lavoro di trebbiatura. I prodotti maturati nel suolo e nel soprassuolo e quelli del bestiame, cioè le scorte vive e morte del podere, devono essere divisi a metà, mentre i prodotti degli allevamenti degli animali della bassa corte spettano al mezzadro che ha l’obbligo di corrispondere al concedente una piccola quantità di uova e di pollame stabilito dal contratto di polizza.

    Grafico dell’utilizzazione del suolo: regioni agrarie e superficie territoriale.

    I cambi di colonia, come si diceva, avvengono in novembre, ultimati i raccolti, però già in agosto una parte della famiglia lascia il podere, quando è avvenuta la stima del bestiame bovino; solo la stima dei suini avviene in novembre prima dell’abbandono della colonia. Le stime sono eseguite da periti di parte.

    Quando una famiglia colonica si divide nei diversi rami o canti componenti, il capitale è diviso a seconda che si tratti di capitale vecchio, di capitale nuovo o accresciuto, di capitale pendente o rendita dell’annata; il primo è costituito in genere da proprietà immobiliari, attrezzi, suppellettili domestiche, bestiame, mangimi; alla sua divisione partecipano i capi famiglia in successione ereditaria. Al capitale nuovo costituito di risparmi, indumenti, crediti, partecipano gli uomini dai 18 anni in poi con due bracci o carati per ogni anno di età, le donne con un braccio ogni anno dopo il diciottesimo e le donne acquisite con un braccio per ogni anno di matrimonio.

    Il capitale pendente si divide tra tutti i componenti la famiglia che dànno attività per la gestione del podere. Queste norme di carattere generale subiscono variazioni locali per consuetudine sensibili, specie tra la parte settentrionale e quella meridionale della regione.

    Dal 1948 in sèguito all’approvazione della tregua mezzadrile il patto colonico impone la divisione dei prodotti non più a metà ma in ragione del 47 % per i proprietari e del 53% per i coloni.

    L’istituto della mezzadria ha avuto nella regione un’origine molto antica che si può ricondurre al XIII secolo ad alcuni contratti stipulati da comunità religiose; la sua diffusione tuttavia è più tarda e da quanto si può arguire specie dai documenti della proprietà della Santa Casa di Loreto, risale al XVI secolo ed è connessa con il movimento della dispersione dell’abitazione nelle campagne. Il sistema, progredito dal punto di vista sociale, si è rivelato nel complesso molto adatto alla regione che attualmente è una delle meglio coltivate e delle più produttive d’Italia.

    Sant’Angelo di Senigallia; dalla casa colonica si può sorvegliare il podere.

     

    La proprietà dei coltivatori diretti, che occupa dal 25 al 30% della superficie agraria forestale, cominciò a diffondersi notevolmente nel primo dopoguerra, sostenuta dalle rimesse degli emigranti e dal piccolo risparmio che, fino al 1926, cioè fino alle soglie della crisi economica, fu facilitato da un reddito terriero piuttosto cospicuo. Fino alla seconda guerra mondiale il mercato terriero fu molto attivo e, sorretto da prezzi elevati, contribuì ad alienare le grandi proprietà; in questo movimento, diffuso in qualunque zona altimetrica della regione, si può riconoscere una pacifica ma profonda rivoluzione sociale.

    I proprietari coltivatori risiedono come i mezzadri nel podere e solo in poche località, come a Cerreto d’Esi, si raccolgono in borgate. La loro proprietà è più polverizzata nelle aree di montagna dove spesso in sèguito alle divisioni ereditarie si incontrano esempi di proprietà a fazzoletto, sparse qua e là e prive di casa colonica. L’abitazione del proprietario coltivatore è in genere meno curata di quella del mezzadro, specie esteriormente, anche perchè per i proprietari coltivatori non vige la disposizione d’investire una percentuale pari al 4 % del raccolto annuo in lavori di miglioria come avviene per i proprietari dei fondi e mezzadria.

    Come si diceva poco fa un’altra categoria di proprietà è quella in mano dei mezzadri; è una forma indubbiamente singolare che trova spiegazione di volta in volta o in ragioni di carattere pratico, come l’insufficienza dell’ampiezza del podere di proprietà per i bisogni della famiglia, o in ragioni di carattere sentimentale, difficili da comprendersi da parte di chi non è legato alla terra da vincoli secolari come lo sono i marchigiani.

    Sia la proprietà coltivatrice che quella dei mezzadri non ha sempre un livello tecnico ed economico elevato e molto spesso resta estranea ai progressi compiuti dalla pratica colturale in genere. L’affitto dei poderi è sporadico e in genere questo tipo di conduzione non è sviluppato perchè dà cattivi risultati di reddito.

    Il bracciantato agricolo fortunatamente non è molto diffuso ed è costituito dai cosiddetti casanolanti, i quali provengono dalla mezzadria e per cause diverse hanno abbandonato il podere. Socialmente sono considerati come mezzadri decaduti e spesso alimentano la disoccupazione nelle campagne; infatti dati i particolari sistemi di conduzione, non trovano sempre modo di lavorare in agricoltura, ingaggiati sia da mezzadri nel periodo dei maggiori lavori stagionali, sia dai proprietari per i lavori di miglioria. Vivono nelle borgate e coltivano ad orto un piccolo appezzamento di terra; allevano polli e conigli e più raramente qualche pecora, nutrendola dell’erba che cresce presso i fossi e ai margini delle strade. Da casanolanti si trasformano di nuovo in mezzadri solo raramente, soprattutto per ragioni economiche, in quanto mancano del capitale necessario per accedere al podere e che varia a seconda dell’ampiezza del medesimo, ma è sempre di qualche centinaio di migliaia di lire.

    Il susseguirsi dei campi coltivati con scarsa densità di alberi nella parte più elevata della collina.

    La proprietà collettiva ha prevalentemente un carattere silvo-pastorale ed e quasi tutta localizzata nella regione montana; oltre che nella forma dei diritti di uso è nella forma delle associazioni di famiglie che usufruiscono in comune di una certa estensione di terreno e che assumono il nome di comunanze o università. I diritti più diffusi sopra questi beni comuni sono di pascolo e di legnatico, solo eccezionalmente sussistono diritti di semina; vi partecipano o soltanto le famiglie originarie o tutti gli abitanti di una frazione. Nelle Marche sono attive attualmente 269 comunanze che si estendono complessivamente su di una superficie di 37.445 ha., e sono così ripartite:

    Province

    Comunanze o università n.

    Superficie ha.

    Ancona

    79

    5.397

    Ascoli Piceno

    101

    8.553

    Macerata

    66

    15.413

    Pesaro e Urbino

    23

    8.092

    Totale

    269

    37.445

    La maggiore estensione di superfìcie occupata dalle comunanze in provincia di Macerata è in rapporto con la estensione delle aree montuose e pertanto qui è anche maggiormente estesa l’utilizzazione a bosco e a pascolo; come nelle province più montuose prevale questo tipo di utilizzazione, cosi nelle meno montuose cioè nelle due più settentrionali è più diffuso il diritto di seminagione; il genere di colture praticate e la loro relativa estensione hanno all’incirca i seguenti valori nelle diverse province :

    Province

    Bosco ha.

    Pascolo ha.

    Seminativo ha.

    Incolto, strade ha.

    Ancona

    2.139

    2.790

    207

    250

    Ascoli Piceno

    3.674

    3.799

    69

    1.010

    Macerata

    9.040

    5.663

    178

    532

    Pesaro e Urbino

    3.765

    3.256

    288

    784

    Totale

    18.618

    15-508

    742

    2.576

    La morfologia e la costituzione geologica non servono certo a spiegare il grande sviluppo deiragricoltura e neppure la distribuzione dei terreni agrari è particolarmente favorevole. Essi infatti presentano una certa varietà con prevalenza di elementi sfavorevoli che diminuiscono gradatamente dalle aree di montagna a quelle litoranee.

    La zona montana, prevalentemente di calcare accompagnato spesso da marne e scisti di differente età, ha lungo i pendìi più forti una grande quantità di sfasciume, spesso franante, senza tracce di vegetazione; dove invece le condizioni della pendenza sono migliori si hanno terre rosse adatte per i pascoli, quando poi la maggiore ricchezza di calcio e le condizioni di esposizione e di morfologia lo permettono compaiono coltivazioni di cereali, di vite, di olivo; a volte tuttavia anche in queste aree la colorazione del terreno è molto più intensa e tendente al bruno per la grande quantità di acidità (oltre il 15%) e allora la vegetazione e la coltivazione sono scarse e il prodotto assai magro. L’area montuosa a nord, verso il Montefeltro, ha grande estensione di argille scagliose, ricche di frane. Le arenarie mioceniche, permeabili ed acide, ospitano prevalentemente boschi di castagno e di cerro, tuttavia dove le condizioni locali hanno permesso l’intervento dell’uomo per una sistemazione superficiale, si estendono colture di cereali e di prati.

    La fascia collinare che succede verso oriente a quella montuosa, prevalentemente costituita di argilla, ha caratteristiche pedologiche varie, dipendenti dalle varietà delle argille; se esse sono infatti alternate a sabbia o a carbonato di calcio possono accogliere una certa vegetazione, ma se al contrario manca completamente la sabbia si formano facilmente i calanchi, gli smottamenti e la reazione alcalina allontana la vegetazione. Quando il suolo è molto inclinato e il versante è rivolto a mezzogiorno il sottile strato di humus è dilavato e asportato dalle acque e le formazioni calancose si estendono sempre più. Le argille sedimentarie plioceniche (crete o lubachi) invece nei periodi di scarsezza delle precipitazioni si screpolano, permettendo la penetrazione e l’assorbimento dell’acqua della pioggia successiva fino al 60% del suo peso e divenendo per questo un terreno atto alla coltura. Da questi terreni argillosi che complessivamente si estendono per 130.000 ha., si differenzia quello argilloso-siliceo di origine sedimentaria, che si trova lungo il corso dei fiumi; è il cerretano che, quasi privo di calce, è adatto per le graminacee ma non per il prato. Anche nel porcino predomina l’argilla e c’è assoluta carenza di calce. La fascia costiera ha prevalenza di terreni sabbiosi che sono sterili se la sabbia è l’unica componente, mentre sono ecologicamente buoni se la sabbia è in composizione con argilla e carbonato di calcio.

    Campi coltivati e ricchi di vegetazione arborea delle colline corinaldesi.




    Come si vede la regione non può annoverare terreni molto fertili e la percentuale quasi equivalente delle aree di montagna (51,3%) e di quelle di collina (48,7%) contribuisce ad accentuare maggiormente la povertà della natura che la paziente ed assidua cura dell’uomo cerca costantemente di modificare; è sintomatica a questo proposito la divisione percentuale della superficie che registra il 95,4% di superficie agraria forestale e soltanto il 4,6% di superficie improduttiva.

    All’agricoltura che è l’attività economica maggiore si dedicano oltre gli agricoltori veri e propri, tutta una schiera di uomini facenti parte di diversi organismi con funzioni direttive ed istruttive; il loro lavoro non è dei più facili e a volte è addirittura dei più ingrati, tuttavia viene svolto con un entusiasmo e con una dedizione che non trovano ragionevole spiegazione in prospettive economiche favorevoli ma che invece sono l’espressione dei carattere della gente marchigiana amante della propria terra e ad essa legata. Molti di questi individui, oltre all’attività pratica, ne svolgono una di ricerca e di divulgazione che può apprezzarsi in una serie di lavori e di opuscoli riguardanti l’agricoltura. E a questi che ci si rifa per le notizie e i dati che si esporrannno qui di sèguito e che si citano nella bibliografia generale.

    L’agricoltura si sviluppa soprattutto nell’ambito delle colture erbacee, dei cereali e deH’allevamento; la percentuale dei seminativi pari al 67,7% della superficie agraria forestale è proporzionalmente la più alta di tutta l’Italia. Nei seminativi si avvicendano a rotazione il grano e le sarchiate con le piante annuali di leguminose; l’avvicendamento più diffuso è quello biennale che non è molto economico in quanto l’estensione destinata al grano è la metà di quella destinata alle altre colture che hanno la possibilità di arricchire il terreno se restano sul medesimo appezzamento almeno due anni.

    1 campi nella grande maggioranza hanno ancora l’antica distribuzione delle piantagioni secondo la linea della maggiore pendenza che favorisce il rapido dilavamento e impedisce la trattenuta delle acque; sarebbe molto più opportuno che ai filari a rittochino si sostituissero quelli trasversali, ma non è molto facile convincere gli agricoltori a variare una pratica vecchia di secoli.

    L’aratura è fatta con aratro in ferro, introdotto nell’ultimo decennio del secolo scorso, che ha sostituito l’aratro in legno o perticaro; questo attualmente si impiega per affinare la terra dopo l’aratura oppure per la preparazione del terreno per le semine delle sarchiate primaverili. Specie dopo la seconda guerra mondiale si è diffusa con molta rapidità l’aratura con i trattori, tra i quali prevalgono quelli cingolati di media e forte potenza che trainano aratri a sollevamento meccanico a più vomeri che possono raggiungere una profondità media di 50 centimetri.



    Aratura della terra.

    Il raffinamento delle terre oltre che con perticari è compiuto con estirpatori e con erpici; fra questi negli ultimi tempi ha avuto la maggiore diffusione il rastro. La vanga e la zappa non sono scomparse e si adoperano specie per la manutenzione delle vigne dove nessun altro attrezzo è valido. Poco estesa e ancora allo stato sperimentale è l’aratura elettrica introdotta per la prima volta dall’azienda municipale di Tolentino dopo la prima guerra mondiale.

    La coltura più estesa è quella del grano che in genere occupa il 45% dell’intera superficie seminativa con un rendimento pari circa a 20 quintali per ettaro coltivato; questo naturalmente è il rendimento massimo raggiunto negli ultimi anni mentre in media nei primi venti anni di questo secolo il rendimento era di 10 quintali per ettaro.

    La produzione unitaria è più bassa di quella che si ottiene nelle aree di pianura dell’Italia settentrionale e forse questa è una conseguenza degli avvicendamenti raccorciati e della forte densità di semina; questa infatti, con circa 350-500 steli per metro quadrato, non permette lo sviluppo della medica traseminata prima sui campi di grano in primavera. A queste cause per così dire di ordine tecnico, ne va aggiunta un’altra di carattere generale che si riferisce alla distribuzione altimetrica della coltura; infatti se si osservano le percentuali della superficie destinata a grano della zona di montagna e di quella di collina, si nota che esse si equivalgono. Anche se la regione montana non raggiunge grandi valori in altitudine, tuttavia le vicende climatiche e la stessa costituzione dei terreni che favorisce il diradarsi della vegetazione, non è favorevole alla coltura del grano che il contadino continua a praticare per tradizione, anche quando deve gettare un quintale di seme per ricavarne due di prodotto. Il rendimento medio per ettaro dell’intera regione è abbassato indubbiamente da quello della regione montana.

    Superficie agraria e forestale.

    L’utilizzazione delle zone montane colla coltura dei cereali, oltre ad essere primitiva è anche saltuaria perchè il terreno è lasciato a riposo per un anno o più. A tale riguardo dal punto di vista pedologico le maggiori possibilità sono date dal terreno di tipo renaro, ricco di scheletro grossolano e molto permeabile.

    Grano legato in covi riuniti in cavalletti accanto a campi di grano in piedi.




    Nella media della coltivazione del frumento la quantità di seme gettato oscilla tra 150 e 220 kg. per ettaro. La superfìcie destinata alla coltura non ha subito nel complesso variazioni dal 1915, se si eccettua la lieve flessione tra gli anni 1941-44 dipendente dalle difficoltà alimentari del periodo bellico. La preparazione dei campi per la semina del frumento si effettua in estate e il raffinamento della terra prima della semina è accompagnato dalla concimazione fosfatica (quintali 7-8 per ha.), mentre in inverno si effettua ripetutamente quella azotata (quintali 2-3 per ha.).

    Le varietà coltivate sono numerose, a maturazione precoce o tardiva; in media nelle due province settentrionali prevalgono le varietà a maturazione precoce, e la percentuale si va riducendo sempre più di mano in mano che si procede verso sud. Nelle aree montane sono ancora diffuse le varietà indigene Romanello e Risciola e sino a poco tempo fa era coltivato il farro (Triticum dicoccum).

    La mietitura prevalente è quella col sistema del taglio a piede, fatta per lo più con mezzi meccanici; il grano tagliato è legato in fasci detti covi che uniti in numero variabile in formazioni quasi a capanna, costituiscono i cavalletti; prima della trebbiatura tutti i covi sono accatastati sull’aia a formare il barcone.

    La quantità di grano prodotta è molto superiore ai fabbisogni della regione e in genere su una produzione media di 5.550.000 quintali degli ultimi anni, 3.300.000 sono assorbiti dal consumo locale e 2.250.000 circa sono esportati dalla regione.

    Nonostante questa produzione così ingente la coltura del grano presenta differenze di reddito notevoli tra zona e zona e in considerazione di questo sarebbe auspicabile ridurre la superfìcie granaria nelle zone di montagna e di alta collina dove la coltura non è economica, per concentrarla invece nelle aree dove si può ottenere una produzione unitaria maggiore.

    I cereali minori, orzo, avena, segala, rivestono una importanza più che limitata ed occupano superfìci differenti nelle diverse zone agrarie; specie la segala, coltivata per granello solo lungo le fasce marittime e nelle aree sabbiose aride, è molto poco diffusa. L’orzo vestito si coltiva per uso zootecnico e il periodo vegetativo differisce tra la zona di collina e quella di montagna; nell’una si semina in autunno, nell’altra in primavera. Unito ad altre piante foraggere, l’orzo ha maggiore importanza come pianta da erbaio e la stessa cosa si può dire dell’avena. I dati esposti nella relativa tabella dimostrano che la maggiore estensione di coltura sia ad orzo che ad avena è nell’area di montagna, ma il rendimento per ettaro è maggiore in collina.

    Il granoturco rivestiva in passato un’importanza diversa da quella odierna in quanto serviva per l’alimentazione umana; oggi si adopera esclusivamente per uso zootecnico e per l’alimentazione della bassa corte. Le particolari esigenze di umidità della coltura e la pratica colturale stessa quasi sempre legata ad antiche tradizioni, non hanno fino ad ora permesso una produzione sufficiente per i bisogni della regione; alle difficoltà generiche ricordate sono da aggiungere anche quelle derivanti dalle infestioni di parassiti, specie di farfalle che allo stato di larva danneggiano le pannocchie. Il reddito della coltura è molto basso nella zona di montagna e nonostante questo la pratica colturale ancora non è stata abbandonata.

    Fra i legumi le fave, i fagiuoli, i ceci e le lenticchie hanno una scarsa importanza e la loro coltura riveste un carattere familiare ad eccezione di quella della fava che, adoperata insieme al granoturco per l’ingrasso dei vitelloni e dei suini, è abbastanza estesa; nelle annate con primavera particolarmente umida, la colpisce spesso la ruggine e l’assale anche con frequenza il pidocchio nero.

    La patata è una pianta che si trova ovunque non per le condizioni ambientali favorevoli, ma perchè serve per l’alimentazione umana; si sviluppa meglio nei terreni di montagna, mentre in quelli argillosi di collina ha un rendimento molto basso. Da qualche lustro le sementi locali ormai degenerate sono state insidiate dalla virosi e per questo si cerca di sostituirle con altre già sperimentate.

    Delle sarchiate a carattere industriale la barbabietola, che si coltiva sia per l’estrazione dello zucchero che per il foraggio, è la più importante. Fu introdotta nella regione nel 1898 quando sorse uno zuccherifìcio a Senigallia e dopo vicende alterne che videro l’abbandono quasi totale della coltura, ha ripreso importanza da circa una ventina d’anni, specie in rapporto allo sviluppo dell’irrigazione; è d’altra parte una coltura destinata ad estendersi perchè oltre a dare un buon reddito economico, può utilizzare una parte della pianta, i colletti e le foglie, per l’allevamento del bestiame.

    Carro agricolo marchigiano, “il biroccio”; dipinto con elementi floreali e con immagini sacre, è diffuso ovunque, benché la meccanizzazione tenda a limitarne sempre più l’uso.

    Nei primi tempi la barbabietola si era localizzata quasi esclusivamente nella pianura irrigua, ma attualmente si estende anche in collina dove alla scarsezza naturale di umidità si può ovviare con un’aratura profonda 60-70 cm. che permette la penetrazione e la conservazione dell’acqua di precipitazione. Il prodotto ottenuto è abbastanza pregiato con una percentuale zuccherina di circa 15-16%; la coltura pur necessitando di un’accurata preparazione non richiede durante il ciclo vegetativo cure particolarmente laboriose ; è indispensabile però una abbondante concimazione a base di letame e di prodotti perfosfatici, azotati e potassici.

    Province

    Superficie a bietole da zucchero ha.

    Bietole consegnate agli zuccherifici q.

    Colletti e foglie q.

    Pampe fresche q.

    Bietole destinate all’ alimentazione del bestiame q.

    Ancona

    1.180

    200.000

    85.800

    182.000

    39.710

    Ascoli Piceno

    695

    150.347

    49.614

    105.246

    7.9I3

    Macerata

    1.380

    217.124

    71.650

    151.986

    47.661

    Pesaro e Urbino

    118

    14.043

    4.634

    9.830

    7.233

    Totale

    3.373

    641.514

    211.698

    449.062

    102.517

    La barbabietola da foraggio che mescolata ad altre sostanze si somministra ai bovini e ai suini, si coltiva un po’ ovunque ma in maggiore estensione nei terreni più freschi; si preferiscono le varietà povere di zucchero o le semizuccherine che hanno un alto potere nutritivo.

    Il tabacco tiene dietro in importanza alla barbabietola da zucchero e come questa è di antica introduzione nella regione. Fino a poco tempo fa si coltivava esclusiva-mente la varietà Kentucky nei terreni più freschi, leggermente argillosi e ricchi di potassa, poi a poco a poco si sono introdotte varietà di tabacco leggero nei terreni di media fertilità. I semenzai per la preparazione delle piantine si mettono a punto in febbraio-marzo e dopo una diecina di giorni si procede al trapianto ; le pratiche colturali sono eseguite sotto il controllo del Monopolio e il tabacco Kentucky si consegna a questo in parte essicato, mentre le varietà leggere si dànno allo stato verde. Le caratteristiche della coltivazione per gli anni 1950 e 1951 sono state le seguenti:

    Province

    1950

    1951

    Superficie ha.

    Produzione q.

    Superficie ha.

    Produzione q.

    Ancona

    343,96

    5.147,52

    3I3.5I

    5.675,68

    Ascoli Piceno

    151,75

    2.352,28

    144,96

    3.129,31

    Macerata

    247,32

    3.082,53

    247.51

    3.428,06

    Pesaro e Urbino

    370,45

    6.939,44

    371.96

    6.314,02

    Totale

    1.113,48

    17.521,77

    1.077,94

    18.547,07

    In tutta la regione sono diffuse due piante di fibra tessile: la canapa e il lino. La prima è coltivata quasi ovunque in piccole estensioni e il prodotto utilizzato per cordami e per uso domestico è macerato e stigliato nell’àmbito della colonia e poi la fibra è tessuta a mano. Soltanto ad Ascoli Piceno, dove i terreni sono più adatti alla coltura, si ottiene un prodotto di pregio che è raccolto per la vendita collettiva da un consorzio locale e destinato in buona parte all’industria dei cordami e delle reti.

    Anche il lino è una pianta di antica introduzione nella regione e nel secolo passato era diffuso il tipo a semina autunnale; soltanto nel 1935 fu introdotto il tipo primaverile da fibra nella speranza che i risultati fossero tali da consigliare la sostituzione di questa pianta alla coltura del granoturco poco redditizia. Nel 1938 la coltivazione era già estesa su 3000 ha. di superficie ed erano sorti tre stabilimenti industriali per la sgranatura, la macerazione microbiologica e la stigliatura a Senigallia, Sforzacosta di Macerata e Fermo; quando però ormai nel 1939 si considerava come destinata ad un ulteriore rapido sviluppo, la coltura fu assalita da una infestione di altica che rese necessario in molti casi il sovescio. Questa calamità, insieme alle distruzioni belliche degli stabilimenti, produsse un rapidissimo declino della coltura che tuttora stenta a diffondersi nuovamente. La produzione dell’anno 1952 fu la seguente: :

    Produzione tiglio in quintali

    Province

    Superficie ha.

    per ha.

    Totale

    Ancona

    5

    4,80

    24

    Ascoli Piceno

    6

    5.66

    34

    Macerata

    8

    7.00

    56

    Pesaro e Urbino

    300

    3>°i

    904

    Regione

    3J9

    3-19

    1018

    Tra le colture industriali prevalentemente orticole sono da annoverare il pomodoro, il cavolfiore e i piselli; la loro distribuzione è limitata a determinate località che hanno condizioni particolarmente favorevoli per il clima, per l’abbondanza delle acque e per la composizione del terreno preferibilmente di impasto medio o sciolto.

    Della distribuzione degli orti marchigiani si è occupato in particolare l’Ortolani che individua alcune aree nelle quali si raccolgono i principali centri orticoli e che, in ordine di importanza, sono: la fascia costiera di Fano, di Ancona, di Senigallia, a cui seguono i centri di Recanati, Jesi, Pesaro, Macerata.

    Il pomodoro è coltivato in varietà differenti a seconda degli usi cui è destinato, per l’esportazione ad esempio prevalgono i tondi lisci, coltivati soprattutto lungo la fascia litoranea e ad Ascoli; la produzione complessiva può essere riassunta come segue :

    Pomodoro per consumo diretto I locale e da conserva casalinga e industriale (compresi i pelati) Media quadriennio

    Pomodoro tondo liscio da esportazione

     

    1949-52

     

    Anno 1952

    Province

    Superfìcie ha.

    Produzione q.

    Superficie ha.

    Produzione q.

    Ancona

    436

    79.359

    2

    600

    Ascoli Piceno

    464

    142.291

    307

    123.000

    Macerata

    1040

    191.723

    6

    1.800

    Pesaro e urbino

    85

    18.515

    230

    69.017

    Totale

    2025

    431.888

    545

    194.417

    La coltura del cavolfiore predilige i terreni profondi e freschi di medio impasto con sottosuolo impermeabile; essa fu introdotta nella vallata dell’Esino nel 1938 dalla Società Agraria Jesina nelle varietà primaticcio di Toscana, napoletano, precoce di Erfurt; quest’ultima varietà ibridandosi ha dato luogo al cavolfiore di Jesi attualmente molto diffuso insieme al marzatico che si coltiva prevalentemente nel fanese. La coltura che è intercalare tra la raccolta del grano e la semina delle sarchiate, è molto redditizia perchè, oltre al ricavato immediato della vendita, produce con la sbranciatura un mangime fresco invernale per i bovini.

    Cavolfiori (media anni 1949-1952)



      Regione di montagna produzione media q.   Regione di collina produzione media q.   Totali province produzione media q.  
      Superficie ha. ad ha. Totale Superficie ha. ad ha. Totale Superficie ha. ad ha. Totale

    Ancona

    59

    92,03

    5.430

    840

    133,06

    111.772

    899

    130,36

    117.202

    Ascoli Piceno

    65

    138,66

    9.013

    908

    158,13

    143.588

    973

    156,83

    152.601

    Macerata

    72

    107,34

    7.729

    249

    147,35

    36.692

    321

    138,38

    44.421

    Pesaro-Urbino

    2

    192,00

    384

    648

    206,63

    133.897

    650

    206,58

    134.281

    Regione

    198

    113,92

    22.556

    2.645

    l6l,04

    425.949

    2.843

    157,75

    448.505

    Di importanza molto minore è la coltura dei piselli che diffusa un po’ ovunque su superfici molto limitate, costituisce oggetto di esportazione a Pedaso (Ascoli Piceno); qui accanto al pisello comune è coltivata la varietà mangiatutto chiamata localmente taccole.

    Tutte le diverse colture diffuse nella regione sono un complemento della coltura del grano che, come si è già detto, è la principale della regione e questo è posto in evidenza anche dalle cifre che via via sono state riportate e che indicano le superfici occupate e il rendimento ottenuto. Una coltura che nell’economia regionale riveste una importanza non inferiore a quella del grano, è quella delle piante foraggere per i prati avvicendati e per gli erbai annuali e intercalari; infatti su questa è imperniato non solo l’allevamento del bestiame ma anche l’arricchimento del terreno con la fissazione dell’azoto. La raccolta dei foraggi è pari e a volte superiore a quella della Toscana che territorialmente ha una consistenza doppia. Le leguminose dei prati avvicendati sono: sulla, medica, trifoglio e crocetta, diffuse in modo diverso a seconda della qualità dei terreni ; la sulla ad esempio, introdotta come coltura da prato artificiale alla metà del secolo scorso, trova un ambiente favorevole allo sviluppo sulle terre argilloso-calcaree e il suo rendimento ottimo va da 80 a 130 quintali per ha.; anche la medica non ha molte esigenze, tuttavia se sotto lo strato arabile c’è roccia, sabbia o ghiaia non attecchisce, come pure non sopporta la deficienza di calce dei cerretani. Il trifoglio è meno diffuso e preferisce i terreni freschi mentre la crocetta o lupinella prospera anche nei terreni siccitosi e calcarei e per questo è la foraggera più diffusa nelle regioni montane.

    Gli erbai annuali sono costituiti da miscugli di orzo, favino, avena e veccia; la loro semina avviene in autunno e la raccolta in primavera; il prodotto è adoperato sempre come foraggio fresco.

    Gli erbai intercalari hanno una grande importanza non tanto per la quantità di foraggio prodotto, quanto perchè permettono l’utilizzazione del terreno negli intervalli di tempo compresi fra una coltura principale e l’altra; sono costituiti prevalentemente di granturchetto, senape, favino, colza.

    Tra la consistenza numerica di bestiame bovino e la produzione foraggera generale c’è una certa sperequazione, cioè il foraggio è in difetto; ma la deficienza è apparente in quanto il deficit è colmato proprio dall’apporto degli erbai intercalari e dalla perizia tecnica alimentare degli agricoltori molto sviluppata.

    Dopo la falciatura dei prati, l’erba è lasciata sul campo per la fienagione e successivamente portata sull’aia è accumulata in pagliai, spesso alternata con strati di paglia in modo da preparare le mestiche che servono per l’alimentazione del bestiame durante l’inverno.

    Già prima del secondo conflitto mondiale hanno cominciato a diffondersi i silos per la conservazione del foraggio, ma questo accessorio del podere stenta a penetrare nell’area collinosa più elevata e in quella di montagna, soprattutto per una ragione economica : il costo dell’impianto.

    La fienagione è praticata anche nella regione montana ma non è sempre redditizia, l’unico raccolto annuo spesso è compromesso dalla stagione primaverile troppo arida che danneggia specie i prati di pendio. La produzione quindi è molto variabile e va dagli 8 ai 14 quintali per ha. nelle annate climatiche favorevoli, a 2-3 quintali in quelle sfavorevoli; nel 1954, ad esempio, le condizioni furono così cattive che i prati naturali montani non furono neppure falciati. Il limite superiore dei prati naturali si aggira sui 1700 m. e quindi c’è un forte dislivello fra questi prati e le sedi permanenti che comporta un dispendio di forze umane ed animali; il problema economico che ne deriva è piuttosto grave e si cerca di risolverlo con l’estensione anche nelle zone montuose dei prati artificiali a leguminose.

    Morro d’Alba, fieno tagliato e ammucchiato nei campi ad asciugare.

    Monterado, piccole estensioni a vigneto.

    Tra le piante legnose la vite è quella più diffusa non solo perchè trova condizioni favorevoli ambientali di clima e di natura del terreno, ma anche perchè la vinificazione delle uve e la manipolazione dei vini è fatta quasi da ogni produttore e da ogni colono con pratiche tradizionali molto antiche che non è facile modificare, anche se il rendimento con i sistemi attuali è piuttosto basso. La coltura è promiscua oppure specializzata: nel primo caso la vite è maritata ad aceri isolati o in filari, oppure a piante da frutto; nella coltura specializzata i vigneti sono di estensione variabile e le piante hanno una densità da 5000 a 10.000 per ettaro. La coltura ricopre circa 8000 ha., e il rendimento medio è di 3.100.000 quintali; la fillossera però, comparsa per la prima volta nel Comune di Sirolo nel 1908, minaccia la coltura in molti luoghi, anche se si è cercato di combatterla con la ricostituzione delle colture su piede americano; nel complesso però la ricostituzione degli impianti è molto costosa perchè necessita di uno scasso del terreno di profondità superiore al metro che sino a poco tempo fa si faceva solo con la vanga, oggi invece prevalentemente col sistema meccanico.

    Le condizioni climatiche regolano la estensione della coltura della vite in altitudine; il limite di penetrazione corrisponde a quello della Quercus pubescens solo nelle località endovallive esposte a mezzogiorno ; i dati più significativi sono quelli di Acquacanina dove giunge a 780 m., di Toro di Fiordimonte a 780-800 m., del territorio di Sarnano a 750-780 m. Ad Ussita le posizioni raggiunte sono più elevate nelle località ben esposte a mezzogiorno come sopra a Casali a 1150 m. circa; a Castelsantan-gelo sporadici vigneti si trovano finoaii30-ii50m.; nel versante ascolano dei Sibillini sono a circa 920 m. sopra Capodacqua, a 900-920 m. sotto la Costa Molvara di Tufo, a 900 nei dintorni di Petrara e in media fino a 650-750 m. nei Comuni di Monte-fortino e Amàndola.

    La coltivazione di uve da tavola non è diffusa ; se ne trovano soltanto pochi vigneti lungo la zona litoranea.

    La vinificazione e la lavorazione delle uve è fatta in gran parte nelle cantine dei produttori che sono di modesta capacità e spesso non sufficientemente attrezzate; per questo la resa media è piuttosto bassa, quella regionale è del 64,5%, la più bassa è quella di Macerata, 60%, mentre la più elevata è quella di Ancona e di Ascoli Piceno, 68%.

    Da poco più di vent’anni sono sorti nelle quattro province alcuni enopoli e qualche cantina sociale che sono gestiti o dai consorzi provinciali per la viticoltura,

    o direttamente dai consorzi agrari o da gruppi di produttori conferenti associati. La capacità degli enopoli è varia ed oscilla da un massimo di circa 17.000 ettolitri come a Porto San Giorgio o Osimo Stazione, ad un minimo di 700 ettolitri come a Camerino; anche l’attrezzatura è varia ed è costituita in parte da vasi di cemento, in parte da vasi di legno. La produzione del vino a carattere industriale in genere avviene nelle cantine gestite o dai produttori industriali o dai commercianti che acquistano le uve.

    La gradazione alcoolica dei vini delle Marche in generale oscilla tra 9° e 13°. La pratica della cottura del vino, già molto diffusa, va via via scomparendo ed attualmente è praticata solo sporadicamente in provincia di Macerata. I vini delle Marche che erano già conosciuti al tempo dei Romani, attualmente hanno una scarsa rinomanza ed in genere sono esportati anonimi, poi, lavorati in qualche località di destinazione, sono rivenduti sotto altri nomi; la media dell’uva vinificata nel periodo 1948-1952 ha dato una produzione annua di oltre due milioni di ettolitri di vino bianco e di vino colorato.

    Il consumo locale annuo di vino è di circa 100 litri per abitante e quindi in media ogni anno sono esportati circa 650.000 ettolitri di vino diretti sia verso altre regioni italiane come Umbria, Lombardia, Veneto, sia verso la Svizzera. Il tipo di vino è in genere comune da pasto, però c’è anche una certa produzione a carattere industriale di vini superiori qualificati; i principali tipi di vino della regione sono il verdicchio dei Castelli di Jesi dal colore paglierino, secco o semisecco, di sapore amarognolo; il verdicchio di Matelica di minore gradazione (n°-i3°), di colore giallo verdolino; il bianco Piceno, di colore giallo ambrato, asciutto, con una gradazione da ii° a 12°. Il bian-chello del Metauro, di colore più pallido e di sapore leggermente acidulo, è un vino da pasto con gradazione io°,5-ii°,5. Tra i vini colorati sono caratteristici il rosso Cònero, di colore rubino carico e schiumoso, asciutto con gradazione n°-i2°; il rosso Piceno, più asciutto del precedente e con le stesse caratteristiche di colore e di gradazione; il Sangiovese e il rosso Montesanto da pasto, con gradazione da ii° a 13°; la vernaccia di Serra Petrona che vinificato alla fine di novembre da uva appassita è imbottigliato in marzo. Dal principio del secolo si è iniziata in alcune località particolarmente adatte, come Cupramontana, Stàffolo, San Paolo di Jesi, Apiro, la produzione su ridotta scala industriale di vini bianchi in bottiglia, gassati artificialmente.

    La vite in filari.


    Produzione media di vino nel periodo 1948-1952





     

     

    Vino prodotto in ettolitri

    Province

    Uva vinificata q

    Bianco

    Colorato

    Totale

    Ancona 665.681 181.065 271.600 452.663
    Ascoli Piceno 915.342 155.601 466.830 622.432
    Macerata 1.159.398 382.600 313.037 695.638
    Pesaro e Urbino 401.679 87.164 161.877 249.041

    Totale

    3.142. 100

    806.430

    1-213-344

    2.019.774

    Nell’insieme dell’agricoltura della regione, l’olivo non riveste un’importanza molto grande, però in alcune limitate zone è la pianta arborea più diffusa; questo dipende dalla grande aleatorietà del prodotto e anche dalla varietà delle piante diffuse, che necessitano di una serie di anni prima di dare prodotto. Inoltre la pianta per prosperare ha particolari esigenze di esposizione e di terreno: preferisce il levante-mezzogiorno al riparo dai venti freddi, non attecchisce sulle argille e preferisce i terreni di medio impasto e comunque non troppo umidi. Questi pochi cenni alle sue esigenze valgono a tracciarne la diffusione nella regione dove trova Yoptimun nella fascia collinare mentre, sia verso monte che verso mare, dirada progressivamente fino a scomparire; comunque l’uomo l’ha spinta oltre i limiti naturali, come dimostrano i danni subiti dalla coltura nel freddo inverno del 1956 oltre che in quello del 1929. Il limite forse è più forzato nella parte settentrionale che in quella meridionale della regione, dove nella valle del Chienti sulle pendici occidentali del Monte Fiungo e quelle meridionali del Monte Fiegni sono ancora estesi gli insediamenti di leccio.

    La pianta da frutto tradizionalmente non è diffusa forse perchè le condizioni climatiche locali non sono le più favorevoli; tuttavia nella zona collinare e lungo le valli del Foglia, dell’Esino, dell’Aso, del Menocchia si trova anche una certa frutti-coltura industriale specializzata; il quadro della valutazione delle piante da frutto indica però che l’importanza è modesta.

    Il gelso è legato all’allevamento del baco da seta, che nelle Marche ha una tradizione molto antica che si fa risalire al XIV secolo; la pianta si trova specie in pianura ed in collina ad esclusione delle aree argillose; la massima diffusione con le forme del cespuglio e del prato gelso, si ebbe sùbito dopo la prima guerra mondiale, quando anche la bachicoltura aveva una grande importanza; in sèguito il decadere di questa per cause economiche portò anche ad una decadenza della coltura.

    Esemplari di ulivi marchigiani.

    Ulivi alternati a viti nella collina corinaldese.



    L’allevamento

    Parlando delle colture foraggere si è detto della loro importanza nei confronti dell’allevamento bovino, tuttavia la considerazione di alcune cifre vale a ribadire questa verità e ad illustrare la fisionomia economica agraria della regione, caratterizzata dalla coltura del grano e dall’allevamento del bestiame. In media nelle Marche il rapporto tra abitanti e numero dei bovini è doppio di quello dell’Italia e anche il carico di bestiame per ogni ettaro seminativo è uno dei più elevati.

    Tra le province marchigiane il maggiore carico di bestiame per ogni ettaro seminativo spetta a quella di Ancona; nel complesso del patrimonio zootecnico dal principio del secolo ad oggi si è registrata una diminuzione nel numero dei caprini, equini e ovini, mentre il numero dei bovini e dei suini risulta più che raddoppiato.

    I bovini allevati sono delle razze marchigiana, romagnola, maremmana pura e incrociata; le lattifere: danesi, valdostane e brune alpine; la marchigiana è diffusa soprattutto a sud del Cònero, mentre la maremmana prevale nelle aree montuose; le razze lattifere, non molto diffuse, si trovano prevalentemente in vicinanza dei maggiori centri abitati.

    I bovini sono allevati per due funzioni che in passato si equivalevano in importanza: per la produzione di carne e per il lavoro dei campi; oggi il primo scopo tende a prevalere e a titolo di esempio si possono riportare alcuni dati significativi, emersi durante il Congresso degli allevatori tenuto a Firenze nel 1948, e cioè nel periodo 1940-43 le province di Ancona, Macerata e Ascoli Piceno hanno fornito 330.112 capi per un peso complessivo di 1.201.574 quintali senza che venisse modificata la consistenza delle stalle e pertanto la produzione media annua è stata del 33%. Inoltre le stesse tre province con la media dei capi bovini che esportano ogni anno, riforniscono di carne (kg. 14,4 prò capite annuali) 715.200 persone.

     

     

    Per consumo Province: Ancona, Macerata, Ascoli Piceno

    Per esportazione in quarti

    Esportazione di bestiame in piedi

    Capi n.

    Peso quintali

    Capi n.

    Peso quintali

    Peso quintali

    vivo

    morto

    vivo

    morto

    Capi n.

    vivo

    morto

    72.137

    246.818

    131.576

    24.500

    85.000

    45.000

    29.000

    109.000

    58.000

     

    Magro pascolo appenninico.

    Risultati così brillanti sono dovuti anche ad un paziente e continuo lavoro di selezione iniziato da circa un trentennio e compiuto attraverso nuclei selettivi distribuiti in varie parti di ogni provincia; quest’opera è stata costantemente sorvegliata e incoraggiata dall’Ispettorato Compartimentale Agrario e dalle Cattedre ambulanti.

    Il bestiame prevalentemente è allevato in stalla e fecondato per la massima parte naturalmente in stazioni di monta taurina molto diffuse; la fecondazione artificiale si è iniziata prima dell’ultimo conflitto e si diffonde con rapidità.

    I suini numericamente tengono dietro ai bovini e la produzione anche sotto forma di carne salata o insaccata è superiore alla richiesta locale ed è esportata in vari mercati d’Italia. Non è facile citare dati sulla consistenza dei suini che varia molto durante l’anno; nel 1952 il totale di 319.225 capi nelle quattro province era così suddiviso: Ancona, 91.869; Ascoli Piceno, 72.000; Macerata, 103.356; Pesaro e Urbino 52.000.

    Non è diffusa alcuna razza pura, ma una serie di tipi derivanti da incroci che hanno trovato ambiente favorevole alla vita in zone diverse; grosso modo si possono dividere le Marche in tre aree di diffusione differenziate non secondo l’altitudine, ma secondo la latitudine: a nord e a sud prevalgono gli incroci con il Large White, mentre al centro è più diffuso il tipo marchigiano. Fra gli incroci del Large White prevale quello col suino marchigiano che ha dato luogo alla razza cinta di Cagli prevalente nella provincia di Pesaro.

    Gli altri allevamenti, si diceva poco fa, sono tutti in decadenza; gli ovini che nel 1908 si facevano ammontare a 424.000 capi nel 1952 erano 244.000.

    Fino a pochi decenni fa la densità degli ovini nella zona montana era molto rilevante ed andava da 250 a 300 capi per kmq.; per esempio ad Ussita fino al 1925 su 5586 ha. di superficie territoriale vivevano circa 15.000 capi di ovini con una densità di 300 per kmq.; a Bolognola nello stesso periodo la densità era di 250 pecore per chilometro quadrato. Anche oggi gli ovini per il 73% sono distribuiti nella zona montana dove possono nutrirsi sui prati-pascoli e sui pascoli, mentre il resto vive in collina ed in pianura; una parte è transumante. Il gregge stanziale in montagna si alimenta sui prati e sui pascoli dove però raramente sono eseguiti lavori di spiegamento e di concimazione.


      Prati-pascoli permanenti (1949-52)   Pascoli permanenti (1949-52)  

    Province

    Superficie

    Produzione complessiva

    Superficie

    Produzione complessiva

    Ancona

    13.510

    77.557

    Ascoli Piceno

    1.850

    15.287

    30.789

    126.360

    Macerata

    9.524

    91.646

    29.727

    230.764

    Pesaro e Urbino

    2.500

    26.339

    27.141

    95.334

    Totale

    13.874

    133.272

    101.167

    530.015

    Non si può parlare di una razza prevalente ma soltanto di tipi di incroci come vissano, sopra vissano, appenninico e bergamasco.

    Agli allevamenti di bassa corte costituiti da polli, tacchini, oche, anatre, colombe e conigli non si attribuisce comunemente una grande importanza, in quanto sono effettuati con forme familiari e non sono regolati dal contratto colonico; questo veramente impone un limite di allevamento che tuttavia è sempre superato dai coloni, anche perchè è piuttosto difficile esercitare un controllo sul pollame quasi sempre lasciato in libertà e non racchiuso in recinto. Per le stesse ragioni è difficile indicare la consistenza numerica della bassa corte allevata dai mezzadri; nel 1952 c’era all’in-circa il patrimonio che risulta nella relativa tabella, i cui dati sono stati desunti dal lavoro del Ciaffi sull’agricoltura marchigiana; in base a questi l’autore ha calcolato la produzione media annua dell’allevamento minuto e i risultati ottenuti ne fanno comprendere l’importanza: il guadagno annuale infatti che il mezzadro ne ricava è di poco inferiore a quello del grano. Attribuendo ad ogni animale una media annua di deposizione, la disponibilità per il consumo delle uova di gallina, di tacchino e di anitra risulta per la regione di numero 293.994.800, della carne degli stessi animali di quintali 87.744 e di quella dei conigli di quintali 55.550. Trasformando poi in denaro il reddito della bassa corte, si ha che ogni colonia marchigiana di circa 6 ha. di estensione, ricava dall’allevamento circa 160.000 lire.

    Gli allevamenti a carattere industriale degli stessi animali, che peraltro nelle Marche sono molto limitati, non raggiungono mai un reddito così elevato, molto probabilmente in relazione alle differenze stesse di allevamento e quindi di nutrimento: quello mezzadrile infatti avviene in libertà, l’altro in cattività.

    Di un altro allevamento marchigiano è opportuno parlare, quello del baco da seta, non tanto per l’importanza che riveste attualmente, quanto per quella che ha rivestito in passato e che ha dato fisionomia economica a determinati centri. Sembra che la bachicoltura si sia diffusa nelle Marche poco dopo l’introduzione del filugello dall’Oriente e che vi abbia già trovato fiorente la tessitura delle sete fatta con materia prima importata; in principio la seta serviva soltanto alle famiglie nobili e quindi l’allevamento restò circoscritto; più tardi divenne un’industria agraria e le cure degli allevatori furono rivolte allora alla selezione del seme e all’incremento della gelsi-coltura. Sorsero anche particolari mercati di bozzoli a Jesi, Òsimo, Macerata, Fos-sombrone, Senigallia; nel 1834 nel mercato di Jesi furono vendute 21.769 libbre di bozzoli e nel 1842, 175.920 libbre; ma già la pedrina cominciava a devastare gli allevamenti e gli studi che si compirono onde riuscire a debellare la malattia, condussero al sorgere di industrie per la produzione del seme bachi selezionato cellularmente che, anche attualmente, ha il centro principale ad Ascoli Piceno.

    Col volgere del tempo l’allevamento si spogliò sempre più dell’antico carattere familiare a cui era legata l’industria artigiana della caldarella con modesti e rudimentali impianti di filatura e tessitura, e rivestì invece una fisionomia industriale, nella quale l’ascolano figura sempre come prevalente produttore di allevamenti da riproduzione, mentre le altre province come ricche di allevamenti a carattere industriale. Nell’insieme però l’allevamento negli ultimi trent’anni è stato soggetto ad una forte contrazione indipendente anche da quella naturale degli anni di guerra; le cause della decadenza sono economiche e pratiche: tra le prime vanno ricordate le condizioni generali del mercato, tra le seconde la carenza di manodopera derivante dalla concomitanza del maggior lavoro deH’allevamento con quello di importanti pratiche colturali come il taglio del grano.

    La bonifica

    Nelle pagine precedenti si è cercato di delineare la fisionomia agraria delle Marche attraverso la descrizione sommaria della coltura e degli allevamenti e da quanto è stato riportato si può dedurre che nella regione non esiste un problema della bonifica, inteso nel significato intrinseco dell’espressione; allargando tuttavia il concetto al significato di miglioramento, di prevenzione e di incremento si può parlare di bonifica anche per le Marche. Infatti le condizioni dell’abitazione, delle strade, delle stalle, debbono essere migliorate; si deve tendere a consolidare la precaria stabilità di alcune colline; si può incrementare l’allevamento con l’introduzione e il miglioramento di sistemi irrigui, ma non ci sono problemi per la conquista di aree incolte oppure per la redenzione di aree paludose; si tratta quindi di opere modeste seppure utili e a volte indispensabili.

    Ascoli Piceno, regolazione del torrente Castellano.

    I consorzi di bonifica che si sono costituiti ed hanno operato da lungo tempo sono dell’Aso, del Tenna, e del Foglia; il primo abbraccia quasi tutto il bacino imbrifero del Tronto, dell’Albula e dei fossi compresi tra l’uno e l’altro per una superfìcie complessiva di circa 114.942 ettari. Comprende una zona montana, una collinare e una pianeggiante e quindi gli scopi della bonifica variano in conseguenza delle condizioni del suolo: per frenare la degradazione, nella seconda la sistemazione dei calanchi e la redenzione idraulica, nella terza invece l’inalveamento delle acque ed acquedotti per bonifica e irrigazione. Alcuni lavori sono già stati eseguiti, altri sono in corso; il finanziamento delle spese di tutte le opere in programma saranno sostenute dalla Cassa del Mezzogiorno nella cui giurisdizione rientra il comprensorio.

    Il fiume Aso può servire per l’irrigazione nella regione valliva tra Ponte Ortezzano e l’Adriatico soprattutto per il grado abbastanza elevato di perennità. La zona irrigabile è costituita di formazioni plioceniche e di alluvioni fluviali prevalentemente di sabbia e argilla; sulla sinistra il suolo è per la sua costituzione arido, permeabile, sulla destra invece lo strato arabile è più ricco e più profondo e quindi più fertile, quando però non si prolunga troppo la siccità.

    Piccola caduta d’acqua nell’alta valle del Tenna.

    Prima della guerra 1915-18 si praticava qui una irrigazione primitiva, utilizzando i canali di alimentazione di antichi molini di cereali concessi per questo uso fino dal principio del secolo XIX. Il consorzio costituitosi nel 1929 ha sistemato prima di ogni altra cosa lo sbarramento del fiume Aso, largo più di no m., costruendo poi un canale di derivazione con una vasca terminale e gettando attraverso il fiume un sifone lungo 163 m. ; ha aperto canali principali lungo le due sponde per una notevole lunghezza. In sèguito a queste opere vi sono state alcune iniziative per la costruzione di sili da foraggio, per la sistemazione e l’ampliamento delle stalle.

    Nel comprensorio del Tronto la natura del terreno e le condizioni geologiche hanno sempre reso difficile la viabilità e l’approvvigionamento dell’acqua potabile e quindi l’azione di bonifica oltre che diretta ad arginare il fenomeno dei calanchi si è rivolta anche alla soluzione di questi due problemi. Inoltre l’esistenza di una zona pianeggiante entro i limiti del comprensorio, estesa da Ascoli Piceno al mare, suscettibile di irrigazione dopo la costruzione di opere di inalveamento e di strade, permetterà l’inizio di una agricoltura intensiva.

    Più complesso si presenta lo sviluppo della bonifica nella parte montana, dove la viabilità è scarsa e sviluppata quasi esclusivamente lungo le creste di spartiacque in modo che durante l’inverno le strade sono impraticabili e le località che servono restano isolate. Le prime opere riguardano la sistemazione idraulica e la costruzione di acquedotti.

    Anche il consorzio del Tenna, costituito nel 1927, si divide in tre zone con caratteristiche differenti, e la bonifica ha essenzialmente lo scopo di sistemazione idraulicoforestale, di costruzione di acquedotti e di canali irrigui.

    Nel bacino montano del Foglia la quasi totalità della superficie è costituita da seminativi; i pascoli si trovano solo nelle alte colline mentre i boschi occupano solo le zone montane più interne. Le pendici collinose e montane sono molto franose e per questo la bonifica è indirizzata specialmente a conservare la stabilità del terreno, al rimboschimento, all’imbrigliamento dei torrenti, soprattutto nell’alto bacino montano, per difendere alcuni abitati come Beiforte all’Isauro, Piandimeleto. Modificando il corso d’acqua si sono eliminate molte corrosioni nelle sponde e di conseguenza sono diminuite le frane. Nel comprensorio, accanto a tre grandi proprietà, domina la media proprietà; il bestiame in genere è allevato in stalla mentre gli ovini e i caprini per un complesso di circa 18.700 capi sono allevati allo stato semibrado con un carico per ettaro che è eccessivo rispetto alle condizioni locali. Di conseguenza il pascolo si distrugge gradualmente e si trasforma in incolto: di qui la necessità di una bonifica intesa nel più largo senso della parola, destinata specie alla creazione di prati stabili permanenti e di pascoli alberati, alla correzione dei tronchi montani dei corsi d’acqua.

    Dal riordinamento organizzativo che ha avuto luogo nel 1952 è derivata qualche modifica all’ordinamento e alle attribuzioni dei comprensori di bonifica che si distinguono attualmente in quelli destinati alla bonifica integrale e in quelli destinati alla bonifica montana; i primi si estendono per 131.562 ha., pari al 13% della superficie totale della regione, gli altri su 434.162 ha., cioè sul 48% circa della superficie della regione. Il carattere minuto della bonifica in genere pare possa essere ben illuminato dal riassunto delle opere eseguite dal 1946 al 1952.

    L’irrigazione

    Uno degli scopi principali della bonifica è l’irrigazione che si presenta nelle Marche come un problema non sempre di facile soluzione, infatti il regime dei corsi d’acqua è tale che durante l’anno si verificano periodi di magra abbastanza lunghi in coincidenza con i momenti stagionali più interessanti per le colture come l’estate; solo alcuni fiumi come l’Esino, il Chienti, il Tronto hanno sufficienti disponibilità estive; l’insieme della situazione limita le possibilità irrigue con presa diretta dai fiumi. Le falde freatiche hanno acqua a non eccessiva profondità nelle aree litoranee e nei fon-dovalle; esse sono maggiormente sfruttate nell’area di Porto d’Ascoli e Cupramarittima e nelle valli del Tronto, del Tenna e dell’Esino. Non si conoscono ancora invece le possibilità di utilizzazione delle acque subalvee, quindi la irrigazione attuale deriva esclusivamente dai canali e dal sottosuolo. I primi hanno quasi sempre il carattere di opere promiscue cioè sono fatti con un duplice scopo: industriale e di irrigazione; sono in prevalenza a sifone, però nella valle deirEsino prevalgono i rotoni.

    Pesaro, un laghetto artificiale pressoché vuoto d’acqua alle spalle della costa.

    Di introduzione recente, posteriore alla seconda guerra mondiale, è l’irrigazione a pioggia i cui impianti nel 1951 ammontavano numericamente a 41; recentissimi poi sono i pochi esempi di fertirrigazione; nel complesso la superficie irrigata può essere calcolata a 30.000 ha., però essa è fortemente frazionata e servita da metodi irrigatori molto vari; si calcola che in tutta la regione la superficie suscettibile di irrigazione sia di circa 60.000 ha., e quindi c’è ancora un buon margine di sviluppo.

    Una forma di irrigazione del tutto nuova è quella che si basa sulla costruzione di piccoli laghetti di collina che si formano sia con lo sbarramento di vallecole, sia a corona; questi ultimi impianti sono molto piccoli e servono ad un solo podere; si localizzano in genere nelle parti più elevate per utilizzare l’acqua per caduta.

    Il primo laghetto fu costruito a San Paterniano di Osimo nel 1953 e da allora il loro sviluppo è stato notevole ed è anche in continuo accrescimento: nell’estate 1958 erano già in funzione 298 laghi così distribuiti: Ancona, 78; Ascoli Piceno, 24; Macerata, 21; Pesaro e Urbino, 175.

    La provincia di Pesaro e Urbino è quella che ha raggiunto il massimo progresso in questo settore.

    Le realizzazioni compiute fino ad ora sono caratterizzate da impianti di piccole proporzioni, tuttavia vi sono progetti anche per grandi realizzazioni come quello del Consorzio del Metauro per la creazione di quattro laghi collegati, per un totale di

    1.200.000 me., destinati ad irrigare la collina circostante e buona parte della pianura sottostante.

    Nonostante le modeste possibilità offerte dalla natura agli impianti, l’irrigazione è molto antica e si fa risalire al VII secolo, quando per opera dei Benedettini fu costruito il vallato Pallavicino in derivazione dell’Esino; al XVII (1616) risale quello Albani del Metauro. Questi sono gli esempi più cospicui ma di molte altre opere irrigue di modesta entità si ha notizia, soprattutto nella valle dell’Esino e poi in quella del Chienti, del Tenna, dell’Aso, del Tronto; uno sviluppo più organico e disciplinato nell’uso delle acque è solo dell’ultimo trentennio.

    Il bosco

    Circa 132.000 ettari della zona appenninica e subappenninica sono ricoperti da boschi di fustaie e cedui puri e misti; i primi si lasciano crescere fino alla maturità, gli altri si tagliano periodicamente con turni che variano a seconda dell’essenza predominante mentre sul terreno si lasciano i polloni che dànno vita a nuove piante.

    L’abete è molto raro e si trova quasi esclusivamente presso Bocca Trabaria; le altre fustaie resinose sono di recente importazione, furono introdotte nel 1914 con i rimboschimenti consorziali; le fustaie a latifoglie sono costituite di faggio, castagno, quercia, leccio, pioppo; è abbastanza recente l’estensione delle fustaie miste, composte di resinose e latifoglie.

    Data l’assoluta preponderanza del ceduo semplice, l’utilizzazione della ridotta superficie a bosco ha una importanza molto relativa come si rileva anche dai totali della produzione; fornisce soltanto legname da lavoro e da ardere e carbone vegetale, nonché prodotti vari di scarso valore e sotto questo punto di vista la regione è una delle più povere d’Italia, superiore soltanto alla Puglia, alla Sicilia, alla Sardegna.

    Il carbone dolce costituisce una piccola industria dell’area appenninica: dopo la tagliatura i legni ammonticchiati a formare un cono sono ricoperti di terra; dal vertice alla base del cono scende un’apertura destinata ad accogliere la legna minuta che appicca il fuoco all’interno; anche sui fianchi sono disposti dei fori per la fuoriuscita del fumo. La combustione, detta cottura, dura da dieci a venti giorni a seconda della mole delle cataste; successivamente il carbone è insaccato e avviato verso i centri di consumo della pianura. La richiesta di carbone si va assottigliando sempre più in conseguenza del diffondersi anche nella campagna del gas liquido in bombole.

    Se si traggono le conclusioni da quanto è stato detto in precedenza, si deve dire che l’equilibrio economico agro-silvo-pastorale della regione esistente circa un secolo fa, risulta in molti casi ora compromesso e che le cause di tale rottura sono da ricercare nelle trasformazioni radicali avvenute nell’economia del piano che hanno generato e condizionato lo spopolamento montano; in alcune aree in quindici anni, cioè dal 1936 al 1951, si è verificato uno spopolamento del valore del 20-30% sul totale della popolazione. Non vi è dubbio che sono le condizioni sociali depresse a favorire l’esodo verso il piano che di conseguenza viene ad avere una struttura economica appesantita. E probabile che l’equilibrio possa essere ristabilito, diffondendo sempre più pratiche colturali a carattere intensivo, migliorando il pascolo naturale permanente, ricostruendo il patrimonio forestale dove la ripidità del declivio e l’esposizione non permettono l’estensione del pascolo, del prato-pascolo o del seminativo redditizio.

    La pesca

    Lo sviluppo della pesca nelle Marche non è proporzionato alia marittimità della regione che si estende sul Mare Adriatico per una lunghezza di 174 km. di costa. Le condizioni naturali del mare per lo sviluppo dei bassi fondali e per la non elevata salinità delle acque sarebbero abbastanza favorevoli, tuttavia anche la situazione contingente degli ultimi ventanni riguardante i rapporti politici con la Jugoslavia, ha contribuito a limitare l’esercizio delle attività pescherecce e soprattutto ha quasi annullato lo spostamento stagionale del lavoro dalla parte occidentale a quella orientale del mare, in relazione alle migrazioni dei pesci.

    Il naviglio è costituito per la massima parte da motopescherecci che trovano facile riparo lungo le coste scarsamente portuose, in tutta la serie dei porti-canali. La flottiglia si è ricostituita quasi per intero dopo la seconda guerra mondiale durante la quale buona parte del naviglio era stato affondato dai proprietari, in modo da rendere possibile il recupero a tempo opportuno. Dopo la guerra poi, per diversi anni, molti pescherecci abbandonarono la loro attività per dedicarsi alla raccolta delle munizioni affondate dagli eserciti combattenti nel basso Adriatico; il recupero, che diede anche buoni guadagni, terminò intorno al 1951 e allora si tornò all’attività peschereccia consueta, apportando modifiche di ammodernamento ai mezzi.

    I pescherecci a Porto Civitanova.

    Sembra che alle Marche spetti il primo tentativo italiano di motorizzazione della pesca effettuato nel 1912 allorché a San Benedetto del Tronto, si cercò di favorire la rapidità del trasporto del pesce a terra; successivamente, nel 1914, sempre in quel porto fu costruito un motopeschereccio, ma le contingenze del momento non erano adatte per favorire iniziative del genere che furono riprese solo alla fine della prima guerra mondiale. La motorizzazione dell’attività peschereccia faceva sorgere problemi economici non indifferenti, tanto che in principio si adottarono soluzioni di ripiego, come quella di impiantare il motore su battelli a vela o di trasformare vecchi rimorchiatori a vapore; soltanto in un secondo tempo furono costruiti motopescherecci muniti di motore a scoppio, mentre l’uso della propulsione a vapore è andato di mano in mano diminuendo, sia per l’alto costo del carbone, sia per le più complesse operazioni di rifornimento. Ormai da tempo la pesca è completamente meccanizzata e si è perfezionato anche il modo di pesca, in quanto non è consueto che i battelli procedano a coppia, tipo a paranza, tenendo ognuno un capo della rete; ora le estremità delle reti sono munite di alcuni dispositivi, detti divergenti, che permettono il traino di un solo battello. La tecnica della pesca a due è ancora usata nei mesi di passo del pesce azzurro, quando la cattura è estremamente abbondante. La pesca è inoltre effettuata con la capasfoglia o con la tartana; la prima, di cui possono essere muniti anche i grossi pescherecci, è un sacco di una quindicina di metri con un’apertura di circa tre metri, che, trascinato sul fondo, consente di trattenere ciò che incontra. Il nome gli deriva dal fatto che è molto adatto per la cattura delle sogliole che vivono sui fondali di sabbia sottile.

    La tartana è una rete a sacco lunga circa una ventina di metri e fornita di due braccia di eguale lunghezza, legate da gomene di un centinaio di metri allo scafo che le trascina.

    La flottiglia peschereccia marchigiana ha una composizione varia, costituita sia da grandi motopescherecci, sia da piccoli battelli a motore di scarso consumo e di minori necessità di rifornimento; la disparità è strettamente collegata con le condizioni naturali del litorale che spesso costringe a tirare in secco i battelli. I battelli più potenti che sono dediti alla pesca di mezza altura e di altura, si trovano nei porti più protetti, dove c’è una maggiore organizzazione per i rifornimenti e dove si sono anche stabilite industrie sussidiarie; a tale proposito si distinguono i porti di San Benedetto del Tronto, di Fano, Ancona, Porto San Giorgio. La pesca di altura è esercitata in luoghi molto diversi che però debbono sempre distare non meno di dodici miglia dalla costa jugoslava; è detta anche sprea o pesca degli sporchi in quanto avviene in località dal fondo melmoso; in essa si salpano le reti ogni una, due ore ed ogni natante fa due o tre turni settimanali.

    Nei porti-canali o nelle località lungo la spiaggia aperta vi sono ancora piccole barche con motore ausiliario che si dedicano alla pesca costiera che impone alle imbarcazioni di trattenersi in mare ventiquattro ore e nella quale le reti sono salpate ogni cinque, sei ore.

    In qualunque tipo di pesca, sia di costa che di altura, i pasti, preparati a bordo, in genere a turno, sono costituiti di pesce; le spese del vitto, del combustibile e dell’armamento sono detratte dalle spese di gestione del motopeschereccio dette monte.

    Oltre a questi tipi di pesca esiste anche quella di terra esercitata da individui che durante l’inverno si dedicano ad altro lavoro, ad esempio alla coltivazione di orti. Essa viene fatta con metodi diversi e la più diffusa è la tratta, effettuata con una rete simile alla tartana, con due braccia lunghe circa centocinquanta metri ed al centro un sacco detto cova. Un capo della rete è lasciato a terra ad una squadra di tiratori, mentre il resto viene calato in mare da una piccola imbarcazione che, compiuto un semicerchio del diametro di due o trecento metri, porta il secondo capo della rete stessa sulla spiaggia ad un’altra squadra di tiratori. Le due squadre, avvicinandosi sempre più, tirano ciascuna con una fune un braccio della rete, fino a portare in circa un’ora la cova sulla piaggia. Per pescare le vongole, le telline, i cannolicchi, si adopera invece la purazzara, manovrata da un solo pescatore e costituita di tre bastoni posti a piramide, innestati in una fitta e rigida rete che raschia il fondo.

    Il porto-canale di Pesaro.

    Lungo la costa all’esterno dei moli si notano spesso dei casotti di legno sospesi sull’acqua; sono i cosiddetti quadri, dai quali viene calata a mano una rete quadrata a bilancia, di circa dieci metri di lato; il loro numero va gradatamente diminuendo in relazione al fatto che tale tipo di pesca è redditizio solo nelle rare giornate di passo. In alcuni dei centri pescherecci marchigiani all’attività di pesca se ne affiancano altre con questa connesse, come la costruzione dei motopescherecci a Porto Civitanova, le fabbriche varie di ghiaccio e di imballaggio, la fabbrica di reti e cordami a San Benedetto del Tronto. Qui lo sviluppo della città balneare, moderna ed animata, ricca di traffici e di industrie, ha lasciato inalterato il seducente aspetto dello spiazzo dove i canapini, girando la ruota, attorcigliano la canapa per farne funi e corde destinate alle barche. Per la fabbricazione delle reti si può dire che la città sia uno dei maggiori centri d’Italia; l’industria però, esercitata in prevalenza a domicilio dalle donne, ha un carattere familiare; la misurazione delle reti viene fatta in millimetri e la produzione si aggira sui 4000 q. annui, quantità che eccede il fabbisogno locale e che in buona parte è esportata verso i mercati dell’Egitto, Inghilterra, Algeria, Tunisia, Francia.

    Le reti di nailon per ora non incontrano molto favore nella regione, nonostante i vantaggi che presentano per alcuni generi di pesca; tale fatto probabilmente è legato all’esistenza di industrie locali ed ai problemi connessi con il cambio del materiale per le reti, come quello delle corde di canapa che con le reti di nailon marciscono e debbono essere sostituite da trecce e bromi di nailon e quello dei galleggianti di sughero che debbono essere sostituiti con materiale sintetico.

    Come si può rilevare anche dall’indagine sugli aspetti antropogeografìci della pesca in Italia, tema trattato dal Candida e dal Mori al XVI Congresso Geografico Italiano, non è agevole ricostruire i dati relativi al numero dei pescatori e alla loro distribuzione, in quanto nelle statistiche ufficiali compiute da vari enti, non si fa distinzione tra coloro che esercitano la pesca come professione abituale e coloro invece che ad essa si dedicano saltuariamente. Come dato indicativo si può dire che il litorale del medio Adriatico è quello che in rapporto agli altri raccoglie una maggiore percentuale di pescatori, circa il 30%, ed una percentuale media di addetti alla pesca, circa il 9%.

    Le imbarcazioni accolgono un numero diverso di pescatori a seconda del tonnellaggio; sulle piccole imbarcazioni stanno da tre a cinque pescatori, su quelle grandi il numero degli uomini di equipaggio è anche di dieci. Il comando è esercitato dal capobarca e anche il motorista ha una funzione preminente; ne è prova il fatto che le loro cuccette si trovano in genere sotto il boccaporto e danno sul motore, mentre quelle dei pescatori si trovano a prua. Oltre all’equipaggio, in genere c’è anche un mozzo che ha un’età compresa fra i quattordici e i diciassette anni.

    Attualmente non è facile trovare equipaggi pescherecci da ingaggiare; molto spesso si imbarcano giovani provenienti dall’interno o anche da altri centri pescherecci, magari dalle regioni contermini; nelle Marche settentrionali non è raro ad esempio trovare pescatori provenienti da Cattolica, detti a Fano i catulghin.

    Nella maggior parte dei casi la caratura, cioè la proprietà degli scafi, è divisa fra le famiglie dei pescatori; quando esiste un armatore ha diritto al 47% dell’utile, mentre il 53% spetta ai pescatori; la divisione dell’utile fra gli uomini dell’equipaggio non è eguale, perchè una parte e mezza spetta al capobarca e al motorista, una parte agli altri uomini di equipaggio, una mezza parte o quartarola al mozzo e alle volte a chi rimane a terra a riparare le reti, in genere un vecchio pescatore non più abile.

    Il porto di San Benedetto del Tronto con alcune unità della flottiglia peschereccia.

    Il porto dei motopescherecci ad Ancona.

    La produzione annuale del pesce nella regione è circa del 16% di quella nazionale e nel complesso medio mantiene alcuni rapporti pressoché costanti fra le specie: circa il 68% del pescato è costituito da pesce, il 26% da molluschi e il 6% da crostacei.

    E singolare che dal 1950, senza alcuna periodicità annua, siano state effettuate a breve distanza dalla costa, su fondali sabbiosi o fangosi di qualche decina di metri di profondità, delle eccezionali pescate di tonni giovani del peso sempre inferiore ai 20 kg. e più spesso compreso fra 607 chilogrammi. Probabilmente la cattura è avvenuta dove si incontra la corrente della circolazione generale dell’Adriatico con direzione nordovest-sudest, con quella costiera. In precedenza il tonno non era stato segnalato nella zona, forse perchè le reti da pesca adoperate, o di superfìcie o a strascico, non erano adatte al rilievo, permesso invece dall’uso dei ciancioli che interessano la massa d’acqua dalla superficie al fondo. Data la frequenza dei tonni sulle coste dalmate, si è pensato che gli esemplari dell’Adriatico occidentale fossero in rapporto a spostamenti periodici, regolati dalle differenti condizioni di salsedine e di temperatura che si verificano tra una sponda e l’altra dello stesso mare. Certo l’attrezzatura della flottiglia peschereccia marchigiana è inadatta a tale genere di pesca, le reti infatti vengono calate solo quando le vedette, poste sulla coffa in cima all’albero di trinchetto, avvistano un branco. Se la pesca del tonno dovesse in futuro avere incremento, genererebbe una serie di problemi economici ed industriali non indifferenti.

    Il mercato del pesce è strettamente legato al retroterra di consumo e alla rapidità e facilità delle vie e dei mezzi di comunicazione. Oggi le radioriceventi e trasmittenti di cui sono dotati i grandi motopescherecci, favoriscono e snelliscono il mercato stesso perchè, collegate con i centri di radiocosta, permettono, prima del ritorno delle imbarcazioni, di conoscere l’andamento dei prezzi dei mercati lungo la costa, di predisporre i mezzi di trasporto, qualora ci sia la quantità sufficiente per avviare il pesce all’esportazione. Ancona e San Benedetto del Tronto rappresentano le basi sia per la produzione e l’esportazione, sia per la stabilità dei mercati di consumo che sono Roma, l’Umbria, la Toscana, Torino, Milano.

    Andamento della pesca lungo il litorale della provincia Macerata-Ascoli Piceno-Ancona-Pesaro e Urbino.

    L’attività di Ancona è sostenuta da una flottiglia peschereccia che si è ricostituita quasi completamente dopo l’ultima guerra; i motopescherecci del compartimento nel 1953 erano 369 con 4000 addetti; su una media annua di pescato di circa 24.000 quintali il 58% è assorbito dal con sumo locale, il 29% è avviato ai mercati della provincia, e il resto è esportato fuori provincia.

    Annualmente si tiene in Ancona la Fiera Internazionale della pesca che istituita nel 1933, ha lo scopo di aggiornare sui progressi compiuti nell’àmbito dell’attività e di proporre alla discussione i problemi più impellenti.

    Anche a San Benedetto del Tronto si ha un’industria specializzata della pesca esercitata da 120 unità motopescherecce; il mercato all’ingrosso, particolarmente organizzato, si esercita presso il molo nord del porto ed occupa una superficie di circa 10.000 mq.; la pesca media annua è di circa 58.000 quintali. Oltre ai mercati comuni agli altri grandi centri pescherecci, San Benedetto, da giugno a settembre, spedisce con autocarri una grande quantità di scampi decapitati al mercato di Venezia.

    Da tutto il litorale marchigiano, ma in modo particolare da San Benedetto, si sono avute in passato delle emigrazioni pescherecce verso il Mare Tirreno che hanno portato all’insediamento di trabaccolari in vari centri, massime però sul Golfo di La Spezia e a Viareggio. Le migrazioni temporanee invece che si dirigevano in passato verso la sponda orientale dell’Adriatico, sono attualmente trascurabili.