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Agricoltura e allevamento1

    « NeirUmbria è scarso ciò che, fuori delle oasi, può sostenere i bisogni di un
    moderno. Eppure poche regioni, come questa, sembrano esenti dall’imma-gine della povertà. Con l’Umbria comincia, in Italia, l’antico regno, che si stende qua e là, a chiazze più o meno larghe, dell’indigenza signorile. La bellezza dell’Umbria non ha note stridenti, nemmeno nelle zone di montagna depresse ». Questo il quadro dell’economia della nostra regione che il Piovene fa con l’occhio attento del viaggiatore moderno, che vuol rendersi conto di ciò che ha visto.

    La vita economica dell’Umbria è infatti basata su attività tradizionali, quasi consolidate, che non hanno subito profondi mutamenti nei tempi recenti, nemmeno con l’avvento della moderna industria e lo
    dei mezzi di locomozione. Gli stessi lineamenti del
    , severo e quieto, riposante nella sua sobrietà, non rivelano all’osservatore, se non in aree limitate e ben circoscritte, le impronte di quelle violente trasformazioni che l’uomo arreca alla natura con l’ausilio delle tecniche più avanzate.

    L’agricoltura è sempre l’attività preminente, quella che impiega circa la metà della
    . Pure sfruttando il 95% della superficie della regione non se ne ricavano, in complesso, grandi guadagni : appena un quarto abbondante (28,6%) del reddito privato, diviso più o meno a metà fra coltivazioni e
    ed integrato dai magri redditi forestali (un venticinquesimo) chè il bosco, pur

    estendendosi su più di un quarto della superficie produttiva, dà qui, in proporzione, la metà di quel che produce nella vicina Toscana.

    L’ « Umbria verde » è quindi una regione povera per quel che riguarda l’utilizzazione del
    : il valore della produzione vendibile è di appena 68.000 lire per ettaro, ciò che la pone al terzultimo posto fra le
    . Tuttavia l’agricoltura, essendo preponderante in senso quantitativo, per superficie e numero di addetti, influisce in modo prevalente sulle condizioni della vita economica della regione, dando alla stessa un carattere agricolo ben definito.

    Nel campo industriale l’Umbria è ben nota per le
    pesanti di Terni. Queste, con le industrie chimiche, che pure sorgono nel Ternano, le miniere di lignite e le industrie alimentari e dell’abbigliamento perugine, rappresentano però le sole industrie di
    della regione, quelle che impiegano circa un terzo della mano d’opera industriale. Per il resto, l’attività trasformatrice è rappresentata da un gran numero di piccole imprese, molto sovente a carattere artigianale, legate a lavorazioni tradizionali e artistiche che, tolta qualche singola eccezione, hanno importanza locale.

    Ugualmente carattere locale ha il commercio. La difficoltà delle comunicazioni con le regioni vicine e la posizione marginale dell’Umbria rispetto alle grandi vie di collegamento della Penisola, non hanno favorito lo sviluppo degli scambi. La scarsità dei prodotti da trattare non permette, d’altra parte, un’affermazione del commercio all’ingrosso in scala rilevante, mentre il gran numero di villaggi, paesi e cittadine spiega la diffusione del commercio al minuto e ambulante, che serve ai bisogni immediati degli abitanti.

    Maggiore spicco ha il turismo, per i numerosi e vari richiami che la regione esercita con i suoi tesori d’arte, le sue chiese ed anche con i suoi paesaggi; ma anch’esso risente in qualche maniera dell’accennata deficienza delle comunicazioni.

    Tutte queste attività concorrono alla formazione del reddito privato per poco meno di tre quarti (71,4%) e sono esercitate da circa un quarto degli abitanti attivi: due terzi nell’industria e un terzo negli scambi e nei servizi.

    L’Umbria, è dunque, per quanto riguarda l’economia, una regione eminentemente agricola, ma con un’agricoltura povera, a dispetto delle apparenze, per motivi di ordine storico e tradizionale, forse più che per quelli naturali. Essi non sono sempre chiaramente individuabili nelle loro cause ed effetti perchè sovrapposti nel tempo e in reciproca interdipendenza le une con gli altri.

    Le condizioni climatiche sono l’elemento determinante fondamentale dell’economia rurale della regione. La relativa aridità estiva è certo un fatto sfavorevole, ma ad essa si fuorvia con la scelta di colture poco esigenti in quella stagione, oppure con l’irrigazione, quando non si abbia addirittura il prevalere delle coltivazioni xerofìle, in conseguenza della natura arida del suolo. La temperatura, per altro, è senza dubbio un elemento favorevole allo sviluppo agricolo, con la sua notevole e prolungata mitezza, e pure fatto favorevole, specialmente per le colture arboree medi-terranee, è la mancanza di precipitazioni nevose, o, almeno, la loro breve durata. Lo stesso regime delle piogge, che si distribuiscono in autunno, inverno e primavera, non è da considerare negativo, dato che ormai, per lunga pratica, il ciclo delle coltivazioni, dei riposi e delle alternanze, delle rotazioni e delle fasi colturali, è adeguato al regime stesso. L’unico vero pericolo sono i rapidi sbalzi di temperatura in primavera e in autunno e le brinate, e talvolta elemento negativo è il vento, specie durante le fioriture primaverili, dove il rilievo non fornisce naturale riparo.

    Un tipico aspetto della campagna umbra.

    Tipi di
    .

    La morfologia condiziona variamente l’agricoltura, per la varietà delle forme del terreno e dell’altimetria. L’Umbria è una regione di rilievi, più montuosa che collinare, secondo il catasto agrario, che attribuisce alla montagna il 56% del territorio. Una recente valutazione rovescia il dato: la montagna si estenderebbe per 248.000 ha. e la collina per 598.000, in cifra tonda. Le misurazioni del Riccardi, condotte per zone altimetriche, dimostrano che il 73% del territorio è compreso nella fascia fino ai 600 ni. di altitudine, il 20% nella fascia fra i 600 e i 1000 m., il 7% nella fascia superiore ai 1000.

    Imbrigliamento di un torrente a Norcia.

    Vascone di raccolta per l’irrigazione a pioggia.

    Sta di fatto che l’Umbria è in gran parte montuosa; le aree pianeggianti di una certa ampiezza sono discontinue, racchiuse fra i rilievi e poste a diversa altitudine; le zone collinari di più dolce pendio sono spesso incise profondamente dai numerosi corsi d’acqua e sovrastate dalle incombenti montagne sulle quali, anche a non grande altezza, biancheggia sovente la nuda roccia calcarea.

    Per quanto riguarda lo strato più superficiale del terreno, quello che più diretta-mente interessa l’agricoltura, prevalgono i terreni autoctoni, formatisi dal disfacimento delle rocce in posto. Poco profondi, siccitosi e poveri di sostanze organiche in montagna, sono invece tenaci, profondi, freschi e dotati in genere di fertilità maggiore in collina. La composizione di questi terreni varia assai a seconda della natura delle formazioni geologiche dalle quali sono derivati e la loro produttività è pertanto variabile da zona a zona. I fondi vallivi sono invece formati da terreni alluvionali, di medio impasto, profondi, di elevata fertilità che li rende atti alle più svariate coltivazioni.

    L’abbondanza delle
    costituisce un elemento favorevole allo sviluppo delle colture. L’irregolarità del regime dei corsi d’acqua è compensata dalla relativa abbondanza di sorgenti e dall’estensione in diverse zone della falda freatica poco profonda. Ma particolarmente attiva in questo campo è stata l’opera dell’uomo che ha cercato di ovviare con la sua tenace fatica alle deficienze idriche, temute soprattutto nel periodo estivo.

    D’altra parte, l’opera dell’uomo è intervenuta anche in senso contrario, cioè per bonificare e regolare il deflusso delle acque là dove esse erano troppo abbondanti, come è il caso dei « marazzi », che ancora ai primi del secolo scorso occupavano 240 ha., particolarmente nel Folignate e che erano disseminati sul fondo delle conche. Le bonifiche idrauliche si sono concluse ormai da tempo, dopo un lavoro paziente di secoli (già nel Medio Evo i Benedettini vi avevano posto mano) ed ora i miglioramenti riguardano la sistemazione dei terreni e la regolazione delle acque. Notevoli passi in questo campo si sono fatti con le opere di irrigazione, le quali acquistano particolare significato se si tiene conto della montuosità della regione.

    La superficie irrigua è oggi di circa 40.000 ha., cioè il 7% dei terreni destinati alle colture erbacee e foraggere. Un quarto è ripartito fra tre comprensori, di Baschi, della conca ternana e del Trasimeno, ed interessa principalmente le colture ortive.

    I rimanenti tre quarti si trovano negli altri fondi vallivi e in collina. Il più dell’acqua è derivato dai fiumi, dai torrenti e dai pozzi che attingono alla falda freatica. All’in-circa un quinto da questi e tre quarti da quelli, in rapporto alla superficie irrigata. Le acque del Trasimeno, che, come si è visto in altro capitolo, vanno scarseggiando, servono appena 450 ha. del territorio rivierasco.

    Ma dove si rivela l’abilità e la tenacia degli agricoltori umbri, è in collina. Qui l’acqua è raccolta in piccoli serbatoi, generalmente rettangolari, bene adattati alle forme del terreno. Questi laghetti artificiali sono particolarmente numerosi sulle colline fra Perugia e il Trasimeno, dove se ne contano oltre 248 per più di 6 milioni di metri cubi d’acqua di invaso. Le loro acque servono ad irrigare circa 5000 ha., il che fa defl’Umbria, nell’uso di questo metodo di raccolta delle acque, la seconda regione in valore assoluto dopo la Toscana, e la prima in Italia relativamente al totale della superficie irrigua. Naturalmente prevale il sistema di irrigazione per scorrimento e infiltrazione, più tradizionale, ma grande diffusione ha oggi l’irrigazione a pioggia, che interessa oltre un quarto dell’area irrigua, tanto che la nostra regione risulta al terzo posto fra le regioni italiane che praticano questo moderno sistema.

    Numerosi e diversi sono i fattori umani che influiscono sull’agricoltura; anzitutto il numero degli abitanti e la loro distribuzione, il rapporto fra coloro che vivono sulla terra e coloro che svolgono altre attività, la composizione qualitativa della popolazione, ecc., elementi dei quali si è già detto in precedenza.

    Tra gli altri fattori umani, ricorderemo quello storico perchè sull’agricoltura, come su tutte le forme dell’attività economica, influisce l’opera che l’uomo è venuto esercitando nel passato e che sta alla base delle
    e delle condizioni sociali presenti. Nella nostra regione, che fu sempre una plaga agricola, le vicende passate esprimono i vantaggi di un’esperienza secolare e il risultato di una lunga opera di adattamento delle colture alle condizioni della natura e di perfezionamento nelle tecniche colturali, di sistemazioni del terreno, idrauliche, ecc.

    D’altro lato, nel ceto contadino poco propenso di regola ai cambiamenti e nel caso nostro con basso livello culturale fino a qualche decennio fa, presenta il danno della sopravvivenza di forme arretrate, sia nella tecnica agricola come nelle stesse consuetudini di vita della popolazione. Il fenomeno è in gran parte da ascrivere al recente passato, quando era acuito dalla più elevata proporzione di coloro che vivevano esclusivamente lavorando la terra, ma soprattutto dalla deficienza dei commerci e delle comunicazioni, tanto che ne risultò un’impostazione dell’economia agricola sul piano dell’autosufficienza locale.

    Campi sulle colline presso Gubbio.

    Della stessa natura fu l’influenza del fattore politico, per il quale alcuni indirizzi della produzione agricola furono favoriti ed anche consolidati. Già alla fine del ’700 l’agricoltura umbra era più progredita di quella dei vicini territori appartenenti allo Stato Pontificio e si avvantaggiava, rispetto a questi, dell’essere favorita nelle comunicazioni con Roma. Le produzioni per l’esportazione erano invece ostacolate dall’isolamento e, nella generale incuria, non erano stimolate.

    Con la costituzione dello Stato Italiano l’Umbria venne a trovarsi in posizione di concorrenza con le altre regioni e, perdurando la difficoltà delle comunicazioni, vide diminuire le possibilità di smercio della sua produzione agricola. Facevano eccezione i prodotti più pregiati, verso i quali si indirizzarono sia pur lentamente le nuove coltivazioni e gli allevamenti: olivo, vite, ortaggi, barbabietola, tabacco, bovini selezionati.

    Contemporaneamente, nelle aree meno favorite, l’azienda agricola tendeva all’autosufficienza, ed aumentò la superficie a cereali, la quale si estese ulteriormente nel periodo della politica autarchica, fra le due guerre mondiali, anche alle aree meno adatte, dove è ancora in parte rimasta.

    Notevole influenza sull’agricoltura hanno l’ampiezza della proprietà terriera, la forma di conduzione delle aziende e il modo di lavorare il terreno. La proprietà fondiaria nell’Umbria appartiene per la maggior parte a privati; estensioni di terreno sono tuttavia possedute da enti pubblici, collettivi o privati, per un totale che supera di poco il quinto della superfìcie. Le proprietà comunali e collettive comprendono in genere terreni ad utilizzazione estensiva, con notevole prevalenza di superfìci a pascolo, boscate o semisterili; quelle degli altri enti sono costituite in buona parte da terreni coltivabili. Per una buona metà sono grandissime proprietà, superiori ai 500 ha., anche se, come in montagna, hanno scarso reddito unitario.

    Rimboschimento di vaste zone con sistemazione del terreno a gradoni nel comune di Gubbio.

    Fondamentali sono le differenze tra le zone montana, collinare e di fondovalle. Nella prima prevalgono le superfìci boscate o pascolive, ripartite in grandi complessi fondiari non appoderati, appartenenti in gran parte, come si è detto, ad enti.

    Il terreno coltivato è scarso e notevolmente frazionato: in alcune aree dell’alta montagna meridionale si hanno anche veri casi patologici di polverizzazione e
    della proprietà fondiaria.

    In collina e nei fondi vallivi, la maggior parte della superfìcie produttiva è coltivabile e ripartita in proprietà di medie e grandi dimensioni, quasi sempre appoderate; le proprietà di media ampiezza (da 10 a 200 ha.) occupano in genere la metà della superfìcie agraria. Nelle zone a terreni poveri, lontani dalle vie di comunicazione, si ha invece ancora accentramento di proprietà; così nella zona collinare di San Venanzo le proprietà superiori ai 500 ha. occupano più della metà della superfìcie e nelle colline dell’Orvietano oltre i tre decimi.

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    Nelle aree intorno ai centri abitati si ha invece il fenomeno opposto: i terreni risultano divisi fra un grande numero di proprietari coltivatori. Questi possiedono nella regione 8 aziende su 10 ma appena il 15% della superficie. Per contro, i grandi proprietari hanno un’azienda ogni 50 e circa i due quinti della superficie.

    NeirUmbria domina quindi la media e la grande proprietà che è in massima parte imprenditrice e appoderata, cioè ripartita in unità colturali condotte a mezzadria; l’ampiezza dei poderi è in relazione alle colture e ai metodi con i quali queste vengono praticate. L’estensione del podere varia infatti dai 5 ai 20 ha. nelle plaghe più fertili e dai 10 ai 40 in quelle più povere e impervie. La riunione di più poderi sotto un’unica direzione tecnica ed amministrativa dà luogo alla tenuta, molto simile alla fattoria toscana.

    Tra le forme di conduzione, prevale la colonia, che interessa quasi i tre quinti della superficie agraria. Come nelle vicine Toscana e
    , la mezzadria classica è la forma usuale. La conduzione diretta, chiamata « a mano propria », è diffusa su oltre un terzo della superficie; l’affitto ha poca diffusione, come pure la conduzione in economia: i dipendenti e braccianti sono appena un decimo della popolazione agricola. I conduttori coltivatori e i loro coadiuvanti sono l’88% e le loro proprietà e poderi si estendono sul 91% della superficie.

    La capacità di lavoro delle famiglie coloniche è stata in passato proporzionata, di norma, all’ampiezza del podere; soltanto nei periodi dei maggiori lavori si rende necessario, talvolta, lo scambio d’opere tra mezzadri vicini ed anche l’impiego di mano d’opera salariata. Gli avventizi provengono normalmente dalle famiglie dei piccoli proprietari o affittuari, che vivono di solito nei centri, ai margini del sistema di appoderamento mezzadrile, sparso nella campagna.

    Colture sul fondovalle del Menotre.

    Se la coltivazione dei campi ha come conseguenza la sedentarietà della popolazione, la quale vive tutto l’anno sul fondo coltivato, lo sfruttamento della montagna porta ad una maggiore mobilità degli abitanti. Le poche aree coltivate non tengono occupato il coltivatore che per brevi periodi e dànno un reddito insufficiente. Il montanaro si dedica perciò ad altre attività che servono ad integrare il reddito familiare e che svolge distante dalle sedi, quale il taglio dei boschi e il pascolo degli ovini, compiuti di solito con spostamenti giornalieri, ma che dànno anche luogo a vere e proprie
    stagionali, come nel caso della transumanza invernale dei greggi, che vengono portati al piano; oppure del taglio estivo del legname effettuato da contadini-boscaioli che prestano la loro opera là dove questa è richiesta.

    Nell’alta Valnerina lo sfruttamento delle aree distanti dalle sedi è collegato anche alla diffusione delle « comunanze agrarie », vecchie servitudines pascendi atque lignandi, che risalgono all’età di mezzo, dei cui benefici usufruiscono tutti indistintamente gli abitanti del luogo, per ciò che si riferisce al loro fabbisogno familiare. L’eccedente viene venduto, se si tratta di bosco ceduo, oppure affittato, se a pascolo. Il principale esempio è dato da Castelluccio di Norcia, dove tutti i 600 abitanti che vi hanno la residenza, fruiscono del diritto di pascolo e legnatico della comunanza agraria, comprendente 7000 ha. di pascolo, che viene affittato annualmente ai pastori dei vari greggi che nell’estate vi convergono dalle zone limitrofe.

    Un’altra forma di « comunanze » per lo sfruttamento agricolo di terreni di estensione piuttosto vasta si ha nel comune di Castiglione del Lago. I terreni da coltivare sono dati alle singole famiglie di un paese in lotti che vanno da mezzo a 5 ha.; la proprietà dei terreni è del consorzio e ogni famiglia paga un canone annuo all’am-ministrazione della comunanza, la quale provvede direttamente alle migliorie da apportare ai fondi. Questi
    consorziali hanno avuto principio nel 1500, cioè in epoca abbastanza recente, per concessione del duca della Corgna, nipote di Giulio II e signore di Castiglione del Lago. Un tipo di associazione amministrativa, « La Società », fra coloni di una stessa amministrazione, si ritrova a Magione, Castel Rigone, Poggio, Lisciano. In base ad essa gli associati sono solidali in caso di incendi, morte di bestiame ed altri eventi accidentali e fortuiti, allo scopo di attenuare il danno da essi derivante.

    Un centro aziendale agricolo nel comune di Spello.

    In vicinanza dei centri industriali si hanno frequenti casi di occupazione mista, agricolo-industriale. A Terni, Narni e Nera Montoro, molti agricoltori, oltre che occuparsi della terra, impiegano parte della loro attività lavorando presso cantieri e stabilimenti, e la cosa è tanto più importante se si pensa che ci troviamo nella zona più industrializzata della regione, dove le industrie, pur improntando nettamente la vita degli abitanti, non li hanno staccati del tutto dalla terra.

    Gli ordinamenti colturali anticipano il quadro dei prodotti deiragricoltura e ci mostrano come l’agricoltore umbro abbia saputo adattarsi alle condizioni naturali, correggendole dove e come era possibile, ai propri fini. Opera tanto più ingrata in quanto neirUmbria la quantità di capitali da destinare ai miglioramenti fondiari dell’agricoltura in genere fu quanto mai scarsa per lungo periodo, mancando l’apporto sia dei privati che dei governi. Le condizioni attuali risentono, com’è naturale, del passato e, pur con gli indubbi recenti progressi tecnici e colturali, l’agricoltura umbra rimane ancora s vantaggiai a rispetto a quelle similari della Toscana e delle Marche.

    La montagna ha prevalente carattere silvo-pastorale, malgrado la decadenza della transumanza, sempre meno importante. Le strade vi favoriscono oggi l’introduzione dei concimi chimici e, lentamente, delle colture foraggere. In collina l’economia agricola è caratterizzata dalla coltura promiscua di piante erbacee e legnose, con viti e olivi alternati ai cereali, mentre meno diffusi sono i foraggi per l’aridità di molti versanti. Nei terreni aridi, dove gli olivi sono piuttosto fitti, si pratica la rotazione biennale, con erbaio intercalare.

    Nei buoni terreni collinari si ha la rotazione quadriennale con medicaio a parte, la quale nelle zone più progredite è diventata quinquennale, settennale ed anche ottennale. Il grano è la coltivazione erbacea predominante, con rinnovi di granoturco, patate, legumi, ecc. Se l’impiego dei trattori non è ancora del tutto diffuso per la scarsa capacità economica, vi è quasi sempre possibile l’impiego del bestiame da lavoro. L’aratro trainato da una o due coppie di buoi, a seconda della durezza e dell’inclinazione del terreno, è pratica ormai di vari secoli e si fa
    larghissimo di tutte le macchine agricole a traino animale, lasciando il lavoro esclusivamente umano per le colture arboree o ortive.

    I terreni freschi e pianeggianti dei fondi vallivi sono oggi privilegiati. La coltura promiscua di piante erbacee e legnose ha sempre la prevalenza, ma ai cereali si aggiungono maggior copia di foraggi e soprattutto le piante industriali: il tabacco, la barbabietola da zucchero, il pomodoro. La rotazione decennale è la forma più ricorrente, con un rapporto fra i prodotti che è, di regola, di un quinto a grano, un quinto a foraggio e un quinto a rinnovo, nel quale ultimo entrano le piante industriali. Le macchine agricole e i concimi sono dovunque diffusi e l’irrigazione si estende ogni giorno di più. In complesso le produzioni assolute e relative risultano in aumento e l’agricoltura umbra sembra evolversi, sia pur lentamente, verso forme moderne.

    Nell’Umbria il 72% dei terreni produttivi è destinato a superficie agraria, per un’estensione di 579.000 ettari. I seminativi ne occupano oltre la metà (54%), le colture foraggere permanenti un 16% e le colture legnose specializzate appena un cinquantesimo. Ma bisogna dire subito che su una buona metà della superficie a seminativi e prati si praticano le colture intercalari dell’olivo e della vite e che quindi il paesaggio rurale dell’Umbria è paesaggio di coltura promiscua.

    Parlando dei prodotti principali, perchè attraverso essi il quadro dell’agricoltura risulti più evidente e concreto, dovremo tuttavia sempre tener presente questa realtà perchè le produzioni di un podere si integrano a vicenda, il meno dell’una è compensato dal di più dell’altra e il tutto fa parte di quel quadro complesso e integrato nelle sue parti che è il bilancio dell’azienda agricola.

    Campi presso
    di Castello.

    Produzione del frumento, 1955.

    Delle colture seminative, che si estendono su 438.000 ha., una metà spetta ai cereali e fra questi quello che riveste maggiore importanza è il frumento, che si estende su più di tre quarti della superfìcie cerealicola, circa quattro decimi della seminativa. Questa proporzione, superiore di un 4% a quella nazionale, e seconda nell’Italia centrale dopo
    , è rilevante quando si pensi alla montuosità della regione e alla modesta feracità del suolo, se si escludono i fondi vallivi.

    In passato il frumento era coltivato ovunque crescesse, anche non rigogliosamente, di modo che la resa per ettaro era sensibilmente bassa. Nell’ultimo cinquantennio si sono abbandonati i terreni meno favorevoli, riducendo la superfìcie granaria di un ottavo mentre la produzione unitaria saliva dagli 8 q. per ettaro del primo decennio dei secolo ai 13 degli anni precedenti l’ultima guerra.

    Attualmente siamo intorno ai 15-16 q. per ettaro, e cioè il rendimento è raddoppiato in poco più di mezzo secolo, seguendo il progresso medio compiuto dalla Penisola, che in tante sue parti si trova in condizioni più vantaggiose per progredire in questa coltura. Nel 1958 la resa regionale ha raggiunto la media di 21 q., superando per la prima volta la media italiana. Comunque, nel considerare il rendimento del grano bisogna tener conto, come si è detto, dell’abbondante produzione del soprassuolo, fitto di olivi e di viti.

    L’Umbria produce grani teneri, dando la preferenza alle varietà locali Rieti e Gentil Rosso, alle quali si è cercato di affiancare razze elette quali Virgilio e Mentana, che però non hanno dato buoni risultati per le condizioni ecologiche. Una particolare promessa sembra essere la nuova varietà Vivenza, frutto di accurati studi selettivi, e tanto più interessante in quanto varietà locale e perciò adatta a vincere, meglio di altre, le condizioni locali di clima e di suolo.

    L’aumento della produzione si accompagna ai miglioramenti introdotti nelle tecniche agricole e nel più largo impiego di fertilizzanti e mezzi meccanici. Il consumo dei concimi fosfatici è rimasto pressoché invariato rispetto all’anteguerra, quello dei concimi azotati è più che raddoppiato e quello dei potassici è stato addirittura moltiplicato per sette.

    Colture sulle colline della valle del Tevere presso Perugia.

    Nel settore delle macchine si è praticamente fatto tutto dal nulla: le trattrici agricole erano nel 1939 una quarantina; l’Umbria superava per numero solamente la Liguria e la Venezia Tridentina. Oggi il parco macchine comprende, in cifra tonda, 4000 trattrici, 1300 trebbiatrici, oltre a qualche macchina per operazioni complesse. L’introduzione delle macchine e l’aumentato impiego dei concimi ha influito sul miglioramento dei sistemi colturali. I vecchi e primitivi aratri — le caratteristiche « perticare » umbre — hanno da tempo ceduto il posto ai più moderni e rispondenti strumenti.

    La semina « a spaglio » con il contadino che percorre il campo, distribuendo la semente man mano che procede, si può ancora osservare in montagna o in collina, dove la pendenza e la configurazione dell’appezzamento, oppure le rocce affioranti, non permettono l’impiego delle seminatrici. Oggi si semina quasi dovunque a righe, con conseguente larga pratica delle zappature e sarchiature accompagnate dalle opportune concimazioni.

    Granoturco dopo il raccolto nella conca eugubina.

    Il frumento è coltivato dove le
    sono più dolci o addirittura pianeggianti e dove i terreni sono più morbidi e fertili o, ancora meglio, nei fondi vallivi: nell’ampia vai Tiberina o, più a meridione, dove la valle del Tevere si allarga nuovamente tra Perugia e Todi; nella valle del Paglia; intorno al Trasimeno; nella Teverina; nell’estesa valle Umbra; sulle colline di minore altitudine. E invece meno coltivato sui rilievi più orientali e nella Valnerina, a mezzogiorno, dove il suolo proveniente dal disfacimento superficiale dei calcari è poco profondo e i rilievi sono più elevati, le
    più anguste. Ma nemmeno qui il grano perde il carattere di coltura preminente, un po’ per le necessità della famiglia coltivatrice, un po’ perchè non si saprebbe con quale coltura sostituirlo.

    La produzione totale del grano si aggira oggi, in media, su poco meno di 3 milioni di quintali, contro i 2,5 dell’anteguerra. Gli Umbri dispongono di 3 q. e mezzo a testa, il che permette un attivo commercio del prodotto.

    Gli altri cereali, che nella nostra regione sono da considerare secondari rispetto al frumento, sono coltivati su una superficie che, complessivamente, è un decimo di quella seminativa. Sono essenzialmente colture di rinnovo che entrano, con altre, nella normale rotazione ed i cui prodotti hanno un impiego locale, alquanto limitato.

    Fra essi prevale il granoturco, con una produzione annua intorno ai 3-400.000 q., destinata in genere all’alimentazione del bestiame. L’area coltivata è i tre quinti di quella dei cereali minori, ma appena un sesto di quella coltivata a grano. Trattandosi di coltura di rinnovo, si coltiva il granoturco maggengo, mentre il cinquantino, come coltura ripetuta, si trova solo su pochi ettari nel Ternano.

    Vedi Anche:  Test

    I moderni ibridi sono ancora pressoché sconosciuti e questo, unitamente al fatto che il granoturco viene coltivato dappertutto dove si coltiva il grano, e quindi anche nelle zone meno adatte, spiega come la resa per ettaro sia di appena 15 q. in media, la metà di quella italiana. È ben vero che il rendimento è raddoppiato rispetto all’anteguerra, ma siamo ancora ben lontani da una coltura redditizia, e si può aggiungere che essa viene praticata perchè entra nei tradizionali rinnovi e trova utilizzazione nell’allevamento che, essendo più remunerativo, compensa in qualche modo la bassa redditività di questa coltivazione.

    Minore importanza hanno gli altri cereali, l’orzo e l’avena, con una produzione annua fra i 70 e i 100.000 q. ciascuno e con rese (11 q. per ettaro) di poco inferiori a quelle nazionali. Le superfici coltivate sono di modesta estensione, circa 17.000 ha. in totale, metà ad avena e metà ad orzo, e sparse un po’ dovunque, con preferenza delle aree pianeggianti o di fondovalle per l’avena, mentre l’orzo sale maggiormente nella montagna.

    Su di un’area limitata di questa, e precisamente nella montagna spoletina, si coltiva quasi tutta la poca segale prodotta nella regione: circa 5000 q. ottenuti su povera terra che rende appena 9 q. per ettaro (contro i 15 della media nazionale) e dove il grano, pur ancora coltivato, rende poco o nulla: 3-4 q. per ognuno seminato.

    Rendimenti unitari non molto elevati e di solito inferiori a quelli medi italiani dànno anche i legumi, fra i quali primeggiano per quantità prodotta le fave e i fagioli, che assieme ai ceci e alle lenticchie (pregiate specialmente quelle di Castel-luccio di Norcia) sono largamente consumati nella regione. In condizioni non dissimili si trova la coltivazione della patata che ha qui una resa per ettaro fra le più basse d’Italia e, per contro, una diffusione più ampia, in proporzione, che nelle regioni vicine.

    Maggiore importanza hanno le colture industriali. Esse sono abbastanza diffuse, nelle aree irrigue e dove il suolo è più profondo e i pendii più dolci o, più ancora, sulle alluvioni pianeggianti dei fondovalle; qui sono fra le colture di maggior reddito e, comunque, quelle suscettibili di maggiori sviluppi, sia tenuto conto degli indirizzi attuali deH’agricoltura nazionale, come pure in considerazione del fatto che ad esse sono legate le industrie trasformatrici le quali, per la facilità di rifornimento e la presenza sul posto di una mano d’opera abbondante, potranno svilupparsi e portare all’economia regionale nuove occasioni di sviluppo.

    La barbabietola da zucchero, su una superficie circa uguale a quella anteguerra, ha visto aumentare la produzione di oltre un quarto, anche se gli attuali 300.000 q. sono lontani da quel mezzo milione circa con il quale nell’Umbria si diffondeva la coltivazione una quarantina d’anni or sono. Il prodotto è assorbito massimamente dallo zuccherificio di Foligno, ma parte della produzione è inviata anche agli stabilimenti delle regioni vicine. Le aree di principale produzione della barbabietola sono la pianura intorno a Foligno e tutta la valle del Tevere, particolarmente nella porzione a mezzogiorno di Perugia.

    La coltivazione del tabacco è la più importante fra le colture industriali, per il reddito che dà — relativamente elevato in una plaga di
    povera —, per la diffusione abbastanza estesa della coltivazione e forse, anche di più, per le possibilità future che questa pianta ha nella regione, dove alcune qualità di tabacco sembrano aver trovato le condizioni più favorevoli di sviluppo. Particolarmente il Virginia Brighi, finora il più diffuso, e il Sumatra, introdotto da poco, che viene coltivato sotto teli di garza, sospesi a 3 m. dal suolo da pali di cemento, per mantenere il calore e l’umidità tropicali necessari a questa pianta. Del resto, come già si è visto, il clima delle conche interne ha elevate temperature medie estive, con massimi diurni molto pronunciati; l’irrigazione, effettuata con metodi moderni, fornisce l’umidità necessaria e i teli di garza, stesi su diversi ettari di terreno, mantengono le piante come in una gigantesca serra.

    Produzione del tabacco, 1955.

    Il tabacco viene coltivato principalmente sui fondi vallivi, dove il suolo è migliore, pur con qualche tendenza a diffondersi sui bassi versanti, dove questi sono più dolci e irrigati. La produzione più rilevante si ha nell’alta vai Tiberina, che è l’area di più antica introduzione della coltura e da sola dà ancora oltre i due quinti dei tabacchi della regione, che vengono concentrati nel Magazzino Consortile Tabacchi Indigeni di Città di Castello. Cospicue coltivazioni si hanno ancora nella media valle del Tevere, a sud di Perugia e nella valle Umbra, il prodotto della quale fa capo al grande tabacchifìcio di Bastia. Qui, come nelle altre aree pianeggianti dell’Orvietano, delle conche del Trasimeno e di Gubbio, la diffusione del tabacco è più recente, anche se numerosi tentativi non sono mancati in passato.

    Campo di tabacco presso San Giustino (Val Tiberina)

    L’ostacolo principale, quello delle cure assidue che la pianta richiede nella crescita e particolarmente nella prima essiccazione, sembra superato anche dai piccoli coltivatori, come appare dalla diffusione di piccoli appezzamenti piantati a tabacco e dalla presenza dei numerosi essiccatoi sparsi nella campagna, che si inseriscono nel paesaggio umbro, elemento nuovo, segno di un rinnovamento agricolo in atto.

    La produzione complessiva del tabacco è più che quintuplicata nell’ultimo trentennio: i circa ioo.ooo q. annui pongono la regione al quarto posto nella graduatoria nazionale, dopo la Campania, la Puglia ed il
    ; al primo posto nell’Italia centrale, con una produzione quasi doppia, per quantità, di quella della Toscana e del Lazio, più che decupla di quella ottenuta nelle Marche. La resa è di 21 q. per ettaro contro i 15 della media nazionale, e non è da dimenticare che una coltura industriale di questo tipo favorisce l’introduzione di tecniche più raffinate e di metodi moderni di coltivazione.

    Scarsissima diffusione hanno le piante da fibra: solo la canapa si trova ancora in aree limitatissime nel Perugino e nell’Orvietano, dove viene lavorata tradizionalmente a domicilio per il consumo familiare.

    Le colture legnose sono, fra quelle tradizionali, forse ancora quelle di maggior reddito e comunque restano quelle che dànno alle fattezze del paesaggio un’impronta inconfondibile.

    Ricchezza secolare è l’olivo, che si trova un po’ in tutta la regione fino a 600 m. di altitudine, più frequente intorno al Trasimeno e nella fascia collinare che da questo giunge per Amelia e Spoleto fino ai rilievi che circondano la conca ternana; manca invece quasi del tutto nell’Umbria settentrionale e orientale, dove per la vicinanza ai massimi rilievi il freddo invernale si fa maggiormente sentire e più frequenti sono le brinate e i giorni di gelo. D’altra parte, bisogna sottolineare che l’Umbria rappresenta da un punto di vista agronomico una delle zone estreme dell’olivicoltura italiana, tenuto conto dell’altitudine e della distanza dal mare.

    La coltivazione è più un portato dell’opera dell’uomo che non un adattamento a favorevoli condizioni di ambiente, se si eccettua la già ricordata area del Trasimeno. Sui versanti ripidi e sassosi l’uomo ha lavorato duramente e a lungo, scavando fosse, colmate poi con terra, trasportata sovente a spalla dal fondovalle, e difesa con muretti a secco, i caratteristici ciglioni o lunate, nei quali alligna, con l’aiuto di minuziose e pazienti cure, la pianta. Questa è di regola in coltura promiscua: 63.000 ha. in cifra tonda, contro i 10.500 specializzati; tutti insieme dànno una produzione che le ultime statistiche indicano intorno ai 120.000 q.; ma la produzione delle olive, si sa, varia molto e non è facile fare dei confronti con altre regioni.

    La superficie coltivata non è aumentata gran che nell’ultimo mezzo secolo, segno forse che la pianta aveva già raggiunto la massima espansione possibile da lungo tempo: l’olio è un patrimonio al quale l’Umbro è assai affezionato. Per l’ottima qualità e per le sue caratteristiche di squisitezza, di sapore e di resistenza alle alterazioni il prodotto è molto ricercato; Spoleto, centro di moderna e ben attrezzata industria di lavorazione, ne esporta discrete quantità.

    Del resto, l’importanza che questa pianta ha per l’agricoltore umbro e le cure e la passione che vi mette nel coltivarla, sono testimoniati dalla ripresa che la produzione delle olive ha avuto dopo le distruzioni delle piante, che avvengono periodicamente per effetto delle avversità atmosferiche. Le gelate deirinverno 1928-29 e quelle del febbraio 1956 hanno completamente distrutto molte piante e danneggiate moltissime altre in modo tale da renderle improduttive per molti anni; entrambe le volte si sono sostituite le piante morte e trattate particolarmente sia quelle danneggiate che quelle indenni, in modo da ricostituire gli oliveti: in tempo relativamente breve la produzione è risalita a valori che si possono considerare normali per l’olivo, che è pianta lenta a dare frutti.

    Produzione delle olive, 1955.

    Molto diffusa è la vite, in massima parte a coltura promiscua, maritata ad alberi ad alto fusto quali l’acero, l’orniello, l’olmo e talvolta anche a piante da frutto o consociata in filari con l’olivo. Essa si estende su 163.000 ha. (oltre un quarto della superficie agraria) contro gli appena 1500 in coltura specializzata e, in tempi normali, darebbe circa un quinto del valore dei raccolti. Anche alla vite come aH’olivo gli Umbri dedicano cure e attenzioni, ma il risultato non è così brillante, vuoi per le condizioni ecologiche, vuoi forse soprattutto per la grande varietà di uve che maturano in periodi differenti e per i sistemi di vinificazione piuttosto arretrati: i tipi di vino sono variabilissimi, a bassa gradazione alcoolica e non sopportano lunghi trasporti.

    La gran massa della produzione (intorno al milione di ettolitri) è rappresentata da vini comuni da pasto, bianchi e rossi, e anche le modeste quantità di vini speciali, come il Trebbiano della valle Spoletina, il Sagrantino di Montefalco, i vini rossi del Piano del Tevere, ecc., per quanto apprezzabili, non hanno un’importanza sensibile dal lato economico e commerciale. Per la promiscuità nella quale vengono tenuti, per il minuto frazionamento delle quantità e per la diversità dei metodi seguiti nella vinificazione, non è stato possibile arrivare ancora alla costituzione di un tipo unico; mancando questo l’esportazione è assai limitata e la produzione è quasi totalmente consumata sul posto.

    Oliveti ai margini della conca spoletina.

    Non sono mancati i tentativi di rendere commerciali i vini, ad iniziativa di singole fattorie o di cantine sociali, ma l’unica eccezione è tuttora rappresentata dai vini d’Orvieto, d’antica e ben meritata fama, risultato di un insieme di condizioni singolari per la regione. Essi vengono prodotti in quell’area ristretta, compresa fra il torrente Paglia ed il Tevere ad oriente e il confine della regione ad occidente, nella quale i terreni del vulcano Volsinio sono mescolati a sabbie ed argille; i colli godono di buona esposizione ed il sole fa maturare appieno i grappoli d’uva. Questa è data da una scelta mescolanza di varietà che vengono lavorate con cura ed il vino viene quindi messo a invecchiare nelle fresche grotte scavate nel tufo.

    La vite ha risentito anche in Umbria, come altrove, dell’infezione fillosserica. Le contrarietà stagionali e principalmente le piogge al momento della fioritura, l’umidità persistente delle conche e gli autunni precoci contribuiscono a far oscillare la produzione per quantità ma soprattutto per qualità, sì che la coltura della vite appare in generale regresso, se raffrontata alla sua grande diffusione, mentre in diverse plaghe essa promette buoni raccolti e vede aumentare la produttività degli impianti, vecchi e nuovi, sì da far sperare per il futuro, specie se si giungerà, come auspicabile, alla tipicizzazione del vino.

    Oliveto nella valle Umbra presso Assisi.

    Produzione di uva, 1955.

    Scarsa consistenza hanno invece neirUmbria le piante da frutta, quasi sempre in coltura promiscua e che, come si è accennato, sovente fanno da sostegno alla vite.

    Il prodotto è consumato familiarmente o avviato sui mercati cittadini, come le mele e le pere (tre quarti della produzione totale della frutta) o le ciliege e susine, o le pesche (note quelle di Papigno) che hanno qualche rinomanza locale. Le aree più favorite a questo riguardo sono quelle poste attorno al lago Trasimeno e la conca ternana, dove alle buone condizioni ecologiche corrisponde la vicinanza dei centri urbani come luogo di consumo dei prodotti.

    Le condizioni climatiche non favorevoli possono avere il loro peso sulla scarsa diffusione delle piante da frutto, ma certamente vi hanno influito maggiormente le condizioni generali dell’agricoltura. Il podere mezzadrile non è stato, finora, l’ambiente più favorevole alle nuove colture arboree specializzate, se non su poche parcelle, e la grande diffusione della colonia nella regione, con criteri di conduzione tradizionali, è stata di qualche remora alla frutticoltura. D’altra parte il maggior ostacolo ad un sostanziale incremento alla produzione della frutta rimane la deficienza delle comunicazioni e la distanza dai grandi mercati di consumo, peraltro già forniti da plaghe più vicine e ben dotate di attrezzature di conservazione e di trasporto.

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    Il quadro fin qui delineato dell’agricoltura umbra è quello di un’attività svolta più per il sostentamento dell’agricoltore che non per una produzione destinata al mercato. Le eccezioni a questa antica impostazione dell’economia agraria sono state messe in evidenza perchè indicatrici di un miglioramento della situazione in atto. Dove però l’evoluzione è stata più pronunciata è nel settore zootecnico. Secondo recenti stime esso fornisce i due quinti della produzione lorda vendibile dell’agricoltura, mentre i tre quinti spetterebbero al complesso delle coltivazioni, con una tendenza a spostare il rapporto sempre più a favore dell’allevamento.

    Notevole è stato l’aumento del patrimonio bovino, che è raddoppiato nell’ultimo cinquantennio, contando attualmente circa 252.000 capi, uno ogni 2 ha. coltivati, all’incirca. Più numerosi nelle aree di fondovalle e pianura, i bovini sono scarsi nelle zone più elevate, dove il magro suolo calcareo dà meno foraggio, ma, in generale, essi si trovano in ogni azienda agricola, dove vengono ancora largamente impiegati per il lavoro nei campi e per il traino.

    Cura particolare è stata dedicata alla selezione di razze che potessero dare insieme carne e lavoro. La maremmana, la chianina e la marchigiana, che si commerciano nelle numerose e frequentate fiere, sono assai diffuse, ma la più numerosa è ancora la razza perugina — varietà della chianina — che risponde ottimamente alle esigenze locali, che richiedono un bovino precoce, di notevole mole, non molto esigente, con spiccata attitudine al lavoro e buona resa, per qualità e quantità, al macello. In virtù della sua mole (10-12 q. a sviluppo completo) il bue perugino riesce ad eseguire nei poderi umbri tutti i lavori, anche se profondi e in terreni tenaci. Questa razza è prevalente nel cuore della regione; nell’agro di Todi e in quello di Terni si trova più di frequente la maremmana mentre nelle aree montane settentrionali ed orientali prevalgono la marchigiana ed anche la romagnola.

    Vigneti nei pressi di Umbèrtide.

    Più frequenti che in passato sono naturalmente le razze da latte, bruno-alpina, olandese, svizzera e loro incroci, soprattutto nelle aree dove più intensa è la produzione dei foraggi e nei dintorni delle città. L’allevamento è quasi esclusivamente stallino, ad eccezione delle zone di montagna, dove tale allevamento è integrato ed alternato con
    liberi. Latte e carne trovano facile collocamento sui mercati locali e, in notevole quantità si esportano, specie verso il mercato di Roma, dove i vitelli umbri sono particolarmente richiesti.

    Le possibilità deirallevamento bovino sono largamente condizionate, oltre che dall’ampiezza e dall’organizzazione dell’azienda agricola, dalla disponibilità del foraggio. Per la prevalente montuosità del territorio e la generale diffusione delle rotazioni, l’area dalla quale si ottengono foraggi si estende su oltre i tre quinti di quella agraria totale. I prati-pascoli e i pascoli permanenti (16% della superficie agraria, 130.000 ha. in cifra tonda) dànno meno di un decimo del foraggio, e un altro quinto, circa, è prodotto negli erbai. Il grosso (circa sette decimi) si produce sul terreno a seminativi, dove circa i due quinti della superficie sono di regola coltivati a foraggio, nel normale avvicendamento. Tuttavia la produzione non è abbondante: 8 milioni di quintali, perchè le rese medie unitarie sono basse e soprattutto variano, come per le altre coltivazioni, di anno in anno, per l’andamento delle precipitazioni che di frequente compromette i raccolti.

    I pascoli permanenti interessano specialmente la zona di montagna, dove si trovano anche i prati naturali irrigui, particolarmente floridi perchè irrigati con acque a temperatura costante che sgorgano dai calcari; queste marcite hanno avuto i primi esempi negli impianti di Norcia, Cascia, Preci e della Vallinarca, che risalgono alla colonizzazione benedettina. I prati artificiali sono diffusi in tutte le aree coltivate, più favoriti nelle plaghe irrigue dei fondovalle e delle conche, dove la produzione è avvantaggiata da applicazioni razionali.

    Pascolo di ovini sulle montagne dell’Umbria centrale.

    I foraggi trasformati in fieno vengono conservati in cumuli all’aperto, nei pressi degli abitati o sulle aie. Il rustico dell’abitazione rurale umbra non comprende tradizionalmente il fienile coperto, che si trova con una certa frequenza solo nelle zone più intensamente allevatrici o nelle nuove costruzioni.

    Nella montagna l’area dei pascoli permanenti è quella tipica dell’allevamento ovino. Pur presenti un po’ in tutta la regione, le pecore rappresentano forse ancora la ricchezza principale del montanaro umbro, e di quello spoletino in specie. Benché ridotte alla metà rispetto all’anteguerra, il loro numero è ancora rilevante: 243.000 capi, circa 30 per ogni chilometro quadrato di superficie agraria e forestale, meno in proporzione delle vicine Toscana e Marche, ma ben più di queste in rapporto al numero degli abitanti.

    Le montagne dello Spoletino, di Norcia e di Cascia sono quelle che accolgono il maggior numero di pecore, e non solo della regione, ma anche quelle provenienti dal Lazio; la transumanza è infatti ancora praticata, nonostante la generale decadenza dell’allevamento, per la bontà e l’abbondanza del pascolo, tanto che Norcia è tuttora un importante centro di produzione di pregiato formaggio pecorino, che viene collocato in gran parte sul mercato romano.

    Meno diffuso è questo allevamento in collina, e scomparso quasi del tutto nelle zone più basse, dove per lo sviluppo assunto dalle coltivazioni restano al pascolo solo i brevi tratti dei versanti scoscesi e sassosi o le prode dei fossi e dei fiumi.

    La pecora si alleva più per latte e carne che per la lana; oltre alle ben note razze vissana, sopravissana e maremmana — la prima più diffusa in montagna, le seconde nelle zone più basse — si trova ancora, sia pure in limitato numero, la perugina di pianura, che viene allevata nelle colline meridionali della regione.

    Nelle zone montane e collinari, là dove i terreni sono meno impervi e dove la magra
    non ne risente danni, si allevano ancora le poche capre della regione, circa 5000 capi, sovente tenute alla corda a non grande distanza dalle abitazioni, per ricavarne il latte per uso familiare.

    Come in altre regioni, gli equini sono in costante diminuzione, per la diffusione dei moderni mezzi di trasporto e il relativo miglioramento della rete stradale. I cavalli, che erano diffusi nelle parti pianeggianti e venivano adoperati prevalentemente come bestie a tiro rapido, sono calati più rapidamente di numero che non i muli e gli asini; questi ultimi più numerosi (10.000 unità, pari al doppio dell’insieme dei muli e dei cavalli), diffusi nell’alta collina e in tutta la montagna, ove si usano ancora egregiamente per i trasporti someggiati.

    Ma ben più importante è l’allevamento dei suini. In questo campo l’Umbria vanta un vero primato. Al secondo posto per numero assoluto di capi nell’Italia centro-meridionale dopo le Marche; al quarto posto fra le regioni italiane, la piccola Umbria conta 305.000 suini, la metà circa dell’Emilia ma più di questa in proporzione alla superficie; in media quasi mezzo maiale per ciascun abitante, il più alto rapporto dell’Italia. L’allevamento si pratica in ogni parte della regione; stallino in pianura e sui bassi versanti, esso diviene semibrado nelle parti più elevate, dove il maiale si nutre, pascolando, dei frutti del sottobosco e dei pascoli naturali e particolarmente delle ghiande che si ottengono in grande abbondanza dagli estesi querceti.

    A fianco dei grandi allevamenti sta ovunque l’allevamento casalingo, praticato da salariati o piccoli agricoltori che vivono nei paesi e villaggi. Scomparso l’antico suino di razza umbra, prevale oggi quello di razza casentinese, nero di pelle e con rade setole, buon pascolatore e grufolatore, che dà carni saporite e di ottimo rendimento al macello, allevato soprattutto nell’alta e media valle del Tevere. Nella parte montuosa sudorientale della regione è diffuso il suino macchiaiolo maremmano, più tarchiato del precedente, con setole più folte e più rustico. Negli allevamenti stallini si trovano di regola incroci o razze di importazione che dànno rese più elevate. L’allevamento dei suini è tradizione secolare umbra, specie nelle montagne, dove l’allevamento semibrado costituisce una risorsa non indifferente per gli abitanti, che hanno acquistato particolare perizia nel trattare le carni del maiale: Norcia è conosciutissima per i norcini, che emigrano ad esercitare la loro arte.

    Grande diffusione ha in tutta l’Umbria l’allevamento avicolo, anche se praticato essenzialmente in forma familiare. Conigli, pollame e uova rappresentano un complemento del bilancio del contadino e, nei casi più progrediti, di qualche singola azienda agricola.

    Boschi cedui a Piedipaterno, nell’alta Valnerina.

    Nel quadro dell’economia regionale l’utilizzazione del bosco dovrebbe avere un posto di rilievo per la grande estensione dell’area forestale, che copre il 26% della superficie produttiva. Ma è per lo più bosco rado e stentato, resto di diboscamenti antichi, che non sono stati condotti completamente a termine solo perchè il magro suolo che ne veniva liberato non si prestava alle coltivazioni. Così per oltre nove decimi il bosco è ancora ceduo, ed il suo prodotto principale è la legna da ardere, che i montanari tagliano per il proprio consumo secondo usi civici molto diffusi.

    Il legname da lavoro è poca cosa, più che altro traversine ferroviarie e paleria da miniera, e maggiore importanza del legname hanno, tutto sommato, i prodotti del sottobosco: foraggio, che il bosco favorisce e che è utilizzato prevalentemente dal bestiame che vi viene immesso al pascolo, tartufi e ghiande. Queste si raccolgono in grande quantità e sono utilizzate localmente, come si è visto, per l’allevamento dei maiali. Per i tartufi l’Umbria è al primo posto fra le regioni italiane per quantità raccolta. E il tartufo nero, pregiato, di Norcia o di Spoleto (oltre un quinto della produzione totale italiana) esportato largamente fresco ed oggi anche inscatolato.

    Alla grande diffusione dei querceti si ricollega dunque l’attività di raccolta esercitata dai montanari e alla estensione delle aree boschive si deve anche in gran parte la diffusione della caccia, praticata da indigeni e forestieri, ormai più per diletto che per vera e propria speculazione. Il gran numero dei cacciatori (4 abitanti su 100 sono gli umbri legalmente autorizzati ad esercitarla), l’esiguità delle riserve e delle zone di ripopolamento, hanno ridotto di molto i proventi di questa attività, che in passato poteva anche essere redditizia, perchè alla selvaggina stanziale si aggiunge quella migratoria, numerosissima, che richiama gli appassionati cacciatori dilettanti anche da regioni lontane.

    Pioppeto presso le fonti del Clitunno.

    Più importante è stata ed è tuttora la pesca, specie quella nei laghi — e nel Trasimeno in particolare — dove dà luogo ad una vera e propria attività professionale. La pesca nei fiumi e nei corsi d’acqua minori è attività per lo più sportiva, come la pesca della trota nel Nera, nel Corno e nel Clitunno, ma le quantità pescate sono esigue in complesso, anche per la diminuita quantità di acqua che, nel sud della regione special-mente, viene captata, come è noto, per gli sfruttamenti idroelettrici.

    Il lago Trasimeno, col fondo piano e in leggera pendenza verso il centro, la sua bassa profondità e la zona rivierasca costituita da acquitrini melmosi, ricoperti da vegetazione palustre, ha quasi il carattere di un grande stagno.

    In esso vivono numerose specie di pesci, quali la carpa, la tinca, il luccio, l’anguilla, l’agone, l’albo, la lasca. Quest’ultima è specie propria del lago, oggi in via di estinzione da quando fu immesso nelle acque per il ripopolamento, or son trentanni, un certo quantitativo di pesce persico-sole, ghiotto divoratore delle uova di quella. Specie immessa è anche la carpa-regina, importata nel secolo XVIII dal lago di Bracciano.

    La pesca viene esercitata con mezzi e con metodi particolari, improntati ancora alle tradizioni di una industria familiare, tramandatasi di generazione in generazione, attraverso i secoli. Ad essa si dedicano circa 500 pescatori di professione, organizzati in nove cooperative, e il loro numero tende a ridursi per la diminuita pescosità del lago.

    Il pescatore è aiutato di regola dalla moglie nel lavoro a terra e da un figlio, che apprende così il mestiere paterno. Il pescato (circa 5000 q. di pesce all’anno) si vende parte sul luogo, parte si esporta anche distante, ma il grosso viene assorbito dal mercato della vicina Perugia.

    La diminuzione del livello del lago con conseguente avanzamento della fascia del canneto è fra le cause principali della riduzione della quantità dei pesci del Trasimeno, ed anche il guadagno del pescatore tende a ridursi.

    Il lago Trasimeno è ancora la più importante area di pesca dell’Umbria.

    Pure nel lago di Piediluco la pesca ha qualche importanza, specie per quegli abitanti del paese omonimo che vi si dedicano professionalmente, ricavandone 3-400 q. annui di pesce, che sono ben collocati sui mercati ternano e reatino o consumati sul posto.

    In conclusione, la pesca nei laghi umbri non è di grande rilievo economico, almeno in un quadro generale della regione. Ben più importante nel passato, anche non lontano, essa acquista importanza locale, ma forse più sociale che economica, dati i problemi che si pongono alle popolazioni rivierasche.