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Le solennità religiose

    Le solennità religiose

    Le feste religiose sono celebrate con pompa ed assumono un’importanza grandissima per le nostre popolazioni, perchè associano ai caratteri mistici qualcosa di profano. Esse, nei paesi di campagna, offrono alle ragazze l’occasione di vestirsi a festa e di farsi notare, ai giovani di intrecciare innocenti colloqui amorosi, agli uomini di dedicarsi a giochi vari con buone bevute di vino, alle donne di adornarsi dei loro ori e di fare lunghe chiacchierate fino a notte inoltrata. Scorpacciate di cocomeri, di frutta e abbondanti pranzi sono il degno coronamento delle feste in casa o tra amici all’osteria.

    Le feste si susseguono a ritmo pressoché continuo nei grandi centri e nelle città e durano vari giorni con sfarzose ed artistiche luminarie, con sfilate di carri, con esibizioni bandistiche, con lotterie e fuochi pirotecnici. Ciò si verifica anche nei comuni con parecchie parrocchie, mentre in quelli con centro unico le ricorrenze religiose sono solo tre-quattro all’anno e richiamano gran concorso di gente anche dai comuni vicini.

    Le feste assorbono una parte non trascurabile delle entrate dei cittadini, che certo sarebbe spesa meglio, se impiegata per opere di pubblica utilità; ma non si può negare che costituiscono una delle poche forme di svago concesse alle nostre popolazioni rurali, le quali trovano in occasione di esse motivi validi onde interrompere la monotonia della vita e dimenticare per qualche giorno le preoccupazioni da cui sono assillate. Si tratta di una forma di svago collettivo, e come tali assorbono una piccola parte di quanto in altre regioni d’Italia è destinato ai divertimenti individuali e riscuotono, pertanto, recriminazioni non del tutto giustificate.

    Le ricorrenze religiose hanno anche una grande importanza commerciale e geografica per l’animazione che creano nei centri interessati, per i fenomeni economici

    cui danno luogo, per gli spostamenti di persone che originano, per le fiere di bestiame, di piante e di svariati altri prodotti agricoli e non agricoli.

    Ogni centro ha le sue feste più o meno importanti, accompagnate da tradizionali processioni, che si inquadrano nel folclore locale e fanno rivivere particolari eventi storici. Il giorno dell’Assunzione a Positano si rievoca lo sbarco dei Saraceni, con cortei e assalti di armati dal mare; a Massa Lubrense è caratteristica la processione serale della Madonna della Lobra su barche illuminate fino al Vervece e la festa si conclude con spari di fuochi pirotecnici sul mare. La coltura degli agrumi con le caratteristiche impalcature, sormontate da cumuli sparsi di stuoie (pagliarelle), limita nel comune gli spari di fuochi pirotecnici alle feste sul mare o nei centri di collina alta, per evitare

     

     

    incendi, che pure sogliono di tanto in tanto scoppiare, quando il vento trasporta sui limoneti i resti cartacei non completamente combusti. Anche ad Ischia si svolge un’analoga processione su barche in occasione della festa di S. Anna. A Guardia Sanframondi, sulle falde del Matese, sempre in occasione della festa dell’Assunzione si svolge un’interessante processione penitenziale, unica nel suo genere, per la composizione del corteo, formato da giovani che rappresentano le virtù teologali e altre figure e immagini religiose. Interessanti sono anche quelle che avvengono in varie località della Penisola Sorrentina il Venerdì Santo.

    alla fine di agosto da numerosi fedeli, i quali vanno a venerarvi la miracolosa immagine di Maria Santissima del Sacro Monte, quello di Materdòmini, nell’alta valle del Sele, intorno a cui si è formato un agglomerato con un albergo, con la posta e con altri servizi, quello di Madonna dell’Arco sulla strada per Pomigliano d’Arco, dove il lunedì dopo Pasqua accorre gran numero di persone sin dalla metà del secolo XV e dove i penitenti si recavano in processione a piedi scalzi. Tale usanza perdura tuttora presso gli abitanti di alcuni centri della pianura, ma in forma molto attenuata, mentre il santuario diventa sempre più meta di gitanti che vi accorrono per scampagnate o per far pasquetta. Santuari d’importanza locale sono quelli di Maria Santissima dei Làttani sul Roccamonfina, di Santa Maria di Tramonti, di Santa Maria di Bagni (Scafati), della Madonna di Roseto (Solopaca), di Parete, di Caivano e di altri centri.

    Meta di pellegrinaggi numerosi è il Santuario di Montevergine, che da una altitudine di oltre 1200 m. domina la conca di Avellino. Esso viene raggiunto da Napoli e dagli altri centri della pianura con macchine aperte, ornate con serti e ghirlande di fiori, occupate ciascuna da 6-8 donne, adorne di uguali abiti variopinti, di vezzi, collane e anelli, che accompagnano i propri canti col suono di tamburelli. Un tempo si raggiungeva a piedi o a dorso d’asino da Ospedaletto, poi (1851) si è iniziata la costruzione di una strada di accesso, completata solo nel 1930. Più recentemente sul fianco della montagna è stata installata una funicolare, che agevola l’ascesa al Santuario, dove si venera una statua della Madonna di origine antichissima (VI secolo), portata secondo la tradizione da Costantinopoli.

    I pellegrinaggi hanno uno sfondo religioso, ma soprattutto il carattere di gita allegra, che si conclude con un pranzo irrorato da abbondante vino. Dalla pianura comitive di donne inghirlandate sogliono fare gite di piacere anche nella Penisola Sorrentina e altrove, dove passano un giorno di baldoria, di allegra compagnia, di grida, di canti, di lunghe chiacchierate e di abbondanti pasti. Il tempo passa rapidamente al suono di tamburelli e il calar della sera conclude la giornata eccezionale.

    Ogni centro riserva di solito la principale festa religiosa al Santo protettore (San Gennaro per Napoli, San Matteo per Salerno, San Catello per Castellammare di Stabia, Sant’Antonino per Sorrento, San Paolino per Nola), ma molto noti sono anche i festeggiamenti per divinità che hanno manifestato la loro azione salvatrice in occasione di gravi calamità. In tal modo la Madonna del Carmine a Benevento è fatta segno di particolare venerazione, perchè ritenuta liberatrice della città da una grave epidemia colerica; la festa notturna di San Liberatore a Massa Lubrense rievoca un analogo evento; San Gennaro a Napoli è considerato protettore della città e suo salvatore da innumeri mali. La festa di Quattro Altari a Torre del Greco, quella di San Paolino a Nola e quella di Piedigrotta a Napoli hanno anch’esse lontane origini e meritano un cenno a parte.

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    La festa di San Paolino ricorre nell’ultima decade di giugno ed è nota come la festa dei gigli, perchè vengono portati in processione otto « gigli », di 25-30 m. di altezza, che riproducono nei loro apparati scenici episodi della vita prodigiosa del

    Santo. I « gigli » sono costruzioni piramidali con ossatura lignea e vogliono rievocare l’omaggio dei gigli sostenuti da bastoni, fatto dai Nolani a Paolino di Bordeaux (354-431) al suo ritorno dall’Africa. Vengono portati a spalla da un notevole numero di uomini robusti (tre dozzine per il più grande). In tale occasione la città di Nola è invasa dalle popolazioni di centri vicini e lontani, per assistere all’importante manifestazione religiosa e folcloristica.

    Costruzioni simili, ma di paglia intrecciata e assai fragili, sebbene molto lavorate, si sogliono fare nel territorio di Mirabella Eclano e di Fontanarosa e sono portate in processione su carri tirati da buoi.

    La festa dei Quattro Altari di Torre del Greco si celebra una settimana dopo quella del Corpus Domini, ha carattere religioso e civile e dura tre giorni con gare di fuochi pirotecnici. Essa ricorda il riscatto della città dalla servitù baronale, avvenuto nel 1699 con i contributi dei cittadini e con la donazione di oggetti di oro da parte delle donne. La somma di danaro richiesta per il riscatto fu portata in Spagna da una delegazione di cittadini, che rientrò a Torre il giovedì dopo la festa del Corpus Domini e fu accolta con un giubilo generale. Da allora l’episodio si rievoca ogni anno con questa festa, che attira gran concorso di gente.

    Ma le feste in grande stile sono quelle di Napoli, alcune delle quali hanno origini antichissime e si ricollegano a culti pagani, pur se rinnovati dalla fede cristiana, altre si sono adattate ai tempi ed alle circostanze. Sono talmente sentite dal popolo che si è creata addirittura una speciale commissione per organizzare e disciplinare lo svolgimento delle principali di esse.

    Le feste si susseguono a ritmo continuo nei diversi quartieri della città e durano alcuni giorni con luminarie spettacolari ed artistiche, con fuochi pirotecnici che lasciano nell’aria una pioggia di luci e di colori, mentre tutta la città dei quartieri alti e bassi si gode lo spettacolo al fresco gradito delle notti estive.

    Le feste per Napoli cominciano, si può dire, il giorno dopo Pasqua con l’esodo del popolino più scalmanato e della gioventù spensierata dei quartieri bassi, per la quale l’inizio della stagione buona è salutato con una scampagnata, per lo più scomposta, nella Penisola Sorrentina o nelle isole, dove non si rispettano di frequente i limiti di proprietà. All’avvicinarsi della Pasqua l’inverno è passato e comincia la stagione delle gite, talvolta a sfondo religioso, a Madonna dell’Arco, a Pompei, e più tardi, a Montevergine.

    Il giovedì prima di Pasqua è il giorno dello struscio, in cui le donne indossano gli abiti nuovi di mezza stagione e fanno bella mostra di sè per la Via Roma.

    Lo struscio è un’usanza, introdotta a Napoli dalla Spagna nel 1704, cioè verso la fine della dominazione spagnola, ed ha riscosso un successo straordinario. Consisteva in origine nella sfilata per la nota Via Toledo dell’aristocrazia napoletana e del popolo in abiti da festa. Tale sfilata durava più giorni, in quanto veniva aperta il Giovedì Santo dal viceré e dalla corte e continuava nella mattinata del giorno dopo con lo struscio della classe nobile e dal mezzodì del venerdì al mezzodì del sabato col lento passeggio dei popolani. In tal modo il traffico sulla più importante strada di Napoli veniva interrotto per tre giorni e le varie classi del popolo napoletano vi si susseguivano in corteo.

    Successivamente, con l’attenuarsi delle distinzioni tra i ceti sociali e con l’intensificarsi del traffico, l’usanza dello struscio, pur durando, ha perduto la solennità di un tempo ed è stata limitata al solo giovedì. Lo struscio avviene in occasione della visita ai Sepolcri ed è consentito a tutti, in un allegro disordine. Il popolo prende possesso della strada più elegante di Napoli, di cui la città mena vanto, e la percorre ammirando le vetrine e facendosi notare. Almeno un giorno all’anno non si corre il rischio di essere travolti dall’intenso traffico automobilistico!

    Un’altra ricorrenza caratteristica avviene il sabato precedente la prima domenica di luglio ed è la festa del Monacone, cioè del taumaturgo San Vincenzo Ferreri, frate di Valenza, particolarmente venerato nel rione Sanità per i miracoli che gli sono attribuiti. Egli è considerato un monaco fuori dell’ordinario, un grande monaco, donde l’accrescitivo col quale è chiamato. La festa si celebra dal 1878 e crea grande animazione nel quartiere.

    al suo Santo perchè salvasse la città dalle minacce del vulcano. Il giorno del miracolo la gente gremisce il duomo e invoca il miracolo, e lo vuole ottenere, e non risparmia improperi al suo Santo, se l’attesa diventa troppo lunga. I Napoletani riconoscono in Lui un loro lontano parente ed esigono di essere ascoltati ed esauditi, lo chiedono a gran voce, senza tanti riguardi, e non si raccolgono in preghiera che a miracolo ottenuto.

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    La scienza non è riuscita a spiegare il mistero della periodica liquefazione del sangue di San Gennaro, tanto più sconcertante in quanto avviene in date fisse e non ammette fallanze. Esso rimane, pertanto, una delle manifestazioni del mondo soprannaturale, di cui i Napoletani vanno orgogliosi.

    La festa più popolare di Napoli è quella di Piedigrotta, che si celebra ai primi di settembre e dura vari giorni. Le sue origini si perdono nel tempo e forse essa si ri-

    collega alla presenza di un tempio pagano presso il porto di Mergellina e ad antichi riti di sacerdotesse, cui forse accenna anche Petronio. Il tempio attuale è il risultato di parecchie trasformazioni, ma la sua costruzione risale al 1353 e avvenne al posto di una chiesa più antica di almeno un paio di secoli.

    La chiesa è dedicata alla Madonna, alla quale pare che fossero dapprima i marinai di Mergellina a dedicare il loro culto. La festa è antichissima ed è stata descritta da molti autori italiani dal Trecento ai nostri giorni (Petrarca, Boccaccio, Serao), i quali hanno ammirato il gran concorso di gente.

    Il santuario doveva essere molto famoso nel secolo XVI, se Don Giovanni d’Austria, prima di partire per l’impresa contro i Turchi, che si concluse con la vittoria cristiana di Lepanto, volle venire a rendere omaggio alla Madonna di Piedi-grotta con una superba parata militare. Da allora cominciò la consuetudine di celebrare gli eventi fausti con parate a Piedigrotta, di cui alcune magnifiche e riprodotte in quadri conservati nel Museo di San Martino.

    Fuochi d’artifizio sul mare di Mergellina in occasione della festa di Piedigrotta, col meraviglioso scenario di luci della collina di Posillipo.

     

     

    È dal tempo di Carlo III che le parate militari cominciarono a celebrarsi più di frequente. Tra le più note sono quelle di Carlo III dopo la battaglia di Velletri (1734), di Ferdinando I (1818), di Garibaldi (1860) e di Cialdini (1861).

    La festa si celebra ora con un enorme concorso di gente, con luminarie artistiche e fuochi pirotecnici, con sfilate di carri folcloristici e con cortei fino ai quartieri estremi della città (Ferrovia-Poggioreale; Vòmero-Arenella) e si svolge talvolta con grande disordine. Il popolo si sbizzarrisce, perdendo spesso il controllo di se stesso, e la festa è accompagnata da risse e da fatti di sangue. Essa tuttavia è una manifestazione che mette in mostra molti aspetti della mentalità e delle abitudini del popolino napoletano.

    Alla festa di Piedigrotta si associa una sagra delle canzoni molto nota, perchè ad essa hanno partecipato illustri poeti e musicisti, creando melodie celebri, delle quali alcune del secolo scorso, come, ad esempio, Te voglio bene assaje (1835) con musica di Donizetti, A luna nova (1885) di Salvatore Di Giacomo, Africanella (1894) al tempo dell’impresa d’Africa.

    Ombre e luci del folclore napoletano.

    alzata di spalle, un cenno col capo, uno sguardo penetrante o di sbieco, un aggrottamento delle sopracciglia fanno parte della mimica del nostro popolo; ma quante idee esprimono e a quali diverse conseguenze portano!

     

     

    il don. A coloro che sono privi di titoli di studio ed hanno una certa posizione nelle varie classi sociali si dà comunemente il don o la donna in segno di riguardo.

     

    Anche i soprannomi sono diffusissimi e seguono il nome, sostituendosi al cognome, per cui molte persone sono conosciute nei quartieri urbani o nelle campagne solo attraverso di essi. Sono di solito dispregiativi e in relazione con difetti fisici, ma sono comunque accettati o tollerati. Dalle cronache dei giornali potrebbe sembrare che siano gli elementi della malavita a distinguersi con tali soprannomi, ma ciò non corrisponde alla realtà, se si pensa che nelle classi della scuola media noi alunni portavamo dei nomignoli, che reciprocamente ci eravamo attribuiti, e ci indicavamo con quelli.

    I venditori ambulanti posseggono un ricco repertorio di espressioni per richiamare l’attenzione sul loro mestiere o sulla loro merce, che essi presentano con un linguaggio arguto e faceto e con grida intonate o ritmate oppure con versi a rima baciata. L’indebolimento della vocale finale determina l’allungamento della precedente, ma il grido acquista sfumature canore che è difficile riprodurre. Colui che ripara oggetti di terracotta (piatti, pignatte) passa di strada in strada o di casa in casa col trapano a tracolla e grida con voce flebile e canora « o conciatiàaaane », soffermandosi a lungo sulla a e modulandola opportunamente. Basta vedere la figura di questo artigiano vagante o di qualsiasi altro riparatore di ombrelli e di pentole o di altri oggetti domestici e ascoltarne una volta il grido per riconoscere in essi personaggi di altri tempi e per conservarne il ricordo a lungo.

    sempre opposti con successo alla costruzione di fontane di acqua potabile nel centro urbano, perchè lesive dei loro interessi; nè meno tipiche sono le numerose friggitorie, con le padelle sulla soglia della porta o sulla strada e le pizzerie dove si può gustare la nota focaccia napoletana.

     

    Le vie di Napoli sono piene di gente — questa è la prima comune impressione — che grida, che chiacchiera, che vende, che litiga, con parecchie donne grasse, con numerosi ragazzi seminudi, i famosi scugnizzi. Molti sono coloro che offrono merce, talvolta di poco valore, ed è difficile convincersi che possano ricavare da quel povero commercio quanto basti per le loro modeste esigenze. Ogni merce viene qualificata dai venditori sulla base delle sue qualità intrinseche o estrinseche, attraverso metafore efficaci e attraverso grida che sono dei canti. Quanta grazia in questa espressione « So’ d’o ciardine e fràvule… fràvule fresche, fràvule, fra… », con la quale il venditore presenta le sue fragole, che dice provenienti da giardino; quanta efficacia in questa altra « So’ senza passeggiere ! E faie doie morze ll’una » di un venditore di ciliege, il quale fa notare che sono senza vermi e così grosse che occorre dividerne ognuna in due bocconi ; quanta verità in quest’altra « Aiutamme sta varca ! Pigliateve e stecchine ! » di un venditore di stecchini, il quale, conscio della povertà della sua merce, invita i passanti ad acquistarla per consentirgli di guadagnare qualcosa e di aiutarlo a vivere.

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    Ai venditori ambulanti della città si associano quelli che affluiscono dalle pianure vicine, che portano a Napoli verdura e formaggi, uova e polli. Tra questi si distinguono i cosiddetti corrieri della Penisola Sorrentina, figure anch’esse tipiche, che con un paio di ceste vengono in città a giorni alterni o quotidianamente e portano a clienti fissi della borghesia e dell’aristocrazia i prodotti freschi e rinomati della Penisola. Sin dal Medio Evo è praticato questo commercio, alimentato via mare da Vico Equense, da Sorrento e soprattutto da Massa Lubrense, tanto che la figura del massese, come venditore di formaggi e di altri prodotti era nota a tutti fino a qualche anno addietro.

    Altre figure tipicamente napoletane sono la pettenèra, lo scacciadiàvoli, il pazza-riello, mentre quella di Pulcinella (Pulecenella), originaria di Acerra, è relegata quasi soltanto alle rappresentazioni teatrali, dopo di aver fatto il suo tempo sulle piazze di Napoli. La pettinatrice (a pettenera), armata di pettine, di olio, di aceto e di altre lozioni si reca a pettinare le matrone popolane a casa loro, anzi sul marciapiede antistante l’uscio di casa, sebbene l’uso della permanente abbia portato all’abolizione di molte trecce.

    Lo scacciadiavoli è un personaggio assai strano, con pantaloni stretti che arrivano a metà gamba o poco più giù, con lungo giaccone nero, con cappello piccolo a falde rialzate o con bombetta, con occhiali comunemente senza vetri e molto bassi sul naso. Porta una piccola latta forata che contiene tizzoni accesi, su cui fa bruciare dell’incenso, e passa di negozio in negozio, incensando per proteggere dall’invidia del prossimo e dalle donne malefiche. Profferisce frasi appropriate, come, ad esempio, sciué sciué ciuccevéttole — via via esseri maligni — e domanda pertanto l’obolo di ricompensa.

    Lo scacciadiavoli esce anche fuori della città un paio di volte all’anno e si reca nei paesi a compiere il suo rito. E un modo di vivere alle spalle del prossimo!

    Il pazzariello è invece un personaggio più importante, che nel passato costituiva un efficace mezzo di propaganda e che ora fa la sua comparsa nelle strade per guadagnarsi la vita. Ha una divisa sgargiante, con pantaloni a strisce rosse e dorate, con camiciotto giallo e con cravatta svolazzante, saltella con larghi gesti, gira rapidamente su se stesso, grida, declama ed è accompagnato da due-tre suonatori di tamburo, piatti e ocarina, che fanno un fracasso indiavolato.

    All’apertura di un negozio, di una bottega da vino, o all’inizio della stagione delle vendite entra in ballo il pazzariello, su richiesta e dietro adeguata ricompensa

    del commerciante. Egli annuncia ad alta voce alla popolazione la buona novella, dà ragguagli sul sito del negozio, sulla merce che è possibile acquistarvi, sulle condizioni di pagamento, sulla grazia o sul garbo nel servire del personale addetto alla vendita o sulle qualità fisiche e morali del proprietario. Non di rado è irritante per il fracasso degli strumenti, e talvolta è triviale, ma originale per i fini che si prefigge e caratteristico per il suo costume.

    pupattola, a vecchia o Carnevale, sulla pancia di un uomo vestito con abito nero, cioè con gonna e camicia nere, e fornito di maschera a naso adunco. Si forma in tal modo un tipo mascherato esilarante, che va girovagando e saltando, con la pupattola sdentata sul davanti, che ballonzola e ne segue i movimenti. Due musicanti con zufolo e grancassa l’accompagnano facendo gran frastuono, mentre un terzo personaggio va questuando di bottega in bottega o di casa in casa.

    Il popolo di Napoli e della Campania tutta ha un particolare amore per i fuochi di artifìcio, per i falò, per le lotterie, le riffe e la cabala. I falò si sogliono accendere in città il 17 di gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate e di inizio del Carnevale, con casse e ceste e con altri oggetti di legno, e nelle campagne specialmente la vigilia dell’Assunzione con gli sterpi e i rovi, dei quali i contadini liberano i campi in estate.

    Le lotterie e le riffe non sono prive di successo durante le feste paesane o nelle strade popolane di Napoli, il gioco del lotto non trova in altra parte d’Italia tanto seguito e botteghini tanto numerosi e frequentati. Ogni avvenimento o sogno può fornire l’occasione di giocare un terno al lotto e trova nella smorfia — il noto libro per l’interpretazione dei sogni — i numeri adatti, ma il gioco del lotto sottrae una parte cospicua delle modeste entrate di molte famiglie e incide talvolta in misura notevole sui soddisfacimento dei più urgenti bisogni dei loro componenti. E difficile non vedere una qualche influenza della dominazione spagnola in quest’amore per il gioco del lotto e per le lotterie in genere, che tanto successo riscuotono, tuttora nella Spagna.