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Il dominio svevo e la venuta degli Angioini. Il regno di Napoli

    Il dominio svevo e la venuta degli Angioini. Il regno di Napoli.

    Nel 1189, con la morte dell’ultimo re normanno, Guglielmo II, si ebbe sul capo di Enrico VI la riunione delle corone di Germania e del regno di Sicilia. Cominciò allora un periodo di gravi torbidi nell’Italia meridionale, e a Napoli in particolare, per l’odio esploso contro gli Svevi, perchè vi si erano insediati con prepotenza e vi facevano gravare un regime di oppressione fiscale. Napoli, d’altra parte, aveva perduto i privilegi e la libertà ed era in preda all’anarchia.

    I rapporti tra l’Impero e la Chiesa divennero molto tesi, ma l’improvvisa fine di Enrico VI (1197) portò alla riconciliazione tra Costanza e Innocenzo III, il quale, dopo la prematura morte dell’imperatrice, ne prese sotto tutela il figlio e, con l’aiuto del re di Francia, riuscì a porre la candidatura all’impero del giovane protetto, Federico II, che doveva iniziare con successo la lotta contro il nuovo imperatore tedesco nel 1212.

    Federico ritornò in Italia dopo alcuni anni per piegare le città della Pianura Padana e per mettere ordine nel regno di Sicilia, dove erano frequenti le usurpazioni e diventavano sempre più intollerabili gli arbitri e più esosi i tributi, col conseguente impoverimento di floride regioni. L’imperatore ebbe vita difficile per le rivolte dei comuni, per le scomuniche papali, per la ribellione aperta dei signori e per il malcontento delle popolazioni meridionali, avvilite dai soprusi dei nobili, da sempre nuove imposte ordinarie e straordinarie e da frequenti deportazioni. La morte lo colse nel 1250, mentre era ancora impegnato nella sterile lotta con i comuni e nell’instaurazione della monarchia assoluta. Egli, pur avendo compiuto grandi gesta e rivalutato gli studi, non seppe adeguarsi ai tempi, preparò in tal modo la rovina dell’impero e favorì l’impoverimento delle nostre popolazioni.

    Napoli, in particolare, fu intollerante del dominio svevo, perchè i sovrani, col dispregio palese delle tradizioni, si alienarono le simpatie dei suoi abitanti, i quali insorsero nel 1207 e distrussero Cuma.

    Inoltre alla morte di Federico, Napoli, per influenza dei Francescani e dei Domenicani, tra i quali spiccava allora la potente personalità di San Tommaso, riconobbe la sovranità della Chiesa, che con Innocenzo IV mirava alla conquista del Mezzogiorno, e ricevette un ordinamento comunale. Resistè a lungo, ma alla fine dovette arrendersi (1253) e subire la punizione del nuovo imperatore, Corrado IV, che distrusse parte delle mura e trasferì lo Studio a Salerno. Alla morte del nuovo sovrano (1254) ritornò alla Chiesa e riebbe l’Università, ospitò a lungo il pontefice

    Innocenzo IV, fu sede del conclave che elesse Alessandro IV e si resse a comune. Napoli comunale, però, visse per gli aiuti ricevuti dall’esterno; non avendo conosciuto il travaglio degli altri comuni d’Italia, aprì e chiuse le sue porte secondo il volere del Papa, non per passione di popolo o per prestigio di nobili.

    Infatti per volere di Alessandro IV la città offrì le sue chiavi a Manfredi (1256), ma, quando il Papa cambiò atteggiamento verso il sovrano, perchè aveva dato in sposa sua figlia Costanza (1262) al figlio di Giacomo I d’Aragona, il futuro Pietro III, creando un’ipoteca aragonese sull’Italia meridionale, Napoli fu con lui. Carlo d’Angiò, chiamato dal Papa, fu perciò favorito nell’impresa e vinse, nella battaglia di Benevento, Manfredi, che cercò la morte sul campo (1266).

    definitivamente per l’Italia meridionale il periodo svevo e ne aprivano un altro caratterizzato dalla lotta franco-ispanica per il predominio su di essa.

     

    Carlo trionfò e si prese feroce vendetta dei vinti, facendo salire a molti signori il patibolo e privando altri dei beni, nei quali subentrarono numerosi baroni francesi. Agli eventi bellici e alle rappresaglie si aggiunsero l’inasprimento fiscale, il disprezzo dei diritti e delle tradizioni dei sudditi e la noncuranza delle leggi ad aggravare le condizioni politiche del nostro Mezzogiorno sotto il regno del primo angioino. In Sicilia il malcontento fu più generale, perchè la mano vendicatrice del sovrano fu più pesante; maturavano i presupposti per una rivolta, che non tardò molti anni a scoppiare a Palermo (Vespri siciliani, 1282), determinando l’intervento in Sicilia di Pietro III d’Aragona, che per parte della moglie aveva acquisito diritti su tutta l’Italia meridionale.

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    Napoli, che aveva ospitato a lungo Federico II, era stata sede preferita di Innocenzo IV e aveva goduto una certa autonomia, diventò con gli Angioini la capitale del regno, accingendosi ad assumere la funzione di città principale del Mezzogiorno e richiamando nobili e cortigiani. Il commercio e l’artigianato vi ebbero notevole sviluppo per la presenza della corte e di una classe ricca ed esigente, come Napoli non aveva mai avuto nel passato.

    A Carlo I successe Carlo II (1285) e a questi Roberto d’Angiò (1309), che fu molto stimato per equità e saggezza, ma alla sua morte salì sul trono la figlia Giovanna I (1345), sposa di Andrea d’Ungheria, con la quale la casa angioina si avviò alla decadenza. Il regno degli Angioini fu caratterizzato per circa un secolo da una duratura pace, perchè i sovrani restarono sul trono lunghi periodi e poterono provvedere alla riorganizzazione del Regno, che rimase legato alla Chiesa e ne risentì l’influenza.

    La struttura politico-sociale angioina si fondava sul sistema feudale, che assurse a necessità di governo per il re, il quale si avvaleva dei vari signori, in gran numero francesi, che aveva investito dei feudi sottratti ai precedenti possessori, resisi infedeli o diventati sospetti d’infedeltà.

    Gli Angioini interrompono in tal modo la politica degli Svevi, che mirava a soffocare le autonomie locali, e consentono la formazione dei comuni urbani e rurali, governati da conti, i quali talvolta diventano molto potenti ed estendono il loro dominio su vaste regioni. I sovrani concedono agli artigiani la facoltà di organizzarsi

     

     

    per sottrarsi allo sfruttamento degli imprenditori, ai contadini il diritto di pascolo e di far legna nelle terre del demanio e dei signori. La pace, d’altronde, favorisce svariate attività economiche e rende sicuri i commerci.

    Il governo crea e incrementa l’ordine della cavalleria, accresce il numero dei nobili, tra i quali si sente presto il bisogno di ulteriori distinzioni, e non ostacola la formazione di nuovi ordini religiosi. A questi, anzi, riconosce molti privilegi, sicché i conventi si moltiplicano nella capitale e in ogni parte del regno e la proprietà ecclesiastica si amplia per donazioni ed acquisti.

    I sovrani con vari provvedimenti riescono a disciplinare nei periodi di stabilità politica i rapporti tra sudditi e signori e tra signori e governo; ma, con i primi turbamenti, l’organizzazione baronale, già garanzia di sicurezza, diventa fonte perenne di soprusi e causa prima dei disordini e dell’instabilità politica che colpiscono il Mezzogiorno.

    Questo risentirà presto e subirà per vari secoli i tristi effetti dell’organizzazione politica, sociale e religiosa dovuta agli Angioini. Si chiuderà in se stesso, sottratto ormai all’influenza della civiltà araba e bizantina e lasciato fuori dalle grandi correnti dei traffici internazionali, che dal Mediterraneo centro-orientale cominciavano a spostarsi verso il Mar del Nord e i porti catalani; nè risentirà gli effetti del rinnovamento dell’Italia settentrionale e dell’Europa centro-occidentale.

    La decadenza della classe borghese si aggraverà a mano a mano che aumenterà l’influenza degli stranieri, che controllano il nostro commercio, e presto si accentueranno gli aspetti negativi di quella particolare struttura sociale, che avvilirà nei secoli successivi le popolazioni del Sud. Instaurandosi un clima di diffidenza tra sudditi e signori e diventando impuniti tutti gli arbitri di questi ultimi, non restano ai deboli che la ribellione aperta e il brigantaggio o l’obbedienza fittizia con la sfiducia nell’autorità dello Stato, nella giustizia, nella saggezza e nella moralità dei governanti, dai quali si può ottenere tutto con la corruzione e attraverso più o meno disonesti intermediari.

    Con Giovanna I ricominciarono i torbidi, in quanto l’uccisione del marito, Andrea d’Ungheria, determinò l’intervento del fratello nel Napoletano. La guerra di successione ebbe alterne vicende, ma fu accompagnata da gravi pestilenze, lotte interne, rinnovati arbitri di feudatari e rapine di mercenari. Giovanna, rifugiatasi in Avignone da dove potè rientrare nel 1348, distribuì onori ai suoi sostenitori e si prese vendetta dei signori infedeli; ma il suo governo fu turbato dalle imprese del ramo durazzesco degli Angioini, dei quali Carlo III, approfittando dello scontento popolare, imprigionò la regina e la fece assassinare (1382).

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    Col successore, Ladislao (1386-1414), i torbidi furono anche più gravi, le carestie e le epidemie ancora più frequenti, gli atti di brigantaggio diventarono comuni anche nelle città ed entro le mura della capitale, le punizioni dei baroni ribelli più numerose e severe. Ladislao vinse ed accrebbe il numero dei baroni con la cessione di parte del demanio regio; ma la morte lo colpì presto per la sua vita dissoluta. La sorella Giovanna II (1414-35) non migliorò le condizioni generali del regno, nè la moralità della corte e dei nobili, anzi inasprì imposte e tasse e, adottando Alfonso d’Aragona (1420) e nominando nel contempo Renato di Lorena erede del regno, riservò a Napoli ulteriori lutti e la continuazione delle, lotte per la successione.

    La guerra, dopo vari scontri, iniziata nel 1435, tra gli eserciti dei due pretendenti, si concluse nel 1442 con la vittoria di Alfonso, il quale era sostenuto dall’Aragona. Egli divenne padrone di Napoli dopo esservi penetrato attraverso il cunicolo dell’acquedotto con il suo esercito.

    L’Aragona aveva esteso il suo dominio, oltre che nella Penisola Iberica, alle Baleari e alle maggiori isole del Tirreno e, con la conquista di Napoli, riuniva politicamente l’Italia meridionale, già scissa in due parti dalla guerra del Vespro.

    Napoli riservava al nuovo sovrano un trionfo senza precedenti, raffigurato poi dal Laurana e da altri illustri scultori nella facciata di Castel Nuovo ; la lotta contro di lui era stata aspra, e durevole sarà l’odio verso i Catalani, ai quali furono attri-

     

     

     

    buiti i posti di maggiore responsabilità. Il regno di Alfonso (1442-58) coincise per Napoli e per la Campania con un periodo di pace e di notevole risveglio culturale ed economico, sebbene un violentissimo terremoto scuotesse il Sannio e vi facesse migliaia di vittime (1456). Ottenuto dai baroni, insieme con l’ubbidienza, il diritto del figlio naturale alla successione e avuta dal Papa l’investitura del regno in cambio di Benevento, di Terracina e di altre città dell’Abruzzo, egli potè procedere alla riorganizzazione interna dello Stato. Regolò gli spostamenti dei greggi tra l’Abruzzo e la Puglia, migliorò l’allevamento ovino con l’introduzione di razze pregiate dalla Spagna, sistemò la rete dei tratturi, vietò la macerazione del lino e della canapa alle porte di Napoli e realizzò alcune importanti opere di bonifica. Favorì lo sviluppo della classe media, degli artigiani, dei commercianti, dei professionisti e dei piccoli proprietari, che non poteva essere gradita ai nobili, alieni dalle attività produttive e gelosi delle loro fortune e dei privilegi, frequentemente ottenuti con l’astuzia e raramente meritati.

    A Napoli, in modo particolare, divennero fiorenti le colonie dei mercanti genovesi, fiorentini, catalani e si moltiplicarono gli Ebrei, ai quali si aggiunse uno stuolo di Greci fuggiti da Costantinopoli per l’occupazione dei Turchi.

    L’opera di Alfonso fu continuata dal figlio Ferdinando I (1458-94), noto anche col nome di Ferrante, che si accattivò presto le simpatie del popolo e molto fece per la capitale; ma i baroni mal si adattarono alla nuova autorità che trattava abilmente con gli altri principi e mirava costantemente all’indebolimento delle posizioni dei signori locali. Questi non furono in grado di adeguarsi ai tempi nuovi della Rinascenza e di abbandonare la vita oziosa e sfarzosa, permessa loro dai privilegi di cui godevano, per dedicarsi a qualche proficua attività, per sostenere gli interessi dello Stato ed operare a suo beneficio.

    La nobiltà meridionale agì comunemente per i suoi immediati interessi, mossa da rancori, da passioni, da cupidigia, da leggerezza, dalla costante preoccupazione di accrescere le proprie fortune e dal disdegno verso le attività produttive, e fu causa di molti turbamenti politici, di grandi rovine materiali e morali, della mancanza di uno sviluppo economico adeguato ai tempi e alle condizioni del regno.

    Ferdinando si trovò subito di fronte un rivale, il duca Giovanni di Francia, che, chiamato da potenti signori, invase Abruzzo, Puglia e Calabria e buona parte della Campania, ma il re seppe resistere, attese gli aiuti dall’estero ed i tradimenti dei baroni. E vinse dopo vari anni di lotte, costringendo il duca ad abbandonare l’ultima sua roccaforte d’Ischia. La vendetta sui baroni ribelli fu terribile e l’azione contro i privilegi baronali continuò anche negli anni successivi. La nobiltà reagì con una grande congiura (1485), della quale però il re ebbe ragione: molti baroni furono trucidati, altri lasciati morire nelle prigioni, altri privati dei beni, che passarono al demanio regio. La fascia costiera del Golfo di Napoli fruì d’una notevole valorizzazione agricola (gelso, agrumi, allevamento bovino) e commerciale e si arricchì di palazzi e di case padronali destinati ad essere sedi di villeggiatura estiva.

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    Il re, però, violando spesso gli statuti dei comuni e aggravando la pressione fiscale, sollevò il malcontento nelle varie classi. Alla sua morte (1494) scoppiarono i tumulti: la plebaglia napoletana assaltò e distrusse vari palazzi appartenenti a nobili e a mercanti, prese di mira più segnatamente gli Ebrei e fece molte vittime, mentre il successore (Alfonso II) e i nobili erano impotenti contro l’onda rivoluzionaria. Il nuovo re, quindi, abdicò presto in favore di Ferdinando II (detto Ferran-dino), il quale si rifugiò ad Ischia, mentre a Napoli il popolo esultante accoglieva un nuovo invasore, Carlo VIII (1495).

    Questo popolo decide di frequente dei destini del regno: esso è sempre pronto a celebrare ogni sovrano che sia preceduto dalla fama di irresistibile ed altrettanto facile a voltargli le spalle e a ribellarsi, quando non vede soddisfatte le sue aspettative!

    fortunato, in quanto nulla potè contro la decisione di Luigi XII e di Ferdinando il Cattolico (1500) di dividersi il suo Stato.

    L’esercito francese avanzò rapidamente su Capua e su Napoli (1501), mentre quello spagnolo agli ordini di Consalvo di Cordova — il Gran Capitano — conquistava Calabria e Puglia. Il re trovò rifugio in Francia, ove fu trattato con onore. La spartizione del regno non era stata ben definita, per cui scoppiarono presto tra i due eserciti gli attriti che si mutarono in guerra aperta; ma Consalvo agì con destrezza e rapidità e ottenne vari successi e poi la definitiva vittoria con la conquista di Napoli e di Gaeta (1504). La popolazione napoletana, festante anche questa volta, accolse il condottiero.

    Cessava allora l’indipendenza del regno e cominciava il periodo viceregnale, che durerà oltre due secoli e sarà infausto per le nostre province, pur contribuendo a formare una nuova coscienza civile nelle popolazioni.

    La capitale non diede bella prova di sè. Lo spirito di indipendenza, il senso di superiorità spirituale e materiale e gli ideali che avevano animato la Napoli dell’antichità e dell’alto Medio Evo e suscitato ammirazione e rispetto anche nei suoi

    più fieri avversari, mancano a Napoli capitale. La mutevolezza dei sentimenti dei signori, preoccupati come sempre solo di conservare le fortune e i privilegi acquisiti, l’instabilità politica, le promesse non mantenute dai sovrani e la convinzione generale che fosse interesse e compito esclusivo di questi la difesa del regno hanno contribuito a togliere l’antica forza a Napoli e a procurare alla città e allo Stato non pochi mali. La partecipazione dei cittadini agli avvenimenti fausti ed infausti, che colpivano di volta in volta la monarchia, era spesso forzata, raramente sentita.

    La brutta impressione che Cino da Pistoia ebbe di Napoli nel ‘300 e significò in questi suoi versi:

    « O gente senz’alcuna cortesia

    la cui invidia punge

    l’altrui onor, e d’ogni ben s’oblia ».

    trova riscontro nelle impressioni di altri autori dei secoli successivi. Questi, infatti, riconoscono nella popolazione napoletana qualità comuni alle tre classi, in quanto tutti sono desiderosi di novità, amanti più dell’apparenza che della sostanza, poco timorosi della giustizia e sempre scontenti del presente. La capitale offriva un quadro per nulla edificante e viveva una vita turbolenta per le liti continue del popolo e i duelli dei nobili, per lo sfarzo della classe dominante e la miseria dei quartieri più bassi, per le feste rumorose e i funerali mesti, per le esecuzioni capitali e le frequenti calamità.