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Allevamento, agricoltura, pesca e caccia

    L’agricoltura e l’allevamento nei loro aspetti geografici

    La formazione della proprietà fondiaria e le vicende del paesaggio agrario

    Il quadro che anche oggi la Sardegna offre nelle sue strutture economiche e particolarmente in quelle agricolo-pastorali conserva tali tracce di ordinamenti e consuetudini antiche che non ne è possibile la comprensione senza rifarsi alle condizioni passate. Queste, del resto, sono durate molto a lungo per la difficoltà di intervenire dairesterno su di un’organizzazione secolare, dettata dalle particolari condizioni ambientali e da vicende storico-sociali, onde modificarla secondo schemi tracciati per paesi differenti per natura, genti e cultura. Nelle epoche passate, l’economia sarda è sempre stata, come in parte è ancora, prevalentemente pastorale e ad essa si è accompagnato come naturale conseguenza il godimento collettivo delle terre che si adattò, senza però scomparire, all’ordinamento fondiario latifondistico romano. Esso però acquistò nuova importanza in epoca giudicale, tanto è vero che è ben documentato dalla Carta de Logu e dai Condaghi, e venne rispettato dalle dominazioni pisana e genovese, le quali, sebbene cercassero di favorire la formazione della proprietà privata, compresero la necessità di conservare gli originari istituti giuridici, bene adatti alle condizioni dell’epoca e ne avrebbero forse favorito la trasformazione graduale, anche per lo svilupparsi di attività industriali e commerciali, se la loro opera non fosse stata interrotta dalla conquista aragonese e dalla conseguente instaurazione di quel rigido sistema feudale che soffocò a lungo ogni energia e si conservò immutato fino al principio del secolo scorso.

    Occorre riferirsi dunque all’ordinamento fondiario medievale per riconoscere la parte che esso ha avuto nella formazione dei paesaggi agrari attuali e i suoi riflessi sull’economia rurale.

    Dai documenti medievali si ricava anzitutto che esisteva indubbiamente la proprietà privata sia in appezzamenti di grande estensione, derivanti dal sistema latifondistico romano, chiamati saltus e cortes appartenenti a grandi famiglie, a chiese e monasteri, sia come piccole proprietà situate generalmente intorno agli abitati. Ma accanto alla proprietà privata vi erano grandi estensioni di proprietà collettive, costituite da terre boscose — saltus populares o cussorgie — usate soprattutto per pascolo del bestiame rude o brado ed anche da campi coltivati, posti intorno ai villaggi e chiamati prima terras de fune (lotti) o terras populares e più tardi habitatione dessa villa e poi semplicemente habitacione, alteratosi infine in vidazzone.

    Il godimento collettivo delle terre, esercitato a vari titoli, predominava nettamente e costituiva l’aspetto più caratteristico dell’ordinamento fondiario sardo, basato su comunità rurali, costituite dal villaggio e dalle terre circostanti di sua pertinenza. Tali comunità avevano organizzazione autonoma imposta dalle condizioni naturali e soprattutto dall’isolamento che rendeva necessaria l’autosufficienza.

    L’origine di questo sistema comunitario è controversa: alcuni e prima di tutti il Gemelli, l’hanno considerato come introdotto dall’esterno e precisamente da popolazioni germaniche presso cui il godimento collettivo delle terre era norma antica, descritta già da Tacito. Ma ciò non è ammissibile, essendo stata la Sardegna soggetta a genti germaniche, i Vandali, per troppo breve tempo e non avendosi prove che essi praticassero un’agricoltura comunitaria. Questa dunque, deve essere sorta nell’isola spontaneamente, nel primo Medio Evo, ma per motivi che sono difficili da chiarire data la mancanza di documenti che non consentono di risalire più in là della fine dell’XI secolo. Il Le Lannou ritiene che le severe pratiche comunitarie siano state determinate dalla necessità di difendere le colture dalle greggi migranti in cerca di pascoli e quindi dalla lotta aspra e incessante tra agricoltori e pastori. Ma si deve osservare che se questo contrasto secolare ha senza dubbio contribuito a determinare l’accorpamento dei campi coltivati in un insieme compatto, più facile da proteggere, non vale però a spiegare l’insorgenza e lo sviluppo delle pratiche comunitarie, le quali d’altra partesi riscontrano in molti altri paesi europei ed extra-europei, anche là dove non esistono contrasti tra pastori e agricoltori. E da notare poi che sullo stesso accorpamento dei coltivi hanno agito altri fattori e cioè da un lato la distribuzione naturale dei terreni adatti alle colture, nettamente distinti per i loro caratteri da quelli votati alla pastorizia, e dall’altro la distanza dal villaggio, la mancanza di sicurezza e la difficoltà dei trasporti. Comunque sia, l’ordinamento fondiario sardo ancora nella seconda metà del XVIII secolo era così descritto dal Gemelli : « Le terre coltivate dividonsi in tanche o serrati e in vidazzoni. Le tanche, così appellate dal sardo tancare, cioè chiudere, sono terreni serrati di siepe, o di muro; laonde anche serrati diconsi semplicemente. Questi serrati, andando esenti dal comun pascolo, si coltivano a grado del padrone… e sono gli unici terreni a’ quali rigorosamente competa il nome di particolari (cioè in proprietà di persone particolari). Ma i serrati costituiscono la minor parte delle coltivate terre, anzi delle seminali parlando, una menimissima, se a confronto vengono colle vidazzoni. Intendo per vidazzoni i gran corpi delle terre seminali del regno in ciascun territorio, i quali sebbene composti di terreni comuni e di particolari, pure per universale invariabil costume coltivansi nel modo seguente. Divisi ab antico con una linea ideale in due o più regioni, a misura dell’ampiezza rispettiva dei territori, una d’esse ogni anno destinasi alla seminagione, restando l’altra all’uso del pascolare. Le terre della region deputata al seminamento vengono ripartite ogni anno tra coloro che si offeriscono a coltivarle, e ciò o per sortizione, o per preventiva occupazione o d’altra guisa giusta il costume del luogo, se le terre sono comuni, o per libera elezione fattane dal proprietario, se sono particolari. Nel seguente anno coltivasi l’altra regione, e così successivamente, se in più regioni è il terreno ripartito, dovendo però sempre rimanere aperte al comun pascolo le terre che riposano, eziandio se partengano a’ proprietari particolari ».

    Mezzo secolo dopo, cioè nel 1826, il La Marmora precisava: « Si chiama vidazzone una parte di terreno coltivata a cereali per un anno. A questo scopo si divide il territorio di un villaggio in due o tre parti e tutti gli anni una di queste è destinata alla coltura, mentre le altre restano scrupolosamente al pascolo comune. Questa sistemazione fa sì che i particolari che possiedono terre comprese nel raggio dei vidazzoni devono, per conformarsi all’obbligo generale imposto a tutto il distretto, sottometterle alla ripartizione fissata. Questi vidazzoni si compongono in parte di terreni accordati ai particolari che si presentano per seminarli e che dopo il raccolto non hanno alcun interesse acchè i campi che hanno coltivato siano in buono stato, dato che non hanno più su di essi alcun diritto e che è raro che lo stesso pezzo di terra possa loro toccare ancora in sorte all’epoca della nuova ripartizione periodica per la coltivazione del distretto; questa ripartizione avviene generalmente per sorteggio.

    Il nome di vidazzoni si dà particolarmente a quella parte del terreno che è seminata e in piena vegetazione; l’altra, o piuttosto le altre, che sono a riposo, si chiamano paberili ».

    Da queste citazioni risulta chiaramente che il centro dell’economia rurale sarda era tradizionalmente la villa, la quale era circondata dai terreni coltivati e cioè tanche con vigne, orti e olivi e vidazzoni in senso lato, in quanto formati dall’insieme dei seminativi. Questi ultimi erano divisi in due o più parti di cui una con rotazione forzata e destinata alle semine per un anno ed è il vidazzone propriamente detto e l’altra o le altre erano lasciate a riposo e a pascolo e formavano il controvi-dazzone o paberile (da pauperile: terra dei poveri) ove pascolava il bestiame domato e soprattutto i buoi da lavoro. Accanto al vidazzone si stendevano i beni del demanio feudale, delle comunità, delle chiese e dei privati dove viveva una rada popolazione di pastori che attendeva al bestiame brado nei salti montuosi e boscosi o stepposi, posto tutto intorno a costituire un’ampia fascia di pascoli permanenti più o meno distanti ed estesi. E importante constatare che in questo complesso gravitante intorno ad ogni villaggio costituente il suo territorio, la distribuzione delle colture e, in genere, l’utilizzazione delle risorse ambientali avveniva per zone irregolarmente concentriche in rapporto col progressivo aumentare delle distanze, che rendeva via via più difficile la sorveglianza e i trasporti. Questa zonazione del territorio in fasce

    economicamente differenziate e quindi ad aspetto assai diverso — campi aperti, campi cintati, macchie e boschi — si è impressa profondamente nelle campagne, che ancor oggi ne conservano tracce spesso cospicue risultanti chiare sia sulle carte topografiche che sulle fotografie aeree. Si tenga presente che oltre ai vidazzoni, alle proprietà della Corona e della Chiesa e all’esigua proprietà privata, tutti gli altri terreni col dominio aragonese-spagnolo costituirono patrimonio feudale, su cui però le popolazioni continuarono ad esercitare diritti di godimento ad esse necessari derivanti da antiche consuetudini e del tutto analoghi ai nostri usi civici, chiamati ademprivi.

    Col tempo, naturalmente, la proprietà collettiva andò riducendosi sia perchè la ripartizione del vidazzone avvenne ad intervalli via via più lunghi finché dal Seicento in poi si diffuse l’uso delle concessioni a vita, sia perchè con la diminuzione della popolazione e il conseguente regresso delle colture nelle terre feudali, i feudatari furono costretti ad accordare concessioni di vario genere (cussorgie se per pascolo, orzaline se per colture, ecc.) che costituirono il germe di proprietà private. Queste tuttavia rimasero di entità relativamente limitata, sicché si può dire che per tutta la dominazione spagnola e per il primo secolo di quella sabauda, cioè fino al 1820, non esiste in Sardegna una diffusa proprietà privata. Ma già nel Settecento si era costituita una corrente nettamente contraria all’uso comune delle terre, di cui si fece autorevole portavoce il Gemelli il quale vide in questo fatto il motivo principale dell’arretratezza dell’agricoltura sarda: «Imperciocché — egli dice — nell’ottima coltura di terreni così accomunati o quasi accomunati, nè possono, nè vogliono a dovere interessarsi nè i proprietari, nè i coltivatori » in quanto « come i contadini nelle vidazzoni si interessano per una cosa, che non considerano come propria, e del cui miglioramento non possono però godere? ». E in una relazione del 1818 la Delegazione reale di Sardegna precisava: «Il vassallo, non coltivando il suo terreno che per due o tre anni, si preoccupa solo del raccolto in corso: ecco la ragione per cui non vi sono nè alberi, nè prati naturali, nè praterie artificiali, nè concimazioni, nè irrigazioni, insomma nessuna buona pratica colturale. Il contadino si contenta di seminare e di raccogliere; fatto questo, non appartenendogli più il suolo, è senza lavoro per tutto il resto dell’anno, con l’unica risorsa del grano raccolto, già quasi interamente ipotecato dalle spese della coltivazione e da ogni sorta di gravami ». Considerazioni giustissime e che, per incidenza, spiegano uno dei più notevoli caratteri del paesaggio agrario sardo e cioè la mancanza o straordinaria scarsezza degli alberi che in molte parti si nota tuttora.

    Come rimedio a questo stato di cose e in ultima analisi per cercare di conciliare l’agricoltura e l’allevamento, rimasti estranei l’uno all’altro e contrastanti, si venne prospettando sempre più la necessità di sostituire le proprietà collettive con la proprietà privata. A tale scopo fu proposta dalla Società reale di Agricoltura e di Economia di Cagliari, al principio dell’Ottocento, una riforma fondiaria cui fu dato inizio con la legge delle chiudende emanata con editto del 6 ottobre 1820 da Vittorio Emanuele I. Essa autorizzava i proprietari e i Comuni a chiudere i terreni in loro possesso, sempre che non vi fossero servitù di pascolo, abbeverata o passaggio e dava facoltà ai Comuni di ripartire in lotti i propri terreni e venderli, affittarli o cederli gratuitamente ai capi famiglia. Malgrado il carattere facoltativo della legge e la difficoltà di applicarla per l’ostacolo costituito dalle plurisecolari consuetudini della popolazione e la confusione e indeterminatezza dei diritti, essa ebbe indubbiamente degli effetti importanti che causarono modificazioni profonde nel paesaggio di gran parte della Sardegna, con l’insorgenza su vaste estensioni di fitti recinti murari delle tanche pastorali. Ma in complesso la legge non sortì gli effetti economici e sociali desiderati per gli abusi che si verificarono su vasta scala in quanto di essa approfittarono soprattutto coloro che, per il loro potere e avendo i mezzi necessari per erigere siepi e muri, inclusero nelle chiudende anche terreni di altri e zone di spettanza comunale. Sicché, se furono chiusi vasti appezzamenti nei circondari di Sassari, Tempio, Ozieri, Nuoro, nella Planàrgia, nel Màrghine e in altri ancora, poco vantaggio ebbe l’agricoltura in quanto la forma di utilizzazione prevalente restò il pascolo — reso però più difficile e costoso — e d’altra parte non si ridussero gran che il vidazzone e il pascolo comune, essendo rimasti pressoché intatti i demani comunali e feudali. D’altra parte non si teneva conto del fatto che, come ben dice il Pampaioni « la mancanza di proprietà privata era l’effetto della mancanza dei traffici, di commerci, di industrie le quali portassero un soffio vivificatore nell’economia sarda e consentissero di accumulare i capitali necessari a trasformare la terra primitiva in bene fondiario. Non si teneva conto insomma che mancava la spinta alla trasformazione della proprietà, come frutto di esigenze economiche e non già come opera artificiosa del legislatore ».

    Comunque sia la responsabilità del mancato effetto della legge fu attribuita soprattutto ai feudatari e questo determinò tra il 1835 e il 1838 l’adozione delle leggi eversive della feudalità, alcune delle quali ebbero lo scopo di dare una sistemazione definitiva a quei terreni che col riscatto dei feudi vennero a far parte dei beni ademprivili. La Carta Reale del 26 febbraio 1839 distinse tra i beni ex feudali, quelli privati già soggetti a diritto di cussorgia e orzalina, quelli demaniali (boschi, selve, stagni, ecc.) e quelli costituenti le dotazioni comunali, delimitate secondo i bisogni di ciascuna comunità. La Carta Reale disponeva inoltre che i terreni consegnati ai Comuni e specialmente i vidazzoni fossero ripartiti in quote non superiori a 2500 mq., da aggiudicare per sorteggio ai nullatenenti e ai piccoli proprietari. Ebbe origine così, accanto alle grandi proprietà private, una proprietà particellare che aumentò in seguito per ulteriori quotizzazioni e che si sminuzzò attraverso le divisioni ereditarie di ogni singolo, anche piccolo, appezzamento, fino a diventare, con la eccessiva frammentazione e dispersione della proprietà uno dei maggiori mali dell’agricoltura sarda che ancor oggi è presente e agente.

    Successivamente, subito dopo l’Unità d’Italia, fu affrontato il problema dei terreni demaniali in uso collettivo, cioè dei beni ademprivili, che si vollero abolire dato che essi costituivano il relitto di una economia arretrata e il maggior ostacolo ai miglioramenti fondiari. A questo scopo nel 1863 lo Stato dispose lo scorporo di 200.000 ettari di terreni ademprivili che furono assegnati ad una Società inglese in compenso della costruzione di linee ferroviarie secondarie; la parte rimanente, pari a quasi mezzo milione di ettari fu assegnata con legge del 1865 ai Comuni con l’obbligo di dividere e vendere i terreni entro tre anni. Questo termine fu successivamente prorogato perchè non fu cosa facile la vendita in tempo breve di un così ingente patrimonio in una regione povera di capitali come la Sardegna. La stessa difficoltà, del resto, incontrò la Società ferroviaria inglese, la quale, nel 1870 restituì la maggior parte dei 200.000 ettari ricevuti dallo Stato, che furono assegnati anch’essi al Demanio comunale autorizzandone l’alienazione. Tuttavia le vendite furono numerose e molti dei terreni per lo più boschivi finirono nelle mani di speculatori che col solo taglio del bosco pagavano il terreno e spesso lo cedevano in cambio del trasporto del legname e del carbone ricavati.

    Si aggiunga che furono private del diritto di ademprivio una quantità di persone le quali dal godimento di questi diritti, non accompagnato da alcun peso notevole, traevano un certo beneficio (legna, pascolo, grano), e che ebbero in cambio delle proprietà di scarso reddito sulle quali invece gravarono le imposte in misura elevata. Pertanto gran parte delle piccole proprietà formatesi vennero espropriate per debito d’imposta o vendute a vii prezzo a profitto di pochi che in tal modo costituirono vasti beni terrieri mentre molti contadini divennero braccianti con misero e saltuario salario. Pertanto, il sistema adottato per l’abolizione dei beni adem-privili per lo sviluppo della piccola proprietà e il miglioramento dell’agricoltura si rivelò errato in quanto tali scopi furono ottenuti solo in misura assai limitata e si formarono invece in ogni paese altre grandi proprietà.

    Alla fine del secolo scorso si giunse così ad un assetto della proprietà fondiaria press’a poco simile a quello che esisteva nel 1950, prima cioè della recente riforma. La proprietà privata era diventata ovunque dominante, ma aveva ampiezza assai varia in quanto costituita dalle grandi proprietà residue dei vecchi feudi o formatesi con la legge sulle chiudende e con l’alienazione dei beni demaniali e, insieme, da numerosissime medie e piccole proprietà che in gran parte si sono ulteriormente frazionate e in parte minore hanno avuto un processo di riunione spontanea spesso però rimanendo disperse. Ma assai estese sono rimaste le proprietà pertinenti ad Enti o Comuni, corrispondenti generalmente alle parti più povere, aspre e isolate del territorio.

    L’ultima riforma fondiaria che ha agito a partire dal 1951, ha provocato modificazioni di una certa importanza nella distribuzione della proprietà fondiaria e tra esse ha particolare significato l’aumento del numero delle proprietà di estensione media.

    Le strutture agrarie

    La situazione attuale della distribuzione delle terre, quale risulta dal censimento agrario del 1961 è espressa dall’apposita tabella in appendice, che fornisce il numero e l’estensione delle aziende per grandi classi di superficie. Predominano nettamente per numero le aziende piccole o piccolissime, cioè quelle estese meno di 5 ettari, che comprendono oltre il 61% del numero totale, ma solo il 6% circa della superfìcie complessiva e ciò vuol dire che sono meno numerose, ma più piccole della media nazionale. A questo predominio numerico della piccola e piccolissima proprietà, si contrappone una grande proprietà molto estesa che col 6,6% delle aziende domina su oltre i 3/5 della superfìcie agraria totale, assai superiore alla media nazionale: si deve considerare però che essa appartiene per un buon terzo ad Enti (545.000 ha.) e soprattutto ai Comuni, al Demanio, all’Opera Combattenti, ecc. (minima essendo la parte di Enti ecclesiastici), ed è costituita da terreni pascolivi o boschivi in regioni collinari o montane, in gran parte gravati da diritti d’uso. Tra le due categorie estreme sta una media proprietà di notevole consistenza comprendente aziende, con dimensioni tra 5 e 50 ha. in numero pari ad oltre 1/3 del totale e per una superfìcie corrispondente a 1/5 di quella complessiva. Per valutare l’influenza esercitata dall’ultima riforma fondiaria basterà dire che il numero delle aziende di questo tipo è passata, essenzialmente nell’ultimo quindicennio, dal 14 al 32% del totale.

    Regioni e zone agrarie.

    Comunque la frammentazione della proprietà rimane assai alta. Il Salaris, nella sua relazione inserita negli Atti dell’inchiesta agraria lamentava il fatto che tutti possiedano della terra senza che su di essa siano aziende regolarmente organizzate e segnalava proprietari di 200, 300 e più microscopici appezzamenti, non solo divisi, ma quel che è peggio distanti fino a vari chilometri l’uno dall’altro! Oggi la polverizzazione accompagnata dalla dispersione dei fondi è probabilmente aumentata perchè le divisioni ereditarie sono continuate e sono stati fatti solo sporadici tentativi di accorpamento della proprietà, sicché spesso il fenomeno ha preso aspetti patologici sì da costituire uno dei maggiori problemi da risolvere per il progresso agrario di vaste zone.

    Se le grandi medie offrono il quadro precedente, le varie parti dell’isola hanno caratteri assai diversi : la provincia di Sassari si distingue per la diffusione, quasi doppia della media, delle grandi proprietà; queste invece sono in numero ridotto nella provincia di Cagliari, dove si ha la maggiore percentuale di appezzamenti inferiori ad un ettaro, data la presenza dei fertili terreni del Campidano, Trexenta e Marmilla; Nuoro infine ha più frequenti le aziende di estensione media e quelle tra 1 e 3 ha. di estensione. Ma nell’ambito di ogni provincia si possono rilevare differenze cospicue da zona a zona, sia a motivo delle diversità ambientali, sia per la diversa origine delle proprietà. Infatti un più intenso frazionamento della proprietà tende a localizzarsi in corrispondenza dei terreni più fertili e precisamente nel colle-piano dell’Agro Sassarese e nella media collina del Logudoro, nel colle-piano dell’Ogliastra e nella media collina del Tirso; il frazionamento predomina poi, di norma, in vicinanza dei centri abitati mentre le dimensioni delle aziende aumentano sui terreni poveri e lontani dai paesi. Per questa ragione più dei dati riferentisi all’estensione delle aziende, acquistano significato quelli riguardanti i caratteri economico-produttivi e cioè il valore reale dei terreni espresso dal reddito imponibile. Orbene, da questo punto di vista la Sardegna occupa in generale uno degli ultimi posti tra le grandi regioni italiane e inoltre in tutte le province sarde quasi i 4/5 del reddito imponibile risultano attribuiti alle proprietà con reddito inferiore alle 10.000 lire, e solo 12 proprietà hanno reddito di  oltre 100.000 lire, il che mette in chiara evidenza la enorme prevalenza della piccola proprietà, assai più forte di quanto non appaia considerando i dati per classi di superficie.

    Visione aerea del quadro agrario del Campidano, con la caratteristica frammentazione della proprietà terriera intorno ai villaggi (l’antico vidazzone), gli appezzamenti più grandi e regolari di costituzione recente e le zone pascolive periferiche.

    Si deve osservare però che se la frammentazione della proprietà è generalmente dannosa, specie là dove assume valori eccessivi, essa permette la costituzione spontanea di aziende polimeriche economicamente complete, in quanto formate di varie parti con colture e vegetazione diverse che si integrano a vicenda: un tratto di seminativo in pianura, lembi di oliveto e vigneto in collina e un po’ di cespugliato nella collina stessa o in montagna. Si tratta di un tipo di ordinamento della proprietà assai diverso dal nostro podere unitario che in Sardegna non è mai sorto spontaneamente — tranne che in Gallura e nel Sulcis — e che si deve considerare come un adattamento a particolari condizioni naturali, umane e storiche.

    Il complesso delle condizioni ambientali insieme alla distribuzione della proprietà e alle modalità della sua formazione si riflettono sulle forme di conduzione delle aziende agricole che sono perciò assai varie. Quelle più frequenti sono, secondo i dati raccolti e commentati in apposita monografia dall’Istituto di Economia Agraria, la proprietà coltivatrice che riguarda quasi la metà della superficie lavorabile e l’affittanza coltivatrice che ne controlla il 18%, cui si affiancano le imprese con salariati o compartecipanti, per il 21,5% della superficie, mentre assai meno frequenti sono le aziende a colonia parziaria non appoderata (11%) e meno di tutte (1,5% appena) le aziende a colonia parziaria appoderata. I primi tre tipi sono diffusi in tutta l’isola, ma con addensamenti e rarefazioni caratteristiche. La proprietà coltivatrice, spesso non autonoma, si stende essenzialmente per motivi storico-sociali intorno a tutti, si può dire, i centri abitati e soprattutto in corrispondenza di quelli maggiori, con chiazze più estese e continue in Gallura, nel Sassarese, nel Barigadu, nelle Barbàgie, nell’Oristanese, in Marmilla, nell’Iglesiente-Sulcis e nel Cagliaritano. L’affittanza coltivatrice è più frequente nel Capo di Sopra, ma si trova pure estesa in vasti tratti della Sardegna orientale, come il Gerréi, Quirra, Ogliastra e Baronie. Viceversa soprattutto nella parte centro-meridionale e in particolare nell*ampio tratto tra l’alto Flumendosa, il Tirso e il Posada, sono diffuse le imprese con salariati o compartecipanti in cui non lavorano tanto dei salariati fissi, frequenti soltanto nell’impresa ar-mentizia, quanto braccianti il cui impiego ha però caratteri diversi da quelli padani o pugliesi perchè questi sardi sono di regola anche proprietari di uno spezzone di terra o affittuari oppure compartecipanti. Caratteristica del Capo di Sopra, in An-glona e in Gallura specialmente, è pure la colonia parziaria non appoderata (21% contro il 7% del Centro-sud) che si svolge attraverso contratti annuali e pluriennali che interessano appezzamenti a sole colture legnose specializzate o in cui si effettuano colture erbacee di più specie, il che spiega la sua presenza in piccoli lembi sparsi anche nei Campidani e zone collinari contigue. La stessa distribuzione, con prevalenza nella parte settentrionale, ha la colonia parziaria appoderata (cioè la mezzadria), forma di conduzione e di ordinamento a « poderi » estranea all’ambiente agrario tradizionale isolano, tanto è vero che alcune delle maggiori estensioni così condotte, corrispondono a zone di bonifica recente come quelle di Arboréa e della piana di Sanluri.

    Tutto sommato si possono distinguere in Sardegna anche per le forme di conduzione un Nord e un Sud divisi dalla grande dorsale Monte Ferru-Màrghine-Go-cèano fino all’altopiano di Buddusò: il Nord con diffusa colonia parziaria non appoderata, forte proporzione di affittanza coltivatrice e proprietà coltivatrice nettamente inferiore alla media isolana; il Sud, o meglio il Centro-Sud, in cui dominano le proprietà coltivatrici, l’impresa con salariati e compartecipanti, nonché l’affittanza riguardante i 3/4 della media proprietà e i 4/5 della grande.

    Questa distinzione ricalca, più o meno con la stessa linea di demarcazione, la divisione dell’isola in due grandi regioni economico-agrarie, di cui è in gran parte il riflesso: la regione ad agricoltura promiscua contadina nella parte settentrionale (per 1/3 della superficie totale) dove il seminativo risulta relativamente meno diffuso e più importanti le colture arboree, principalmente l’olivo; e la regione a latifondo contadino, nella parte centro-meridionale (per 2/3 circa della superficie), indicando questo termine in senso economico la prevalenza di terreni a cerealicoltura estensiva, con avvicendamento biennale con riposo pascolivo o maggese seminato a fave, quasi sempre privo di colture arboree anche se queste sono praticate qua e là in modo oasistico.

    Si tratta di forme diverse di ordinamento economico, espressione anche di particolari aspetti sociali, che determinano, sfruttando le particolari condizioni ambientali, i tipi, l’intensità e la distribuzione delle colture e che sono quindi fattori importanti dei paesaggi agrari.

    Le bonifiche e la trasformazione fondiaria

    Le particolari condizioni di popolamento in Sardegna, con scarsissimo numero di abitanti e vasti spazi vuoti anche al di fuori delle regioni acquitrinose, hanno fatto sì che l’isola, sebbene così povera e trascurata, non abbia avvertito la fame di terra come le altre regioni italiane, e sia stata l’ultima ad essere interessata dai grandi lavori di bonifica. Questi, peraltro, pur con ritardo, sono stati intrapresi con mezzi poderosi e in modi talmente efficaci da aver provocato mutamenti sensibili e talvolta trasformazioni radicali al quadro naturale e umano di vasti territori, sicché è necessario illustrare le opere eseguite e in corso di svolgimento prima di tracciare il quadro agrario attuale della regione.

    Dopo alcuni tentativi sporadici e per superfici limitate dovuti a iniziative private (tra cui quelli di Villa d’Orri e della Tanca di Nissa, nonché l’altro non riuscito che interessò nel 1838 lo stagno di Sanluri), una prima impostazione dei problemi di bonifica si ebbe solo con la legge Cocco-Ortu, nel 1907. Ma bisogna arrivare alla legislazione per la bonifica integrale (leggi Serpieri del 1924 e del 1933) perchè l’attività bonificatrice, già così attiva e fruttuosa nell’Italia continentale, trovasse finalmente anche in Sardegna impulso adeguato e mezzi finanziari cospicui, pur con qualche incertezza iniziale nelle direttive. Com’è noto, gli scopi che queste leggi si proponevano erano e sono sostanzialmente: quello tecnico del risanamento idraulico e sanitario e del progresso agricolo e l’altro sociale della colonizzazione anche con immigrazione di numerose famiglie di contadini continentali.

    Il territorio tra Terralba e il mare prima della bonifica.

    L’attività bonificatrice svoltasi nell’isola a partire dal 1924 si può distinguere in tre grandi fasi. In una prima fase sono state compiute alcune opere nuove e cospicue tra cui la costruzione dei grandi serbatoi del Tirso e del Coghinas nel periodo 1923-27, e si è stimolata l’attività dei proprietari favorendo la costituzione di Consorzi di bonifica e la classificazione dei comprensori. Si distinse in questo primo tempo l’attività di alcune società, tra cui la Società Bonifiche Sarde facente capo alla Società Elettrica Sarda (S.E.S.), che svolsero opera a carattere sperimentale e orientativo. In complesso se questa attività bonificatrice fu alquanto diluita, rese possibile però una selezione di natura economica e tecnica che permise di individuare quelle parti verso cui si doveva indirizzare l’intervento.

    Il territorio tra Terralba e il mare dopo la bonifica.

    Nell’apposito elenco del 1933, i comprensori sardi interessavano una superficie di 884.615 ha. pari ad oltre 1/3 dell’isola (1/6 non considerando i 400.000 ha. di montagna da rimboschire) il che dà l’idea dell’imponenza dei problemi da risolvere che pertanto potevano essere affrontati solo dallo Stato. E da ricordare che in quest’epoca ebbero inizio gli interventi maggiori nella Nurra algherese da parte dell’Ente Ferrarese, di colonizzazione e nella piana acquitrinosa di Terralba da parte della Società Bonifiche Sarde per la utilizzazione a scopo irriguo delle acque del Lago Omodeo.

    In una seconda fase l’intervento dello Stato si fa preminente e massiccio e si concentra sulle zone più opportune per realizzazioni a breve scadenza, sicché la superficie dei comprensori sotto bonifica si contrasse a 264.202 ha., più circa 50.000 ha. di sistemazioni montane. Appartiene a questa fase, che si svolse tra le due guerre mondiali, la spettacolare bonifica di Terralba, iniziata nel 1921 ad opera della Società Bonifiche Sarde, concessionaria delle opere statali, e che ha trasformato con opere imponenti di bonifica idraulica (prosciugamento dello Stagno di Sassu, deviazione del Rio Mógoro), impianti di frangivento (un milione e mezzo di piante), irrigazione (191 km. di canali) e appoderamento, oltre 10.000 ha. di terreno desolato. In questo territorio, percorso da una rete di strade rettilinee e sparso di case e nuclei abitati (230 nuovi poderi), si stabilirono circa 4000 persone, in maggioranza veneti, facenti capo a una borgata rurale che ebbe nome Mussolinia e successivamente Arboréa eretta a Comune nel 1930. Di importanza assai minore fu l’opera di bonifica sviluppata nella Nurra meridionale su 12.000 ha. sempre per opera dell’Ente Ferrarese, che aveva il compito di fissare in Sardegna un certo numero di famiglie ferraresi dopo un generale riordinamento idraulico (canalizzazione del Rio Filibertu), la costruzione di strade (33 km.), il dissodamento e l’appoderamento con 80 case coloniche facenti capo alla nuova borgata costiera di Fertilia, rimasta incompiuta per lo scoppio del secondo conflitto mondiale. Ultima per superficie (solo 2350 ha.), ma prima per concezione, essendo stata ideata dal Carbonazzi nel 1831, è stata la bonifica dello stagno di Sanluri, rilevata nel 1919 dopo un primo insuccesso dall’Opera Nazionale Combattenti e da questa condotta con nuovi criteri e ultimata intorno al 1940; anche qui l’ambiente acquitrinoso è stato trasformato col prosciugamento dello stagno, con l’accurata canalizzazione e con la sistemazione agraria che ha visto la formazione di 25 poderi modello, popolati soprattutto con coloni lombardi.

    Queste bonifiche assai costose e di alto valore tecnico furono compiute non solo a scopo di risanamento e di aumento della produttività, ma anche come esempio e come modello di radicale evoluzione economica e dei metodi moderni di agricoltura e di allevamento, che però rimase appartato ed ebbe scarsa efficacia anche perchè effettuato per la maggior parte in ambienti periferici spopolati. Anche i Consorzi non hanno dato i risultati che si attendevano perchè in Sardegna, come in altre parti dell’Italia meridionale, l’istituto dei Consorzi dei proprietari si è rivelato troppo evoluto e delicato e spesso non è riuscito a realizzare quell’intima fusione fra opere statali e opere private che sta alla base del successo. Perciò fino al secondo conflitto mondiale l’opera di bonifica, pur avendo segnato trasformazioni di aziende e irrigazioni oasistiche per iniziative di singoli, non ha determinato modificazioni sostanziali alla vita rurale tradizionale delle genti sarde.

    E solo in una terza fase della loro evoluzione, iniziatasi col 1950, che le opere di bonifica e di trasformazione agraria nell’isola hanno assunto aspetto nuovo con intensità ed estensione rilevanti e interessano oggi oltre i 2/5 del territorio con interventi a ritmo accelerato. Esse sono rientrate nel vasto programma stabilito e posto in opera a favore del Mezzogiorno e delle isole per lo sviluppo armonico della loro economia e per il loro progresso sociale. Com’è noto, per la realizzazione di quest’opera imponente, a totale carico dello Stato, è stata creata la Cassa del Mezzogiorno ed è stata disposta la riforma fondiaria e agraria, la cui azione mira non solo a cambiare radicalmente le condizioni di gran parte dell’isola, ma anche a inserire quest’ultima nel quadro generale del potenziamento economico dell’Italia intera. Per quanto il piano di sviluppo riguardi svariati settori economici, comprese le industrie e il turismo, è stata data preminenza e priorità all’agricoltura e all’allevamento, dato che la Sardegna è regione eminentemente agricola e pastorale suscettibile di sostanziali miglioramenti.

    Vedi Anche:  Distribuzione popolazione e tipi di insediamento

    Con questi scopi, nell’ambito della Cassa del Mezzogiorno, è sorto un apposito organismo: l’Ente per la trasformazione fondiaria e agraria della Sardegna (E.T.F.A.S.), il quale è stato affiancato dall’opera del Governo regionale che ha erogato sussidi per il dissodamento di nuovi terreni, lo sviluppo della meccanizzazione agricola, la coltura di foraggere e ha provveduto direttamente all’innesto degli olivastri e alle sistemazioni montane.

    Della Cassa del Mezzogiorno è entrato poi a far parte nel 1951 l’Ente Autonomo del Flumendosa, sorto già nel 1946 per la costruzione delle opere destinate alla razionale utilizzazione delle acque del Flumendosa stesso e che si è assicurato così gli ingenti finanziamenti necessari anche per la messa in valore del Campidano mediante irrigazione e trasformazione agraria.

    Infine a coronamento e coordinazione dell’intervento dello Stato per l’ulteriore incremento programmato dell’economia dell’isola è stato approvato nel 1961 il « Piano di rinascita » per favorire lo sviluppo economico e sociale mediante un piano straordinario di interventi da attuarsi entro un periodo di 15 anni (cioè entro il I975) che opera con fondi cospicui mediante una Sezione speciale della Cassa del Mezzogiorno che ne dovrebbe continuare l’azione. In definitiva con la legge della bonifica, la legge « stralcio » della riforma fondiaria e la legge della montagna, quasi tutto il territorio della Sardegna può giovarsi delle provvidenze dei territori di bonifica.

    Le bonifiche interessano anzitutto le pianure, raccolte in una trentina di comprensori, ove agiscono 35 consorzi di bonifica, che si possono riunire in 9 grandi complessi. Nella parte settentrionale si trova il complesso della Gallura, coi consorzi di Olbia-Padrogiano e Vignola, ai quali si aggiunge quello del Liscia che include aree da irrigare con le acque del grosso lago-serbatoio testé costruito sul fiume omonimo e zone di bonifica montana per una superficie complessiva di 206.000 ettari. Segue a occidente il complesso del Coghinas, formato da comprensori posti prevalentemente nel bacino di quel fiume, tra cui quello del basso Coghinas, irrigato con le acque del serbatoio di Castel Doria, e che ha per fulcro il Campo di Chilivani (26.500 ha.). Viene poi l’importante complesso della Nurra coi consorzi della Nurra propriamente detta, Ottava e Fertilia, per un totale di 84.000 ha. che è per una buona metà in corso di irrigazione mediante l’invaso del Cuga. Nella parte centrale il complesso del Nuorese è formato da comprensori sparsi lungo le pianure costiere orientali irrigate o irrigabili (quelle di Siniscola, Torpè e Posada con le acque del serbatoio sul Posada e l’altra del basso Cedrino con il serbatoio in costruzione), nonché dal comprensorio del medio Tirso, per 47.000 ha.; il complesso dell’Ogliastra ha per fulcro il comprensorio di Tortoli, con la vasta piana adacquata con le acque di scarico degli impianti idroelettrici dell’alto Flumendosa. Dal lato occidentale spicca il grande complesso del Campidano di Oristano comprendente i consorzi della vasta e ricca pianura di Oristano in destra e in sinistra del Tirso e quello contiguo di Ar-boréa, per 52.000 ha., già appoderati e irrigati con le acque provenienti dal Lago Omodeo. Nella parte meridionale si stende compatto l’imponente complesso del Campidano propriamente detto, che comprende l’area di intervento dell’Ente Flumendosa, cioè tutto il Campidano e alcuni comprensori limitrofi (Trexenta, Quartu, Cixerri) in corso di irrigazione per 40.000 ha. con le acque dei serbatoi del medio Flumendosa e di laghetti minori e di trasformazione a colture asciutte di altri 60.000 ha., mediante un piano grandioso cui accenneremo più oltre. Segue all’estremità sud-occidentale il complesso del basso Sulcis, costituito prevalentemente dal bacino del Rio Palmas e da pianure costiere contigue largamente irrigate con le acque del serbatoio di Monte Pranu, per complessivi 47.500 ha.; e infine il complesso del basso Flumendosa, col consorzio per la bonifica della pianura costiera di questo fiume e la contigua zona di trasformazione agraria di Castiadas.

    Veduta parziale dell’Azienda Pardu Nou, del Centro di Colonizzazione di Oristano, irrigata con le acque del Tirso.

    Un tratto dell’Azienda Corea del Centro di Colonizzazione di Alghero dell’E.T.F.A.S. prima della trasformazione agraria.

    Lo stesso territorio dell’Azienda Corea dopo la trasformazione agraria.

    Si tratta di un insieme di ben 692.000 ha. sotto bonifica e trasformazione agraria, al quale vanno aggiunti i due vasti comprensori di bonifica montana del Nuorese e dei monti di Alà-Màrghine estesi per 517.000 ha. sugli altopiani e i massicci montani della parte orientale dell’isola su cui sono previsti, e in parte in atto, interventi idraulico-forestali e idraulico-agrari miranti al rimboschimento e al miglioramento dei pascoli. Aggiungendo altri 382.000 ha. corrispondenti a 18 bacini montani litoranei attaccati dall’erosione torrentizia ed eolica per cui è prevista la sistemazione idrogeologica, la superficie complessiva di intervento raggiunge 1.591.000 ha., il che vuol dire che al momento attuale su ogni cinque ettari di terreno, tre sono interessati dai piani e dalle opere di bonifica.

    L’attività bonificatrice è stata intensa in gran parte dei comprensori di pianura, ove alla fine del piano dodecennale fissato dalla Cassa del Mezzogiorno, la trasformazione del paesaggio appare sensibile e in molti casi addirittura radicale. Ciò torna soprattutto a merito dell’E.T.F.A.S., che a partire dal 1951, ha provveduto all’appoderamento, alla messa a coltura e alla distribuzione delle terre espropriate in seguito alla legge sulla riforma fondiaria del 1950 o provenienti da permute, acquisti e da assorbimento dell’Ente sardo di colonizzazione.

    Si tratta di circa 101.000 ha., per lo più incolti o mal coltivati di cui l’E.T.F.A.S., superando gravi difficoltà, ne ha trasformati 70.000 posti soprattutto nella Nurra, nel Campo di Chilivani, nel Campidano di Oristano (esclusa Arborea) e nelle plaghe con appoderamento a carattere agro-zootecnico esistenti entro i comprensori del Cixerri, del basso Sulcis, del Campidano di Cagliari e del Sàrrabus. Questi territori hanno preso il caratteristico aspetto dei paesaggi di bonifica con la fitta e regolare viabilità poderale (450 km. di strade stabilizzate e 61 a fondo artificiale), con le fasce arboree frangivento (3290 km.), con i canali di drenaggio (375 km.) e gli impianti irrigui e finalmente con gli insediamenti umani costituiti da case coloniche a schiera o a scacchiera (circa 2526 in tutto), sorte rapidamente in zone prima disabitate per accogliere le famiglie dei nuovi assegnatari che alla fine del i960 erano in numero di 2794 per i poderi e 790 per le quote. A piano ultimato i poderi dovranno essere 3250 e le quote 950.

    Per fissare stabilmente questa gente alla terra, sono sorte nei diversi comprensori di bonifica 16 borgate residenziali e 23 borghi di servizio o centri aziendali, sedi anche di alcune industrie per la trasformazione dei prodotti. Tra le borgate più importanti ricordiamo Santa Maria la Palma nella Nurra, Sant*Antioco nel Campo di Chilivani, Sant’Anna nel comprensorio di Terralba, Mitza Iusta nel Sulcis interno, Olia Speciosa nel Sàrrabus e varie altre, sedi tutte di servizi sociali e tecnici e di numerose cooperative.

    Riguardo ai progressi conseguiti nella valorizzazione del suolo nei territori sotto trasformazione agraria, pur riservandoci di trattarne in seguito, occorre dire che essi sono stati importanti sia per la quantità che per la qualità dei prodotti ed anche per l’introduzione di nuove colture (barbabietole da zucchero, riso). Questi progressi sono cospicui nelle plaghe favorite dall’irrigazione che si è estesa considerevolmente e che si diffonde sempre più: infatti oggi sono forniti di impianti irrigui oltre 23.000  ha., di cui 16.000 nel comprensorio di Oristano-Terralba in destra e in sinistra del basso Tirso e 2000 nel basso Sulcis.

    La più vasta e più profonda trasformazione dell’agricoltura mediante irrigazione è legata all’attività dell’Ente Flumendosa, che è in pieno sviluppo con la costruzione delle opere per la conduzione e distribuzione delle acque dei grandi serbatoi del medio Flumendosa (Lago del Flumendosa e del Mulargia), messe a disposizione delle pratiche irrigatorie all’uscita dalla centrale idroelettrica di Santu Miali. In questa località le acque vengono immesse nei canali ripartitori che si svilupperanno per circa 238 km. ai due lati del Campidano e domineranno per mezzo di una rete di canali distributori quasi 75.000 ha. di terreno; ad essi se ne aggiungeranno altri 25.000 irrigati con le acque provenienti dai bacini sussidiari.

    Ma le pratiche irrigatorie sono destinate a diffondersi ancora notevolmente perchè saranno sfruttate sempre meglio le possibilità offerte sia dalle acque piovane, sufficienti per innaffiare oltre 200.000 ha., sia da quelle sotterranee, ancor oggi scarsamente utilizzate.

    Laghi-serbatoi, irrigazioni e bonifiche eseguite, in corso e in progetto.

    La nuova borgata rurale di Sant’Anna, sorta nel Centro di Colonizzazione di Oristano.

    Un canale irrigatorio nella zona di bonifica in destra del Tirso.

    Il quadro agrario attuale

    Nonostante l’indubbio progresso verificatosi nell’economia sarda, comprovato dalla sensibile attenuazione della sua fisionomia agricola espressa dalla diminuzione degli addetti (dal 56,7 al 51% degli attivi tra il 1936 e il 1951 e dal 51 al 37,7% nel decennio tra il 1951 e il 1961), l’agricoltura rimane di gran lunga l’attività principale che regola insieme all’allevamento la vita economica, non solo in quanto occupa l’aliquota proporzionalmente maggiore della popolazione attiva, ma anche perchè fornisce la porzione di gran lunga più cospicua del reddito complessivo.

    Sebbene le bonifiche e gli altri interventi abbiano portato, come si è visto, modifiche importanti all’estensione e alla distribuzione delle colture, le particolari condizioni del rilievo e dei suoli e le vicende storiche si sono impresse tanto fortemente sui quadri economici regionali, che anche oggi si possono agevolmente riconoscere nell’isola due grandi zone, una delle quali a carattere soprattutto pastorale e l’altra a carattere prevalentemente agricolo. Ad esse si affianca a sud-ovest il distretto minerario iglesiente e alla periferia modesti nuclei di vita marittima e industriale corrispondenti ai maggiori centri abitati. Le regioni montane della parte orientale, dal Sàrrabus alla Gallura sono da secoli il dominio della pastorizia, che si espande stagionalmente col ritmo della transumanza, mentre lo spazio compreso tra esse e l’Igle-siente minerario e in genere le pianure e le basse colline stendentisi dal Sassarese al Campidano di Cagliari, sono dominio tradizionale dell’agricoltura.

    Questa bipartizione risulta chiaramente dalla carta dell’utilizzazione del suolo, in cui la parte orientale appare occupata da pascoli permanenti cui si aggiungono in alto tratti sparsi di boschi e sugherete e nelle vallate e nelle pianure litoranee modeste superfìci a seminativi con turni talvolta lunghi di riposo, con oasi di oliveti e vigneti specie intorno a Tempio, Nuoro e Lanusei. Analoghi caratteri ha la zolla montuosa sud-occidentale, dove però le chiazze delle colture legnose sono più limitate e periferiche con alcuni oliveti e agrumeti verso il Campidano e vigneti ristretti dal lato esterno e soprattutto nelle isole di San Pietro e Sant’Antioco. Tutto il resto della parte occidentale dell’isola, ad eccezione di chiazze di pascolo nei massicci montani ha le più estese e più belle terre coltivate in cui i tratti a policoltura corrispondenti alle bonifiche recenti rappresentano ancor oggi solo ritocchi rispetto alla monocoltura e alle colture specializzate tradizionali. Tra queste spiccano: la cerealicoltura intensiva dei Campidani e dei « campi » del Capo di Sopra, il grande vigneto del Campidano di Cagliari, gli oliveti di Sassari, di Alghero e del Montiferru, oltre ad oasi ristrette di agrumeti e mandorleti ed anche di orticoltura nei tratti di pianura più agevolmente irrigabili.

    Carta dell’utilizzazione del suolo.

    Ripartizione della superficie della Sardegna secondo i modi di utilizzazione del suolo.

    Prima di intraprendere la trattazione delle coltivazioni e delle produzioni agricole, si deve notare che nell’agricoltura sarda vi è una netta prevalenza della monocoltura, per quanto oggi essa sia attenuata dalla riforma agraria e ciò per il complesso di ragioni naturali, storiche e umane già illustrate. Le pratiche monocolturali dominanti hanno causato la costituzione e la persistenza di aree ben distinte e non coordinate tra loro: le zone cerealicole, ove prevale la coltivazione del grano, viticole ove domina la coltura della vite, olivicole ove prevale quella dell’olivo, orticole dove si coltivano quasi esclusivamente ortaggi. Ad esse si aggiungono poi le vastissime zone pastorali. Altro spiccato carattere dell’agricoltura sarda tradizionale è la sua mancanza di coordinamento con l’allevamento del bestiame, che per lo più non si inserisce organicamente nell’azienda agricola con grave pregiudizio della lavorazione e della fertilizzazione del terreno.

    La tradizionale mancanza di coordinamento delle colture in rotazioni razionalmente ordinate e la mancanza di cooperazione tra agricoltura e allevamento ha portato « all’assurdo tecnico ed economico per cui scarso o scarsissimo è il bestiame allevato nelle zone coltivate, mentre scarsa o nulla è la coltivazione delle piante foraggere ove prevale la pastorizia ».

    Ciò premesso, un rapido esame dei dati statistici riguardanti l’utilizzazione del suolo, permette di constatare che l’Isola è la regione che possiede la più estesa superfìcie agro-forestale, dopo la Sicilia, ma che oltre la metà di questa superficie è occupata da pascoli permanenti e incolti produttivi, ricoprenti l’enorme estensione di oltre un milione di ettari, pari a circa 1/4 delle intere aree pascolative italiane. Si pensi che nella media nazionale i pascoli occupano solo il 18,4% del totale! L’altra metà della superficie è costituita dai seminativi, quasi esclusivamente nudi, per 1/3 del totale, da boschi ricoprenti il 13,9% e infine dalle colture legnose specializzate per il 4% circa. Tutte queste forme di utilizzazione del suolo hanno estensione relativa nettamente inferiore alla media nazionale che presenta il 47% di seminativi, il 9,8% a colture legnose e il 21% a boschi. L’apposito diagramma mostra chiaramente l’importanza relativa delle varie forme di utilizzazione del suolo e soprattutto ben netta la fisionomia cerealicolo-pastorale della Sardegna. Ma la situazione presenta differenze considerevoli nelle tre province, essendo massima la superficie a pascolo e incolto produttivo in quella di Nuoro (66%) con conseguente forte riduzione dei seminativi (16%), mentre il contrario si verifica in quella di Cagliari in cui i seminativi (45%) prevalgono nettamente sui pascoli e gli incolti produttivi (36%).

    Ancora maggiori sono, com’è naturale, le differenze delle forme di utilizzazione del suolo nelle singole regioni agrarie. Vediamo infatti che in quella montana, comprendente insieme agli altopiani di media altezza un buon terzo della superficie totale (raccolto soprattutto nella provincia di Nuoro), dominano largamente il pascolo e gli incolti produttivi e l’agricoltura vi è assai ridotta e scarsamente produttiva. Nella zona collinare, assai estesa nella provincia di Sassari, le colture sono diffuse con assoluta prevalenza di quelle asciutte di cereali e di piante legnose tra cui olivi, viti e mandorli, ma i pascoli vi occupano pure vasti spazi sui pendii, sicché la collina è una tipica zona agricolo-pastorale. La pianura è invece zona essenzialmente agricola e, pur occupando solo 1/5 del territorio, è quella più redditizia e produttiva con colture prevalenti di grano e leguminose e utilizzazione a pascolo dei terreni a riposo, e con vasti tratti a vigneti, agrumeti e ortaggi nelle già notevoli superfici irrigue.

    Tutto sommato, l’utilizzazione del suolo corrisponde alle caratteristiche naturali delle diverse zone e vi si è adeguata passivamente sino ad epoca assai recente.

    Si deve notare peraltro che le superfici destinate alle diverse colture erbacee presentano variazioni cospicue da un anno all’altro in rapporto con la loro prevalente estensività e l’irregolarità degli avvicendamenti che, d’altra parte, permette di dare alle colture l’elasticità e la capacità di adattamento alle mutevoli vicende climatiche. A proposito degli avvicendamenti si deve riconoscere che i più diffusi sono ancor oggi quelli tradizionali i quali, se variano molto nei dettagli sia nello spazio che nel tempo, hanno per carattere comune la discontinuità di coltura, cioè il riposo-pascolo alternato con turno di varia durata alle coltivazioni, ricalcando così i metodi di un tempo; vi si nota inoltre la prevalenza dei cereali e soprattutto del frumento sulle altre colture, l’assenza assoluta di prati artificiali in rotazione, nonché la già notata irregolarità nella successione delle destinazioni e quindi della loro estensione relativa. Due sono i tipi di avvicendamenti tradizionali, ancora molto diffusi e che si riferiscono entrambi alla cerealicoltura: uno di essi è proprio della cerealicoltura estensiva e si basa esclusivamente sui cereali coltivati per due anni di seguito e sul riposo generalmente pluriennale interrotto talvolta dal maggese nudo; l’altro si trova nella cerealicoltura intensiva dei Campidani e si può ricondurre ad uno schema quadriennale con maggese a fave, o ceci, grano, sarchiata costituita per lo più da fave e ancora grano, sicché esso si riduce spesso a biennale con la coltura del grano avvicendata con leguminose da granella e col maggese. Nelle zone di bonifica e trasformazione agraria, sono state diffuse rotazioni moderne e razionali che nelle zone irrigate sono sessennali con larga parte alle foraggere necessarie all’allevamento bovino e con l’introduzione di adatte piante da rinnovo come il granturco e la barbabietola da zucchero.

    E questo un aspetto del recente progresso dell’agricoltura sarda espresso pure dall’aumento del consumo dei concimi chimici e dallo sviluppo della meccanizzazione.

    Nell’ultimo ventennio il consumo complessivo dei concimi è quasi triplicato passando dai 250.000 q. dell’anteguerra ai 676.000 del i960; in particolare è più che triplicata la quantità dei concimi fosfatici distribuiti, che sono i più usati, e quella degli azotati è addirittura decuplicata; ma le concimazioni sono ancora piuttosto scarse e soprattutto mal distribuite predominando nettamente nella provincia di Cagliari e essendo minime in quella di Nuoro.

    D’altra parte il numero delle macchine agricole, pur essendo il loro impiego ostacolato dai caratteri sfavorevoli dell’ambiente e della struttura economica dell’agri-coltura, ha avuto un cospicuo aumento. Così il numero delle trattrici è passato da 378 nel 1935 a 6774 nel 1963 (press’a poco quanto nella Campania e nell’Abruzzo) e quello delle trebbiatrici da 404 nel 1936-39 è giunto nel 1961 a 1056. Vi sono però anche per questo lato notevoli differenze tra una parte e l’altra dell’isola, essendo al solito la provincia di Cagliari quella col maggior numero e Nùoro quella col numero minore di macchine.

    Tutto ciò ha portato non solo a miglioramenti talvolta cospicui delle colture, ma soprattutto ad una loro evoluzione che, insieme all’introduzione di coltivazioni nuove, rappresenta forse l’aspetto più importante dell’agricoltura sarda attuale, come ora vedremo.

    Questi miglioramenti si sono riflessi puntualmente sull’andamento della produzione agricola e zootecnica che, dai 57 miliardi del 1951 è più che raddoppiata nel 1962 essendo passata a 120 miliardi, pari al 2,9% del totale nazionale, con cui la Sardegna si allinea al 13° posto tra le regioni italiane. Tale aumento è da attribuirsi soprattutto all’agricoltura il cui reddito è più che raddoppiato specialmente per merito delle colture legnose. Sono questi, insieme ai progressi nelle altre branche dell’economia, i frutti di uno sforzo organizzativo e finanziario imponente da parte dello Stato e da parte della Regione, i quali entro il primo decennio di autonomia hanno erogato rispettivamente 150 e 145 miliardi di lire per lo sviluppo delle strutture economiche e sociali dell’isola. E lo sforzo viene ulteriormente intensificato e reso più efficace ed organico col Piano di Rinascita che prevede investimenti per 400 miliardi nel corso di 13 anni e di cui, dopo la definizione e delimitazione delle zone economicamente omogenee, sta per essere avviato il programma esecutivo per il primo biennio, finanziato con 65 miliardi, di cui un terzo destinato all’agricoltura. Questo programma, in aggiunta a quelli delle opere in corso o previste spettanti alla Cassa del Mezzogiorno e agli altri in attuazione a cura degli Enti di riforma, dovrebbe far passare circa 200.000 ha. di pascoli a colture arative e soprattutto portare alla trasformazione di 150.000 ha. da coltura asciutta a coltura irrigua, all’impianto di altri 100.000 ha. di colture specializzate, di 154.000 ha. di nuovi rimboschimenti (tra cui 100.000 ha. di nuove sugherete), e infine alla costituzione del Parco Nazionale del Gennargentu, da tempo auspicato.

    Le colture erbacee vecchie e nuove

    La cerealicoltura è, dunque, l’aspetto più spiccato dell’agricoltura sarda occupando circa 1/3 dei seminativi. Domina largamente la coltura del grano, che per l’estensione della superficie coltivata, per la generale diffusione, per massa e valore di produzione, è ancor oggi quella principale dell’agricoltura sarda e motivo di particolare considerazione da parte del contadino perchè il grano costituisce pur sempre la base dell’alimentazione. Coltivato da gran tempo ed esportato in copia, prima a Cartagine, poi a Roma e infine a Pisa come è testimoniato da molte fonti classiche — si ricordi tra le altre l’oraziano: « … opimae Sardiniae segetes feracis » — il grano è andato diffondendosi, ma occupa oggi una superficie che si aggira sui 150.000 ha., comprendente la classica area cerealicola intensiva che si stende ininterrotta sui fertili terreni alluvionali dei Campidani con annesse le conche mioceniche della Tre-xenta e della Marmilla, cui si uniscono con coltura meno intensa le conche pure mioceniche del Logudoro e deH’Anglona, i « campi » del settentrione e le zone di trasformazione agraria recente. Ma interessa notare che nella prima metà del secolo si sono verificate delle variazioni considerevoli della superficie coltivata a grano in rapporto prima con le vicissitudini della pastorizia e poi con particolari aspetti della politica agraria.

    Distribuzione della produzione del grano nel 1961.

    Agricoltura tradizionale: lavorazione del terreno in Marmilla.

    Raggiunta infatti l’estensione massima nel 1909 con 314.000 ha., la coltura del grano si è progressivamente ristretta fino a dimezzarsi nel 1924 (138.000 ha.) per la cospicua intensificazione dell’allevamento ovino verificatasi nel primo quarto del secolo in rapporto con lo straordinario sviluppo del caseificio. Succeduto però in quest’ultimo un certo stato di crisi e affermatasi la « battaglia del grano », la superficie coltivata si è estesa progressivamente fino a superare nel 1937 i 250.000 ettari. La ripresa dell’attività pastorale nell’ultimo dopoguerra ha fatto contrarre di nuovo la superficie a grano all’entità attuale, quasi una metà della quale è comunque lasciata a riposo. Andamento generale simile a quello della coltura, ma con forti sbalzi dovuti alle variazioni del reddito unitario, ha avuto la produzione che fin dal secolo scorso è progressivamente aumentata fino a raggiungere quasi i 2 milioni e mezzo di quintali come media del triennio 1936-38 per poi decrescere nel triennio 1959-61 a 1,8 milioni di quintali.

    Ma la quantità del prodotto è soggetta a forti variazioni collegate con le vicissitudini climatiche e particolarmente col fenomeno della « stretta » e con la variabilità e irregolarità delle precipitazioni. Tra due anni consecutivi e con superficie coltivata press’a poco uguale, è accaduto che la produzione si sia perfino dimezzata, come nel 1911 e nel 1912 in cui si è passati da 2,2 a 1,2 milioni di q. ; ma oscillazioni dell’ordine di 1/4 del totale sono abbastanza frequenti e tale è stata appunto quella verificatasi tra il i960 e il 1961, in cui la produzione è scesa da 2 a 1,58 milioni di quintali. Altro carattere è, oltre all’irregolarità, anche l’esiguità del reddito, che oscilla in media tra i 7 e i 12 q./ha., ma può scendere anche a 5, ed è sempre inferiore alla media nazionale (18-20 q., ma 8-10 per il grano duro) e tra i minimi regionali. Peraltro le differenze tra le varie parti dell’isola sono sensibili, tanto che nel 1963 i valori oscillarono tra un massimo di 12,2 q. nella provincia di Cagliari e un minimo di 10,3 in quella di Sassari, il che è in rapporto con la zonatura altimetrica, con la varia fertilità dei terreni ed anche col diverso grado di evoluzione colturale. Soprattutto impressiona il mancato incremento medio del reddito unitario, il che significa che vengono coltivati a grano molti terreni non adatti, là dove la cerealicoltura si pratica a intervalli allo scopo preminente di migliorare il pascolo ed anche per la preoccupazione di autosufficienza alimentare, ancor oggi avvertita in più parti. Infine è da notare che in Sardegna, come in Sicilia, predomina largamente il grano duro costituente il 90% del raccolto e preferito, malgrado le minori rese, per le sue eccellenti caratteristiche alimentari. Sicché, pur essendo oggi nelle annate normali pressoché autosufficiente, la Sardegna invia nel continente italiano una certa quantità (30-40.000 q.) di grano duro e importa soprattutto dall’estero altrettanto grano tenero, i cui acquisti si elevano assai nelle annate di raccolto scarso. Questo è avvenuto appunto nel 1961 quando se ne dovettero introdurre dall’estero ben 777.000 quintali. In definitiva anche in Sardegna si presenta il problema della riconversione di una parte della superficie coltivata a grano in altre colture più redditizie e soprattutto a foraggere, necessarie per l’incremento della produzione zootecnica.

    Cerealicoltura intensiva nei campi aperti della Trexenta.

    Risaie nei pressi di Cabras.

    Gli altri cereali sono coltivati in misura senza confronto minore e la segala è pressoché sconosciuta. Tra essi spiccano l’orzo e l’avena, sia per l’importanza che avevano in passato, come riferisce il La Marmora, sia per il loro non trascurabile significato attuale. Raggiunta la massima estensione nel 1946 (78.000 ha. l’orzo e 19.000 l’avena) in seguito la superficie si è contratta assai e oggi è più che dimezzata aggirandosi in complesso sui 36.000 ha., ripartiti in parti uguali tra i due cereali, come quasi uguale è la produzione (185.000 q. ciascuno nella media del triennio 1959-61). L’orzo è alquanto più diffuso ed è localizzato nelle regioni montane orientali, particolarmente in Barbagia e nel Nuorese, ed è raccolto in discreta quantità (190.000 q. circa), ciò che pone la Sardegna al 6° posto tra le regioni italiane e permette una modesta esportazione. L’avena invece, si trova più frequente nel Capo di Sopra (Gallura, Sassarese, Logudoro) e la provincia di Sassari è appunto in testa per la produzione che è in rapporto con l’allevamento del bestiame.

    Il granturco ha scarsissima importanza: introdotto in epoca relativamente recente, al principio dello scorso secolo, si diffuse lentamente con la varietà maggengo, giungendo ad occupare nel 1938 una superficie di circa 7200 ettari. Ma si è poi ridotto sempre più ed oggi occupa appena 1500 ha., che hanno dato nel 1963 solo 28.000 q. di prodotto, ciò che pone la Sardegna all’ultimo posto tra le regioni italiane, esclusa la Val d’Aosta. Non sussistono infatti nell’isola le condizioni climatiche che si richiedono per rendere remunerativa tale coltura, come è provato dal basso reddito unitario.

    Conquista recente è la coltura del riso, connessa con la bonifica e conseguente trasformazione agraria di alcune zone costiere. Essa ebbe inizio nel 1936 allorché, completato il prosciugamento dello stagno salso di Sassu per la bonifica di Arboréa, si presentò la necessità di dissalare il terreno mediante prolungati lavaggi con acque dolci del Tirso. I buoni risultati ottenuti da un primo esperimento, hanno indotto a stabilizzare la risicoltura e hanno sollecitato anche le aziende private circostanti, sicché essa si è estesa in vari Comuni dell’Oristanese, in destra e sinistra del basso Tirso fino a Tramatza e Ollastra, con prevalenza nelle bassure costiere tra lo stagno di Santa Giusta e quella di Cabras; piccoli tratti vi sono stati dedicati in ultimo nel Sàrrabus presso lo stagno di Colostrai e nella piana presso la foce del Flumendosa. Complessivamente la risicoltura è giunta nel i960 a occupare 1580 ha., ma la produzione maggiore si è verificata nel 1955 con 75.000 q. dato il considerevole rendimento unitario che ha oscillato tra 67 q. (nel 1950) e 41,8 q. (nel 1956) ed è spesso assai superiore a quello medio nazionale. Negli ultimi anni però, passate ad altre coltivazioni alcune parti prima a riso, la coltura di questo cereale è stata ridimensionata sui 1000 ha. con una produzione oscillante tra 50 e 60.000 q. per cui l’isola viene al quarto posto tra le regioni italiane, ma sembra che la diminuzione continui.

    Integrazione di qualche importanza all’alimentazione, specialmente nelle montagne barbaricine (con centro principale a Gavoi) dove la coltura del grano è scarsa e poco redditizia e dove le condizioni climatiche lo permettono, è costituita dalla patata, coltivata su quasi 3500 ha., in misura alquanto inferiore all’anteguerra, ma che è raccolta press’a poco nella stessa quantità (poco più di 300.000 q., ma 375.000 nel 1963), per il considerevole aumento del reddito unitario, alquanto superiore a quello medio nazionale. Tuttavia la Sardegna viene ultima tra le regioni italiane, esclusa sempre la Val d’Aosta, per la produzione delle patate, che non può essere incrementata di molto per le sfavorevoli condizioni naturali.

    Prospere colture ortive nella bonifica di Arborea

    Largamente coltivati sono fin dall’antico i legumi da granella e soprattutto le fave la cui diffusione è in rapporto col fatto che si tratta dell’unica coltura da rinnovo possibile in gran parte dell’isola perchè matura prima dei grandi calori estivi e perchè dà un discreto reddito unitario (12-14 q./ha. contro 8-9 della media italiana). Essa ha perciò un posto fondamentale nell’avvicendamento tradizionale ed ha grande importanza per l’alimentazione delle popolazioni rurali, sicché si spiega la tendenza all’aumento della superficie coltivata a fave, che si aggira sui 45.000 ha., con una produzione di 500-600.000 quintali. Ma, come per il grano, la quantità del prodotto subisce forti oscillazioni in dipendenza della variabilità delle condizioni climatiche, sicché per esempio, il rendimento e quindi il raccolto del 1961 sono stati, a parità di superficie coltivata, circa la metà di quelli dell’anno precedente. Analogo significato nella rotazione agraria e per l’alimentazione hanno i ceci, coltivati peraltro in misura di gran lunga minore e assai inferiore a quella dell’anteguerra: poco più di 2500 ha. contro oltre 7000 del 1946, con una produzione di 25-30.000 quintali.

    Le altre leguminose da granella hanno scarso significato,ma, per quanto assai ridotte, conservano un certo interesse: i fagioli si coltivano su un miglaio di ha. con una produzione di 10-15.000 q. e i piselli su una superficie alquanto superiore (2000 ha.) forniscono 25-30.000 q. di prodotto, coltivato per la granella nella sola provincia di Cagliari e per cui la Sardegna occupa il 2° posto in Italia dopo la Puglia. I legumi secchi, piselli e ceci soprattutto, possono così alimentare una certa esportazione.

    Ma il settore agricolo di maggiore importanza dal punto di vista commerciale è costituito dalle colture ortive, il cui recente incremento costituisce l’elemento nuovo principale dell’agricoltura sarda. Per dare un’idea della rapidità di questo sviluppo diremo che le colture ortive occuparono complessivamente in media nel triennio 1936-1938, 8563 ha. con una produzione di circa 600.000 q., mentre nel 1961 la superficie era raddoppiata salendo a oltre 16.500 ha. e la quantità del prodotto era assai più che triplicata ammontando ad oltre 2 milioni e mezzo di quintali, anche perchè il rendimento unitario era nel frattempo raddoppiato. Ma per alcuni ortaggi l’entità dell’incremento è stata assai maggiore in quanto varie colture sono state indirizzate alla produzione di primizie mediante la pratica sempre più diffusa dell’irrigazione. Si tenga presente, infatti, che in Sardegna si possono ottenere, senza serre nè ripari, raccolti di carciofi dal novembre, di zucchini da fine aprile e piselli entro lo stesso mese. Inoltre col migliorare dei procedimenti è stata possibile la coltura di vari ortaggi anche in pieno campo là dove le condizioni ambientali lo permettono il che spiega il rapido incremento di certe coltivazioni. Ciò è accaduto prima di tutto per il carciofo che dalla modesta estensione di 1230 ha. nel 1929 (in gran parte ortivi) con una produzione di 58.000 q. è passato nel 1963 a 10.758 ha. in gran parte in pieno campo e ad oltre un milione di quintali di prodotto, divenendo così l’unico ortaggio di larga e redditizia esportazione dall’Isola e rappresentando una vera ricchezza per le regioni dove viene coltivato. La Sardegna è così, insieme alla Sicilia, alla testa della produzione nazionale. La zona climatica migliore per il carciofo si trova nell’Agro Sassarese fino al Campo Coghinas, a coltura intensiva, cui seguono il Campidano di Cagliari e quello di Oristano: infatti la provincia di Sassari viene prima non tanto per superficie coltivata quanto per produzione (4651 ha. e 654.000 q. nel 1961) e ad essa segue la provincia di Cagliari (4503 ha. e 365.000 q.) in cui la precocità è maggiore, mentre quello di Nuoro è insignificante.

    Vedi Anche:  Storia della Sardegna

    Carciofaie nei terreni irrigui dell’Oristanese.

    Quantità cospicue del prodotto vengono esportate da Olbia per i mercati dell’Italia centrale, per la varietà senza spine, e da Porto Torres per i mercati del settentrione e della Germania meridionale, dove si invia la varietà spinosa. Il reddito che se ne ricava è ingente, sicché la coltura dei carciofi è destinata ad aumentare ancora, specialmente nelle zone di bonifica.

    Assai più limitato, ma pur sempre notevole, è stato l’incremento della coltura del pomodoro, passato dai 1900 ha. del 1937 ai 2700 circa del 1963, ma coltivato sempre, per la maggior parte, a pieno campo. La coltura di tipo ortivo ha lontane origini e dà prodotti per il consumo diretto, mentre quella a pieno campo ha preso piede nel 1931 in rapporto con la costruzione di conservifici nell’Oristanese e nella piana del Flumendosa, tanto è vero che, entrata in crisi questa industria tra il 1930 e il 1933, la coltivazione si contrasse per poi riprendere stabilmente quando nel 1934-35 essi furono riaperti. Comunque la coltura del pomodoro è più diffusa in provincia di Cagliari: ortiva nel piano-colle campidanese, in pieno campo nella bassa pianura del Flumendosa, nell’Oristanese e nell’alta pianura del Tirso. Il prodotto ha superato nel 1963 i 670.000 q., ma rimane assai modesto rispetto a quello della maggior parte delle altre regioni italiane.

    Tra gli altri ortaggi meritano di esser ricordati il cavolfiore, in lento accrescimento, come tutti i prodotti rimanenti, che occupa oggi oltre 600 ha. e fornisce 150.000 q. di prodotto, e soprattutto i piselli per legumi freschi, la cui coltura nel triennio 1959-61 è più che raddoppiata ed anzi nel litorale tirrenico della provincia di Nuoro, dove è più diffusa, è quasi triplicata. Si tratta di una coltura che si è estesa nel 1963 su 5200 ha. e ha dato 130.000 q. di prodotto, quasi tutto esportato come primizia e che è destinata pertanto a svilupparsi ulteriormente. Da notare infine la produzione di cocomeri e poponi, notevole neH’Oristanese, che dà oltre 300.000 q. di prodotto.

    Delle piante industriali la coltura del lino è praticamente scomparsa (appena 54 ha. nel 1961); quella del cotone è ancora allo stato sperimentale; quella del tabacco pur avendo notevoli possibilità è caduta a 30-40 ha. con una produzione di poche centinaia di quintali e infine quella dell’arachide è poco più che una curiosità. Ma la coltura della barbabietola da zucchero, iniziata solo nel 1953 nei terreni irrigui della piana di Arborea, ha acquistato rapidamente una considerevole importanza anche in pieno campo per lo spostamento della semina all’autunno, tanto da divenire per massa di prodotto la principale pianta da rinnovo dell’agricoltura isolana. Estesa all’inizio appena 865 ha. con 216.000 q. di prodotto, nel i960 la superficie era assai più che quadruplicata (circa 4000 ha.) poiché si era estesa nei comprensori di bonifica irrigata e soprattutto in quelli intorno a Oristano, nel Campidano centrale e nella Nurra algherese, ma la provincia di Cagliari dà i 9/10 della produzione. Il rendimento è stato nei primi anni superiore alla media italiana ma si è poi flesso sui 210-230 q. per ha. rimanendo pur sempre il più elevato dell’Italia meridionale; si è giunti così a ricavare nel 1959 una massa di 1.239.000 q. di prodotto, successivamente contrattosi per effetto del contingentamento disposto su piano nazionale (664.000 q. su 2400 ha. nel 1963) ma rimasto pur sempre considerevole. Esso viene lavorato in due zuccherifici, uno a Oristano e l’altro a Villasor, sicché non solo può essere coperto il fabbisogno dell’isola ma, occorrendo, ne potrebbe essere destinata una buona quantità all’esportazione.

    Colture di fiori a Casa Sea, presso Alghero.

    Un certo interesse ha anche la coltura dei fiori, sorta pochi anni or sono e che, se pure limitata a una trentina di ettari — quasi tutti intorno a Cagliari — è già esportatrice, il che dimostra le sue buone possibilità.

    Rimane da parlare della coltura e produzione di foraggere che riveste importanza particolare per il significato che ha in Sardegna l’allevamento del bestiame. Senonchè proprio la grande disponibilità di pascoli nudi o cespugliati o arborati e la grande predominanza dell’allevamento ovino hanno costituito, oltre alle sfavorevoli condizioni ambientali, un grave ostacolo al diffondersi della coltura foraggera. Ecco perchè di fronte alla grande estensione dei pascoli e dei terreni a riposo che costituiscono anche oggi la base fondamentale della produzione foraggera sarda, la superficie coltivata a foraggi è veramente esigua per quanto sia considerevolmente aumentata negli ultimi tempi in rapporto con la trasformazione agraria e con l’estendersi dell’irrigazione.

    Da circa 9000 ha. nel 1938 tra colture avvicendate e permanenti, si è passati a 13.000 nel 1946 e a 65.000 nel 1961; di questi la metà è costituita da erbai annuali misti, poco più di 1/5 da prati artificiali avvicendati (quasi tutti medicai irrigui) e neppure 1/6 da prati-pascoli. Complessivamente la produzione di foraggi coltivati è di soli 2 milioni e mezzo di quintali, pari ad 1/6 della produzione totale che si aggira in media sui 15-17 milioni di quintali. La grandissima parte di questa massa di prodotto è fornita dai pascoli naturali, che ne dànno circa la metà, e dalla produzione accessoria (in terreni a riposo, incolti produttivi, boschi, ecc.) che ne dà un buon terzo. L’alimentazione del bestiame si basa dunque essenzialmente sulla produttività dei pascoli la quale è piuttosto scarsa (10-15 q-/ha.) e soprattutto soggetta a forti variazioni da un anno all’altro e da una stagione all’altra con conseguente grave scarsezza di risorse alimentari di cui il bestiame soffre assai. S’impone dunque la diffusione dei prati e degli erbai e la conservazione dei foraggi mediante insilamento, insieme al miglioramento dei pascoli, e queste sono appunto le tendenze attuali che presuppongono però una profonda trasformazione dell’organizzazione dell’impresa agraria tradizionale.

    Le colture legnose

    Se le colture legnose occupano una superficie limitata e si trovano raccolte per lo più in zone ristrette e ben delimitate esse, oltre a completare il classico trinomio agricolo mediterraneo — grano, vite, olivo — forniscono un insieme di prodotti il cui valore non è molto inferiore a quello ricavato dalle colture erbacee.

    Viti, olivi e alberi da frutto svariati sono coltivati da tempo soprattutto in coltura specializzata si può dire intorno ad ogni villaggio; ma solo in epoca relativamente recente si sono addensati in determinate zone più favorevoli costituendo vigneti, oli-veti, frutteti, non più in rapporto con una semplice economia locale di sussistenza, ma con un cambiamento della struttura agraria e con lo sviluppo di un’agricoltura commerciale verificatosi dopo il miglioramento delle relazioni generali dell’Isola che seguì il compimento dell’Unità italiana.

    Tra le colture legnose quella della vite ha sempre occupato largamente il primo posto sia per estensione, pari ai 3/5 dell’intera superficie delle colture in questione, sia per massa e valore del prodotto, sia dal punto di vista antropico. Introdotta nell’Isola quasi certamente dai Fenici, la viticoltura fu a quanto sembra ostacolata dai Cartaginesi ma venne rimessa in onore in epoca romana e fu praticata poi largamente e diffusamente in epoca giudicale, tanto che il botanico Andrea Baccio, all’inizio del Quattrocento chiama la Sardegna « insula vini ». Nella seconda metà del secolo scorso l’attiva esportazione di vino verso la Francia.fece aumentare assai l’estensione della superficie vitata, che verso il 1880 giunse a superare i 70.000 ettari. L’infestione fillosserica portò però un duro colpo a questa fiorente attività: scoperto il primo focolaio del parassita nel 1883 in quel di Sorso, nel 1891 l’intera provincia di Sassari era infetta e l’anno dopo tutto il Nuorese era compromesso. Si ebbe poi un certo rallentamento, ma nel 1896 erano distrutti i floridi vigneti dell’Oristanese, nel 1899 quelli del Mandrolisai, nel 1902 quelli dell’Ogliastra e negli anni successivi infine venne colpito il Campidano di Cagliari. In definitiva si è calcolato che nel 1912 fossero perduti 42.500 ha. di vigneto, pari ad oltre 3/5 della superficie iniziale.

    Paesaggio nel « Campidano vitato ».

    Le conseguenze della crisi fillosserica furono gravissime perchè la viticoltura rappresentava ben più che all’epoca attuale, lavoro e pane per migliaia e migliaia di famiglie, una parte delle quali fu costretta ad emigrare. Infatti la ricostituzione dei vigneti su piede americano, per quanto coraggiosamente intrapresa, è stata ostacolata dalla mancanza di capitali e dalla contrazione dell’esportazione dovuta alla rottura dei rapporti commerciali con la Francia, sicché ancora nel 1929 la superficie ammontava, secondo il Catasto agrario, a soli 33.658 ha. saliti ad appena 37.433 nel 1948, corrispondenti a poco più della metà della superficie iniziale, dopo ben oltre mezzo secolo dal principio del flagello.

    Ma dal 1950, con la trasformazione fondiaria e agraria e con le provvidenze adottate dalla Regione, la superficie vitata ha avuto un notevole incremento, sicché nel 1963 misurava quasi 60.000 ha., tutti a coltura specializzata, che la poneva al 5° posto tra le regioni italiane.

    La ricostituzione del vigneto non ha portato in genere notevoli cambiamenti alla sua distribuzione sicché se ne è mantenuta anzitutto la dispersione, tanto è vero che ben 2/3 dei Comuni avevano nel 1961 meno di 100 ha. a viti, 1/3 tra 100 e 500 ha. e appena 26 più di 500 ha., di cui solo 8 con oltre 1000. Si è mantenuta inoltre l’ubicazione delle principali zone viticole, che sono rimaste là « dove già le condizioni ambientali avevano favorito l’affermarsi della viticoltura, il formarsi di una tradizione viticola e di una mano d’opera esperta ».

    I vigneti più estesi e compatti si trovano prevalentemente in pianura e bassa collina, in gran parte nei Campidani, in cui si addensano soprattutto intorno a Cagliari a formare il Campidano vitato, dove si stende a perdita d’occhio fino a Monastir e Dolianova il maggior vigneto di massa della Sardegna, col paesaggio caratteristico delle distese uniformi delle basse viti a cespuglio. Ad esso si aggiungono i vigneti di Terralba e dell’Oristanese da un lato e delle isole di San Pietro e Sant’Antioco dall’altro, sicché la provincia di Cagliari, climaticamente e pedologicamente meglio dotata, contiene quasi i 3/5 dei vigneti sardi; poco più di 1/5 ciascuna ne posseggono la provincia di Nuoro soprattutto in Ogliastra, nelle colline tra Lanusei e Jerzu, nonché a Dorgali e la provincia di Sassari, intorno ad Alghero e in una striscia tra Sorso e Castel Sardo.

    Invece il passaggio della fillossera ha prodotto modificazioni importanti nella tecnica viticola, che si è assai evoluta nelle modalità d’impianto e nelle pratiche colturali, mentre il sistema di allevamento è rimasto quello tradizionale ad alberello, che meglio si adatta alle difficoltà climatiche come in tante altre regioni meridionali. Anche il rendimento medio si è andato elevando, tanto che sarebbe addirittura raddoppiato tra il 1913 e il 1929 ma rimane anche oggi piuttosto basso, superando di poco i 40 q. di uva per ettaro, ed è soggetto ad oscillare grandemente da un anno all’altro. Sicché la produzione totale, pur aggirandosi in media sui 2,2 milioni di quintali, è variata tra 1,7 milioni di quintali nel i960 e i 3,4 del 1962. L’uva viene quasi tutta vinificata, tranne un centinaio di migliaia di quintali, per metà costituiti di uva da tavola e per l’altra metà di uva da vino, consumato allo stato fresco.

    Distribuzione e intensità delle colture legnose nel 1961.

    In definitiva si producono in media da 1,5 a 2 milioni di hi. di vino, ma la produzione è in continuo aumento e nel 1962 ha raggiunto 2,3 milioni di hi., di cui i 3/4 ricavati nella provincia di Cagliari.

    Ma più della quantità è la qualità dei vini sardi che conta e che li rende particolarmente rinomati e apprezzati. Numerose sono le qualità di vitigni che danno ottimi vini fini e da pasto ad alta gradazione alcoolica. Tra i più diffusi ricordiamo il Nuragus, di antichissima origine e coltivato nel Cagliaritano, come il Bovale; il Cannonati, diffuso soprattutto in Ogliastra e nel Sassarese; il Vermentino di origine còrsa e coltivato in Gallura e nel Montacuto; la famosa Vernaccia dell’Oristanese (con centro a Soiarussa) e la non meno celebre Malvasia della Planargia e dei dintorni di Cagliari. Meno importanti, ma pure ben noti, sono il Nasco, la Monica, il Girò, il Torbato, che danno vini liquorosi ricercati. Questi vini speciali rappresentano però solo il 13% della produzione, la cui massa è costituita per 3/5 da vini da pasto e per 1/3 da vini da taglio rossi e bianchi. E questi vini comuni appunto si esportano sempre più largamente (fino a 434.000 q. nel i960), mentre paradossalmente l’esportazione dei vini tipici si è ridotta a quantità relativamente esigue. Ciò è forse causato oltre che dalla forte concorrenza anche dall’insufficiente tipizzazione dei vini sardi, dovuta al fatto che essi sono prodotti in piccole quantità ripartite tra numerose cantine. Negli ultimi tempi però notevoli sforzi sono stati fatti in questo settore con la razionalizzazione delle attrezzature e con lo sviluppo dello spirito associativo mediante la creazione di numerose ed efficienti cantine sociali, che nel 1961 erano in grado di lavorare 684.000 q. di uve, quantità che salirà a 850.000 q. con l’ultimazione degli impianti in costruzione. Per dare un’idea dell’importanza dei risultati conseguiti, basterà dire che mentre ancora nel 1938 le cantine sociali erano 11, con una capacità complessiva di 310.000 hi., oggi esse sono 34, con una capacità di 1.224.000 ettolitri. Tra esse spiccano quelle del Campidano vitato (Monserrato, Quartu, Dolianova), con una capacità di 330.000 hi., cui seguono alla lontana quelle del Campidano centrale (Serramanna e Sanluri) e quelle del Campidano settentrionale (Terralba e Mógoro) e di Oristano (con la ben nota cantina sociale della Vernaccia); altrove stanno alla pari con queste ultime le cantine di Sant’Antìoco e Ca-lasetta nelle isole sulcitane, quella di Jerzu nell’Ogliastra e quella di Santa Maria La Palma, nella zona di riforma e trasformazione agraria della Nurra.

    La cantina sociale di Sorgono, una delle tante sorte di recente.

    In definitiva, la viticoltura sarda è oggi in piena espansione, ma deve essere ancora dimensionata razionalmente dando opportuno sviluppo alla produzione di uva da tavola e in rapporto col problema riguardante i vini tipici, che si può risolvere solo dando uniformità e maggiore consistenza alla produzione delle qualità di uve occorrenti per prepararli.

    La coltura dell’olivo ha importanza e diffusione assai minore malgrado la presenza di olivastri in quasi tutte le parti dell’isola al disotto degli 800 metri.

    Ciò è dovuto alla sua origine più recente e agli ostacoli posti all’arboricoltura dal godimento collettivo delle terre. Secondo il Fara i primi oliveti si costituirono, almeno nel Capo di Sopra, verso la metà del Cinquecento, ma si estesero soprattutto nel secolo seguente per effetto delle provvidenze legislative spagnole, e in particolare di quelle emanate nel 1624 che obbligavano ogni suddito che pagava il fuo-catico a innestare ogni anno 10 olivastri ovunque essi esistevano e per insegnare l’arte dell’innesto furono fatti venire specialisti da Maiorca e da Valenza. Ulteriori progressi furono ottenuti con provvidenze simili prese nel 1806 dal governo piemontese su cui si ricalcano anche le direttive attuali. Sicché è stato giustamente osservato che in Sardegna lo sviluppo dell’olivicoltura è stato sempre strettamente legato alle direttive economiche e agrarie dei governi che soli potevano disputare il terreno necessario al collettivismo agrario.

    Il compatto oliveto di Alghero che racchiude la città.

    Questa particolare origine ha contribuito a far sì che la coltura dell’olivo venga praticata sia in forma specializzata che promiscua, cioè consociata a piante erbacee o altre piante legnose. Vero è però che in gran parte quest’ultima è da considerare specializzata, perchè le colture erbacee vi sono secondarie e la consociazione con la vite è spesso provvisoria.

    Comunque negli ultimi venti anni la coltura specializzata si è accresciuta assai per la trasformazione mediante innesto di vaste zone olivastrate, tanto da occupare oggi una superficie solo di poco superiore a quella promiscua. Complessivamente la olivicoltura si stende su 52.000 ha. ma, al contrario di quanto avviene per la vite, è localizzata in poche plaghe, tra le quali spicca l’Agro di Sassari che possiede 1/3 degli olivi in coltura specializzata dell’isola, costituenti un bosco di 7000 ha. che si stende compatto intorno alla città, fino a Sorso e a Tissi. Altri oliveti importanti si trovano intorno ad Alghero, nella bassa Planàrgia in quel di Bosa, alle falde del Montiferru verso Cuglieri e Santu Lussurgiu, intorno a Cabras, nei dintorni di Lanusei, presso Dolianova e tra Pula e Sarròch. Invece in provincia di Cagliari domina la coltura promiscua, che occupa i 3/5 dell’intera superficie cosi coltivata.

    Ma le pratiche colturali sono ancora per molte parti sommarie sicché, malgrado la presenza di buone qualità di olivi (l’Olieddu Terzu cagliaritano, la Bosana, l’Oliva tonda e l’Oliva Palma sassaresi), il rendimento è inferiore a quello medio nazionale e soprattutto varia assai da un anno all’altro, tanto che rispetto ad una media di 761.000 q. di olive e 93.000 q. di olio del triennio 1959-61, si è avuto, nel 1962, un raccolto ridotto ad 1/3! Si aggiunga che la raccolta delle olive e la loro manipolazione lasciano ancora spesso a desiderare, il che influisce negativamente sulla qualità del prodotto.

    C’è dunque molto da fare ancora per estendere e migliorare l’olivicoltura per il cui incremento è in atto un vasto piano di trasformazione degli olivastri (3 milioni di piante) redatto dalla Regione e che dovrebbe far aumentare di 33.000 ha. la superficie ad olivi.

    Le altre colture legnose sono costituite da alberi fruttiferi svariatissimi, ricoprenti una superficie di circa 52.000 ha., soprattutto a coltura promiscua e per 4/5 nella provincia di Cagliari, che producono modeste quantità di frutta secche e polpose (specialmente fichi d’india, fichi, pere e pesche) generalmente non sufficienti per il consumo, per quanto di recente i pescheti si siano assai estesi (oltre 3000 ha.) e forniscano tra i 100 e i 150.000 q. di frutti.

    Meritano peraltro particolare menzione il mandorlo e gli agrumi, per il loro significato sia economico che agrario.

    Il mandorlo è di diffusione abbastanza recente, visto che ne parla per primo il La Marmora, come di pianta coltivata in frutteti e giardini e soprattutto nelle vigne e il cui prodotto alimentava già una certa esportazione. Si è esteso poi facilmente perchè prospera bene nell’ambiente sardo e perchè, come pianta colonizzatrice di modeste esigenze può valorizzare terreni poveri: perciò viene piantato anche dai pastori qua e là nei pascoli cespugliati ed anche negli oliveti costituiti mediante innesto degli olivastri, in cui il mandorlo, insieme al pero innestato sul perastro (pirastru), ha la funzione di riempire i vuoti. Perciò prevale largamente la coltura promiscua (circa 20.000 ha.) su quella specializzata (solo 6000 ha.) che si trova nelle parti più asciutte dell’isola e soprattutto sulle colline intorno al Campidano di Cagliari, nel Campidano centrale intorno a Sanluri e San Gavino, sicché nel Cagliaritano sono concentrati i 4/5 della coltura e si raccoglie una egual parte del prodotto. Si tratta di 130-140.000 q. che pongono la Sardegna al 4° posto tra le regioni italiane e che sono quasi tutti esportati.

    La coltura degli agrumi è una tra le poche colture arboree irrigue della Sardegna che, a prescindere dalla limitata presenza del cedro, segnalata fin dal secolo IV d. C., fu introdotta nel secolo XIV dagli Aragonesi prima lungo la Vega di Milis, nel-l’Oristanese e più tardi a San Sperate, alle spalle di Cagliari, in località particolarmente adatte per natura del terreno, condizioni climatiche e disponibilità di acque torrentizie. Quivi successivamente la coltura si estese per l’aumento della richiesta locale di agrumi e si sono formate così due magnifiche oasi suddivise in centinaia di fiorenti « giardini » della superficie media di mezzo ettaro che si allungano ai lati dei due Riu Mannu da cui prendono acqua sapientemente distribuita. Nel secolo scorso la coltura si diffuse a Villacidro, lungo il Rio Leni nel Campidano e dinanzi a Muravera nella bassa valle del Flumendosa: sono queste anche oggi le località agrumicole più significative dove le colture specializzate hanno l’aspetto di un vero bosco. Ad esse se ne sono aggiunte poi altre minori a Tortoli, Bosa e altrove e in epoca recente quelle in coltura promiscua nelle zone di bonifica (Arborea, Oristanese, Sulcis), rafforzando così il predominio della Sardegna meridionale e occidentale, climaticamente più favorevoli.

    L’agrumicoltura è dunque in via di forte incremento ed occupava nel 1962 una superficie di 6000 ha. di cui 1800 in coltura specializzata costituita quasi esclusivamente da aranceti, con fulcro a Milis (milesu è infatti, e più era sinonimo di venditore d’aranci); invece la coltura promiscua è suddivisa in parti poco diverse tra colture di aranci, mandarini e limoni. La produzione dall’anteguerra ad oggi è pressoché quadruplicata e si aggira sui 260.000 q., per 4/5 costituiti da aranci, poi da mandarini e da limoni, assorbiti tutti dal mercato locale, di cui però non soddisfano ancora il fabbisogno. L’agrumicoltura ha dunque un buon avvenire.

    Vecluta aerea del Campidano di Milis con le oasi di aranceti lungo i corsi d’acqua.

    I prodotti dei boschi e la silvicoltura

    Come si è detto, l’inconsulto diboscamento verificatosi nel secolo scorso distrusse i 3/4 del patrimonio forestale dell’isola, sicché essa oggi, con i suoi 321.000 ha. di boschi tra pure e miste (pari al 13,8% della superficie agro-forestale), è tra le regioni italiane meno boscose, anche se possiede in più vaste estensioni di macchia.

    Si tratta poi quasi interamente di boschi di latifoglie, in parte degradati, sicché la loro importanza economica, da un punto di vista generale, è ben scarsa. La produzione legnosa non è soddisfacente sia per qualità, in quanto non si produce legname da opera vero e proprio (tavolame, refilati, ecc.), ma quasi esclusivamente traverse ferroviarie e puntoni da miniera, sia per quantità, poiché si ricavano solo 20.000 me. di legno da lavoro (per metà costituito da paleria e 1/4 da traverse). Ciò pone la Sardegna al terz’ultimo posto tra le regioni italiane, superata solo dalle Marche e dalla Puglia. Da notare solo una discreta estensione degli eucalipti che va accrescendosi perchè il loro legno trova impiego nella fabbricazione della cellulosa.

    Maggiore importanza ha la produzione di combustibili vegetali: circa 100.000 tonn. di legna da ardere, fasciname abbondante e soprattutto carbone, il quale però è ridotto oggi a quantità assai modeste. Le massime sono state raggiunte intorno al 1930-33 quando il carbone veniva inviato in copia alle regioni italiane continentali ed era altresì esportato in Spagna ed in Francia attraverso il porto di Cagliari ed alcuni porticcioli della costa orientale tra cui Arbatax. Ancora nel 1949 la produzione fu di ben

    557.000    q., ma in seguito diminuì rapidamente per il diffondersi dell’uso del gas liquido ed è ridotta oggi a poco più di 50.000 q. ricavati soprattutto dal territorio di Villagrande in Ogliastra, dalla Barbàgia e dal Capoterra. Ad esse attendono alcune « compagnie » di carbonai continentali provenienti dall’Appennino pistoiese e bolognese che dal i° ottobre al 21 giugno si recano ancora in Sardegna e che rappresentano gli ultimi resti di folti gruppi comprendenti fino a poco tempo fa alcune migliaia di individui.

    Distribuzione dei boschi e dei rimboschimenti.

    Decorticazione di una quercia da sughero.

    Importanza molto maggiore hanno i prodotti non legnosi e non tanto i frutti — sebbene le ghiande del Nuorese costituiscano la base per un notevole allevamento suino — quanto il sughero, che costituisce il prodotto di maggior valore dei boschi sardi non solo nell’àmbito regionale, ma addirittura su piano nazionale. A dire il vero, alla sua produzione si dedica una particolare silvicoltura, la subericoltura, perchè se la quercia da sughero trova in molte parti dell’isola il suo ambiente climatico e pedologico più favorevole (clima mediterraneo con influenze oceaniche e terreni silicei), bisogna però allevarla e curarla adeguatamente per ottenere un prodotto abbondante e di buona qualità e provvedere altresì alla sua diffusione. Un’apposita indagine effettuata nel 1953 dall’Istituto Centrale di Statistica trovò in Sardegna 61.000 ha. di querce da sughero, tra pure e miste, pari al 67% dell’intera superficie subericola italiana: quasi i 3/5 del patrimonio sugheriero sardo appartengono alla provincia di Sassari, e ricoprono essenzialmente le groppe granitiche della Gallura esposte a mezzogiorno; vengono poi a distanza gli altopiani di Buddusò, Bitti e Abbasanta, i monti di Alà e i colli scistosi dell’Iglesiente. Il netto predominio della Gallura è dovuto alla parte relativamente meno importante che vi ha l’allevamento ovino e al popolamento sparso degli stazzi che consente una migliore protezione delle sugherete dagli incendi, flagello gravissimo dei boschi sardi.

    La produzione di sughero, dopo un periodo di flessione dovuto all’adozione di un turno novennale e di adatte dimensioni delle piante per la decorticazione, è risalita nel 1962 a 154.000 q. corrispondenti ai 3/4 dell’intero raccolto italiano anche per il maggior rendimento delle sugherete sarde.

    Circa il 90% del prodotto viene esportato attraverso il porto di Olbia e si dirige quasi tutto verso le industrie dell’Italia settentrionale; solo un 3% va all’estero e specialmente in Germania, ostacolato com’è dalla concorrenza spagnola e portoghese.

    La raccolta del sughero non viene eseguita dai contadini, ma dai commercianti di Tempio e di Olbia che prendono in affitto per un decennio le sugherete e provvedono al raccolto con squadre di operai del Tempiese che eseguono la demaschiatura delle piante giovani e la decorticazione di quelle adulte. Spesso ciò avviene in modo irrazionale e causa quindi la degradazione delle sugherete, cui contribuisce l’abitudine di togliere la scorza alle piante per ricavarne corteccia da concia e lo sfrondamento per l’alimentazione del bestiame. Solo da poco tempo lo sfruttamento si è venuto razionalizzando per opera della « Stazione sperimentale del sughero » di Tempio e per le provvidenze dell’Amministrazione regionale, volte a migliorare ed estendere assai la subericoltura, dato che essa già ora dà un reddito calcolabile a 2,5 miliardi, alimenta una non trascurabile industria di trasformazione ed ha buone prospettive di mercato. Infatti l’Italia è la maggior produttrice di sughero del Mercato Comune Europeo e il consumo di questa materia prima aumenta continuamente, data la molteplicità delle sue applicazioni.

    Infine, nel quadro dell’utilizzazione della flora spontanea, merita ricordare ancora quella della palma nana praticata un tempo largamente soprattutto nella Nurra e nell’Ogliastra costiera, per la produzione del crino vegetale e di materiale da intreccio usato per la fabbricazione di cestini artistici, specie a Castel Sardo. Si utilizzano anche l’asfodelo per la fabbricazione di cesti e di stuoie e il lentisco dai cui frutti si estrae un olio (olu stinku), una volta usato nell’alimentazione ed oggi per scopi industriali.

    Gli allevamenti zootecnici

    Se l’agricoltura regola in generale la vita economica della Sardegna, essa è affiancata però dalla pastorizia, praticata in vaste plaghe come attività predominante e che costituisce quindi uno dei cardini dell’economia soprattutto nelle parti montane e di alta collina ove i pascoli assumono la massima estensione. Infatti il valore della produzione zootecnica è di non molto inferiore a quello delle coltivazioni.

    Ridotto in ben misere condizioni nel secolo XVIII, per un generale processo di degenerazione dovuto alle pessime condizioni di vita, il bestiame ha progredito assai a partire dalla metà del secolo scorso per effetto di appropriati incroci e oculata selezione eseguiti dagli allevatori, e costituisce oggi un patrimonio di notevole consistenza sia su piano regionale che nazionale. Caratteri generali dell’allevamento sardo sono la sua vita autonoma, separata dall’agricoltura e poi il fatto che è praticato allo stato brado basandosi per l’alimentazione esclusivamente sul pascolo naturale, sicché il bestiame soffre molto per il nutrimento scarso e irregolare e per mancanza di ricovero, i quali provocano forti oscillazioni nel reddito e un’elevata mortalità che è giunta fino a un quarto dei bovini esistenti e ad oltre la metà degli ovini! Inoltre l’allevamento è sensibile alla congiuntura economica, che si riflette su di esso con alti e bassi e con mutamento dei rapporti tra bovini e ovini che si possono considerare in una certa misura concorrenti. Fin verso la fine del secolo scorso, c’è stato un netto predominio dei bovini se non per il numero dei capi per la quantità di prodotto fornito, considerando ogni capo grosso equivalente a tre capi piccoli; infatti nel 1881 furono censite 844.000 pecore e 279.000 buoi, che alimentarono una discreta esportazione fino alla rottura dei rapporti commerciali con la Francia. L’allevamento bovino continuò ad aumentare alquanto fin verso il 1922 (377.000 capi) perchè sostenuto dallo straordinario sviluppo dell’allevamento ovino, sviluppo che provocò l’espansione dei pascoli, e dato anche l’utile complemento che il latte di vacca costituiva per la fabbricazione del formaggio sardo.

    Allevamento di bovini di razza svitto-sarda nel Centro Zootecnico dell’E.T.F.A.S. di Musei.

    Tra il 1880 e il 1890 venne appunto organizzandosi una forte industria casearia in concomitanza con l’abbassamento del prezzo del grano che mise a disposizione della pastorizia vaste superfici, prima destinate alla cerealicoltura. Successivamente l’allevamento bovino segnò un rapido declino fino a ridursi nel 1937 a 202.000 capi, mentre quello delle pecore continuò ad aumentare fino a superare già nel 1930 i 2 milioni di capi, per lo straordinario sviluppo assunto dalla fabbricazione del formaggio pecorino romano, basato solo sul latte di pecora e largamente esportato.

    Nell’ultimo dopoguerra, essendo continuata la richiesta del formaggio e data la maggior rapidità e facilità di adeguare la consistenza dei greggi ovini alla congiuntura economica, è continuata la tendenza alla progressiva prevalenza degli ovini sui bovini; lo sbilancio massimo si è avuto nel 1958 con 2.559.000 pecore ed appena 196.000 buoi indice questo di un comportamento contrario a quello verificatosi nelle altre regioni italiane ed europee. I caprini e gli equini invece, avevano segnato, come altrove, una diminuzione. Ma negli ultimi anni la progressiva riduzione della superficie a pascolo e a riposo-pascolo, per effetto dell’estendersi delle colture dovuto alla trasformazione fondiaria e agraria, ha fatto invertire il processo allineando l’allevamento sardo all’evoluzione naturale generalmente in atto che vede l’incremento dei bovini e la contemporanea contrazione degli ovini. Questa tendenza si va affermando sempre più, tanto che nel 1961 il numero delle pecore era sceso a 2.385.000 capi, flettendosi poi ulteriormente, mentre quello del bestiame vaccino era aumentato a 224.000 capi, ancora ben lontano, tuttavia, dalla consistenza che aveva all’epoca del Gemelli, nel 1771, quando ne furono contati ben 344.000. Si deve considerare tuttavia che la taglia e il peso dei capi sono oggi assai superiori.

    Vedi Anche:  Origine del nome e caratteri generali della Sardegna

    Per quanto riguarda in particolare i bovini, si constata anzitutto che la loro distribuzione è assai disforme avendo solo 1/4 dei comuni densità superiore a 10 capi per kmq. e appena 15 oltre 20 capi; le maggiori densità si riscontrano in Gallura, nel Montiferru (Santu Lussurgiu), nel Màrghine, nell’Oristanese (Arborea) e nel Sulcis. Inoltre, alla diminuzione progressiva del numero dei bovini verificatasi nella prima metà del secolo, ha fatto riscontro un continuo notevole miglioramento qualitativo. La razza piccola, immiserita, poco produttiva, esistente ancora settantanni fa, è stata progressivamente rinsanguata e rinnovata mediante riusciti incroci accuratamente selezionati con la razza bruno alpina nella parte centro-settentrionale e con la razza modicana nella parte meridionale deirisola. L’antica razza indigena è ridotta ormai a poca cosa ed è confinata nelle montagne più povere e impervie del Sulcis, dell’Ogliastra e della Barbàgia. In tutte le altre parti essa è stata sostituita da due gruppi di ottimi bovini che hanno pregi uguali, se non superiori, a quelli delle razze da cui derivano. Il primo e più numeroso è costituito dalla razza svitto-sarda, allevata per produzione di latte e carne nel Capo di Sopra e soprattutto nel territorio compreso tra Ozieri, Nuoro e Bosa, con fulcro nell’Ozierese. La provincia di Sassari infatti, possiede la maggior parte dei bovini (2/5 del totale), mentre la provincia di Nuoro ne ha la parte minore. La razza svitto-sarda ha anche buone attitudini al lavoro ed ha conservato la rusticità originaria, sicché si spiega la sua diffusione nelle tancas pastorali dove vive allo stato semi-brado e fornisce latte utilizzato per la preparazione del provolone, alimentando fino a poco tempo fa una certa esportazione verso il continente italiano, oggi pressoché cessata per l’aumento del consumo della carne da parte della popolazione sarda.

    Sardegna pastorale.

    I bovini sardo-modicani invece sono diffusi nel Capo di Sotto e soprattutto nel Campidano d’Oristano, con principali centri di allevamento a Oristano stesso, Santu Lussurgiu e Narbolia. Questa razza spicca per la taglia maggiore, il colore fulvo e per l’attitudine al lavoro, necessaria per l’agricoltura delle pianure meridionali, ma ha anche una buona resa di carne ed è pertanto ben adatta all’ambiente.

    Infine in epoca recente si sono diffusi nelle zone di bonifica e trasformazione agraria numerosi bovini di razza frisona italiana ad alta produzione di latte, affermati specialmente nelle zone irrigue che assicurano la necessaria quantità di foraggio, come risultato dell’inserimento deH’industria zootecnica nell’agricoltura, fino ad ora cosi scarso e che è invece quanto mai desiderabile per il progresso dell’una e dell’altra attività. Il bestiame da latte conta oggi circa 120.000 capi, pari alla metà del patrimonio bovino e corrispondenti a quelli del Trentino o dell’Umbria.

    Ben altra importanza ha l’allevamento degli ovini e dei caprini, per cui l’isola ha un netto primato tra tutte le regioni italiane, sicché costituisce il motivo più originale dell’economia rurale sarda che questa, si può dire, ha avuto in tutti i tempi e che si è impresso nei modi di vita di una parte considerevole della popolazione. Si pensi che, pur essendosi verificata negli ultimi anni una certa flessione, il complesso del bestiame minuto ascendeva nel 1963 a ben 2.773.000 capi, pari circa a 1/3 del totale nazionale ed a 114 capi per kmq., contro appena 27 dell’Italia intera! Di gran lunga prevalente è il gregge ovino che nello stesso anno era formato da poco più di 2 milioni di pecore su un totale nazionale di 6,8 milioni. Pur essendo gli ovini diffusi in tutta l’isola, la loro distribuzione è assai disforme in quanto, se pochissimi sono i comuni con meno di 50 capi per kmq., quelli con oltre 100 capi sono raccolti nelle parti montane (esclusa solo la Gallura centro-settentrionale), in quelle centrali e settentrionali di alta collina e nelle regioni cerealicole. I Comuni con oltre 200 capi per kmq. — una quarantina in tutto — segnano i nuclei delle più classiche aree pastorali: la Barbàgia Ollolai, con fulcro a Ollolai, Gavoi e Fonni, l’altopiano di Bitti e Buddusò, la Barbàgia Beivi con Tonara, Désulo e Aritzo, il Màrghine, l’alto-piano di Abbasanta, il Logudoro centro-occidentale e l’Anglona occidentale. In complesso la provincia di Núoro possiede la maggior parte delle pecore e delle capre — 12/5 del totale sardo — come quella che ha la maggiore vocazione pastorale per la grande estensione di montagna e la massima disponibilità di terreni pascolivi, non altrimenti utilizzabili.

    Distribuzione degli ovini nel 1960.

    Anche per la qualità degli ovini, vi sono differenze sensibili tra le varie parti perchè, pur avendo origine unica, la pecora sarda presenta oggi tre varietà, figlie dell’ambiente e accuratamente selezionate. Se ne distingue infatti una di grande taglia che vive in pianura, nel Campidano di Cagliari, intorno a Macomér e in Pla-nàrgia, un’altra di piccola taglia che predomina nei terreni aspri della Barbàgia, del-l’Ogliastra, dell’Iglesiente e della Gallura e una terza di media taglia, diffusa in tutto il resto dell’isola e che è la più numerosa. La distinzione è importante perchè influisce nòn solo sulla produttività — che è maggiore nelle pecore di grande e media taglia — ma anche sul sistema di allevamento che è quasi sempre stanziale per queste due varietà che non si adattano ad ambienti montuosi, mentre è transumante per le pecore di piccola taglia.

    La trasformazione agraria in atto, ha causato una notevole diminuzione di questi pascoli di pianura, rompendo un antico equilibrio e ha fatto sorgere un grave problema che si potrà risolvere sia con il miglioramento dei pascoli e la costruzione di ricoveri montani, sia con la creazione in pianura di risorse foraggere artificiali.

    La diminuzione dei pascoli spiega il fatto che un certo numero di pastori sardi porta le pecore a svernare in continente, sui pascoli della Maremma e che alcuni di essi si sono trasferiti con le greggi in varie parti dell’Appennino tosco-emiliano.

    La pecora sarda, pur non potendo competere con le razze continentali più note date le difficoltà ambientali e la scarsezza di alimenti, ha una discreta produttività soprattutto per il latte di cui si ottengono 100-120 kg. per capo e in complesso oltre 2 milioni di q. considerando anche il non trascurabile apporto delle capre. Si tratta di una quantità veramente ingente, pari a oltre un terzo di quella nazionale, che per la quarta parte viene destinata al consumo e per il resto usata nell’industria casearia che si è tanto sviluppata negli ultimi cinquant’anni, da divenire l’attività più significativa dell’ambiente rurale sardo. Essa produce rinomati formaggi (fiore sardo, pecorino romano, fesa) per 150-180.000 q. largamente esportati e abbondante ricotta.

    Importanza assai minore ha la produzione della carne, che però ha un peso considerevole se si pensa ai 600.000 tra agnelli e capretti che vengono immessi annualmente al consumo per quasi 200.000 q. e in gran parte esportati. Un certo apporto non trascurabile dà infine la lana, prodotta in modesta quantità (1 kg. di lana sucida a capo, in media, e in totale 23.000 q.) e di qualità scadente perchè, essendo grossolana, può essere usata solo per riempire materassi o per la preparazione familiare e artigianale di tappeti e di quel ruvido tessuto chiamato orbace o foresi.

    Anche le capre, allevate per poco meno di 350.000 capi soprattutto sui più aspri e poveri versanti orientali, dalla Gallura al Sàrrabus, sono discretamente produttive, sicché il loro numero è diminuito poco rispetto a quel che si è verificato nelle altre regioni italiane e ciò perchè altrimenti vasti territori impervi e poveri dell’isola rimarrebbero del tutto improduttivi. Si deve pure considerare che la capra produce latte anche nella stagione in cui la maggior parte delle vacche e delle pecore sono asciutte o quasi, che la carne dei capretti è molto ricercata, che dà pelli apprezzate e che infine il suo pelame viene usato per tessere robuste bisacce chiamate bértulas.

    L’allevamento dei suini era un tempo più intenso, ma è andato diminuendo per la progressiva riduzione dei boschi di querce, tanto che tra il 1908 e il 1930 si è avuta una decurtazione di circa 1/3 (da 158.000 a 102.000 capi); negli ultimi anni, però, c’è stata una sensibile ripresa, tanto che oggi il loro numero è salito a 135.000 capi. Fino da tempo antico i suini sono allevati sia stabulati o semibradi, sia allo stato completamente brado, in mandrie particolarmente numerose nel Gennargentu e in genere nelle zone montuose ricche di querce dove nell’autunno abbondano le ghiande. In tal caso i suini diventano selvatici e si sbagliano quasi coi cinghiali, con cui hanno una grande somiglianza.

    Gli equini sono invece in continua decadenza tanto che il loro numero complessivo si è pressoché dimezzato negli ultimi trent’anni e supera oggi di poco i 50.000 capi, di cui la maggior parte è formata da asini. Infatti il minuscolo asinelio sardo, « su burriccu », per il suo basso costo, per la resistenza e la rusticità a tutta prova e per le modestissime esigenze alimentari, è l’animale domestico per eccellenza molto diffuso ed ha grande importanza per la vita rurale sarda dove il mulo è sconosciuto. Invece il numero dei cavalli è in continua, inarrestabile diminuzione, come avviene nelle altre regioni, per il naturale evolversi dell’economia e per il diffondersi della meccanizzazione. Dal 1930 essi si sono ridotti a poco più di 1/3, aggirandosi oggi sui 20.000 capi. Eppure il cavallo ha avuto sempre molto rilievo in Sardegna, non solo perchè in molte zone esso ha rappresentato e in parte rappresenta ancora il mezzo di trasporto pressoché unico, ma anche per le intrinseche qualità della razza sarda, il cui allevamento ha avuto grandi tradizioni, ma ebbe un grave colpo quando il Governo piemontese soppresse la R. Tanca di Paulilàtino, in cui si trovava l’ultima vera mandria equina dell’isola, un’altra delle quali viveva sul Monte Minerva. In epoca recente l’allevamento è stato riorganizzato con la creazione di depositi governativi (Deposito stalloni di Ozieri, Deposito allevamento di Bonorva) e da aziende private, sorrette dalla innata passione del Sardo per il cavallo.

    Il mondo pastorale

    Sulle montagne sarde si trova, dunque, ancora oggi una delle più importanti comunità pastorali d’Europa e persiste un genere di vita che ha conservato con modesti ritocchi recenti la sua forma antica ricca di aspetti originali di grande interesse. Il centro di questo piccolo mondo è il massiccio del Gennargentu: qui e in alcune regioni contigue, vive la maggior parte dei 50.000 pastori in perpetua mobilità con le loro greggi di pecore, di capre e più raramente di maiali. Presso a poco un terzo di questi pastori possiede piccole greggi di meno di 15 capi che loro stessi conducono, ma la maggioranza ha greggi di oltre 100 capi (in media tra 200 e 300) che comprendono oltre i 3/5 del bestiame minuto dell’isola. Accanto ai grossi proprietari che non lavorano, stanno i pastori che accudiscono le greggi e i servi, che sono pagati con 10 pecore l’anno, che fanno pascolare insieme alle altre e di cui prendono il frutto. Gli animali vivono allo stato brado e i pastori insieme a loro, lontani per settimane dal paese e dalla famiglia, riparandosi in grotte o in nuraghi e nelle « pinnette », nutrendosi di pane biscottato, la cosiddetta « carta da musica » e dei prodotti del gregge, dormendo su stuoie o avvolti nella « best’e peddi » (veste di pelle) o nel cappotto di orbace. È una vita dura, nomade e solitaria, che si svolge ai margini della società e che, poi, è alla mercè dei capricci del clima dal quale, secondo il ritmo delle piogge, dipendono i pascoli, sicché le greggi avranno una cattiva estate se non piove entro aprile e un cattivo inverno se non piove entro ottobre, come è avvenuto appunto nel 1955. E allora si porta in processione la Consolata, fervorosamente cantando :

    « Nostra Signora abba a terra

    in custa necessitade

    sos pizzinnos cheren abba

    sos anzones cheren erba »

    (Nostra Signora dà acqua alla terra / in questa calamità / i bambini chiedono acqua / gli agnelli chiedono erba).

    E talvolta si ricorre ancora ad antichissimi riti magici ed a invocazioni a Mai-mone (Mammone).

    Alla fine di ottobre, greggi e pastori partono per la transumanza (trasmuda) verso i pascoli invernali: dal lato orientale scendono alle brevi pianure tirreniche del Sàrrabus, dell’Ogliastra e delle Baronie, frequentate anche dai pastori degli altopiani nuoresi e dai galluresi; dalla Barbàgia Ollolai si recano verso la Nurra e l’Anglona; dai grandi Comuni pastorali del versante occidentale sciamano largamente verso tutte le pianure dallo stesso lato, ma soprattutto nel Campidano maggiore, nel Campidano occidentale e nelle pianure del Sulcis. E proprio dal lato occidentale che avviene ancora la grande transumanza, sia per la maggiore ampiezza delle pianure costiere, sia per il più lungo tragitto (fino a 150 km.) necessario per raggiungerle in 6-8 giorni di marcia. Le greggi seguono in gran parte le vie normali, ma anche molte vie campestri chiamate « camminas tramudadagias » o « bias de is camminantis ». Si calcola che almeno 250-300 mila capi tra pecore e capre, compiano attualmente la grande transumanza cui si aggiungono però numerose migrazioni a breve raggio e non periodiche.

    I pastori della montagna stabiliscono così con gli agricoltori delle pianure rapporti molteplici per assicurarsi i pascoli invernali, mediante forme d’affitto di tipo assai vario, con canone in denaro o in formaggio, ma possiedono essi stessi e soprattutto quelli di Fonni, Désulo e Gavoi vaste estensioni pascolive nell’Iglesiente, nella Nurra, nel Campidano orientale e nell’Oristanese. Una forma locale caratteristica di contratto è la comunella, residuo del godimento collettivo delle terre limitato al pascolo, dove si può immettere bestiame sia del Comune che transumante. Ma assai diffuse sono forme di sòccida che legano due proprietari di bestiame con possibilità diseguali, di cui il più ricco mette nell’impresa i 2/3 del bestiame e metà di tutte le spese e il socio minore concorre con 1/3 del bestiame, metà delle spese e con tutto il lavoro: i prodotti sono divisi a metà e a metà è diviso il bestiame alla scadenza del contratto. Questo tipo, chiamato bestinzu a pare nel Nuorese e mesu a pari in provincia di Cagliari, è il più diffuso. Invece nel tipo a pastura franca il socio maggiore concorre col pascolo e quello minore con tutto il bestiame e col lavoro, sempre dividendosi a metà i prodotti e, alla fine dei 5 anni, il bestiame. Esistono naturalmente numerose varietà di queste due forme di contratti, per aderire alle diverse situazioni a seconda delle condizioni locali e tutte hanno grande importanza perchè consentono al lavoratore e ai meno abbienti di ascendere gradualmente verso posizioni economiche e sociali più evolute, con una continua trasfusione da una categoria all’altra.

    Territori e vie della transumanza in rapporto con la zonazione altimetrica.

    Verso la metà di maggio i pastori riprendono la via della montagna e giunti nei loro villaggi sono accolti con festeggiamenti: così a Fonni la festa in onore della Vergine dei Martiri che si tiene alla fine di maggio è soprattutto una festa dei pastori appena rientrati.

    Durante l’estate i pastori lavorano essi stessi il latte e producono soprattutto formaggio fiore sardo in numerosissime piccole attrezzature (oltre 25.000 fra casalinghe e transumanti), in capanne spesso ancora con attrezzi tradizionali: quando una certa quantità di formaggio è pronta, i pastori a turno la portano al deposito più vicino per la stagionatura.

    Durante l’inverno i pastori portano il latte ai caseifici che fabbricano il pecorino romano, la cui produzione ha avuto inizio dal 1890 e si è andata affermando sempre più tanto da avere la prevalenza, rivoluzionando la lavorazione tradizionale perchè il prodotto ha trovato largo smercio all’estero, specie negli Stati Uniti tra le numerose colonie di connazionali. A questa produzione attendono oltre 700 caseifici distribuiti in tutta l’isola, ma soprattutto nelle zone pastorali; massimo centro caseario è Ma-comér, in posizione centrale favorevolissima per raccogliere la produzione delle maggiori zone pastorali dell’isola, ma importanti sono pure Bonorva, Ghilarza, Santu Lus-surgiu, Abbasanta, Pozzomaggiore, Ozieri, Chilivani e la stessa Olbia, dove viene imbarcata la maggior parte del formaggio esportato.

    Da una quindicina d’anni si sono verificate modificazioni importanti nella raccolta e nella lavorazione del latte in rapporto con l’affermarsi di forme associative concretatesi con la costituzione in tutti i principali centri pastorali di cooperative e di Gruppi di pastori che hanno lo scopo di organizzare la raccolta del latte, di normalizzare il mercato lattiero-caseario, di stabilire accordi con i proprietari dei pascoli e di lavorare il latte in stabilimenti capaci di produrre tipi di formaggi uniformi e di buona qualità per assicurarne il collocamento. Sono già sorti così una cinquantina di caseifici sociali, appartenenti a Latterie Sociali Cooperative o a Gruppi pastori che sono distribuiti in tutta l’isola e che sono in progressivo aumento.

    Il mondo pastorale sardo e la sua attività sono dunque in via di trasformazione, la quale non potrà essere che benefica perchè, insieme alle provvidenze agricolo-zootecniche già accennate, permetterà migliori condizioni di vita e quindi maggiore tranquillità economica e sociale ad una categoria di salda e brava gente sacrificata e finora trascurata.

    La pesca e la caccia

    La pesca, come la vita marittima in genere, ha avuto in Sardegna scarso e tardivo sviluppo, per la generale esiguità della popolazione decisola, particolarmente lungo le coste, rese deserte per secoli dalie scorrerie di conquistatori e di pirati e dalla malaria, nonché per la mancanza di comunicazioni facili e frequenti con l’interno e con le diverse località litoranee, che ostacola spesso il commercio dei prodotti ittici. La pesca marittima è stata introdotta da pescatori liguri e soprattutto napoletani, sicché ancor oggi la maggior parte dei pescatori ha origine meridionale. Eppure le condizioni naturali sono per lo più favorevoli, sì da determinare una notevole pescosità per cui le acque dell’isola erano note fin da tempo antico, specialmente per la regolare migrazione dei tonni, che in frotte numerose seguono nella tarda primavera tutta la costa occidentale, ed anche per le migrazioni del pesce azzurro.

    Nonostante ciò, la Sardegna è ancor oggi una delle regioni italiane in cui la pesca è meno sviluppata. Infatti nel 1962 esistevano nell’isola, escludendo il barcareccio per la pesca del tonno, 2557 battelli da pesca aventi complessivamente una stazza lorda di 6951 tonn., pari al 4% appena del naviglio da pesca italiano. Su questi battelli erano imbarcati 6143 pescatori che salgono a 7300 circa ove si aggiunga il personale a terra e gli addetti ad attività sussidiarie, corrispondenti a poco più del 5% degli addetti alla pesca in Italia.

    Esistono però differenze notevoli tra i valori relativi dei diversi tipi di naviglio che rispecchiano la varia importanza delle diverse specie di pesca.

    Infatti mentre i motopescherecci sono solo un centinaio e rappresentano intorno al 2,5% del totale italiano, il naviglio remo-velico e le barche a motore sono più numerose (rispettivamente il 5,2 e il 6,8 del totale nazionale) e ciò esprime la complessiva povertà della pesca sarda e la predominanza della piccola pesca. Riguardo ai pescatori, è caratteristico il numero notevole di quelli addetti alle tonnare e alle tonnarelle, per cui la Sardegna occupa il secondo posto in Italia dopo la Sicilia. Ma il naviglio da pesca e i pescatori residenti nell’isola vengono rinforzati da numerosi battelli e da pescatori napoletani, provenienti in gran parte da Ponza e Ven-totene, che dalla primavera all’autunno pescano aragoste e pesce azzurro lungo la costa settentrionale e orientale.

    Inoltre numerosi motopescherecci della Liguria, della Toscana, del Lazio, della Campania e della Sicilia operano nelle acque sarde e sbarcano il pescato in parte nei principali porti dell’isola e in parte direttamente in continente.

    La distribuzione del naviglio e quello dei pescatori lungo le coste dell’isola è molto ineguale, in quanto battelli e uomini si affittiscono alle sue estremità e particolarmente in corrispondenza delle isole sulcitane, della cùspide nord-occidentale e di quella nord-orientale, che fronteggiano per l’appunto le principali zone di pesca e sono vicine ai principali mercati di consumo, meglio collegati col continente e con l’interno. Alghero è il centro che ha il maggior numero di pescatori (circa 1/4 del totale) e la maggior quantità di naviglio (sia per numero che per stazza globale dei battelli) e ciò tanto per le barche a vela e a remi che per le barche a motore; seguono a distanza Carloforte e Cagliari nella parte meridionale, Porto Torres in quella di nordovest, La Maddalena e Golfo Aranci in quella di nordest. Vengono infine i centri minori, alcuni dei quali fanno corona alle più importanti delle tre zone anzidette: Calasetta e Sant’Antioco a sudovest; Stintino, Asinara e Castel Sardo a nordovest; Santa Teresa e Olbia a nordest ed altri si trovano lungo le rimanenti coste.

    La grande maggioranza del naviglio è costituita dunque da barche a vela e a remi (1563 per 2067 tonn.) dei tipi soliti (guzzi, lance, bilancelle, menàide), su cui sono imbarcati più dei 4/5 dei pescatori. Ma da alcuni decenni un numero sempre maggiore di battelli è stato fornito di motore ausiliario, sicché oggi vi sono in Sardegna 898 barche a motore per 2418 tonn. di stazza che hanno per basi principali Alghero, Carloforte, Stintino, Fertilia, Porto Torres, Sant’Antioco, Castel Sardo e La Maddalena. Con le motobarche si esercitano più o meno gli stessi tipi di pesca costiera praticati con le barche a vela e a remi; esse hanno però particolare importanza per la pesca del pesce azzurro, praticata d’estate col sistema della lampara e della saccaleva.

    Tradizionalmente la pesca era praticata per lo più con la lenza e con la fiocina (usata spesso insieme ad una sorgente luminosa, l’anzesa) nonché con piccole reti da terra e anche oggi questi sistemi rudimentali vengono usati prevalentemente da oltre un migliaio di pescatori su circa 411 battelli. L’uso delle reti da posta, da circuizione e da strascico è relativamente recente ed è stato introdotto dalla gente di mare napoletana, soprattutto di Pròcida e di Resina a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, quando ha iniziato delle regolari migrazioni stagionali per la pesca del pesce azzurro, al seguito di quelle che i corallatori di Torre del Greco erano soliti praticare già da molto tempo.

    Sono stati pure i Napoletani che hanno introdotto il largo uso dei palàmiti o palangresi (lunghe cordicelle con alcune centinaia di ami) di mezza altura e di fondo, specialmente a Carloforte e nelle località settentrionali, prima fra tutte La Maddalena.

    A partire dal 1921 si è affermata la pesca con la lampara al pesce azzurro, praticata con barche a motore durante l’estate. Le basi principali per tale tipo di pesca, che in annate buone dà un reddito cospicuo, sono Alghero, di gran lunga la prima, Carloforte, Buggerru, Sant’Antioco, Golfo Aranci, Stintino, Porto Torres.

    Ma la pesca più praticata e per la cui frequenza la Sardegna si distingue fra tutte le altre regioni italiane, è quella con le nasse, il cui uso si intensificò assai nel secolo scorso pure per merito di pescatori napoletani fra i quali prevalgono quelli di Ponza e Ventotene dediti alla pesca delle aragoste. Essa è praticata soprattutto ad Alghero che è il vero centro di questa pesca (forse il primo d’Italia) per cui è seguito dagli altri porti, dove però le nasse vengono adoperate per lo più per la cattura del pesce.

    Flottiglia di barche da pesca nel porticciolo fluviale di Bosa, presso la foce del Terno.

    Per ultima, dopo la prima guerra mondiale, ha preso piede in Sardegna, come in altre regioni italiane, la pesca meccanica che ha per basi principali i quattro porti più vicini alle zone di pesca e ai mercati più importanti: a sud Cagliari (che da sola raccoglie la metà sia del tonnellaggio che della potenza dei motopescherecci) e Carloforte, a nord Porto Torres e La Maddalena alle quali fanno capo e appoggiano per parecchi mesi molti motopescherecci provenienti dalle sponde opposte del Tirreno.

    Il prodotto totale della pesca si aggira sugli 80-90.000 q. annui (83.790 nel 1962) sicché il litorale sardo è airultimo posto tra i litorali italiani, ma al terzultimo per valore (intorno ai 3 miliardi di lire) prima del litorale ionico e ligure. Ciò è dovuto al sensibile apporto della pesca del tonno e di quella delle aragoste, pur essendo questi catturati in modesti quantitativi, mentre i 2/5 del totale sono costituiti da pesce vario e circa 1/5 dal pesce azzurro (sardine e sgombri soprattutto).

    La pesca del tonno è praticata da lungo tempo in Sardegna per mezzo di grandi tonnare che nei secoli passati erano in numero di ben 25, ma che sono progressivamente diminuite tanto che alla fine del secolo scorso erano ridotte a 7 disposte tutte lungo la costa occidentale. Oggi poi le tonnare sono limitate a 4, cioè a quelle che sono sempre state le più redditizie: le tre maggiori si trovano a breve distanza l’una dall’altra, tra l’isola di San Pietro e l’antistante Porto Paglia e sono precisamente: la tonnara dell’Isola Piana, la tonnara di Porto Scuso (la seconda tonnara italiana dopo quella siciliana di Favignana) e quella di Porto Paglia. La quarta è posta all’estremità settentrionale dell’isola, nel Golfo dell’Asinara, a Torre Saline presso Stintino ed è la meno importante. Accanto a ciascuna tonnara si trovano, come al solito, i conservifici.

    Il reddito della pesca del tonno è assai diminuito nell’ultimo cinquantennio. Basti pensare che mentre alla fine del secolo scorso si catturavano in media ogni anno circa 15.000 tonni del peso complessivo di 8-9000 q., oggi la quantità media si aggira sui 4700 q., ma con sbalzi forti da un anno all’altro (da 1800 a 6750 q. tra il 1961 e il 1962). Tale fenomeno non è esclusivo della Sardegna, ma ha carattere generale ed è causato da un’effettiva diminuzione delle migrazioni dei tonni, cui si aggiunge poi localmente l’intorbidamento delle acque provocato dagli scarichi delle laverie dei minerali.

    La pesca intensa delle aragoste ha avuto inizio solo alla fine del secolo scorso da parte di pescatori locali, soprattutto di Alghero e Carloforte, dal lato occidentale e di pescatori ponzesi, che operano lungo le coste orientali e settentrionali. Se ne catturano oltre 2000 q., e si inviano per la maggior parte a Marsiglia e nelle maggiori città italiane sia con golette-vivaio che per via aerea.

    La pesca marittima è integrata da quella negli stagni e nelle lagune. Gli stagni utilizzati per la pesca sono in tutto una trentina, ma i più redditizi si trovano alle due estremità del Campidano: dal lato di Oristano gli stagni assai produttivi di Ca-bras (con le peschiere di Pontis e di Mistras, le più ricche dell’isola) e di Santa Giusta (con la peschiera di Pesaria), e dal lato di Cagliari lo stagno di Santa Gilla, dove predomina la pesca vagantiva. Ma importanti dal punto di vista peschereccio sono pure: lo stagno di Casaraccio nei pressi di Stintino, lo stagno di Pilo vicino a Porto Torres, quello di San Teodoro, lo stagno di Tortoli e gli stagni del Golfo di Palmas. Lungo la costa gallurese si trovano poi, al fondo di molte rias, delle peschiere con stagno artificiale.

    Gli stagni sono interessati dalle migrazioni periodiche di parecchie specie ittiche (montata primaverile, smontata autunnale), che vengono catturate sia con la pesca vagantiva, praticata per quasi tutto l’anno con barchini chiamati rii, sia con la pesca fissa che si giova di appositi recinti di canne (lavorieri o giostre), posti all’imboccatura del canale collegante lo stagno al mare.

    Allevamenti di mitili nel Goldo di Olbia.

    In complesso la pesca negli stagni occupa 1500 pescatori e fornisce oltre 25.000 q. di ottimo pesce (specialmente cefali e anguille, ma anche orate, spigole, pagelli, sarpe, ecc.) un buon terzo dei quali è esportato nelle principali città del continente via Olbia. Sottoprodotto importante è la bottarga, preparata salando e seccando le uova dei cefali e che è assai ricercata.

    Pure esportati in copia sono i prodotti della molluschicoltura, che conta estesi impianti nel Golfo di Olbia e che produce in media 13.000 q. di eccellenti mitili.

    Per la caccia la Sardegna, fino a pochi decenni or sono, era un vero paradiso e dalla caccia si traeva un utile non indifferente, ma oggi la situazione è purtroppo profondamente mutata perchè, per le ragioni già esposte, la selvaggina stanziale ha subito un pauroso regresso. Nonostante ciò, la caccia è largamente praticata da Sardi e da continentali che si recano a questo scopo nell’isola, nelle due forme di caccia grossa e di caccia minuta.

    La caccia grossa ha per oggetto soprattutto il cinghiale perchè il cervo e il daino sono rari e il muflone è limitato a una zona ristretta della parte montana orientale. La caccia al cinghiale, al cervo e al daino si svolge nello stesso modo: o all’aspetto o alla battuta. La prima si fa specialmente con la luna, o a bessidura, cioè di sera quando gli animali escono dal loro covo per scendere verso i luoghi coltivati, o a torradura, quando la mattina ritornano nel folto del bosco. La caccia alla battuta si fa, al solito, mettendo alle diverse poste i cacciatori e sguinzagliando i cani in diversi modi, a seconda del vento, per scovare gli animali, che sono molto restii a muoversi se il bosco è fitto. La caccia al muflone si fa pure alla battuta, ma richiede un apparato più modesto di cani e di battitori, perchè l’animale è più guardingo e più pronto alla fuga.

    La caccia minuta si fa anzitutto alla selvaggina stanziale (pernici, lepri e conigli) e poi alla selvaggina di passo: colombacci, quaglie, uccelli di palude, tordi e merli. La pernice è il bersaglio preferito dal cacciatore e sia per questo che per le vere stragi compiute dai bracconieri, questo uccello, un tempo abbondantissimo, ha subito gravi decurtazioni, tanto che in alcune parti dell’isola è divenuto piuttosto raro.

    I conigli, ancora numerosi in pianura e in collina, si cacciano dalle siepi con cani piccoli e in qualche luogo si scovano dalle siepi e dalle loro tane nei muri a secco e nelle rocce, col furetto, mentre le lepri si cacciano occasionalmente coi cani soliti da séguito.

    Abbondano gli uccelli di passo, come il colombaccio che si chiama ancora romanamente tidu, tidoni (lat. titus) e si cattura a caccia vagante, la quaglia (in parte stanziale), la tortora, i tordi (dall’ottobre in poi), gli uccelli di ripa tra cui è sovrana la beccaccia (caboni ’e murdegu) e gli uccelli di palude insieme a pavoncelle e galline prataiole (pidraxiu).

    Caratteristica è la caccia ai tordi che per lo più si catturano con reti mobili e col vischio e abusivamente coi lacci nei passi delle montagne: si lessano, si salano abbondantemente e si serbano tra foglie di mirto. Così confezionati si chiamano grive e ismortitus e si infilano a gruppi di otto a costituire la cosiddette tàccole, assai ricercate e che per certi paesi dell’Ogliastra e del Sàrrabus costituiscono un non trascurabile cespite di guadagno.