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Zone e città della Sardegna Meridionale

    I quadri regionali minori della Sardegna meridionale

    Le Barbàgie

    La regione più elevata, più impervia e più interna della Sardegna rimase, com’è facilmente comprensibile, la più refrattaria alla penetrazione dei dominatori e in particolare dei Romani, e fu pertanto da questi chiamata «Barbària», e « Barbaricini » si chiamarono i popoli deirinterno che persero l’antico nome di Ilienses o Iolaei; in seguito « Barbària » si trasformò in « Barbàgia » (ma si conservò nella forma originaria nell’aggettivo « barbaricino ») e persistè tenacemente nel corso dei secoli grazie anche aH’immutata fierezza degli abitanti, restati tenacemente avversi ad ogni tentativo di penetrazione di altre forme di civiltà, ad ogni commistione di sangue o di costumi con le popolazioni vicine.

    Nel tempo è tuttavia più volte variata l’estensione attribuita a questa regione, come pure è variata la suddivisione amministrativa della regione stessa: documenti del XII secolo nominano una « Barberia Dagusti » (= d’Austis), una « Dalastaa » (= d’Ogliastra), una « di Meana » (due secoli dopo detta « di Beivi ») e una « Man-drolisai»; nel XIV secolo quest’ultima viene aggregata alla Barbàgia di Beivi, e compare anche una Barbàgia « de Ololà », mentre il Fara, dal canto suo, parla anche di una « Barbària Bithis ». Del resto anche oggi v’è chi parla di tre, chi di quattro Barbàgie, e la definizione esatta dei limiti resta sempre incerta, poiché incerta rimane l’appartenenza o meno alla regione di alcune aree periferiche.

    Tuttavia il concetto di unità regionale della Barbàgia e le sue suddivisioni vivono tuttora nell’uso popolare, non solo in virtù dei precedenti storici e amministrativi, ma anche a cagione di precisi motivi d’ordine naturale.

    Paesaggio della Barbagia Ollolai

    I limiti della Barbagia complessivamente considerata coincidono infatti, a sud, ad ovest e a nord, con i limiti del vasto e poderoso massiccio del Gennargentu, e solo a oriente subentra il dominio di un’altra regione, l’Ogliastra, alla quale l’esposizione verso il mare ha evitato o fatto perdere i caratteri « barbari ». Gole profonde e ripidi pendii periferici rendono difficile l’accesso alla Barbagia e ostacolano la circolazione fra le sue diverse parti. Si distinguono, da nord a sud:

    1. la Barbagia Ollolai, la più vasta e la più popolata (quasi 30.000 ab. sui 65.000 di tutta la regione); è un poderoso altopiano granitico, che si mantiene per lungo tratto ad altezze superiori ai 1000 m.,degradando lentamente verso ovest nella valle del Taloro e verso nordest con le valli del Bolóriga e del Flumineddu. Gli spartiacque fra Taloro e Tirso e fra Taloro e Flumendosa segnano a nordovest e a sudest il limite delle Barbàgie, mentre altrove tale limite è dato piuttosto da una fascia di transizione in cui l’altopiano si abbassa;
    2. la Barbagia Mandrolisai o semplicemente il Mandrolisai, la più aspra delle quattro, vero cuore delle Barbàgie; è separata nettamente dalla precedente dalla linea di contatto fra graniti e scisti: questi ultimi costituiscono un possente altopiano che si appoggia alle vette più elevate del Gennargentu (Punta La Marmora, 1834 m) e degrada lentamente verso ovest-sudovest dove, nei territori meno elevati, riappaiono i graniti. E l’unica parte della Barbàgia ad avanzare un saliente (comune di Samugheo) nella Provincia di Cagliari;
    3. la Barbagia Beivi; è costituita da ampie groppe scistose iniettate di porfidi e porfiriti, ma comprende anche una parte dei calcari giurassici; due corsi d’acqua, l’Araxisi e il Flumendosa, la separano dalle due Barbàgie contigue, mentre il limite verso il Sarcidano è di natura storico-amministrativa;
    4. la Barbagia Seùlo, formata ancora da un basamento scistoso iniettato da un poderoso complesso di porfiroidi, culminante nel Monte Santa Vittoria (1212 m.), e coperta qua e là da placche di terreni detritici del permico e da calcari giurassici costituenti tacchi e tònneri tabulari, sforacchiati da grotte da cui sgorgano talvolta abbondanti risorgive come quelle di Sàdali. Verso occidente la valle profondamente incassata del Flumendosa e il corso del San Girolamo segnano la maggior parte dei confini.

    Chiesetta rurale nei pressi di Olzai.

    Al di là di questa distinzione, parecchi caratteri antropici ed economici sono comuni a tutte le Barbàgie, e le differenziano nettamente dalle altre regioni. Così, unitario ed estremamente caratteristico è il tipo di dimora rurale, con il suo « fun-dagu » a pianterreno, la sua « coxina » al piano superiore, la sua « fossa » per il deposito delle castagne. Unitarie sono pure, entro certi limiti, le condizioni dell’economia rurale, basata largamente sulla pastorizia, volta in assoluta prevalenza all’alleva-mento degli ovini e dei caprini, con carichi per unità di superficie che raggiungono le punte massime dell’isola. I pascoli sono estivi e durante l’inverno le greggi transumano da un lato nei Campidani e nella valle del Cixerri, dall’altro nelle piane litoranee orientali, dove i pascoli sono in gran parte proprietà dei pastori barba-ricini. La cerealicoltura, basata sull’orzo, occupa un posto del tutto marginale, mentre ha una discreta importanza la produzione orticola di fagioli e patate, che costituiscono la base dell’alimentazione locale; si notano poi alcune isole di colture arboree, che assumono valore preminente in alcune aree del Mandrolisai, con ricchi vigneti che danno un vino rinomato. Il modesto quadro dell’economia barbaricina è completato da qualche attività mineraria (talco e steatite verso l’Oranese, piccoli depositi di antracite, rame di Funtana Raminosa), e dallo sfruttamento dei boschi (castagneti di Dèsulo, sugherete qua e là nella parte centro-meridionale), da alcune interessanti attività artigiane (oggetti di legno intagliato e botticelle di Aritzo Tonara e Dèsulo, morsi e speroni di Gavoi, tessuti di orbace, cesti di asfodelo) e da un incipiente movimento turistico e di villeggiatura montana.

    I capoluoghi storico-tradizionali delle quattro Barbàgie hanno in comune la caratteristica di non essere i centri più popolosi delle rispettive regioni. Così Ollolai (2300 ab.), importante nel Medio Evo, è oggi un modesto borgo pastorale, superato da Fonni (5400 ab.) — il centro più elevato e più schiettamente pastorale della Sardegna, situato a 1000 m. in bellissima posizione, fra i boschi delle falde settentrionali del Monte Spada —, dal tristemente celebre Orgòsolo (4600 ab.), da Ma-moiada e da altri villaggi. Sórgono (2300 ab.), capoluogo del Mandrolisai e centro della zona viticola, è alquanto più piccolo di Dèsulo (4700 ab.), villaggio posto sotto le più alte cime del Gennargentu come Tonara (3400 ab.). Questi due importanti centri montani hanno struttura tipicamente polimerica, cioè sono costituiti da vari nuclei distinti da nomi particolari (Asuai, Ovolaccio, Issirìa per Dèsulo; Ilalà, Tèneri, Teliseri, Arasulè per Tonara), molti dei quali risalenti al più antico strato linguistico sardo, fondati da gruppi diversi di pastori. I due villaggi, come il non lontano Aritzo (2400 ab.) sono noti per i prodotti del loro artigianato e perchè luoghi frequentati di villeggiatura, essendo tra i più alti dell’Isola.

    Ancora più minuscoli sono i capoluoghi delle Barbàgie meridionali, Beivi (900 ab.) e Seùlo (1700 ab.), largamente superati rispettivamente dal borgo pastorale di Meana Sardo (2600 ab.) e dal villaggio silvo-pastorale e minerario di Seùi (3100 ab.), dove era coltivato fino a poco tempo fa un piccolo deposito di antracite.

    Isolato, su un fianco del Monte Santa Vittoria, sta Esterzili (1500 ab.), alpestre villaggio da cui prende nome la famosa tavola bronzea romana trovata nel suo territorio e risalente al 69 d. C., contenente il decreto ingiungente ai montanari gallilensi di ritirarsi dai terreni della sottostante pianura.

    Palau e la costa gallurese contigua visti da Capo d’Orso.

    Il Barigadu

    Il versante sinistro della media valle del Tirso costituisce, al contrario del versante destro, una spiccata unità regionale avente da tempo una propria denominazione: Barigadu, che significa «varcato, al di là del», sottintendendosi «Tirso». La regione fu curatoria già nel Medio Evo, e nel ’700 venne divisa amministrativamente in « Parte Barigadu susu » e « Parte Barigadu iossu », l’una più settentrionale e più elevata, l’altra più meridionale e più bassa. I confini sono ben netti a nord e ad ovest, dove seguono il corso del Tirso includendo interamente il Lago Omodeo, mentre dagli altri lati sono piuttosto convenzionali, appoggiandosi a limiti amministrativi e in particolare, a oriente, al confine provinciale tra Cagliari e Nuoro.

    La struttura geologica e morfologica della regione è piuttosto semplice, se si prescinde dai dettagli: si tratta di un omogeneo piano inclinato verso il fiume, con una vasta coltre di trachiti oligoceniche e loro tufi che nelle parti più alte (quindi a nord e ad est) lascia scoperto l’imbasamento granitico. I terreni migliori del Barigadu sono stati però sommersi quarant’anni fa, unitamente all’abitato di Zuri e ad un nuraghe, dalle acque del grande bacino artificiale del Lago Omodeo — descritto in precedenza — ottenuto sbarrando il Tirso con la diga di Santa Chiara, che ha impresso con la distesa delle sue acque azzurre tutto un nuovo aspetto al paesaggio del Barigadu.

    La maggior parte dei centri, tutti di modeste dimensioni, è situata a mezza costa nel Barigadu « susu » seguendo le sorgenti, ma non manca qualche centro di fondovalle laterale, sul Tirso o sul suo affluente Mannu, nella parte « iossu » della regione. Capoluogo, e unico centro che superi i 2000 abitanti, è il pittoresco villaggio di Busachi (2700 ab.), che conserva molti aspetti tradizionali (case antiche, carri con ruote piene, bei costumi femminili), ma è anche un moderno centro commerciale, data la sua buona posizione a metà strada tra il Campidano oristanese e le Barbàgie settentrionali. Qualche importanza hanno pure il centro pastorale di Ardauli (2000 ab.), situato a 437 m. con bella vista sul lago, e Fordongianus (1600 ab.); quest’ulti ma località, caratteristica per le sue case costruite in conci di trachite rossa, è l’antica Forum Traiani, base militare romana a difesa del Campidano contro le incursioni dei montanari barbaricini, nota anche per le sue terme (le Aquae hypsitanae). Ma vi sono vari altri centri disposti in due serie: una più alta (sui 500-550 m.) di cui fanno parte Nughedu e Neoneli, e l’altra sottostante (sui 250-300 m.) con Ula Tirso, Sorradile e Bidoni.

    Sórgono, tra i monti del Mandrolisai.

    Veduta del principale agglomerato di Tonara.

    Panorama di Seùi.

    L’Ogliastra

    Presso la parte meridionale del Nuorese, così com’è avvenuto in quella settentrionale per le Baronìe, si è formata un’unità regionale costiera: la fascia litoranea tirrenica, dalle ripe calcaree del Golfo di Orosei fino al Salto di Quirra, per una profondità variante dai io ai 30 km., costituisce la regione chiamata, forse con riferimento all’abbondanza di vigorosi olivastri che si trovano nelle sue macchie, Ogliastra. Il limite verso l’interno segue prima per breve tratto la valle del torrente Còdula de Luna, poi si appoggia allo spartiacque tra questo torrente e il Flumineddu, toccando la Genna Intermontes, per risalire fino al crinale del Gennargentu; percorso questo fino al Monte Terralba, il confine volge nuovamente verso il mare per giungere al lato alto del Flumendosa e proseguire in seguito verso sud, lungo la valle del San Girolamo, e poi verso est (Monte Rasu, Monte is Crobus).

    Geologicamente e morfologicamente si tratta di una delle regioni più complesse e varie della Sardegna, vero campionario di forme e di rocce di natura diversa e di età che vanno dal Silurico all’Olocene: dobbiamo pertanto distinguere in essa parecchi elementi geomorfologici.

    Al centro della regione, largamente aperto verso il mare, sta un grande anfiteatro che costituisce in tutti i sensi il cuore dell’Ogliastra: area in complesso poco elevata, essa presenta tuttavia un rilievo piuttosto vario, con colline fortemente erose, valli strette e conche ampie, piccoli rilievi isolati e pianure costiere paludose.

    Tutt’intorno a questo anfiteatro sta una serie di imponenti complessi montuosi. A nord, i monti di Baunei costituiscono il più esteso gruppo di montagne calcaree della Sardegna, che si prolunga a settentrione nel paese di Dorgàli (Baronìa meridionale). Si tratta di rilievi selvaggi, la cui altezza diminuisce molto lentamente man mano che ci si avvicina al mare, per cui sul mare essi strapiombano con meravigliose ripe alte centinaia di metri; valli strette e profonde, non di rado ospitanti espandimenti vulcanici molto recenti, intagliano questi monti spezzettandoli in tutta una serie di piattaforme calcaree alte, strette e lunghe, separate talvolta da magnifiche gole.

    A nordovest dominano i contrafforti nord-orientali del Gennargentu, che culminano nelle vette del Monte Genziana (1505 m.) e del Monte Olinie (1372 m.): specialmente notevole la prima, che è un rilievo a ciglione di natura tettonica, con la fronte occidentale scoscesa e quella orientale dalle forme morbide, tutto intagliato nelle filladi quarzifere. A sud questi rilievi si proseguono con la dorsale Ar-midda-Tricoli, lungo e stretto allineamento di creste scistose che si stende da nord-nordovest a sud-sudest tra la bassa Ogliastra e la profonda valle del Rio Pardu, verso la quale manda di tanto in tanto frane rovinose. Tra le alture ora ricordate e la dorsale principale del Gennargentu il Flumendosa ed i suoi affluenti hanno scavato un’ampia depressione prevalentemente granitica, dal fondo pressoché piano e orizzontale in piccola parte occupato dal ben noto lago artificiale. Da questa conca il fiume esce con gole aspre e profonde, ricche di meandri incassati, che segnano il passaggio nella Barbagia Seulo.

    A sudovest si stendono gli altopiani di Ussàssai e di Jerzu, vasto complesso di tavolati calcarei e cristallini, che si spingono anche nella Barbagia Seulo e che si vanno abbassando e frantumando progressivamente man mano che si procede verso sud-sudest, terminando con la calcarea cresta del Monte Arbu. Spicca soprattutto l’altopiano di Osini, che presenta una morfologia carsica fortemente evoluta, sforacchiato com’è da numerose grandi depressioni chiuse, dai bordi scoscesi.

    Veduta di Gàiro e della valle del Rio Pardu.

    L’anfiteatro ogliastrino è chiuso infine, a sud, da una serie di rilievi costieri che la valle del Pardu, scendendo verso sud con direzione quasi perfettamente meridiana, isola completamente dai rilievi dell’interno; tra questi spicca il Monte Ferru, grossa laccolite di porfidi primari intagliati a torri, a blocchi caotici, a muraglie rui-niformi dai caratteristici colori rossastri.

    Panorama di Ilbono, in Ogliastra.

    Pittoresche scogliere porfiriche presso Arbatax.

    Tertenia. Panorama

    Queste distinzioni morfologiche hanno anche in parte significato economico, perchè i monti di Baunei, i contrafforti del Gennargentu, l’alta conca del Flumen-dosa e buona parte degli altopiani di Ussàssai-Osini corrispondono ad aree di prevalente pastorizia, con economia del tutto analoga a quella delle contigue Barbàgie; mentre nelle altre zone e segnatamente nell’anfiteatro ogliastrino è possibile l’esercizio di una buona agricoltura intensiva. Così sulle colline troviamo oli veti nei territori di Gàiro e vigneti in quello di Jerzu e di Lanusei (di cui sono noti gli eccellenti vini), mentre colture irrigue prosperano nella piana di Tortoli, dove la bonifica idraulica ha in gran parte eliminato gli acquitrini, che erano stati formati dai torrenti i quali, giunti nella pianura, trovavano lo sbocco al mare ostruito da un cordone sabbioso. Un’altra area redenta dalla bonifica è quella del Comprensorio costiero di Pelau-Buoncammino (3500 ha.).

    Panorama di Lanusei, capoluogo dell’Ogliastra.

    I centri abitati della regione sono numerosi e si dispongono in maniera assai caratteristica, a gruppi reciprocamente distinti e alquanto lontani l’uno dall’altro. Jerzu, Ulàssai, Osini e Gàiro costituiscono la serie di centri più meridionale, allineata nella stessa ampia valle lungo una serie di sorgenti; tra Jerzu (3800 ab.), che è il centro principale e più meridionale della serie, posto in bella posizione panoramica, e Villaputzu, nel Sàrrabus, corrono quasi 50 km., e su questo percorso c’è un solo centro abitato, quello di Tertenia. Al centro della regione sta un’altra serie di centri (Locéri, Lanusei, Ilbono, Eli ni ed Arzana) che si stende a guisa di semicerchio su elevazioni medie di 500 m., dalle quali si domina la costa traendone tutti i vantaggi, ma eliminandone con l’altimetria tutti gli svantaggi di un tempo; Lanusei (5300 ab.) è il centro principale di questa serie ed anche di tutta l’Ogliastra, noto come località di villeggiatura per la sua bella posizione a mezza costa, tra vigneti e boschi abbondanti di cacciagione. Una terza serie è formata da Lotzorai, Donigalla, Girasole, Arbatax e Tortoli, con l’appendice di Baunei, Triei e Àrdali; Arbatax è un piccolo porto, in via di notevole sviluppo per il nucleo industriale incentrato su una grande industria cartaria che si è insediata in sua vicinanza, e che avrà grande importanza per la valorizzazione della regione. Invece Tortoli (4100 ab.) è un importante centro agricolo, che ha tratto gran vantaggio dalla bonifica della piana, e Baunei (4000 ab.) è un grosso borgo pastorale.

    Il Salto di Quirra

    Tra la mole spianata del Monte Cardiga e il mare, presso la foce del Rio Pardu o Rio di Quirra, su un colle isolato alto 290 m., dai fianchi ripidissimi, i Giudici di Cagliari costruirono sul finire del XIII secolo un castello. Questo castello, i cui ruderi dominano anche oggi il paesaggio circostante, ricevette il nome di Quirra, che alcuni decenni dopo trasmise a tutta la regione, divenuta feudo aragonese e chiamata appunto Contea (poi Marchesato) di Quirra.

    Gran parte dell’antico feudo riceve tuttora il nome di Salto di Quirra o semplicemente Quirra, e comprende non solo la bassa valle del Rio di Quirra col suo affluente San Giorgio ma anche il versante sinistro del bacino del Flumineddu e un breve tratto della bassa valle del Flumendosa. I limiti, salvo che a nord dove si possono appoggiare alle cime del Monte Rasu e del Monte is Crobus, sono essenzialmente idrografici, correndo sul Flumineddu, sul Flumendosa e su minori corsi d’acqua; a oriente la regione si affaccia al mare tra Ogliastra e Sàrrabus. Entro questi limiti il territorio è piccolo ma geologicamente variato, includendo rilievi scistosi del silúrico, colline di filladi quarzifere variamente iniettate di gneiss e di porfidi, la massa tabulare eocenica del Monte Cardiga, il dicco porfirico di Punta s’Accéttori e la piana costiera formata dalle alluvioni del Quirra.

    Dal punto di vista antropico spicca l’assoluta assenza di abitanti in quasi tutto il territorio, inclusa fino a poco tempo fa la piana del Quirra (Planu Gialea) che oggi è in via di ripopolamento grazie alla sistemazione idraulica della zona da parte di un apposito Consorzio di bonifica. L’unico centro abitato è Perdasdefogu (2300 ab.), la nota base missilistica situata sull’altopiano scistoso-calcareo che occupa l’estremità nord-occidentale della regione; il resto del territorio è in buona parte costituito da isole amministrative con funzione di pascoli per le greggi dei Comuni ogliastrini ai quali appartengono.

    Il Sàrrabus

    L’estrema sezione meridionale della fascia costiera tirrenica della Sardegna divenne una curatoria a sè nel XIV secolo, in sèguito alla divisione della curatoria di Tolostray, e prese il nome di Sàrrabus dall’antica città di Sàrcapos. I limiti della regione geografica dalla parte di terra non sono sempre ben definiti, pur potendosi appoggiare a nord alla Sella di Genna Arrela e al Monte Scovas (613 m.) e a sud-ovest all’allineamento di vette dei Monti Sette Fratelli (1023 m.), Arbu (811 m.), Mininimi (732 m.) e poi al corso del Rio Solanas che sbocca in mare presso Capo Boi.

    Ad una costituzione litologica relativamente semplice — scisti con filoni di porfido a nord, graniti a sud, strisce alluvionali ad est — si contrappone nel Sàrrabus una notevole varietà di elementi morfologici. Ricordiamo anzitutto l’altopiano granitico di Burcei, ricco di gole profonde alternate con piatte conche di difficile drenaggio, che si distacca dal resto del Sàrrabus per il suo carattere interno; gli altopiani scistosi del Sàrrabus settentrionale, che prolungano quelli del Gerréi e spingono una grossa propaggine (Monte Nieddu Mannu, 574 m.) fin quasi sulla costa; le piane alluvionali, cosparse di stagni ed acquitrini, dei fiumi Flumendosa e Picocca, separate tra loro dalla suddetta propaggine ma ricongiunte da una striscia litoranea sulla quale il Nieddu si erge ripidamente e bruscamente; il massiccio granitico del Monte Sette Fratelli, che si prolunga con una caratteristica sierra di tipo gallurese, dove si raggiungono le quote più elevate della regione ; la costa « appalachiana » di Villasimius, dove si ha un bell’esempio di erosione selettiva, con le porfiriti e i diabasi che costituiscono le creste e le sporgenze emergendo dalla massa granitica meno resistente; e infine il caratteristico paese di Castiadas, dove rilievi granitici non molto elevati emergono isolati, a guisa di inselberge, dalle alluvioni circostanti.

    Mentre nell’interno prevalgono la pastorizia e la silvicoltura, la notevole estensione dei terreni alluvionali è una condizione favorevole per l’attività agricola nelle zone costiere. Si è dovuto però procedere a una cospicua opera di bonifica e di valorizzazione, che dopo svariati tentativi precedenti ha avuto impulso soprattutto tra il 1925 e il 1930, ed è stata ripresa e sviluppata nell’ultimo dopoguerra. Dopo l’attività bonificatrice esplicata nel Comprensorio del Rio sa Picocca con la creazione del Villaggio di San Priamo e nella Colonia penale agricola di Castiadas soppressa poi nel 1956, i lavori sono proseguiti a cura dell’E.T.F.A.S. sui 5000 ha. del Comprensorio del Sàrrabus e sui 3000 del Basso Flumendosa. In particolare il Centro di colonizzazione di Castiadas ha provveduto oltre che al completamento della bonifica idraulica, alla costruzione di strade (130 km.) e dimore rurali (oltre 300) e ad eseguire un’intensa opera di trasformazione agraria soprattutto nelle aziende di Castiadas, San Pietro, Tuerra (irrigata con acque sotterranee) e Sabadi, a indirizzo viticolo-agrumicolo, dov’è sorta la borgata principale di Olia Speciosa, dotata di enopolio e di caseificio. Tuttavia la densità di popolazione del Sàrrabus si mantiene bassa, aggirandosi ancora sui 25 ab. per kmq.

    Impianto di un agrumeto specializzato nel Centro di colonizzazione di Castiadas.

    Forte impulso dalla bonifica hanno ricevuto anche i tre centri principali della regione: Muravera (3600 ab.), al centro di un vastissimo comprensorio, San Vito (5200 ab.) e Villaputzu (4400 ab.), che si trovano sui bordi della piana del Flumen-dosa, in ottima posizione marginale e assai vicini tra loro. Muravera, circondata da begli agrumeti e mandorleti, pur essendo il meno popoloso dei tre, è senz’altro il centro nodale della regione.

    Il Sarcidano

    Il nome s’Arcidanu o Sarcidano — dal chiaro significato di arce, fortezza — ha origine molto recente, non avendo la regione costituito una curatoria nel Medio Evo, ma è oggi ben noto e affermato in Sardegna, cosicché si può senz’altro ammettere che esso serva bene a designare un’unità regionale distinta. La media valle del Flumendosa, profonda e incassata, la limita assai nettamente ad oriente, mentre ad occidente i confini seguono approssimativamente le falde del tavolato calcareo o la valle del Flùmini.

    Elemento morfologico dominante — ma non unico — della regione è l’altopiano di Làconi, chiamato anche, appunto, Sarcidano: si tratta del più grande tavolato calcareo della Sardegna, lungo una quindicina di km. e largo una diecina, alto tra i 600 e i 900 m. (vetta culminante è il Monte Coromedus, 893 m.), la cui superficie declina in complesso leggermente da nordest verso sudovest, ma in maniera molto irregolare, alternando ripidi dossi, blande depressioni e forme carsiche evolute; gli fa corona tutta una serie di abbondanti sorgive carsiche. A sud di questo altopiano una depressione abbastanza profonda, percorsa da un affluente del Flumendosa e da uno del Mannu, lo separa da una serie di colline mioceniche dalle forme irregolari a sudovest e da rilievi scistosi e vulcanici a sudest; questi ultimi culminano nelle grosse cupole basaltiche dissimmetriche del Monte Gùzzini (734 m.) e del Monte Pranumuru (764 m.).

    Dal punto di vista economico il Sarcidano è un classico territorio di transizione tra le regioni ad agricoltura intensiva del Campidano e le aree pastorali della Bar-bàgia; vi predomina quindi la cerealicoltura associata con l’allevamento ovino. A differenza di quanto si riscontra nelle regioni più basse, qui i centri sono pochi e abbastanza grossi: ricordiamo Làconi (3000 ab.), capoluogo della regione, cittadina in amena posizione e che gode di abbondanti sorgive, nota anche per le cave di ottimo caolino; Isili (3100 ab.), centro sorto nei pressi dei ruderi di parecchi villaggi romani, che stavano a controllo della via di penetrazione verso l’interno, rinomato oggi per la produzione di caratteristici tessuti e tappeti e di oggetti di rame battuto; e Nurri (3800 ab.), grosso borgo agricolo situato alle falde dell’apparato vulcanico del Pra-numuru, come Orróli, e conosciuto per la produzione di macine da mulino di basalto e di mole da affilare di arenaria.

    Paesaggio tra il Sarcidano (a destra) e la Giara (a sinistra). Il profilo è tracciato da nordovest a sudest da Làconi a Genoni.

    1, rilievi basali scistosi; 2 e 2a, conglomerati e calcari giurasi del Sarcidano; 3, trachite; 4 e 4I), conglomerati, marne e calcari del Miocene; 5, basalto della Giara di Gesturi (da Scheu).

    Veduta parziale della borgata di Olia Speciosa, nel Centro di Colonizzazione di Castiadas.

    Veduta di Laconi.

    La Partiolla

    Fra l’altopiano del Gerréi e del Sàrrabus ad est, le colline della Trexenta a nord e l’uniforme distesa del Campidano ad ovest e a sud sta una piccola regione di transizione, che partecipa dei caratteri di tutte e tre le regioni confinanti e che ha ricevuto l’impronta di unità regionale soprattutto dalle vicende storiche, essendo stata curatoria del Cagliaritano ricordata dalla Statistica pisano-aragonese come Parte Dolia. Peraltro l’unità storica si appoggia anche a limiti fisici, segnati a occidente e a nord-ovest dal Flumineddu e dal suo affluente Coxinas, a nordest dal Cùccuru Orrù (802 m.), a oriente dallo spartiacque tra il bacino del Mannu e quello del Flumendosa, a sud da un ampio dosso cespuglioso detto  « Appizus de Planu », cioè « sopra la pianura ».

    Morfologicamente la Partiolla si presenta come un piano inclinato da oriente a occidente, prima abbastanza ripidamente, poi con pendenze minori : ad est prevalgono i ripiani scistosi, situati a diverse altezze (il più vasto è quello del Bruncu Sàlamu, 842 m.) e dominati in lontananza dai più elevati rilievi del Gerrei, mentre ad ovest si hanno morbide colline mioceniche del tipo di quelle della Trexenta e alluvioni largamente terrazzate che anticipano il paesaggio del Campidano.

    Anche dal punto di vista economico questa piccola regione palesa il suo carattere di transizione, comprendendo aree cerealicole, colture arboree e zone collinari incolte; i cinque centri abitati si trovano però tutti in basso, sulle modeste colline calcaree, sui terrazzi o nei fondovalle alluvionali. Dolianova (6400 ab.), che nel toponimo richiama il nome regionale, è il capoluogo della regione, sede dell’antica diocesi di Dolia, oggi soppressa, facente capo alla bella chiesa romanica di San Pantaleo. Si tratta di una grossa borgata, formata dalla fusione di Sicci San Biagio e di San Pantaleo e prossima ad unirsi anche con Serdiana (1600 ab.) grazie specialmente alla stazione ferroviaria che, situata a metà strada fra i due centri, funge da polo di attrazione. Secondo centro in ordine d’importanza è Ussana (2300 ab.), nodo stradale al margine del Campidano.

    Il Gerréi

    Quella regione interna della Sardegna sud-orientale, che si stende in senso perfettamente meridiano quasi a prolungare il territorio barbaricino fino al Campidano, oltre il Flumendosa e il Mulàrgia, incuneandosi fra Trexenta e Partiolla a occidente, Quirra e Sàrrabus ad oriente, era detta nell’alto Medio Evo curatoria di Guallil in ricordo dell’antica popolazione dei Galillenses. Affievolendosi in seguito questo ricordo, si perse anche il nome di Guallil e la regione cominciò ad essere designata (XIII secolo) come Gerrei, Gerrey o Giarrei, probabilmente dal termine dialettale giarrei che significa « luogo pietroso ». Oggi il Gerréi comprende una parte del medio bacino del Flumendosa: questo fiume gli fa all’inizio da confine occidentale, poi traversa la regione e funge anche, sia pure per brevissimo tratto, da confine orientale. Anche gli altri limiti poggiano su elementi naturali: l’orlo del tavolato calcareo di Monte sa Colla a nord, il Flumineddu fino alla confluenza col Flumendosa a oriente lo spartiacque con i corsi d’acqua del Campidano a sud e ad occidente.

    Tutta la regione è costituita da un grande imbasamento di scisti silurici abbondantemente iniettati di gneiss pregranitici, sui quali riposano, sulla sinistra del Flumendosa, il « tacco » di Monte sa Colla, la colata trachitica di Monte Pran’e Sartu e il ripiano di arenaria eocenica di Escalaplano. Invece sulla destra del fiume, che scorre in una valle profonda e incassata, pochi elementi (tra questi l’unico lembo di calcari devonici esistente in Sardegna) vengono a turbare l’uniformità della formazione scistoso-gneissica. Questa si dispone a formare un monotono altopiano alto in media circa 650 m, che solo a sud si rialza e si movimenta nella vetta granitica di Monte Genis (970 m.), testimonio di un’antica superficie di spianamento, e nel dicco della Punta Serpeddì (1069 m., altezza massima del Gerréi).

    Dal punto di vista economico, l’allevamento del bestiame predomina nettamente sull’agricoltura (cereali) e sullo sfruttamento dei boschi, ma ha notevole importanza anche l’attività mineraria, che nei territori di Villasalto e Ballao ha a disposizione i noti giacimenti di arsenico e antimonio. Tutti i centri, ad eccezione di Escalaplano, si dispongono in un allineamento centrale che si stende sulla destra del Flumendosa con la stessa direzione del fiume; tra questi il piccolo capoluogo della regione, San Nicolò Gerréi (1400 ab.), nodo stradale situato in una conca tra frutteti e coltivazioni, e Villasalto (2400 ab.), antica sede dei Galillensi chiamata Galiila ancora fino a tempi relativamente recenti, ove si trova lo stabilimento metallurgico per l’estrazione dell’antimonio. Escalaplano (3600 ab.) è invece un grosso borgo del Gerréi settentrionale, posto sull’orlo di un piccolo altopiano, il Taccu Orboredu, in un territorio ricco di sughere.

    La Parte Usellus

    Tra il Monte Grighini a nordovest, il Rio Mannu a nordest, il margine esterno della Giara di Gèsturi a sudest e il Monte Arci a sudovest sta una piccola regione collinare, parte della più ampia regione dell’Arborèa: la Parte Usellus, così detta dal nome dell’antica colonia romana di Uselis.

    Pur essendo piccolo, il paese è geologicamente assai vario, in quanto accanto ai calcari marnosi miocenici predominanti nella parte centrale compaiono ai margini scisti e micascisti, basalti, trachiti e tufi trachitici. Sul blando paesaggio collinare di fondo spiccano due rilievi assai pronunciati: il Monte Grighini e il Monte Arci. Il Monte Grighmi è in realtà una cresta di colline (quota massima 673 m.) che si svolgono per una decina di chilometri da nordovest a sudest separando le valli del Gran-nàxiu e del Mannu di Aliai che hanno la stessa direzione; questa dorsale, di natura micascistosa, è piuttosto uniforme ed è movimentata soltanto da alcuni dicchi formati da filoni di quarzo. Anche il Monte Arci è più che altro la parte terminale di una dorsale con cui essa raggiunge le quote più elevate (Trébina Longa, 812 m.); ha origine vulcanica, essendo costituito da una piattaforma trachitica oligocenica (oggi affiorante soprattutto nel versante occidentale) sulla quale si sono espanse le colate basaltiche plioceniche, le quali formano alle falde del monte vasti ripiani che si raccordano con la copertura basaltica delle vicine giare.

    Usellus, villaggio sorto al centro del passaggio obbligato tra il Monte Arci e la Giara di Gèsturi, diede il nome alla regione; successivamente saccheggiato e distrutto, decadde senza più risollevarsi, tanto che oggi non arriva al migliaio di abitanti. Secondo la tradizione fu nell’anno 1181 che il Vescovo di Usellus, Mauro, abbandonata la cattedrale profanata di San Pietro, trasportò la sede episcopale ad Ales dov’è tuttora. Ales è appunto l’attuale capoluogo della Parte Usellus — modesto capoluogo invero,- dato che non raggiunge i 2000 abitanti —, situato sulle pendici sud-orientali del Monte Arci in una conca verdeggiante di olivi e di mandorli. La regione conta un’altra dozzina di centri, ma tutti di dimensioni minuscole: solo Ruinas (1400 ab.) supera il migliaio di anime.

    Contiguo alla Parte Usellus è un piccolo territorio chiamato Brabaxiana o Brabagiana, forse col significato di porta della Barbògia, importante perchè situato in corrispondenza del passaggio obbligato tra il Campidano centrale e la Barbàgia per Samugheo.

    La Marmilla

    Il nome di Marmilla (da mamilla, di chiaro riferimento morfologico) appare per la prima volta come denominazione di una curatoria in un documento del XII secolo. Si tratta di una regione piccola e ben delimitata come la precedente ma, diversamente da quella, piuttosto omogenea dal punto di vista geologico e morfologico. I limiti sono segnati a nordovest dalle falde settentrionali della Giara di Gèsturi, a nordest dal contatto calcare-trachite, ad est dal margine occidentale della Giara di Serri e dal torrente Lanessi, a sud dalle colline trachitiche di Furtei, ad ovest dalle colline mioceniche di Villanovaforru e dal bordo orientale della Giara di Siddi. A nord vengono inclusi generalmente nella Marmilla i territori di Genoni e di Nuragus, che insieme costituiscono la Parte Alenza, così chiamata dall’antica città di Valentia.

    Veduta di Barumini, nel cuore della Marmilla con la serie dei terrazzi e il colle conico di Las Plassas.

    Panorama di Nuragus.

    Limiti abbastanza precisi e per lo più d’ordine naturale, come si vede, che racchiudono una regione di blande e basse colline calcareo-marnose, con vasti e regolari terrazzi (talvolta in doppio ordine, intorno ai 200 e ai 300 m.) dovuti all’attiva erosione operata dall’alto e medio corso del Mannu di Cagliari; questa erosione ha pure causato lo svuotamento del bacino miocenico, che ha lasciato testimoni importanti come il pittoresco colle conico di Las Plassas, sormontato dai resti del castello omonimo. Le colline mioceniche sono dominate da lembi più o meno vasti di un ampio espandimento basaltico appoggiato al Monte Arci, costituenti le giare. Abbiamo già ricordato le giare di Siddi e di Serri, quest’ultima nota per il villaggio nuragico e per le rovine del centro religioso di Santa Vittoria, che si trovano però ai margini esterni della regione. Rientra invece per intero nella Marmilla la solitaria figura squadrata del grande ripiano basaltico di Gèsturi; l’imponenza di questa giara per eccellenza non è dovuta alla sua altezza, che è modesta (circa m. 600 s. m.), ma alla nettezza dei suoi contorni, dagli orli verticali a strapiombo, e alla quasi assoluta piattezza della sua superficie, che determina tra l’altro il formarsi di leggere depressioni chiuse, colmate dai prodotti di decomposizione dei basalti, paludose durante la stagione piovosa. Su questa superficie piatta si allevano allo stato brado alcune centinaia di cavalli, un tempo molto più numerosi.

    I centri abitati della Marmilla si dispongono per lo più sui terrazzi e in particolare ai bordi di questi; una caratteristica disposizione in serie, a forma di anello, si nota tutt’intorno alla Giara di Gèsturi. Il piccolo centro di Barùmini (1700 ab.), dalle case di calcare o di arenaria, è il capoluogo della Marmilla, grazie alla sua posizione centrale ed alla sua funzione di nodo stradale di una certa importanza locale; sorge nei pressi di un bel villaggio nuragico dominato dal grande nuraghe su Nuraxi. I centri maggiori si trovano però nella parte meridionale della regione e sono Villamàr (3300 ab.), grosso borgo dalle case di mattone crudo, situato sul Mannu, Villanovafranca (2100 ab.), in posizione un po’ più elevata, e Lunamatrona (2000 ab.), al centro di una zona orticola. Ricchi orti, frutteti e oliveti circondano pure Gèsturi (1700 ab.) e Tulli (1600 ab.), ambedue situati ai piedi della giara in amena posizione, mentre altrove il paesaggio agrario è piuttosto di tipo campidanese, a vasti campi aperti scarsamente arborati, votati alla cerealicoltura. Gran parte della regione rientra nel vasto comprensorio di bonifica della Marmilla (48.000 ha.) la cui attività è volta soprattutto alla sistemazione idraulica del Rio Mannu.

    La Trexenta

    Tra le regioni collinari che fiancheggiano il Campidano la Trexenta ha particolare importanza per la sua fertilità e ricchezza di abitati: il nome stesso sembra che significhi « trecento », e se l’esistenza nell’antichità di 300 ville (quindi in gran parte semplici nuclei abitati) è senz’altro da considerarsi un’esagerazione, pure quest’etimologia non può non avere un certo fondamento di verità.

    Paesaggio dell’alta Trexenta. intorno a Mandas, che si vede in fondo.

    I limiti della regione — che noi consideriamo nella sua accezione più larga, comprendente anche alcuni lembi della Provincia dì Nuoro — si appoggiano quasi ovunque a elementi naturali: ad oriente seguono per lungo tratto la media valle del Flumendosa e poi quella del Mulàrgia, per continuare con lo spartiacque tra Flumendosa e Mannu di Senorbì; a sud seguono il contatto tra calcari e alluvioni, tra collina e pianura, e ad occidente poggiano per un certo tratto sul torrente Lanessi. Solo il confine settentrionale sfugge ad una delineazione e sfuma nel Sarei-dano meridionale. Il territorio della Trexenta presenta due parti distinte: una occidentale, a dolci colline marnose mioceniche d’altezza generalmente inferiore ai 300 m., simili a quelle della Marmilla; l’altra orientale più elevata (fino a 800 m.), essenzialmente scistoso-porfirica, a forme più risentite che richiamano piuttosto il Gerréi. Ma queste differenze geologico-morfologiche non intaccano la sostanziale unità geografica della Trexenta che, a parte i tratti periferici appartenenti ai bacini del Lanessi e del Flumendosa, costituisce tutta un’ampia conca poco depressa, solcata dal Rio Mannu di Senorbì e dai suoi affluenti disposti a ventaglio. Nella parte centrale della conca, nei dintorni di Ortacesus e Guasila, le acque formavano vasti acquitrini, bonificati di recente. Il paesaggio della bassa Trexenta è quanto mai uniforme, dominato coni’è dai campi aperti, coltivati tradizionalmente a frumento e solo a tratti resi vari da piccoli gruppi di olivi o di mandorli e da qualche vigna intorno ai centri. Ma le acque del lago del Flumendosa, che sboccano presso Arixi da una lunga galleria, hanno già permesso l’intensificazione delle colture mediante irrigazione di tratti considerevoli della pianura.

    I centri sono per lo più piccoli, ma, come si diceva, molto numerosi. Spiccano su tutti Senorbì (3100 ab.) e Guasila (3400 ab.), macchie bianche nella gran distesa dei campi. Le colline circostanti hanno vigneti diffusi e altre colture arboree, mentre nella parte più elevata della Trexenta alla cerealicoltura si associa l’attività pastorale. Qui si trova Mandas (2900 ab.), centro agricolo e commerciale grazie alla sua posizione nodale rispetto alle vie di comunicazione, che sorge su un altopiano ondulato al contatto tra calcari e scisti.

    Senorbì. Panorama.

    Il Campidano

    L’unica autentica grande pianura esistente in Sardegna costituisce una vasta superfìcie continua, in cui domina decisamente la morfologia piana, che le conferisce tale omogeneità e differenziazione rispetto alle montuose regioni contigue, da farne una spiccata unità regionale malgrado le indubbie differenze fisiche e umane esistenti tra le sue diverse parti. « Campidano » era in origine un termine geografico dialettale, dal significato appunto di « vasta pianura », riferito nel Medio Evo solo alle sue due estremità: il Campidano di Oristano o Simaxis con quelli contigui di Milis e di Cabras (Campidano Maggiore) e il Campidano di Cagliari (o Casteddu, dal castello della città), che costituivano altrettante curatorie. Nella parte centrale della pianura questo nome non si era affermato, perchè data la sua paludosità e desolazione i centri abitati erano sorti più che altro ai margini della piana e le unità amministrative tendevano a formarsi su basi naturali diverse, con altri nomi. Ma in età moderna avanzata, anche per l’intensificata occupazione del territorio, il termine di Campidano viene esteso a questa regione centrale e tende a divenire da nome comune nome proprio: il Lamarmora abbandona per primo la citazione di singole frazioni campidanesi e scrive semplicemente « Campidano », e da allora la parola comincia a prevalere nettamente nella cartografia e nell’uso popolare.

    Oggi si parla ancora di un « Campidano di Oristano », comprendente gli antichi Campidani Simaxis, Maggiore e di Milis (ma di quest’ultimo solo la parte meridionale della curatoria, ché i territori di Bonàrcado, Narbolia e Séneghe sono piuttosto inclusi nella regione del Montiferru) ; di un « Campidano centrale », corrispondente alla parte intermedia della pianura, quella alla quale il termine è stato esteso più di recente; e di un «Campidano di Cagliari», più o meno nei limiti dell’antica curatoria. Ma si parla soprattutto di Campidano, come concetto regionale unitario includente nella sua vasta area non solo le tre regioni suddette ma anche taluni territori marginali di pianura o di bassa collina e il versante sud-occidentale dei monti del Sàrrabus.

    I limiti del Campidano seguono con le colline adiacenti i versanti di tutti i rilievi che fronteggiano la pianura, dal Monte Ferru e dal Monte Arci a nord ai monti del Sàrrabus e del Sulcis-Caputerra a sud. Tra questi pilastri estremi si stende la lunga pianura che va da un mare all’altro, per oltre un centinaio di chilometri, tra il Golfo di Oristano e il Golfo di Cagliari, non molto ampia al centro (una ventina di chilometri) ma allargantesi notevolmente a nord e soprattutto a sud.

    Il Campidano di Oristano con le colture ad alone intorno ai villaggi e le zone pascolive periferiche.

    Un tratto del Campidano centrale tra Serramanna e Samassi. Appare chiaramente la diversa struttura particellare dei vecchi coltivi e delle parti di bonifica recente, nonché la differenza del quadro agrario tra la parte orientale, intensamente coltivata, e quella occidentale a colture estensive o a pascolo.

    Se si prescinde dai margini dei rilievi adiacenti, da alcune isolate collinette tra-chiandesitiche marginali e da qualche lembo miocenico affiorante (soprattutto da Monastìr a Cagliari e lungo il bordo orientale) il Campidano presenta una grande uniformità geologica, dominato com’è da un’ampia fascia di alluvioni quaternarie, accumulatesi nella grande depressione tettonica terziaria. Ma quest’uniformità non è estesa ai caratteri morfologici e litologici, perchè da questo punto di vista si possono distinguere almeno sei tipi di paesaggio naturale: i grandi conoidi di deiezione del Campidano sud-occidentale, il più grande dei quali è quello di Villacidro, ampio ventaglio regolarmente inclinato verso oriente, largo circa 4 km. e lungo 5-6 km.; il « corridoio » centrale, percorso dal Flumini Mannu a sud e dal Rio Mannu a nord, che defluiscono in senso opposto — lasciando tra di loro un’area a deflusso incerto o senza deflusso, che solo la bonifica ha potuto salvare dai persistenti acquitrini — fino a sboccare negli stagni prospicienti i due golfi; i terrazzi che orlano, in doppio e anche triplo ordine, i margini della pianura e soprattutto quello orientale, i più bassi di non oltre 3-4 m., dovuti a veri e propri terrazzamenti fluviali, i più elevati alti fino a 30 m., connessi con sistemi di fratture degradanti da oriente a occidente; l’Ori-stanese, dove le alluvioni recenti del Tirso e i terrazzi wurmiani si alternano ad occidente con cospicue formazioni di dune, responsabili primarie della paludosità della zona; il « paese anfibio » della penisola del Sinis, dominato da una piccola giara basaltica dirimpetto a quella del Capo della Frasca; infine l’ampia depressione del Cixerri, che s’incunea profondamente con le sue alluvioni terrazzate, qua e là accidentate da collinette di varia natura, tra i monti del Sulcis e l’Iglesiente.

    Il centro del villaggio di Arborèa, nel cuore della bonifica omònima.

    Terralba e i suoi dintorni a campi vitati.

    Questo paese di stagni e di acquitrini, di spartiacque incerti e di drenaggi difficili, di inondazioni periodiche e di scarse precipitazioni si prestava assai poco in passato allo sfruttamento agricolo e all’insediamento umano, ad eccezione dei terrazzi orientali, formati da terreni fertili. Ma non poteva sfuggire ai tecnici ed agli economisti la potenziale produttività del Campidano, unica pianura alluvionale in un paese di monti e di altopiani coperti da suoli prevalentemente sterili. La necessità di aggredire il Campidano con una bonifica in grande stile fu dunque presto intesa, ed oggi si può dire che tutta la pianura sia stata radicalmente trasformata o sia in via di trasformazione, da area sterile e malarica in regione di agricoltura intensiva e prospera, in parte irrigua. E da ricordare anzitutto la bonifica di Ter-ralba-Sassu o di Arborèa, stupendo esempio di bonifica integrale, che, iniziata nel 1921, ha redento la parte meridionale del Campidano di Oristano mediante il prosciugamento dello stagno di Sassu e di parecchi altri stagni e acquitrini, la deviazione del Rio Mògoro, la costituzione di fasce frangivento e. di un canale irriguo lungo 58 km. che prende acqua dal Tirso, l’appoderamento delle aree prosciugate e la loro distribuzione a coloni veneti e romagnoli, l’introduzione di nuove colture, la costruzione di case, di una fitta rete di strade e di borghi di servizio; tra questi la notissima borgata di Arborèa (ex Mussolìnia), dotata di industrie di trasformazione dei prodotti agricoli. Pochi anni dopo (1931) cominciava la bonifica della bassa valle del Tirso, dove la fertilità dei terreni aveva già fatto insediare spontaneamente un buon numero di coltivatori. Dopo il 1951 essa è stata ripresa dal-l’E.T.F.A.S., che ha organizzato l’ampio Centro di Colonizzazione di Oristano, articolato su 16 aziende di cui la metà irrigue: tra esse spiccano sulla destra del fiume quelle di Pardu Accas e specialmente l’altra di Pardu Nou, irrigate con una vasta rete di canali, appoderate e arricchite di colture erbacee (carciofi, barbabietole, foraggi) e arboree ; e sulla parte sinistra le aziende di Tirìa, is Bangius e Masongiu ove sono sorte tre borgate rurali sulle quali spicca quella di Sant’Anna. In complesso, nell’intero Centro oristanese erano sorti fino a qualche tempo fa 736 poderi, che dovrebbero giungere a 900, ed erano irrigati 12.000 ha., che potrebbero salire a 40.000. Nel Campidano centrale, nell’area di spartiacque incerto tra i due Mannu, la bonifica era cominciata fin dai tempi di re Carlo Alberto, ma è stata completata solo negli anni ’30 grazie all’intervento dell’Opera Nazionale Combattenti: nell’area dell’antico stagno di Sanluri prospera oggi un’azienda agraria modello, mentre un canale emissario scarica le acque superflue nel Mannu di Cagliari. Nel Campidano di Cagliari la bonifica più vasta è stata quella di Decimoputzu, che è consistita soprattutto nell’inalveazione e canalizzazione del Mannu e di altri corsi d’acqua; utilizzando qui per l’irrigazione le abbondanti falde freatiche (cui in parte si attinge ancora con norie) si è potuto dare impulso alle colture orticole (carciofi, pomodori, primizie), mentre è in fase di avanzata realizzazione, ad opera dell’Ente Flumendosa, il grandioso piano già esposto per l’irrigazione del Campidano cagliaritano con le acque captate al medio Flumendosa e trasportate dal serbatoio del Mu-làrgia alla pianura con 25 km. di gallerie.

    E la bonifica continua, strutturata su una diecina di comprensori, abbraccianti complessivamente circa 200.000 ettari!

    Bonifiche ed irrigazioni del Campidano di Oristano.

    Veduta aerea di Oristano.

    La Torre di San Cristoforo o Porta Manna a Oristano, ultimo avanzo della cinta di mura medievali.

    Grazie a queste ed altre opere di bonifica, pazientemente proseguite per decenni, il Campidano è fin da oggi diventato, e più diventerà in seguito, non solo la più ricca regione agricola della Sardegna, ma una delle più ricche di tutto il Mezzogiorno. Si può notare una certa tendenza alla specializzazione delle diverse parti della regione in tipi particolari di coltura: nell’Oristanese settentrionale si ha un’estesa superficie a colture legnose, con gli oliveti di Riola, Nurachi, Donigaia, i vigneti di Zeddiani, Soiarussa e San Vero Milis (zona della vernaccia), gli agrumeti di Milis; orti, barba-bietole, foraggi e colture irrigue varie si dividono una fascia stesa sui due lati del basso Tirso; nei territori della bonifica di Arborèa è stata introdotta con successo la risicoltura, che si affianca alla bieticoltura ed alle colture foraggere, queste ultime connesse con un allevamento moderno e razionale del bestiame bovino. Invece il Campidano centrale, per naturale vocazione, è il regno della cerealicoltura, sebbene col graduale incremento dell’irrigazione si vadano affiancando al grano altre colture: domina comunque ancora il caratteristico paesaggio a campi aperti, a immense distese erbacee senz’alberi. Maggior varietà si ha nel Campidano di Cagliari, dove agli orti (a carciofi e pomodori soprattutto) si alternano gli oliveti e soprattutto i vigneti specializzati del Campidano vitato. Differenze economiche si notano però non solo scendendo da nord a sud, ma anche spostandosi da occidente a oriente, dai margini dell’Iglesiente, dove i terreni alluvionali di origine granitica non permettono rendimenti unitari molto elevati alle colture, ai terrazzi del Campidano orientale, formati da alluvioni calcareo-marnose assai più fertili.

    Date le buone condizioni economiche e il loro continuo miglioramento, è naturale che il Campidano costituisca nello stesso tempo un’area densamente popolata e un’area di attrazione per la popolazione delle altre regioni. I centri sono particolarmente numerosi e si presentano allineati nel modo caratteristico in precedenza rilevato e cioè in tre serie disposte lungo tre assi paralleli fra loro e paralleli alla direzione della depressione campidanese. Da ovest ad est si notano agevolmente: prima la serie di pianura marginale, ai piedi delle montagne metallifere dell’Iglesiente, che partecipa sia dell’economia agricola del Campidano che di quella mineraria dei monti adiacenti; poi la serie mediana, scaglionata lungo il bordo dei terrazzi che si affacciano vicinissimi ai due Mannu ; infine una terza serie, la più numerosa, che si allinea lungo il margine orientale della pianura, ai piedi delle colline mioceniche della Trexenta e della Marmilla. Serie minori si possono distinguere a nord, sui due lati del Tirso, e soprattutto a sud, in forma di semicerchio attorno a Cagliari.

    Oristano. Santuario della Madonna del Rimedio.

    Ben 18 centri campidanesi superano i 5000 abitanti, totalizzando complessivamente circa 325.000 abitanti, dei quali 140.000 nella sola città di Cagliari. Nella piana bonificata del Tirso a non molta distanza dal mare giace Oristano (17.000 ab.), detto localmente Aristanis (derivante forse da un nome latino Aristius), capoluogo indiscusso del Campidano settentrionale ed una delle principali città dell’isola. Fondata nel-l’XI secolo dagli abitanti della spopolata Tharros (forse sul sito dell’antica Othoca), fu capitale del Giudicato di Arborèa e il suo periodo di massimo splendore (secoli XIII-XIV) coincise con il periodo di vita indipendente di esso; poi decadde per risollevarsi solo di recente in seguito alla bonifica. Il suo sviluppo demografico e topografico è avvenuto soprattutto nell’ultimo quarto di secolo: dal 1936 al 1961 la popolazione è raddoppiata e tra il 1961 e il 1963 è aumentata del 40% (17.191) sicché la città si è estesa ben oltre l’antica cerchia delle mura duecentesche con nuovi quartieri moderni, il cui aspetto contrasta spiccatamente con le vecchie case di « làdiri » che ancora sussistono qua e là. Economicamente Oristano, oltre ad essere il maggior mercato agricolo dell’isola (è tra l’altro centro di produzione della vernaccia), ha la funzione di centro di smistamento dei prodotti della pesca, praticata fruttuosamente negli stagni contigui di Pontis, di Santa Giusta, ecc. ; non mancano alcune industrie, come lo zuccherificio, l’oleificio, la riseria, la fabbricazione di laterizi e ceramiche, una cartiera; e tipiche attività artigianali tra cui quella dei ricami e quella delle stoviglie praticata verso la via Figoli dall’antica maestranza dei congiolargius. Tutto questo giustifica la costituzione in corso di un nucleo industriale, che dovrebbe essere servito da un porto progettato sulle sponde dello Stagno di Santa Giusta, al posto dello Scalo attuale di Torre Grande (il «lido» di Oristano), la cui spiaggia però è più frequentata da bagnanti e forestieri che dalle navi. Tra i monumenti degni di nota ricordiamo il Duomo duecentesco (ma quasi interamente rifatto nel 1700 e 1800), dove si trova una lapide con il più antico esempio di scrittura in lingua sarda (1359), la poderosa torre di San Cristoforo o Porta Manna, costruita nel 1291 e soprattutto la splendida chiesa romanico-pisana di Santa Giusta (XII secolo), situata però fuori città, presso lo stagno omonimo, già cattedrale dell’antica diocesi di ugual nome. In vicinanza di Oristano, poco al di là del Tirso, si trova il famoso Santuario della Madonna del Rimedio, dove per la festa dell’8 settembre e per la successiva Sagra della Croce giunge fin da Sassari e dalla Barbàgie gran folla di fedeli. Pure vicino ad Oristano è il paese di Sili, uno dei più importanti centri sardi per la fabbricazione artigiana di terrecotte comuni.

    Secondo centro del Campidano di Oristano, in ordine d’importanza, è Terralba (8300 ab.), l’erede dell’antica Neàpolis, antica sede vescovile, oggi grosso borgo vinicolo valorizzato dalla bonifica.

    Veduta ottocentesca di Oristano con la piazza del mercato (nel posto dell’attuale Piazza Roma) e la Torre di San Cristoforo.

    La Basilica di Santa Giusta, del XII secolo, Cattedrale dell’antica diocesi.

    Nel Campidano centrale i centri più cospicui sono San Gavino, Gùspini e Vil-lacidro. San Gavino Monreale (8300 ab.) è situato proprio al centro della pianura, in vicinanza del colle paleozoico coi resti del famoso Castello di Monreale, una delle piazzeforti del Giudicato di Arborèa. 11 territorio circostante ha un’economia prospera e variata, perchè si trova in eccellente posizione sia rispetto alla circostante oasi arborata (mandorli, fichi, olivi, vigneti), dove si pratica anche la caratteristica coltura dello zafferano, sia rispetto alle vicine miniere di Montevecchio che inviano tutti i propri minerali di piombo argentifero alla grande fonderia di San Gavino.

    Ai piedi di un contrafforte del Monte Arcuentu, in un territorio ricco di resti preistorici e romani, sorge Gùspini (11.000 ab.), che è un tipico centro ad economia mista agricolo-mineraria essendo abitato da minatori, agricoltori della sottostante bonifica di Gùspini-Pabillonis e pastori. Più a sud Gonnosfanàdiga (7800 ab.) e Villacidro sono altri grossi centri della serie agricolo-mineraria sorti al vertice di grandi conoidi. Particolarmente importante è Villacidro (11.000 ab.), raggiunto da una ferrovia a scartamento ridotto proveniente da Sanluri. Esso deve il suo nome ai cedri, che, insieme con altri agrumi, frutteti e pinete, rendono pittoreschi i suoi dintorni rigati dal torrente Leni. Anche per Villacidro, che ancora nel 1931 non aveva neppure 7000 ab., lo sviluppo è stato abbastanza recente, in rapporto con la ripresa di alcune industrie tradizionali (liquori) e col fiorire di attività nuove (cotonificio, materie plastiche) e di un certo movimento turistico.

    Parecchi grossi centri si trovano nel Campidano di Cagliari, che è la parte più densamente popolata di tutta la regione, con punte massime nella zona semicircolare distesa tra Cagliari e Quartu Sant’Elena. Fuori di quest’area sorgono, lungo la direttrice stradale, Elmas, col suo aeroporto, Assémini (8400 ab.), grosso borgo tra vigne ed orti, composto di bianche casette di mattoni crudi, e il nodo ferroviario di Deci-momannu (4400 ab.). Assémini è noto per l’artigianato delle stoviglie e delle ceramiche nonché per il millenario Oratorio di San Giovanni, l’opera meglio conservata e più nobile dell’alto Medio Evo sardo, dovuta alla tradizione locale paleocristiano-bizantina. Sui terrazzi e i ripiani orientali si trovano Sinnai, Sèttimo e Maracalagonis, che guardano la pianura ove si stendono, distinguendosi a malapena tra loro, i grossi borghi di Quartu Sant’Elena (22.000 ab.), Pirri (18.000 ab.), Monserrato (15.000 ab.), i maggiori centri viticoli ed enologici della Sardegna, che, insieme ad altri minori formano bianca e vivace corona alla città di Cagliari che li ha fatti suoi sobborghi e tutti li domina col suo castello.

    Una subregione del Campidano è costituita dalla già citata valle del Cixerri, separata dalla pianura maggiore da un gruppo di colline trachiandesitiche recenti. Si tratta di un’ampia depressione tettonica lunga 35 km. e larga da 6 a 8, occupata da arenarie cenozoiche e da alluvioni quaternarie, le une e le altre formanti diversi ordini di terrazzi. La violenza delle precipitazioni, la forte pendenza dei vicini rilievi iglesienti e sulcitani e la scarsezza della vegetazione provocavano in passato improvvise inondazioni della valle, ora evitate grazie all’opera del Comprensorio di bonifica che ha provveduto alla sistemazione idraulica e ad un parziale rimboschimento. Il centro di colonizzazione del Cixerri nelle Aziende di Musei e di Barega ha provveduto alla costruzione di strade, acquedotti, poderi, piccole industrie agrarie, ecc., con imponenti lavori riguardanti una superficie di circa 27.000 ettari.

    Pochi ma importanti sono i centri abitati della valle del Cixerri e cioè: Siliqua (3800 ab.), nota per i vicini resti del Castello di Acquafredda, costruito su uno spuntone trachiandesitico nel XIII secolo ad opera dei Giudici di Cagliari e appartenuto in seguito ai Donoràtico e ai Della Gherardesca; Domusnovas (5500 ab.), centro minerario di origine medievale, sorto allo sbocco del Rio San Giovanni nella vallata, in prossimità di varie miniere e nota anche per la vicina, suggestiva grotta carsica di San Giovanni, da cui sgorga l’abbondante risorgiva che alimenta l’acquedotto che fino a pochi anni fa costituiva il principale rifornimento idrico di Cagliari; e Villa-massàrgia (3000 ab.), sorta in bella posizione nella piana dominata dagli spuntoni trachiandesìtici del Monte Ollastus, di Monte Exi e di Gioiosa Guardia (396 m.), quest’ultimo dominato dai resti dell’omonimo castello che, insieme a quelli di Villa di Chiesa (Iglèsias) e di Acquafredda costituiva il poderoso sistema difensivo organizzato dai Pisani sul rovescio di Cagliari.

    Strada di un villaggio nell’Oristanese.

    Villagreca, sull’alto terrazzo del Campidano, tra i campi aperti a cereali.

    Piazza e mercatino a Monastìr.

    Cagliari

    Nella parte più interna del gran Golfo degli Angeli, protetta dal promontorio del Sant’Elia, tra le ultime propaggini delle ondulazioni mioceniche e il mare, si stende Cagliari, l’unica grande città sarda, capitale dell’Isola fin da epoca romana. E ciò, nonostante la sua posizione assai eccentrica, giustificata peraltro dal fatto che è situata allo sbocco della pianura sarda più estesa e ricca, cui confluiscono le vie principali per le altre parti della regione e che inoltre gode di una posizione centrale rispetto al bacino occidentale del Mediterraneo e rivolta verso la sua parte più navigata. Proiettata verso il mare, la città ha avuto dal mare la sua fortuna e la sua vocazione commerciale affermatasi ben presto e consolidatasi sino all’intensa operosità attuale.

    Pianta prospettica di Cagliari agli inizi dell’età moderna. Rifacimento della pianta di Sigismondo Arquer.

    Singolare, invero, è la sua ubicazione, contenuta com’è da tre lati da sbarramenti efficaci rappresentati dal mare e dagli stagni contigui, che ne hanno reso agevole la difesa, facilitata poi dalla presenza di un gruppo di colli calcarei non molto elevati (intorno a 100 m.) ma a fianchi ripidi, cui si fa risalire il nome della città derivante dalla radice mediterranea kar — roccia, e significante nell’insieme « località rocciosa ». Su alcuni di questi colli sono sorti castelli ben muniti, su cui sovrasta il « Castello » per antonomasia, così imponente e significativo da qualificare la città che, infatti, per i campidanesi è semplicemente « su Casteddu ». In questo così movimentato ambiente morfologico, il tessuto urbano si è costituito a nuclei separati nelle parti pianeggianti interposte tra i colli e lungo il mare, e solo per particolari motivi storici e igienici si è esteso ai dossi di alcuni rilievi. Ne è risultata una planimetria cittadina assai irregolare e varia, frutto di complesse vicende topografiche e demografiche.

    In zona abitata fin dalla preistoria, ma di probabile origine fenicia, la città ebbe sùbito carattere di centro marittimo-commerciale, basato su un porto che venne impostato in un’ansa interna dell’attuale stagno di Santa Gilla, allora più profondo e largamente comunicante col mare, in corrispondenza della località chiamata oggi Campu Scipioni. Ma già in epoca punica, resosi insufficiente e inadatto il piccolo porto lagunare per il forte incremento dei traffici, fu provveduto alla costruzione di un nuovo approdo artificiale in corrispondenza della parte centrale del porto attuale. Intorno ad esso sorse la città, che si estese con vari nuclei nella stretta fascia compresa tra i rilievi e il mare e tra i colli di Bonària e di Tuvixeddu, sui quali furono disposte le necropoli.

    In epoca romana l’importanza di Càralis si accrebbe assai poiché all’aspetto commerciale si aggiunse quello strategico con la conseguente militarizzazione del porto e la costruzione della rocca sul colle sovrastante, sicché la città acquistò la predominanza su tutti gli altri centri dell’isola e soprattutto sulla vicina e più antica Nora, la quale ancora nei primi tempi della dominazione romana sembra svolgesse funzioni di capitale. La predominanza di Cagliari è dimostrata dal titolo di municipium julium accordatole da Cesare e dal fatto di essere divenuta sede del governo e caposaldo della viabilità dell’isola. In relazione a ciò la città vide aumentare la sua consistenza demografica (forse fino a 20.000 ab.) e svilupparsi l’edilizia privata e pubblica con costruzioni di templi, terme, foro, anfiteatro — il più notevole edificio romano esistente oggi in Sardegna — nonché del necessario corredo di servizi urbani, di cui rimangono resti notevoli. La parte più importante della città continuò ad essere quella posta sùbito dietro il porto, che fu cinta da una cortina di mura e che si sviluppò con due propaggini stradali di cui una a nordovest, residenziale e amministrativa, lungo la via centrale sarda, e l’altra prevalentemente militare marittima a sudest. Numerosi ma piccoli borghi fiorivano tutt’intorno, per lo più a carattere agricolo, ma qualcuno anche in funzione dello sfruttamento delle vicine saline.

    Una veduta di Cagliari nel primo ottocento con un lato del Castello visto dal quartiere di Stampace.

    Pianta di Cagliari e suo ampliamento progressivo.

    I tempi medievali portarono modificazioni profonde alla planimetria e al tessuto urbano. L’instabilità politica e il pericolo proveniente dal mare determinarono l’abbandono del troppo aperto abitato litoraneo e il trasferimento della popolazione sul colle del Castello sovrastante e nella località di Sant’Igia, posta presso l’ansa più interna dello Stagno di Cagliari e divenuta sede, sia pure per breve tempo, del governo giudicale e delle autorità religiose. Ebbe origine così il quartiere del Castello, che prevalse nettamente come sede del Governo e in funzione residenziale dopo che i Pisani dal 1216 in poi vi costruirono poderose opere fortificatorie, munite ai primi del 1300 delle tre valide ed eleganti torri di San Pancrazio, dell’Elefante e del Leone in corrispondenza delle tre porte principali che completarono l’imponente complesso del Castrimi Càralis (o Castello di Castro). Le prime due torri, insieme con la cinta muraria recingente a cuneo il colle, più volte modificata nelle epoche successive, costituiscono ancor oggi il motivo architettonico più appariscente e caratterizzante della città.

    Veduta aerea di Cagliari e dei borghi vicini.

    Veduta di Cagliari verso Monte Urpinu e il promontorio Sant’Elia.

    Le mura con la torre pisana dell’Elefante, racchiudenti il vecchio quartiere del Castello

    Il Viale Regina Elena e il terrapieno sotto la scarpata rocciosa che sostiene la Cattedrale e le vecchie case del Castello.

    Il sistema difensivo fu completato con la costruzione del Castello di San Michele, alquanto discosto verso nord, e soprattutto cingendo di mura anche il quartiere portuale separato dal Castello e chiamato nel XIII e XIV secolo Làpola o Làppola (con significato di palizzata o barriera del porto) oppure Bagnària, cioè specchio d’acqua, e Marina a decorrere dal 1700. Infine lungo le pendici del colle si andò agglomerando la popolazione rurale dei dintorni e si formarono così due ville, di cui quella del lato occidentale prese il nome di Stampace, dal nome di un omonimo quartiere di Pisa e per il cimitero pisano che vi si trovava, e quella del lato orientale si chiamò Villa-nova perchè costituitasi in epoca posteriore. Da questo lato sorgeva nella campagna, in corrispondenza di una comunità di monaci Vittorini, la chiesa intitolata al martire cagliaritano San Saturnino, chiamata poi dei Santi Cosma e Damiano, che è il più antico e importante monumento della Sardegna paleocristiana.

    La città, dunque, si venne a trovare formata da quattro parti distinte, ben visibili ancora nella cinquecentesca pianta prospettica dell’Arquer, che presentavano caratteri assai diversi in parte riconoscibili anche oggi. Il quartiere del Castello, dovendosi adattare alla ristretta dorsale del colle, si è costituito in vie lunghe e strette dirette da nord a sud verso le porte principali, ed essendo sede delle amministrazioni civili e religiose si è arricchito di edifici monumentali nella grande piazza centrale: la Cattedrale trecentesca di Santa Maria, la Casa del Comune e il Palazzo dei Castellani. Anche nelle ville di Stampace e di Villanova la rete viaria seguì naturalmente la direzione del colle sui cui fianchi si erano sviluppate, ma esse ebbero carattere essenzialmente rurale. Invece il quartiere della Marina con ampi spazi pianeggianti disponibili si sviluppò a struttura regolare, con vie longitudinali parallele alla linea di costa e vie trasversali di penetrazione ad esse perpendicolari. Attorno al complesso urbano così nettamente impostato andarono sorgendo via via, tra Santa Gilla e Sant’Elia, numerosi piccoli agglomerati, tra i quali più notevoli quelli lungo le due vie principali e cioè a nordovest e a nord, dalla cui evoluzione si formarono poi rispettivamente i rioni di Sant’Avendrace e di La Vega.

    La Cattedrale di Cagliari, nella piazza del Castello.

    Il Palazzo del comune di Cagliari.

    La dominazione aragonese-spagnola ebbe, come nel resto dell’isola, effetti gravi di ordine demografico ed economico che provocarono mutamenti sensibili sotto l’aspetto topografico. Si pensi che la popolazione, valutata nel 1314 ad una ventina di migliaia di abitanti, era ridotta nel 1483 ad appena 1/4 della consistenza precedente e ancora nel 1698 non raggiungeva le 15.000 anime!

    Il Castello, divenuto residenza esclusiva dei dominatori, si spopolò e si accrebbero invece, soprattutto in estensione, le due ville di Stampace e di Villanova.

    Un certo sviluppo commerciale della città e la costruzione di alcune chiese periferiche, come quella del Carmine, di San Mauro, dell’Annunziata e di Bonària portarono alla costituzione di nuovi agglomerati. Alla gracile consistenza demografica corrispose un’edilizia assai modesta, che solo in via eccezionale e quasi esclusiva-mente in campo religioso si elevò ad opere di un certo valore artistico, come nel caso della bella Chiesa barocca di San Michele e di quella di San Domenico, uno degli esempi più significativi del tardo gotico aragonese in Sardegna, andato purtroppo distrutto nell’ultima guerra.

    La città, pur avendo un certo risveglio col governo piemontese, concretatosi anche in limitati ampliamenti topografici (cattura del borgo di Sant’Avendrace, estensione di Villanova e La Vega) conservò il suo carattere medievale sin alla seconda metà deir8oo persistendo la divisione in varie parti non amalgamate e, fino al 1848, con amministrazione propria. E stato solo dopo il 1862, quando la città ha cessato di venir considerata piazzaforte che, una volta svincolata dalle costrizioni imposte al suo sviluppo dalla presenza delle fortificazioni, si potè effettuare un vero rinnovamento urbanistico. Infatti lo smantellamento della cinta muraria della Marina, oltre a determinare un opportuno snellimento della struttura topografica della città bassa, fervida di attività, e ad agevolare il collegamento tra le sue varie parti, ha permesso di tracciare le principali vie del centro: da un lato il Largo Carlo Felice che, simile ad una rambia spagnola, è oggi l’arteria più vitale del traffico cittadino, dal lato opposto Viale Regina Margherita e lungo il mare la Via Roma, divenuta l’arteria elegante della città e collegamento principale, assieme alla Via Manno, tra i quartieri orientali e quelli occidentali. Inoltre il livellamento della controscarpa delle fortificazioni del Castello ha permesso lungo il fianco orientale del colle la creazione dei viali panoramici Regina Elena e Buon Cammino e, dal lato meridionale, della Piazza Jenne e della Piazza Martiri. Tra esse si è costituito il centro principale della città, alla saldatura dei quattro quartieri storici e intorno al Bastione San Remy, magnifica balconata sul grandioso panorama tra i Sette Fratelli ed i monti del Capoterra. Contemporaneamente si sono verificate trasformazioni via via più notevoli nella linea di costa lungo la città in rapporto con la costruzione di opere portuali sempre più importanti, ben visibili nella pianta.

    Nel frattempo l’aumento della popolazione, prima modesto (da 25.000 a 31.000 abitanti tra il 1816 e il 1861), poi d’intensità crescente fino a portare ad un primo raddoppiamento nel 1921 (61.400 ab.) e ad un secondo raddoppiamento nel 1958 (127.000 ab.), ha provocato lo sviluppo via via crescente delle costruzioni con variazioni cospicue della topografia cittadina, in relazione anche con l’evolversi dei criteri urbanistici, i quali dettero alla nuova edilizia carattere sempre più estensivo. Ciò è dimostrato dal fatto, rilevato dalla Terrosu Asole, che mentre tra il 1861 e il 1958 la popolazione si è quadruplicata, la superficie della città è aumentata di 12 volte, sicché la densità media è scesa da 264 a 84 abitanti per ettaro. E anche avvenuto un certo sfollamento del centro cittadino con riflusso verso le parti nuove, ma i vecchi quartieri coi sòttani e le abitazioni antigieniche sono rimasti sovrapopolati (400 ab. per ha.) sebbene accolgano solo 1/3 della popolazione, mentre i nuovi rioni hanno affollamento assai minore (50-60 ab. per ha.).

    Il processo di espansione accelerata si è verificato soprattutto nell’ultimo dopoguerra, con una ripresa spettacolosa dopo le gravissime distruzioni belliche, in quanto sostenuto sia dalla nuova funzione amministrativa come sede del Governo regionale sardo, sia da un considerevole sviluppo commerciale e industriale, sia da cospicue immigrazioni provenienti per 3/4 dalla Sardegna stessa e per 1/4 dal continente (Toscana, Campania, ecc.). Si tenga conto che nel 1961 la popolazione del centro cittadino era salita a 140.000 abitanti, cui vanno aggiunte altre 43.000 persone residenti nei sobborghi di Pirri, Monserrato, Quartucciu ed Elmas, inclusi di recente nel circuito urbano.

    Panorama della parte occidentale di Cagliari, verso la laguna di Santa Gilla e i monti del Capoterra.

    I nuovi quartieri orientali di Cagliari e, in primo piano, il Santuario di Bonaria col vecchio cimitero.

    Tutto ciò ha causato da un lato la formazione intorno ai quattro quartieri storici di quartieri e rioni nuovi e di propaggini tentacolari su tutte le superfici pianeggianti interposte tra i colli, e dall’altro la differenziazione funzionale e morfologica delle diverse parti della città, ottenuta anche mediante una ridistribuzione degli elementi funzionali e prima di tutto dei mercati. Verso oriente, superata l’area cimiteriale, si è affermato, intorno al Colle Montixeddu, il rione residenziale a carattere panoramico estensivo di Bonària, nome questo della famosa basilica che vi si trova, sviluppatosi poi lungo la via per il lido del Poetto, ormai quasi raggiunto da una lunga propaggine, e che ha contiguo il complesso della Fiera Campionaria, su una vasta area ottenuta colmando lo stagno di Su Siccu.

    Verso nordest, sulla superfìcie pianeggiante compresa tra il vecchio quartiere di Villanova, le falde del Monte Urpinu e lo stagno di Molentargius, si è rapidamente formato con massicci e continui isolati a raggiera il rione residenziale intensivo di San Benedetto, che si protende, insieme al rione residenziale di La Vega, verso Monte Claro e l’abitato di Pirri, anch’esso ormai « catturato » dalla città. In direzione di nordovest, nella depressione tra if Castello e il Colle di Tuvixeddu e sui fianchi esterni di esso si è costituito il rione residenziale borghese del Viale Merello alla cui estremità si concentra l’attività amministrativa regionale nel Palazzo degli Assessorati. Sul versante di nordest del Colle Is Mirrionis è sorto il rione popolare dello stesso nome che ha vicino il complesso dei nuovi edifici universitari. Infine, sempre verso nordovest, si è sviluppato assai il popolare quartiere industriale di Sant’Avendrace, per la vicinanza degli scali delle linee ferroviarie, stradali, marittime e aeree e propagginatosi fin oltre la biforcazione della Via Iglesiente dalla Carlo Felice, dove sono sorti impianti industriali nonché la gemmazione residenziale popolare di San Michele.

    Negli ultimi tempi la funzione industriale del quartiere di Sant’Avendrace si è assai rafforzata per l’ingrandirsi delle industrie sorte via via (cementificio, materiali da costruzione, refrattari e concimi chimici, industrie alimentari) e per l’insorgenza di nuovi impianti (stabilimenti metalmeccanici, industrie dell’abbigliamento), tanto che si può distinguere chiaramente una zona industriale, ufficialmente riconosciuta, compresa tra il Viale di Sant’Avendrace, il canale navigabile per lo stagno di Santa Gilla e il porto. Essa comprende anche il contiguo nucleo della Plaia, sorto al posto della vecchia salina di San Pietro.

    Il recente sviluppo industriale ha modificato relativamente poco il carattere essenziale della città, che esplica soprattutto funzioni amministrativo-commerciali cui è adibita oltre metà della popolazione attiva mentre fino a qualche anno fa solo il 17% di essa si dedicava ad attività industriali manifatturiere e il 10% all’edilizia. Una parte notevole della popolazione attiva è addetta al commercio e ai trasporti e prima di tutto a quelli marittimi, dato l’attivo movimento di merci e passeggeri che si svolge nel porto (circa 1,7 milioni di tonn.) per cui è il primo della Sardegna e l’unico a carattere regionale, come è stato già riconosciuto. E un largo primato la città ha pure nell’isola nei riguardi dei traffici ferroviari, automobilistici e aerei. Questo primato è destinato ad aumentare con il crescente sviluppo delle attività industriali ora in corso e che rende necessaria la rapida realizzazione del porto industriale che sta per essere costruito nel lato occidentale dello Stagno di Santa Gilla, con accesso attraverso il Canale della Scafa.

    Cagliari. Veduta aerea del centro cittadino.

    Cagliari offre dunque, oggi, il quadro di una grande città moderna con fervida vita economica, politica, sociale e culturale, importante anche per l’attrazione esercitata su un vasto spazio retrostante, la quale si estrinseca in un intenso movimento pendolare di individui che supera le 20.000 persone, residenti anche ad un centinaio di chilometri di distanza. E sempre più le spetta pertanto la funzione di capitale, anche perchè vi sono confluite genti di tutte le parti dell’isola, che si sentono particolarmente unite in occasione di alcune manifestazioni tradizionali tra le quali principalissima la Sagra di Sant’Efisio, celebrata ai primi di maggio solennemente, con la sfilata di pittoresche « traccas » e di schiere di miliziani e cavalieri campidanesi nei loro storici costumi.

    L’Iglesiente

    La vasta regione montuosa compresa tra la valle del Cixerri, il Campidano e il mare, pur avendo caratteri di spiccata originalità, ha avuto solo di recente il nome di Iglesiente, derivato dal suo capoluogo, adottando quello assai espressivo con cui essa era indicata da geologi e mineralogisti. La regione ha grosso modo la forma di un triangolo rettangolo ed ha limiti orografici ben precisi, come raramente si riscontra nelle altre subregioni sarde. La stretta base poggia infatti sulla depressione del Cixerri, che si prolunga a occidente con la valle del Flumentèpido, mentre gli altri lati sono rappresentati dalla costa e dal margine occidentale del Campidano, congiungentisi al vertice di Capo della Frasca immerso nel Golfo di Oristano.

    Tra le superfici piatte del mare e del Campidano si stende un massiccio montuoso vasto e complesso, ma abbastanza omogeneo nei suoi caratteri orografici, prevalendo creste e cime aspre, dai pendii ripidi cosparsi di detriti instabili, separate da un gran numero di fossati profondi ; ovunque scarsezza di vegetazione, suolo arido e desolato, rarità estrema di depressioni, di terreni alluvionali, di pianure litoranee. Visto nell’insieme, e messi da parte i numerosi accidenti topografici minori — che contribuiscono tra l’altro a rendere estremamente disordinato il reticolato idrografico — l’Iglesiente costituisce come un tetto a duplice pendenza; ma un tetto fortemente dissimmetrico in quanto la linea principale delle vette (Monte Funesu, Monte Arcuentu, Monte Linas — vetta culminante, 1236 m. —, Punta Magusu, Punta Cuccurdoni Mannu) è nettamente spostata verso oriente. Dal punto di vista geolitologico, prevalgono le grigiastre rocce scistoso-calcaree del Paleozoico, che riposano su una cupola granitica sottostante la quale si va abbassando verso sud e verso ovest, determinando una progressiva diminuzione delle quote e un ammorbidamento della morfologia: dalle creste ruiniformi dei monti che precipitano alle spalle di Villacidro si passa alle forme addolcite, esclusivamente scistose, del versante destro del Leni.

    Iglèsias e la contigua zona mineraria di Monteponi sconvolta dagli scavi delle miniere.

    Impianto minerario abbandonato nell’Iglesiente.

    Varianti nella litologia e nella morfologia sono introdotte dagli affioramenti granitici e dai materiali basaltici del nord. I primi sono scavati ad anfiteatro e formano appunto l’anfiteatro di Capo Pecora, piccolo e rivolto verso il mare, e quello del -l’Arburese, molto più esteso e volto verso il Campidano. A nord dell’Arburese appaiono rilievi vulcanici di aspetto diverso, disposti irregolarmente lungo due aspre creste principali e dominati dal Monte Arcuentu (783 m.); si tratta di ammassi di brecce e conglomerati basaltici con fianchi ripidi e ruiniformi, tutti simili tra loro, separati l’uno dall’altro da più o men vaste aree scistose e in piccola parte anche mioceniche; queste ultime colpiscono particolarmente l’occhio dell’osservatore, con le loro rocce come al solito giallastre e tenere, ricche di colture e di abitazioni, che contrastano violentemente col deserto nerastro dei basalti. Un terzo elemento di differenziazione geomorfologica è dato dalle distese di morbide colline arenacee cambriche.

    Com’è noto, l’Iglesiente costituisce di gran lunga la principale zona mineraria e industriale della Sardegna e dell’Italia tutta. Le attività rurali hanno assai modesta importanza nell’economia della regione e consistono specialmente nell’alleva-mento ovino, connesso con la grande estensione dei pascoli, e nell’utilizzazione delle sugherete, piuttosto che nell’agricoltura vera e propria la quale è limitata a poche centinaia di ettari di magra cerealicoltura; peraltro fra non molto le zone meridionali dei territori di Iglèsias e di Domusnovas, sulla sinistra del Cixerri, saranno irrigate con le acque di un serbatoio in corso di realizzazione in località Punta Gen-narta, subito a nord di Iglèsias, che avrà la capacità di oltre 12 milioni di metri cubi.

    L’economia mineraria si svolge, come si è visto, in due distretti principali in rapporto con le due fasce di mineralizzazioni zincifere e piombo-argentifere. A settentrione, tra il Monte Arcuentu, l’Arburese e la Punta Màiru, si trova quella di Montevècchio-Gennamari-Ingurtosu in una fascia lunga 9 km. e larga 2. La seconda zona è quella, pure piombo-zincifera con piriti, che si stende nei terreni calcarei e dolomitici subito a sudovest di Iglèsias, a Monteponi, celebre per la sua storia, per la ricchezza dei suoi giacimenti e per l’imponenza del suo complesso industriale, e a Campo Pisano. Più a sud, nel territorio di Gonnesa, ha inizio poi la zona carbonifera che ha la sua massima estensione nel Sulcis. Accanto alle miniere sorgono i poderosi complessi metallurgici già descritti e una centrale termica di recente costruzione (Porto Vesme) per l’utilizzazione del carbone; solo i minerali di Montevècchio sono inviati a San Gavino per la lavorazione.

    La centrale termoelettrica di Postoscuso.

    Veduta aerea di Iglèsias.

    Veduta di Iglèsias con la piazza Quintino Sella e sulla collina la chiesetta di Nostra Signora del Buoncammino.

    L’ubicazione dei giacimenti ha in gran parte determinato la localizzazione dei centri, che mancano quindi quasi del tutto nei territori basaltici del nord mentre si fanno via via più numerosi man mano che si procede verso sud, specialmente sotto forma di nuclei minerari, sicché la densità della popolazione si eleva a 75 ab. per kmq. Arbus (7500 ab.) è un grosso borgo di minatori, pittorescamente disteso fra due poggi rocciosi nella conca granitica che da esso appunto ha preso il nome di Arburese; nel suo territorio, oltre alle miniere piombo-zincifere sopra citate, si trovano giacimenti di caolino e cave di ottimo granito. Numerose ma piccole miniere sono alla base dell’economia anche di Fluminimaggiore (3800 ab.), fondato nel 1704 al centro di una conca, il Fluminese, singolarmente ricca di vigneti e di agrumeti. Gonnesa (4500 ab.), situata al margine meridionale della regione, è un centro edificato su un ripiano alla fine del ’700, con pianta regolare a scacchiera, che gode di un’ottima posizione tra i giacimenti piombo-zinciferi a nordest, quelli carboniferi a sud e alcune miniere di barite ad est. Un cenno meritano i due posti d’imbarco dei minerali dell’Iglesiente, Porto Flàvia e Buggerru. Il primo consiste in un imbarcatoio scavato in caverna nella roccia calcarea; il secondo ha minore importanza portuale ma ha una certa rilevanza come centro abitato (1800 ab.) ed è anzi sbocco di una piccola subregione chiamata Malfidano, probabilmente per i rapporti avuti con Amalfi in epoca medievale.

    Le ricchezze minerarie della regione sono pure alla base dell’esistenza e dello sviluppo della città di Iglèsias. I Pisani, che sfruttavano razionalmente le miniere di piombo argentifero, la fondarono nel XIII secolo probabilmente intorno a un preesistente piccolo centro, dandole il nome di Villa di Chiesa dal quale è derivato l’attuale; l’ubicazione scelta, in mezzo ad una regione mineraria così importante, all’incrocio di tre vie naturali di traffico e anche in posizione facilmente difendibile, ne determinarono un rapido sviluppo, che, in circa un cinquantennio, le fece occupare un’estensione che non superò, in sèguito, per secoli di stasi. Pertanto la città rimase a lungo chiusa entro una cinta di mura, di cui rimangono solo alcune torrette e un tratto settentrionale vicino al Castello di Salvaterra che si erge sul colle. Al principio del ’600 Iglèsias ha 2000 abitanti, saliti a 3000 alla metà del ’700 e a 5000 alla metà dell’800. Tra il 1850 e i primi del nostro secolo si ha uno sviluppo demografico e topografico febbrile, in concomitanza con la ripresa della coltivazione in grande stile delle miniere; poi sopravviene una nuova stasi, che la crisi economica e la fondazione di Carbònia accentuano, ma nel secondo dopoguerra l’incremento demografico riprende vigorosamente, portando all’attuale cifra di 20.000 il numero degli abitanti. Iglèsias è oggi una cittadina industriosa, abitata particolarmente da minatori, che si sono insediati specialmente in caratteristiche propaggini stradali protese in direzione delle miniere; la città è sede del Distretto minerario della Sardegna e di un importante Istituto tecnico minerario. Della civiltà pisana conserva tracce notevoli, tra le quali va ricordata la Cattedrale, eretta nel 1288 in forme romanico-gotiche, con interno modificato dagli Aragonesi nel XVI secolo.

    Il Caputerra

    Il Caputerra o, in forma moderna, Capoterra, è un piccolo territorio compreso tra il Sulcis e il Campidano cagliaritano, delimitato molto nettamente a nord dal margine della pianura, a oriente dal mare e ad occidente dalla dorsale principale dei monti sulcitani. La regione occupa dunque tutto il versante orientale di questa dorsale, che scende con direzione meridiana dal Monte is Caràvius (1116 m., massima vetta di tutto il grande promontorio sud-occidentale della Sardegna) al Capo Sparavento; essa forma cioè un piano decisamente inclinato da ovest ad est e in minor misura, per il declinare della dorsale, da nord a sud, inciso da valli profonde e incassate in seguito alla forte erosione causata dalla vicinanza del livello di base. Graniti e scisti silurici compongono questi rilievi, il cui imbasamento è stato messo largamente allo scoperto, e qui si trova il giacimento ferrifero di San Leone, che è il più importante dell’isola. La fascia orientale del Caputerra è invece di natura alluvionale, con grandi conoidi di deiezione costruiti dai torrenti che scendono dai ripidi fianchi dei rilievi e che sono per lo più raccordati tra di loro ad ampie superfici terrazzate. Dalla striscia propriamente litoranea si estollono poi spuntoni e formazioni collinari andesitiche quaternarie, una delle quali, quella di Sarròch, ha dimensioni notevoli e domina il paesaggio con le sue lave brunastre.

    Villette tra i pini nel centro turistico-balneare di Santa Margherita di Pula.

    Nella sezione settentrionale della fascia di terreni alluvionali è in corso di compimento un complesso di lavori di bonifica (opere di arginatura, scavo di canali colatori, apertura di strade, ecc.) che interessano circa 1500 ha. dell’area denominata Tuerra di Caputerra. Ivi, alla sommità del conoide formato dal torrente Santa Lucia, sorge il centro principale della regione, che si chiama appunto Capoterra (6000 ab.). Nella parte litoranea centrale, l’attività del Centro di Colonizzazione di Pula ha trasformato una vasta area che è stata appoderata e ha visto sorgere la nuova borgata di Cala d’Ostia. Pure lungo la cimosa costiera, di recente valorizzata anche turisticamente col nuovo villaggio balneare di Santa Margherita di Pula, sorgono gli altri centri, tra i quali ricordiamo Sarròch (2600 ab.), borgata agricola distesa ai piedi della collina trachiandesitica principale, e Pula (3400 ab.), nei pressi della penisoletta che ospitò lo scalo fenicio di Nora, divenuto poi centro punico e più tardi una delle più fiorenti città romane della Sardegna, tanto che fu probabilmente municipio. Ne rimangono resti importanti di edifici, la necropoli e antiche opere portuali parzialmente sommerse. In vicinanza di Pula si trova pure la chiesetta di Sant’Efisio, dove ogni anno viene trasportato solennemente da Cagliari il simulacro del Santo che qui subì il martirio.

    Il Sulcis

    Col nome di Sulcis, la città punica e poi romana dell’isola di Sant’Antioco, è stata designata successivamente la parte antistante dell’isola maggiore dopo che il vecchio centro, saccheggiato e devastato più volte dai Saraceni, fu abbandonato dalla popolazione e dal Vescovo, che si trasferì a Tratalias e in seguito ad Iglèsias. La regione venne a costituire una curatoria, detta appunto Sulcis o Solci (e in periodo spagnolo Sols o Solz), descritta nella Corografia del Fara come Regio Sulcis tota silvestris et derelicta.

    Attualmente il Sulcis (o Maureddia, come lo chiamano anche gli abitanti, con riferimento a popolazioni maure che vi si sarebbero insediate in epoca vàndala) è delimitato da confini naturali ben netti: a nordest esso scoscende bruscamente nel Campidano, a nordovest la depressione Flumentèpido-Cixerri (l’antica curatoria del Sigerro) Io distingue dall’Iglesiente, a oriente la grande dorsale meridiana, che va dal Monte Arcosu al Capo Spartivento, lo separa dal Caputerra. A sudovest la regione si affaccia, con una lunga costa articolata, sul mare che bagna le isole di San Pietro e di Sant’Antioco : queste hanno gli stessi lineamenti morfologici del basso Sulcis, ma i caratteri antropici sono assai diversi, per cui è opportuno considerarle a parte.

    Il carattere distintivo più spiccato della regione sulcitana è costituito dall’ampio bacino centrale di Narcao-Santadi, antica insenatura terziaria ricolma di lave ande-sitiche; queste sono coperte da regolari colate di lipariti e trachiti, smembrate in colli tabulari, che si continuano con un tavolato trachitico resecato da fratture e prolungato a nordovest fino al mare con le cuestas di Carbònia e di Portoscuso. Le parti più depresse del bacino sono ricolme di conglomerati eocenici e di alluvioni. Fanno corona, a guisa di anfiteatro, rilievi antichi di costituzione complessa e svariata: calcari cambrici del Monte Tamara, graniti del Monte Nieddu e del Monte is Caràvius, scisti del massiccio di Terraseu, ecc. Ad oriente e a sudest spiccano poi alcuni allineamenti di vette il più notevole dei quali comprende le Punte Rosmarino e Sébera, che sono di tipo appalachiano.

    La chiesa di Santa Maria a Tratalias, già Cattedrale della diocesi sulcitana.

    Veduta aerea di Carbònia.

    Nella parte occidentale della regione fino alla costa orlata di stagni si appoggia al massiccio paleozoico il vasto bacino carbonifero, compresa nei terreni eocenici, la cui intensa valorizzazione, cominciata solo nel 1935, si è andata spostando dalle vecchie miniere di Terras Collu-Cùlmine, Bacu Abis e Sirài, poste agli appoggi della formazione carbonifera, verso quelle più recenti di Serbariu, Serrucci e Cortoghiana Nuova.

    Il combustibile estratto si esporta, e più si esportava in passato, dal Porto di Sant’Antioco Ponti (o Porto Romano); ma la sua qualità mediocre ha imposto infine la sua utilizzazione economica mediante trasformazione locale in energia elettrica ottenuta nella supercentrale termica di Porto Vesme, a suo tempo illustrata.

    In relazione con l’intensa valorizzazione del bacino carbonifero stanno tutti i principali centri abitati e la loro stessa origine. E questo a cominciare da Carbònia, il maggior centro minerario italiano, tipica « città creata ». I lavori per la sua costruzione furono iniziati nel 1936 e il primo nucleo della città, edificato su un ripiano degradante dolcemente verso le miniere, vasto no ha. e con 6000 abitanti, fu inaugurato alla fine del 1938. Negli anni successivi lo sviluppo fu quanto mai rapido, come mostra la pianta inserita in precedenza tanto che la superficie era già quadruplicata nel 1942 e la popolazione toccava i 33.000 abitanti nel 1951. Ma in seguito al ridimensionamento dell’attività mineraria, avvenuto negli anni successivi sotto l’egida della C.E.C.A., Carbònia, secondo la sorte che è comune a molti centri minerari, ha visto diminuire la sua popolazione a 25.000 abitanti. L’aspetto della città è dunque quello di un centro modernissimo, tipicamente pianificato, con le case a gruppi di tipo uguale disposte in lunghe file simmetriche ; quasi tutti gli edifici sono stati costruiti per conto dell’Azienda Carboni Italiani, che li cede in affitto ai suoi operai ed impiegati i quali costituiscono, con le loro famiglie, la grande maggioranza della popolazione: giustamente è stato detto che Carbònia è più un’azienda che una città.

    Nel Sulcis non mancano però ottime zone agricole, specialmente nella bassa valle del Rio Palmas, nel delta di questo corso d’acqua e in genere nelle pianure costiere. Circa 45.000 ha. del Comprensorio di bonifica del basso Sulcis (di cui 5500 irrigati) sono stati interessati da grandi lavori di bonifica e di irrigazione, basati per la parte più importante sulla costruzione di un serbatoio sul Palmas alla stretta di Monte Pranu, della capacità di 63 milioni di me. di cui 13 per la regolazione idraulica e 50 per l’irrigazione (tanto più necessaria in quanto la piovosità è qui inferiore ai 500 mm. annui). Ma la trasformazione agraria più estesa si è verificata per opera del Centro di Colonizzazione di Narcao, nella bella azienda di Mitza Justa, posta nel bacino centrale sulcitano. Questi lavori hanno reso possibile un aumento della già elevata densità di popolazione della regione, divenuta una delle più alte dell’isola (75 ab. per kmq.). E questo specialmente per quanto riguarda la popolazione sparsa e an-nucleata, il che costituisce altro motivo di distinzione del Sulcis da quasi tutte le altre regioni sarde. Infatti gli abitanti vivono sia in alcuni villaggi radi (Teulada, 4500 ab. e Giba, 2300 ab., sono i più cospicui, ma di recente ha acquistato importanza anche Santadi), sia nei numerosissimi caratteristici nuclei rurali di antica origine agricola, chiamati furriadroxius, o pastorale detti medaus, particolarmente frequenti nel territorio di Teulada, a suo tempo descritti. Sono sorte poi numerose case sparse, costruite nel quadro della trasformazione agraria. Alcuni di questi vecchi nuclei rurali hanno avuto in epoca recente un certo sviluppo sicché si sono trasformati in piccoli centri abitati come Nuxis, Masainas, Piscinas, Sant’Anna Arresi, ecc.

    Un furriadroxiu del Sulcis. (Casali Starraliu di Santadi). Gruppo di casette elementari con adiacenti gli appezzamenti di terreno in un complesso a fisionomia schiettamente agricola.

    Un medau del Sulcis. (Medau Rio Sassu di Pal-mas-Suergiu). Gruppo di costruzioni con numerose tettoie allungate denotanti la prevalente funzione pastorale.

    Un aspetto del basso Sulcis, con la diga di Monte Pranu.

    Opere irrigatorie nella bonifica del basso Sulcis.

    Paesaggio nell’isola di San Pietro con vigneti e case sparse alle falde del colle Guardia dei Mori.

    Le isole sulcitane

    Subito di fronte alla costa sulcitana, a continuazione del tavolato trachitico del Sulcis smembrato da fratture, stanno le due principali tra le isole minori della Sardegna, San Pietro e Sant’Antìoco. Quest’ultima in realtà è collegata all’isola maggiore da un cordone litoraneo complesso, saldato da un antico ponte, ma il suo aspetto naturale ed umano è quello di un’isola vera e propria.

    Carloforte con la salina e i dintorni. Si notino i numerosi elementi liguri della toponomastica.

    San Pietro, la punica Hiemcum e la romana Accipitrum Insula, è la più piccola (50 kmq., 7300 ab.) e la più semplice delle due: si tratta di una specie di cupola tra-chitica, culminante a 211 m. nel poggio dal significativo nome di Guardia dei Mori e declinante in maniera dissimmetrica, bruscamente a nord e dolcemente verso sud, dove alla Punta delle Colonne si frammenta in pittoresche guglie isolate. La quasi totalità della popolazione, che discende da Liguri fuggiti dall’isoletta di Tabarca nei pressi della costa tunisina o riscattati dalla servitù barbaresca e qui fatti insediare dal Governo piemontese — tipico esempio di colonizzazione guidata — e che conserva quindi linguaggio e usi liguri, vive nel centro di Carloforte, graziosa e bianca cittadina costituitasi nel 1738 sopra un lieve pendio della costa orientale; si tratta prevalentemente di pescatori, già dediti soprattutto alla pesca del corallo ed oggi a quella del pesce azzurro e del tonno nelle vicine note tonnare dell’Isola Piana e di Portoscuso. Essi hanno base nell’ottimo porto della cittadina, un tempo il terzo della Sardegna perchè usato per l’imbarco dei minerali dell’Iglesiente, ma che oggi ha perduto questa importante funzione. Carloforte è anche dotato di una salina ancora attiva, ultima parte di un vasto stagno costiero oggi colmato, di alcune officine meccaniche e infine di una frequentata marina.

    Sant’Antìoco e l’antistante costa sulcitana.

    L’interno dell’isola, in gran parte occupato da nude trachiti (con le verrucose commenditi) oppure da magra vegetazione, ha nelle ampie depressioni orientali (talvolta stagni bonificati) colture svariate, in mezzo alle quali sorgono numerose bianche casette sparse, diverse da quelle dell’isola maggiore; si tratta in gran maggioranza di dimore temporanee, abitate solo durante qualche mese per i lavori di trebbiatura e di semina e soprattutto per la cura dei ricchi vigneti. Degna di nota è, nei pressi della cittadina, la Stazione astronomica, una delle sei fondate sul 39° parallelo per l’osservazione della variazione delle latitudini e della migrazione dei poli.

    Calasetta. Panorama verso la laguna e il Sulcis.

    Una via di Carloforte con le sue caratteristiche architetture.

    Sant’Antìoco, l’antica Aenosis o Plumbea, supera l’isola di San Pietro circa del doppio sia come superficie sia come popolazione (no kmq., 14.000 ab.). Nella parte nord-occidentale è simile alla precedente, con modesti rilievi trachitici (massima quota 271 m. al Monte Perdas de Fogu) che scendono con diversa inclinazione verso il mare; ma a sudest affiorano le forme tabulari in un lembo del basamento calcareo cretaceo del Monte Arbus, che fronteggia i calcari giurassici dell’antistante Monte Ixi, nel Sulcis. Quivi si aprono sul mare grandi cave di pietra da costruzione e da calce e, lungo una frattura, sgorgano sorgenti termali. Dal punto di vista antropico la differenza con l’altra isola è molto più netta, in quanto ai marittimi liguri di San Pietro fa qui riscontro una popolazione in maggioranza autoctona che si dedica prevalentemente all’agricoltura, producendo fra l’altro nella cantina sociale di Calasetta un vino rinomato. Questa popolazione vive accentrata a Calasetta (2500 ab.), villaggio dall’aspetto orientale e dalla pianta regolare che ha preso origine dall’insediamento di un nucleo piemontese, e soprattutto a Sant’Antìoco (11.000 ab.), cittadina sorta in vicinanza del cordone litoraneo e quindi rapidamente raggiungibile dalla terraferma; essa sorge sul sito dell’antica città di Sulcis che, come si è detto, diede il nome alla regione antistante, e della quale rimangono notevoli vestigia sia del periodo punico che di quello romano.

    Considerazioni conclusive

    L’esame attento delle condizioni umane ed economiche della Sardegna in rapporto con i caratteri naturali e con particolare riguardo per i progressi recenti nel campo agricolo e industriale, ha permesso di constatare che l’isola, dopo una svolta decisa, è in rapida evoluzione in seguito ad uno sforzo poderoso di generale rinnovamento intrapreso per trasformare le condizioni tradizionali della sua economia attardata, dopo la costituzione dell’Istituto regionale, che ha dato coscienza e più diffusa consapevolezza dei problemi, ha stimolato le iniziative, le ha sorrette integrando i mezzi erogati dallo Stato e ha fissato gli strumenti giuridici, organizzando e coordinando gli interventi. Come si è visto, già nel decennio 1951-61 i risultati erano stati cospicui, sia nel campo della bonifica e della trasformazione agraria che in quello industriale, più estese e diffuse le prime e piuttosto concentrato l’altro in poche zone e limitate, tra cui preminente quella di Cagliari. L’evoluzione verifica-tasi in quel periodo si può apprezzare considerando l’aumento sensibile del reddito netto pro-capite, passato dalle 128.500 lire nel 1951 alle 220.000 del 1961. Il significato effettivo di quest’ultimo dato risulta non tanto dal suo valore relativo, essendo stato il progresso maggiore per l’Italia nel suo insieme (il che ha piuttosto accentuato la sua differenza con la Sardegna), quanto dal valore assoluto, risultando esso superiore al reddito unitario medio nazionale del 1956. Questo progresso però è stato assai ineguale non solo tra una provincia e l’altra (236.000 lire a Cagliari, 225.000 a Sassari e 170.000 a Núoro), ma soprattutto tra le diverse parti dell’isola. Si è venuto così a costituire un contrasto sensibile tra una vecchia Sardegna montana e collinare, toccata solo sporadicamente e superficialmente dal progresso e rimasta quindi con forme di vita agricolo-pastorali attardate e una nuova Sardegna delle pianure e dei litorali, fervida di opere e in pieno sviluppo economico e sociale. Questo contrasto via via crescente ha provocato consistenti spostamenti di popolazione all’interno dell’isola, con spopolamento di alcune parti e urbanesimo e, nelle zone rimaste attardate, emigrazione verso il Continente italiano e in minor misura per l’estero. Successivamente l’evoluzione ha preso un ritmo più sostenuto per la definizione e la progressiva applicazione del Piano di Rinascita, approvato con legge del giugno 1962 e sottoposto poi dalla Regione ad una dettagliata formulazione onde fissare e coordinare accuratamente lo sviluppo di tutti i settori, economici, sociali e sanitari. Si tratta di un piano organico di intervento onde raggiungere determinati obiettivi mediante un poderoso contributo finanziario statale (400 miliardi), straordinario e aggiuntivo rispetto agli stanziamenti normali degli enti pubblici (400-450 miliardi, più 200 della Cassa del Mezzogiorno) e della Regione (300-350 miliardi) cui si aggiungeranno quelli dell’iniziativa privata (previsti in 500 o 600 miliardi). Il Piano di Rinascita, che è in Italia il primo piano regionale completo, circostanziato e dotato dei necessari e opportuni strumenti giuridici, attribuisce una funzione preminente all’industria e dispone un tipo di programmazione accuratamente studiato allo scopo di raggiungere determinati obiettivi di trasformazione e miglioramento delle strutture economiche e sociali delle zone stesse, « tali da conseguire la massima occupazione stabile e più rapidi ed equilibrati incrementi del reddito ». Questo « Piano generale di Rinascita », in cui si inserisce il « Piano straordinario » che si svilupperà nel dodicennio 1963-74, ha a disposizione una somma complessiva di circa 2000 miliardi e si propone tra l’altro una trasformazione dell’economia tale da eliminare la disoccupazione e la sottoccupazione, l’aumento della popolazione attiva (dall’attuale 33% al 38%) e la sua migliore distribuzione tra i vari settori produttivi (26% all’agricoltura, 38% aH’industria, 36% al settore terziario), in modo da ottenere un consistente aumento del reddito annuo pro-capite dalle 251.000 lire circa all’inizio dell’applicazione del Piano a 460-480.000 lire che è all’incirca quello medio nazionale odierno per una popolazione che dovrebbe contare poco più di 1 milione e mezzo di abitanti.

    Le direttive di intervento, solo da poco rese note in tutti i particolari, sono da considerare attentamente in quanto costituiscono le basi potenziali dello sviluppo economico e sociale dell’isola e rivestono perciò decisivo significato. Basti considerare che nel settore dell’agricoltura (per cui son previsti investimenti per 500 miliardi) l’obiettivo principale consiste nel passare dall’attuale prevalente economia di sussistenza a quella di mercato mediante la diffusione dell’irrigazione (fino a 150.000 ha. rispetto ai 21.000 circa del i960) e l’introduzione di colture intensive nelle zone di pianura, il miglioramento delle colture asciutte e la parziale sostituzione dei cereali con i foraggi nelle zone di collina e infine il miglioramento dei pascoli e vasti rimboschimenti nella zona di montagna. Non altrettanto chiare sono le direttive riguardanti l’allevamento del bestiame, per cui è prevista solo genericamente la stabilizzazione economica e geografica dell’allevamento ovino, che dovrebbe integrarsi con l’agricoltura, e il forte incremento dei bovini.

    Per il settore dell’industria, che si tende a far diventare il cardine dell’economia sarda (con investimenti di 550-600 miliardi), è previsto un forte incremento del reddito industriale, l’occupazione di circa 70.000 operai e una maggiore differenziazione dell’economia, puntando sullo sviluppo di alcune industrie di base nei rami chimico e petrolchimico, metallurgico e di lavorazione dei prodotti agricoli. Quest’ultima branca soprattutto avrà modo di diffondersi in conseguenza della trasformazione agraria già avviata, mentre per le altre è previsto l’addensamento nei poli di sviluppo industriale già ricordati e soprattutto nell’area industriale di Cagliari.

    Tutto ciò presuppone una trasformazione profonda dei trasporti e delle comunicazioni e prima di tutto dei collegamenti marittimi col Continente e quindi degli organismi portuali. Infatti il grado di competitività dei prodotti sardi (materie prime e manufatti) sui mercati esterni e quindi l’intero avvenire dell’isola è chiaramente in rapporto con la facilità, l’abbondanza e la convenienza dei trasporti. Questi scopi verranno raggiunti soprattutto con Yampliamento e il rinnovamento delle attrezzature portuali e con lo sviluppo dei servizi delle navi-traghetto e non tanto di quelli ferroviari quanto di quelli per mezzi gommati e non solo tra Golfo Aranci e Civitavecchia, ma anche tra Cagliari e Porto Torres con altre teste di ponte continentali, per esempio, Genova e Livorno. Naturalmente si dovranno adeguare alle nuove esigenze anche le vie e i mezzi di comunicazione interni, la cui insufficienza diviene rapidamente più grave: ciò vale sia per le ferrovie statali sia per la rete stradale, soprattutto lungo il grande asse che unisce Òlbia e Porto Torres con Cagliari. Affiancano questa serie di provvidenze per lo sviluppo dell’economia un imponente piano di opere pubbliche e direttive molteplici (con investimenti dell’ordine di 300 miliardi) per il miglioramento delle condizioni sociali e sanitarie, la cui carenza grave è stata a suo tempo constatata, imperniato sullo sviluppo intenso dell’edilizia per abitazione, che avrà a disposizione 250-300 miliardi.

    La varia direzione dello sviluppo economico e quindi la distribuzione della qualità e della quantità degli interventi è condotta secondo « zone economicamente omogenee », individuate tenendo conto non solo delle strutture economiche attuali, ma anche delle possibilità di sviluppo e delle condizioni sociali dei diversi territori. Di queste zone omogenee ne sono state riconosciute 15, raggruppate in 5 «super-zone » di gravitazione economico-territoriale (Sassari, Òlbia, Nuoro, Oristano e Cagliari) (1), entro le quali esistono problemi comuni per cui è possibile programmare soluzioni comuni. Per le diverse zone, infatti, sono stati elaborati altrettanti programmi di sviluppo, che però non rimarranno autonomi, ma dovranno essere e svilupparsi opportunamente coordinati, in modo che tra le varie parti del territorio e tra i diversi settori economici si stabilisca una serie di interdipendenze che porti a uno « sviluppo equilibrato » della Sardegna intera.

    Questo vasto Piano di Rinascita è già entrato nella fase esecutiva mediante un Piano quinquennale che si riferisce al periodo 1965-69, ritardato poi al 1966-70 per farlo coincidere col Piano quinquennale nazionale in cui è inserito. E opportuno osservare peraltro che se le principali linee direttive del Piano sono nel loro complesso felici, lasciano adito tuttavia per aspetti particolari a qualche perplessità, soprattutto in rapporto con lacune evidenti. La prima riguarda l’avvenire dell’allevamento ovino, di cui si indica la limitazione alla montagna e alla collina, effettivamente votate per la maggior parte alla pastorizia, essendo destinate le pianure, mèta delle greggi transumanti, esclusivamente all’agricoltura. Sembra però che non si tenga in debito conto sia l’esistenza, accanto alla transumanza verticale, di una transumanza orizzontale, che si svolge intensa e continua nell’ambito della zona collinare, sia la decurtazione dei pascoli migliori per il previsto incremento dell’allevamento bovino. E dunque la zona collinare, che è poi di gran lunga la più estesa (due terzi dell’isola) e la più depressa, a soffrire le difficoltà maggiori alla trasformazione e per cui il programma è più generico e ambiguo e bisognoso di urgente definizione, essendo legato all’avvenire di gran parte della popolazione sarda e insieme alla sopravvivenza del patrimonio ovino che può essere ridimensionato ma che va mantenuto, perchè rappresenta una ricchezza regionale e nazionale che non può andare dispersa. Altra perplessità è quella che riguarda la preminenza data dal Piano all’industria, dato che il suo settore più sano e vitale e con manodopera più numerosa sarà quello della trasformazione dei prodotti agricoli e dell’allevamento, il che impone le massime cure per l’agricoltura e per la pastorizia, che debbono fornire i prodotti da lavorare. Lacuna importante è infine la mancanza di direttive precise per la riorganizzazione del settore commerciale, le cui carenze e i cui difetti sono stati a suo tempo constatati. Peraltro queste lacune potranno certamente essere colmate con successive integrazioni, sempre possibili, visto il sistema della « programmazione dal basso », su proposta degli organismi economici responsabili delle singole zone omogenee su cui il Piano è basato.

    Ma ben più importanti per la riuscita complessiva, col raggiungimento dei fini previsti, saranno i modi con cui gli ingenti mezzi disponibili saranno impiegati, la « scorrevolezza » del Piano, il grado di coordinamento settoriale e regionale, le « resistenze » sociali ed economiche che si incontreranno col progredire della fase applicativa, insieme ad altri fattori umani ed economici imponderabili o malamente valutabili. Il successo non potrà mancare in un clima di serietà, di superamento di pretese campanilistiche, di concordia, di comprensione e di collaborazione responsabile da parte di tutti.

    E i risultati ottenuti nel biennio preparatorio e nei primi tempi di applicazione del Piano danno bene a sperare. Essi sono già cospicui e ricchi di significato e di conseguenze geografiche: trasformazione in atto dell’agricoltura ed estensione progressiva della superficie irrigata, sviluppo di industrie nuove, di cui due a carattere propulsivo (petrolchimica e cartaria), e potenziamento di quelle tradizionali, costituzione dell’area industriale di Cagliari e di vari nuclei di industrializzazione, intensificazione del commercio esterno con relativo incremento dei traffici portuali per il rapido affermarsi dei trasporti con navi-traghetto, sono aspetti a suo tempo illustrati del profondo ed esteso rinnovamento iniziato nell’isola e che procede con ritmo rapido e sicuro, confermato dall’aumento sensibile del reddito medio procapite, passato a 288.000 lire nel 1963.

    Ma tutto ciò ha fatto aumentare il già sensibile contrasto tra la vecchia Sardegna rurale e quella nuova industriale e commerciale, tanto più che in campo agricolo l’isola, pur con i progressi fatti nelle parti in trasformazione, mantiene un valore medio della produzione tra i più bassi d’Italia (solo 64.000 lire per ha. di superfìcie agraria contro 213.000 della media nazionale nel 1964). È vero che l’esiguità del reddito medio è in rapporto con le vastissime estensioni di terreni sterili o poveri a pascolo, ma si tratta comunque di uno stato di fatto che si può mutare solo con difficoltà e con lentezza e che contribuisce e sempre più contribuirà a mantenere vivo il contrasto tra l’ambiente montano e collinare e quello delle pianure con agricoltura che si va rapidamente intensificando e collegando ad attività industriali e commerciali.

    Tendono dunque ad aumentare le differenze e i contrasti tra Sardegna periferica e Sardegna centrale e soprattutto tra Sardegna orientale e Sardegna occidentale, con conseguente inevitabile spostamento di abitanti non più tanto verso l’esterno quanto nell’ambito della regione, che si tradurrà in un cambiamento sensibile della distribuzione della popolazione. La Sardegna offre perciò, oggi, uno degli esempi più classici del mutamento di valore dei fattori geografici per effetto del momento storico, con un ritorno alla normalità di azione di questi in confronto col comportamento aberrante dei lunghi secoli trascorsi, dalla conquista aragonese fino a vent’anni or sono.

    Inoltre, cessata la segregazione e il secolare isolamento storico, la Sardegna si è da poco inserita e si viene inserendo sempre più non solo nell’economia ma anche in tutto il contesto della vita nazionale, sociale e politica, acquistando con le sue risorse e con i suoi uomini un peso considerevole, che fino a poco fa sembrava lontanissimo e quasi irraggiungibile. E la Sardegna, con le intense correnti turistiche che la raggiungono, con i suoi prodotti sempre più abbondanti e vari e con i suoi traffici sempre più facili e comodi, si va inserendo altresì sempre più nei mercati stranieri e in particolare nell’ambito della Comunità Europea, cui seguiranno quelli dell’Africa settentrionale e del vicino Oriente.

    Così le condizioni geografiche dell’Isola e in particolare la sua posizione, per effetto della valorizzazione regionale delle possibilità che essa offre e dei nuovi tipi di organizzazione economica e commerciale, stanno assumendo nuovo valore a carattere propulsivo con cui è in rapporto la preminenza assunta dal processo di industrializzazione, con un rivoluzionamento delle impostazioni tradizionali, ritenute fino a poco tempo fa immutabili.

    La Sardegna si è incamminata così su una via di rapido progresso e di sviluppo economico e sociale, riguadagnando il tempo perduto per avversità di uomini e di cose con uno slancio e un impegno che, per quanto arduo sia il cammino, costituiscono la migliore garanzia per un luminoso avvenire.

    Vedi Anche:  Tradizioni, letteratura, usi e costumi