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Le regioni naturali storiche e amministrative

    Le regioni naturali storiche e amministrative

    Le regioni naturali

    Malgrado l’impressione generale di massività e nonostante l’apparente uniformità degli aspetti complessivi del rilievo, l’esame dei caratteri fisici dell’isola ci ha permesso di riconoscere l’esistenza di una grande varietà di tipi e di forme del terreno che si ordinano in numerosi quadri regionali aventi spiccata individualità in rapporto con la costituzione litologica e i lineamenti tettonici. Essi costituiscono delle regioni geomorfologiche che hanno considerevole importanza perchè hanno offerto differenti condizioni di vita alle popolazioni, le quali vi hanno sviluppato diverse forme di organizzazione. Si è verificato così per lo più, che a queste nette regioni naturali sono venute via via aderendo delle regioni storico-geografiche indicate con nomi particolari, gran parte dei quali sono ancor oggi ben vivi nell’uso popolare.

    Già si è visto come l’isola presenti due fronti assai diversi: quello orientale, formato dalla vecchia Sardegna, con i rilievi più elevati, più compatti e più antichi e quello occidentale in massima parte recente — tranne le due zone della Nurra e del-l’Iglesiente — più basso e meno inciso. Nella parte orientale due elementi del rilievo si ripetono assai frequenti: gli altopiani e le creste — ma con modalità e proporzioni diverse. Si distingue così nel settore nord-orientale dell’isola una prima grande regione costituita da monti e altopiani granitici, che si può agevolmente dividere in due sub-regioni: la Gallura a nord, in cui dominano le creste o serre che creano un rilievo aspro e assai vario, degradante a ripiani verso il Golfo dell’Asinara, e il Nuo-rese a sud, dalla depressione di Monti fino al Gennargentu e all’Araxisi, dove si succedono vasti altopiani poco accidentati e monotoni, vere piattaforme inclinate dolcemente verso settentrione e verso ponente ma incise fortemente ad oriente. Ovunque la superficie di questa estesa regione granitica è resa irregolare da ammassi caotici di blocchi, spesso scavati e scolpiti dagli agenti meteorici a costituire minute accidentalità assai pittoresche, rese più evidenti dalla vegetazione bassa e a chiazze che solo sui versanti montani presenta estese e caratteristiche sugherete.

    Con la semplicità degli altopiani granitici nuoresi fa vivo contrasto la regione che si stende verso oriente e che si affaccia al mare dalla Punta Sabbatino fino a oltre il Capo di Monte Santo : è una regione di rilievi scistosi e calcareo-dolomitici di notevole complessità litologica e strutturale. Vi si trovano infatti vaste ondulazioni di micascisti alternate a crinali granitici, su cui poggiano grandi dossi e scaglie di calcari giuresi e alcuni bassi tavolati basaltici, il tutto inciso da numerose, profonde vallate di corsi d’acqua brevi, ma spesso ricchi di acque, tutti tributari del Tirreno. La varietà di lineamenti e di colori rende questa regione, costituente essenzialmente le Baronie, una delle più belle e singolari della Sardegna.

    Il settore sud-orientale dell’isola, dalla barriera del Gennargentu al Capo Carbonara, è un mondo nuovo di rilievi complessi e assai diversi per età e forme, frammentati in piccole unità da valli profonde con direzione per lo più meridiana, vere gole che isolano piccole cellule di vita umana, ripiegate su se stesse, e che rendono difficili le comunicazioni. Gli altopiani granitici spariscono e le creste granitiche ricompaiono solo a costituire prima spuntoni isolati e poi le cime dentellate del massiccio dei Sette Fratelli, all’estremità sud-orientale, costituente una sub-regione di netta individualità. Altrettanto nettamente s’individua il massiccio scistoso del Gennargentu, ergentesi brusco sull’altopiano di Fonni e che forma il cuore della Barbagia, paese al centro dell’isola, ovunque elevato ed aspro, ma di aspetto diverso, in cui si possono riconoscere ben quattro sub-regioni : la Barbògia Ollolai, il Mandro-lisai, la Barbògia Beivi e la Barbògia Seùlo. A sud del Gennargentu si distende obliquamente, sino alla foce del Flumendosa, un paese tormentato ove, sull’imba-samento cristallino che forma le maggiori alture come il Monte Santa Vittoria, poggiano gli altopiani calcarei dei « tacchi » e dei « tònneri », che assumono la massima estensione nel Sarcidano, e quelli arenacei paleogenici della regione di Quirra. Più calma, più tabulare è la regione di media altitudine, compresa tra il basso Flumendosa e il massiccio dei Sette Fratelli, costituente il Gerréi e parte del Sòrrabus, in cui la gamma delle rocce paleozoiche è più variata, comprendendo placche di calcari devonici come quelli di Villasalto scisti e porfiroidi.

    La fronte marittima di questo paese aspro e selvaggio, in cui si contrappongono in modo stridente tratti di altopiano a valli profondamente incassate con fianchi ripidi che scoscendono anche per 5-600 m., è l’Ogliastra, dal rilievo assai tormentato che scende a gradinate verso il Tirreno e che è costituita da dossi scistosi e granitici, sormontati da frequenti creste e spuntoni porfirici e placche e torrioni calcarei a pareti erte e scoscese a carattere dolomitico. Con questi rilievi aspri e desolati fanno contrasto stridente le sottostanti piane alluvionali costruite da corsi d’acqua ricchi di torbide.

    La costa algherese, dall’estremità meridionale della città, sullo sfondo dell’altopiano trachitico.

    La grandi regioni morfologiche della Sardegna.

    Serena visione dell’altopiano del Mandrolisai sparso d’alberi e di vigneti.

    Paesaggio del Gerrei in corrispondenza della Valle del Flumendosa sotto Armungia.

    Ai rilievi complessi e multiformi del settore sud-orientale, fa riscontro verso ponente, dall’altro lato del Campidano, il gruppo montuoso compatto ed erto dell’Iglesiente raccolto nell’angolo sud-occidentale della Sardegna, comprendente i maggiori rilievi del lato occidentale dell’isola, che corrono con direzione nord-nordovest-sud-sudest dal Golfo di Oristano al Golfo di Cagliari e si affacciano con imponenti ripe sul Mar di Sardegna. E un sistema confuso di monti e colli di terreni paleozoici svariatissimi e cioè scisti, calcari, dolomie e arenarie del Cambrico ricoprenti due grandi cupole granitiche divise nettamente dalla fossa tettonica trasversale del Cixerri e qua e là messe allo scoperto, specie dal lato del Campidano su cui scoscendono bruscamente. Come si è già visto, in quest’insieme di rilievi scarniti e tormentati da fratture e da faglie, a sud della fossa del Cixerri, si aprono bacini tettonici di varie dimensioni, col fondo occupato da terreni sedimentari recenti e soprattutto da potenti espandimenti trachitici e andesitici tabulari che caratterizzano la parte occidentale del complesso costituente perciò una sub-regione nettamente distinta, il Sulcis, cui appartengono anche le due isole trachitiche di San Pietro e Sant’Antioco.

    Tra il massiccio dell’Iglesiente e i rilievi sud-orientali, si interpone l’ampia depressione occupata da due delle regioni naturali meglio definite dell’isola: il Campidano e il paese collinare calcareo-marnoso miocenico che lo fiancheggia a oriente fino al Sarcidano. Il limite tra le due regioni è assai netto e si appoggia all’allineamento di espandimenti vulcanici che va dall’apparato trachitico-basaltico del Monte Aci col contiguo spuntone silúrico di Monreale alle cupole trachiandesitiche quaternarie dei colli di Furtei-Serrenti e Monastir.

    L’anfiteatro ogliastrino visto dalla strada per Villagrande.

    Paesaggio Trexenta occidentale con colli trachitici che la dividono dal Campidano.

    Il Campidano, come si ricorderà, è una grande piana alluvionale sul fondo della fossa tettonica e con le due estremità oristanese e cagliaritana parzialmente sommerse a lagune e stagni. Non si tratta però di una distesa uniforme, ma di un paese che presenta almeno tre aspetti principali: la parte sud-occidentale a grandi conoidi di deiezione, la parte orientale e settentrionale largamente terrazzate a diversi livelli e, tra le due, una bassa striscia pressoché continua di alluvioni attuali.

    Il paese collinare marnoso a dolci ondulazioni e terrazzi separati da vaste depressioni piatte, è a sua volta costituito da vari elementi e vi si può agevolmente distinguere una parte meridionale piuttosto uniforme che è la Trexenta, da una sub-regione settentrionale, la Marmilla, limitata approssimativamente dall’alto corso del Rio Mannu, che ha per caratteristica la presenza dei regolari tavolati basaltici delle « giare ».

    Il settore nord-occidentale tra il mare, la massa granitica e il Campidano è tra le parti dell’isola più varie per costituzione e per struttura in quanto vi dominano largamente le formazioni vulcaniche in tavolati trachitici, e trachiandesitici nonché calcari miocenici, coperti discontinuamente da vaste colate basaltiche e colleganti il nucleo isolato della Nurra con il tronco dell’isola. Pertanto vi si distinguono agevolmente tre regioni geomorfologiche: la cupola basaltica del Montiferru con le piattaforme pure basaltiche che la continuano a oriente e a nord, i tavolati trachitici oligocenici di base e infine la Nurra.

    Il Montiferru separa nettamente con il suo grande cono regolare il Campidano dal Logudoro, posto com’è tra il Tirso e il mare ed è un vulcano ad ampia base di tipo etneo, la cui parte più elevata è formata da trachiti e i fianchi da basalti che si prolungano nei vasti tavolati circostanti della Campeda, della Planàrgia e di Abba-santa.

    All’estremità nord-occidentale la penisola affilata della Nurra con l’appendice dell’Asinara costituisce una regione a sé stante non solo per la sua configurazione, distinta com’è dal resto dell’isola da una vasta e piatta superficie di abrasione, ma anche per la sua struttura, essendo costituita da una banda di terreni cristallini metamorfici paleozoici verso occidente e da placche di calcari secondari a oriente assumenti l’aspetto di colline basse ma disordinate e dai fianchi spesso assai acclivi.

    La Valle del Cixerri vista dai pressi di Siliqua con al centro lo spuntone trachiandesitico del Colle di Acquafredda.

    L’altopiano calcareo sassarese nei pressi di Campanedda.

    L’ampio spazio compreso tra Nurra, Montiferru, medio Tirso, Coghinas e il mare ha aspetti assai vari e dà l’impressione di una mescolanza confusa di piccoli ma energici rilievi. In realtà ha una sua unità fondata sulla presenza di un basamento trachitico e tufaceo variamente dislocato sì da assumere nel suo insieme l’aspetto di una grande doccia la cui concavità corrisponde a una depressione tettonica diretta da nordovest a sudest colma di calcari e marne miocenici, assai estesi nel Logudoro e nel Sassarese. I suoi bordi rialzati, sono formati da tavolati di lave e tufi trachitici più regolari e diffusi ad occidente, dove formano il bacino del Temo e si affacciano al mare con alte ripe; più ristretti, ma più irregolari e disturbati ad oriente al loro appoggio sui graniti o sugli scisti paleozoici, cui corrispondono pertanto le parti più complesse e cioè la media Valle del Tirso, il Màrghine e l’Anglona. La divisione in sub-regioni geomorfologiche di questa parte è, pertanto, assai agevole. Dal lato occidentale il tavolato trachitico di Villanova Monteleone con caratteristici lembi tabulari dominati dal Monte Minerva, ma depresso al centro lungo il solco del Temo ove si trovano lembi arenaceo-marnosi miocenici che appaiono anche presso la foce del fiume, a contatto coi basalti del Montiferru, a costituire la caratteristica maggiore del piccolo, ma pittoresco e fertile anfiteatro della Planàrgia.

    Vedi Anche:  Origine del nome e caratteri generali della Sardegna

    L’estremità meridionale dell’imbasamento trachitico appare nella media Valle del Tirso, cui corrisponde un importante contatto strutturale tra i calcari marnosi miocenici coperti da una sottile coltre basaltica sulla riva destra del fiume, i tufi del fondo valle e le colate trachitiche dal lato sinistro poggianti sul blocco sollevato delle alte terre granitiche orientali.

    Ad oriente, tra la soglia di Macomér e quella di Pattada si allunga da sudovest a nordest il Màrghine, costituito essenzialmente dal grande dosso che si eleva progressivamente fino al Monte Rasu e che ha costituzione complessa in quanto nel suo insieme forma un vasto leggio discendente a nordovest, verso la depressione del Logudoro, con dolce declivio formato da trachiti e tufi e a sudest, verso la Valle del Tirso, con una fronte precipite e imponente di rocce trachitiche e scistose paleozoiche.

    Anche il bordo nord-orientale tra il Campo d’Ozieri, il mare e il Coghinas, costituente YAnglona, è complesso e disordinato, composto com’è da un insieme di tavolati trachitici dominanti nel settore di Monte Sassu e trachiandesitici a occidente, di depressioni marnose come quella di Pérfugas, di larghe valli e di spuntoni vulcanici.

    Il fondo della grande doccia è un paese pittoresco e svariato costituente la parte essenziale del Logudoro, che si può estendere però a sud fino a Bonorva e a nord-ovest all’Ozierese fino al Coghinas superiore ove si riscontrano appunto gli stessi motivi fondamentali ben netti nella sua parte centrale, chiamata appunto Meiloga: calcari miocenici di fondo in depressioni mal drenate o in banchi elevantesi in cueste, distese di tufi trachitici ed edifici vulcanici basaltici recenti come quello del Monte Pelao che è il più esteso e somiglia alle « giare » della Marmilla, o infine come quello di Cherémule, dal bel cratere slabbrato.

    A nord, la saldatura tra la Nurra e l’Anglona è rappresentata dal Sassarese che chiude il quadro delle regioni naturali sarde e che fa vivo contrasto coi paesi circostanti per la semplicità e linearità della sua configurazione, data da altopiani calcarei inclinati per lo più verso occidente e disposti in una serie diretta da nordovest a sudest, solcata da alcune valli profonde tra cui spiccano quelle del Rio Mannu e del Màscari.

    In conclusione appare chiaro che in Sardegna la constatata varietà di elementi strutturali può servire agevolmente di base ad una compartimentazione regionale tenuto conto che ad ognuna delle unità naturali corrispondono per lo più determinate varietà pedologiche e vegetali e quindi particolari vocazioni agricole e pastorali.

    Le regioni storiche

    In questi quadri naturali, così diversi per posizione, configurazione e costituzione, si sono stanziati gruppi umani vari per stirpe, attitudini, stato culturale e tipo di organizzazione le cui vicende e la cui attività hanno contribuito a imprimere ai singoli territori forme e aspetti che permettono di distinguerli agevolmente gli uni dagli altri. Si è pervenuti così, sulla base di elementi naturali fondamentali e per l’azione di atteggiamenti umani, alla costituzione di regioni storiche numerose e generalmente ben riconoscibili, anche perchè i loro nomi sono ancora oggi ben vivi. Queste regioni infatti hanno avuto tendenza a costituirsi entro i quadri di cantoni naturali che spesso hanno vissuto fino ad epoca recente una vita propria per forza di coesione dei gruppi umani in essi insediati, per il loro isolamento e per la scarsezza e saltuarietà di contatti reciproci.

    Appunto in quanto creazioni storiche, pur se con basi naturali, queste regioni hanno spesso mutato col tempo i loro confini in modo da comprendere talvolta sotto un unico nome regionale non più la sola regione naturale iniziale, ma anche parti considerevoli di alcune regioni vicine o loro tratti, là dove i limiti fisici sono incerti. Ciò spiega, oltre alla difficoltà di tracciare i loro confini e se mai limitatamente a un solo momento storico, anche il fatto che spesso le regioni storiche non coincidono con le regioni naturali e viceversa. Tuttavia si deve riconoscere che su alcuni dei maggiori lineamenti orografici e idrografici dell’isola hanno sempre poggiato limiti importanti: così il gran plesso montuoso del Gennargentu ha costituito un settore di divisione assai pronunciato ove concorsero per molto tempo i confini dei Giudicati di Cagliari, Arboréa e Gallura; e la stessa funzione di confine ha avuto l’allineamento Montiferru-Màrghine, presso cui confinavano Arboréa e Logudoro. Come influenza dell’idrografia si può notare che il bacino del Tirso ha costituito elemento di forte coesione antropica e politica avendo formato il cuore del Giudicato di Arboréa che è stato appunto quello persistito più a lungo; e che la stessa funzione di coesione e di fusione ha avuto il bacino del Coghinas nei riguardi del Logudoro.

    La bassa Planàrgia dominata dal soprastante altopiano basaltico.

    Per quanto riguarda in generale l’origine dei nomi regionali, cioè di forme toponomastiche legate a determinati lembi di territorio insulare, si deve dire che essa risale a vari periodi, generalmente lontani, della storia della Sardegna: alcuni dei nomi, infatti, sono di epoca preromana, altri di epoca romana, altri infine di età medievale e solo in casi isolati sono di epoca relativamente recente.

    Vien fatto subito di notare, poi, il molto maggior numero di questi nomi che si ha in Sardegna rispetto ad ogni altra regione italiana, Corsica compresa: sono nomi di regioni derivanti da quelli dei Giudicati, da quelli delle « contrade » o delle « parti » e soprattutto da quelli delle « curatorie » medievali.

    Ma prima di tutto è da ricordare quella bipartizione dell’isola in una parte settentrionale ed in una meridionale segnata approssimativamente dallo sbarramento orografico Montiferru-Màrghine-Gocéano e basata più che su differenze ambientali, su importanti contrasti etnici. Infatti mentre le popolazioni della parte centro-meridionale hanno conservato gran parte dei loro caratteri primordiali e hanno subito alcune infiltrazioni di elementi libici, nell’estremità settentrionale si fissarono per tempo popolazioni giunte in epoche successive dalla Corsica e dalla Liguria. Inoltre la parte settentrionale ha avuto maggiori contatti col più vicino continente, con riflessi notevoli sui caratteri antropologici ed etnici e su quelli linguistici e culturali. E questo il motivo principale dell’origine e della persistenza dei due nomi di Capu ’e Susu (Capo di Sopra) o Capo di Sassari, e di Capu ’e Suttu (Capo di Sotto), o Capo di Cagliari, persistiti, specie il primo, fino ad epoca attuale. E il motivo etnico è altresì alla base del dualismo e di un certo antagonismo provinciale tuttora esistente tra le due parti dell’isola, che spiega il « pocos, locos y mal unidos », con cui gli Spagnoli indicavano i Sardi, ma che non ha inciso però sulla sostanziale unitarietà insulare.

    I nomi dei Giudicati hanno avuto fortuna diversa: quello di Gallura, com’è ben noto, è sopravvissuto nell’uso, ma con estensione molto ridotta rispetto a quello medievale, e anche il nome di Logudoro ha avuto una notevole persistenza nella parte costituente il cuore dell’antico Giudicato e cioè da Bonorva a Mores e da Pozzomaggiore fin verso Ploaghe, pur essendo qui più appropriato e usato il nome di Mejlogu. Ma bisogna riconoscere che questo di Logudoro, piuttosto che un nome regionale va inteso come toponimo storico riferito a un territorio assai diverso secondo che si consideri l’antico regno, oppure il Giudicato o ancora, come più spesso si fa — e con minor ragione — l’àmbito di diffusione del dialetto logudorese.

    Il nome di Arboréa si è mantenuto solo nella tradizione dotta ed in parte nella letteratura popolare, però con significato piuttosto vago, a indicare all’incirca la bassa Valle del Tirso e, in senso ristretto, la sua parte sinistra tra il fiume e il Sarcidano. Invece il termine di Parte di Cagliari o Cagliaritano decadde ben presto per la vastità e la varietà del territorio e per le forti oscillazioni dei suoi confini.

    I limiti ora accennati sono ovviamente ben diversi dai confini dei quattro Giudicati nella loro tarda definizione risalente al XII-XIII secolo. Infatti da un documento del 1206 pubblicato dal Solmi, risulta che il confine tra il Giudicato di Cagliari e quello di Arborea toccava le ville di Fluminimaggiore, Serramanna, Sanluri, Samassi, Villamar, Mandas, Escolca, Gergei, Isili, Villanova Tulo e Seulo; ed è facile accorgersi che esso poggiava ben scarsamente su motivi naturali. Ma verso nordest il confine acquistava maggior senso geografico in quanto del Giudicato di Cagliari faceva parte l’Ogliastra e il limite poggiava cosi su alti rilievi fin oltre il Capo Monte Santo. Per i Giudicati di Gallura e di Logudoro, pur mancando una documentazione precisa, si può avere un’idea approssimativa dei confini considerando che i due Stati ricalcavano rispettivamente la parte nord-orientale e nord-occidentale dell’isola, divise dal basso Coghinas poggiando a sud il limite della Gallura al Gennargentu, con la Barbagia Ollolai, e quello del Logudoro al Montiferru e al Màrghine.

    Ma per i nomi regionali e quindi per l’esame delle regioni storiche hanno avuto importanza soprattutto le curatorie o parti, cioè le suddivisioni amministrative dei Giudicati rispecchianti antiche circoscrizioni territoriali di origine anche anteriore all’epoca bizantina. Il fatto stesso che il loro numero non è variato di molto nel corso di parecchi secoli, come risulta confrontando gli elenchi ricostruiti per epoche diverse da vari autori (Fara, Casalis, Zirolia, Besta, Solmi) prova nettamente che questa ripartizione amministrativa si basava su elementi quasi immutabili, quali le condizioni naturali tendenti a formare ambienti ben differenziati sia dal punto di vista fisico che da quello umano. Qui, peraltro, giova osservare che questa ripartizione dovette determinarsi in condizioni alquanto diverse da quelle attuali e cioè allorché la consistenza del patrimonio boschivo dell’isola era assai più estesa e massiccia che non ai tempi nostri, contribuendo così a mantenere l’isolamento di nuclei di popolazione insediatisi in paesi anche vicini. Ciò è avvenuto senza dubbio in epoca pre-romana, sicché si può pensare che sia servito di base alla divisione municipale che si realizzò mediante il riconoscimento di un sistema politico-amministrativo tradizionale che fu prodotto di una evoluzione spontanea provocata daH’allacciarsi nel corso dei tempi di rapporti di comunanza e integrazione tra gruppi di paesi e che venne in gran parte mantenuto dai Romani.

    Vedi Anche:  Allevamento, agricoltura, pesca e caccia

    Questi riconobbero anche le associazioni indigene esistenti al di fuori dei muni-cipia, sicché esse poterono continuare a sussistere come avvenne verosimilmente per quelle comunità pastorali o silvo-pastorali dell’interno che vivevano in una semiindipendenza e si governavano sulle basi di norme tradizionali locali.

    L’anarchia medievale e la sopravvivenza e persistenza del feudalesimo rafforzarono queste associazioni tradizionali, come è dimostrato dalla continuità e dalla vitalità delle curatorie che erano sostanzialmente indipendenti le une dalle altre, anche se, a lungo andare, alcune delle unità originarie si frazionarono dando origine a ripartizioni minori. Ciò si verificò soprattutto là dove, per le favorevoli condizioni naturali, la primitiva economia pastorale andò attenuandosi e si trasformò per effetto dell’inserimento e dello sviluppo delle pratiche agricole che la completarono prima e la sostituirono poi in varia misura. Questo è accaduto appunto nelle fertili regioni marnose a contatto col largo corridoio naturale del Campidano, ed anche alle spalle di Oristano e nel Meilogu, dove si sono costituite le curatorie più piccole — Marmilla, Trexenta, Parte Olla, Parte Usellus, Parte Montis nel primo caso, Capu-tabbas, Meilogu, Oppia nell’ultimo — e dove si trovano anche oggi i Comuni di minore estensione. Viceversa, nelle regioni di scarsa produttività come quelle granitiche e scistoso-calcaree, votate unicamente alla pastorizia per cui occorre molto spazio, le ripartizioni tradizionali hanno avuto grande estensione e sono rimaste tali come è avvenuto in Gallura, nel Nuorese, in Ogliastra.

    Asprezza di territorio e isolamento spiegano anche il fatto che la compartimentazione regionale sia rimasta più stabile, più solida e più radicata nella coscienza popolare nella Sardegna orientale, più chiusa e compatta, più conservativa e più refrattaria alle influenze esterne per la sua natura montuosa ed aspra che, oltre a presentare una vocazione essenzialmente pastorale, ha reso difficile la penetrazione di elementi estranei.

    Tutto ciò vale ad illuminare la carta delle regioni storiche in epoca giudicale, costruita secondo l’elenco delle curatorie dato dal Besta con alcune correzioni fatte dal Solmi e tenendo conto inoltre di altre unità amministrative posteriori (Baronie, Signorie, Contee, Marchesati e Ducati). Occorre tener presente, tuttavia, che i limiti regionali ivi segnati sono solo indicativi essendo stati tracciati per il loro decorso particolare tenendo conto dei limiti comunali attuali, naturalmente spesso assai diversi dai confini delle epoche passate.

    L’interesse della carta sta nel fatto che non solo permette di cogliere i rapporti di posizione e di spazio delle ripartizioni e le corrispondenze tra i loro limiti e le fattezze oroidrografiche, ma anche e soprattutto per la possibilità che offre di constatare con opportuni confronti che molte di queste unità territoriali sono rimaste pressoché invariate nei secoli, sicché molti nomi regionali sono usati ancor oggi dalle genti sarde per indicare parti aventi particolari caratteristiche fisiche e antropiche. Data la grande importanza geografica di tale questione, l’esistenza e l’estensione attuale dei nomi regionali sardi è stata studiata da vari Autori ed è appunto considerando e confrontando le indagini esistenti e soprattutto quelle dell’Almagià e del Baldacci che con opportuni completamenti e ritocchi si è costruita una carta dei nomi regionali odierni corrispondenti in ultima analisi alle regioni storico-geografiche secondo l’uso popolare. Esse sono una trentina, quindi in numero veramente notevole, e distribuite variamente nel territorio isolano.

    Appare chiara la funzione unificatrice delle zone geologicamente e morfologicamente uniformi su vasti spazi, come è accaduto per il Campidano, il Nuorese e il Sassarese, e la tendenza alla stabilità e persistenza di quelle frazionate in diversi individui geomorfologici ben definiti. Qualche considerazione meritano i nomi di quelle regioni storico-geografiche, i quali sono derivati in gran parte da quelli di precedenti curatorie, che dal canto loro furono generalmente ricavati da quelli del capoluogo, come le singole Barbàgie, i diversi Campidani, le Baronie di Orosei e Siniscola, il Sàrrabus e il Sulcis. Qualcuna però deriva il proprio nome da quello di antichi popoli (Barbògia, Gallura), qualche altro di essi esprime il carattere della posizione geografica (Mejlogu o regione nel « mezzo del Giudicato », Màrghine o margine della montana, Barigadu, cioè « varcato » «al di là», rispetto al corso del Tirso), altri ancora alludono ad aspetti della vegetazione (Ogliastra, Partiolla) e altri infine al carattere morfologico complessivo, come Nurra (= cumulo, mucchio cavo), Montacuto, Monti-ferru, Planàrgia, Marmilla, Campidano e Sarcidano o come qualcuno scrive S’Arridano, alludente al suo aspetto di roccaforte). Questi ultimi nomi a base morfologica si sono conservati meglio degli altri per la loro aderenza a regioni naturali bene individuabili e ciò si nota anche per quelli a base etnica nelle parti più chiuse della metà orientale dell’isola. Tuttavia un rapido confronto tra la carta delle regioni storiche e quella delle regioni storico-geografiche, permette di stabilire che di una quindicina delle prime non v’è più traccia oggi e non tanto perchè hanno cambiato o perduto il loro antico nome come la curatoria di Gilciber, corrispondente all’incirca alla media Valle del Tirso, e quella di Nora che si identifica con l’attuale Caputerra, ma soprattutto per un sopravvenuto processo di conglobamento e integrazione di ambienti morfologici unitari come è il caso delle tre curatorie di Romangia, Osilo e Flòrinas riunitesi nel Turritano; delle tre curatorie di Caputabbas, Oppia e Costavài inglobate nel Meilogu e delle quattro curatorie di Nuràminis, Monreale e Parte Ippis o Gippis (Suso e Giossu cioè di Sopra e di Sotto), fusesi nell’ambiente uniforme del Campidano centrale. Si è pure verificato l’inglobamento di piccole regioni da parte di regioni maggiori, come quella di Ampurias nell’Anglona, di Terranova nella Gallura, di Austis nella Barbàgia Ollolai, di Doris nel Nuorese, di Quirra nell’Ogliastra.

    Più rara è stata la ripartizione di regioni antiche tra quelle ad esse circostanti, come la curatoria di Siurgus, ripartita tra Gerréi, Trexenta e Sarcidano. La seriorità di questa ultima regione, comprendente anche quasi tutta l’antica Parte Alenza (o Parte Valenza), è dimostrata dal fatto che il nome di Sarcidano non appare nei documenti e nelle carte anteriori al XIX secolo, pur potendosi ritenere che la sua unità regionale si sia venuta a costituire nel ’500.

    Le divisioni amministrative

    Divenuta stabilmente provincia romana nel 227 a. C., la Sardegna ebbe a capo un pretore che risiedeva a Cagliari e ordinamento amministrativo basato sulla distinzione di municipia, titolo questo che venne accordato ad alcuni dei centri più importanti; di civitates, con centro urbano avente amministrazione autonoma (respublica), e di populi che tale centro non avevano. Titolo di municipio aveva forse, al tempo di Cesare, solo Cagliari; le civitates furono probabilmente 18, di cui Plinio ricorda come più importanti, oltre a Cagliari: Sulci, Valentia, Neapolis, Bitia, Nora, cui bisogna aggiungere Forum Traiani e le due colonie di Turris Libissonis e Cornus; e infine i popoli dell’interno, una ventina in tutto, tra i quali sempre Plinio  nomina come più celebri Iliensi, Baiavi e Corsi.

    Con l’ordinamento di Diocleziano, la Sardegna fu considerata uno dei 12 distretti o province in cui fu divisa la Diocesi italica, mentre sotto Giustiniano, nel VI secolo, costituì una delle 7 province della prefettura africana del Pretorio. In epoca bizantina le più importanti circoscrizioni dell’isola erano quelle di Cagliari, dove si trovavano il preside e l’arconte, Forum Traiani dove risiedè poi il duce delle milizie, Tharros, Turris e Civita (Tempio).

    Seguì, per almeno quattro secoli la quadripartizione già ricordata nei Giudicati di Cagliari, Arboréa, Logudoro e Gallura, divisi a loro volta in « curatorie » e « parti », che durò fino alla conquista aragonese, quando si formarono i feudi, perdurati, pur con variazioni talvolta sensibili, sino al secolo XIX e precisamente sino alle leggi eversive della feudalità. Soppressa nel 1848 la carica di viceré durata parecchi secoli, l’isola venne ripartita in tre « divisioni » amministrative, Cagliari, Sassari e Nuoro, ciascuna delle quali aveva a capo un Intendente generale e comprendeva parecchie province — undici in tutto — con 367 Comuni. Alla « divisione » di Cagliari appartenevano le province di Cagliari, Iglesias, Oristano, Isili; alla divisione di Nuoro le province di Nuoro, Lanùsei e Cùglieri e alla divisione di Sassari le province di Sassari, Alghero, Ozieri e Tempio. Con decreto del 23 ottobre 1859 le « divisioni » vennero soppresse e l’isola fu divisa in due sole province Cagliari e Sassari, mentre le vecchie province presero il nome di circondari, suddivisi a loro volta in mandamenti e questi in comuni.

    Per ultimo, nel dicembre del 1926, il numero delle province sarde fu aumentato a tre, com’è anche attualmente, con l’istituzione della nuova provincia di Nuoro, formata con gli ex circondari di Nuoro e Lanusei (l’uno nella provincia di Sassari, l’altro in quella di Cagliari) più alcuni comuni dell’ex circondario di Oristano. La provincia di Nuoro veniva così a comprendere le più elevate regioni montane orientali, aventi invero aspetti e problemi particolari, e si stendeva dall’uno all’altro mare, separando così le due province preesistenti.

    Vedi Anche:  Struttura, coste e mari della Sardegna

    Le tre province sarde avevano al 1961 le seguenti caratteristiche territoriali e demografiche :






    Città Kmq Abitanti n° comuni
    Cagliari 9297 750.410 170
    Nuoro 7272 283.062 102
    Sassari 7519 379.817 79
    Sardegna 24.088 1.413.289 351

    Pur con la notevole decurtazione territoriale in favore di Nuoro, Cagliari rimane di gran lunga la più estesa delle province italiane, seguita da Sassari e poi da Bolzano e da Nuoro. Questa grande estensione e la conseguente eccessiva distanza della parte centro-occidentale dell’isola sia da Cagliari che da Nuoro, spiegano l’aspirazione di quelle popolazioni alla creazione di una quarta provincia con capoluogo Oristano, con vivace attività agricola e commerciale, intensificatesi con le recenti opere di bonifica. Tale aspirazione si è estrinsecata nell’ultimo dopoguerra nella proposta di istituzione della provincia di Oristano, costituita essenzialmente dal suo antico circondario, il cui territorio avrebbe dovuto essere formato da 325.000 ha., ceduti per la massima parte dalla provincia di Cagliari (242.000 ha.) ed in parte minore da quella di Nuoro (82.000 ha.); quest’ultima avrebbe avuto in compenso da Sassari un decina di Comuni, mediante una correzione del limite amministrativo tale da lasciare alla provincia di Nuoro tutto il Màrghine e il Gocéano effettivamente più legati alla vicina Nuoro, piuttosto che a Sassari. Ma la relativa proposta di legge, formulata prima dalla Regione fin dal 1950, presentata poi al Parlamento nel 1955, non venne approvata, insieme ad altre avanzate da alcune città del Continente.

    Limiti delle province sarde e loro variazioni con l’istituzione della provincia di Nuoro (1926) e con l’indicazione della progettata provincia di Oristano.

    Il numero dei Comuni dell’isola è variato assai nell’ultimo secolo in rapporto con il progressivo aumento della popolazione di molti centri abitati minori e con l’intensificarsi delle attività agricole e commerciali dei loro territori. L’aumento del numero dei Comuni è stato particolarmente notevole negli ultimi venti anni in conseguenza dell’avvenuta ripresa dell’incremento demografico, anche per la scomparsa della malaria e con i considerevoli miglioramenti dell’agricoltura e dei traffici. Basti pensare che, mentre nel 1940 si contavano 275 Comuni, nel 1951 essi erano 287 e nel 1961 ben 351. In particolare nel ventennio suddetto, i Comuni sono passati da 115 a 170 nella provincia di Cagliari, dove hanno avuto l’incremento massimo, da 89 a 102 nella provincia di Nuoro e da 71 a 78 in quella di Sassari, dove pertanto le modificazioni sono state di scarso rilievo. La moltiplicazione dei territori comunali è avvenuta soprattutto nei fertili terreni dei Campidani, della Trexenta, della Marmilla e dell’Arborea e in via subordinata in Gallura e ai suoi margini, per suddivisione dei grandi o grandissimi Comuni prima esistenti, come per es. quello vastissimo di Tempio.

    I territori comunali hanno estensione diversissima: mentre infatti la superficie media del Comune sardo è di 7148 ha. (contro una media italiana di 3752), quella dei Comuni singoli oscilla tra un massimo di 60.458 ha. di Sassari, e un minimo di 252 ha. di Mòdolo, in Planargia.

    Uno sguardo al diagramma della ripartizione dei Comuni per classi di ampiezza, mostra che più numerosi sono quelli tra 2000 e 4000 ha. (88), seguiti da quelli tra 4000 e 6000 (59) e poi tra 1000 e 2000 ha. (53); ma numerosi (40) sono pure i grossi Comuni con superficie di oltre 10.000 ha., di cui ben 36 superano i 15.000 ha. e 7 addirittura i 25.000.

    Questa forte disparità è in rapporto, come avviene di solito, con le grandi differenze già constatate nella configurazione e nella natura del terreno, che si riflettono sui tipi di economia, nonché con la densità e i tipi di insediamento della popolazione. La Sardegna offre da questo punto di vista degli esempi scolastici, presentando Comuni assai vasti nelle regioni tipicamente pastorali della parte montana orientale, della Gallura, dell’Iglesiente e degli altopiani basaltici e trachitici e Comuni di piccola estensione nelle regioni essenzialmente agricole della fascia centro occidentale a fertili terreni marnosi dal Campidano di Cagliari a quello di Oristano attraverso Trexenta, Marmilla e Arboréa, nonché nel Meilogu.

    Per quanto riguarda la distribuzione per classi di altitudine, vista la particolare configurazione dell’isola, è netta la predominanza dei Comuni classificati di collina, comprendenti oltre i 2/3 del numero totale (245), e più precisamente di quelli della collina interna (196); seguono i Comuni di pianura (74) tra cui si trovano quasi tutti quelli di dimensioni piccole e piccolissime e infine i Comuni di montagna (32), di dimensioni medie e grandi.

    Interessanti rilievi si possono fare sulla forma dei Comuni che per lo più è regolare e di tipo poligonale sugli altopiani e nelle pianure, dove risulta solo dal libero incontrarsi delle zone di influenza dei villaggi mentre raggiunge irregolarità massima in molti tratti dei rilievi litoranei e delle sottostanti pianure costiere tra cui si stabiliscono quei rapporti di complementarità necessari all’economia pastorale che vi regna. Ognuno dei grossi Comuni che si trovano sui lunghi tratti dei colli e dei monti retrostanti alla costa tende ad allungarsi con protuberanze e tentacoli irregolari dal monte al mare per inglobare nel proprio territorio una o più porzioni di pianura litoranea da servire come zone pascolive o saltus necessari per le pasture invernali delle proprie greggi. Gli esempi più tipici si riscontrano per molti Comuni pastorali dell’Ogliastra, dove il comune di Gàiro si allunga per ben 30 km. dal monte, ove si trova il paese, al mare che esso raggiunge su largo fronte per mezzo di un sottile passaggio. Anche Ulàssai, Villanova Strisàili e Arzana, offrono lo stesso caso, pur limitandosi a raggiungere le sottostanti pianure, mentre il villaggio gallurese di Aggius giunge ancora, contorcendosi, al mare.

    Un fatto simile si verifica anche in Comuni posti su versanti montani marcati e regolari sovrastanti ampie vallate fluviali come quella del medio Tirso, per la solidarietà che lega qui il monte e il fondo valle sottostante: offrono per questo l’esempio migliore i Comuni del Màrghine e del Gocéano, allungati perpendicolarmente al pendio come Macomér, Bolòtana, Illorai, Bono ecc., ma assai caratteristico è per questo aspetto il comune di Orani che ha forma di semiellisse, costituitasi proprio allo scopo di raggiungere in due punti la sottostante vallata. Si verifica anche, ma più raramente, il caso contrario, di Comuni litoranei o vallivi che hanno forma allungata atta a inglobare i sovrastanti pascoli.

    Altri Comuni pastorali, infine, possiedono per lo stesso scopo dei tratti staccati, cioè delle « isole » amministrative, talvolta lontane, che si trovano in pianura o comunque sul litorale. Esempi classici di ciò ci sono forniti sia dalla Gallura, dove Buddusò e Tempio hanno vastissime isole amministrative nella collina litoranea, sia sempre dall’Ogliastra, dove la piana costiera ed i colli circostanti del Salto di Quirra sono ripartiti tra le isole amministrative dei lontani Comuni di Seùi, Ierzu, Lanusei, Osìni e Locéri. E questo, del significato pastorale, il principale motivo del numero relativamente notevole di isole amministrative, che sono in Sardegna 54 su un totale italiano di 451. Molte di esse, tuttavia, sono costituite da isole e isolotti costieri, posti in gran parte di fronte al litorale gallurese. Si deve notare, peraltro, che alcune di queste isole amministrative tendono oggi a sparire perchè, col loro popolamento e il conseguente sviluppo agricolo, vengono a costituire nuovi Comuni, come è accaduto di recente per le isole di Buddusò e di Tempio.

    Ripartizione dei Comuni per classi di ampiezza.

    Le circoscrizioni religiose attuali e i loro limiti. In corsivo le vecchie sedi episcopali poi decadute.

    Notevole interesse hanno infine le suddivisioni religiose, dato che le diocesi sono cambiate assai per numero ed estensione nelle varie epoche in relazione con le vicende storiche e demografiche. Pare che esse in un primo tempo fossero quattro e corrispondessero sostanzialmente ai Giudicati di Cagliari, Arborea, Turris e Gallura e che i rispettivi confini coincidessero quasi esattamente. Via poi il loro numero aumentò, specialmente nel periodo di passaggio tra l’epoca bizantina e quella giudicale, sicché nel XV secolo esse erano in numero di 19. Senonchè lo spopolamento gravissimo verificatosi dal XV al XVIII secolo, per cui circa la metà dei centri abitati dell’isola vennero abbandonati, e le incursioni piratesche che fecero disertare molte città costiere, provocarono la diminuzione del numero delle diocesi a 8 soltanto, avendo queste inglobato quelle contigue meno vitali. Inoltre si verificò lo spostamento di alcune sedi vescovili verso località più interne o più elevate, meglio protette o più salubri. Successivamente, le modificate condizioni demografiche e sociali resero necessaria la ricostituzione di alcune diocesi e quindi la revisione dei relativi limiti e rettifiche territoriali che determinarono una nuova fisionomia alle circoscrizioni ecclesiastiche: furono ricostituite nel 1803 l’antica diocesi di Bisarcio, la cui sede vescovile fu spostata a Ozieri, e poi quella di Suelli che prese il nome di diocesi di Ogliastra con sede vescovile a Tortoli spostata poi a La-nusei. Così le diocesi sarde sono oggi 11, e precisamente quelle di Ampurias-Tempio, Sassari, Ozieri, Alghero, Bosa, Nuoro, Oristano, Lanusei, Terralba-Ales, Iglésias e Cagliari. Esse risultano ben distribuite e generalmente ispirate a un criterio di unità geografica.

    Chiesa di S. Nicolò a Oltana, costruita verso la metà del XII secolo, cattedrale dell’antica diocesi di Ottana.