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Viterbo ed i suoi dintorni

    Viterbo ed i suoi dintorni

    Tutta questa regione, così fìtta di popolazione, gravita su Viterbo, dove le vie Cassia e Cimina convergono alla Porta Romana.

    La situazione di Viterbo — a 356 m. di altezza, sulla vasta soglia pianeggiante (Pian di Viterbo) tra il bacino del Tevere e quello della Marta, onde è un nodo naturale di comunicazioni tra il Lazio e la Toscana, come tra il Tirreno e la valle del Tevere — dà ragione della sua importanza. E di fatto, la seconda città del Lazio, l'unica che superi, nel centro, i 30.000 ab. (il vasto comune ne includeva, in totale, circa 50.050 al 1961).

    La località fu quasi certamente sede di un piccolo centro etrusco, ma esso ebbe scarso rilievo, al pari del vicus romano che gli successe; di questo, come dell'etrusco si ignora il nome. Forse questo nucleo primitivo occupava la ristretta platea alla confluenza dei fossi Urcionio e Mazzetta sulla quale sorse il Duomo (S. Lorenzo) e poi il Palazzo Papale ; lì presso, il ponte del Duomo ha sostruzioni forse etrusche. Ma Viterbo è città schiettamente e tipicamente medioevale: il nome, castrum Beterbi o Be-terbu, non appare prima del secolo VII ; nel seguente fu fortificato da Desiderio, re dei Longobardi, ma il castro non doveva ospitare che un modesto numero di abitanti, romani e longobardi, agricoltori e piccoli signori. La prima cinta murata non è anteriore alla fine del secolo XI: attestano l'origine e il carattere medioevale della città « la folla delle torri integre o smozzicate che feriscono il cielo, i tortuosi avvolgimenti delle auguste vie, la rozza severa eleganza delle chiese e dei palazzi, il colore ferrigno delle costruzioni tutte… (P. Egidi) ». L'ampia cinta murata, col robusto castello racchiuse le abitazioni dei cittadini dediti alle industrie ed ai traffici, le chiese, i monasteri ed anche i nuclei per l'innanzi più sparsi della gente di campagna, spesso in lotta coi ceti dei cittadini e degli ecclesiastici. Il periodo più florido della città (il titolo di città le fu dato nel 1167 da Federico Barbarossa che ne aveva fatto la sede dell'antipapa Pasquale III) è rappresentato dai secoli XII, XIII e dal principio del XIV fino alla peste del 1348. La città — sede vescovile dal 1192 — fu frequente dimora di Papi (Innocenzo III), libero comune e ridusse a mal partito o distrusse alcuni centri dei dintorni come Ferento (1172); forte di un largo contado e di numerosi castelli soggetti, osò perfino contendere talora con Roma, fu ricercata e desiderata così dai Pontefici come dall'Imperatore: a Federico II resistette eroicamente per mesi nel 1243, poi, abbandonata da Roma, dovette cedere ma ad onorevoli condizioni alle forze imperiali, tornando peraltro alla parte guelfa alla morte dello svevo. Fu sede di Alessandro IV (1257-61) che vi morì; nella seconda metà del secolo altri Papi vi furono eletti, vi soggiornarono, vi vennero a morte. Gli aspetti più cospicui della città sono dati da monumenti sorti nella seconda metà del secolo XIII, nei quali perciò grandeggia con espressioni di somma maestria l'architettura gotica. Nell'ampia cinta di mura, tuttora ottimamente conservata, si aprivano sette porte. Nella parte più alta della città si trovano la Cattedrale di S. Lorenzo, eretta già nel secolo XII, ma con facciata rinascimentale, e il maestoso Palazzo dei Papi, costruito fra il 1257 e il 1266, accompagnato da una loggia di incomparabile bellezza e racchiudente una vasta sala nella quale si tenne più volte il conclave; qui anzi ebbe luogo nel 1271 il più lungo conclave che la storia ricordi (33 mesi), quello dal quale uscì eletto Gregorio X, terminato solo dopo che i Viterbesi scoperchiarono il tetto della sala dove i cardinali erano rinchiusi!

    Tra i palazzi più cospicui, risalenti però in genere ad età posteriore (secolo XV), sono da ricordare il Palazzo Alessandri, il Palazzo comunale o dei Priori e quello del Podestà, ai due lati della piazza detta oggi del Plebiscito, centro attuale della città, e vari altri.

    Ma gli aspetti più interessanti, anche dal punto di vista topografico, erano forse offerti dai quartieri più modesti, dei quali uno sopravvive ancora, il quartiere del Pellegrino, con le sue viuzze anguste, le grigie case con finestre a bifore, gli archivolti, le torri : quivi è la pittoresca Casa Poscia del principio del secolo XIV, tipico esempio di architettura viterbese. Caratteristica dell'architettura urbana è la casa con scala esterna, che immette nel profferlo, balcone coperto, spesso di elegante fattura, con la base a volta, onde si accede a un locale terreno. Ne restano purtroppo pochissimi esempi. Caratteristiche per l'aspetto che doveva trarne la città vista da lontano e dall'alto, erano le torri delle quali ne furono erette circa 200; ora ne restano forse una trentina, in parte smozzicate o malconce.

    Più vivace caratteristica le fontane per le quali Viterbo è famosa; quasi tutte si assomigliano per la struttura architettonica, che è quasi per tutte molto simile e si è diffusa — come il profferlo — anche in molti centri minori del Viterbese. Le più antiche, quella della Morte e della Crocetta, risalgono forse alla fine del secolo XII, alquanto più tarde le due più celebrate, quella del Palazzo Papale e la Fonte Maggiore, che ebbe ed ha larga cerchia di rinomanza. Ma ogni piazza, ogni crocevia ha la sua, e bellissime sono anche alcune delle minori, onde costituiscono proprio un elemento urbanistico ben segnalato.

    Pianta della città di Viterbo e dintorni.

    Il vecchio quartiere del Pellegrino a Viterbo e il nuovo quartiere ricostruito dopo il bombardamento.

    Quanti abitanti avesse Viterbo in questo periodo, non possiamo dire: forse arrivò ad averne 10.000 o poco meno. La peste del 1348 spopolò la città, ma in essa confluirono in seguito gli abitanti di numerose località della campagna, onde alla fine del secolo XVI toccava già di nuovo i 10.000 abitanti. Altre epidemie e duri periodi di carestie rallentarono l'incremento demografico della città: la numerazione del 1656 vi trovò circa 12.000 ab., valore che rimase presso a poco inalterato per oltre un secolo. Per il 1782 si danno 12.740 ab.; analoga, anzi un po' inferiore, è la cifra (12.588 ab.) data dal censimento del 1816: la città — ormai eclissatasi nell'ombra di Roma — viveva la sua modesta vita di centro agricolo e commerciale, ma con mercati frequentati di prodotti agricoli (grano, vite, olivo) e di bestiame, che già allora affluivano in parte a Roma. Nel 1853 aveva circa 16.500 abitanti. Questa si riferisce però al comune, assai vasto, che ebbe peraltro confini mutati anche in tempo recente. Dal 1871 si hanno i dati per la città e per il comune (tra parentesi): 16.326 ab. (20.637); 1901: 17.342 (21.258); 1921: 18.315(25.460); 1931:19.473 (34.969); 1951: 25.909 (44.132 e 50.047 nel 1961). Il ritmo di incremento, dopo la riunione allo Stato italiano, è stato perciò costante. Via è da rilevare che il comune fu ampliato: nel 1928 gli furono aggregati quelli di Bagnaia, S. Martino e parte di Grotte Santo Stefano; nel 1946 Roccal-vecce e Sant'Angelo.

    Una veduta aerea di Viterbo.

    Viterbo fu nel 1886 collegata da un tronco ferroviario alla Roma-Firenze, nel 1914 direttamente a Roma da una ferrovia secondaria (per Bracciano, Vetralla e Ronciglione), poi (1932) da una ferrovia elettrica che passa invece per Civita Castellana.

    Anche la rete stradale si è venuta ampliando e attualmente Viterbo è il più importante nodo automobilistico del Lazio settentrionale.

    La città, che nel suo piano originale ha forma grossolanamente triangolare, con angoli smussati, si è venuta ampliando anche al di là della cinta murata, specie verso nord e nordest nel quartiere dove si trova la stazione della ferrovia Roma Nord e lungo i nuovi viali Trieste e Trento. Ma durante la seconda guerra mondiale, allorché nel Pian di Viterbo furono situate basi militari, la città subì durissimi bombardamenti, che offesero anche edifici monumentali, chiese, quartieri tra i più caratteristici. Vi fu un periodo subito dopo la fine della guerra, durante il quale tale era in città l'ingombro delle macerie che era ostacolata la circolazione dei veicoli. Ora la ricostruzione della città è ultimata, ma il suo aspetto è, in alcune parti, interamente mutato. Mentre alcuni vecchi angoli hanno quasi perduto la loro tradizionale fisonomía, nuovi quartieri sono sorti a nordovest, con strade a scacchiera regolare, secondo un piano predisposto, con alti edifici moderni, uniformi, privi di espressione. Qui, e anche presso le porte Romana e Fiorentina, si vanno concentrando stabilimenti industriali, già ricordati.

    Presso Viterbo, specie nel piano a nord, sono numerose sorgenti termali, alcune delle quali (Bagni di Viterbo) note da epoca remota e tuttora molto frequentate : tra esse il Bulicame, famoso per la menzione che ne fa Dante nel canto XIV dell'Inferno; ma la vista del modesto laghetto, tondeggiante del diametro di circa 6-8 m., dal quale un'acqua cerulea (temperatura 55°) si riversa in rigagnoletti fumanti, lascia un po' deluso il visitatore.

    Viterbo. Piazza San Pellegrino e Palazzo Alessandri.

    Un'antica pianta di Viterbo.

    La campagna nei dintorni immediati di Viterbo ha un aspetto ridente specie per la ricchezza di colture arboree (vigneti a pergolato, oliveti, frutteti) ed è anche ben popolata, specie sulle prossime pendici dei Cimini: a sud è San Martino al Cimino con la grande chiesa costruita al principio del secolo XIII dai Cistercensi di Pontigny in uno stile architettonico che ebbe larga influenza sull'architettura di molte chiese di Viterbo e della sua regione; ad est sorge Bagnaia con la magnifica Villa Lante, opera del Vignola, circondata da un superbo parco : « un sogno di bellezza » come la definì Riccardo Voss.

    Ma se ci si allontana maggiormente dalla città, in varie direzioni, la campagna appare sempre meno popolata: scarse le case in campagna, immutati nel tipico aspetto medioevale i centri abitati con grigie case di tufo emergenti dalla roccia, anzi quasi intagliate in essa, da formare un unico blocco. Vitorchiano è uno dei più caratteristici esempi esistenti nel Lazio di villaggio o borgo rimasto immobile dal Medio Evo nella sua posizione allungata tra due valloni incassati — sicché l'abitato risulta quasi miracolosamente affacciato sul precipizio — e nella sua struttura urbanistica. Bomarzo si ammassa su uno sprone di tufo al sommo del quale è il robusto castello affiancato dal borgo con vecchie case a scala esterna e profferii ; sotto al castello è una pendice irta di enormi pietre rotolate al basso, che il feudatario del secolo XVI ha fatto scolpire in forma di animali selvaggi, di mostri, di figurazioni mitologiche. Più a nord Grotte Santo Stefano conserva ancora alcune abitazioni addirittura scavate nella roccia e, a breve distanza, le vestigia di un intero villaggio trogloditico.

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    Anche ad ovest la platea ondulata, incisa da un ventaglio di torrenti affluenti alla Marta, era fino a ieri spopolata e solo da pochi anni si viene di nuovo punteggiando di case coloniche dell'Ente Maremma. Non era spopolata in passato, come attestano i frequenti ruderi — Castel di Salce, Castel d'Asso, il Bagno delle Bussete —, come attesta soprattutto, con l'imponenza dei suoi monumenti, Tuscania (fino al 1911 Toscanella), antico centro etrusco, poi romano, sede vescovile, fiorente soprattutto fra i secoli Vili e XIII . E una vera città con una robusta e ben conservata cinta di mura, con piazze ravvivate da graziose fontane, con nobili palazzi e chiese. Ma le due chiese più insigni, S. Pietro e S. Maria Maggiore, risalenti entrambe al secolo VIII, che si annoverano tra i maggiori monumenti sacri del Lazio, si adergono solitarie fuori delle mura. Tuseania ha oggi circa 6000 ab. nel centro, mentre il comune supera i 7400 ab. (6840 al 1951). La campagna circostante è coltivata soprattutto a viti ed olivi.

    Vitorchiano.

    Montefìascone.

    I centri attorno al Lago di Bolsena

    La Via Cassia che procede da Viterbo verso nord, con percorso all'incirca immutato dall'età romana (si vedono qua e là resti dell'antico tracciato), traversa un territorio poco popolato. Ad est, fuori della strada, scavi recenti rimettono in luce le rovine della distrutta Perento. Poi il paesaggio a vigneti annunzia Montefìascone, alta sul ciglione del Lago di Bolsena, visibile da lontano a chi venga da sud, quasi segnacolo della regione, che era il cuore della Tuscia meridionale. Era qui forse il Fanum Vol-tumnae, santuario della lega delle dodici città etnische? Qualche studioso è di tale opinione.

    Ma se Montefìascone fu abitata nell'età etnisca e romana, di quei periodi non restano vestigia. Forse vi trovarono rifugio, nel periodo delle invasioni barbariche, gli abitanti del Pian di Viterbo; certo al principio del secolo Vili aveva già qualche importanza e nel 726 era sotto il dominio della Chiesa; nel 1369 fu eretta a vescovato.

    La Civita.

    Costruzioni civili e religiose le danno aspetto di città: il monumento principale, S. Flaviano, che consta di due chiese sovrapposte (la inferiore è del secolo XI), è al margine dell'abitato; al centro è il Duomo cinquecentesco, ma con facciata del secolo XIX, solenne nell'armonia delle sue linee. Oggi Montefiascone è soprattutto un centro agricolo e di traffico (con Viterbo, e anche con Orvieto) congiunto per ferrovia a Viterbo e ad Orte. Famoso è il suo vino moscato denominato Est Est Est, che avrebbe prodotto, come si è già detto, la morte per soverchie libagioni del prelato tedesco Giovanni Fugger, sepolto in S. Flaviano; ma si tratta di una leggenda derivata forse da cattiva lettura della pietra tombale.

    Montefiascone, che arriva a 633 m. al culmine dell'abitato, sovrasta dunque di ben 328 m. lo specchio del lago cui si affaccia dall'orlo di una conca craterica secondaria, circoscritta ma interessante oasi interamente coltivata e fittissimamente abitata da case rurali isolate e più ancora da piccoli nuclei. Di fatto mentre il comune di Monte-fiascone contava nel 1951 oltre 11.500 ab. (12.054 nel 1961), la città vera e propria non ne aveva neppure 4000; il resto era distribuito fra una cinquantina di piccoli nuclei (in complesso oltre 6000 ab.) e case sparse (un migliaio di abitanti).

    Sul Lago di Bolsena sono Marta all'uscita dell'emissario, Capodimonte in posizione pittoresca su un promontorio donde si può raggiungere l'Isola Bisentina, e Bolsena che dà il nome al lago. Bolsena è la Volsinii novi (della Volsinii veteres o Vel-sina si rintracciano a breve distanza nell'interno cospicue vestigia), borgo medioevale, noto per il grande castello e più per la chiesa di S. Cristina ove ebbe luogo nel 1263 il « miracolo di Bolsena »; a ricordo perenne di esso Urbano IV promulgò la festa del Corpus Domini. Dei 4250 ab. circa del comune (1961), un quarto vive in case sparse nelle campagne, che offrono largo spazio alle colture sulle morbide colline.

    Ma procedendo verso est il paesaggio cambia, perchè la coltre dei fertili materiali vulcanici si fa più sottile e i torrenti che vanno al Tevere l'hanno molto spesso incisa a fondo fino a mettere a nudo le sottostanti argille plioceniche sulle quali i processi di erosione si sono intensificati e accelerati dando origine a ventagli complicati di calanchi (localmente cavoni). Per tanto molto terreno è sottratto alle colture, le abitazioni in campagna si fanno più rade e i centri, rifugiati sulle superstiti platee vulcaniche tra profondi burroni, sono spesso minacciati dal progredire inesorabile dei calanchi. In questa situazione sono Lubriano, Civita e Bagnoregio (fino al 1922 Ba-gnorea); quest'ultima, abitata già in età classica, distrutta dai Longobardi, riedificata da Desiderio col nome di Balneum Regium, fu centro importante nel Medio Evo (è la patria di S. Bonaventura) e fino al secolo XVII, oggi è in stasi: tanto il centro che il territorio comunale vedono accrescersi assai lentamente la popolazione (3745 ab. nel 1871, 4444 nel 1961). 11 piccolo nucleo della Civita su una superstite platea di lava, di anno in anno sempre più ridotta per il progressivo crollo dei margini minati dall'erosione, è stata ormai presso che abbandonata dagli abitanti, essendo rimasta anche isolata per il crollo di una strada faticosamente e inutilmente costruita su un fragile crinale argilloso. Lo stesso paesaggio continua ad est in territorio umbro.

    Bolsena.

    Capodimonte sul Lago di Bolsena.

    Anche a nord del lago — lasciato il margine della cinta craterica vulsinia, dove, sulla Via Cassia è San Lorenzo Nuovo (fondato nel 1775 da Pio VI per accogliervi gli abitanti della vicina San Lorenzo Vecchio, infestata dalla malaria) — il paesaggio cambia: il tipo delle colture, la forma delle abitazioni preannunziano la Toscana. Siamo del resto nel bacino della Paglia, e su un suo affluente si allunga, in posizione eminente, il centro di questa «Toscana laziale», Acquapendente, sorta nell'alto Medio Evo (forse nel secolo VII), disputata più volte e a lungo per la posizione strategica, tra Papi e Imperatori. Per l'insieme dei suoi edifici civili e religiosi ha aspetto cittadino, e in effetti ebbe il titolo di città da Innocenzo X nel 1650. La Via Cassia discende da Acquapendente al fiume Paglia che traversa sul bel ponte Gregoriano scavalcante il largo letto con cinque archi, e pochi chilometri più a nord raggiunge il torrente Elvella, confine con la provincia di Siena (in passato tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana).

    Infine ad ovest del Lago di Bolsena, superato l'orlo che ha anche belle colture e vecchie borgate su dossi eminenti (Gràdoli, Làtera, Valentano, ecc.), si entra in una regione che era invece fino ad alcuni anni fa pochissimo abitata; al suo ripopolamento opera oggi l'Ente Maremma, le cui bianche case punteggiano la campagna. Questo territorio era il cuore di uno staterello, lo Stato di Castro, costituito col titolo di ducato nel 1537 da Paolo III, riunendo in un solo grande feudo le località già appartenenti ai Farnese (Farnese, Ischia di Castro, Valentano, Capodimonte, ecc.) con l'aggiunta della contea di Ronciglione. La capitale del dominio, Castro, sorgeva su una vasta e ben difesa platea sulla destra dell'Olpeta affluente della Fiora. Di Castro si ha notizia sino dall'età barbarica e dal secolo Vili fu sede vescovile, onde è da supporre che già d'allora fosse centro importante, ma mancano sicuri elementi. In realtà la sua notorietà data da quando fu eretta a capitale del feudo farnesiano, che ebbe del resto vita contrastatissima, poiché estendendosi dal confine con la Toscana, fino a breve distanza da Roma, costituiva in sostanza un incomodo incluso nello Stato Pontificio. La città aveva subito gravi danni dal sacco del 1527, ma dieci anni dopo Pier Luigi Farnese ne decretò la rinascita e incaricò nientemeno che Antonio da Sangallo a tracciarne il piano ed a dirigere la costruzione dei maggiori edifici. E Castro fu uno dei primi esempi di città pianificata: ebbe larghe vie e piazze lastricate, una piazza centrale con portici e chiese, conventi, costruzioni civili, tra le quali il palazzo del governatore e il superbo Palazzo Baronale rimasto tuttavia incompiuto, e poi una solida cinta fortificata. Non è qui luogo di narrare le aspre guerre che, con alterne vicende, il ducato sostenne contro i Pontefici; l'ultima scoppiò nel 1649, e papa Innocenzo X volle farla finita nonostante la dura resistenza: Castro fu occupata e rasa al suolo da appositi guastatori assoldati a cottimo per distruggere tutti gli edifìci pietra per pietra; nulla rimase in piedi e nel centro della scomparsa città fu eretta una colonna con la iscrizione « Qui fu Castro ». In trecento e più anni la macchia ha ripreso possesso dell'area con folto intrico ma asportandola e scavando in superficie vengono in luce frammenti architettonici e pezzi decorativi di grande pregio.

    Case di Gràdoli.

    Valentano.

    Il paese di Farnese, l'originario feudo di una delle famiglie che assurse tra le più potenti d'Italia, e le vicine Ischia e Valentano, si trovano in posizione simile su dossi scoscesi fra valloni, ed hanno in gran parte conservato il loro aspetto primitivo, non avendo avuto che un modesto sviluppo (anzi a Farnese la popolazione tende a diminuire: 2807 ab. al 1951, 2480 al 1961): il territorio pertinente è di modesta fertilità (grano) e ancora in parte notevole occupato da macchie ed anche da bosco di alto fusto. Una bella area boscata è la Selva del Lamone, costituita in prevalenza da querce, ma la sua estensione viene gradualmente ridotta per la messa a coltura del territorio compreso nella riforma dell'Ente Maremma. La strada proveniente da Valentano traversa la Fiora al pittoresco ponte di S. Pietro e poco oltre entra in Toscana.

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    Più avanzata è l'opera di bonifica nella parte sudovest dell'antico Stato di Castro, dove è Canino (5147 ab. al 1961), che fece parte anch'esso dei feudi dei Farnese, ma fu ampliato e abbellito da Luciano Bonaparte che l'ebbe in feudo nel 1808 e vi dimorò.

    Canino. Ponte e castello dei Farnese.

    I centri costieri e Civitavecchia

    Lo Stato di Castro nell'epoca della sua maggiore estensione aveva anche uno sbocco al mare nella uniforme deserta spiaggia dominata da Montalto di Castro, che sorge su una groppa alla sinistra della Fiora, a breve distanza dalla costa, là dove la strada proveniente da Valentano sbocca sull'Aurelia; è un centro agricolo e di traffico (circa 2500 ab. nel centro al 1951, 6105 ab. nel comune al 1961; numerose le case sparse in campagna) di una discreta importanza in connessione con la riforma agraria. A meno di 15 km. sull'Aurelia è il confine con la Toscana.

    Costa piatta a nord della foce del Tevere (in fondo Ladispoli).

    Tuscania.

    La costa in tutta questa sezione fino alle porte di Civitavecchia è spopolata e lo era anche in età antica. Le città etrusche sorgevano nel retroterra, in vista del mare, ma su alture di facile difesa. Così Vulci, le cui rovine, con la vastissima necropoli, e lo spettacolare ponte dell'Abbadia, sorgono in mezzo alla campagna solitaria, così Statonia forse sul sito di Montalto, così Tarquinia, la più potente città di questa parte dell'Etruria, così più a sud Caere, sul sito dell'attuale Cerveteri. Dell'importanza delle due ultime città parlano ancora le imponenti necropoli, le maggiori dell'Etruria, che tante cose ci permettono di conoscere sulla vita sociale e religiosa, sui costumi, sulle caratteristiche generali del popolo etrusco.

    Ma a differenza di Vulci, distrutta come sembra dai Saraceni (si dice che parte dei suoi abitanti si rifugiasse a Castro), Tarquinia, per quanto anch'essa ridotta in completa rovina in seguito alle incursioni saracene dei secoli Vili e IX, risorse in località ben munita su una prossima altura, col nome di Corneto, e, presto cinta di mura, fu città di notevole rilievo nei secoli XIII-XVI, sede vescovile dal 1435, per lungo tempo libero comune in rapporto di traffici con le nostre maggiori città marinare cui forniva granaglie e altri prodotti della campagna; alla foce della Marta era allora un approdo accessibile a navigli modesti. Di questo periodo di floridezza sono testimonianza insigni palazzi e chiese (Palazzo Vitelleschi, S. Maria di Castello, S. Pancrazio), onde il vecchio nucleo dell'abitato ha fisonomia di città. La parte nuova si estende soprattutto verso il mare da cui Tarquinia dista 5 chilometri.

    Sulla spiaggia, ove era una stazione romana (Graviscae) e dove sotto il dominio pontificio vi erano le più importanti saline dello Stato, tuttora in esercizio, va sorgendo una marina. Tarquinia ha oggi oltre 9000 ab. in città, ma 11.840 (1961) nel vasto comune; la popolazione dopo l'annessione del Lazio all'Italia, è in costante incremento. Il nome Corneto fu mutato nel 1872 in Corneto Tarquinia e nel 1922 in Tarquinia.

    Tarquinia.

    Quanto a Caere, anch'essa fu abbandonata nel Medio Evo perchè troppo esposta alle incursioni dal mare; gli abitanti si raccolsero nell'interno su un'altura ripida e munitissima che ebbe lo stesso nome: è l'attuale Ceri; più tardi la maggior parte tornò alla sede originaria dando vita a Cerveteri, ossia Cere vecchia. Ceri non fu peraltro del tutto abbandonato; il borgo murato medioevale rimane tuttora una delle più caratteristiche sopravvivenze di una età e di un modo di vivere da lungo tempo superati.

    Le città etrusche ora menzionate ebbero i loro scali sul mare: il più importante pare fosse Pyrgi, scalo di Caere di cui vengono in luce i ruderi presso Santa Severa; ma Civitavecchia, oggi il più importante porto tirrenico tra Livorno e Gaeta, non ha antecedenti nella storia dell'Etruria e neppure in quella di Roma repubblicana, per quanto si trovi in una sezione della costa in parte almeno riparata da modeste sporgenze. L'origine di Civitavecchia come porto è una conseguenza del progressivo e ineluttabile interrimento dei porti di Roma alle foci del Tevere: fu infatti creato ex novo, come porto artificiale, da Traiano intorno al 106 d. C. ; ebbe una villa imperiale, costruzioni per il soggiorno di militari, grandi magazzini (celine; onde, secondo alcuni, il nome, ma la derivazione non è sicura), un acquedotto e soprattutto uno specchio portuale, a forma di quadrilatero irregolare, che è l'attuale darsena vecchia, protetta all'esterno da un antemurale. Dalle sabbie di provenienza tiberina il porto era ed è preservato dalla sporgenza del Capo Linaro.

    La funzione di Civitavecchia fu da allora essenzialmente quella di fornire merci (soprattutto alimentari) a Roma, ma talora vi risiedettero anche flotte militari e sotto i Bizantini un vero e proprio presidio. In seguito subì le scorrerie saracene, anzi fu addirittura devastata nell'828, e gli abitanti si rifugiarono anche in questo caso nell'interno dove Leone IV fondò nell'854 una nuova sede, detta ufficialmente Leopoli, ma Centumcellae o Cencelle nell'uso popolare; passato il più grave pericolo saraceno gli abitanti tornarono al mare e già alla fine del secolo IX fecero risorgere la Civitas Vetus, dapprima però solo come modesta borgata, con un castello.

    Civitavecchia verso la metà del secolo XVIII. Si osservino le grandi arcate a fior d'acqua, che costituivano la parte bassa del Molo del Lazzaretto e dalle quali usciva la corrente che proveniva dalla bocca meridionale.

    Civitavecchia. Sviluppo topografico della città vecchia (secondo P. Attuoni).

    Nell'età feudale la città fu contesa fra vari signori ; più a lungo la ebbero i Di Vico. Al dominio pontificio fu annessa definitivamente nel 1434 e i Papi avviarono subito la ricostruzione del porto: n'ebbero cura Sisto IV, Sisto V, Paolo V, ecc.; la fortezza, che domina lo specchio portuale tra i moli del Lazzaretto e del Bicchiere, fu iniziata dal Bramante, costruita sotto la direzione di Antonio da Sangallo e terminata da Michelangelo. Altre opere ad ampliamento del porto, ad incremento della città furono eseguite sotto Urbano Vili, che dotò la città anche di un acquedotto; Alessandro VII fece costruire dal Bernini il grande arsenale. E finché durò il dominio pontificio, Civitavecchia fu il massimo, anzi l'unico grande porto dello Stato sul Tirreno, sede di una flotta e base di frequenti azioni navali soprattutto per la repressione della pirateria.

    La città medioevale era piccola; al principio del secolo XIII non aveva più di 1000 ab., poi diminuirono ancora per guerre, turbolenze, pestilenze; ai primi del secolo XVI aveva circa 1300 ab. e questa cifra — probabilmente decurtata per le gravi pestilenze della metà del secolo XVII — si ritrova nel primo censimento pontificio del 1656: circa 1200 ab. dai tre anni in su, cioè all'ingrosso ancora 1300 abitanti.

    La città e i suoi dintorni erano infestati dalla malaria, tanto che ad esempio il Granduca di Toscana vi faceva malvolentieri arrivare le navi mercantili. Ciò nondimeno dalla metà del secolo XVII si verifica una discreta espansione demografica, pur attraverso notevoli alternative: circa 3200 ab. nel 1701, ma oltre 9100 nel 1782: è un'epoca di vivace attività nelle funzioni del porto, frequentato anche da gente di mare proveniente dal Napoletano ; per esempio da Torre del Greco, di cui alcuni avevano dimora stabile in città. Nel turbolento periodo che caratterizza la fine del secolo XVIII e la prima metà del seguente, si ebbero varie alternative, con decisa tendenza verso una diminuzione: 7110 ab. nel 1802, 5650 nel 1827, 9600 circa nel 1844, 6878 nel 1848. Queste cifre si riferiscono all'intero comune, ma la popolazione extraurbana era scarsissima. In città nel 1853 il censimento trovò solo 6410 ab.; quello del 1871 ne noverò 10.166 in città e meno di 1500 nel resto del comune.

    Dopo l'annessione all'Italia, Civitavecchia cessa naturalmente di essere piazzaforte navale — funzione che aveva avuto momenti importanti nel periodo del Risorgimento — e torna ad essere essenzialmente il porto di Roma ed inoltre lo scalo più attivo per le comunicazioni con la Sardegna. Gli specchi portuali furono ampliati mediante il prolungamento, da ambe le parti, dell'antemurale iniziato già da Traiano, e la chiusura della bocca meridionale di accesso : ne risultò un nuovo bacino e un avamporto; inoltre fu creato un pontile per la Sardegna (1887-1896). Più tardi (1928) si eseguì un nuovo prolungamento dell'antemurale e si costruì il Molo Vespucci, destinato a riparare un nuovo bacino avanzato, con banchine accessibili anche a navi di grosso tonnellaggio. La città si accrebbe di abitanti: 11.950 ab. circa nel 1901, 20.300 nel 1921, 29.125 nel 1931.

    Ma durante la seconda guerra mondiale Civitavecchia subì un numero grandissimo di bombardamenti (oltre 80) e fu ridotta a poco più di un cumulo di rovine: tutte le opere portuali di ogni genere (compresi i magazzini e i raccordi ferroviari) furono demolite o rese inservibili; gli specchi acquei ingombri di navigli affondati, danneggiate anche opere monumentali o di interesse storico. L'esodo della popolazione fu generale e massiccio.

    Una visione dell'appoderamento eseguito dall'Ente Maremma nel centro di colonizzazione di Malagrotta, nei pressi di Roma.

    L'opera di ricostruzione è stata rapida, integrale e, nel complesso, coronata da successo. Il porto è stato rimesso in piena efficienza, ormai sono in corso o previsti altri lavori di ampliamento e costruzioni di apparecchiature che gli daranno una fisonomía del tutto moderna. Ne risulterà anche ampliato il retroterra, problema questo che si era presentato già nell'intervallo fra le due guerre mondiali; a tale scopo era stata anzi aperta la linea ferroviaria con Orte (1929), che stabilisce una comunicazione diretta con Terni e con Ancona. Ma non può dirsi che l'impresa abbia dato l'esito sperato. Civitavecchia rimane un centro peschereccio di notevole importanza e un porto di interesse più per i passeggeri che per le merci ; ma oggi si è avviata anche a divenire un centro di attività industriali, come si è già visto in altro capitolo di questo libro.

    Vedi Anche:  Storia del Lazio

    La parte nuova della città si espande nell'interno; ha fisonomia piuttosto incolora, ma possiede strade ampie, rettilinee con vivacissimo movimento. La stazione ferroviaria è stata ampliata e allacciata al porto da efficienti raccordi.

    Tolfa.

    Calcata.

    La popolazione è stata sollecita a far ritorno; anzi da oltre un decennio l'afflusso in città si verifica con ritmo accelerato. Il censimento del 1951 ha trovato 28.457 abili città e 32.870 nell'intero comune, che ha perduto nel 1949 il territorio di Santa Marinella eretto in comune a sè (con Santa Severa). Nel 1961 il comune di Civitavecchia contava 38.138 abitanti.

    Alle spalle di Civitavecchia, il territorio viene conquistato gradualmente all'agricoltura per l'opera dell'Ente Maremma. Alcune strade lo traversano ed una di esse, che si dirama dall'Aurelia presso Santa Severa, sale dapprima lentamente, poi più ripidamente verso un gruppo di monti che si profila all'orizzonte e per le sue forme singolari attira l'attenzione del viaggiatore. È il gruppetto dei Monti della Tolfa, già altrove menzionato, sul quale, pittorescamente arrampicata su rupi di trachite, tra 47° e 55° m-> si trova la cittadina di Tolfa. Erede di un più antico castello, oggi diruto, la città ebbe un periodo di splendore, legato allo sfruttamento minerario, nei secoli XVI e XVII: forniva allora minerali di ferro, piombo, allumite, cinabro, caolino. Di questo periodo (durante il quale dimorò frequentemente alla Tolfa, An-nibal Caro) rimangono — oltre gli avanzi della severa rocca già dei Frangipane — alcune belle costruzioni nelle strette e tortuose stradette della parte vecchia dell'abitato. Tolfa ha oggi (1961) 5057 abitanti. A breve distanza è Allumiere (4029 ab. al 1961), sorto al principio del secolo XVI, in seguito alla scoperta fatta nel 1462 di miniere di allume (una di esse è ancora attiva), delle quali ebbe da Leone X l'appalto Agostino Ghigi.

    Civita Castellana.

    Il lembo orientale della Tuscia Romana

    Per terminare il nostro viaggio attraverso la Tuscia Romana ci resta da percorrerne il lembo orientale, lungo il quale si snodano la Via Flaminia, la Via Tiberina e di recente l'Autostrada del Sole. La Flaminia, staccandosi dalla Cassia alle porte di Roma a Ponte Milvio — dove avvenne nel 312 d. C. la famosa battaglia tra Costantino e Massenzio —, corre per breve tratto sul fondovalle del Tevere, poi, a Prima Porta, l'abbandona per salire sull'altopiano dirigendosi esattamente a nord, sulle orme della via consolare romana, della quale si notano tuttora ben conservati alcuni lunghi tratti. La strada tocca o avvicina solo due o tre centri abitati, dei quali il maggiore è Castelnuovo di Porto (il nome deriva dal fatto che per qualche tempo esso fu aggregato alla diocesi di Porto), oggi vivace borgo agricolo (2136 ab. nel 1961), in passato fortezza dei Colonna, con cinta murata e torri. I centri di questa regione si assomigliano tutti: il vecchio borgo di case grigie, quasi sempre su uno sprone fra due torrenti, con una rocca nella parte più alta, e in basso, lungo la principale via di accesso, un quartiere nuovo.

    Tali sono Riano, Morlupo, Rignano Flaminio; tale più lontano, ad ovest Faleria (l'antica Stabia), tipica per la sua posizione su un lungo dosso a picco dove le case sembrano emergere dalla rupe che fa loro da sostruzione ; tale Calcata, paese estremamente caratteristico, chiuso fra mura, tra due dirupi sforacchiati da vecchie abitazioni trogloditiche, stalle, porcili, cantine, e — dentro le mura — stradette strettissime in parte scavate nella roccia stessa dalla quale emerge un castellacelo.

    La Flaminia passa alla base del Soratte, che troneggia ad est, e raggiunge Civita Castellana. E questo il maggiore e più cospicuo esempio della posizione ora descritta, che, come più volte si è detto, era, per ragione di difesa, preferita dai centri etruschi. La città sorge su una lunga e stretta platea tufacea tra due torrenti, il fosso dell'Isola e il fosso Maggiore, confluenti, proprio sotto l'abitato, nella Treia: sui solchi da questi scavati la platea si affaccia con ciglioni ripidi o a picco e l'incisione è così profonda da mettere allo scoperto la roccia sedimentaria sottostante ai tufi; alti ponti sormontano i fossi e le strade si snodano in risvolte per raggiungere l'alto della platea (145 m.). Era qui dunque Falerii Veteres, il principale centro dei Falisci, che Roma prese e distrusse nel 241 a. C., fondando al tempo stesso una Falerii Novi di cui restano, sul pianoro, circa 5 km. più lontano, l'imponente cerchia murata con 9 porte, altre rovine e la pittoresca chiesa di S. Maria di Fàlleri. Ma questa nuova città era molto più esposta alle incursioni, talché nel secolo VIII o IX, gli abitanti tornarono alla loro antica sede, così ben difesa fra gli incassati torrenti, e questa risorse col nome di Civita. Al dominio dei Papi appartenne sicuramente dal secolo XII, ma passò attraverso vari feudatari pontifici. La città aveva certamente d'allora notevole importanza, se vi fu eretta la insigne chiesa romanica della quale si ammira la stupenda facciata col portico cosmatesco del 12io. Civita Castellana ebbe poi funzione di vera e propria fortezza a dominio della Via Flaminia: alla fine del secolo XV, Alessandro VI vi fece erigere la rocca all'estremità occidentale dell'abitato, unico punto nel quale la platea ove sorge la città si collega al tavolato della Tuscia, e perciò unico accesso naturalmente indifeso; Giulio II vi fece aggiungere il formidabile mastio ottagonale su disegno di Antonio da Sangallo il Vecchio. Esso ospitò, fino a pochi anni addietro, un penitenziario, ora abolito.

    Nazzano.

    Sant'Oreste.

    La vasta piazza centrale, nobili palazzi e chiese conferiscono a Civita Castellana l'aspetto di città. Essa ha (1951) circa 8600 ab. in città e 11.300 nel comune, che ha anche assai numerosa popolazione sparsa (circa 2500 ab.) nel territorio ben coltivato. La città è animato mercato agricolo e di bestiame, e sede della già ricordata industria della ceramica (12.957 ab. nel comune al 1961).

    Poco più a nord la Flaminia raggiunge a Borghetto il Tevere, lo varca sul ponte Felice ed entra nell'Umbria.

    La Via Tiberina, che si dirama dalla Flaminia a Prima Porta, risale la valle del Tevere, evitando il fondovalle, ampio, ma soggetto tuttora a inondazioni, si tiene strettamente alla radice delle alture o come accade sotto Capena (fino al 1933 Le-prignano), si eleva sul breve terrazzo (40-60 m.), che basta a proteggerla dal fiume. Del resto, per la stessa ragione nessun villaggio esiste sul fondovalle: i centri si susseguono in catena su dossi o terrazzi a 150-200 m. di altezza: Fiano Romano, Civitella, Nazzano, Torrita Tiberina, Filacciano, Ponzano Romano, in passato feudi di qualche importanza, come Fiano, oggi modesti centri agricoli.

    Molto più importante è, più a nord, al confine con l'Umbria, Orte, situata a 135 m. di altezza, in posizione arditissima su un'erta rupe di tufo dell'apparato vulcanico Vulsinio, che a nord e ad est è circondata da un'ansa del Tevere, a sud dal suo affluente Paranza sul quale la rupe scende a picco, mostrando a chi la vede dalla ferrovia o dalla strada il singolare spettacolo di più ordini sovrapposti di perforazioni — in parte antiche abitazioni scavate nella roccia, ora stalle o magazzini — e più in alto le case prospicienti il margine del dirupo. L'unico accesso facile alla città era da ovest, donde proviene la strada da Viterbo; ma oggi, con l'apertura al traffico del tratto laziale dell'Autostrada del Sole, il vecchio accesso ha perso molto del suo interesse.

    Orte fu abitata già in età etrusca, come è facile dedurre dalla sua forte posizione; nell'età romana fu municipio della tribù Stellatina, ma in complesso è poco nominata. Durante l'età barbarica fu spesso colpita da saccheggi, ma presto venne a far parte del dominio papale ed ai Papi rimase in genere fedele. La sua importanza si deve alla accennata posizione a dominio di strade: quelle che risalgono la valle del Tevere, quella, trasversale, che da Viterbo varca qui il Tevere per inoltrarsi poi per la valle del Nera, che confluisce poco più a valle, nel cuore dell'Umbria. E i rapporti con l'Umbria sono accresciuti per il fatto che la maggior parte del territorio comunale — la cosiddetta Campagna Trasteverina — si estende sulla sinistra del Tevere, cioè in area realmente umbra. Oggi Orte è anche nodo ferroviario: dalla linea principale Roma-Firenze, si stacca la linea per Terni e Ancona; poco più a nord si dirama un tronco secondario per Viterbo. Lo scalo ferroviario è divenuto esso stesso negli ultimi decenni una cittadina che crescendo rapidissimamente, minaccia di superare lo stesso capoluogo, che oggi soffre di quello che era stato in altri tempi il suo maggior vantaggio : la situazione appartata (a 5 km. dallo scalo) e di diffìcile accesso. Nel 1951 Orte centro aveva poco più di 3000 ab., Orte Scalo già circa 1850; oggi il divario è ancora minore. Il comune, che dal 1927 al 1958 comprese anche Bassano in Teverina (elevato poi a comune; 1310 ab. nel 1961), contava 9623 ab. nel 1951 (nel 1961, senza più Bassano, 8186), dei quali oltre 2000 sparsi nella ubertosa Campagna Trasteverina.

    Bomarzo. La via principale.