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Sviluppo degli insediamenti umani

    Lo sviluppo dell’insediamento umano

    La tradizionale abitudine all’opposizione dualistica tra una Sicilia interna, relativamente antiquata nelle strutture economiche e in genere umane, e una Sicilia costiera, dove la vita si svolge secondo forme più variate e composite, moderne e aperte alle novazioni, rimanda troppo spesso all’idea di una vincolante opposizione di carattere fisico. Se anche è vero — come ho tentato di lumeggiare nei precedenti capitoli — che i fattori ambientali son diversi, e talora affatto contrastanti, tra l’interno dell’isola o la sua corona periferica o marittima, si deve ciò nondimeno sottolineare che tale contrapposizione non viene sempre o dovunque ripetuta pedissequamente sul piano umano: ché anzi i caratteri umani della fascia marittima della Sicilia sudoccidentale sono molto più vicini a quelli della Sicilia interna — e spesso li ricalcano puntualmente — di quanto non siano vicini a quelli della fascia marginale orientale. La ragione è semplice: sono fattori storici, cioè umani, assai più che ambientali, quelli che han condizionato nel tempo le forme e i modi di vita, originando di conseguenza ambienti economico-sociali diversi e addirittura opposti. Il latifondo non è tipico e distintivo soltanto delle regioni interne: le grandi distese a seminativo nudo, alternate a pascoli più o meno magri, tracimano in effetti giù dagli altipiani interni fino a ridosso del litorale del Mar d’Africa, da Gela sino a Menfi. L’immobilità dell’ambiente sociale, piuttosto che la natura del suolo o del clima, ve lo ha da secoli cristallizzato, e da qualche lustro appena, dal 1950 cioè, la riforma agraria è venuta qua e là a scalfirlo. E se dal Settecento in poi particolari condizioni economiche hanno favorito lo sviluppo della viticoltura lungo i litorali — specie nella regione iblea e nel Trapanese — tali condizioni hanno operato anche nell’interno, almeno fino a un certo punto, dilatandovi le aree viticole fin entro le zone granarie. Le quali, d’altra parte, così utilizzate fin dall’antichità classica, a tale funzione economica prevalente sono state richiamate dopo un lungo periodo di relativo abbandono e di degradazione a pascolo o a incolto nel medioevo, dal Trecento e con maggior intensità nei secoli successivi, fino a metà del Settecento, a seguito della colonizzazione e della fondazione di numerosissime borgate e cittadine in rapporto alla nuova situazione economico-politica dell’isola, alla concomitante rivoluzione dei prezzi, e in particolare alle crescenti rischieste di grano sul mercato europeo. Tutti questi nuovi centri abitati assai più che un centinaio, un terzo circa degli attuali comuni siciliani — sono sorti e si sono poi ingranditi non tanto in funzione dei tratti dell’ambiente fisico, quanto invece della maggiore o minore vivacità della struttura economico-sociale del tempo: la situazione e l’importanza demografica di tali centri sono cioè legate alla posizione e all’estensione e al grado di valorizzazione agricola degli antichi feudi, di cui i centri stessi costituivano veri e propri poli di sviluppo. Con tutto questo si vuol dire che se alla natura, cioè ai caratteri dell’ambiente naturale, bisogna fare il posto dovuto nello studio delle attività umane e dell’organizzazione umana dello spazio, un posto assai più grande occorre lasciare all’uomo stesso, che variamente organizzato e dotato di differenti strumenti tecnici può in diversa maniera e misura adattare alle proprie esigenze l’ambiente, cioè conferirgli un determinato valore: valore che muta con il tempo e l’organizzazione economico-sociale della popolazione. Nessuna regione è predestinata ad un particolare tipo di struttura economica: e quindi nemmeno le zone del latifondo siciliano, che dovranno e potranno svincolarsi — e già in parte ne risultano svincolate, e il processo di liberazione continua — dai legami e dai pesi oppressivi di una struttura antiquata non solo, ma da tempo anacronistica. E del resto, quell’opposizione tra regioni interne e aree litorali, vecchia di secoli, non è sempre stata presente ed operante nella lunga storia dell’isola; o almeno non ha sempre rivestito il significato che via via è poi venuta ad assumere, a rafforzare, a cristallizzare.

    Lévanzo (isole Égadi): incisione rupestre della grotta del Genovese, del periodo paleolitico.

    Un’antica area di convergenza di popolazioni e civiltà

    L’insularità può forse essere un motivo della non antichissima presenza dell’uomo sul suolo siciliano; ma da un certo momento — che cade nel Paleolitico superiore, intorno a venti mila anni fa — la posizione stessa della Sicilia, posta come perno nel mezzo del Mediterraneo, doveva farne un’area di convergenza, da ogni direzione, di popolazioni e civiltà diverse. Esplorazioni archeologiche e scoperte occasionali hanno fino ad oggi messo in evidenza alcune importanti stazioni dell’età della pietra scheggiata, nelle montagne del Palermitano e del Messinese, negli Iblei e nelle isole Égadi: le grotte di San Teodoro (Messina) e di Lévanzo (Egadi), studiate dal Graziosi, e quelle dell’Addàura sul M. Pellegrino (Palermo) e di Niscemi, illustrate dalla Marconi Bovio, manifestano nei graffiti finemente disegnati — cervi, bisonti, uomini — stretti rapporti con la contemporanea arte franco-cantabrica del continente europeo. I ritrovamenti fin qui effettuati tradiscono un’occupazione umana piuttosto sporadica, e prevalentemente marginale, lungo le coste e nei rilievi montuosi vicini, e nelle isole minori.

    Distribuzione dei principali insediamenti preistorici (paleolitici, neolitici, dell’età del rame) e diffusione delle più importanti culture della prima fase dell’età del bronzo.

    Un vero salto sembra segnare il passaggio da questa età a quella neolitica : più che ad una evoluzione, si assiste ad una profonda rivoluzione, nelle forme di civiltà come nell’intensità e nelle forme di insediamento. Appaiono allora l’agricoltura, l’allevamento, la ceramica; e le popolazioni si raccolgono in villaggi di capanne fortificati, chiusi cioè da un fossato e da un vallo. Portatori di questa nuova civiltà neolitica, plasmatasi nell’antica culla mesopotamica, a mezzo del terzo millennio prima di Cristo, sarebbero stati, secondo il Pace, i Sicani: una popolazione di pastori e di agricoltori, di stirpe e lingua mediterranea, cioè preindoeuropea, che si diceva ancora nel V secolo a. C. autoctona e che Tucidide pensava proveniente dall’Iberia. Da loro, l’isola avrebbe preso il nome di Sicania, che ha soppiantato il più antico nome di Trinacria. La civiltà di queste popolazioni si sarebbe espansa dalle regioni orientali dell’isola — dove le stazioni di Stentinello e di Matrensa indicherebbero le fasi più antiche, e quelle di Lipari (Castellare» Vecchio) già mostrano vivacissimi scambi esterni grazie allo sfruttamento e al commercio dell’ossidiana — via via verso quelle occidentali, dove andò gradualmente ritirandosi ed assumendo aspetti e caratteri peculiari, per evoluzione interna, e per la conservazione di alcuni elementi o echi della civiltà occidentale (Spagna, Liguria), quella dei bicchieri campaniformi di Villafrati e Torre Biggini. Sulla costa orientale dell’isola, posta a ridosso della penisola italiana, dovevano infatti approdare popoli nuovi, dotati di tecniche e industrie più evolute, fondate sull’uso del rame e del cavallo: popoli che vi si affacciano come una ripercussione, una ultima ondata degli sconvolgimenti umani che nella tarda età del bronzo, intorno al XIII e XII secolo a. C., interessano le popolazioni del Mediterraneo orientale. Questi popoli sono i Siculi, che la tradizione tucididea e i dati della linguistica (così il Devoto) e dell’archeologia (così il Pace e il Bernabò Brea) ci presentano di origine italica, e che altri etnologi, come Paolo Orsi (che ne ha pazientemente indagata in lunghi anni la civiltà, stabilendone una perio-clizzazione che è tuttora considerata valida nell’assieme: periodi di Castelluccio, Pan-tàlica, Monte Finocchito, Licodia) e alcuni antropologi reputano dello stesso ceppo ibero-africano dei Sicani o comunque a questi ultimi affini, cioè mediterranei. I fermenti di progresso che si notano nella civiltà sicula — così come appaiono dalle esplorazioni delle loro necropoli e villaggi, ormai grossi insediamenti di tipo urbano situati nell’entroterra in positure più atte alla difesa — risultano chiaramente derivati dal mondo egeo: lo attestano il carattere della ceramica, l’uso della metallotecnica (bronzo), la forma a cupola delle tombe, oltre ad alcuni tipi di oggetti importati. L’arrivo dei Siculi in Sicilia è infatti contemporaneo alla supremazia marittima dei Fenici, che del mondo egeo diffondono nel Mediterraneo prodotti e civiltà. Si deve appunto all’influenza fenicia, come a già vivi influssi micenei e in genere greci, l’evoluzione abbastanza spinta dei Siculi. Sul finire del secondo millennio a. C. i Fenici avevano già costellato le coste siciliane di stazioni e basi commerciali — fattorie e centri-deposito, non città (per cui non ne sono rimaste tracce archeologiche) — nelle quali venivano a contatto, commerciando soprattutto prodotti deperibili (tessuti, profumi, ma anche ceramiche) con le popolazioni locali: Siculi, Sicani, e nell’estremo ovest con una popolazione non numerosa, gli Elimi, che secondo il Pais sarebbero Sicani evolutisi indipendentemente in seguito all’immigrazione di un nucleo di foci-desi (come starebbero a significare certe monete con iscrizioni di carattere non indoeuropeo) e che Tucidide invece, in base ad una loro antica tradizione, considerava discendenti da profughi troiani: comunque sia, una popolazione accantonata in breve tratto, nel territorio di Segesta, Entella (Contessa Entellina) ed Érice, e assai diversa, al pari dei Fenici, da Sicani e Siculi, che all’alba dell’VIII secolo a. C. occupavano pressoché tutta l’isola, dividendola in due aree di influenza già molto ben delineate, ma ancora deboli e slegate per mancanza e deficienza di una ancorché discreta organizzazione politica di un qualche respiro.

    Incisioni rupestri delle grotte dell’Addàura, che si aprono sul mare alle falde del M. Pellegrino (Palermo), del periodo paleolitico.

    Panarea (Isole Lipari): resti di un villaggio dell’età del bronzo (secolo XIV a. C.), sul promontorio del Milazzese.

    Érice (Trapani): veduta delle mura, di età punica (V secolo a. C.) nella parte inferiore, formate da grandi blocchi megalitici.

    La colonizzazione greca

    Questa situazione è ancora tipica della Sicilia all’inizio dell’VIII secolo: quando i Fenici abbandonano i loro empori in tutto il settore orientale dell’isola, e nella sua parte occidentale, vicino ai loro alleati, gli Elimi, trasformano alcune delle loro stazioni commerciali, di carattere provvisorio, in veri e propri insediamenti urbani, stabili e muniti anche di salde mura difensive: Mozia nell’isola di Pantaleo lungo la costa tra Marsala e Trapani, ed Erice sulla vicina terraferma, in posizione dominante e sicura, e Cefalù e Palermo sul Tirreno: ad appena un giorno di navigazione da Cartagine, sulle coste dell’attuale Tunisia, loro nuova metropoli. Alla fondazione di insediamenti stabili i Fenici erano stati spinti, a salvaguardia delle loro vie commerciali attraverso il Mediterraneo, dall’arrivo sulla costa orientale sicula di nuove popolazioni: i greci dell’Eliade.

    Il processo di colonizzazione greca fu rapido ed intenso, specie sulla fronte ionica, che si dispiegava intera agli occhi dei coloni provenienti da oriente. E fu colonizzazione alla quale parteciparono genti di tutta la Grecia: dell’Egeo greco e dell’Asia Minore greca. I primi furono coloni ionici di Càlcide, nell’Eubea, che nella loro diaspora verso occidente avevano già riconosciuto la costa siciliana, e avventurandosi al di là dello Stretto entro le acque del Tirreno — dove venivano a contatto con un altro popolo evoluto e vivace, gli Etruschi — avevano colonizzato Cuma, in Campania, e le isole dell’arcipelago napoletano. Il loro primo insediamento siciliano fu Nasso, fondata nel 734 a. C. Ma una più antica base, seppur di diversa natura per la funzione strategica che sottintendeva ed effettivamente adempiva, avevano fissato i pirati calcidesi di Cuma, intorno al 757, a ridosso del meraviglioso porto naturale che si apre a dominio dello stretto: insediamento che dalla forma a falce arcuata dell’insenatura, con voce sicula — già vi esisteva infatti un villaggio indigeno — fu detta Zancle, l’attuale Messina. Anche Nasso fu costruita in posizione facilmente difendibile: sulla piccola penisola di Schisò, a sud di Taormina, non lontano dall’imbocco della valle dell’Assino, l’attuale Alcantara, dai fertili suoli di natura vulcanica. Qui gli Ioni non incontrarono resistenza da parte dei Siculi, insediati sulle aspre pendici circostanti, e in particolare nella borgata di Tauromenion, che si innalzava sul terrazzo dove ora si adagia Taormina: ché anzi con Tauromenion allacciarono subito rapporti commerciali — come ha sottolineato P. Orsi — e successivamente la colonizzarono. Il retroterra immediato di Nasso, non esteso e in gran parte formato da colli abrupti e poco fertili, non poteva dare sufficiente respiro ad un centro di qualche importanza: gli abitanti di Nasso — che lì erano stati attratti contemporaneamente dalla vicinanza allo stretto, punto obbligato del commercio tra Ionio e Tirreno, e dalla più larga valle che si insinua tra i Peloritani compatti e stretti e la mole imponente e massiccia dell’Etna — ne furono così presto consapevoli che sciamarono verso sud dove fondarono, appena cinque anni dopo (728), ai margini della pianura del Simeto, altre due colonie: Catania a nord, alle falde dell’Etna e sul mare; Lentini a sud, ai piedi degli Iblei ma nell’entroterra, seppur legata al mare dal fiume Terias, l’attuale piccolo corso San Leonardo, allora — e fino al XII secolo secondo il Pseudo-Scilace — navigabile. Qui, tra le due nuove colonie, si apriva la più estesa pianura della Sicilia, formata da ricche alluvioni, che sarebbe presto divenuta celebre per la sua fertilità: e fertile l’han descritta Diodoro e Plinio, secondo quanto illustrato da J. Bérard in un suo recente libro sulla Magna Grecia. L’occupazione della piana non fu senza ostacoli, e i Siculi furono risospinti — come ha chiaramente dimostrato il Pace per Catania — dalle pingui terre pianeggianti entro l’interno montuoso. La vivacità di queste due colonie, presto rafforzatesi e arricchitesi, si manifestò successivamente (nel sesto secolo) nella fondazione di altre colonie — mai assurte a particolare importanza per la crescente fortuna di Siracusa — e nella diffusione della civiltà ellenica tra le popolazioni sicule vicine: Callipolis ed Euboea, di incerta localizzazione, ma quasi certamente situate la prima — secondo il Bérard — a Màscali o Giarre, sulla costa tra le primigenie colonie di Nasso e di Catania, e la seconda a sud di Lentini. A differenza di queste colonie, di carattere agricolo, che godevano di un retroterra immediato di facile valorizzazione e di sicuro rendimento, più a nord Zancle — in posizione invidiabile dal punto di vista strategico — sorgeva a ridosso degli imminenti ed aspri Peloritani: i suoi abitanti — costrettivi dall’esiguità del territorio e dalla difficoltà di una sua utilizzazione agricola — si proiettarono presto al di là dei monti, raggiungendo il Tirreno dove fondarono Mylae (Milazzo) nel 714, sul colmo di una prominente, dirupata penisola: Milazzo aveva la duplice funzione di avamposto di protezione della colonia principale sullo Stretto, e di polo di sviluppo della produzione agricola nella ferace piccola piana che le si svolge alle spalle, tra il mare e il versante settentrionale della catena peloritana. E più tardi, a metà del secolo VII (648 a. C.), gli zanclei di Milazzo, secondo Strabone, ai quali si uni un gruppo di myletidi siracusani (quindi dorici) secondo Tucidide, fondarono Imera, la colonia greca più occidentale sul Tirreno, isolata in mezzo alla «zona barbara»: essa sorgeva alla foce dell’Inaerà settentrionale, sulla sua riva sinistra, e disponeva di un esiguo territorio formato da piccole valli e da colli poco rilevati, chiuso tra popolazioni indigene ad est, e sicule e fenicie ad ovest: qui si estendeva fino al Capo delle Terme, dove più tardi, dopo la distruzione di Imera da parte dei Cartaginesi (409), sorse l’attuale Tèrmini Imerese, cioè, secondo il Vallet, fino al torrente di Fantina, dominato sulla sponda opposta dalla città sicula di Longane. Evidentemente, data la natura difficile del territorio (del resto molto limitato) e l’isolamento in mezzo a popolazioni ostili, Imera non ebbe un forte rilievo: si trattava in effetti piuttosto di un avamposto ai margini della Sicilia fenicio-cartaginese, destinato nel contempo a servire da base di irradiamento dell’espansione e della cultura elleniche e da perno difensivo contro le velleità cartaginesi: un avamposto militare ma anche commerciale, perché il traffico greco-fenicio, a dispetto di ogni contrasto politico, fu sempre molto vivace. Imera, al pari di Milazzo, serviva a rassicurare i traffici greci, e in particolare ionici, sul Tirreno: e Zancle guardava lo Stretto, questo nuovo piccolo bosforo sul quale i fondatori calcidesi di Zancle — per assicurarsene il completo controllo — avevano per tempo fondato, sull’opposta sponda calabrese, insieme a un forte gruppo di Mes-seni, la colonia di Rhegion. La quale fu quasi sempre seconda a Zancle, tranne che all’inizio del V secolo a. C., allorché Anassilao, signore di Reggio, pose le basi, per la prima volta, di una unità regionale dello Stretto: Zancle, occupata verso il 486 a. C., fu ripopolata da nuovi abitanti, per lo più Messeni, ed ebbe il nome di Zancle cambiato in Messene, ossia Messina.

    Colonie greche e fenicie di Sicilia e loro zona di influenza nei secoli Vili e VII a. C. ; limiti dello Stato siracusano e del dominio punico nel IV secolo a. C. ; e area di influenza politica cartaginese verso la metà del III secolo a. C., alla vigilia della prima guerra punica.

    La costa ionica da Capo Schisò a Taormina: dove sorsero rispettivamente sul mare la città di Naxos, la prima colonia greca di Sicilia (fondata nel 735 a. C.), e su un terrazzo del promontorio l’insediamento siculo, più antico, di Tauromenion.

    Le fondazioni del tempio dorico di Himera, la colonia greca più occidentale sulla costa tirrenica, fondata da zanclei (messinesi) circa il 648 a. C. su un terrazzo rilevato presso il mare, sulla riva sinistra del Fiume Grande o Imera settentrionale.

    Statuette lignee del territorio di Palma di Montechiaro (Agrigento), del 700-650 a. C. circa (Siracusa, Museo Archeologico).

    La colonizzazione calcidese e ionica limitò il proprio campo d’azione, oltre che alla Campania, al settore nordorientale della Sicilia, fino alla Piana catanese; e si esaurì presto in rapporto al freno esercitato sul fenomeno emigratorio dalla guerra lelantia, che verso la fine del secolo VIII vide opposte le due grandi città dell’Eubea, Càlcide ed Eretria. A sud della Piana catanese la Sicilia fu pertanto aperta ai flussi migratori di altri Greci, di ceppo dorico. I Corinzi, già padroni dell’isola di Corcira, situata in posizione strategica tra Grecia e Sicilia, fondarono nel 733 a. C. Siracusa, in un sito privilegiato: l’isolotto di Ortigia, che fino all’età romana, nonostante una diga l’avesse legato alla terraferma, come testimonia Tucidide, continuò a mantenere l’antico nome dorico di Nasos, o isola. Da questo isolotto — che domina due larghi e ben ripartiti specchi portuali, e che è dotato di una sorgente ricchissima di acque fresche, la fonte Aretusa — i Corinzi si proiettarono sulla terraferma, dove salirono fin sul tavolato di Epipoli e dove costruirono i quartieri più popolosi della città — Achradine, Tiché e Neapolis — destinati a diventare nel IV secolo a. C., sotto Dionigi il Vecchio, i quartieri residenziali della città per tutte le classi sociali: l’isolotto era stato opportunamente trasformato, infatti, in una munita piazzaforte militare, con il palazzo, l’arsenale e le caserme per i soldati. Da questa posizione imprendibile, Siracusa dominava la valle dell’Anapo, spesso assai aspra, e i bassi ripiani calcarei che si slargano sul mare a sud della città. Al pari di Nasso, Siracusa sentì presto l’esigenza di espandersi intorno: e risalendo l’Ànapo, fondò intorno al 663 Acre — sul sito dell’attuale Palazzolo Acréide — che domina la valle da un’altura strategica, dopo aver sottomesso le popolazioni indigene, e poco dopo Casmene — di localizzazione ancora incerta, ma probabilmente sita più ad ovest e da identificare con la città arcaica scoperta e studiata dall’Orsi presso Giarratana — e da qui, torno torno al nodo idrografico degli Iblei, si spinse giù per le vallecole e i digradanti larghi ripiani fin sulla costa del Mar d’Africa, dove fondò, all’inizio del sesto secolo (598 a. C.), Camarilla sull’orlo dell’ultimo terrazzo profilato sul litorale. Via a differenza delle colonie fondate da Nasso, divenute ben presto più importanti della città colonizzatrice, Acre e Casmene rimasero sempre sotto la tutela siracusana, e soltanto Camarina, data la sua notevole lontananza e la forte influenza della vicina Gela, riuscì a condurre una politica in certi periodi e in parte autonoma. Ma in complesso, la cuspide sudorientale dell’isola, corrispondente a gran parte della regione degli Iblei, costituì uno stato indipendente, che influì in maniera notevole nell’opera di ellenizzazione dei Siculi dell’interno: anche se non è vero, come attesta invece Stefano di Bisanzio, che Siracusa ha fondato anche la colonia di Enna al centro dell’isola verso la metà del VII secolo a. C. — e infatti Tucidide ricorda tutto l’interno dell’isola indipendente ancora al tempo della guerra del Peloponneso — il commercio greco vi penetrava già molto profondamente, come dimostra il Bérard, sulla scorta degli scavi dell’Orsi, esaminando la progressiva ellenizzazione di alcune città indigene, come Naeton (Noto Vecchia) e la stazione sicula di Ragusa Ibla.

    Siracusa: la fonte Aretusa, ricca lungo le sue rive di bei gruppi di papiri, nell’isola di Ortigia.

    Il piccolo, ben conservato teatro greco di Akrai, colonia greca fondata sugli alti Iblei dai Siracusani nel 664 a. C. nei pressi dell’attuale Palazzolo Acréide.

    Tra i Calcidesi a nord e i Corinzi a sud, nel breve spazio lasciato libero sulla fronte ionica in corrispondenza del litorale della baia di Augusta, si insediò pochi anni dopo la fondazione di Siracusa un gruppo di Megaresi, dorici dell’istmo: essi fondarono Megara Iblea, d’accordo con i Siculi della regione — dopo tre tentativi sfortunati a Trótilo, tra il San Leonardo e il Capo Tauro; a Lentini, dove furono accolti e poi scacciati dai Calcidesi; e infine a Tapso e ancora a Trótilo — su un ripiano roccioso ben rilevato, di una decina di metri o poco più, sul mare, tra due torrenti, il Càntera e il San Cosumano, allora perenni. Pochi i coloni; povero il territorio, dagli asciutti calcari affioranti, e stretto in una morsa tra le più forti colonie di Lentini a nord e di Siracusa a sud, Megara Iblea fu forse l’unico fallimento coloniale dei Greci in Sicilia. Un secolo dopo, nel 627 a. C., la sua popolazione migrò in gran parte verso la Sicilia occidentale, fin nell’estrema cuspide, dove fondò al di là del Bélice la città di Selinunte: alta su uno stretto ripiano imminente sul mare, intagliato dalle profonde, nette incisioni del Gorgo Cotone ad est, del Selinunte, l’attuale Modione, ad ovest, allora perenne: con il porticciolo di recente portato alla luce sulla spiaggia di Levante. Se il sito era dal punto di vista difensivo addirittura ammirevole, la posizione della nuova città era difficilissima: a ridosso della Sicilia fenicio-cartaginese e dell’area di influenza degli Élimi: di Érice e di Segesta soprattutto. E il territorio non particolarmente ferace, data l’accentuata aridità dei suoli calcareo-argillosi. La colonia aveva bisogno di spazio, e riuscì attraverso strenue lotte a ritagliare per sè nella Sicilia occidentale una bella fetta di territorio: che sul mare si allargò gradualmente verso est fino alle Terme Selinuntine (presso Sciacca) e successivamente fino al di là del Platani, sulla cui sponda sinistra fu fondata Minoa, sullo scorcio del secolo VI; e verso ovest fino a Mazara, una città-porto fortificata, posta sugli stessi confini con i territori fenici. E verso l’interno la sua espansione risalì lungo il Bélice e il Delia, sino allo spartiacque, cioè a contatto con il territorio élimo di Segesta. Il dominio di questo relativamente vasto territorio e la possibilità di continui scambi commerciali con gli Elimi e i Fenici-Cartaginesi — che furono strettissimi nonostante urti e attriti frequenti di carattere politico, e spiegano la particolare personalità di questa colonia, al pari di quella di Imera sul Tirreno — giustificano la ricchezza e la potenza raggiunte da Selinunte tra il sesto e il quinto secolo, di cui parlano ancora le imponenti rovine dei suoi templi maestosi.

    Tombe della necropoli arcaica di Megara Hyblaea, colonia greca fondata nel 728 a. C. sulla spianata di San Cosumano, sulla riva destra del torrente Càntera, non lontano dal golfo d’Augusta.

    Ma altre città più potenti doveva vedere il litorale africano della Sicilia. Prima ancora che vi calassero dagli Iblei i Siracusani per fondarvi Camarina, e vi si spingessero gli amareggiati abitanti di Megara Iblea a stabilire la colonia di Selinunte, altri Dori — cioè un gruppo di Rodii e di Cretesi — bloccata ogni possibilità di stanziamento nella Sicilia ionica dove le pianure e comunque le plaghe migliori erano già state occupate, si spinsero fin qui fondando nel 688 a. C. Gela. La costa sulla quale sorse la colonia era ed è importuosa, e delimitata verso il mare da una lunga ed alta duna sabbiosa: ma la foce del Gela poteva servire da porto, e la pianura che vi si apre alle spalle — corsa dal Maroglio e dal Disueri, che insieme convergono formando il fiume da cui la città ha preso il nome — assai ferace e promettente, poteva costituire una base sicura per l’economia del nuovo insediamento coloniale. Verso di essa mosse subito l’interesse dei Gelesi: ma la loro azione di penetrazione fu fortemente contrastata dalla resistenza accanita e costante delle popolazioni sicane, le quali si ritirarono gradualmente sulle colline circostanti, che conservano ancora ricche vestigia della loro civiltà. La penetrazione e la conquista gelesi furono continue, ma lente: e le sue fasi sono state ricostruite recentemente dall’Adamesteanu, su su per il bacino del Maroglio fino allo spartiacque, cioè fino al territorio di Caltagirone e di Piazza Armerina, dove giungeva dalla Piana catanese l’influenza di Catania e di Lentini. I centri indigeni di queste zone erano già sensibilmente ellenizzati a cavallo tra il VII e il VI secolo, come dimostrano le ricerche dell’Orsi e del Pais, e come ha sottolineato di recente il Pace. La relativa lentezza della penetrazione gelese è evidente anche lungo il litorale, dove verso est la sua azione espansiva fu bloccata dalla fondazione della siracusana Camarina nel 598: il Dirillo — che funge ancora oggi da confine tra il territorio gelese e la provincia ragusana, dove sorge Santa Croce Camerina — formava il limite fra i due piccoli stati.

    Selinunte (Trapani): veduta del Tempio E, di stile dorico, del V secolo a. C., periodo del massimo splendore di questa colonia, avamposto della grecità nella Sicilia occidentale, a ridosso degli insediamenti fenici.

    L’azione di conquista gelese fu per contro più spigliata verso ovest, ma ormai ad un secolo di distanza dalla sua fondazione e quando la via dell’est le fu preclusa: in quella direzione si apriva un largo campo d’espansione, e lì fondò Akragas (Agrigento) nel 580, quasi a mezza strada tra Gela e Selinunte. La nuova città doveva quasi subito superare in potenza e ricchezza Gela, la madrepatria. Sorta a ridosso del mare, su un’erto colle da ogni parte assai dirupato, Agrigento si espanse nel secolo successivo, il quinto, sul versante meridionale del rilievo limitato dalle profonde incisioni dello Hypsas (a ovest) e dell’Akragas (ad est), che confluiscono insieme prima di sboccare al mare, dove sorgeva, alla foce, il suo porticciolo: la città disponeva di una lunghissima cerchia di mura, che abbracciava una estensione superiore ai 600 ettari. Sul sito del nucleo primitivo della città, l’acropoli, esisteva — come ha messo in evidenza il Marconi — una stazione indigena, che la tradizione vuole sicana: e da lì — dopo un probabile primo tentativo di colonizzazione alla foce dell’Akragas, fallito per l’opposizione degli indigeni nel VII secolo — i coloni cacciarono i Sicani, e quasi subito intrapresero una lunga azione di guerra per dare alla città un esteso retroterra. In quest’azione, Agrigento si spinse profondamente verso l’interno: ma i limiti della sua area di pertinenza sono difficili da tracciare per l’insufficienza dei dati archeologici finora disponibili. Secondo il Bérard, gli Agrigentini si erano già spinti prima della fine del VI secolo fino intorno a Cal-tanissetta e a Castronovo, seguendo la via di penetrazione del Plàtani, in direzione della città tirrenica di Imera, e lungo il mare africano avevano conquistato tutto il territorio che si svolge ad est fino allo Himeras, o Salso — al cui sbocco il tiranno Finzia avrebbe costruito qualche secolo più tardi la città-fortezza che da lui prese nome, sul Capo Ecnomo: l’attuale Licata, verso il 284 —, e ad ovest fin quasi allo Halycos o Plàtani, e dopo il 488, conquistata la colonia selinuntina di Minoa, alla foce del fiume, anche un po’ più in là.

    Vedi Anche:  Posizione e struttura della Sicilia

    Selinunte (Trapani) : suggestivo scorcio del tempio E, di stile dorico, del V secolo a. C., testimone della grandezza raggiunta da questa colonia greca della Sicilia occidentale.

    Complessità di funzioni delle colonie greche

    I coloni greci erano soprattutto agricoltori, e non provenivano soltanto dalle città dell’Eliade, ma anche dai contadi: la maggior parte dei coloni di Siracusa, ad esempio, come precisa Strabone, non proveniva da Corinto, ma da un villaggio posto vicino a quella città, Tenea. Il movimento migratorio dei Greci verso occidente era dunque sollecitato, nell’VIII secolo a. C. come dopo, oltre che da pressioni esterne, soprattutto dalla fame di terra, cioè da un eccesso di popolazione rispetto ai territori occupati, alla non grande feracità delle terre e ai non molto evoluti sistemi di coltura. Le colonie greche della Sicilia — come in genere quelle dell’Italia meridionale — furono dunque colonie di popolamento, cioè colonie agricole. Poste in vicinanza del mare o addirittura sulle sue rive — dove veniva a rompersi il viaggio per mare — queste colonie adempivano evidentemente anche a funzioni commerciali: e i legami con la madrepatria e la possibilità di scambi con gli altri popoli mediterranei — etruschi, e fenici e italici — tendevano naturalmente a rafforzare tali funzioni. Al punto che le colonie sembra che siano state determinate, nella loro posizione relativa e in base alle diverse etnie, in rapporto al traffico marittimo e al controllo di certe vie commerciali piuttosto che in relazione alle nuove terre da dissodare. I Calcidesi avevano così costituito una vera linea commerciale a dominio dello Stretto tra Ionio e Tirreno, tenendone poi lontani i Dori di Calabria e di Sicilia; ed i Corinzi avevano dato origine ad una linea commerciale imperniata su Corinto, Corcira e Siracusa, forse anche più importante. Le economie erano complementari, e trovavano in Sicilia una piattaforma di scambio. L’isola offriva i prodotti dell’allevamento e dell’agricoltura, come una tipica terra coloniale; e la Grecia colonialista i prodotti industriali, e soprattutto la ceramica, e i Fenici la porpora di Tiro, le stoffe preziose e i profumi orientali, e il rame e la lana e articoli di vetro dalla Spagna, e gli Etruschi i bronzi e il ferro dell’Elba. Ma soprattutto in un primo momento, prima che le colonie potessero gareggiare per potenza e splendore con le stesse città elleniche.

    La Venere Anadiomene, copia romana (I secolo d. C.) di un originale ellenistico (Siracusa, Museo Archeologico Nazionale).

    Nel giro di qualche generazione, la composizione sociale delle colonie si fece molto complessa, e all’aristocrazia terriera si mescolarono in proporzione sempre maggiore gli operai liberi, i commercianti, gli stranieri e gli schiavi, dando origine a evidenti squilibri politici e sociali. Tali squilibri si sarebbero risolti — dopo alcuni tentativi di stabilire un regime intermedio tra l’oligarchia aristocratica di origine terriera e il partito o fazione popolare di estrazione mercantile (appoggiato anche dalle classi più umili e dagli schiavi), che ne attutisse gli attriti e ne componesse le aspirazioni e le contrastanti ambizioni nell’interesse superiore dello stato: e un frutto di tali tentativi fu la celeberrima legislazione data da Caronda a Catania alcuni anni prima di quella emanata da Solone ad Atene — nel potere arbitrario di alcuni demagoghi ambiziosi, ma spesso dotati anche di capacità e di vedute politiche che trascendevano di gran lunga i ristretti orizzonti di ciascuna città.

    La trasformazione delle colonie in centri commerciali avvenne gradualmente. All’inizio, le colonie furono e continuarono ad essere per quasi un secolo — tutto il settimo — insediamenti di prevalente carattere agricolo. Così si spiega il bisogno di terra, a differenza delle colonie fenicie prettamente commerciali, e si giustificano le conseguenti lotte con gli indigeni che furono via via sottomessi, e ora portati nelle città greche come schiavi, ora semplicemente sottoposti a tributo; così si capisce come la penetrazione nell’interno sia stata tentata indipendentemente da ogni colonia subito dopo la sua fondazione, allo scopo di coagulare attorno a sè un territorio che potesse essere sfruttato dal punto di vista agricolo, e potesse costituire l’area vitale del nuovo piccolo Stato. Le colonie erano infatti indipendenti dalla madrepatria sul piano politico, fin dalla loro fondazione: i nuclei dei primi coloni, che avevano lasciato la città di origine perché privi di terra, cercavano qui una nuova patria, non tanto un campo di sfruttamento; e qui trapiantarono — dividendo le terre tra di loro, e costituendo un’aristocrazia ereditaria assai chiusa, che escludeva dalla proprietà fondiaria i coloni che fossero venuti in un secondo tempo e gli stranieri, e assumendo gelosamente da soli il governo della città — quella stessa struttura sociale, che avevano dispettosamente lasciato nell’Eliade, e che sarebbe stata alla base della fondazione di nuove colonie nella stessa Sicilia ma anche di più cruenti lotte intestine, spesso risolte con massacri e con la migrazione forzata — tra il V e il IV secolo — di numerose popolazioni: degli abitanti eli Megara Iblea distrutta dai Siracusani (nel 482 a. C.), come di quelli di Catania ad opera di Ierone (476) e di Dionigi (403), e di quelli di Messina ad opera dello stesso Dionigi (396).

    Veduta dei resti di Solunto, uno dei primi insediamenti fenici in Sicilia, adagiata sulle falde meridionali del M. Catalfano, a dominio del golfo di Tèrmini Imerese. La forma ortogonale dell’impianto urbano messo in luce si deve ai Romani, che la riedificarono dopo la prima guerra punica.

    L’Efebo di Agrigento (circa 500 avanti Cristo: Agrigento, Museo Civico).

    Kore fittile, da Gela (circa 540 a. C. : Gela, Museo Archeologico).

    Stele di pietra, fenicia, rinvenuta a Marsala (Trapani, Museo Pepoli).

    Ogni colonia ha cercato di spingere la propria influenza verso l’interno, ma soltanto le maggiori — cioè quelle che si erano fissate in zone più propizie all’agricoltura: Catania, Lentini, Siracusa, Gela; e quelle di più recente fondazione, come Agrigento e Selinunte, che erano state spinte ad una decisa azione di espansione territoriale dai loro tiranni e dalla lontananza delle altre colonie, oltre a Messina, che aveva una funzione più decisamente commerciale — soltanto le maggiori, dicevo, son riuscite grado a grado a ritagliare attorno a sè un territorio più o meno esteso: al punto che le zone di influenza di Catania, di Siracusa, di Gela — e per qualche momento anche di Camarilla tra queste ultime due — e di Agrigento e di Selinunte si toccavano. Ma tali cerniere di allacciamento tra i domini territoriali delle colonie greche diventavano assai più lasse e tendevano anzi ad aprirsi largamente nell’interno dell’isola, dove al tempo della guerra del Peloponneso, verso la fine del V secolo, secondo Tucidide, le popolazioni indigene erano ancora indipendenti, per quanto già molto permeate di ellenismo attraverso gli scambi commerciali. E ad ovest, i Greci non avevano potuto scalfire — dopo i fallimenti di colonizzazione di Péntatlo al Capo Lilibeo nel 580, di Doriéo al Capo Drepanon (Trapani) nel 510, e nonostante le continue lotte di Selinunte — il piccolo ma forte ridotto fenicio-cartaginese, incentrato su Palermo, Solunto e Motie, e rafforzato dagli Elimi di Erice e di Segesta.

    Il teatro di Segesta, città degli Élimi, nell’alta valle del Fiume Caldo (Trapani) Sullo sfondo il M. Barbaro (431 m.).

    L’imperialismo siracusano

    Queste sconfitte dei Greci nell’estremo settore occidentale dell’isola si devono in effetti al particolarismo individualistico che distinse le loro colonie siceliote, e che doveva infine portare — invece che al dominio su tutta l’isola — alla loro decadenza e ritirata di fronte ai Cartaginesi, e per ultimo alla loro sottomissione al potere di Roma. I primi tentativi di unificazione dell’isola da parte dei Greci si ebbero infatti tardivamente, dopo due secoli dalle prime fondazioni coloniali: e furono opera di tiranni illuminati, come Ippócrate di Gela nel 485 a. C. e qualche anno dopo Gelone, pure gelese, ma divenuto — abilmente manovrando nelle lotte sociali tra i gruppi cittadini di Siracusa — tiranno di quella città. In un certo senso, ad una politica unitaria delle colonie greche spingevano i tempi, cioè l’evoluzione delle esigenze degli insediamenti greci e fenicio-cartaginesi, verificatasi nel corso dei secoli VII e VI : le antiche colonie agrarie greche erano ormai divenute importanti centri commerciali; e i Cartaginesi — che subentravano nel quadro politico mediterraneo ai Fenici, i quali si erano ritirati nella parte occidentale dell’isola al sopraggiungere dei Greci, in centri tipicamente commerciali, né mai avevano avuto aspirazioni territoriali — dopo aver costruito un impero in Africa ed essersi insediati in Corsica ed in Sardegna, guardavano ormai alla Sicilia non soltanto come ad una base d’appoggio sicura a salvaguardia e garanzia delle loro vie di navigazione nel Mediterraneo, ma come ad un vero e proprio campo di espansione territoriale: da commerciale la potenza cartaginese si era fatta anche politicamente imperialista, e già aveva stretto alleanze con le due città greche più vicine, e più aperte e disposte, per motivi economici, al compromesso: Selinunte ed Imera. La presa di Imera da parte di Terone d’Agrigento e il rovesciamento del suo tiranno offrirono a Cartagine il pretesto dell’intervento armato.

    Testa di cavallo, fittile, dal tempio agrigentino di Atena (circa 450-400 a. C. : Gela, Museo Archeologico).

    Siracusa: Ara di Ierone II (del III secolo a. C.), situata tra il teatro greco e l’anfiteatro romano.

    Elmo etrusco, in bronzo, offerto da Ierone I al Santuario di Zeus in Olimpia (Londra, British Museum).

    L’imponente esercito del cartaginese Amilcare fu sconfitto a Imera da Gelone: era il 480 a. C., l’anno di Salamina, e le due vittorie gli storici antichi vollero accomunare nella gloria e nell’elogio, per l’identico loro significato politico: il mondo greco era salvo a Salamina contro la marea asiatica, e a Imera contro la penetrazione cartaginese. Certamente si deve a Gelone la conservazione della grecità in Sicilia; l’unico suo errore fu forse quello di non aver ricacciato sul suolo africano i Cartaginesi, fuori dai loro insediamenti tradizionali della Sicilia, in modo definitivo. Comunque, sino alla fine del V secolo ogni pericolo era scongiurato: e la vittoria imerese significò un nuovo periodo di prosperità per tutte le città greche. Siracusa esportava i prodotti dell’interno, e in particolare grano, bestiame, lane e pelli; ed Agrigento, oltre a questi, anche olio e vino; e le città si rafforzavano demograficamente, e in conseguenza dell’importanza relativamente minore dell’agricoltura rispetto alle altre attività economiche, videro crescere la borghesia commerciale, che via via divenne la classe dominante. Le ambizioni imperialiste cominciarono così a prender piede e a prosperare a Siracusa, pur tra notevoli difficoltà di carattere sociale in ordine ai contrasti di classe; e Ierone I, fratello di Gelone, ne condusse innanzi la politica espansiva anche più tenacemente, con mano forte all’interno e con gagliardia all’esterno : non solo tenendo a bada Anassilao di Reggio, che ora dominava lo Stretto (siamo nel primo quarto del V secolo), ma intervenendo direttamente negli affari politici italiani: nel 474 battè gli Etruschi nelle acque napoletane, di fronte a Cuma che aveva chiesto aiuto, controllava il bosforo messinese, e già teneva sotto la sua protezione Agrigento ed Imera. Comunque, più che di un vero Stato siciliano di Siracusa — il cui territorio riesce ad occupare appena un quarto dell’isola — si trattava di una supremazia di Siracusa in tutta la Sicilia, sulla quale la città faceva sentire prepotente la sua influenza e la sua autorità: influenza ed autorità che si mantennero vive anche dopo la sostituzione della democrazia oligarchica alla tirannide — nonostante la difficoltosa sistemazione degli intemperanti mercenari a Messina: che divenne allora da ionica, dorica — e dopo la breve ma dura lotta intrapresa per stroncare l’audace tentativo del siculo Ducezio — che lottando prima a fianco di Siracusa contro i mercenari aveva scoperto le capacità guerriere sue e del suo popolo — di instaurare un regno indigeno attorno all’antichissimo santuario autoctono di Paliké, nelle vicinanze di Lentini : tentativo di un « risveglio dei barbari » finito con la sconfitta di Ducezio nel 450, e con la distruzione di Paliké dieci anni dopo. E tanto questa supremazia e potenza di Siracusa si erano conservate da far ombra persino ad Atene, ora in stretti rapporti commerciali con i Greci di Sicilia e d’Italia e con gli Etruschi, al punto da spingere la metropoli attica alla coalizzazione delle città siciliane ostili a Siracusa per rovesciarne la supremazia. Ma della clamorosa vittoria su Atene nelle acque del suo golfo e sul suo territorio — in queste lotte, parte della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, Lamaco fu ucciso, e Nicia e Demostene, prigionieri, furono decapitati, e più di 7000 prigionieri furono fatti morire d’inedia nelle latomie siracusane (413) — Siracusa non seppe approfittare né sul piano politico né sul piano economico. Ché anzi, tutta tesa in uno sforzo verso oriente, aveva tralasciato di interessarsi della parte occidentale della Sicilia, dove Agrigento e Selinunte, più isolate e più cosmopolite, e rimaste a lungo neutrali e intente ai traffici, avevano toccato l’acme della loro prosperità. Furono le pretese selinuntine a far precipitare e capovolgere in breve la situazione nell’ovest dell’isola, e a distruggere del tutto i benefici della battaglia di Imera: i Cartaginesi, chiamati dagli Elimi, e passati in Sicilia al comando di Annibale, sconfìssero i Selinuntini a Segesta, presero ed incendiarono Selinunte e Imera (408) massacrando la maggior parte della popolazione, e tornati una seconda volta nel 406 distrussero Agrigento e fecero evacuare dai Siracusani Gela e Camarina: la Sicilia stava per diventare cartaginese. Si instaura allora una vera dittatura militare, con l’appoggio degli aristocratici e sotto il comando di Dionigi, che sarà poi detto il Vecchio: è il secondo periodo imperialista di Siracusa. Rafforzata la città nell’isolotto di Ortigia, ora piazzaforte militare, e nella potente mole del « castello » Eurialo, posto al limite occidentale della grande muraglia che fu allora innalzata a difesa dei quartieri esterni della città, con ogni mezzo e astuzia Dionigi sottomise tutte le città della Sicilia orientale, fino a Cefaledio (Cefalù) e nell’interno fino ad Enna, promuovendo e forzando anzi i tempi dell’opera di elle-nizzazione della popolazione sicula, ordinando importantissimi spostamenti di popolazione, e fondando nuove colonie — come Tindari, sulla costa settentrionale non lontano da Milazzo con un gruppo di Messeni di Cefalonia e Naupatto, ed Alesa con un gruppo di mercenari campani (403) — e tenendo a bada i Cartaginesi: giungendo persino nel 398 (ma solo per quell’anno) ad occupare non soltanto Gela Camarina ed Agrigento e la nuova Imera (l’attuale Tèrmini Imerese), ma anche Erice e Motie. Dopo alterne vicende — e appena dopo la sua morte — il confine tra Cartagine e Siracusa si fissò lungo l’asta dello Halykos, cioè lungo il corso del Plàtani: un terzo dell’isola, dunque, ai Cartaginesi, due terzi ai Greci.

    Rilievo fittile sepolcrale (circa 460 a. C. : Siracusa, Museo Archeologico).

    Siracusa: resti del castello Eurialo, la più imponente opera militare del periodo greco, costruita da Dionigi il Vecchio in appena sei anni, tra il 402 e il 397 a. C.

    La Basilica o Ginnasio di Tindari (Messina), probabilmente del I secolo d. C., sede di comizi e del tribunale.

    Metopa raffigurante il ratto di Europa, esempio del periodo più arcaico della scultura selinuntina (inizi del VI secolo a. C. : Palermo, Museo Nazionale Archeologico).

    Selinunte (Trapani): resti del tempio G, probabilmente dedicato ad Apollo, uno dei più grandiosi dell’architettura greca, rimasto incompiuto (550-480 a. C.). Sullo sfondo, il Tempio E.

    Anche la politica estera di Dionigi fu improntata ad uno schietto spirito imperialista, al punto che fu considerato uno dei più importanti personaggi del suo secolo: fondò colonie nell’Adriatico, numerose, e dominò il Tirreno. La sua aspirazione e il suo disegno politico erano infatti di riunire in una sola unità tutti i Greci di Sicilia e dell’Italia meridionale: aspirazione e disegno soltanto in parte realizzati, più sul piano culturale — cioè dell’ellenizzazione di quelle contrade, anche in Sicilia — che politico. Assai al di sotto delle sue capacità e del gravoso compito che l’attendeva fu il figlio, Dionigi il giovane, che gli successe: durante il suo regno ritornò a Siracusa Platone, il quale tentò di influire sulla struttura politica dello Stato attraverso il primo ministro Dione, contemporaneamente ad Aristippo di Cirene: ma l’anarchia frantumò lo Stato, che Timoleone (344-377 a. C.) restaurando la democrazia cercò di ricostruire, e sconfiggendo i Cartaginesi a Segesta rese più libero da ipoteche esterne. Il richiamo degli esiliati politici e l’arrivo di 60.000 nuovi coloni dalla Grecia non furono tuttavia misuse sufficienti — anche se importanti e coraggiose — per restaurare l’economia siciliana rovinata dalle guerre continue. E Agatocle, fattosi tiranno della città (317-289), a nulla riuscì su questo piano nonostante la remissione dei debiti alle classi socialmente inferiori, e la distribuzione alle stesse — come era costume dei tiranni — delle terre confiscate agli aristocratici uccisi (4000 furono i morti che lo portarono al potere) o esiliati: anche se sul piano politico, portando direttamente sul suolo d’Africa la lotta contri i Cartaginesi e interessandosi attivamente degli affari nell’Italia meridionale — dove occupò Crotone e Hipponion (Vibo Valentia) — sembrò restituire a Siracusa l’antico predominio nel Mediterraneo occidentale, fin entro l’Adriatico. Ma la potenza politica poggiava, ormai da tempo, sulla utilizzazione di soldati mercenari. Dopo la morte di Agatocle, i mercenari — detti Mamertini — si impadronirono di Messina (dove massacrarono la popolazione maschile) diventando padroni dello stretto e perturbatori della vita di tutta la Sicilia orientale: il loro assedio a Siracusa, insieme ai Cartaginesi, fu all’origine della chiamata di Pirro — antico genero di Agatocle — nell’isola, della sua rapida ed inutile passeggiata militare fino a Lilibeo (Marsala) e della fugace sopravvivenza di una continuità della grecità di Sicilia: i Cartaginesi si spinsero, subito dopo il suo furtivo passaggio dello Stretto sulla via di Taranto, fino a Tindari a nord e all’Imera a sud, minacciando Milazzo anche dalle Eòlie oramai occupate; e i Mamertini, padroni della punta nordorientale dell’isola, bloccavano a Siracusa la via dello Stretto. Pressati dai Cartaginesi, che conquistarono Messina nel 274 a. C., i Mamertini invocarono l’aiuto romano. La Sicilia greca aveva fine. Già un ricordo lontano erano la prosperità economica e la vivacità culturale dell’isola: dall’ultimo quarto del V secolo, le spedizioni ateniesi, le invasioni cartaginesi, e poi il poliziesco e brutale regime militare di Dionigi e la sanguinosa dittatura di Agatocle, le lotte interne e le spedizioni imperialiste nell’Italia meridionale e nell’Adriatico, avevano minato alla base l’economia, sia agricola che commerciale, e isterilite l’attività culturale, almeno provvisoriamente. Una delle più meravigliose e fulgide stagioni della storia dell’isola veniva meno, e oramai spossata la Sicilia passava sotto il lungo dominio romano.

    Moneta siracusana dell’età di Timoleone (345-317 a. C.) con la rappresentazione di Zeus Eleuthérios, derivato da un archètipo del secolo V a. C.

    Agrigento: scorcio del tempio detto di Giunone Lacinia, in posizione eminente a ridosso delle mura sudorientali dell’insediamento greco (V secolo a. C.).

    Segesta (Trapani) : il tempio greco, grandioso e semplice, profondamente suggestivo nel suo isolamento, notevolissimo esempio di stile dorico (VI-V secolo a. C.).

    Il teatro di Siracusa, con la platea semicircolare (orchestra), il più importante monumento dell’architettura teatrale greca in Sicilia (costruito nel VI secolo, e più volte rimodellato fino al III secolo a. C.).

    Il lungo dominio romano

    Il contrasto greco-cartaginese, mai risolto in ben cinque secoli di colonizzazione greca dell’isola, divenne contrasto romano-cartaginese. Sul bosforo italiano — dove i Romani erano giunti nel 270 a. C. a liquidare la ribellione dei mercenari campani di Reggio — si fronteggiavano ormai le due maggiori potenze imperialistiche del Mediterraneo, sollecitate dallo stesso desiderio di espansione territoriale e di conquista. Dopo una lotta più che ventennale — la prima guerra punica: 264-241 a. C. — e una seconda quasi altrettanto lunga (218-202) — e tra l’una e l’altra Siracusa potè ancora formare, sotto Ierone II, un regno smilzo superficialmente ma molto vivace, e sul piano economico potè costituire il mercato granario più importante dell’isola, e su quello culturale potè formare, attorno alla corte reale, un’oasi luminosa illustrata soprattutto dall’idillico Teocrito e dalla complessa figura di Archimede, fisico e matematico — la Sicilia cadde definitivamente sotto il dominio di Roma. Siracusa, che da alleata era divenuta nemica di Roma, fu spogliata di ogni ricchezza: e come trionfo le più illustri opere d’arte della città furono portate sulle rive del Tevere. La Sicilia divenne una provincia di Roma, e la sua funzione fu limitata — almeno fino all’èra volgare, quando le si associò l’Egitto — a quella di regione fru-mentaria dello Stato. Sotto la pace romana, cessata ormai e mortificata ogni velleità politica di indipendenza, lo sfruttamento agricolo si fece più intensivo e fu esteso a tutte le regioni dell’isola: si parla di una produzione di grano di 5 milioni di ettolitri, per una popolazione che stime contrastanti indicano tra 600.000 e 1.350.000 anime. Ma si tratta ormai di una economia di tipo decisamente coloniale: gran parte della produzione e soprattutto gran parte dei redditi locali lasciano l’isola per la capitale. E gli agricoltori liberi vengono pressati dai pubblicani, che ottengono l’appalto della riscossione delle imposte, e dagli usurai, che li soffocano incidendo pesantemente sui loro redditi. E la maggior parte delle terre dell’isola venivano trasformate in « ager publicus », cioè in proprietà del demanio statale e date in affitto ai cavalieri romani — divenuti la classe più ricca della Sicilia —, i quali le facevano lavorare da numerose schiere di schiavi, venuti dall’Asia e comprati a Delo. L’organizzazione amministrativa dell’isola era stata infatti basata sulla considerazione dell’amicizia e della maggiore o minore opposizione delle città siciliane alle truppe di Roma: ebbero confiscate tutto il territorio — che divenne agro pubblico — le più ostinate nella resistenza: tra le altre la gloriosa Siracusa, la ribelle Selinunte e gli estremi ridotti cartaginesi, Erice e Lilibeo (Marsala): furono dette città «censorie». Le altre città erano in genere sottoposte al tributo annuo della decima in natura (grano), e pertanto dette «decumane»; tre appena erano legate a Roma da un patto di alleanza: Messina, Tauromenio (Taormina) e Neeto (Noto Vecchia): tutte nella

    Sicilia orientale, la più ostile a Siracusa e quindi la più vicina a Roma; e cinque soltanto erano « libere » ed esenti da imposte : e tra queste ultime specialmente importanti Segesta e Palermo. Un propretore governava l’isola, con sede a Siracusa, investito dei poteri politici e militari, ed assistito da due questori, con sede rispettivamente a Siracusa e a Lilibeo : responsabili del tesoro, dovevano provvedere alla raccolta delle imposte e al prelievo della decima. Il malcostume politico che subito dilagò trasformando la Sicilia in una terra da spogliare — e in effetti la spogliarono gagliardamente i pubblicani — e l’inumano sfruttamento degli schiavi, dovevano più volte e seriamente portare l’isola alla ribalta della politica, a Roma: il processo contro Verre (nel 70 a. C.), patrocinato da Cicerone, e le due lunghe e sanguinose guerre servili — nel 139-132, sotto la guida di Euno siriano, nel territorio di Enna; nel 104-99 con la guida di Cleone, e poi di Atenio, con focolai sparsi, tra i quali vivacissimi furono quelli di Tauromenio e di Enna — servirono a mettere a nudo una situazione pressoché insopportabile, e capace soltanto di bloccare lo sviluppo economico e sociale della Sicilia, che si era già notevolmente degradato nel corso del IV secolo a. C. Con la pace augustea, la situazione sembrò migliorare nel campo amministrativo e politico : la provincia, passata senatoria, era governata da un proconsole dai poteri limitati; le imposte non furono più appaltate ; e la decima del grano fu sostituita con una tassa, dal momento che l’Africa — cioè l’Egitto — ormai era più che sufficiente a soddisfare le necessità di approvvigionamento in frumento dell’impero. Nel 212, finalmente, i Siciliani ebbero da Caracalla il « diritto latino ». Grave, tuttavia, fu nel complesso la decadenza delle grandi città del passato, che col tempo perdettero persino il ricordo della loro grandezza; prive dell’indipendenza politica, avevano gradualmente visto restringersi il campo d’azione e di influenza, e si andavano trasformando in centri di carattere regionale e locale, come Siracusa, Gela ed Agrigento, dalle quali la ridotta popolazione sciamava nelle campagne; ed altre erano scomparse sotto la furia di barbare distruzioni, e si trovavano condannate ad un continuo, graduale isterilimento sotto il flagello — che l’incuria degli uomini cominciava a far espandere su tutte le coste e le piane delle regioni meridionali — della malaria: come Selinunte, Camarina e Lentini. Si passava non troppo lentamente, durante il dominio romano, da una civiltà veramente urbana ricca di fermenti ad una civiltà più spiccatamente rurale priva o comunque povera di ambizioni; da una struttura fondiaria non equa ma relativamente equilibrata ad una struttura latifondistica insensibile alle esigenze sociali della popolazione e noncurante dello sfruttamento razionale delle terre (la diminuzione degli schiavi dovuta alla pace imperiale portava inesorabilmente, poco a poco, alla degradazione dei metodi di coltura nelle campagne) : anche se i grandi proprietari romani costruirono ville di campagna con un dispendio di mezzi eccezionale, con gusto talora squisito e financo con eccessiva ricercatezza, come fa fede la villa di Piazza Armerina del III secolo d. C. Ma pur nella decadenza delle città, in virtù dell’impulso, almeno nei primi secoli della Sicilia romana, dato all’agricoltura e in ispecie alla cerealicoltura, le campagne dell’isola si andarono punteggiando di numerosi centri abitati, di borgate e cittadine — rura, vici, municipia — formando una maglia di insediamenti assai più fitta di quella del periodo greco, come le ricerche archeologiche tendono a dimostrare e come ha giustamente sottolineato il Pace: al punto che ne trassero vantaggio, per i rapporti esterni con Roma — e da Roma non pochi infatti scendevano nell’isola come visitatori, attratti dalla sua natura e dalle sue ricchezze artistiche — anche alcuni centri portuali, come Catania, Palermo e Lilibeo. Ma al pari di altre contracie dell’impero, anche per la Sicilia il fatto più importante di questi secoli di romanità fu la diffusione nell’isola del messaggio cristiano, che trovò un terreno fertilissimo nella popolazione diseredata e richiamò a radicali ripensamenti — in un periodo in cui tutti i valori, specie dello spirito, sembravano dissolversi — e alla conversione anche una parte della classe dirigente più sensibile. La diffusione del cristianesimo nell’isola non si può seguire, almeno finora, con sicurezza: comunque, le prime comunità cristiane della Sicilia sono senz’altro successive al I secolo d. C. — le più antiche tombe cristiane finora scoperte rimontano al II secolo — e quindi posteriori allo scalo di San Paolo a Siracusa, nel suo viaggio verso Roma, episodio al quale si fa di solito rimontare l’evangelizzazione dell’isola.

    Piazza Armerina (Enna) : mosaico pavimentale con scene di caccia africana, dalla Villa romana del Casale, del III-IV secolo d. C.

    Vedi Anche:  La distribuzione e la struttura della popolazione

    Siracusa: galleria delle catacombe di Vigna Cassia.

    La riconquista bizantina

    Nella dissoluzione dell’impero romano, la Sicilia ebbe a soffrire più sul piano economico che su quello militare: la rovinarono, al pari delle altre contrade dell’impero, la disorganizzazione amministrativa, le continue crisi economiche, l’avvizzimento dei traffici, gli eccessi fiscali, fenomeni accompagnati da carestie e da epidemie, da un ulteriore impoverimento — anche demografico — delle città, e da un lento ma incessante alleggerimento della compagine demografica complessiva. Ma nell’assieme la relativa ricchezza agricola dell’isola la preservò da carestie devastatrici, mentre la posizione geografica, ora periferica rispetto ai fulcri politici più vitali, la difese a lungo dalle invasioni barbariche. Le quali turbarono poi per più di un secolo — dal 440 al 535 — la vita dell’isola: il vandalo Genserico, ariano, fece perseguitare i cattolici, deportare i vescovi e spogliare i santuari, e più tardi l’ostrogoto Teodorico tornò alle stesse lotte religiose, dopo un lungo periodo di tranquillità, durante il quale, preservate le proprietà fondiarie e incamminate le due razze — i Goti e i Siciliani — sul binario della separazione politica e religiosa, senza fraterniz-zazione ma anche senza urti, il commercio cerealicolo potè riprendersi in qualche misura, e i grandi proprietari di latifondi — aristocratici di Ravenna e comunità ecclesiastiche — poterono realizzare imponenti profitti. La riconquista bizantina — avvenuta nel quadro grandioso della restaurazione dell’antico impero ideata e vagheggiata da Giustiniano — lasciò la Sicilia terribilmente spossata — dopo una guerra quasi ventennale, che la vide cittadella dei generali bizantini e campo di depredazione dei Goti: specie di Totila, nel 549 — al punto da trarre poco vantaggio dalla successiva, lunga dominazione di Bisanzio. Amministrativamente indipendente per il grande ruolo giuocato durante la guerra, e con i due poteri, civile e militare, disgiunti, poco a poco la Sicilia si trasformò — sotto la pressione longobarda nel continente, e il pericolo arabo sui mari — in un « tema » governato da uno stratega. La concentrazione di ogni potere comportò un ulteriore impoverimento delle iniziative ed una sclerotizzazione delle forze locali. Le città, per l’atrofia del commercio, si spopolarono oltre misura; e in generale l’economia, frustrata dagli eccessi e dall’ingiustizia delle imposte, oltre che dall’insicurezza derivante dalle lotte di religione, languiva col tempo sempre più. Dalle città si migrava verso le campagne, dove si andarono moltiplicando i villaggi di grotte, in posizioni impervie: nelle valli incassate, e fin entro le pareti strapiombanti dei gradini che limitano i tavolati e i ripiani: vecchi siti preistorici, come la zona della necropoli di Pantàlica, vennero rioccupati ed abitati. Nella campagna dominava ancora il latifondo, sotto la forma della « massa », o grande proprietà, posseduta dalla nobiltà o dallo stesso imperatore o dalla chiesa. Ma per la maggior parte i contadini, sotto l’influenza liberatrice della chiesa cristiana, erano ormai coloni, e non più schiavi (anche se residui di schiavitù si ritrovano ancora nel VI secolo d. C.): ora salariati liberi, ora legati al latifondo da una specie di servaggio più o meno duro. Il ruolo della chiesa romana era infatti enormemente cresciuto dall’immensità dei suoi domini, dalla diffusione di numerosi monasteri favorita dal papa Gregorio Magno, dalla protezione largamente accordata dalla chiesa stessa alla popolazione, che rimaneva, attorno al vescovo di Siracusa, primate dell’isola, strettamente legata all’ortodossia romana, e immune dalle eresie orientali, del mono-telismo (VII secolo) come dell’iconoclastia (VIII-IX secolo). La coesistenza delle due lingue, la greca e la latina — fin dal periodo imperiale romano — favorì la capacità di resistenza del gruppo latino di fronte a quello greco bizantino, che finì per prevalere soltanto dalla seconda metà dell’VIII secolo: dopo che (725) l’imperatore Leone l’Isaurico proibì il culto delle immagini — al quale i latini erano particolarmente legati — confiscò i beni della chiesa romana, e unì la chiesa siciliana al patriarcato costantinopolitano (732), distaccandola dall’influenza di Roma. Se dal punto di vista religioso la Sicilia parve così strettamente legata all’impero bizantino, le strutture politiche da più di un secolo, cioè dal VII in poi, si andavano vieppiù sgretolando in rapporto all’opera di sovvertimento operata da una nuova forza politica, viva ed esplodente: gli Arabi. Le secessioni dei capi bizantini entro l’isola, e le depredazioni arabe lungo le sue coste con puntate fin nell’interno — nel 652 la prima volta, e poi ancora nel 669, e poi sempre più frequentemente fino al 740, quando Siracusa assediata dovette versare un tributo, e dopo un’interruzione quasi cinquantennale con maggior frequenza all’inizio del IX secolo — sconvolsero la vita siciliana. La quale fu ulteriormente tormentata dalle lotte connesse con la successiva conquista musulmana.

    La conquista araba e la rinascita economica e culturale dell’isola

    La conquista araba della Sicilia fu lenta e particolarmente contrastata: prima a cadere fu Mazara, dove sbarcò la flotta musulmana nell’827, e poi nell’830 Palermo, divenuta subito la capitale. Via Messina cadde soltanto nell’842, Gastrogiovanni (Enna) nell’859 e ancora più tardi Siracusa (878) e Taormina (902). La lentezza della conquista musulmana doveva ripercuotersi sulle orme che la civiltà araba avrebbe lasciato nell’isola, più o meno profondamente permeandola o addirittura appena toccandola in superficie. Fu allora che l’isola fu divisa in tre parti, o Valli. In quello occidentale, o Val di Mazara, che dall’estremo occidente si spingeva fino al Salso o Imera meridionale — il campo di influenza prevalente, in certi periodi, anche dei Cartaginesi — l’influenza araba fu più intensa: la libertà religiosa comportò pochi atti di persecuzione, e gli abitanti — a parte gli schiavi per diritto di conquista — poterono conservare il godimento delle loro terre con il pagamento di una imposta fondiaria, e in complesso divennero sudditi, cui incombeva il pagamento di tasse speciali. Nella Sicilia sudorientale, invece, il Val di Noto — che dal Salso si allargava fino al litorale siracusano, e nell’interno era limitato dai colli che fan corona ad Enna e dal Simeto — la colonizzazione musulmana fu assai più tardiva e sporadica, e nell’estremo nordest, o Val Demone — che corrisponde grossolanamente alla provincia montuosa di Messina e alla regione etnea — l’influenza araba fu superficia-lissima, quasi epidermica, nonostante le lotte sanguinose per sottometterla, e il peso di un tributo annuo alfine imposto a tutte le comunità, previamente smantellate. Qui i dissensi tra i capi arabi, ma anche la natura aspra del terreno avevano facilitato il movimento di resistenza per più di un secolo, e reso possibile il frequente rifiuto al versamento regolare del tributo: fino al 962, quando la guerra santa condotta a più riprese dall’emiro kalbide Ahmed — che conquistò Taormina a sud, e Rometta a nord — portò alla sottomissione di questo vallo irrequieto: divenuto ormai il più povero dell’isola per la continua resistenza armata e le periodiche razzie e spogliazioni arabe provenienti dall’ovest. La Sicilia era dunque una provincia dell’impero musulmano: governata da un emiro, e successivamente — dopo molte lotte intestine, determinate dall’opposizione tra Arabi e Berberi e dalle gelosie di casta — una specie di principato ereditario, pressoché indipendente. Furono appunto gli emiri della famiglia di Al-Hassan, i Kalbidi, a scuotere durante quasi un secolo — dal 947 al 1040 — la Sicilia dal suo torpore, dopo un periodo di lotte che avevano ulteriormente abbassato le sue condizioni economiche e impoverita la sua struttura demografica. Chiamata a far parte di una civiltà giovane e dinamica, la Sicilia ebbe allora un notevole risveglio, nell’economia come nella vita culturale. I commerci, legandola con tutte le regioni musulmane dell’Occidente, dalla Spagna fino all’Africa settentrionale, avevano sollecitato le stanche molli della sua economia, sia agricola che industriale. Il porto di Palermo attrasse a sè la maggior parte di questi traffici, e la città godette ben presto di una reputazione e di una prosperità proverbiali, e fu cantata per i suoi giardini, le sue moschee, i suoi meravigliosi edifici. Soprattutto l’agricoltura fu intensificata e migliorata, nelle colture come nelle tecniche e nei metodi produttivi. Fu introdotta l’irrigazione, ed estesa dovunque fu possibile: in tutte le piane costiere, da quella di Palermo a quella di Carini, da quella di Siracusa a quella di Milazzo, in modo da innalzare sensibilmente la redditività della terra. Ed i miglioramenti interessarono sia le terre di Stato e quelle private dei militari e dei coloni arabi, sia le terre che erano rimaste nelle mani dei cristiani, che le coltivavano dietro il pagamento di una tassa speciale, il « kharadj ». L’intensificazione delle colture era del resto resa possibile, finalmente, dopo molti secoli di disordine politico ed economico, dalle confische per diritto di guerra, dalla colonizzazione e dalle leggi successorie che servivano insieme a frantumare, almeno entro certi limiti, le grosse proprietà fondiarie mal condotte; e ancora veniva spinta innanzi, tale intensificazione, dall’introduzione e parziale diffusione di nuove colture: del gelso, destinato ad una enorme importanza nei secoli successivi con lo sviluppo della sericoltura; e degli agrumi (arancio forte e limone), che fanno oggi la ricchezza di alcune larghe plaghe costiere; e ancora del cotone, della canna da zucchero e della palma dattilifera, destinate invece a non prospero sviluppo. Il risveglio economico — come del resto quello culturale: notevole fu la scuola poetica siciliana, e noti nel mondo arabo vari suoi esponenti come Al-Ballanubi e Ibn-Hamdìs — interessò in modo particolare la parte occidentale dell’isola, cioè il Val di Mazara; e l’apporto culturale arabo — per quanto non manifesto in alcun importante monumento — fu pure determinante, come si può arguire dallo studio della successiva cultura normanna. Verso la metà del secolo XI, travagliata dalle lotte intestine che vedeva opposti i signorotti locali, la Sicilia araba era infatti ormai matura e aperta al dissolvimento.

    Rometta, su una dorsale tirrenica dei Peloritani, centro di particolare importanza culturale e strategica nel periodo bizantino.

    Resti di acquedotto arabo nel territorio di Bucchéri, sugli alti Iblei. L’abitato è di origine araba.

    Palermo: il ponte dell’Ammiraglio, innalzato sull’Oreto (successivamente deviato) all’inizio del XII secolo, testimone del primo scontro tra i garibaldini scesi dal valico di Gibilrossa e i borbonici.

    Il regno normanno e la nascita del latifondo

    L’eredità araba passò al conte Ruggero d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, che con i suoi avventurieri normanni aveva costruito nell’Italia meridionale un vero regno: in meno di trent’anni (1061-1091) la Sicilia si trovò nelle mani del più giovane figlio di Tancredi: più facilmente il Val Demone, dove fu determinante l’aiuto dei cristiani, con maggiori difficoltà davanti alle munite roccheforti arabe dell’interno, come a Castrogiovanni (Enna). Ben presto — nella prassi molto prima che ufficialmente (1130) — il polo del regno normanno si incentrò in Palermo, dove fu fissata la corte e dove Ruggero II promulgò le sue Assise, un’organica raccolta di disposizioni legislative, di natura fondamentalmente eclettica e di sapore profondamente moderno. La politica interna normanna fu improntata ad una notevole liberalità: nonostante l’accentramento dell’amministrazione, che diede allo Stato una solida struttura, anche nel campo finanziario e militare, e permise a Ruggero II di creare in meno di cinquant’anni un vasto regno, dalla Campania fino alla Tunisia e alla Tripolitania (conquistate lungo una fascia costiera tra il 1146 e il 1149). Si posero allora, è vero, le basi del regime feudale, con la creazione di baroni di origine prevalentemente normanna, cioè francese, che tenevano saldo il paese entro una maglia di numerosi e muniti castelli: ma si evitò la costituzione di feudi troppo estesi e si limitò l’autorità dei signori grazie allo sdoppiamento dei due settori più importanti dell’amministrazione: della giustizia criminale e della giurisdizione feudale da una parte, tenuta da funzionari detti giustizieri, e degli affari finanziari dall’altra sbrigati dai cosiddetti camerieri; e questi funzionari entravano a far parte, con egual diritto, della cosiddetta « curia magna », formata anche dai grandi signori feudali, dagli alti prelati e dai capi militari. In tal modo fu possibile limitare l’autonomia dei feudi, ed evitare le lotte baronali, cioè locali, e lo stato d’incertezza che paralizzarono altrove la struttura feudale degli Stati. Ed una politica altrettanto intelligente i re normanni seguirono in un altro delicato settore, quello religioso, seguendo anche ufficialmente un principio di tolleranza per i tempi avanzatissimo, e chiamando alla collaborazione nell’organizzazione, rafforzamento e sviluppo dello Stato tutte le comunità — la latina, la greca, l’ebraica e la musulmana — che potevano usufruire anche nei giudizi delle proprie leggi.

    Cefalù : finestra del palazzo di Ruggero (secolo XII).

    La chiesa romana fu quella ufficiale; ma pieni diritti godette anche quella di rito greco — al momento della conquista, come sottolinea M. Amari nella sua Storia dei Musulmani in Sicilia, l’isola era « più che per metà araba, e bizantina per quasi tutto il resto» —: che anzi Ruggero I aveva facilitato lo stabilimento e lo sviluppo dei conventi basiliani nell’isola, e ad alcuni — come a quello messinese del Salvatore — aveva concesso particolari privilegi; e gli stessi musulmani, liberi nella professione della loro fede — anche se nella campagna molti furono ridotti in condizione servile — poterono largamente partecipare agli affari di Stato, occupando posti di responsabilità nell’amministrazione normanna. Questa linea di condotta, improntata ad una larga tolleranza politica e religiosa, che diede all’isola un lungo periodo di pace e di tranquillità — tranne qualche parentesi di torbidi nobiliari — doveva evidentemente ripercuotersi sulle condizioni dell’economia isolana. Il processo di sviluppo che aveva contraddistinto l’ultimo secolo di dominazione araba, continuò quasi senza interruzione. I rapporti commerciali erano intensissimi, e fecero della Sicilia il perno del traffico tra l’est e l’ovest, tra il mondo musulmano e il mondo cristiano — e tramite la Sicilia gran parte della cultura araba e delle tradizioni culturali bizantine passò a vivificare quella ancor scarnita e sclerotica d’Europa: basta ricordare il notevole trattato di geografia di Idrisi, scritto su suggerimento e stimolo e incoraggiamento di Ruggero II —. In mezzo al Mediterraneo, la Sicilia dominava le vie di navigazione: esportava nei paesi arabi il grano, arricchendo le casse statali delle forti monete orientali (d’oro e d’argento, ancora rari in Europa), né temette di dedicarsi un poco anche alla pirateria — non piccola voce del tesoro reale — fino in Grecia e nel bosforo greco. Alcuni porti siciliani — specie Palermo e Messina — godettero allora di un periodo di particolare prosperità e potenza. E tutto questo rigoglio, politico ed economico, trovò anche nell’arte realizzazioni di particolare suggestione, di un eclettismo armonico e complesso, in cui si fondono tutte le tendenze, la preziosità e decoratività arabe, la monumentalità occidentale, e la fastosità e solennità bizantine: l’abbazia di Monreale, il palazzo della Cuba, la cappella Palatina e la chiesa della Martorana, San Cataldo e San Giovanni degli Eremiti a Palermo e ancora la cattedrale di Cefalù. Nel 1194 il regno normanno vien meno: ma la brutalità della conquista sveva viene presto cancellata dal regno di Federico II. Il quale, rompendo le resistenze dei feudatari e pur mortificando e soffocando le aspirazioni autonomiste dei comuni, cioè instaurando una monarchia fortemente assoluta, di cui le «Costituzioni del Regno di Sicilia» o «Costituzioni di Melfi» (1231) fanno fede, riuscì, estendendo il controllo statale anche al campo dell’economia, a ravvivare il commercio, specie della seta, del grano, del sale e del ferro, che furono convogliati all’esterno (i primi tre) grazie ad una poderosa flotta mercantile siciliana. La monopolizzazione, anche se fruttuosa per lo Stato, dei principali settori dell’economia, doveva tuttavia inevitabilmente rovinare la borghesia commerciale dei porti siciliani, anche per il permesso di residenza concessa ai banchieri pisani. Se uno stimolo Federico II ha dato all’economia dell’isola — sostengono molti storici — si è però trattato, in effetti, di uno stimolo destinato ad esaurire il proprio slancio sotto il peso di imposte improduttive, cioè di imposte fagocitate dalle enormi spese militari necessarie per sostenere una politica estera imperialista. La Sicilia, difatti, appariva spossata verso la metà del XIII secolo, e pronta ad entrare in un periodo di lunga sottomissione politica e di grave decadenza economica.

    Palermo: San Cataldo e campanile della Martorana, due opere preziosissime dell’arte normanna.

    Dagli Angioini agli Aragonesi: baroni, guerre, miseria

    La devoluzione della Sicilia ai re angioini (1266) era destinata non tanto a dar principio, ma piuttosto a rendere più evidenti e palesi i molti mali che da tempo ormai minavano la vita siciliana, pur sotto il velo dell’indipendenza politica. Carlo I d’Angiò tentò in effetti sia di mantenere il regime fredericiano, amministrativo come finanziario, sia di ravvivare il commercio siciliano con i paesi africani e del Mediterraneo orientale. Ma lo scivolamento della sede del governo da Palermo a Napoli, che aveva suscitato notevoli risentimenti, per i motivi più vari e spesso contrastanti, tra il popolo come tra la classe nobiliare; la estesa infeudazione di numerose grosse proprietà a baroni francesi; il rincrudimento dei monopoli e soprattutto il peggioramento del sistema fiscale — divenuto via via più vessatorio, colpendo con decreti assurdi ogni cosa: dalle foreste alle spiagge, dai prodotti dell’allevamento a quelli dell’agricoltura, e al traffico, mortificando ogni tentativo di ripresa e di sviluppo di ogni classe sociale — tutto contribuì a creare fin dall’inizio un solco profondo tra il popolo siciliano e i re angioini, solco reso incolmabile dalle violenze della riconquista a seguito dell’infelice insurrezione suscitata intorno al nome del giovane Corradino. La sollevazione del 1282, divampata a Palermo il lunedì di Pasqua vicino alla chiesa di Santo Spirito, all’ora dei Vespri, fu pertanto un’esplosione spontanea che si propagò come mirabile, prorompente ondata su tutta l’isola: e fu — secondo scrisse lo storico francescano Nicolò Speciale qualche tempo dopo — non « semplicemente ribellione, ma anzi ripulsa di ingiurie, intollerabili, scampo da morte acerba ed espiazione di flagelli ». Il moto portò ad un abbozzo di confederazione delle città siciliane, la libera « communitas Siciliae » : che fu un tentativo di istituire uno Stato autonomo su basi repubblicane, quasi subito svanito per l’intervenuta alleanza dei rappresentanti delle città con alcuni grandi baroni, i quali avevano dall’esterno contribuito alla preparazione del sollevamento del Vespro contro gli Angioini — notevolissima e determinante fu l’opera di Giovanni da Procida alla corte aragonese — ed ora erano interessati a liquidare gli ordinamenti comunali. Gli Aragonesi, giunti al potere grazie all’intelligente opera svolta dall’ammiraglio Ruggero di Lauria nelle acque dei mari di Sicilia — ché guerra marittima fu in prevalenza — e soprattutto Federico d’Aragona si sforzarono di dare all’isola una nuova costituzione politica: il vecchio parlamento doveva essere riunito almeno una volta l’anno, e fu diviso, come in Spagna, in tre « bracci »: l’ecclesiastico, il militare o baronale, e il demaniale, costituito quest’ultimo dai rappresentanti delle città libere, dipendenti soltanto dal re. Questo braccio demaniale doveva, nell’intenzione del re, equilibrare la potenza dei baroni. La quale per contro aumentò a dismisura, favorita dallo stato di guerra continuo (le spedizioni napoletane durano gran parte del XIV secolo, dal 1327 fino al 1372) che bloccò il commercio, rovinò la borghesia, minò alla base ogni tentativo di libero sviluppo delle città, e devastando le campagne impoverì ulteriormente l’agricoltura, seminando con il saccheggio e la devastazione il terrore e spingendo folle di contadini a lasciare i campi e ad assoldarsi alle numerose bande armate che si erano andate costituendo. Proprio in questo periodo — cioè quando l’Italia settentrionale, ormai liberatasi dalle strutture feudali, si incamminava verso forme di organizzazione politica più moderne — in Sicilia, come in tutta l’Italia meridionale, si instaurava o meglio si rafforzava il regime feudale. Le lotte baronali avevano squassato l’isola sprofondandola in una irresolvibile anarchia, avevano distrutte le basi della sua economia, e favorito la ricostituzione di grandissimi feudi. La miseria dilagava ovunque, portata in ogni angolo dalle lotte crudeli che infierivano tra i baroni siciliani, i baroni latini e quelli catalani, e dalla rivalità che oppose tra loro in una lotta senza quartiere le più grandi casate nobiliari : i Chiaramonte, i Ventimiglia, i Palizzi, gli Alagona. « Tutte le città e terre di Sicilia — doveva scrivere verso la fine del Settecento il benedettino Giovanni Evangelista De Blasi — erano in iscompiglio e la desolazione era sparsa in tutta l’isola », e in ogni contrada « non vi era sicurezza alcuna nei cammini, e si correa pericolo nei viaggi, così per terra che per mare, di essere inaspettatamente assaliti da quelli del partito contrario, fatti prigionieri e condannati al laccio o al fuoco ». I baroni, già padroni dell’isola nel quarto decennio del XIV secolo, si divisero la Sicilia in grandi domini, mortificando il potere reale che fu imbrigliato e reso impotente: al punto che alla morte di Federico il Semplice (1377), i grandi baroni furono associati nel vicariato dell’isola, che fu divisa di fatto in quattro vicarie, sotto le famiglie Chiaramonte, Ventimiglia, Peralta e Alagona. Tre decenni dopo (1409) ogni autonomia, anche soltanto formale, venne a cadere: la Sicilia si trasformò in una dipendenza spagnuola.

    L’imponente mole del Castello dei Ventimiglia, a Castelbuono (Madonie), del XIII secolo.

    La Sicilia vicereale: una colonia spagnuola

    Alla riunione delle due corone, la siciliana e la spagnuola, invano si opposero i baroni siciliani, latini e catalani, fautori dell’autonomia: e da allora i baroni, al pari dei comuni liberi, si sforzarono soltanto di mantenere i vecchi privilegi, immunità, libertà, e di strapparne dei nuovi. Durante il primo periodo della dominazione spagnuola — che politicamente si estrinsecò mediante l’opera di viceré — i re d’Aragona parvero interessarsi dell’isola come di un perno, il fondamentale (specie sotto Alfonso V, tra il 1416 e il 1458), della loro politica espansionistica nel Mediterraneo occidentale. E cercarono perciò di favorirne la vita economica e culturale: nella prima metà del Quattrocento il porto di Palermo fu allargato, e Catania ebbe l’università. Ma ben presto l’isola fu del tutto sottomessa agli interessi spagnuoli, e ne divenne una colonia, una terra da tener salda e da sfruttare, nelle sue risorse naturali e nella sua posizione strategica mediterranea. Alcuni provvedimenti ispanici di carattere politico — come l’espulsione degli Ebrei ordinata da Ferdinando il Cattolico nel 1492 e l’introduzione del tribunale del Sant’Ufficio nel 1513: provvedimenti trapiantati direttamente dalla Spagna in Sicilia — dovevano avere anche notevoli ripercussioni nel settore dell’economia. D’altra parte, questi gravi provvedimenti coincidevano con le prime manifestazioni, politiche ed economiche, della nuova situazione venutasi a creare con la scoperta del Nuovo Mondo (1492): il perno degli interessi mondiali si andava decisamente spostando — e a grandi passi — dal Mediterraneo all’Atlantico, e il diminuito valore della posizione centrale della Sicilia nel Mediterraneo doveva ripercuotersi negativamente su tutta la sua struttura economica. Tanto più che il potere arbitrario del viceré, il pesante carico fiscale imposto dalle necessità crescenti della politica di potenza spagnuola (specie sotto Carlo V, nella prima metà del Cinquecento ), e la straordinaria lentezza delle decisioni del potere centrale comportavano un’amministrazione dell’isola via via più disordinata, caotica e insopportabile, trasformandosi presto in motivi e stimoli a numerose rivolte popolari: quasi sempre senza scopi chiari e ben definiti, epperciò sterili fin sul sorgere, ma talora consapevoli e generosi disegni di riscossa e indipendenza: come il tentativo dell’aristocratico Gianluca Squarcialupo di stabilire un regime repubblicano, presto soffocato nell’assassinio (1517), e qualche anno dopo (1523) la rivolta dei quattro fratelli Imperatore per la costituzione di un regno autonomo sotto la protezione francese. E anche perché il Mediterraneo, dopo la caduta di Costantinopoli sotto i Turchi (1453), cominciò ad essere infestato dalle scorrerie turchesche, e la Sicilia — al pari di altre contrade mediterranee, e anzi più di quelle — fu facilmente soggetta a subirne i colpi di mano e gli assalti lungo tutto il perimetro delle sue coste. Ne soffrirono, o caddero del tutto, i suoi rapporti commerciali con i paesi africani e dell’Oriente vicino; né sollievo economico le venne dall’essere stata scelta come una delle basi principali, per più di un secolo, nella lotta contro i pirati. E nessun vantaggio le portò la partecipazione di numerosi suoi vascelli alla vittoriosa battaglia di Lepanto contro la potenza ottomana (1571), che parve dare nuovo respiro all’Occidente.

    Càccamo (Palermo): l’imponente castello merlato, più volte ingrandito sul probabile nucleo di una costruzione fortificata cartaginese, a picco su un’erta rupe, a dominio della valle del San Leonardo.

    L’economia dell’isola avvizziva sempre più, invischiata da un governo incapace e soffocata da una struttura sociale chiusa ad ogni rinnovamento. In piena decadenza erano le industrie tradizionali, specie dei drappi e della seta, molto fiorente nel Quattrocento, di cui Messina era riuscita ad ottenere il privilegio della raccolta sul suo mercato, che vantava una fiera di rinomanza europea, e dell’estrazione fuori dell’isola; e avvizzite le altre attività economiche. Di fatto, nelle città mancava o faceva difetto la classe media: le corporazioni delle arti, o maestranze — associazioni economiche legate alle attività industriali: con interessi anche nel campo dell’assistenza sanitaria e religiosa, oltre che nel campo politico — non erano ancora riuscite a dar corpo ad una borghesia autonoma e salda, che potesse validamente rompere con le predominanti e pesanti strutture feudali. E nelle campagne proprio in questo periodo i coltivatori indipendenti venivano gradualmente costretti dalla prepotenza baronale e dall’inefficienza delle leggi a trasformarsi in lavoratori giornalieri o in salariati, spesso disoccupati o sottoccupati. I grandi domini fondiari non solo resistevano — favoriti ora, oltre che dalla deficienza della rete stradale e dall’estrema dispersione dei punti d’acqua, anche dall’insicurezza provocata dal brigantaggio e dai tiranneggiamenti baronali, e dall’impossibilità per la popolazione di dissodare e colonizzare liberamente i vasti terreni incolti posseduti dagli stessi baroni — ma si allargavano con il favore vicereale in modo considerevole: città e beni del demanio reale venivano via via usurpati dai baroni, e addirittura venduti alla classe baronale. Al punto che mentre le terre allodiali erano soggette ad una crescente opera di rarefazione e rimpiccioli-mento — nel Seicento non occupano ormai più che un quarto della superficie territoriale dell’isola — molti feudi si trasformarono in veri e propri stati, e i baroni vi riscuotevano le imposte e amministravano la giustizia. O piuttosto vi esercitavano il sopruso : in effetti i baroni e i grandi proprietari — e spesso anche i liberi comuni — cercavano di soffocare in ogni modo le attività dei coltivatori della campagna, sottoponendoli coercitivamente ad un pesantissimo fardello di disposizioni, le quali — oltre a prolungarne la durata del lavoro prestato (che inevitabilmente si ripercuoteva sul tempo libero a loro disposizione) e a bloccarne i salari (ciò che comprimeva i redditi sul lavoro prestato dai contadini ai baroni) — quasi impedivano ai liberi coltivatori della terra l’uso dei forni, dei trappeti e dei mulini, li costringevano alla vendita dei prodotti ricavati dai loro campi a prezzi imposti, ed in ogni modo, dunque, tentavano da una parte di trasformare questi agricoltori da liberi in dipendenti, e dall’altra di accumulare i redditi della terra soltanto nelle loro mani. Né ad allentare tale oppressione e ad alleggerire tale sfruttamento erano valse le prammatiche reali, vere « grida » destinate a perdersi e a svanire quasi subito sotto la pressione delle forze baronali: nel vuoto caddero la prammatica di Martino il Giovane del 1396, come quelle di Ferdinando il Cattolico un secolo dopo (1482), e di Carlo V nel 1535. E i feudi — cioè le campagne — rimanevano spesso incolti o venivano sfruttati con una magra cultura estensiva di grano in campi dispersi su vasto tratto, e per brevi periodi soltanto, prima di ritornare al riposo o al maggese erboso, erano usati come pascolo; e le tecniche di coltivazione rimanevano antiquate, legate all’aratro di legno e al mulo o all’asino. E i contadini vivevano in grande miseria materiale e spirituale: che solo la Chiesa, pure interessata alla grande proprietà, ma più liberale e pronta all’assistenza, specialmente attraverso i conventi, cercava in qualche modo di alleviare e sanare. Ma la povertà era grande, e la stessa produzione di grano non era nemmeno sufficiente a soddisfare le esigenze alimentari della popolazione dell’isola: anche se si esportava da diverse contrade.

    Vedi Anche:  La rete idrografica e l'azione dei fiumi

    L’abside della chiesa dei Santi Pietro e Paolo, opera ben conservata del periodo normanno (secolo XI): essa faceva parte del convento basiliano omonimo, innalzato entro la valle della fiumara d’Agro, non lontano dal mare (Messina).

    Buscemi (Siracusa): la chiesa di S. Antonio, dalla equilibrata ma incompiuta facciata barocca, innalzata — al pari di tutto l’abitato andato completamente distrutto in seguito al terremoto del 1693 — agli inizi del Settecento.

    Messina: la statua di Don Giovanni d’Austria, innalzata dopo la vittoria di Lepanto (1572), e la chiesa dell’Annunziata dei Catalani, del periodo normanno (secolo XII).

    La colonizzazione delle campagne in epoca vicereale

    A metà del Cinquecento, però, la situazione economica generale sembra un po’ vivificata da qualche radicale cambiamento: il ravvivarsi dei mercati delle derrate alimentari si ripercuote subito in un innalzamento considerevole del prezzo del frumento. I baroni, fino allora allevatori e coltivatori, si fanno pure mercanti: e il commercio dei grani (come quello della seta in più ristretto àmbito), che ancor nella prima metà del Cinquecento dipendeva prevalentemente da banchi privati tenuti da pisani e fiorentini, veneziani e genovesi, catalani e spagnuoli — e la presenza di questi mercanti stranieri aveva sempre mortificato le possibilità di enucleazione di una borghesia isolana autonoma e politicamente viva — cade nelle loro mani. Le conseguenze della rivoluzione dei prezzi tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento erano state disastrose — come ha dimostrato il Braudel — per i banchieri e i mercanti, ma non per i proprietari terrieri: che videro aumentare a dismisura i redditi delle loro terre.

    Centri di colonizzazione e centri ricostruiti tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento.

    Topografia di Vittoria (Ragusa), fondata nel 1607 per la valorizzazione agricola del suo piano pliocenico, ora vitato, a ridosso della profonda incisione dell’Ippari, da Vittoria Colonna dei conti di Mòdica.

    La coltura del grano fu allora intensificata sulle terre già dissodate, ma anche sui terreni sodi, che erano stati abbandonati nel corso delle precedenti generazioni in seguito allo spopolamento delle campagne dovuto alle guerre, alle lotte baronali, alle razzie brigantesche che ne erano la conseguenza. Si sviluppa allora una nuova forma di affitto, la « masseria », che consiste nella conduzione di un fondo rustico dietro il pagamento di un fitto annuo, o gabella, in natura o in denaro — più mite sulle terre della Chiesa — nei possedimenti più lontani o isolati dei baroni e nelle stesse proprietà più appartate dei comuni liberi, e si diffonde l’enfiteusi, specie attorno ai centri abitati. E appunto sotto lo stimolo di questa molla economica — la rivoluzione del prezzo del grano — che larghe estensioni della Sicilia ritornano alla coltura, dopo secoli di abbandono, non solo, ma si vanno punteggiando di nuovi villaggi e borgate. I baroni, ottenuta la licenza di popolamento, e con loro anche diversi comuni liberi, procedono alla fondazione di nuovi centri abitati, che a somiglianza delle nuove città coloniali spagnuole d’America e sullo stesso stampo di quelle della madrepatria, mostrano una struttura geometrica, una pianta a scacchiera di strade regolarmente incrociate ad angolo retto, con una grande piazza quadrata nel mezzo, sulla quale prospettano la chiesa madre e i principali palazzi baronali. In queste nuove borgate possono confluire, sotto la tutela del signore feudale, coloro che lo desiderano, anche eventualmente per sfuggire altrove a più tristi condizioni servili: prestano il loro lavoro sui campi del barone, e attorno al centro dispongono di un piccolo appezzamento che ottengono in enfiteusi per le necessità familiari, e nel quale piantano, oltre al grano, qualche olivo, qualche fico, viti e ortaggi.

    Giarratana (582 m.), negli alti Iblei ragusani, centro di colonizzazione agricola a pianta regolare, fondato nel XII secolo.

    Le loro case in paese sono piccole, ad un solo piano, con un cortiletto comune o privato. In tutto l’altipiano della Sicilia — e da qui giù giù fin lungo o a ridosso dei litorali — sorgono numerosissimi questi nuovi centri, che nel nome stesso tradiscono spesso il casato nobiliare che ne ha promosso la fondazione: più di 150 — secondo il Garufi che ne ha studiato specialmente gli aspetti giuridici — alcuni dei quali sono ora grossissime borgate e anche cittadine vivaci. Il fenomeno, cominciato già in alcuni settori isolati nel Duecento e nel Trecento, e più fervido nel Quattrocento — allorché furono sistemate in Sicilia, come nelle rimanenti regioni dell’Italia meridionale, su terreni incolti, anche numerose colonie di Albanesi che erano fuggiti dalla loro patria sotto la pressione turca, invano combattuta dalla eroica guerriglia di Scanderbeg: tra le quali soprattutto Piana degli Albanesi nel 1488 (che fondò successivamente, nel 1691, Santa Cristina Gela), Mezzoiuso qualche decennio prima al pari di Contessa Entellina (1450), e Palazzo Adriano (1488) — fu particolarmente intenso dalla seconda metà del Cinquecento al Seicento, e si andò gradualmente esaurendo nella prima parte del secolo XVIII. Ricorderò quelli che hanno avuto un più forte sviluppo demografico: nel Cinquecento Marineo e Trabia; nel Seicento Bagheria, Scordia, Rosolini, Palma di Montechiaro, Aragona, Ribera, Menfi’, Campobello di Mazara; e ancora nel Settecento Camporeale, Grammichele, Avola, e Porto Empedocle (per l’esportazione dei grani). Gli stanziamenti principali furono tutti di origine baronale; ma anche alcuni sorti per volontà dei liberi comuni ebbero non minor fortuna, come Balestrate (fondata nel 1517) e soprattutto Barcellona (sorta ai primi del Seicento, e comune autonomo già nel 1639). Legato a questo vasto processo di colonizzazione e di intensificazione colturale appare l’ulteriore soffocamento del libero coltivatore. L’istituto della masseria che favorì, insieme all’istituto dell’enfiteusi, un più intenso popolamento e l’aumento della produzione, determinò contemporaneamente l’arricchimento dei gabellotti o massari — cioè di coloro che speculavano sulle attività agricole e pastorali, favoriti dalla svalutazione della moneta e dal rincaro dei prodotti agricoli — a parziale danno dei proprietari feudali, e l’immiserimento della classe contadina, soffocata dalla decadenza o desuetudine di certi vincoli feudali, che pure erano di qualche utilità — come l’uso del legnatico e dell’erbatico sulle terre feudali e comunali, ora proibiti — e dallo svuotamento del valore dei salari, che rimanevano invariati a dispetto della svalutazione monetaria. I contadini, nonostante la maggiore produzione agricola, divenivano dunque sempre più poveri; i massari, per contro, sempre più ricchi, anche se politicamente rimanevano inattivi e piuttosto succubi anzi dei baroni, ai quali li legava prepotentemente l’interesse delle loro operazioni; e i baroni, nonostante la loro diminuita importanza sul piano economico, restavano politicamente ancora molto forti, ed erano volti attraverso la conquista di privilegi, al pari delle città libere, ad un rafforzamento anche sul piano economico.

    Strada a Piana degli Albanesi, la più importante colonia albanese di Sicilia, fondata verso il 1488 nel retroterra palermitano.

    Tutto il commercio del grano era nelle loro mani. Già da tempo accuratamente controllato dallo Stato, che regolava l’esportazione e l’approvvigionamento interno, grazie al cabotaggio, attraverso i « porti reali di caricamento » o granai nazionali — di Castellammare, Palermo, Tèrmini sul Tirreno; Catania sullo Ionio; Terranova (Gela), Licata, Violo (Porto Empedocle) e Sciacca sul Mar africano — dopo una lotta tenace per la libertà d’esportazione dei grani e per la diminuzione dell’imposta sulla loro tratta, i baroni ne ottennero quasi la privativa. Ne disponevano a piacimento; non solo, ma praticavano anche largamente l’esportazione clandestina del frumento attraverso scali illegali, gli « scari », sia in tempo di divieto — per trarne più lauti guadagni — sia in tempo di esportazione libera — per sfuggire al pagamento dei diritti di legge. L’esportazione clandestina tra il Cinquecento e il Seicento — secondo il Bianchini — era pari a quella consentita ufficialmente per legge. E i canali commerciali di questa estrazione dei grani, per lo più diretti verso l’esterno, erano vivacissimi; mentre quelli sollecitati dall’approvvigionamento delle varie regioni dell’isola, e in particolare delle città situate più lontane dalle aree di maggiore produzione (sotto il profilo quantitativo, occorre sottolineare: perché ovunque la redditività dei campi era molto bassa) venivano in moltissimi modi inceppati da diritti eccessivi e da abusi di ogni sorta: gli uni tenuti in vita e gli altri esercitati dai baroni nei « caricatori » ufficiali, di cui avevano avuto la concessione. Così che, a dispetto delle notevoli quantità di grano prodotto, l’intralcio provocato ad arte al suo libero commercio interno rese più gravi le carestie locali, facilitò la frequenza e la dilagazione delle epidemie, e aggravò l’impoverimento generale dell’isola. Sempre più diffuso, di conseguenza, fu lo spettacolo di grandi masse affamate di contadini che si portavano, specialmente d’inverno, dalle campagne più povere e colpite dalle carestie verso le città, dove si provvedeva a qualche distribuzione, non periodica nè regolare, di pane: uno spettacolo, tuttavia, non solo siciliano. In città, di conseguenza, furono numerosi i torbidi popolari, e si fecero assai più frequenti nel Seicento, come la situazione economica peggiorava, anche in rapporto alla crisi dei prezzi del grano. E furono torbidi e rivolte popolari sanguinose — scoppiati in tutta l’isola, da Catania a Siracusa, a VIódica, a Castelvetrano, a Sciacca, a Patti — che culminarono nel sollevamento popolare di Palermo del 1647, domato nel sangue: il movimento, dopo la morte del popolano Nino la Pelosa, fu ripreso da un battitore d’oro, Giuseppe d’Alesi, ed ebbe anche un chiaro significato politico: fu il tentativo delle corporazioni o maestranze siciliane di inserirsi autonomamente nella direzione della cosa pubblica, mediante l’instaurazione di un governo popolare. Anche questo tentativo naufragò, al pari di quelli di Pietro Milano e Antonio Lo Giudice, a Palermo, gli anni successivi (1648 e 1649) — di ispirazione decisamente borghese, e con la collaborazione di una parte della nobiltà e del clero — e non diversa fortuna ebbe il sollevamento di Messina del 1674: quattro anni dopo, la città fu sottoposta alle più crudeli rappresaglie — e numerosi furono coloro che scelsero l’esilio, verso l’Olanda e la Germania, e financo nelle Americhe — e perdette tutte le prerogative e i privilegi che nei secoli passati era riuscita a mantenere e persino ad accrescere: nel Seicento, invero, la città era ancora un prospero centro commerciale e industriale, aveva un porto molto frequentato, era l’unico scalo siciliano che per vecchia guarentigia (1591) poteva estrarre la seta siciliana che qui tutta doveva confluire, fin da Palermo. E oltre a perdere i privilegi, Messina si vide addirittura distruggere il palazzo del Senato e privare dell’Università e della Biblioteca.

    Numero delle anime delle città e terre demaniali e baronali, nel 1748.

    La condizione coloniale della Sicilia non poteva in effetti comportare che uno sfruttamento delle sue risorse naturali; e soltanto entro i binari di quello sfruttamento poteva sorgere qualche fatto positivo, come il processo di colonizzazione e di fondazione di nuovi centri abitati. Ma anche questo fenomeno, se da una parte significava la presa di possesso, dopo secoli di abbandono, di estese plaghe di campagna, dall’altra non voleva né poteva significare che le condizioni demografiche dell’isola stavano migliorando. In effetti, la consistenza demografica isolana non si era gran che rafforzata, ed anzi per lunghi periodi era stata stabile o addirittura si era impoverita: la popolazione della Sicilia, secondo il Maggiore-Perni, era di 1.015.875 anime nel 1501, di 788.362 nel 1570, di 1.053.718 nel 1599, di 873.742 nel 1653 e di 983.163 all’inizio del Settecento (1714), alla fine della dominazione ispanica, senza Palermo.

    La Sicilia borbonica

    Questa era la situazione, davvero miseranda, della Sicilia all’inizio del Settecento, quando il giuoco politico europeo, dopo un fugace e forzatamente inoperoso periodo di governo sabaudo, portò in Sicilia e in tutta l’Italia meridionale i Borboni, permeati dalle idee filosofiche ed economiche illuministe. Dal vicereame si passò, dunque, ad una monarchia assoluta illuminata, che si sforzò di rendere più libero ed efficiente il commercio del grano — di cui si sentiva la necessità per il perdurare e quasi l’aumentare di crudeli carestie accompagnate da fatali morbi epidemici: così nel 1747-48 e nel 1763-64 (quest’ultima aveva fatto, secondo il De Blasi, 30.000 morti: e la sua era una stima moderata), e poi ancora nel 1784-85 e nel 1793 — e di attivare le correnti di traffico attraverso il Mediterraneo, specie con i paesi africani; e che più tardi, sotto il governo del viceré Caràcciolo, di idee avanzate ed aperte, abolì l’inquisizione (1782) e cercò di procedere ad una più equa distribuzione delle imposte, alla completa liberalizzazione del commercio dei grani, e alla soppressione di abusi e privilegi ormai anacronistici. Il seme gettato dal Caràcciolo non poteva tuttavia suscitare vigorosi germogli sul terreno arido e secco infestato dagli interessi dei baroni e dei gabellotti loro sostenitori, e minato dalla impreparazione e arretratezza della maggior parte della popolazione. Faceva difetto alla Sicilia una vera classe borghese, sulla quale far leva; e del resto il dilagare della rivoluzione francese, che costrinse Ferdinando a trasferirsi con la corte da Napoli — passata a Giuseppe Bona-parte e poi a Murat — a Palermo (dove la flotta e l’esercito inglesi lo avevano sostenuto sul trono, pur costringendolo a emanare una costituzione liberale (1812), che non ebbe tuttavia ripercussioni sociali di sorta), aveva presto risospinto i Borboni sulla via dell’assolutismo più stretto. L’isola non aveva pertanto potuto godere — posta ai margini dell’Europa e non toccata dalla ventata rivoluzionaria francese, fermatasi sullo Stretto messinese — del salutare, anche se breve, ringiovanimento delle sue strutture sociali: il problema della terra rimaneva irrisolto, e nell’interno dell’isola la classe dirigente continuava a mantenere il possesso di enormi domini, e a conservare — con la complicità dell’amministrazione e della giustizia, e favorita dall’ignoranza e dalla timorosa sottomissione e dall’indebitamento della classe contadina, sottoposta a numerosi diritti vessatori — vecchie prerogative. I baroni, che vivevano spesso lontano dalle loro terre, a Palermo o a Messina, o a Napoli, e che soffrivano vieppiù sotto il peso di crescenti debiti, poco si interessavano di problemi economici, e in ispecie di miglioramenti fondiari; e i borghesi arricchiti che ne avevano preso o ne stavano prendendo il posto — il processo si era già andato delineando nel Cinquecento, quando diverse famiglie borghesi cominciarono non solo ad imporsi per la loro fortuna e ad innalzarsi ad un ruolo nobiliare (come i Paterno a Catania gli Agliata a Palermo) ma anche a rinsanguare con le loro ricchezze più antichi casati baronali — preferivano darsi all’avvocatura e investire il loro denaro nell’acquisto di terre e di titoli nobiliari piuttosto che in imprese industriali o altrimenti produttive. La formazione di una classe di piccoli proprietari dei campi, grazie alla divisione dei feudi, nobiliari e ecclesiastici, e quindi le premesse o basi per lo sviluppo di una borghesia che potesse rendere più complessa ed armonica la squilibrata società siciliana — come era avvenuto in altre contrade italiane, anche meridionali — erano ancora una volta procrastinate: la Sicilia non riuscì a sfuggire, tra il Sette e l’Ottocento, alle sue vecchie e decrepite strutture sociali. L’economia era asfìttica, né poteva risvegliarsi e rinnovarsi senza l’aiuto di nuove strutture necessarie all’attivazione dei commerci e dei traffici: mancavano le strade — esisteva soltanto la strada che da Palermo portava a Messina attraverso Enna e Catania —; i porti erano scali di poco conto, con scarso traffico di cabotaggio e non notevoli scambi esterni, tranne che a Palermo, Catania, Messina e Siracusa; e l’attività commerciale era per gran parte in mani straniere; e stimolate dai mercati stranieri, specie inglesi, e dall’attiva presenza di intraprendenti famiglie inglesi, le industrie principali — dello zolfo sull’altipiano interno meridionale, e dei vini nell’estrema cuspide occidentale dell’isola, tra Trapani e Marsala, le sole degne di considerazione e rilievo. Eppure, per quanto ancora malamente plasmate, le diverse classi cominciavano a rendere instabile la vita politica siciliana, agendo di concerto contro il governo nonostante la diversità delle loro aspirazioni: la borghesia urbana, sensibile e sollecita alla conquista delle libertà politiche; i baroni e i borghesi arricchiti, tesi al conseguimento dell’autonomia dell’isola da Napoli a salvaguardia degli antichi privilegi; la popolazione delle campagne, esasperata ed interessata alla soluzione del problema della terra, cioè all’instaurazione di nuovi rapporti di proprietà e di lavoro. Queste classi si ritrovano dunque insieme nei primi violenti moti antiborbonici: nel 1820, e poi ancora nel 1827, a seguito di un’epidemia di colera che a Palermo causò circa 40.000 morti, e finalmente nel 1848 — ormai con chiarissimi ed evidenti rapporti con il movimento intellettuale del Risorgimento, e sotto la suggestione e la spinta esercitate da alcune opere date alle stampe: soprattutto La Guerra del Vespro di Michele Amari (1842) e La lettre de Malte di Francesco Ferrara (1847) — allorché Palermo con il suo sollevamento diede l’avvio ai numerosi movimenti rivoluzionari che dovevano di lì a poco esplodere in gran parte d’Europa. Il breve periodo di libertà — prima che il Filangieri vi instaurasse di nuovo l’assolutismo borbonico — fu turbato dai dissensi tra autonomisti, federalisti, unitariani monarchici e repubblicani mazziniani: incapaci di comprendere o comunque non ancora coscienti delle reali aspirazioni delle popolazioni delle campagne, stavano preparando una legge fondiaria che una volta ancora — permettendo la vendita dei soli beni ecclesiastici a vantaggio della borghesia urbana e della nobiltà — avrebbe deluso le aspettative, ormai secolari, dei lavoratori dei campi.

    Cartina economico-agricola della Sicilia verso la seconda metà del Settecento (adattamento da cartine ricostruite da L. Gambi).

    Luci e ombre dopo l’unificazione nazionale

    L’unione della Sicilia all’Italia dodici anni dopo quei moti — a seguito dell’epopea garibaldina dei Mille, e dopo dissensi sulla modalità dell’unione tra i membri del governo provvisorio — non doveva risolvere il problema principale dell’isola. Dopo le opportune misure di carattere sociale prese da Garibaldi — come l’abolizione della tassa di macinazione dei grani, e l’ordine di suddividere le terre del demanio comunale tra i contadini poveri e i combattenti (numerosi erano stati i contadini unitisi alle imprese garibaldine nell’isola) — molti baroni e borghesi, timorosi gli uni di perdere gli antichi privilegi, e contrari gli altri alla ripartizione di terre che tradizionalmente venivano date loro in affitto, da autonomisti divennero presto unitariani e annessionisti, nella speranza che un governo centrale forte potesse più efficacemente opporsi alle aspirazioni di una rivoluzione sociale, che era per i contadini tutt’uno con la lotta antiborbonica. La vecchia classe dirigente riusci a mantenere i privilegi tradizionali: la vendita dei feudi, decretata nel 1861, e la confisca e la vendita delle terre delle congregazioni religiose soppresse, specie dei gesuiti — la loro liquidazione nel 1866 fu tanto scandalosa, a tutto vantaggio dei galantuomini, ossia della casta dei gabellotti, che Palermo fu teatro di una grave rivolta popolare, e la città fu per giorni nelle mani degli insorti — si erano risolte entro brevissimo tempo nella ricomposizione eli quelle stesse terre, già divise in piccoli appezzamenti e ceduti ai contadini, ad opera degli stessi baroni e dei medesimi borghesi. I galantuomini a vii prezzo recuperarono le terre, espellendone i contadini: troppo poveri per potervi impiantare un’azienda rurale efficiente o anche solo autosufficiente, così miseri anzi da non poter disporre nemmeno del poco denaro necessario all’acquisto delle sementi e dei più elementari attrezzi per i lavori agricoli; e infine subito soffocati da un regime fiscale che si manifestò ben presto più crudele e ingiusto e pesante di quello borbonico. I contadini e i piccoli agricoltori siciliani che vivevano (e vivono ancora) prevalentemente in grosse borgate e cittadine — dove li costringevano il predominio della grande proprietà e l’estrema frammentazione delle piccole aziende rurali assai più della deficienza delle acque in campagna e della povertà della rete stradale — si son visti presto gravati anche dall’imposta immobiliare appunto perché abitavano «in città»: a tanto poteva portare l’applicazione sconsiderata delle leggi piemontesi, fatta da persone ignoranti della vera realtà siciliana. Come al tempo dei Borboni, c’era il pericolo che un nuovo divorzio si stabilisse tra popolazione e governo: e le prime rivolte scoppiarono infatti dopo l’estensione all’isola (1861) della coscrizione obbligatoria. Moltissimi giovani siciliani, invece di presentarsi agli uffici militari, si fecero disertori, e andarono ad ingrossare le fila di altri ribelli — che la situazione economico-sociale dell’isola aveva sempre giustificato negli ultimi secoli — dando origine alla formazione di bande di « briganti », protetti dalla popolazione e dalle autorità locali, e contro le quali quasi nulla poterono le leggi marziali del governo. Prende corpo allora la « mafia », una società destinata a notevoli e multiformi sviluppi, ma originariamente genuino prodotto di un mondo in cui l’illegalità, il coraggio e la violenza venivano considerati come àncore di salvezza — e circondati dal favore e dalla stima popolari — contro i soprusi dei galantuomini.

    Un commissariato di polizia messo a sacco nella giornata del 28 giugno 1860, da una stampa dell’epoca (Roma, Istituto di Storia del Risorgimento).

    Le truppe napoletane sfilano davanti a Garibaldi dopo la capitolazione di Castellammare, secondo una stampa dell’epoca (Roma, Istituto di Storia del Risorgimento).

    L’incertezza della situazione politica era del resto giustificata dalle stesse condizioni economiche dell’isola. In un periodo in cui la popolazione andava fortemente crescendo, le basi dell’economia isolana invece di rafforzarsi sembravano per contro indebolirsi e quasi sfaldarsi: sotto la stretta di un regime fiscale molto duro — giustificato dall’unificazione del debito pubblico particolarmente pesante, e dalle necessità delle spese militari e della politica colonialista — e senza i convenienti e necessari investimenti del governo in attività produttive nell’ambito dell’isola. L’industria, per quanto di modeste dimensioni — ma grandi stabilimenti esistevano già in alcune città, specie a Palermo e a Messina e a Marsala — fu smantellata da quella del Nord, più agguerrita e pronta alla concorrenza; e la stessa mortificazione delle industrie patì l’agricoltura, dopo alcuni decenni di rimarchevole sviluppo dovuto al libero scambio, durante i quali la guerra di secessione americana e la crisi viticola francese aprirono larghi mercati al grano, agli agrumi e ai vini siciliani. Ma appena rafforzate all’interno, le industrie del Nord ottennero le leggi protezioniste (1887) contro l’invadenza dei prodotti industriali stranieri: e l’agricoltura siciliana — come tutta quella meridionale — si vide chiudere i mercati europei (dopo la guerra delle tariffe doganali, specie con la Francia), mentre era costretta a comprare i prodotti industriali delle regioni settentrionali, più cari di quelli stranieri. Il disagio era notevole, in tutti i settori dell’economia: dell’artigianato entrato decisamente in crisi, specie nelle città; delle industrie ormai sopraffatte; dell’agricoltura quasi strangolata. E questa l’atmosfera di insicurezza economica e di malattia sociale entro la quale sorge e si sviluppa il movimento dei « Fasci dei Lavoratori », fondato nel 1892 a Palermo da un congresso di contadini che reclamano — pur rimanendo fedeli all’ideale monarchico — la divisione delle terre e la soppressione dei gabellotti: cioè la fine delle disumane condizioni dei lavoratori delle campagne. E lo stesso Crispi, il vecchio repubblicano siciliano, che capo del governo nel 1894 scioglie il movimento.

    Anche la prima metà del nostro secolo passa quasi senza che il vento nuovo del progresso economico abbia a toccare l’isola e a risolverne i gravi problemi sociali. Le strutture di base sono state migliorate, con la costruzione di strade, l’allargamento e il potenziamento delle opere portuali e una timida intensificazione — in alcune plaghe anche rimarchevole — delle colture agricole. Ma il problema della terra non è stato toccato, e il piano di bonifica delle terre nell’interno dell’isola, iniziato dal governo fascista alla vigilia della guerra, è stato un tentativo abortito: unica valvola di sicurezza, in queste condizioni, era l’emigrazione, che raggiunse la sua punta massima — come dirò nel prossimo capitolo — tra l’inizio del secolo e lo scoppio della prima guerra mondiale. La conclusione del secondo conflitto mondiale, nel 1945, vedeva ancora largamente presente nell’isola la piaga del latifondo, e mostrava anzi ancor più disastrosa di prima, per le privazioni e le difficoltà della guerra, la tradizionale miseria di larghi strati della popolazione contadina. Una ventata furiosa e violenta di autonomismo spazzò l’isola subito dopo la liberazione, all’origine e inconsapevolmente alimentata dalle aspirazioni secolari della sua popolazione, dallo stato di abbandono e di miseria indicibili, ma poi anche dal timore di baroni e gabellotti di fronte alle riforme sociali che erano ormai nell’aria. L’autonomismo passò presto nelle loro mani, e pare che la mafia vi abbia giuocato un ruolo importante e che lo stesso « bandito » Giuliano, « padrone » della regione posta alle spalle di Palermo tra il 1944 e il 1950, abbia sostenuto gli interessi degli agrari nel campo dell’idea autonomista e separatista prima, del terrorismo politico poi — con la tragica giornata di Portella della Ginestra, dove caddero numerosi contadini, durante una pacifica dimostrazione. Ottenuta l’autonomia regionale nel 1946 nell’ambito dello Stato italiano, il Parlamento regionale in comunione col governo nazionale ha fatto sforzi notevoli — ma finora inferiori a quelli che ci si sarebbe aspettati — per risollevare l’economia della regione, e in particolare per risolvere l’ormai secolare problema della terra: la legge per la riforma agraria del 1950 — sulla quale tornerò — dovrebbe finalmente dare una nuova struttura sociale alle campagne siciliane, con la definitiva scomparsa dei grandi latifondi e delle grandi proprietà non propriamente sfruttate, in collaborazione con la Cassa per il Mezzogiorno, che deve finanziare od eseguire lavori di carattere straordinario, ma essenziali al miglioramento delle condizioni dell’isola: come il rimboschimento, i bacini di sbarramento, gli acquedotti per l’irrigazione e per l’acqua potabile, il miglioramento dei suoli, le abitazioni rurali, la rete stradale e ferroviaria. Ma la riforma agraria finora è apparsa limitata, e assai incompleta: incapace di incidere profondamente e largamente entro le grandi proprietà, che in un modo o nell’altro hanno cercato ed entro certi limiti sono riuscite a salvarsi : per i più vari motivi, non ultimi quelli dovuti alla maggior efficienza delle imprese medie e grandi, ai miglioramenti introdotti dalle tecniche moderne, alla frequente antieconomicità delle nuove unità fondiarie familiari, così limitate in superficie (da quattro a cinque ettari, in media) da essere soffocate entro il breve, asfissiante circuito dell’economia di sussistenza. La forte densità della popolazione siciliana, che grava ancora in larga misura sulle attività agricole, rende tuttavia delicato il problema, e urgente la sua soluzione, anche se -— pare da augurarsi — secondo schemi più elastici e nell’ambito della cooperazione almeno per quanto concerne la prima trattazione dei prodotti e la loro commercializzazione: delicato ed urgente — il problema e la soluzione — anche se ora il recente sviluppo industriale di certe plaghe dell’isola (ma ancora ai primi passi) ha indicato altre vie per la soluzione di pressanti e scottanti problemi economici e sociali, relativi soprattutto al pieno impiego, e un po’ obnubilato la questione della terra, e un po’ — volutamente o no — procrastinata la sua soluzione: che per contro deve essere decisamente e prontamente avviata, su schemi diversi da quelli fin qui seguiti e più aderenti alle forme più vitali e moderne di agricoltura, se si vuole giungere ad uno sviluppo armonico ed equilibrato di tutti i settori dell’economia siciliana, e se si vuole definitivamente colmare il solco che fino a qualche decennio fa sempre più profondo aveva opposto la Sicilia — e le altre regioni meridionali — all’Italia del Nord.