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Storia delle Marche

    Richiama al passato

    La preistoria e l’età romana.

    I molti luoghi di ritrovamenti preistorici messi in luce nelle Marche dànno la possibilità di affermare che questa regione fu abitata fin dai tempi più remoti. Fin dai primordi dell’età neolitica le caverne sono testimoni dell’esistenza dell’uomo che divenne, col fluire del tempo, meno selvaggio imparando l’arte di costruire rudimentali capanne e quella di usare rozzi arnesi di pietra per i bisogni quotidiani.

    La regione, come tutta l’Italia adriatica, presenta, fin dalla preistoria, sicuri contatti con il litorale dalmatico e con la penisola balcanica ; lo dimostrano i rinvenimenti archeologici, le notizie storiche tramandateci dagli antichi ed alcune congruenze nella toponomastica ed onomastica prelatina. Le concordanze risalgono all’epoca preindoeuropea e si continuano successivamente nel primo millennio a. C. ; esse si spiegano con correnti culturali ed etniche illiriche, specie liburniche, che toccano in vari punti la costiera nordorientale italiana.

    Alle invasioni di popoli trasmigrati dalla regione balcanica forse nel III-II millennio a.C., segue quella più importante dei Pelasgi, popolazione proveniente dalla Grecia, che si stanziò all’interno della regione.

    Tra il secolo XII e XI a. C. una nuova invasione viene ad aggiungersi alle precedenti; gli Umbri occuparono tutto il versante adriatico da Ancona al Gargano, stabilendo, dopo qualche tempo, la loro supremazia sulle popolazioni della regione. Con gli Umbri, che avevano avuto fruttuosi contatti con la civiltà etrusca, si diffusero e prosperarono nella regione l’agricoltura ed il commercio: le fertili vallate e le ubertose colline videro aumentare la popolazione, mentre divennero attivi i porti di Pesaro, Ancona, Cupra ed altri.

    Ma già altri conquistatori guardavano ai fertili territori occupati dagli Umbri: i Sabini. Questi, approfittando del malcontento delle popolazioni sottomesse agli Umbri, offrirono loro aiuto e fondarono in quel territorio alcune colonie che divennero via via sempre più numerose e si confederarono; la confederazione prese il nome di Picena, e in sèguito tutto il territorio assunse tale nome.

    Il Piceno ordinato in una federazione di tribù con capi elettivi, come era in uso tra gli antichi Italici, divenne un ricco territorio dove prosperavano l’agricoltura e la pastorizia, mentre si sviluppava il commercio interno e quello marittimo che favoriva vantaggiosamente l’importazione e l’esportazione. Gli antichi abitatori storici della regione sono dunque i Picentes, attestati in epoca romana (Pikenoi, in Tolomeo, II, i, 21), connessi, per etimologia popolare, con picus, il picchio, uccello sacro (Festo, 235 L: « quod Sabini cum Asculum proficiscerentur in vexillo eorum picus consederat »), ma da confrontare più probabilmente, per il radicale, con Picentinum in Pannonia, Piquentum in Istria e con Pikensioi (Mesia).

    Numerose sono le stazioni archeologiche che si attribuiscono alle antiche popolazioni del Piceno, dalla rocca di San Martino fino oltre il Tronto (Truentus); esse hanno messo in luce molti materiali che possono inserirsi nel quadro generale della preistoria e fra questi sono interessanti gli oggetti di tecnica musteriana e quelli tipici amigdaloidi; in quantità maggiore sono gli strumenti di pietra di età neolitica ed eneolitica rinvenuti ovunque, sia sulle colline di Pesaro e di Orcicano sia nei pressi di San Severino e di Ascoli Piceno. Ad essi si accompagnano anche stazioni che alle volte sembrano assumere la consistenza di veri e propri villaggi nei quali forse il fondo delle capanne risultava infossato nel terreno; la ceramica è piuttosto rozza, mentre molto più accurata è la lavorazione della serie delle armi silicee fra le quali spiccano coltelli, punteruoli, pugnali, giavellotti.

    L’età del bronzo è attestata da stazioni nelle quali si distinguono due facies; della prima fanno parte le stazioni di Nidastore, delle Colonelle di Arcevia, di Sassoferrato ed altre, che offrono una produzione litica con tecnica arcaica di cuspidi, pugnali, raschiatoi, ed una ceramica rozza nella quale l’ornamentazione è costituita da cordoni plastici lisci. Le stazioni di Santa Paolina di Filottrano, di Spineto, di Pieve Torina, di San Severino hanno dato gli esemplari della seconda facies molto ricca di oggetti in bronzo oltre che di vasellame; questo ha una decorazione incisa e riempita di pasta bianca con forme particolari di grandi scodelle con anse; gli spilloni e i pugnali di bronzo sono graziosamente decorati; non mancano le zappe fatte con corna di cervo che testimoniano l’attività agricola delle genti a cui appartennero. Nei pressi dei villaggi costituiti da ampie capanne sono stati trovati anche dei sepolcreti nei quali i morti erano posti senza corredo, supini con le braccia strette ai fianchi.

    Due rinvenimenti molto interessanti sono attribuiti a cavallo tra l’età del bronzo e quella del ferro: il ripostiglio di pugnali di Ripatransone e il sepolcreto del Pianello di Genga; specie quest’ultimo è interessante perchè sembra esprimere il tipo di una speciale civiltà. Le urne, che oltre ad oggetti personali contengono le ossa combuste dei morti, sono cilindroidi e a foggia di basse olle, biconiche.

    Più specificatamente dell’età del ferro sono una serie di necropoli del medio Adriatico che da Novilara in provincia di Pesaro si estendono verso sud fino a Cupra Marittima, Grottammare, Offida, Acquaviva Picena e solo per nominarne alcune. Il sepolcro in genere è rettangolare e sprovvisto di tumulo; il cadavere era posto disteso o rannicchiato munito o no di corredo, forse in rapporto alla condizione sociale dell’estinto; le tombe maschili sono anche molto ricche di oggetti bellici come lance, gambali, coltelli o anche del carro di guerra, mentre quelle femminili abbondano di ornamenti. Non vi sono stati fino ad ora altri rinvenimenti di questo periodo che possano illuminare maggiormente le attività della popolazione che abitò la regione, se si fa astrazione dalle capanne nei pressi di Urbino e di San Marino, scavate in forma emisferica per una profondità di m. 1,70 che forse intorno avevano un muretto di blocchi calcarei che sorreggeva il tetto.

    Non mancano testimonianze linguistiche delle popolazioni picene preromane a partire dal VI secolo a. C., ma assai discussa ed incerta è la posizione linguistica del piceno quale è documentata dalle iscrizioni, non numerose e spesso di dubbia interpretazione grafica; si osservano anche notevoli discordanze linguistiche oltre che di alfabeto, tra le singole epigrafi che sono raggruppate, con unanime consenso degli studiosi, in due sezioni: settentrionale e meridionale. Merita un cenno particolare la « bilingue di Pesaro » (PID 346, Pallottino, TLE 697) che documenta un influsso etrusco tardo, in un’epoca (II secolo a. C.) in cui il latino era già assai diffuso. Il testo su pietra è notissimo, si compone di due righe di cui l’una, in latino, è la traduzione dell’altra in etrusco:

    L. Ca] fatius. L. f. Ste. haruspe[x] fulguriator

    Cafates Ir. Ir. netsvis trutnvt fruntac.

    Recentemente è stata avanzata una interpretazione in parte diversa da quella tradizionale, si è proposto (S. Ferri) cioè di riconoscere le seguenti equivalenze: netsvis = haruspex, trutnvt = fulguriator e frontac = di « Perento », località ascritta alla tribù Ste(llatina) (CIL, XI, pag. 454, n. 3008). Le iscrizioni picene che sono anche definite italiche orientali (Whatmough) o « proto-, paleo-, presabelliche », sono trasmesse in un alfabeto non unitario, di probabile origine etrusca, ma con innovazioni particolari e con profondi influssi greci che potrebbero provenire da Ancona (che per mezzo del mare poteva stabilire contatti con popolazioni delle coste greche oppure addirittura da una colonizzazione greca dell’Adriatico). La traslitterazione di qualche segno è ancora sub judice. Il gruppo settentrionale comprende le epigrafi trovate a Novilara, Rimini, Fano le quali si differenziano dall’iscrizione di Osimo che presenterebbe caratteri nettamente umbri; il gruppo meridionale è costituito dai testi rinvenuti a Belmonte Piceno, Acquaviva, Castignano, Sant’Omero, Bellante, Orecchio, Castel vecchio Subequo e Capestrano. Si deve anche aggiungere una iscrizione su lastra rinvenuta (dopo la pubblicazione dei PID) a Fiordimonte e a Loro Piceno. Nel gruppo piceno settentrionale spicca per la discreta lunghezza del testo composto di 12 righe, l’iscrizione su blocco di arenaria di Novilara, tanto discussa e che rimane tuttora enigmatica (il Brandenstein ha cercato di individuarvi una struttura metrica in asclepiadei minori). Pare probabile, secondo alcuni ermeneuti, che la lingua non sia indoeuropea e che presenti piuttosto tratti etruscoidi; altri hanno pensato invece ad un’autentica testimonianza di illirico ed hanno fondato tale ipotesi più che su concordanze linguistiche, su congetture di natura storico-archeologica (G. Herbig). E stato comunque accertato che il testo contiene, tra l’altro, nomi di città e che polem isairon (della r. 3) equivale con grande verosimiglianza ad urbem Pisaurum (cfr. gr. polis, ma probabilmente imprestito dal greco di Ancona?), cioè Isauro- «Pesaro», cfr. Isaurum in Lucano = il Foglia, con agglutinazione della preposizione pi-, cfr. gr. epi (identificazione del Dall’Osso, perfezionata da M. Durante), ed il piceno pi duron « ob donum » (iscrizione di Fiord.).

    Vedi Anche:  Il mare, i laghi e i fiumi

    Le iscrizioni del gruppo meridionale presentano, nel complesso, caratteri più nettamente indoeuropei ed italici, e si prestano ad analisi ermeneutiche più sicure. Ad esempio, neH’iscrizione di Castignano, presso Ascoli Piceno (PID, 350), si possono riconoscere alcune parole quali matereif patersexf da confrontare con lat. mater e pater (secondo il Durante e Pisani, = dat.-abl. plurale, un antico composto copulativo, cfr. ant. ind. màtarapitarà « i genitori »), suass manus « suis manibus », arsza, cfr. gr. àrsion = dikaion (cioè iusta « cerimonie funebri rituali »). Nell’iscrizione di Orecchio (PID, 354 a), verosimilmente di carattere sacrale, è stata individuata (M. Durante) in kiperu (1. 2) il nome della dea picena Cupra, * Cypra (cfr. Cyprius vicus, Varr., LL, V, 159; Marti Cyprio, CIL, XI, 5805) che ha dato il nome di Cupra (Montana e Marittima). Numerosi sono i tratti in cui il piceno concorda con Tosco-umbro, ad es., le antiche labiovelari passate a labiali, pis « quis » nell’iscrizione di Bellante, PID, 351, -p, cfr. lat. que, PID, 354 a; -a finale passata a velare, cfr. isso = Issa nell’iscrizione di Fiord. ; nomin. pi. di tema in -0- in -us, apaius, PID, 350, sirezus, PID, 352, ecc. E assai verosimile che il piceno meridionale concordi, nei fenomeni che possiamo rilevare dallo scarso materiale epigrafico, soprattutto con l’osco-umbro, ed è il confronto con l’italico che risulta efficace per l’esegesi dei testi.

    Non sono mancati i tentativi degli studiosi, soprattutto dei dialettologi, di collegare, per alcuni sviluppi fonetici caratteristici, gli odierni dialetti marchigiani con tratti tipici dell’osco-umbro; tali tentativi sono a volte privi di fondamento sicuro (non sono infatti sempre dimostrativi i fatti fonetici del vocalismo osco-umbro e marchigiano addotti da A. Neumann von Spallart). Ma in alcuni casi, ad esempio nei fenomeni di assimilazione di MB >mm, ND >nn (vedi infra) e forse nel volgere di c? ad r (che non ricopre peraltro l’area degli antichi Umbri!) [ad es., Cupra Mar. care « coda », siria « sedia », ecc.], si può riconoscere l’influsso del sostrato italico (cfr. osco vpsannam = lat. operandam); l’assimilazione tipica dei dialetti italiani centro-meridionali si arresta all’Esino, ed abbiamo testimonianze antiche che a nord di Ancona (ove manca l’assimilazione) il territorio era stato occupato dai Celti (Galli Senoni): « Ab Ancona Gallica ora incipit » (Plinio, Nat. Hist., Ili, 112). Proprio nel territorio a nord di Ancona, e con maggiore intensità nelle varietà dialettali metauro-pisaurine, è diffuso il fenomeno a >è, ritenuto da tempo una « acutissima spia celtica » (Cl. Merlo).

    Le popolazioni che occupavano la regione marchigiana stipularono con Roma un Foedus il quale doveva essere un trattato di alleanza difensiva e offensiva contro i comuni nemici, i Galli. Il foedus fu stretto agli inizi del III secolo a. C. quando cioè Roma, pur avendo iniziato la sua espansione a spese dei popoli vicini, era costretta a difendersi dal grave pericolo gallico. L’alleanza quindi si risolse per diverso tempo a favore dei Piceni che ottennero alcuni territori sottratti ai vinti Galli, ma dopo la sconfitta di Pirro, alla quale avevano abbondantemente contribuito i Piceni, Roma rivolse la sua ambizione di conquista contro i fedeli alleati e con una guerra lunga e dura, divenne signora della ricca e popolosa regione, imponendo lo scioglimento della federazione e rendendo autonome, per l’amministrazione interna, le singole città. Per tutto il resto il Piceno fu sottomesso a Roma alla quale doveva recare solo benefici.

    Rovine del teatro romano di Hera Lacinia presso Macerata



    Ancona. Arco di Traiano

    E dai Piceni Roma ebbe soprattutto il beneficio della fedeltà quando questi tentarono di ostacolare la marcia di Annibaie verso l’Italia meridionale, e non defezionarono dopo la rovinosa sconfitta di Canne, allorché Roma stava per soccombere sotto l’impeto nemico.

    La fortuna tuttavia fu dalla parte di Roma per cui ancora una volta uscì vittoriosa contro i suoi nemici. Ristabilita la pace, Roma dovette lottare con le popolazioni italiche ad essa sottomesse, le quali, non appena veniva loro offerta occasione, cercavano di ottenere l’uguaglianza politica che portava notevoli vantaggi economici in quanto significava la fine di tanti pesanti tributi. Anche i Piceni si batterono per ottenere una sempre maggiore utilità economica per la propria regione e conquistarono l’uguaglianza politica con Roma dopo lunghe e sanguinose lotte; successivamente il Piceno divenuto integrante della Repubblica Romana ne seguì le vicende. Come il resto d’Italia fu travagliato dalle conseguenze derivanti dalle lotte civili che si svolsero tra i vari uomini per la conquista del sommo potere: Siila, Pompeo, Cesare, fìntanto che Ottaviano, assicuratosi il potere, non trasformò la Repubblica in Impero, allora il Piceno divenne una delle regioni d’Italia secondo la divisione amministrativa fatta dallo stesso Augusto.

    Il periodo imperiale arrecò al Piceno la prosperità, le sue città si arricchirono di monumenti e le strade ricostruite videro rinnovarsi l’operosa attività commerciale.

    Il Medio Evo.

    All’inizio del V secolo d. C. i barbari, che già avevano invaso il territorio dell’Impero, si riversarono sulla penisola italiana.

    Per circa tre secoli anche le Marche furono teatro delle alterne vicende tra Goti, Bizantini e Longobardi che se ne contendevano il possesso. In questo periodo tumultuoso l’unità amministrativa fu infranta e i poteri civili vennero raccolti dai vescovi e dagli abati che cercarono di arrecare conforto, non solo spirituale, ma anche materiale alle popolazioni.

    Lo stato di fatto che si venne a creare quando i vescovi erano le sole autorità riconosciute dalle popolazioni delle Marche, in particolare dopo la cacciata dei Longobardi, indusse Pipino e poi Carlo Magno a far donazione di quelle terre al patrimonio di San Pietro (754-774). La Chiesa però non era ancora costituita in Stato territoriale e non potè quindi, per il momento, estendere una effettiva autorità su quel territorio, come saprà fare successivamente.

    All’avvento degli imperatori di stirpe tedesca incominciò ad usarsi per la prima volta il nome di « Marca » per quei territori che riorganizzati in mezzo alla disgregazione generale avevano una funzione difensiva; comparve così la Marca di Camerino, di Fermo, di Ancona e altre. Inoltre con il consolidamento del feudalesimo, si formarono delle potenti famiglie che tolsero autorità e territori a vescovi e monasteri. I Montefeltro estesero il loro dominio a Gubbio, Urbino, Cagli, Fos-sombrone; i signori di Varano si impadronirono di Camerino ed altri luoghi; i Malatesta stabilirono la loro signoria tra Pesaro ed Osimo, e per breve tempo dominarono tutte le Marche fino ad Ascoli, sottomettendo anche la Repubblica di Ancona.

    Questi signori, che avevano usato ogni mezzo per conquistarsi uno stato, ora chiamandosi Guelfi e ponendosi sotto l’egida dello Stato della Chiesa, ora chiedendo l’appoggio imperiale contro la Chiesa, non contribuivano certamente alla tranquillità della regione; arrecavano anzi lo scompiglio tra le popolazioni delle campagne e delle città; queste poste in mezzo alle lotte dei signori erano costrette, il più delle volte, ad assoggettarsi perdendo le libere istituzioni comunali, non più protette dall’autorità centrale fortemente indebolita; i legati pontifici erano ridotti alla semplice funzione di esattori di decime e tributi.

    Vedi Anche:  Usi, costumi e dialetti

    Mentre si affermavano le famiglie feudali, erano sorti i Comuni; tra questi il più potente fu Ancona che rivolgeva una particolare attività del suo porto verso il Levante, in contrasto con Venezia che dominava quella via commerciale. L’organismo comunale di questa città si era sviluppato dalla collaborazione delle forze industriali e commerciali, le quali avevano trovato una fonte di prosperità nell’attività del porto. I rappresentanti di queste forze crearono quindi un organismo politico basato su princìpi di libertà e democrazia, che tendevano ad abolire ogni vincolo di vassallaggio verso le due supreme autorità, quella imperiale e quella ecclesiastica.

    Il Comune di Ancona non riuscì tuttavia ad acquistare la piena sovranità e dopo lunga ed aspra lotta con Federico II, accettò la protezione della Chiesa, con l’obbligo del pagamento di un annuo censo.

    La città di Ancona, che possedeva il miglior porto naturale di tutta l’Italia centrale adriatica ed una invidiabile posizione territoriale, essendo al centro delle strade che dall’Appennino conducevano al mare, iniziò un attivo commercio con le coste della Dalmazia e fruttuosi scambi con le lontane terre d’Oriente.

    L’esportazione principale del porto era costituita dai prodotti agricoli di quasi tutta la regione marchigiana, quali il vino e l’olio e in minor quantità il grano. Verso la fine del secolo XIV si aggiunse l’esportazione dei prodotti dell’industria della seta, della carta e delle maioliche. Questa sua ricca attività commerciale venne ben presto a cozzare con quella di Venezia che svolgeva identica attività suH’Adriatico e si avviava a divenire signora assoluta delle vie di comunicazione con l’Oriente.

    La lotta fu lunga e alla fine Ancona fu ridotta ad una potenza di secondo piano, sebbene al suo porto rimanesse una notevole attività commerciale e un attivo movimento di passeggieri che dall’Italia centrale dovevano passare in Oriente e viceversa. Così alla metà del secolo XIV, lo Stato della Chiesa aveva perduto, nelle Marche, il reale possesso di quella regione nella quale le varie signorie si erano saldamente stabilite avendo a capo i più abili condottieri del tempo; aveva aggravato la situazione il passaggio delle truppe di Luigi d’Ungheria, diretto alla conquista del Regno di Napoli, nel 1347, e, qualche anno dopo, la Gran Compagnia di fra Moriale e del conte Landò, che, venuti in soccorso di Fermo assediata dai Malatesta, avevano permesso che le loro bande scorrazzassero per tutto il territorio marchigiano occupando varie città e sottoponendo i cittadini a pesantissime contribuzioni.

    Anche i legati e rettori pontifici si erano alienato il favore popolare per gli abusi che commettevano e per l’eccessivo rigore nell’esazione delle decime dei vari tributi, mentre la loro autorità nulla valeva contro gli assalti di avventurieri e tiranni, anche in conseguenza dello spostamento della sede papale in Avignone.

    Ma nel giugno 1353 il papa Innocenzo VI, che aveva abbracciato l’idea di un ritorno della sede pontificia a Roma, nominò legato in Italia e vicario generale dei domini ecclesiastici il cardinale Egidio Albornoz, l’uomo più adatto a ristabilire l’autorità della Chiesa nei propri domini. Nelle Marche il legato incontrò le maggiori difficoltà poiché dovette anzitutto iniziare la guerra contro i Malatesta, che tenevano gran parte della regione.

    Ascoli Piceno. Forte Malatesta.




    Dapprima conquistò Fermo; quindi Recanati si ribellò ai Malatesta e si consegnò all’Albornoz; poi con la conquista del Castello di Paterno presso Ancona, il legato fiaccò la resistenza dei Malatesta, che consegnarono tutte le città delle Marche in cambio dell’ufficio di vicario pontificio in Rimini, Pesaro, Fano, e Fossombrone per dieci anni.

    Quindi ai signori di Montefeltro che avevano fatto atto di obbedienza, l’Albornoz riconfermò la sovranità su Urbino e Cagli, ma poco dopo, non sentendosi sicuro della loro buona fede, li spodestava annettendo quel territorio alla Chiesa.

    Per diciassette anni durò il governo papale, poiché nel 1376 Urbino si ribellava a quella autorità, riconoscendo per proprio signore Antonio di Montefeltro, il quale poco dopo acquistava Cagli e altre località, ricostituendo l’avito ducato.

    Alla fine del ’300, tuttavia, lo Stato veniva reso vassallo della Chiesa e i Monte-feltro nominati vicari pontifici.

    Da ultimo Ancona consegnò le chiavi della città ad un inviato dell’Albornoz, che vi fece il suo ingresso tre mesi dopo. Così tutte le città delle Marche, eccetto Ascoli, erano riguadagnate al dominio della Chiesa ed il cardinale legato poteva por mano al riordinamento giuridico di tutto lo Stato Pontificio che si concluse con la promulgazione delle « Constitutiones Aegidianae » approvate da un parlamento generale convocato a Fano nel 1357.

    Per merito dell’Albornoz Ancona divenne il centro militare e commerciale delle Marche; egli fece costruire una grandiosa fortezza, che doveva servire anche come dimora papale, e concesse numerose franchigie; inoltre con l’istituzione del Consolato del mare, il legato trasformò la città in una capitale marittima attribuendo ad un unico tribunale il compito di risolvere le questioni mercantili tra le città marinare. Queste particolari concessioni diedero ad Ancona il predominio politico su tutte le Marche, per cui nella seconda metà del secolo XIV, essendo la regione spesso scossa da.insurrezioni contro le usurpazioni dei rettori pontifici, fu mediatrice per la pacificazione del territorio, sotto il dominio pontificio, sebbene avesse tentato essa stessa di riconquistare la propria libertà con la distruzione della rocca costruita dalTAlbomoz. Nel secolo XV le Marche furono nuovamente il campo delle scorrerie di audaci condottieri, particolarmente degli Sforza.

    Dopo lo scisma d’Occidente lo Stato Pontificio aveva intrapreso l’opera di riordinamento dei propri territori, quando improvvisamente Francesco Sforza, uno dei più abili condottieri in quel tempo, occupava quasi tutte le Marche stabilendovi per un decennio la sua signoria (1433-45). Lo Sforza si era avanzato con un potente esercito verso la Romagna con manifesta intenzione di recarsi in Puglia per difendere alcuni suoi castelli che si erano ribellati, allorché, entrato nelle Marche, si dichiarò liberatore di quelle popolazioni dall’autorità papale. La situazione sempre ribollente di quel territorio e le discordie fra le varie città, diedero un valido aiuto ai disegni dello Sforza che, usufruendo del porto di Ancona per lo sbarco di vettovaglie, pose sùbito il campo sotto Jesi. Il rettore pontificio non seppe opporre valida resistenza all’invasore, per cui la città fu in breve conquistata. Lo Sforza allora occupò senza combattere Osimo, Macerata, Fermo ed Ascoli. Da ultimo conquistò Recanati, mentre Ancona accettò la sua protezione, cioè concesse a lui il censo dovuto allo Stato Pontificio, in cambio dell’autonomia.

    Di fronte a ciò il Papa dovette accordarsi con lo Sforza, che già si preparava ad invadere l’Umbria e le terre del patrimonio, creandolo gonfaloniere della Chiesa e marchese della Marca.

    Ma il Papa non abbandonò l’idea di riconquistare i perduti territori e, presentatasi l’occasione, dichiarò lo Sforza ribelle alla Chiesa e gli rivolse contro un forte esercito avendo come alleati i Visconti ed Alfonso d’Aragona. Lo Sforza poteva dirsi perduto, quando, allontanatasi la flotta dell’Aragona, la sorte si volse ancora favorevolmente per lui.

    Alcuni mesi dopo, tuttavia, il Papa aiutato ancora una volta dal Visconti e da altri prìncipi italiani fra cui Sigismondo Malatesta, che aveva abbandonato lo Sforza perchè gli aveva sottratto Pesaro in favore del fratello Francesco, si rivolse felicemente contro lo Sforza a cui era rimasto un solo alleato: Federico di Montefeltro, duca d’Urbino.

    Una ventina d’anni dopo (1462) anche Sigismondo Malatesta veniva costretto ad abbandonare Fano e Senigallia, sulle quali teneva la sua signoria, ed a rifugiarsi in Rimini.

    L’età moderna.

    All’inizio del ’500, essendo papa Alessandro VI, Cesare Borgia tentò di crearsi uno Stato personale a spese delle terre pontifìcie, con l’aiuto delle truppe francesi che erano venute in Italia al seguito di Luigi XII, il quale aveva iniziato questa spedizione per conquistare il Milanese ed il Napoletano.

    Nelle Marche il Borgia occupò dapprima Pesaro, togliendola allo Sforza, poi passò in Emilia, dove già teneva Imola e Forlì, per occupare Rimini, cacciandone il Malatesta, e quindi prese Faenza.

    Vedi Anche:  Agricoltura, allevamento, bonifica, irrigazione, boschi e pesca

    Circa due anni dopo, proseguendo la sua conquista, tolse il dominio a Guido-baldo di Montefeltro, duca d’Urbino; uguale sorte toccò a Giulio Cesare da Varano che perse Camerino.

    Inutilmente questi signori si opposero al piano di conquista del Borgia, che continuò la sua marcia vittoriosa occupando Senigallia, che era dominata da Francesco Maria della Rovere. Con queste ed altre terre il Borgia veniva a costituire un vasto e potente dominio al quale già pensava di aggiungere altri ricchi territori, ma la morte improvvisa di papa Alessandro VI lasciava Cesare Borgia in balìa dei suoi nemici e privo del maggiore appoggio, per cui perdette rapidamente lo Stato da lui creato.

    Lo Stato Pontificio venne quindi ricostituito da Giulio II, il quale, sfruttando a beneficio della Chiesa l’opera conquistatrice del Borgia, impedì il ritorno dei superstiti signori. Infatti si limitò a porre in Urbino il nipote Francesco Maria della Rovere, mentre nelle rimanenti città fu ristabilito il regime comunale, ma con molte limitazioni per i legati e governatori papali preposti ad esse.

    Alcuni anni dopo (1532) il Comune di Ancona subiva la distruzione della sua autonomia ad opera del cardinale Benedetto Accolti, rettore e legato a latere della Marca, al quale il Papa, bisognoso di danaro, aveva ceduto la città. Gli Anconetani per il rifiuto di fornire ulteriore danaro allo Stato Pontificio, videro la città in preda ai soldati dell’Accolti, che riservò loro durissima punizione. Lo stesso Pontefice si indignò per l’operato del cardinale, tuttavia la città non riebbe più la sua costituzione, ma solo una limitata autonomia amministrativa, mentre il governo veniva affidato a legati pontifici.

    Continuando nell’opera di ripristino del potere pontifìcio nelle Marche, il duca d’Urbino venne spogliato della signoria di Camerino, che, sotto il governo di Ottavio Farnese, nipote del Papa, rientrò nello Stato Pontifìcio.

    Il secolo XVII vedeva compiersi la completa ricostituzione dello Stato Pontifìcio con il ritorno ad esso del Ducato d’Urbino, che si era esteso fino a Pesaro e Senigallia, per l’estinzione della famiglia dei Della Rovere. Così l’unità politica ed amministrativa fu nuovamente ricostituita e le Marche divennero uno dei sei distretti amministrativi in cui fu diviso lo Stato Pontificio. Questo territorio vide quindi rifiorire la sua agricoltura e riprese vigore, come un tempo, l’esportazione del grano, dell’olio e del vino.

    Quella prospera e tranquilla situazione rimase inalterata per circa un secolo e mezzo, cioè sino alla fine del ‘700, allorché le armate francesi invasero l’Italia.

    Nel giugno 1796 il generale Bonaparte occupò la Romagna, la miglior parte del territorio pontificio, al fine di porre lo Stato Pontificio nella situazione di non nuocere ai suoi disegni. L’occupazione militare servì inoltre per ricavare abbondanti ricchezze da inviare in Francia. La Curia romana, infatti, per evitare il peggio, chiese di trattare con il Bonaparte il quale concluse un armistizio che imponeva, tra le altre clausole, la chiusura dei porti pontifici ai nemici della Francia e l’occupazione militare francese di Ancona e delle legazioni di Bologna e di Ferrara.

    Con ciò sembrò che si fossero esaurite le mire francesi sullo Stato Pontificio, quando alcuni mesi dopo (febbraio 1797) il Bonaparte denunciava l’armistizio e apriva le ostilità; il generale, tuttavia, non aveva in animo di distruggere il potere temporale, come risultava dal suo proclama, nel quale si dichiarava protettore della religione e del popolo romano. Da Rimini arrivò rapidamente fino a Fano, che gli aveva aperto le porte, e di qui mosse per stroncare le ultime forze pontificie che si erano accampate nei territorio anconetano per impedire ai Francesi la via di Roma. Il Bonaparte allora, abbandonate le sue posizioni, si diresse su Macerata che occupò assieme ad Ancona verso nord e Tolentino al sud; qui si arrestò la sua marcia perchè le truppe pontifìcie erano ormai completamente disperse. Al Papa non rimaneva che chiedere la pace, in sèguito alla quale il territorio dello Stato Pontificio veniva ridotto al territorio romano ed all’Umbria, mentre gli altri territori rimanevano in mano francese.

    Dopo alterne vicende e cambiamenti politici e militari protrattisi per un decennio, le Marche furono annesse al primo Regno d’Italia, costituito sotto la protezione francese, e divise nei tre dipartimenti del Metauro, del Musone e del Tronto (1808).

    Ma allorché Napoleone venne sconfitto dall’Europa coalizzata (1815) gli Stati da lui creati in Italia si sfasciarono senza colpo ferire e i governanti furono costretti a fuggire. Solo Gioacchino Murat tentò di porsi contro l’Austria e agli Europei, fidando solamente sul suo esercito e sui rivoluzionari d’Italia, ai quali faceva balenare l’idea dell’indipendenza nazionale. Gli Italiani non risposero però a questo appello e le forze austriache furono schierate risolutamente contro il Murat che ben presto dovette cedere le posizioni che, entrato nello Stato Pontifìcio, aveva occupate in Romagna e nell’Emilia.

    La battaglia decisiva fu combattuta a Tolentino e i Napoletani furono sconfìtti, cosicché tutte le Marche vennero in possesso degli Austriaci, mentre il Regno di Napoli veniva assegnato a Ferdinando di Borbone.

    Il Congresso di Vienna (1815), che stabiliva il nuovo ordinamento politico-territoriale dell’Europa, assegnò le Marche allo Stato Pontifìcio, che veniva così ricostituito nella sua integrità, salvo un piccolissimo territorio di questa regione che fu assegnato come patrimonio ad Eugenio Beauharnais.

    L’Italia, dopo il Congresso di Vienna, era stata ricostituita negli antichi Stati, per volontà dell’Austria, la quale si era così assicurato il predominio sulla penisola scalzandone la Francia, sua antagonista, che riprenderà nuovamente ad esercitare la sua influenza con l’occupazione di Ancona del 1832. La città infatti fu occupata dalle truppe francesi, nonostante le proteste della Santa Sede, per controbilanciare l’occupazione austriaca di Bologna, avvenuta in sèguito ai torbidi scoppiati in Romagna per la pesante reazione del governo pontifìcio dopo l’insurrezione della Romagna e delle Marche. Avevano proclamato da Bologna insorta il 26 febbraio 1831, per mezzo di un congresso di rappresentanti, la formazione di uno Stato delle Province Unite, assegnando il comando delle forze militari al generale Zucchi e fidando nell’aiuto francese. Questo però mancò totalmente, mentre gli Austriaci, immediatamente intervenuti, ristabilirono il vecchio governo, disperdendo gli uomini dello Zucchi che si era portato a Rimini, mentre Ancona veniva a patti con il governo pontificio. Alcuni mesi dopo avveniva la rioccupazione di Bologna da parte austriaca e quella francese di Ancona, che durò fino al 1838.

    In tutto lo Stato della Chiesa veniva ristabilito il governo pontificio, il quale tuttavia non riuscì a fermare il fremito di libertà che serpeggiava tra i cittadini; cosicché si arrivò all’inasprimento dei metodi di polizia, alle incarcerazioni, alle condanne a morte. Le Marche non si sottrassero a questa situazione anche se le rivoluzioni del 1848 e del 1849 non si estesero a questa regione, che dovette attendere il 1860 per essere unita al Regno d’Italia. Le truppe piemontesi divise in due corpi d’armata ai primi di settembre del 1860 entrarono nelle Marche e mentre uno occupava rapidamente Pesaro ed Urbino dirigendosi poi verso l’Umbria, l’altro tagliava il passo alle truppe pontificie che tentavano di raggiungere Ancona per apprestarvi la difesa. A Castelfidardo avvenne lo scontro tra Piemontesi comandati dal generale Cialdini e Pontifici che furono ben presto sbaragliati e Ancona, assediata dal mare, si arrese alcuni giorni dopo. A ricordo di tale battaglia decisiva è stato eretto a Castelfidardo un monumento-ossario costituito di una colonna circondata da un quadrato di obelischi tronchi che recano il nome dei caduti.

    Due mesi dopo le Marche furono annesse con un plebiscito al Regno d’Italia.

    La storia delle Marche si inserisce da questo momento nella storia d’Italia di cui divenne una delle regioni.



    Castelfidardo. Monumento ossario eretto a ricordo della battaglia del 1860.