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Componenti razziali e psicologiche

    Voci e figure della vita regionale

    Le componenti razziali e psicologiche

    Nonostante le invasioni, le migrazioni, le mescolanze, sono ancor oggi chiaramente riconoscibili, in larga parte della popolazione piemontese, i lineamenti caratteristici della razza alpina. E questo, non soltanto, come è ovvio, nelle zone di montagna, ma anche nella pianura a settentrione del Po, dove s’incontrano effettivamente, con frequenza, uomini e donne dal cranio basso, largo, corto (massimi di brachicefalia nelle valli d’Aosta, dell’Orco, della Dora Riparia, del Po, della Maira, del Gesso), con occipite tondeggiante, dal naso corto e piccolo, sovente concavo, dalla struttura tozza del corpo, dalle avambraccia corte. La statura è assai variabile. In più luoghi è al di sotto della media (minimi in vai d’Ossola e in Valsesia), ma in altri supera la media e dà una discreta percentuale di stature alte, come nelle valli del Po e della Dora Riparia.

    Quel tanto di primitivo, di infantile che traspare dal profilo del naso e dalle proporzioni del tronco e delle membra si rivela con maggior determinatezza nella donna, che ha viso nettamente basso e rotondo, bocca molle, naso non soltanto basso e piccolo, ma anche largo e non di rado con punta all’insù, tronco corto e tarchiato: forme che la città ha tuttavia snellito e ingentilito alquanto. La pelle è decisamente bianca o poco rosea. I capelli sono spesso di tinta intermedia e altrettanto si può dire degli occhi. Ma raramente manca una certa percentuale di biondi — con occhi più spesso grigi che azzurri — che prevalgono addirittura in valle d’Aosta (22,7 biondi su 16 bruni). Non si tratta qui di infiltrazioni nordiche, ma piuttosto, come sembra, di una decolorazione connessa alle particolari condizioni d’ambiente. Le fattezze della razza alpina si riscontrano tipicamente in uomini celebri del nostro Risorgimento, come Vittorio Emanuele II, Cavour, Quintino Sella.

    Se una forte aliquota della popolazione piemontese è razzialmente imparentata con le genti dell’arco alpino, e segnatamente con le originarie del versante francese, una minor proporzione di figli del Piemonte rientra in quel fondo millenario che doveva costituire, ancora ai tempi protostorici, con i Liguri, l’elemento più diffuso nella valle padana. Questo elemento, rappresentato da individui aventi cranio stretto ed allungato, faccia pure stretta, regolare, ovale nella parte inferiore, capelli ed occhi bruno scuri, colore della pelle bianco scuro, linee del corpo snelle e ben proporzionate, compare lungo una fascia che, staccandosi dalla Liguria centrale, penetra negli ex-circondari di Novi, Tortona e Voghera fino al Po. Qualcuno degli aspetti somatici ora accennati si distingue pure nella regione collinosa del Piemonte meridionale, dove la conservazione delle antiche forme può attribuirsi alla difesa ch’esse hanno trovato nelle dure condizioni del terreno, nell’isolamento (si ricordino le « Langhe selvagge »), e in ogni caso alle difficoltà di una penetrazione dal basso.

    Appaiono esasperati, in questa caricatura di Cavour, i tratti caratteristici del tipo razziale alpino. (Dal «Fischietto» del 16 gennaio 1855).

    Come il tipo fisico del piemontese di razza alpina deriva da un sottile processo di armonizzazione con i caratteri naturali del suo duro ambiente di vita — potendosi, per es., collegare la struttura tarchiata del corpo al suo miglior equilibrio sulle ripide pendici della montagna — così la psicologia e l’indole del vero piemontese tengono ancora, per dirla col poeta, «del monte e del macigno». «E invero», scrive M. Bernardi, «non si nasce invano ai piedi delle più alte cime d’Europa, in luoghi dove i venti recano la frescura delle nevi eterne e l’aroma di resina delle valli alpine.

    Dalla rotondità del cranio e del viso si riconosce l’appartenenza di questa donna piemontese all’etnia alpina.

    Frequente è il biondismo in valle d’Aosta.

    Invano non si cresce fra le balze del Monferrato e delle Langhe, dove prati, frutteti e vigneti verdeggiano su una terra dura e ferrea… Ovunque il piemontese volga lo sguardo vede l’orizzonte cinto da alture. Sin da fanciullo egli s’abitua a questo baluardo, che gli dà un senso d’appoggio fisico e morale: e se da adulto — viaggiatore o emigrato in contrade lontane — questo sostegno manca al suo occhio, tosto si sazia di distese marine e di lande sconfinate e quasi gli pare d’aver perduto la patria. E in realtà ha perduto l’ambiente che gli aveva foggiato il carattere ».

    «Pazienza e tenacia», prosegue M. Bernardi, «cautela e coraggio, una certa diffidenza delle avventure troppo azzardate e delle novità troppo improvvise, un attaccamento istintivo alle abitudini e quindi uno spontaneo rispetto per le tradizioni, una grande solidità morale, una laboriosità organizzata e un poco lenta, un’innata propensione all’onestà che s’identifica con la tendenza all’ordine e all’economia, un’immaginazione per lo più scarsa e tarda, cui supplisce il metodo, e un’industre applicazione sono — tutti lo sanno — gli elementi fondamentali di codesto carattere. Il quale, spoglio del romanticismo e sentimentalismo tedesco e del puritanesimo anglosassone, tiene tuttavia assai del carattere nordico; tanto che molte volte è stato affermato, non senza ragione, esservi minor differenza di sentire e di agire fra un transalpino e un piemontese che non tra questo e un napoletano, un pugliese, un calabrese o un siciliano ».

    Si potrebbe aggiungere ancora qualche pennellata a questo quadro, pur veritiero ed efficace, ricordando, per esempio, come propri del carattere piemontese, la testardaggine, un certo spirito di contraddizione — più verbale che sostanziale, impersonato in « Bastian contrari » — un’apparente freddezza e timidità, che s’accompagnano tuttavia a cortesia di maniere nelle città, uno scrupolo nell’obbedire ed un egual scrupolo nel farsi obbedire, una rispettosa osservanza delle gerarchie. Tra i difetti, dunque, una somma di virtù che sono, in parte, retaggio di una severa disciplina militare, e danno solidità e buon termine alle opere intraprese, ma che, portando seco, come dice il Piovene, « un misto di duro e di schivo, di ispido e di verginale » riescono più fastidiose a chi le possiede meno. Per questo, dalle altre regioni d’Italia si guarda ai Piemontesi più con ammirazione che con trasporto di affetto. E l’appellativo di « bógianen » con cui dagli altri Italiani si continua a designare i Piemontesi, qualunque origine abbia, è inteso ad indicare il proverbiale quietismo e una certa ottusità di riflessi che ai Piemontesi volentieri si attribuiscono.

    Nell’àmbito stesso della regione, poi, per confessione dei suoi abitanti, sono riconoscibili delle componenti o addirittura dei tipi psicologici subregionali nella cui definizione, specie se intesa in senso peggiorativo, si può facilmente cogliere l’eco delle avversioni comunali, campanilistiche che in passato, più di oggi, dividevano « quei che un muro ed una fossa serra ». Così dalle popolazioni della pianura i montanari sono spesso tacciati di gente testarda, gretta ed avara, lenta nelle decisioni. E il fatto che in antico molti fossero in montagna i gozzuti dà ancora la stura, presso i pianigiani, ad allusioni e a dicerie di cattivo gusto nei confronti degli alpigiani. Nelle campagne, poi, di pianura e di collina non sempre trovano buona stampa i torinesi, come prototipi dell’uomo di città, un po’ lezioso e smidollato, cui si addicono i nomignoli di « bicerin » (dall’antica bevanda torinese) e di « patachin ». E sin troppo nota la nomea di « Beozia del Piemonte » che circonda Cuneo ed i suoi abitanti. Ma questa volta bisogna riconoscere che la voce popolare ha sbagliato, perchè proprio il Cuneese ha dato al Piemonte uomini di altissima levatura. Dagli altri Piemontesi i biellesi sono considerati particolarmente furbi e sagaci (« per cónosse ‘n Bieleis, ai veul set ani e ‘n meis»; i canavesani, alquanto focosi e lesti di mano (« Canavsan, còtel a la man»); gli alessandrini (« Mandrogn ») trafficanti nati e ispidi di carattere, e via dicendo.

    Costume delle Valli di Lanzo.

    Dialetti e letteratura dialettale

    La consistenza del Piemonte come regione è notevolmente confermata e rafforzata dalla possibilità di riconoscere vivente in essa un insieme di dialetti che, per avere un fondo comune coincidente con l’ambito territoriale della regione stessa, si chiamano piemontesi. Questi dialetti costituiscono l’ala occidentale della famiglia dei dialetti dell’Italia settentrionale. In effetti le parlate piemontesi nel loro complesso sono assai simili a quelle della Lombardia, dell’Emilia e della Liguria. Tale somiglianza riposa sul fatto che queste zone erano abitate, prima della conquista romana, dalle stesse popolazioni barbariche (liguri e celtiche) le quali, mentre adottavano il linguaggio dei conquistatori, dovevano pure modificarlo secondo la pronuncia e le abitudini della loro propria lingua.

    Posizione geografica, però, e vicende storiche portarono alla formazione, nella grande valle padana, di distinti dialetti. Il Piemonte, per esempio, deve i suoi ai più scarsi contatti con la nuova lingua italiana e alle più aperte, dirette, influenze della cultura francese. Inoltre, a dare una certa omogeneità ai dialetti piemontesi, tanto da potersi anche parlare di un dialetto piemontese, è intervenuta l’esistenza di un grande centro urbano. Torino, in realtà è stata ed è il focolare d’irradiazione di un suo dialetto, diventato via via dialetto usato in tutta l’area delle parlate piemontesi, accanto e al disopra dei dialetti locali. E bene però ricordare sùbito che non tutto il Piemonte parla dialetti piemontesi e cioè sostanzialmente italiani. Anche nel campo dialettale hanno le loro decise ripercussioni quei contrasti tra montagna e pianura che più volte e per più riguardi si -sono dovuti mettere in evidenza. Di fatto, in buona parte delle nostre vallate, non si parlano dialetti piemontesi, ma alpini, di tipo, come vedremo, provenzale e franco-provenzale.

    Prendiamo ora come base di partenza quel dialetto torinese, la cui preminenza comincia a determinarsi in Piemonte sotto Emanuele Filiberto. Chi sente parlare per la prima volta il torinese o, più genericamente, altri dialetti piemontesi non può sottrarsi all’impressione che molto in essi vi sia di francese. Confermano questa impressione la grande scarsezza di consonanti doppie e di parole sdrucciole, l’abbondanza di parole tronche e di voci terminanti in consonanti. Rifacciamoci, per alcuni di questi caratteri fonetici, ad esempi che il Terracini trae dalla parlata torinese. Essa possiede la vocale «u» (u francese) in diir, sciir (duro, scuro); il suono « eu » od «oeu», in beu, reu, feu (bue, cerchio, fuoco) ; ricchezza di dittonghi del tipo « ai », in lait, fait (latte, fatto); « ei », in peila, peis, streit (padella, peso, stretto); « au », in caud, aut (caldo, alto). Nelle sillabe prive di accento, il torinese tende ad oscurare le vocali che siano diverse da a e anche a sopprimerle: dne, disné, lodna, temp, oeui (denaro, pranzo, allodola, tempo occhio). Analogamente avviene per le vocali finali ereditate dal latino, e cioè, mentre l’italiano è fedelissimo nel conservarle, il torinese, in moltissimi casi, se ne sbarazza, uscendo, per es., in martel, cólór, set, liiv, causset, biónd, sant (martello, colore, sette, lupo, calza, biondo, santo, ecc.). La «n» tra vocali: lima (luna) assume un suono quasi nasale, che è sconosciuto all’italiano. Per contro il torinese ignora la pronuncia di z (zio), di chia, chie, chio (chiave, chiesa, chiodo), di glia, glie, glio (famiglia, figlio, ecc.). In fine di parola alle mute sdrucciole dell’italiano del tipo «asino, dicono, cantano, argine, ruggine», ecc., fa riscontro in dialetto un unico esito piano in «u»: asu, a diu, a cantu, erzu, riisu, ecc. Il dialetto elide poi « r » riuscito finale, specialmente negli infiniti (mangè, core, savei, finì), mentre l’« n » finale (piti, bin) ha la stessa pronuncia un po’ nasale dell’« n » intra-vocalico. Nelle declinazioni dei nomi e dei pronomi per intere serie di vocaboli non vi è distinzione fra singolare e plurale, distinzione che rimane affidata semplicemente all’articolo: ‘l pé, i pé (il piede, i piedi); la man, le man (la mano, le mani). L’infinito è sempre terminato in vocale: beive, finì (bere, finire) e nella prima coniugazione termina in «e» (caritè, balé: cantare, ballare). La formazione di certi modi e di certi tempi è più monotona che in italiano. Manca, per es., al torinese il passato remoto e la sua sostituzione col passato prossimo toglie indubbiamente varietà ed efficacia al discorso.

    Come si vede, il sistema fonologico del torinese è profondamente diverso da quello dell’italiano, nell’alternarsi di vocali e di consonanti, nella varietà dei timbri vocativi, oltre che nel ritmo e nell’intonazione della frase. Di qui deriva l’accento regionale così facilmente riconoscibile nella pronuncia italiana, anche di persone colte, e la facilità con cui i piemontesi sbagliano la pronuncia dell’italiano. Ma ove si tenga conto delle differenze di suoni, per la gran massa delle parole del dialetto torinese è possibile trovare l’esatta corrispondenza con la lingua italiana. Vi sono tuttavia delle voci dove questa corrispondenza non esiste od è parziale, ed altre che l’italiano non ha affatto (barba, magna, tota, sust, l’indù, bènna, ecc.).

    L’insieme delle caratteristiche del torinese si estende con una certa uniformità solo a nord e ad ovest della capitale, per una larga fascia circondata dalle Alpi e senza confini netti verso la pianura che comprende Pinerolo, Saluzzo, Cuneo e Fos-sano. Entro quest’area differenze sensibili non si riscontrano che nel Saluzzese: it manges, cantes, ries, in luogo del torinese: it mangie, it caute, it rie. Tanto che un piemontese di Torino o di Asti rifà il verso all’amico saluzzese, esagerando le uscite in «s » del suo dialetto, come nel noto detto: «A Saliises as mangias e as beives e as pagas gnentes ». Altre lievi differenze sono individuabili in qualche termine rustico, proprio delle campagne. Nella zona che fascia a sud e ad est questo territorio, e, partendo dal Monregalese, comprende il Monferrato e il Novarese-Lomellina e giunge infine alle Alpi con l’alto e basso Canavese, il Biellese e il Valsesiano, alcune delle caratteristiche torinesi si perdono, ma in modo non uniforme. Molte di esse poi sono sostituite da altrettante consonanze dei contermini dialetti liguri, emiliani e lombardi. E questa la zona dei dialetti piemontesi, nell’àmbito dei quali si distinguono tre varietà o gruppi dialettali: il monferrino, il canavese, il valsesiano.

    Ricchi costumi delle valli di Lanzo (Viù).

    Attrezzature rurali che spariscono. Carro per il trasporto delle uve nell’Astigiano.

    Il monferrino, che ha per centri Casale, Alessandria, Acqui e degrada ad ovest nell’Albese e nell’Astigiano, in luogo della « u » francese ha una vocale assai più vicina alla «i» (fis invece di fiìs, schir invece di sdir, mir invece di miir, ecc.); assai frequentemente muta in « i » la « e » atona finale (gambi per gambe, Uri per lire, doni per donne, ecc.) e la « 1 » in « r » (ra teira invece di la teila). In parte del Monferrato la « n » intervocalica rimane come in italiano, mentre il basso Monferrato con Casale si distingue per avere l’infinito della prima coniugazione in «a» (carità per caritè). Verso Alessandria si tende ad evitare il suono « oe » e la «i» tende ad allargarsi in « e ». Quanto al gruppo canavesano, o più precisamente alto canavesano, è caratteristico lo svolgimento in «a» anziché in «e» degli infiniti in «are»: cantar invece di canté, andar per andé, ecc. I dialetti dello stesso gruppo hanno canten invece di cantuma alla prima persona plurale e pronunciano la « n » tra vocali come in italiano. Finalmente il dialetto valsesiano conserva distinti suoni che nel torinese confluiscono in «s» e dice: cena, cavezza, coscia. Conserva pure «gli» (paglia) e la vocale finale cade meno largamente.

    In sostanza possono dirsi piemontesi tutte le parlate della pianura padana, comprese ad occidente della Sesia e della Scrivia, lungo i quali fiumi confinano con le parlate lombarde ed emiliane, e chiuse dalla cerchia delle Alpi e degli Appennini. Come abbiamo già accennato, su questa barriera montuosa dominano dialetti diversi dal piemontese. Così, le alte valli degli affluenti di destra del Po appartengono ai dialetti liguri sino al Tanaro, e talvolta il tipo ligure si spinge alquanto a valle, a Novi Ligure, ad Ovada. Dalla Stura di Demonte alla Dora Riparia il piemontese occupa tutti gli sbocchi delle vallate e va gradatamente prendendo piede nell’interno stesso delle vallate a detrimento dei vecchi dialetti alpini. Condizioni analoghe si ripetono per le valli della Stura di Lanzo, dell’Orco e specialmente della Dora Baltea dove il piemontese — per altro largamente parlato in valle — si arresta al disotto di Pont-Saint-Martin come dialetto locale. Nettamente piemontesi sono invece le valli ad oriente della Dora Baltea sino a tutta la Valsesia.

    Vedi Anche:  Colline, pianure ed Alpi Piemontesi

    Nelle medie ed alte valli al di qua della Dora Baltea si parlano i dialetti che i linguisti chiamano appropriatamente alpini, analoghi a quelli delle contigue valli del versante opposto. E più precisamente hanno parlate di tipo provenzale le valli cuneesi, saluzzesi, pinerolesi e della Dora Riparia, fino a Chiomonte. Hanno invece parlate franco-provenzali, e cioè più vicine a quelle francesi della Savoia e della Svizzera, la valle della Cenischia, la bassa valle della Dora Riparia con Coazze e Valgioie, le valli di Lanzo, dell’Orco e della Soana e della Dora Baltea. Sono dialetti, ricorda il Terracini, notevolmente differenziati da valle a valle, e talora persino da villaggio a villaggio. La forte individualità geografica e storica della valle d’Aosta, insieme all’influenza di un importante capoluogo, hanno assicurato alla valle stessa una certa unità dialettale, sì che si può parlare di un vero e proprio dialetto valdostano. Però, e lo si è già accennato, queste parlate alpine vanno arretrando di fronte alla vittoriosa avanzata del piemontese, energica specialmente nelle valli minori che non hanno passi alpini frequentati. L’unità del mondo fisico e dell’ambiente antropico-razziale sui due versanti alpini, più volte ricordata nel corso dei precedenti capitoli, si ritrova, dunque, anche in campo linguistico, dove si è affermata col concorso di situazioni storico-amministrative, come l’identità della romanizzazione dei due versanti e la loro comune appartenenza durante il Medio Evo alle stesse circoscrizioni ecclesiastiche e politiche. Ma più di tutto, hanno agito nel senso di creare un’unità dialettale delle vallate comunicanti sui due fianchi delle Alpi occidentali, le strette relazioni, specie economiche, ch’esse hanno mantenuto fra di loro, massime in corrispondenza ai grandi valichi attraverso i secoli mentre solo di recente le vallate alpine si sono aperte alla penetrazione degli influssi della pianura che hanno rotto il cerchio della loro vita autonoma.

    Per le stesse ragioni, in alcuni angoli della montagna piemontese s’è conservato l’uso di lingue non italiane. Completando gli accenni già fatti in precedenza al riguardo, ricorderemo che il francese — un francese assai puro, un po’ prezioso ed arcaicizzante — è parlato come lingua colta nella valle d’Aosta. Per effetto della parificazione della lingua francese a quella italiana — anche come numero di ore di insegnamento in ogni ordine di scuole — secondo stabilisce lo Statuto speciale della regione autonoma della valle d’Aosta, l’uso del francese va diffondendosi in valle presso le giovani generazioni. Anche nelle valli del Pinerolese e nell’alta valle di Susa il francese costituisce, sebbene in minor misura che nella valle d’Aosta, come una seconda lingua, ed è la lingua della chiesa valdese, che ha il suo centro a Torre Pellice. Tutt’intorno al Monte Rosa, poi, si trovano delle oasi di dialetti tedeschi, ultimi avanzi di nuclei immigrati dall’alto Vallese nei secoli XII e XIII.

    Queste oasi sono, nella valle del Lys, i due Gressoney e Issime; in Valsesia, Alagna, Rima, Rimella; nella vall’Anzasca, Macugnaga e nella vai Formazza, Pommat, il capoluogo.

    Ma torniamo al dialetto piemontese. Esso ha una tradizione veneranda, perchè Costantino Nigra pensa che fosse già parlato nel VII-VIII secolo dopo Cristo. Certo ne aveva notizia San Tommaso che cita la pedemontana fra le altre parlate italiche del suo tempo. E se dobbiamo credere a un competentissimo in materia, V. Cian, Dante conobbe per esperienza diretta il vernacolo alessandrino e il torinese, che nel De vulgari eloquentia qualificò turpissimi. Fin dal 1321 troviamo scritti in dialetto gli Statuti della Società di San Giorgio a Chieri; in dialetto si prestava giuramento dai lettori di Nizza della Paglia (Monferrato); nel volgare del luogo si spiegavano in Asti gli ordinati municipali. Ed è in carattere con la prevalenza quasi ininterrotta delle vicende belliche nella travagliata storia del Piemonte, che le prime espressioni poetiche in dialetto piemontese siano dedicate, l’una, del 1381, all’assedio di Verrua, l’altra, del 1410, alla resa del comune di Pancalieri in lotta contro le soldatesche di Ludovico d’Acaia. E di guerra sono le canzoni più antiche e più caratteristiche, come la famosa Liónota, la bella campagnola che il figlio del re invita e persuade ad andare con lui alla guerra: canzone deformata in sèguito nel canto villereccio della Vióleta.

    Accanto alla poesia di guerra sorse presto una poesia religiosa, e le molte laudi che si conservano del secolo XV, pur essendo di origine umbra, presentano evidenti coloriture dei dialetti locali, cantate com’erano dalle confraternite dei Disciplinati («Batù») di Saluzzo, Racconigi, Pocapaglia, Bra, Moncalieri, Mondovì, Carmagnola, Asti. Così, il dialetto si preparava a comporre, lungo il dramma della natività di Cristo, la figura massiccia e bonaria del pastore Gelindo. Il popolo piemontese canta la sua fede nelle potenze terrestri e celesti che reggono il suo destino, ma meglio esprime i tratti più profondi e tipici del suo spirito quando è toccato da drammi familiari. Nella notissima La sposa morta vi è tutto un racconto trepidante di commozione e sostenuto con gentilezza. Il canto rievoca le linee maestre del dramma: il ritorno dello sposo, il presentimento della morte della sposa, il melanconico annuncio delle vicine, la visione della lumina accompagnante il feretro, e poi il dialogo fra il vivo e la morta. La morta è rassegnata alla sua sorte e non pensa a sè, ma al sopravvissuto: essa stessa lo consiglia di scegliersi altra donna e per sè non invoca se non un benigno ricordo nella preghiera. Ugualmente poetica è la canzone della madre morta che al grido dei bimbi abbandonati o maltrattati dalla matrigna, risuscita per dare al suo più grande la minestra e pettinarlo, per dare al suo più piccolo il latte e un bacio.

    L’amore tiene naturalmente un gran posto nelle antiche canzoni popolari piemontesi: un amore talvolta tenero come nella Pastora fedele e talaltra tragico e passionale come nella Sposa di Beltramo, ma più spesso malizioso e velato di sottintesi anche grassocci come ne L’aria del molino, nel Cacciatore del bosco, nella Rondine importuna, o mescolato ai ricordi di un pellegrinaggio sacro come in Pellegrino di San Giacomo. Rare sono le canzoni conviviali, ma il desiderio di un buon pranzo o di una solenne bevuta affiora di frequente e trova un’espressione curiosa, marcatamente bacchica, nella nota canzone di Giaco Trós o di Maria Gióana, che vogliono essere seppelliti in cantina con la bocca aperta sotto la cannella di una botte, fra un solenne apparato di bottiglie e di ceri. Alle canzoni sbarazzine, come quelle delle Tre Comari e di Nineta, con le comiche avventure del prete innamorato, s’alternano ingenue favole di animali come II grillo e la formica, La rana e il rospo ed altre. Anche se parte di questa produzione poetica sembra essere di origine ultramontana, numerose vi sono le risonanze caratteristiche dell’anima piemontese, della sua sensibilità, dei suoi gusti.

    E anche i Piemontesi d’oggi si riconoscono nei deliziosi o teneri o patetici quadretti delle antiche canzoni raccolte dal Nigra, e volentieri cantano quelle che, provenienti in maggioranza dalla collina torinese, Leone Si-nigaglia ha trascritte in un linguaggio musicale suggestivo e moderno, con grande varietà di cadenze.

    Nel Settecento non mancano, fra gli altri, canti popolari che testimoniano l’affetto del popolo verso la casa regnante, soprattutto in occasione di nozze delle principessine che ragioni di Stato portavano spose in Francia, in Spagna, in Austria. Ma il componimento più comune è il toni, la pasquinata della plebe torinese, che di poetico ha solo rime od assonanze, e che ha per protagonista Antonio (donde il nome del componimento), fìnto tonto, becero maldicente, motteggiatore audace e scurrile. Seguendo l’andazzo dei toni, spesso messi in circolazione da poeti che amavano prudentemente conservare l’anonimo, scrisse nei decenni di mezzo del Settecento padre Ignazio Isler, oriundo svizzero, ma torinese di nascita. La fama cui salì l’Isler dipende dall’aver egli saputo rappresentare al vivo quei tipi — vecchi balordi che vagheggiano una donnetta, la vedova scaltra, la madre che favorisce la civetteria della figliola, il matrimonio come sacramento di doppia tribolazione, donne bacchettone, chiacchierone, malcontente del marito, mogli che portano i pantaloni, serve malefiche, ecc. — tipi e figure, cioè, in cui il popolino riconosceva se stesso, attraverso situazioni di una comicità grossolana e di una lepidezza verbale facile ed abbondante.


    La pastora fedele. La bergère fidèle. Una delle più belle e note canzoni piemontesi

    Di note liberali, civili, patriottiche, ridondano, verso la fine del Settecento, l’attività poetica del medico Edoardo Calvo, giacobino, ma pronto a satireggiare tanto le supine acquiescenze degli oppressi, quanto i francesi boriosi e senza scrupoli, e nei primi decenni del secolo scorso, l’abbondante, varia produzione di Angelo Brof-ferio. Le canzoni del focoso tribuno, con la bravura bersagliera dell’improvvisazione, suscitarono molti degli entusiasmi popolari che accompagnarono e sostennero le guerre del Risorgimento. Dal 1859 a‘ 1880 il meglio della letteratura vernacola è assorbito dal teatro, che rifà le sue origini alla fine del secolo XV, quando in Asti Gian Giorgio Allione scriveva le sue scanzonate dieci farse, destinate a rappresentarsi durante il carnevale. Si conoscono pure scene comiche frammezzate alle rappresentazioni pastorali dei secoli XVI e XVII. E fu a lungo celebrata in passato una commedia per musica, ‘L Cónt Piólet, attribuita al marchese Carlo G. B. Tana e pubblicata nel 1784. Ma il teatro dialettale piemontese non fiorisce veramente che intorno alla metà del secolo scorso, per l’impulso primo di Federico Garelli e di Giovanni Toselli. Tra gli autori che seguirono è da ricordarsi anzitutto Vittorio Bersezio, delle cui venti commedie dialettali sopravvive, con l’aureola del capolavoro, Le miserie ‘d mónssù Travet, efficacissimo scorcio di vita e di psicologia della piccola borghesia piemontese. Tragedie e commedie vibranti di spiriti del tempo e anche di vaste aspirazioni sociali dettero pure al teatro piemontese Giovanni Zoppis, Luigi Pietracqua, Mario Leoni e, ai giorni nostri, Luigi Drovetti. Tuttavia, dopo il 1880, comincia la decadenza di questa forma d’arte dialettale, mentre la poesia vernacola rimane in un ambiente caldo di inclinazioni veristiche, socialisteggianti, non uscenti per altro dalle limitazioni della vita provinciale.

    Fedeltà alle fogge del passato in quel di Macugnaga (val d’Ossola).

    Il gioco delle bocce è sempre il preferito dai contadini piemontesi.

    Del tramonto del secolo s’illumina la vena poetica di Filiberto Alami (pseudonimo di Alberto Arnulfi), che colpisce con acutezza originale certa nobiltà boriosa e ridicola e la nuova borghesia dei parvenus, goffi e petulanti, mentre in brevi, signorili sonetti ferma scorci d’ambiente e delicate vibrazioni d’anima. E già travalica il confine del secolo nuovo la produzione di un altro fine poeta, Alberto Viriglio, umorista e sentimentale, osservatore e canzonatore, goliardo e sermoneg-giatore, aristocratico e popolare insieme. Più ampio respiro, pur insistendo anch’essa sui temi di ispirazione casalinga, ha avuto la poesia di uno scomparso da poco, ma già considerato come uno dei maggiori poeti dialettali dell’Italia contemporanea: Nino Costa. L’amore alla terra, il senso vivo della natura, l’orgoglio della razza e della tradizione piemontese, si mescolano all’elogio del dovere e del buon senso, dell’attaccamento alle cose semplici, all’esaltazione pacata e signorile della patria, della carità, del coraggio, dei benefattori, degli uomini, di Don Bosco e del Cottolengo. Nino Costa adopera talvolta la pungente allusione della favola, ma con più nobili aspetti esprime la commovente simpatia umana. Felicissimo anche come osservatore e descrittore, gli bastano poche pennellate per rendere l’atmosfera di una festa, di una chiesa, di un paese delle Langhe, di un angolo della sua Torino.

    E non abbiamo accennato che ai grandi nomi della poesia dialettale piemontese. Specialmente nel primo Risorgimento, l’èmpito dei sentimenti che prepararono l’unificazione dell’Italia trasformò in poeti dialettali uomini di pensiero e di azione chiamati ad alte responsabilità pubbliche. Così, come nei tempi più vicini a noi, il rifiorire della poesia dialettale suscitò, accanto ai maggiori, una pleiade di poeti e di verseggiatori che dai contrasti tra le forme di vita del passato e quelle della modernità travolgente trassero motivi di accorato rimpianto e di struggente tenerezza per le cose che furono, ma anche di fiduciosa attesa per le cose che sarebbero state.

    E anche oggi il Piemonte ha i suoi cantori in piemontese e nelle diverse varietà del piemontese: uomini indipendenti e schivi, o raccolti in cenacoli, alla cui attività poetica è di sprone, fra l’altro, l’incoraggiamento e il concreto aiuto di Comuni, di appositi comitati, di associazioni folcloristiche regionali e locali. Così come non mancano oggi — basti ricordare per tutti Benvenuto A. Terracini — gli studiosi che continuano ad illustrare le caratteristiche strutturali del piemontese e le sue forme letterarie. In questo campo i primi lavori sembrano datare dalla fine del secolo XVI, ma bisogna arrivare alla fine del secolo XVIII per incontrare, nel medico Maurizio Pipino, il teorico, il grammatico entusiasta del piemontese. Per non tener conto che delle opere a stampa, alla grammatica del Pipino tennero dietro, sui primi anni del secolo scorso, un dizionario piemontese-francese del conte Luigi Capelli di San-franco e un assai più importante vocabolario del prete Casimiro Zalli da Carmagnola, successivamente compendiato dall’abate Michele Panza. Tra le grammatiche piemontesi è raccomandabile quella di Ali Belfadel.

    C’è chi si domanda se il dialetto piemontese sia bello o brutto. La miglior risposta può venire dal comportamento dell’Alfieri che rimpianse forse d’esser nato

    Là dove Italia boreal diventa

    E dai prossimi Galli imbarbarito

    Coll’u, coll’eu, coll’au, coll’en spaventa

    Ogni orecchia di tosche aure nutrita.

    ma che, quando volle affermare la durezza ferrea del suo carattere e del suo stile lo fece in piemontese, con un sonetto che ha tutti i pregi delle sue buone composizioni in lingua:

    Sòn dur, ló seu, sòn dur, ma i parlò a gent

    Ch’an l’anima tan mola e desiava

    Ch’a j’è pa da stupì, se d’cósta nià

    I piasò a pena a pena a l’un per sent.

    Tuti s’amparo ‘1 Metastasio a ment

    E a n’han l’órie, ‘1 coeur e j’eui fòdrà:

    J’eroi ai veulò védde, ma castra,

    ‘L tragic a lò veulò, ma impótent.

    Pura i’m dugn nen per vint, fin c’as decida

    S’ass dev trónè sèi pale, o sòlfegié,

    Strassé ‘1 coeur o gatié marlait l’ória.

    Già ch’ant còst mònd l’un l’aut bsogna ch’as viva

    J’eu un mé dubiet, ch’i veui ben ben rumié:

    S’I’è mi ch’sòn ‘d fer, o i’Italian ‘d’pòtia.

    Dove si vede che il Piemontese è soprattutto un dialetto maschio, vigoroso, atto ai comandi in termini di rigidità militaresca, come appare anche dai famosi versi in lode del Piemonte, di Cesare Balbo:

    O Piemónt, o pais ‘d mòntanar

    Pais d’omini dur e tut d’un toch

    Ma aót, ma ferm, ma fort còme i to roch

    ma militar!

    ma che si piega anche all’espressione distesa e delicata come nella canzoncina:

    Guarda che bianca luna,

    Guarda che ciel seren

    o nell’altra che dice:

    Canta, mòrucio

    bel Canta ch’it senta

    Dame ‘n basin d’amor F

    ame contenta.

    Il dialetto piemontese ha norme di grammatica e di sintassi nettamente stabilite: è ricco quant’altro mai di consonanze, di armonie, di finezze, di vocaboli appropriati alle diverse stilistiche. Ha un dovizioso patrimonio di accusativi e di diminutivi non pochi dei quali veramente poetici : ha un gran numero di voci onomatopeiche, spesso efficacissime (baólé per abbaiare, miaólé per miagolare, svicc per svelto, farfui per sbarazzino, sbrinc per spruzzo, bórenfi per gonfio, stiribacóla per capriola, sclin per squillante, bernufia per schizzinosa), ma soprattutto ha una tendenza estremamente pronunciata alla sinonimia e al traslato. Aggettivi e verbi reggono soventis-simo la loro brava similitudine (vei cóme ‘l cócó, maire cóme n’ancióa, long cóme la Quaresima, giust cóme l’or, crié cóme l’aquila, deurme cóme ‘na marmota, termólé come ‘na feuia, ecc.). Assai numerosi sono i sinonimi od equipollenti, anche a frase (il maiale è il canarin da giand; la giovinezza la blèssa d’I’asó; la smania di fabbricare la maladia d’ia pera-, la sgarbatezza ‘n cómpliment a la giassa; lavare i piatti si dice sóné ‘l pianò; raffreddarsi ciapé ‘n passami, ecc.). E moltissime poi sono le frasi fatte su nomi propri, su nomi d’animali, su spunti d’ogni genere, e nel cui uso le ver-duriere e le portinaie hanno una insuperabile maestria. Ne deriva che alle situazioni sentimentali, romantiche o sdolcinate il piemontese si presta meno che alle trovate umoristiche e bizzarre, alle satire fini ed argute. E qui di fatto è riuscito nelle più gustose e celebri espressioni.

    Vedi Anche:  L'agricoltura e il paesaggio agrario

    Certamente il dialetto piemontese risente esso pure delle continue innovazioni che la vita moderna comporta e si va lentamente modificando. E soprattutto s’impoverisce di quei modi di dire che, riferendosi a uomini e ad eventi del passato, non hanno più senso per le attuali generazioni. Ma ciò non significa punto che l’uso del dialetto vada scomparendo. Nella stessa Torino, i figli degli immigrati veneti e meridionali si fanno un vanto di parlare il dialetto d’acquisto, sicché certi piemontesismi non tramontano ed è facile sentire anche persone di qualche cultura dire che « faranno andare due uova al burro », che « sono dietro a fare un difficile lavoro », che sono « capaci di ridere sulla faccia a Tizio o a Caio », che « devono avere dimenticato a casa l’ombrello », che « credevano mai più di poter guarire », che « erano fissi di aver parlato », che « sono buoni a fare sul serio », che « hanno partecipato alla sepoltura », « subiscono continuamente dei disgusti », « hanno il vizio d’essere troppo arrendevoli » o « hanno chiamato invano il favore di essere ascoltati ».

    Aspetti folcloristici

    Quel che s’è detto delle condizioni attuali del dialetto vale anche per il folclore, per le tradizioni d’ogni genere, per le feste. E cioè, sebbene sia certo che di questo antico patrimonio spirituale molto è caduto col volgere dei tempi e col sottentrare di novità livellatrici, non è tuttavia meno certo, che molto sopravvive con quasi incredibile tenacia nella coscienza popolare, e molto anche rinasce e riprende vigore. E nuove tradizioni addirittura vengono creandosi. E un mondo, anche questo, in via di perenne trasformazione, ma che per altro sente come debito d’onore e come cosa utile il mantenere la continuità con un passato pieno di saggezza, ricco di mirabili esempi, ispiratore di curiosità e di sani sentimenti. Così, in fatto di proverbi — che si dicono condensare la sapienza dei popoli — moltissimi sono quelli che specialmente nelle campagne commentano sentenziosamente sulla bocca dei vecchi le più svariate circostanze della giornata e della vita. La messe in questo campo è talmente abbondante da rendere impossibile una esemplificazione. Ed è un peccato, perchè vi sono in piemontese dei motti, delle massime, delle parabole, dei paragoni sostanziati di tanto buon senso e conditi con tanta bonaria arguzia da cacciarsi in mente di colpo e da non uscirne mai più.

    Danze folcloristiche in costume della val Chiusella.

    Non meno variata e colorita appare la famiglia degli indovinelli. Citiamone qualcuno dei tuttora vivi: Sórele binele ch’as còro dapress, són mai ciapasse, as ciapó neri adess (le ruote); ‘n linseul tut tacónà, l’è mai staje n’uja pianta (il cielo con nubi); a cala giù ’11 riand, a mónta su ‘n piórand (il secchio nel pozzo); lónga lóngheisa, restia a la fransseisa, vestia ‘d tanti cólór, chi Vandvina l’è ‘n gran dótór (la processione); ‘na cosa grossa cóme ‘na piota d’galina, eh’a góerna tuta la cassina (la chiave); ‘na cricca balaricca góerna sent cricc balaricc e sent cricc balaricc góerno pà na cricca balaricca (la chioccia e i pulcini); ‘n camp tut lavora, a l’è mai staie la sloira pianta (il tetto di coppi).

    Popolo, il piemontese, di agricoltori e di montanari, è naturale che fin dai lontani tempi si sia esercitato nei presagi meteorologici e che abbia concentrato, in una quantità incredibile di proverbi e di pronostici sul « tempo che farà », il frutto di un’esperienza così vecchia e pur sempre in gioco. E lecito prevedere la pioggia quando più del consueto gracchia la rana, trillano i grilli, moleste sono le mosche; quando il gatto nel fare la sua toletta passa lo zampino dietro l’orecchio, il gallo canta in pollaio a metà pomeriggio, le puzze si fanno sentire più forti, le sfitte dei calli e le cicatrici delle ferite dolgono più acutamente, i fiori odorano con maggiore intensità, e così di sèguito. D’altra parte, quando la luna a l’à ‘l reu, o vent o breu; tempóral d’ia matinà, dura tuta la giórnd; nebia bassa, bel temp a lassa; s’a l’è ciaira la montagna, mangia, beiv e va ‘n campagna. E non parliamo dell’influenza della luna che nelle nostre campagne è verità assiomatica, e di cui si deve tener conto prima di iniziare qualsiasi operazione agricola, massime se riguarda la vinificazione. Così si considera verità di fede che la luna di marzo sia propizia all’imbottigliamento dei vini e quella d’agosto alla conservazione delle uova.

    La scienza meteorologica popolare attribuisce ai singoli mesi particolari caratteristiche, e ritiene che dal loro andamento molto possa dipendere per le fortune agricole dell’annata. Di gennaio si dice, per es., eh’a fà i pónt e fervè ai rómp-, gènè lassa gnune galine ‘nt’l pólè; gènè suit, tanti frut; poer d’ gènè, slarga ‘l granè. E tanti e più numerosi ancora sono i benefici o le malefatte di cui si fa carico agli altri mesi. Nei mesi, poi vi sono le settimane e i « giorni di marca ». Così è celebre il pronostico del 2 dicembre: ‘/ temp ch’afa a Santa Bibiana, ló fà quaranta dì e ‘na siriana; c l’altro non meno famoso del 22 luglio, che dice: a Santa Madlena, la nós l’è piena. La pioggia della Domenica delle Palme (‘/ dì dia ramuliva) si ripete senza fallo per un bel numero di domeniche successive. La pioggia di Sabato Santo significa anno asciutto ma abbondante; quella di Pasqua, scarsità di fieno. I primi e gli ultimi giorni di gennaio se chiari, sereni, sono presagio di anno felice. Se i primi quattro appariranno uguali, l’anno sarà piuttosto nebbioso. E si potrebbe continuare di questo passo, se non ci assalisse il dubbio che, in molti casi, sarebbe prudenza seguire l’esempio dello sfruttatissimo adagio che dice:

    Quand che Superga a l’à ‘1 capei

    O ch’a fa brut o ch’a fa bel;

    Quand che Superga l’a nen dèi tut,

    O ch’a fa bel o ch’a fa brut.

    Oltre ad una scienza meteorologica si coltiva nelle nostre campagne una scienza medica casalinga, fondata, in gran parte, sulle « virtù » delle erbe medicinali. In materia si potrebbe scrivere un piccolo trattato, ma qui ricorderemo soltanto che come antispasmodici sono specialmente indicate l’atanasia, la violacciocca (viole), il tiglio, la melassa, la camomilla; fra gli antipiretici, il miglio fresco, la viola tricolore (pènsé), i fiori di sambuco; tra i ricostituenti l’artemisia, l’altea (reusa d’ rama), le bacche del ginepro, le foglie di borragine tra i rinfrescanti; fra i sedativi la lattuga, fra gli emollienti, la ninfea, la piantaggine, la gramigna, la malva. E c’è un gran numero di piante che hanno indicazioni specifiche: le radici, per es., depurano il sangue, il prezzemolo va bene contro il prurito, la veronica contro l’asma, l’acetosa contro l’angina. L’angelica, poi, fa guarire le cefalee; l’eufrasia, le infiammazioni dell’occhio; la cicuta, i dolori di petto; la cicoria selvatica, le coliche nefritiche; la saponaria, i calcoli renali; la salvia, le ulcere; l’orzo, il dulcamara e il tasso barbasso, le tossi; la clematite e il colchico, la gotta.

    Come si vede, ce n’è per tutti i malanni. Quanto ai rimedi popolari che non siano d’origine vegetale, le stravaganti e talvolta ributtanti ricette medioevali non trovano generalmente più credito, ma possiamo essere sicuri che qualche buona nonna ancora le consiglierà alla figlia quando ci sia di mezzo la salute dei nipotini. Come è certo che non solo nelle campagne si ricorre ancora abbastanza largamente a mediconi e a medicone (meisinór, meisinoire), specie per rimediare a fratture, a slogature e a dolori d’origine reumatica. E questi mediconi avranno poteri particolarmente ampi ed energici ove si tratti di settimini o di « santi ». In ogni caso, nell’attesa delle prescrizioni, ci si può confortare con qualcuno dei numerosi assiomi e modi proverbiali che sembrano ispirarsi agli aforismi della famosa scuola di Salerno : Sempre beri a s’peul nen stesse; aria ‘d filura, aria ‘d sepoltura; meisina ‘d’beu, meisina ‘d vaca chi l’a mal ch’as grata; dieta, acqua fresca e servissiai a guarissó tuti i mai; polenta pólentà, panssa piena e mal disnà; ‘l ris a nas ‘nt’l’acqua e deu meuire ‘nt’l vin; lait e vin tossi fin, vin e lait tossi afait; l’acqua a fa vnì i babiot ‘nt’la panssa; ecc.

    Ma più d’una medicina vale una buona cucina, soprattutto quando è semplice e sana come quella piemontese. Il piatto classico tradizionale del Piemonte è il bollito di manzo, tagliato nella culatta e presentato monumentalmente insieme a testina o a zampino pure di manzo, a cotechino di maiale, con uno speciale intingolo a base di olio, prezzemolo ed aglio (bagnet verd). Subito dopo il bollito, il primo posto come piatto regionale caratteristico spetta probabilmente al cardo con la bagna cauda, una salsa d’olio, d’aglio e d’acciuga in teglie di terracotta, mantenuta sempre caldissima. La presenza della fontina valdostana spiega la larga diffusione di un altro tipico piatto piemontese, la fonduta (fóndua), che va mangiata sotto un buon strato di tartufi d’Alba. Del resto, ogni paese del Piemonte ha le sue specialità gastronomiche, che il maggior movimento creato dal turismo tende a valorizzare e che più frequentemente si possono degustare nei grossi alberghi di provincia (gli immancabili « Tre Re », « Cavallo grigio », « Tre citroni », « Cannon d’oro », « Leon d’oro », « Dell’Angelo », « Corona Grossa », ecc.) durante i giorni di mercato e di affluenza.

    Alla domenica mattina in un paese di montagna.

    Ricordiamo, per es., la « mozzetta » della valle d’Aosta, l’oca di Novara, la trippa di Moncalieri, tra le portate di carne; le tinche di Poirino, le trote dell’Orco, del Pellice, del Moncenisio, le lamprede di Villafranca Piemonte, tra i pesci; la toma di Lanzo, i tomini di Roccaverano e di Cocconato, le rubiole d’Alba tra i formaggi ; il torrone d’Alba e di Canelli, i biciólan di Vercelli, i crumiri di Casale Monferrato, i biscottini di Novara, i nocciolini di Chivasso, i finocchini di Refrancore, i pam-pavia di Riva presso Chieri, i torcetti di Rivoli, gli amaretti di Mombaruzzo, tra i dolci. E tra le specialità piemontesi, anzi torinesi, non vanno dimenticati i grissini, che si vogliono trovati verso il 1679 da un mastro panettiere Antonio Brunero. In tema di pane, svariatissimi sono gli impasti e le forme sotto cui questo fondamentale alimento del nostro popolo viene consumato e venduto. Vi sono dei paesi di montagna (valle d’Aosta) in cui si usa ancora il pane di segala, che si fa una volta all’ anno e si conserva su apposite rastrelliere.

    Di mestieri e di prodotti dell’arte popolare s’è già fatto cenno a proposito delle subregioni tradizionali del Piemonte. E questo indubbiamente un settore folcloristico che ha ricevuto un grave colpo dall’uso moderno degli oggetti domestici fabbricati in serie. Nelle stesse campagne le capaci cucine non fanno più bella mostra di sè con le belle batterie di stagni, di peltri, di rami luccicanti che erano patrimonio della casa ed orgoglio della brava massaia. E tuttavia vi sono suppellettili domestiche e oggetti d’ornamento per i quali ancora si ricorre all’opera dell’abile artigiano. Così avviene, lo abbiamo già ricordato, in vai d’Aosta, dove, come simbolo dell’ospitalità valdostana, la grolla di legno, istoriata ed arabescata, evocante l’antico rito della bevuta conviviale alla ronde, ha ripreso una larga diffusione. Oggi la figura del merciaiuolo ambulante (gititeli, frisa, bóton da camisa!) sopravvive solo nei centri di provincia, dove pure continuano a girare per le campagne compratori di pelli di coniglio (pei ‘d cunij!), antiquari e ferravecchi (feramiù /), venditori di pesci, arrotini (mólita/), straccivendoli (strasse/)- Sono scomparsi di recente gli ancióé, con le loro caratteristiche botticelle di acciughe. Ma anche in città, a Torino stessa, straccivendoli, venditori e aggiustatori di parapioggia (parapióve’ /), impagliatori di sedie (cadreghé /), vetrai (vedrié /), venditori di scope (ramasse dóbbie /), con i loro richiami cantilenanti, portano una nota di umanità nel frastuono meccanico della vita cittadina. E se scomparse sono le antiche, non di rado artistiche insegne dei negozi, i macellai ancora adornano l’ingresso del loro negozio con una candida tela.

    Quanto agli antichi e tradizionali costumi tuttora portati dalle donne è da tenersi presente che l’uso ne è definitivamente scomparso in pianura e in collina. Continua, invece, in alcune zone della montagna piemontese, come abbiamo qua e là accennato, dando una rapida descrizione delle sue vallate. Nelle vallate del Pellice le donne vestono il severo costume delle valdesi, con in capo una graziosa cuffia di pizzo. Un’altra curiosa e bizzarra cuffia si porta a Pragelato. Nell’alta vai di Susa i costumi non sono molto appariscenti, ma hanno cuffie graziose ed adorne di nastri e di pizzi. Notevole è la ricchezza e la varietà dei costumi delle valli di Lanzo, con vesti assai ampie, di seta color cangiante. Anche la vai Soana è nota per la bellezza delle sue donne e per i bei costumi che portano. In vai d’Aosta stupendo è il costume di Gressoney, di panno o di lana rossa, completato da un giubbetto nero adorno di pizzi dorati. La cuffia intessuta di pizzi d’oro è a forma di corona aureolata. Curioso e non molto aggraziato è il costume delle donne di Cogne. Ligia, in questo campo, alle vecchie tradizioni è rimasta specialmente la Valsesia. Ad Alagna, a Vocca, a Rima, a Rimella, a Carcoforo, a Campello, a Sabbia, le donne vanno ancora vestite come le loro ave, con costumi vistosi, ricchi di nastri variopinti, grembiuli, camicie con pizzi, fazzoletti fioriti, ecc. Il costume più celebre è quello di Fobello. Anche in vai d’Ossola non mancano paesi le cui donne indossano, di quando in quando, gli antichi costumi.


    Lavori di pizzo e costume della val di Susa (Oulx).

    Tradizioni e feste

    Raccolte, più o meno coscienziose, di leggende e di antiche tradizioni mostrano come in Piemonte, tutto un mondo pauroso di streghe, di spiriti, di fate, storie tragicomiche di diavoli e di folletti, tregende di fattucchiere e di fantasmi, ruderi superstiti di arcaiche mitologie, poetiche personificazioni delle forze brute della natura, agitassero la fantasia del popolino e non del popolino soltanto. Oggi tutto questo castello di favole e di sogni è battuto in breccia dal soffio del progresso e la marea ascendente della civiltà lo ha quasi inghiottito. Montanari e contadini non prestano più fede a tali ubbie e gli anziani appena si ricordano delle mirifiche storielle che le nonne raccontavano durante le lunghe veglie invernali, alle nidiate dei nipotini, nel tepore della stalla, al fioco chiarore della lucelina (lucerna ad olio di noce). Ma se, in linea generale, non si crede più agli interventi extraumani — che non siano quelli di Dio, della Madonna, degli Angeli e dei Santi — sortilegi e malefizi sono ancora possibili, da parte di uomini e di donne che portano il malocchio e dai quali, specie in angoli remoti della montagna cuneese, si raccomanda di guardarsi come da un pericolo mortale.

    Assai larga diffusione continuano ad avere, anche se in sordina, pregiudizi e superstizioni, come quella del 13, del venerdì, del gatto nero che taglia improvvisamente la strada. Così troverete chi vi consiglia di stare bene attenti a chi incontrate per primo uscendo a Capodanno, mentre vi si assicura che è fausto presagio trovare per istrada un frate, un gobbo, una monaca della « cornetta » e soprattutto un cavallo bianco o un carro di fieno. Certi regali sono da evitarsi. Opali e crocet-tine « augurano la morte » : raramente le perle portano fortuna alle fidanzate. Così come non è di buon augurio mettere a tavola posate in croce, o pani a rovescio, spargere olio o sale sulla tovaglia, far la croce con le braccia mentre più persone si stringono la mano, ecc. Per contro « portano bene », il vino versato sulla tovaglia, avere il nodo della cravatta girato di sghembo, ma specialmente trovare per istrada un lungo chiodo o un ferro da cavallo.

    Vedi Anche:  Le maggiori città piemontesi

    Assai più tenace di quello delle fole e delle leggende è il settore delle tradizioni religiose, o di quelle, comunque, in cui entra il fattore religioso. Vita dell’uomo e tempo dell’anno sono scanditi da una serie di circostanze liete e tristi, che si celebrano, non di rado, secondo consuetudini molto antiche. La nascita di un bambino o di una bambina, sempre accompagnata da confronti fisionomici e da predizioni (brut ‘nfassa, bel ‘n piassa; chi cómenssa con ‘na fija, fónda ben la sóa famija) è salutata, in occasione del battesimo, da una solenne festa, nel corso della quale si consuma un gran numero di batiaje, cioè pasticcini, e dolciumi d’ogni qualità. E poi, quando il bambino cresce, rivivono nei suoi giuochi cantilene dei tempi passati (0 quante bele fie, madama Dorè, o quante bele fie…; Teila la lunga teila, se i pódeissó ‘n poc aveila…; Ratin, ratin, cosa fasto ‘n mè giardini Mangiò l’uva passóla…); giuochi di parole (‘n sei pónt ‘d Gassò j’era tre gatass, gris, gross e grass; chi ca l’è còlla ch’a l’a catà cóla ed là ch’a l’a cóla cólona là; ùrie ti chi t’ij tache, ecc.); dialoghi con gli animali (givo givola, marcia a scola; la scola l’è sarà, tóma a cà…; lumassa, lumassola, tira fora i to córnet, se ‘duo vad dal barbè e t’ij fass tajè). Viene il giorno in cui il ragazzo va soldato (si dice anche oggi, tirè ‘l numer) e allora, baldoria con i compagni di leva, fazzoletto tricolore al collo e attesa della trombettina.

    Il ponte presso Lanzo che la leggenda vuole gettato dal diavolo in una sola notte.

    Allorché ‘l vej (il soldato che ha militato negli alpini e di cui ha imparato i rituali di caserma e il linguaggio) torna a casa, si fa il fidanzamento con una festa che si celebra più o meno rumorosamente dappertutto. Dopo lo scambio dei regali — e qualche canzonatura o piccola malignità se uno dei due colombi ha avuto qualche relazione anteriore — ecco il sospirato giorno delle nozze, ma non un venerdì o un martedì, perchè « nè di Venere nè di Marte non si sposa e non si parte ». I giorni più propizi sono il giovedì, il sabato e la domenica: dei mesi, l’aprile; delle feste, il Carnevale e la Pasqua. La cerimonia in chiesa è preceduta e seguita da un composto corteo, nel corso del quale la sposina distribuisce alle amiche fiori d’arancio e confetti ai bambini. Solenne, numeroso, pantagruelico ha da essere il pranzo di nozze che si chiude con brindisi, poesie d’occasione e canti a non finire, salvo a riprendersi (come per lo più avviene) alla sera e fino a notte tarda. L’uso di partire sùbito per il viaggio di nozze ha il vantaggio di riparare i giovani sposi da una serqua di allusioni non castigatissime e da qualche scherzo di dubbio gusto. Un tempo, vedovi e vedove che fossero convolati a nuove nozze venivano spietatamente perseguitati dalla ciabra, un complesso di scherzi e di dileggi organizzati da giovinastri, fra un infernale frastuono dei più impensati strumenti. L’usanza non è ovunque scomparsa, seppure in forma attenuata.

    I « baracconi » per le feste di carnevale in piazza Vittorio a Torino.

    Lunedi della merenda o Pasquetta in collina.

    Poi vengono i figli, e dopo i figli i nipoti, e dopo i nipoti arriva l’ora in cui si avvicina magna Catlina, la morte. Questa si preannunzia in diversi modi alla prossima vittima: ora con lo stridulo canto notturno della civetta; ora col pianto acuto del cane che abbaia alla luna lamentosamente; ora col canto da gallo d’una gallina mascolinizzata; ora con l’insistente, ritmico rodio del tarlo. Tocchi di campana annunciano nei paesi l’agonia del morente, che, spirato, viene vestito di abiti neri, sul letto funebre, col crocefisso o la corona del rosario tra le mani, mentre intorno arde qualche cero. Alla sera si fa la veglia, con la recita del rosario. Al cimitero la cassa è calata nella fossa alla presenza dei parenti più prossimi, che gettano le prime manate di terra, seguiti dagli altri congiunti, e dagli amici. A tumulazione avvenuta i parenti del morto e coloro che hanno più direttamente collaborato alle varie pratiche del funerale si radunano in casa del defunto per uno spuntino, che non di rado assume le proporzioni di un vero banchetto.

    Dalla culla alla bara, dal primo giorno dell’anno all’ultimo. Il giorno di Capodanno era giorno sacro alle strenne, oggi anticipate a Natale sugli stipendi della tredicesima mensilità. L’Epifania è ricordata in casa per l’aggiunta dei tre re Magi ai personaggi del presepio e per la Befana, che non scende più giù dal camino, ma dal palcoscenico di teatri e di cinematografi, con pacchi fornitissimi, per i bambini dei dipendenti. Gli altri s’accontentano ancora di trovare riempita di dolci la calza lasciata ai piedi del letto, mentre papà o mamma tornano a casa con l’immancabile focaccia di pasta frolla, contenente le due fave, una bianca e una nera (chi la trova, paga!). Il 29, 30 e il 31 gennaio sono i tre dì d’ia merla e cioè quelli in cui secondo la meteorologia popolare dovrebbero verificarsi le più basse temperature dell’annata. Il 3 di febbraio, San Biagio, richiama molta gente nelle chiese per la benedizione della gola.

    Come si festeggino i tre ultimi giorni di carnevale si dirà tra poco. Intanto, mercoledì delle Ceneri, la Chiesa, segnando con un pizzico di cenere la fronte dei suoi fedeli, ricorda loro la vanità delle cose transeunti e apre la Quaresima, oggi ben lontana dall’avere il rigore di un tempo per quel che riguarda mortificazioni, digiuni, penitenze. Per il i° aprile (dì ‘di pess) qualche buontempone combina ai suoi simili scherzi più o meno intelligenti e nelle vetrine dei confettieri sono comparsi i pesci di cioccolato. La Domenica delle Palme la pia tradizione vuole che ciascuno porti a casa un ramo d’olivo benedetto (Duminica ‘dia ramuliva), simbolo di pace e di perdono. Nel pomeriggio del Giovedì Santo (‘/ dì ‘di pèrdón o d’ij sepólcri) si effettua la visita di sette chiese, in cui, tra una profusione di fiori, è disposta una raffigurazione della tomba del Signore. Tacciono dalla sera di quel giorno le campane, e nei paesi turbe di ragazzini scorrazzano per la parrocchia agitando assordanti tabelle (tenèbre) e gigantesche raganelle (cantarané). Sabato Santo squillano liete ad annunciare la resurrezione del Cristo le cioche del Gloria e il giorno di Pasqua, dopo aver assistito alla Messa, le famiglie si radunano per il tradizionale pranzo a base di agnolotti, agnello, uova soda colorate.

    Il lunedì susseguente alla Pasqua è Pasquètta, o ‘l dì dia merenda, perchè è di stretto obbligo (per chi può farlo) combinare una scampagnata e consumare tra i segni della primavera che si annunzia, un abbondante spuntino con parenti, amici, conoscenti. D’obbligo non meno fedelmente osservato è la vacanza del Ferragosto (15-16-17 agosto), tre giorni nei quali ogni attività è sospesa e l’esodo dalla città si fa generale. Il giorno dei santi (i° novembre) è sacro ad un pio pellegrinaggio alle tombe dei trapassati, che vengono amorosamente infiorate, e alla sera, dopo aver assaggiato le prime castagne dell’anno, se ne lascia un piatto sul tavolo perchè facciano buon prò’ ai morti, mentre la notte scende lenta fra i mesti rintocchi delle campane: è la neuit d’ij anime. Per Natale, dove ci sono bambini, si divertono anche i grandi ad allestire il Presepio, via via sostituito (ed è un peccato…) dal nordico albero di Natale sfavillante di luci. Nel giorno di Natale, altro copioso pranzo familiare, con cappelletti, o agnolotti, bollito, mandarini, frutta secca, dolci, ecc. Infine, da qualche tempo a questa parte si festeggia la fine dell’anno e l’inizio dell’anno nuovo con un arssinón in famiglia, o al ristorante, e con uno spumeggiante brindisi fra clamorosi auguri quando alla radio suona l’ora zero… Un’altra data diventata ormai tradizionale, ma nel calendario civile, è quella del 4 novembre, la giórnà d’ij cóm-batent e cioè la festa dei reduci di guerra, con messa e corteo al monumento dei Caduti al mattino e « rancio » (per modo di dire) a mezzogiorno, con abbondanti libagioni, commosse rievocazioni, e vecchie, nostalgiche canzoni di trincea.

    Lo spirito religioso delle popolazioni piemontesi ha dato origine, tra l’altro, ad una fioritura di sacre rappresentazioni, e specialmente di « passioni » — come quella di Revello del secolo XV — di molte delle quali non rimane che il ricordo e di alcune il testo. Pochissime le sopravviventi, e tra di esse celebre è la « passione » di Sordevolo, dove perdura in date famiglie l’incarico ereditario di « far Giuda ». Anche a Romagnano Sesia durante la Settimana Santa si recitano scene di una sacra rappresentazione. In ogni sia pur piccolo paese del Piemonte nelle principali feste religiose si svolgono delle processioni, spesso suggestive e raccolte, talvolta spettacolose e coreografiche, come quella cosiddetta delle « macchine » (quadri statuari) a Vercelli, del Cristo morto e delle Confraternite a Varallo Sesia durante la Settimana Santa. Ma la più impressionante e interessante delle processioni è quella che il 5 agosto di ogni anno da Fontainemore in vai di Gressoney, attraverso il colle della Balma scende al santuario di Oropa, snodandosi per più di 12 ore di marcia su aspri sentieri di montagna. Altra grandiosa processione di montagna è quella che, pure il 5 di agosto, fa convergere al Santuario della Madonna della Neve e al lago Miserin (2583 m.) in vai di Champorcher centinaia e centinaia di fedeli da Cogne, da Fénis, da Donnaz, dalla vai Soana. Alquanto scaduta è l’usanza dei balli popolari all’aperto che seguivano, nel pomeriggio e alla sera, alle processioni.

    La tarantella che si balla a Cogne durante la festa patronale.

    Il bizzarro costume degli « spadonari » di Giaglione (valle di Susa).

    Cerimonie religiose, robusti pranzi, danze animate solennizzano la festa del pais, festa che si celebra per lo più in occasione dell’onomastico del Santo patrono del centro o della parrocchia. Tale festa è sempre un’ottima occasione per fare una scampagnata, per scambiar visite tra parenti e conoscenti, per evadere dal solito ritmo quotidiano della vita, per avvicinare nuove ragazze, per combinare qualche affare. Addobbi a vivaci colori per le strade, luminarie notturne e fuochi d’artificio, « banchetti » di torroni e di dolciumi, l’immancabile « ballo a palchetto », parco dei divertimenti con giostre, motoscooter, tiri al bersaglio, ecc., impongono una rumorosa pausa alla consueta vita del paese. Ma vi portano anche una maggiore animazione, che cresce quando la festa del paese coincide con una fiera che richiama dai dintorni — e anche di più lontano — una straordinaria affluenza di ospiti temporanei. Allora chiese, case, ristoranti, osterie, concentrano masse di gente, che poi, nelle vie, si riversa in gruppi che si scompongono e si rifanno, tra festosi saluti, promesse di arrivederci, bevute generose e lunghe esibizioni di canti in cui, accanto ai pezzi del repertorio paesano e regionale, figurano le più popolari tra le canzoni dell’annata.

    E, naturalmente, si balla: valzer, polche, mazurche, tanghi e qualche ballo più moderno, ma calmato e semplificato. Solo qualche anziano, se si è in casa o sull’aia, propone un ritorno alla córenta o manfrina (monferrina), la danza tipica e tradizionalmente popolare delle terre subalpine. E al canto delle gaie strofette: O ciao, ciao, Maria Catlina, veust ‘ch’ij dagó ‘na siassà? O sì sì, ch’ij la daria, l’ai lassa le siass a ed… e del cadenzato ritornello: O bóndì, bóìidì, bóndì, ancóra ‘na volta… ancóra ‘na volta e peui mai pi, si riesuma, tra la divertita curiosità dei giovani, il tondo ballo in cui cavalieri e dame compiono graziosissime evoluzioni che simboleggiano tutta l’eterna vicenda dell’amore. In tema di danze va ricordata la sopravvivenza di alcune di quelle « danze armate » che, un tempo comuni, lasciano tuttavia campo a disparate interpretazioni. Intendiamo specialmente accennare alla danza degli « spadonari » che si esegue a Venaus (vai di Susa) nel vicino paese di San Giorio e a Giaglione. Qui gli spadonari sono quattro. Vestono un giubbetto rosso e hanno per copricapo una specie di colbacco, adorno di fiori artificiali. Le figure del ballo sono quattro e gli spadonari si muovono con le spade alzate intorno ad un palo da cui pendono nastri intrecciati via via dai danzatori.

    Tra le feste locali di carattere popolare merita che si faccia menzione della bataille di vatse valdostana, la lotta accanita che si svolge nei primi giorni dell’alpeggio tra le bovine dell’armento. La mucca che tiene testa a tutte le rivali della mandra riceve il titolo di « regina », e quando torna a valle con l’armento diventa l’orgoglio di tutta la popolazione. In autunno le regine danno spettacolo della loro bravura in una sfida che si svolge ad Aosta in presenza di gran folla di spettatori. Ancora in vai d’Aosta sono ritornati in voga alcuni giuochi primaverili, il fiollet e lo tsan, di cui si svolgono regolari tornei fra le squadre della valle.

    Come si gioca lo « Tsan » a Chàtillon.

    Non si aspettano e non si svolgono più con l’entusiastico, collettivo fervore di una volta, le feste di carnevale. E tuttavia da notarsi una ripresa di iniziative tendenti a restituire a tali feste il gioioso splendore passato. Sempre frequentatissimo e movimentato è il carnevale d’Ivrea, un vero carosello storico che dura parecchi giorni, e che culmina con una fagiolata di beneficenza, con la famosa battaglia delle arance (guai a chi non ha in testa la berretta frigia!), e con l’abbruciamento degli Scarli o alberi della Libertà. Si ritiene di fatto che i vari episodi del carnevale d’Ivrea intendano celebrare la liberazione della città dalla tirannia di un feudatario cui per prima si ribellò, trucidandolo, una giovane sposa, la bella Mugnaia, rifiutatasi di subire l’onta del jus primae noctis.

    Dopo Ivrea, Torino vanta una plurisecolare e brillante tradizione in materia. Con la ridanciana, ma ad un tempo energica figura di Gianduja, la classica maschera piemontese, accompagnato dalla moglie Giacòmètta, il carnevale torinese ha spesso trascinato l’intera città in grandiose manifestazioni di signorile e patriottica esultanza. Oggi il famoso « corso delle carrozze » ha mutato fisionomia, adattandosi ai tempi nuovi, ma richiama ugualmente una gran folla che applaude a Gianduja e a Giacòmètta in omaggio al Piemonte, alla sua gente, alle sue virtù. L’esempio di Torino ha incoraggiato altre località minori, ove il Carnevale languiva, a restituirgli vigore. Alcuni paesi si sono addirittura creati delle maschere nuove per potersi essi pure accodare agli altri.

    La bonaria, solida figura di Gianduja.

    Molti sono attualmente i borghi, le città, le cittadine del Piemonte in cui si festeggia il carnevale. A Biella re della festa sono le maschere Gipin e Catlina; a Vercelli il carnevale si celebra con Bicciolano e la Castellana; a Saluzzo con Ciaferlin e la Castellana; a Cuneo con Gironi e Giròmètta, a Chivasso con la Bela Tòlera; ad Alessandria con Gagliaudo; a Casale Monferrato con Gipin e Catlina; a Susa con la marchesa Adelaide; a Carignano con Facino Cane, il Gran Siniscalco e la Castellana; a Varallo con Marcantoni e Cecca; a Fossano con il Monarca, ecc. Ad Alba si organizza talvolta il carnevale in nome della Bella Trifòlera. Durante il Carnevale spesso si procede alla gratuita distribuzione di cibarie. A Santhià, Biella, Caluso, Ivrea e in tutto il Canavese, si consumano quintali e quintali di fagiuoli; a Ponti, a Monastero Bormida, a Priocca, a Molare si distribuiscono polenta e merluzzo o polenta e salsiccia; a Valdieri, gnocchi; a Rueglio, formaggio. E l’elenco non è finito. Un elenco testimoniante non solo del buon umore e dell’appetito dei Piemontesi, ma anche del loro spirito di generosità e di carità verso il prossimo.