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Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza

    L’emilia dei ducati

    Premessa

    Non solo le vicende storiche raggruppano in un insieme le unità vallive-pede-montane che si susseguono a nordovest del Bolognese, ma anche talune caratteristiche naturali notevoli. E non solo il parallelismo delle valli, ma anche la presenza di cantoni montani abbastanza individuati (il più tipico il Frignano) e l’assottigliarsi progressivo della zona di pianura, dal Modenese verso il Piacentino.

    Raccordati e coordinati dai centri maggiori lungo la via Emilia (Modena, Reggio, Parma, Piacenza) il Modenese, il Reggiano, il Parmense, il Piacentino si presentano come unità tradizionali.

    La storia della formazione di questi aggruppamenti subregionali minori è analoga a quella del Bolognese, con questa differenza però che mentre qui il Comune, sotto la spinta dell’unificazione dello Stato Pontificio, non riuscì a rassodarsi in una robusta autonomia, là i Comuni di Piacenza, Parma, Reggio, Modena poterono svilupparsi in signorie e queste sfociare nella formazione di principati autonomi tanto di fronte alla Chiesa quanto di fronte ai potentati che si divisero l’Italia oltrepò, principati che riunirono le due coppie di quelli che erano stati i domini comunali più robusti e inoltre alcuni feudi o comunelli più a lungo persistiti in signorie autonome, come Carpi, Mirándola, Guastalla, eccetera.>

    La loro autonomia si riflette tuttora nei suntuosi edifici pubblici di quelle piccole capitali, in istituzioni come le Università di Modena e di Parma, nel tracciato delle strade poste a unificare i domini di ciascun Signore, nel sentimento della propria individualità che tende non di rado a manifestarsi specialmente nei confronti del capoluogo regionale.

    Tuttavia l’unità dei ducati, persistita sino al 1859, per Modena e Reggio oltre cinque secoli (dal 1336) e per Parma e Piacenza soltanto tre (dal 1545), è ormai profondamente rotta e la descrizione potrebbe più opportunamente farsi per ciascuna delle sottoregioni già indicate (il Modenese, il Reggiano, il Parmense, il Piacentino) o per zone, seguendo dapprima la via Emilia e il pedemonte, indi la montagna, la collina e la pianura.

    Le prime corrispondono praticamente alle province della ripartizione amministrativa: i dati statistici rispettivi risultano quindi dalle tabelle riportate in appendice.

    Preferiremo poi articolare ulteriormente la descrizione per zone, le cui caratteristiche appaiono nella tabella, in quanto rappresentabili nei limiti territoriali rispettivi convenuti a conclusione del cap. VII.

    Modena

    Se seguiamo la via Emilia, venendo da Bologna a ponente, dopo Castelfranco, cui si è già accennato, ben presto incontriamo una prima grossa città: Modena.

    Modena (Mutino) dalla desinenza del toponimo parrebbe pur essa per lo meno città etrusca. Colonia romana del 183 a. C. poi municipium, vide alcuni episodi notevoli nella storia, come l’assedio che i Galli insorti durante la campagna di Annibaie vi fecero alle truppe di Caio Lutazio, Caio Servilio e Tullio Annio (148 a. C.), la vittoria di Pompeo su Marco Bruto (78 a. C.), l’assedio sostenutovi da Decio Bruto contro le forze di Marco Antonio (43 a. C.) e infine la sconfitta di Massenzio per opera di Costantino (312 d. C.). Devastata dai conquistatori germanici e dalle inondazioni, fu importante base militare longobarda per breve tempo, ma risorse veramente soltanto al tempo dei vescovi-conti.

    Libero Comune dal 1135, in lotta continua all’esterno con Reggio e Bologna e all’interno fra guelfi e ghibellini, si diede agli Estensi (1288-1306) e dopo varia vicenda ancora nel 1336. Unita a Ferrara fino al 1598, da questo anno divenne capitale del dominio estense.

    La vecchia città interna presenta scarse e dubbie testimonianze della antica colonia romana, il cui centro, comunque, non avrebbe corrisposto all’odierna ma più a sudest sulla stessa via Emilia, o addirittura a sud di questa. Il nucleo della città attuale è quindi medioevale e si sarebbe formato intorno alla piccola basilica costruita sulla tomba del vescovo San Geminiano nella necropoli a nordovest della città romana. Qui poi, a cominciare dal 1099, fu iniziata la costruzione del Duomo.

    Intorno a questo nucleo, la città nel giro di vie curvilinee, specialmente nella metà occidentale, mostra i segni di successive cinte murate, racchiuse poi dal 1551 nel grande anello pentagonale delle mura Erculee (da Ercole II). Abbattute queste al principio del nostro secolo e sostituite da spaziosi viali di circonvallazione, la città si è espansa tutto intorno con nuovi quartieri di abitazione e industriali.

    Veduta di Modena da SE lungo la via Emilia. Spiccano il Palazzo Ducale a destra, la Ghirlandina a sinistra.

    Secondo la citata pubblicazione dell’Istat sui grandi Comuni nel 1951 l’area urbana di Modena si stende per 3295 ettari con 81.395 ab. residenti. Vi è distinto un « centro urbano » di 1000 ettari, suddiviso in quattro rioni interni della Modena antica di 146 ettari e quattro rioni circostanti (Modena nuova) di complessivi 854 ettari. Tanto i rioni interni quanto i circostanti sono contrassegnati coi punti cardinali Nord, Est, Sud e Ovest. Purtroppo la mancanza di un grafico o di altre indicazioni topografiche più precise non consente al lettore della pubblicazione di individuarli con maggior chiarezza. In più è assegnato all’area urbana un « restante territorio » di 2295 ettari.

    La popolazione di Modena antica toccava nel 1951 i 30.524 ab., con una densità media di 209 ab/ha., massima nei rioni Sud (350) e Ovest (418).

    In Modena nuova si riscontravano 44.752 ab., con una densità media di 52 ab/ha., di poco variante fra i vari rioni: massima in quello Sud (64), minima nel Nord (42).

    Palazzo Ducale di Modena.

    Il « restante territorio » attribuito all’area urbana ha solo 6119 ab., con densità 2,7, non molto superiore alla media del forese, che su 15.068 ettari conta 29.969 ab. (densità 1,9).

    Gli addetti alle industrie manifatturiere risultavano 3161 in Modena antica e 9353 in Modena nuova, proporzione che s’invertiva per gli addetti al commercio: 3717 nella parte antica e 1867 nella nuova. Modena antica concentrava anche il maggior numero degli addetti a trasporti e comunicazioni (1166 su 1509) e al credito (718 su 721).

    La popolazione della città vera e propria al principio del secolo scorso toccava appena i 23.300 abitanti. Nel 1890 erano aumentati, ma non oltre 31.100. L’incremento sempre più rapido è giunto a 49.245 nel 1931 e a 75.276 nel 1951 f quale figura fra le popolazioni dei centri abitati a quel censimento.>

    Il cuore della città è costituito dalla irregolare piazza Grande, sulla quale si affacciano l’imponente palazzo Comunale, costruito nel 1194 e più volte restaurato, il palazzo di Giustizia (1891) e il fianco del mirabile Duomo romanico (1099-1184). La facciata di questo dà sull’altra piazzetta. Dietro si leva l’elegante torre campanaria detta Ghirlandina (m. 88), nel basamento della quale si conserva la famosa secchia rapita nel 1325 alle porte di Bologna a scorno della città rivale (o così vuole la tradizione celebrata nel poema eroicomico del Tassoni).

    Ma le opere più imponenti sono quelle dell’età ducale: il Palazzo dei Musei (1752), ricco di preziose collezioni, e specialmente il grandioso Palazzo Ducale (1634), ora sede deH’Accademia militare.

    Tradizioni di antichi Studi in Modena risalgono al XII secolo, come si è già detto altrove, ma l’Università vera e propria data dal 1774. Comprende ora le quattro facoltà già elencate nel cap. XI, con notevoli istituti e musei sparsi nella città e un grande, esemplare policlinico recentissimo, in periferia, presso la via Emilia dalla parte di Bologna.

    Non ripetiamo, d’altronde, le notizie già date (cap. XI) sulle importanti istituzioni, musei, gallerie, biblioteche, che fanno di Modena un attivo centro di vita culturale.

    Anche qui i danni di guerra furono considerevoli (13% delle abitazioni devastato). Nel suo sviluppo industriale e commerciale Modena interessa particolarmente per i vini (il classico lambrusco di Sorbara), per le carni suine insaccate (zampone) e i formaggi, che sono le produzioni tradizionali, ma anche per industrie meccaniche (macchine agrarie), chimiche (concimi), ecc. Un moderno aerautodromo, dalla parte della via Emilia Ponente, serve egregiamente una nuova industria affermatasi nel Modenese in questo dopoguerra per la costruzione di automobili da corsa note in tutto il mondo (Ferrari, Maserati). Gli addetti all’industria da 10.083 nel 1901 sono saliti a 15.490 nel 1921 e 19.482 nel 1951.

    Reggio nell’Emilia

    Seguendo la via Emilia da Modena a ponente ritroviamo la solita serie di case, borgatelle e borgate più o meno vicine, intercalate di qualche grosso centro, come Rubiera (2739 ab.) a ovest dell’attraversamento della Secchia, rocca un dì disputata fra Modenesi e Reggiani. Poi, a 27 km. da Modena, si è a Reggio (Reggio nell’Emilia).

    Municipio romano (Regium Lepidi), fu al centro dei domini della contessa Matilde (1046-1115); la quale tenne sede a Carpineti, nei prossimi colli. Vicina è pure Canossa, che vide l’umiliazione dell’imperatore Enrico IV. Nel 1136 il Comune è già formato, ma subisce tutta una lunga, intricata vicenda di lotte intestine ed esterne, di dominazioni

    varie (gli Estensi, i Visconti, gli Scalìgeri, i Gonzaga, i Pontifici) sinché nel 1409 non viene unito stabilmente ai domini degli Estensi, già da poco men di un secolo rassodatisi nella vicina Modena.

    Glorioso episodio storico di Reggio fu ancora il congresso costitutivo della Repubblica Cispadana, il quale, adunato in quella che oggi è la sala del Consiglio comunale, vi proclamò la bandiera nazionale tricolore verde bianca rossa (7 gennaio 1797).

    La città si presenta individuata dall’esagono degli ampi viali di circonvallazione, sostituitisi alle vecchie mura, orientato in modo che la via Emilia ne taglia due vertici opposti. Ampi spazi verdi (come il grande giardino pubblico) e non costruiti restano entro la città esagonale, ma questa si è anche espansa al di fuori, specialmente a nord-est al di là della ferrovia con un notevole quartiere operaio e industriale (officine locomotive e materiale ferroviario) e fra la ferrovia e la via Emilia Ponente (fabbriche di concimi, conserve, alimentari, ecc.).

    Monumenti cospicui sono il Duomo, fondato nel IX secolo, rifatto nel XIII, poi ancora rimaneggiato; il Palazzo Comunale con facciata del Settecento e una torre quattrocentesca; la Madonna della Chiara (1597-1619) e l’imponente Teatro Comunale (1852-57) presso il giardino. Da ricordare anche il grandioso manicomio di San Lazzaro, sulla via Emilia Ponente, in Italia uno dei più vasti e di più antiche tradizioni (secolo XVI). Del Museo Civico e altre istituzioni s’è già parlato nel cap. XI.

    Piazza Prampolini e Duomo a Reggio Emilia.

    Reggio Emilia: piazza Cavour e Teatro Municipale.

    Nella ricordata pubblicazione dellTstat riferita al 1951 la città di Reggio è stata distinta in dieci rioni. I quattro più interni, divisi dall’incrocio fra la via Emilia e la via Roma, sono i più piccoli, ma anche i più popolosi : San Pietro a nordest, il più esteso ma non molto popolato, per la presenza dell’ospedale, di uffici e aree a edilizia rada; San Pròspero a sudest (densità 269 ab/ha.); Ghiara a sudovest e Giardini a nordovest, poco meno esteso degli altri (31 ha.), ma con non molti abitanti, per il largo spazio occupato appunto dai giardini, che gli danno il nome (83 ab/ha.).

    Nel complesso l’area di centro occupa ettari 173,5 e riunisce 25.518 ab. (densità media 185,5 ab/ha.).

    La periferia è distinta in altri sei rioni, tutto intorno, i quali mettono insieme 1730 ettari con 39.842 ab.: con una densità media quindi di 23 ab/ha. Il vasto Comune comprende ancora 21.287 ettari con 41.366 ab., di cui circa 9000 raccolti in centri tradizionalmente detti le « ville ».

    La popolazione dichiarata del centro alla fine del secolo scorso era di 19.000 abitanti. Nel 1921 erano saliti a 40.118, nel 1936 a 49.069, nel 1951 a 65.360.

    L’incremento della popolazione urbana è proceduto di pari passo col notevole sviluppo industriale: da 8219 addetti nel 1901 si è giunti a 13.733 nel x936, a 15.158 nel 1951, nonostante la grave crisi di assestamento dopo la fine della guerra. Produzione caratteristica di Reggio e del Reggiano è il formaggio grana.

    Parma

    Uscendo da Reggio e seguendo la via Emilia a ponente un lungo rettifilo porta sin presso al passaggio dell’Enza. Qui è il solo centro notevole, Sant’Ilario d’Enza (1356 ab.) presso il luogo di un antico abitato preistorico e della romana Tanetum. Altri, come vedremo, sono piuttosto all’interno, verso il piede della collina che resta discosto. Dopo lievi curve un nuovo rettifilo porta a San Làzzaro Parmense e a Parma.

    Parma può dirsi la seconda città dell’Emilia e non solo per il numero di abitanti. Lo sviluppo della popolazione urbana può seguirsi con notevole attendibilità, perchè fino al 1943 il territorio del Comune era curiosamente ristretto, pressappoco, alla vecchia cinta murata. Nel 1833 contava 38.000 ab., saliti a 48.523 nel 1901, a 58.469 nel 1921, 65.125 nel 1936 e 85.249 nel 1951.

    Anzi per gli ultimi decenni la cifra potrebbe apparire inferiore al vero, perchè la città di fatto si era sparsa con tentacoli e gemmazioni anche al di là del confine amministrativo, nei Comuni assorbiti nell’aprile 1943 (cinque, con 243 kmq. complessivi e 37.507 ab. al censimento 1936). Uno di essi, Vigatto, è poi stato di nuovo separato nel 1956.

    Altro carattere particolare deriva a Parma dal fatto che, come si è già osservato nel capitolo sugli insediamenti, è l’unica città emiliana propriamente attraversata da un corso d’acqua, il torrente omonimo, e nella quale si sviluppino le vie lungofiume, cioè i Lungoparma, da un lato (a destra) per tutto l’attraversamento dell’abitato, da l’altro (a sinistra) in pittoresca discontinuità: un tratto originale, incomparabile, della fisionomia di Parma. La città ne è divisa in due parti, più sviluppata ad oriente e meno ad occidente (l’Oltretorrente o Parma vecchia, di carattere popolare ma che va pur essa continuamente rinnovandosi e abbellendosi); qui pure, a nordovest, è il vasto silenzioso giardino pubblico di stile francese.

    Parma: pianta del sec. XVI.

    Parma sorge infatti immediatamente a valle della confluenza dei torrenti Baganza e Parma, a 52 m. sul mare. Fiorente colonia romana, poi decaduta, si riprese coi Longobardi, che vi posero la sede di un ducato.

    Nel periodo dei Re italici, da Berengario ad Arduino, fu tra le città da loro più a lungo tenute e combattute. Ghibellina, passò dall’uno all’altro signore, continua-mente disputata da quelli di Milano (prima i Visconti, poi gli Sforza), dai Francesi di Carlo Vili, Luigi XII, Francesco I, dai Pontifìci, dagli Imperiali, dagli Spagnoli, con brevi intervalli di libertà comunale, e di signoria locale (i Rossi, da Orlando del secolo XII a Pier Maria del XV), finché nel 1545 il papa Paolo III Farnese, già stato vescovo di Parma, riuscì a costituirla in ducato autonomo per il figlio Pierluigi, avuto quando era ancora in stato laicale duca di Castro. E sotto i Farnese restò fino al 1731 quando la dinastia si estinse e il ducato passò ai Borbone di Spagna, discendenti di Elisabetta Farnese.

    La città romana era al centro dell’attuale, in destra del torrente, in forma di quadrato. Un primo ampliamento vuoisi datare da Teodorico (492 d. C.), conservandosi la forma quadrata. Ne resta il canale Maggiore, che dava acqua al fossato esterno.

    Vedi Anche:  Tipi di paesaggio e articolazione

    Parma: Palazzo Ducale nel Parco.

    Altro ingrandimento nel 1169. Nel 1178 si cingono con fossato i borghi sorti oltretorrente (1). Nel 1211 la nuova cinta murata li comprende nella città. Infine nel 1364 si compiva la costruzione dell’ultimo giro di mura.

    All’interno, la città sotto il dominio dei Farnese (1545-1731), poi sotto quello dei Borboni (1732-1802), si sviluppò, assumendo quell’aspetto per il quale è la città che più di ogni altra dell’Emilia ebbe e conserva i caratteri di una piccola, ma vera capitale. In ciò le ha giovato l’evidente influenza culturale francese che per curiosi vari ritorni voluti dalla sorte è venuta a dominarvi per quasi tre secoli.

    Nel Settecento Don Filippo di Borbone e la moglie Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XIV, portarono numerosi artisti francesi, fra i quali l’architetto Petitot, e iniziarono il governo «illuminato» del ministro Du Tillot. Dal 1802 al 1814 Parma fu addirittura capoluogo di dipartimento dell’Impero francese e ancora Maria Luigia, insediandovisi dal 1815 al 1847 portò della sua corte non pochi Francesi, fra i quali il conte di Bombelles, che fu poi suo terzo marito. E ancora dopo di lei a continuare la tradizione era la duchessa Luisa Maria, figlia del Duca di Berry, moglie di Carlo III (1849-54) e reggente dal 1854 al 1859.

    In questi secoli, da mezzo il Cinquecento e sino ai tempi di Maria Luigia, accanto al Duomo, imponente mole lombarda del XII secolo, al Battistero (1196-1260), a San Francesco del Prato (secolo XIV), sorgeva il complesso di edifici che doveva costituire, intorno al piazzale della Pilotta, il colossale Palazzo Farnesiano, iniziato nel 1583 e rimasto incompiuto. Esso contiene le preziose collezioni del Museo d’antichità (1760), della Biblioteca Palatina (inaugurata nel 1769), dell’Archivio di Stato (1529), della Galleria (1725), oltre che il mirabile Teatro Farnese (1618). Non pochi e non tutti riparabili danni vi ha portato l’offesa aerea nell’ultima guerra.

    Sorgevano San Giovanni Evangelista (iniziata nel 1510), ricca degli incomparabili capolavori del Correggio, col suo svelto campanile (1614), la bramantesca Madonna della Steccata (1521-39) e il palazzo del Governatore con la torre dell’orologio. Sorgeva la grande oscura mole cinquecentesca della Università, dove si insediava lo Studio (risalente all’XI secolo) e si sviluppa l’odierno Ateneo con le cinque facoltà elencate nel cap. XI, diramando istituti e cliniche anche altrove nella città. Sorgevano più tardi il palazzo Ducale a un lato dello stesso Parco (1833), ^ Teatro Regio (1821-29) e il palazzo della Intendenza, sede dei ministeri ducali. E non mancò ai duchi una loro piccola Versailles, a Colorno, in pianura (15 km. a nord della città).

    Danni notevoli portò la guerra anche alle abitazioni: circa il 18% di esse risultò devastato da offese aeree.

    Parma: Palazzo della Pilotta.

    Parma: veduta aerea.

    Agli effetti dell’informazione statistica secondo la ricordata pubblicazione dell’Istat l’area urbana di Parma risulta articolata in quattro « rioni » del centro urbano e tredici « quartieri » di periferia.

    Il centro urbano è limitato tutto intorno dal giro delle vecchie mura, oggi sostituito dai viali di circonvallazione, e diviso quasi per lo mezzo dal torrente e nuovamente in senso perpendicolare dalla direttrice delle strade della Repubblica e d’Azeglio, corrispondenti all’attraversamento della via Emilia entro la città. I quattro « rioni » che ne risultano sono quindi quattro quadranti di diversa ampiezza e po-polosità.

    Oltretorrente la denominazione è « Parma vecchia », con un quadrante Nord di 48 ettari la maggior parte dei quali è occupata dal Palazzo Ducale, coi suoi annessi (palazzo, padiglioni della Mostra, ecc.). La densità è quindi la minima: 70 ab/ha.

    Il rione Parma vecchia Sud contiene invece la maggior estensione dei quartieri popolari relativamente recenti: su 63 ettari comprende 14.895 ab. residenti (263 ab/ha.).

    Di qua dal torrente è la parte maggiore, più antica (anche se non ne ha il nome), monumentale, popolosa e animata. Il quadrante Parma nuova Nord comprende la Pilotta, il Duomo, la via Roma Nuova, San Benedetto, ma anche grandi edifici residenziali. La superficie, quindi, di 79 ettari, che è la maggiore dei quattro « rioni », ospita 19.045 ab. (densità 241). Il quadrante Sud infine, steso per 64 ettari ne conta 14.966 (densità 234).

    In complesso il « centro urbano » (Parma vecchia più Parma nuova) occupa 254 ettari con 52.264 ab. (127 ab/ha.).

    I  tredici «quartieri» di periferia si dispongono tutt’intorno a cominciare dal i° (Prati Bocchi) nel nordest, fra la via Emilia Ponente, la ferrovia Parma-Spezia, il torrente e le mura (79 ha. con 4242 ab.) andando a est. Di questi quartieri alcuni sono strettamente confinati in aderenza alle mura, come il 1°, il 2°, il 3°, il 4°, il 5°, eccetera, altri invece ancora più al largo di questi e con estensione verso il Forese, come il 10°, l’11°, il 12° e il 13°.>

    La loro estensione varia quindi fra minimi di 22 (quartiere 11°, Gasparri, a nord del 2°) e 24 ettari (quartiere 12°, San Leonardo, accanto al precedente; quartiere 50, Traversètolo, chiuso a sudest dalle mura) e massimi di 100 (quartiere 8°, Fabbris, alla confluenza fra Baganza e Parma), 148 (quartiere 4°, Paullo, a levante, fra la ferrovia e la via Emilia) e 189 ettari (quartiere 10°, Corpus Domini, a sudest oltre il quartiere 5°).>

    L’edilizia vi si presenta a maglie sempre più allentate verso l’esterno, con qualche concentrazione lungo le strade irradianti.

    La densità di tali quartieri è pertanto bassa, da un massimo di 69 (quartiere Gasparri) a un minimo di 17 (quartiere 13°, Folio-Crocetta a nordovest).>

    In complesso i quartieri della periferia si sono considerati estesi per 1007 ettari con una popolazione di 32.985 ab. (densità media 32 ab/ha.).

    Il territorio comunale (esclusa la parte passata al ricostituito comune di Vigatto) comprende altri 19.301 ettari con 31.378 ab., dei quali 7068 in altri 36 centri con abitanti fra 873 (San Lazzaro) e 32 (Pedrignano) ciascuno.

    Lo stesso volume consente di osservare la distribuzione degli addetti alle attività economiche diverse dall’agricoltura. Nel territorio riconosciuto come urbano gli addetti alle industrie erano, nel 1951, 11.324, dei quali 3184 in Parma nuova, 1664 in Parma vecchia (totale 4848 entro le mura) e 6476 nei quartieri di periferia, con particolare concentrazione in quelli settentrionali e orientali al di là della stazione e da una parte e dall’altra della via Emilia Levante. Dei 6237 addetti al commercio oltre la metà è in Parma nuova.

    Parma nuova Nord e l’adiacente periferia concentrano il più dei 2127 addetti a trasporti e comunicazioni.

    Le industrie caratteristiche di Parma si appoggiano sull’agricoltura: fabbricazione di conserve di pomodoro e anche di frutta e ortaggi, caseifìcio, salumifìcio, zuccherificio, oltre calzaturificio, ecc. Fra esse il conservificio presentava già nel 1938 ben 77 esercizi con 4094 addetti, nella provincia. S’è ricordata altrove l’importante annua Mostra nazionale delle conserve e imballaggi. Tradizionale è anche la produzione del formaggio grana detto per eccellenza « parmigiano », quantunque i quantitativi maggiori ne vengano ora da Reggio e dal Reggiano. E rientra pure nelle tradizioni locali la produzione profumiera, con la tipica « violetta di Parma ».

    Gli addetti alle industrie, in totale, da 10.093 nel 1901 sono saliti a 18.826 nel 1951.>

    Chiostro del santuario di Chiaravalle della Colomba.

    Da Parma a Piacenza

    Proseguiamo ancora lungo la via Emilia a ponente. Oltre il solito rosario di case isolate, casali e borgate, troviamo in questo tratto alcuni grossi centri, prima di giungere a Piacenza.

    Al passaggio dello Stirone è Fidenza, a quello dell’Arda Fiorenzuola, oltre quello deirOngina Alseno e oltre quello del Nure, infine, Pontenure.

    Fidenza (9235 ab.) dal bel nome romano ristabilito nel 1927, Fidentia Julia, distrutta dai barbari, era stata ricostruita nel secolo IX col nome di Borgo San Donnino. E tutt’ora sede episcopale. Conserva dell’età comunale una imponente cattedrale iniziata nel 1207 e un elegante palazzo Comunale merlato. Centro industriale (concimi, calzature), interessa anche come capolinea della diramazione stradale e ferroviaria per Salsomaggiore (km. 9,5).

    Anche Fiorenzuola d’Arda (in provincia di Piacenza) con la sua pianta rettangolare e il suo nome (Florentia, poi Florentiola), deve origine alla colonizzazione romana. Vi sorse la prima raffineria dei petroli italiani, che erano tratti dai pozzi di Montechino (Gropparello) e di Rustigazzo e Velleia (Lugagnano) e vi è ora anche un grande opificio per lo smistamento del petrolio e del metano, che vi affluiscono da Cortemaggiore. Gli abitanti del centro nel 1921 erano 4180, nel 1936 sono saliti a 5671, nel 1951 a 6634.

    In vicinanza di Alseno, a valle, è la celebre badia di Chiaravalle della Colomba, monastero cistercense del 1135, di cui si è ricordata l’importanza nella storia culturale e delle bonifiche.

    Piacenza

    La posizione rispetto alla via Emilia e al Po ha determinato le fortune di Piacenza sin dall’età romana e nel Medioevo, quando le sue famose fiere (divenute poi fiere dei cambi) vi attiravano mercanti da ogni parte, anche d’oltralpe. Disputata fra la Chiesa e i potentati che si succedevano in Milano, stette più spesso sotto questi, finché nel 1521 non vi si consolidò la supremazia pontificia, devoluta poi nel 1545 al ducato costituito per Pier Luigi Farnese.

    Ancor meglio che nelle altre città dell’Emilia occidentale sin qui considerate, il rettangolo chiuso fra la piazza del Duomo e la via Sant’Eufemia nel senso sudest-nordest rivela l’antico abitato romano, che s’incentra nella piazza Cavalli, con le sue vie parallele e perpendicolari al corso del Po. Dalla città romana diramano le irregolari vie dei borghi medioevali racchiusi nel giro di mura ellittico della prima metà del secolo XVI, che ha uno sviluppo di ben 6 km. e mezzo.

    Piacenza: la facciata del Duomo.

    Piacenza: Chiesa della Madonna di Campagna.

    Appoggiato ad esse, a sudovest, si costruì poi il grande castello a pianta poligonale. In complesso le mura avevano 17 bastioni, di cui 5 facevano corpo col castello. La cinta era interrotta da 5 porte: due sulla via Emilia, una per la strada di Genova, una per quella di Milano e una al Po. Ancor più esterna fu costruita dagli Austriaci nell’Ottocento una nuova cintura, integrata poi da una serie di altre opere militari aggiunte anche nei primi tempi dopo l’Unità. Queste opere difensive sono testimoni dell’importanza strategica attribuita a questa piazzaforte per secoli, fino al 1866.

    Per lunghi tratti le cinture murate erano ancora conservate al principio dell’attuale secolo. Piacenza presentava l’aspetto di un grande campo trincerato. Ma il Castello è stato distrutto da gran tempo; le mura interne sono state poco per volta abbattute, lasciandone solo brevi tratti, discontinue restando le strade di circonvallazione disposte aH’interno e all’esterno di esse. Anche le opere esterne, rimaste a lungo all’amministrazione militare, in parte utilizzate e poi fatte saltare dai Tedeschi nel 1945, stanno smantellandosi per far luogo allo sviluppo dell’abitato.

    L’ultima cintura era stata disposta con tanta larghezza che non tutto lo spazio incluso è stato ancora occupato. E tuttavia la città tende ad espandersi anche fuori, specialmente lungo la strada Farnesiana e la via Emilia Levante fino a San Lazzaro; oltre lo smantellato forte austriaco dei Molini degli Orti, dove si è formato il quartiere Margherita con le villette comunali e dei mutilati; oltre l’ex barriera Vittorio Emanuele verso sudovest dove si sviluppa un nuovo quartiere ed è prevista dal piano regolatore una città-giardino.

    I monumenti più solenni e preziosi si trovano al centro. Sulla piazza Cavalli si leva l’armonioso palazzo del Comune, detto il Gotico, iniziato nel 1280, innanzi al quale sono le due famose e mirabili statue equestri di Ranuccio I (1620) e Alessandro Farnese, il famoso condottiero delle armate spagnole (1626), opere di Francesco Mochi, che dànno nome alla piazza. Di fronte è il palazzo della Camera di commercio, rifatto nel Settecento, già sede del governo ducale. All’estremo della città romana, come già detto, sorge il Duomo lombardesco, iniziato nel 1122 e compiuto un secolo dopo. Altre chiese notevoli sono San Savino, restaurato all’interno nella sua forma del XII secolo, San Francesco, Sant’Antonio.

    Ancora al margine della città vecchia, a nordest, sorge l’imponente Palazzo Farnese, cominciato nel 1558 e lasciato nello stato attuale, incompiuto, nel 1593. Ad occidente infine, a ridosso della cinta murata, è da notare la Madonna di Campagna (1522-28) fra i grandi nosocomi civile e psichiatrico.

    La posizione di Piacenza attirò purtroppo anche l’offesa aerea nell’ultima guerra: fra il 1943 e il 1945 vi si contarono oltre 90 incursioni, che colpirono specialmente la zona ferroviaria, portuale e industriale.

    Si può ben seguire lo sviluppo della popolazione urbana perchè anche il Comune di Piacenza, come quello di Parma, rimase a lungo, fino al 1923, costretto al giro delle mura. Al principio del secolo XIX erano già 30.000 ab. e un secolo più tardi non oltre 35.647. Però nel 1921 erano saliti a 43.717, nel 1936 a 49.527, nel 1951 a 60.114.

    Attività industriale caratteristica è quella dei bottoni, che in Piacenza ha il centro di un tipico raggruppamento (l’unico in Italia) cui concorrono i centri minori di Castel San Giovanni, Ponte dell’Olio, Fiorenzuola d’Arda e Monticelli d’Ongina.

    Altre industrie sono quelle dei concimi chimici e cemento, dello zucchero, della pasta di legno e cellulosa, delle conserve alimentari (32 esercizi nella provincia, con 1730 addetti).

    In totale nella città da 6801 addetti nel 1901 si è passati a 9903 nel 1921 e a ben 15.602 nel 1936, scaduti però a 11.288 nel 1951. Per lungo tempo Piacenza è stata sede della Federazione italiana dei consorzi agrari.

    Sul Po, che scorre a poche centinaia di metri dal vertice nordovest delle mura, Piacenza possiede il suo modesto scalo fluviale.

    Il piede della collina dal Reno al Po

    Dal Reno al Taro la via Emilia, quindi l’allineamento delle città, si discosta dal piede della collina, sì che qui o sulle falde delle colline stesse o poco meno entro valle incontriamo una seconda serie di centri minori, ma notevoli.

    Venendo da levante il primo è Bazzano (Bologna) di cui si è già detto. Poi nel Modenese, nel bacino del Panaro, Spilamberto (3149 ab.) e, poco a monte, Vignola(5868 ab., 125 m. sul mare), con la sua bella e ben conservata rocca dalle svelte torri a scolta del ponte sul fiume, notevole centro di frutticoltura e industrie, e nel bacino della Secchia, in situazioni analoghe, Formìgine (2147 ab.) e Sassuolo, grosso centro anche industriale (9010 ab., 123 m. sul mare) con un secentesco Palazzo Estense, ora adibito a distaccamento dell’Accademia militare di Modena.

    La piazza di Sassuolo.

    Scandiano: Rocca dei Boiardi.

    Nel Reggiano primo centro che ci si presenta è Scandiano (3065 ab., 95 m. sul mare), con la sua rocca e le sue torri, già feudo dei Boiardo, la famiglia del conte Matteo Maria autore dell ’Orlando innamorato (1440-94).

    Vedi Anche:  Case, insediamenti urbani e dimore rurali

    …..rocca de’ Fogliani e de’ Boiardi,

    terra di sapienti e di poeti

    dove al poeta era dato di sognare « la verità dei grandi antichi sogni » (Carducci, Rime e ritmi).

    A ponente nel Reggiano stesso e nel Parmense codesti centri si affollano ancor più numerosi: Bibbiano, Cavriago (3493 ab.), Montecchio, Monticelli Terme, Col-lecchio (2328 ab.), Fornovo di Taro, Noceto, eccetera.

    Sono tutti centri di plaghe agricole rigogliose, con industrie enologiche, casearie, salumiere (Sassuolo, Scandiano), ceramiche (Sassuolo), di liquori caratteristici (Sassolino di Sassuolo), di conserve di frutta (Vignola), anche meccaniche e tessili varie. Sono in questa fascia anche Maranello (Modena), sede delle officine della Ferrari, e la vicina Fiorano, dominata da un grandioso Santuario della Madonna.

    Fra il Taro e l’Arda i contrafforti montuosi sono più avanzati e cadono a tratti sulla stessa via Emilia. Qui è Salsomaggiore (160 m. sul mare), famosa stazione di cure termali sviluppatasi come caratteristica « ville d’eaux », fra le più tipiche e cospicue d’Italia: un insieme di alberghi, pensioni, stabilimenti di cura, armoniosamente inquadrati nel verde con un sistema di strade appositamente studiato. Gli abitanti residenti nel centro erano 4155 nel 1921, saliti a 7751 nel 1936 e 8476 nel 1951. Ma nella «stagione» di cura, che si prolunga da aprile a novembre, il numero dei presenti che affollano la cittadina sale a cifre ben più alte, se è vero che nella media annua del settennio 1951-55 le sole «presenze» negli alberghi assommarono a oltre 750.000 (con una permanenza media di 12 giorni a persona).

    Ma Salsomaggiore è anche notevole centro minerario e industriale. In origine, anzi, forse fin da qualche secolo a. C., le acque del luogo si utilizzavano per l’estrazione del sale comune. Ancora nel 1857 se ne produceva quasi un milione e mezzo di chilogrammi l’anno. Oggi i pozzi attivi sono una ventina e le acque vengono impiegate, come s’è detto, in prevalenza per usi terapeutici, ma in esse sono anche gas e petrolio, che vengono separati per usi industriali, insieme a quelli ricavati dai vicini pozzi di Tabiano, altro centro di cura (fanghi, inalazioni) a circa 5 km. da Salsomaggiore.

    Dall’Arda a Stradella di nuovo le pendici collinose si discostano dalla via Emilia e di nuovo si ha folla di centri pedemontani: Carpaneto, Grazzano, San Giorgio Piacentino, Podenzano, Borgonovo Val Tidone (3358 ab.), fino a Sàrmato (1436 ab.) e Castel San Giovanni (5972 ab.), centri notevoli anche per industrie (enologia, zuccherificio), ormai affacciati al Po.

    Veduta di Salsomaggiore.

    Castello di Vignola, a destra il Panaro, a sinistra in basso il centro urbano.

    Il pedemonte si unisce dunque strettamente alla collina, non però tanto che non sia possibile coglierne i lineamenti distintivi nella prevalenza delle popolazioni sparse in questa e dell’accentrata in quello; dell’attività agricola (due terzi della popolazione attiva) in questa e delle varie, industriali, commerciali, ecc., in quello (tre quinti); nella ben diversa densità (circa 130 ab/kmq. contro più di 300); nella stessa natura delle colture (importanza del bosco e del vigneto in collina).

    Il Frignano

    La montagna del Modenese merita di essere trattata a sè anche perchè la robustezza della sua individualità geografica e storica è comprovata dalla tradizione di un nome regionale proprio, il Frignano, quale non si riscontra in alcun altro settore dell’Appennino emiliano-romagnolo fino al Montefeltro (che però amministrativamente è già tutto o quasi tutto nelle Marche).

    Pavullo nel Frignano, veduta da ponente.

    Questa unità ha il suo nucleo di raccolta nell’alta conca di Pavullo. Fa capo al crinale che dal Giovarello (m. 1760) al Cupolino (m. 1853) comprende le cime più elevate dell’Appennino settentrionale, culminando nelle due punte del Cimone (m. 2163). Dal crinale scendono i torrenti che in due ventagli confluiscono a formare il Panaro (Leo, Scoltenna) e la Secchia (Rossenna, alta Secchia). Una seconda serie di rilievi paralleli, grosso modo, al crinale, più bassi, ma continui e tagliati soltanto dal passaggio delle due valli del Panaro e della Secchia, limita verso la pianura questo caratteristico « cantone » di montagna, che deve il suo nome agli antichi Liguri Fri-niates ivi ritiratisi a più lunga resistenza contro l’avanzata romana.

    Nel secolo XII vi si notava una caratteristica federazione di tre Comuni montani: Sèstola, Montecùccolo e Montese. Poi se ne disputarono il possesso Bolognesi e Modenesi, ai quali da ultimo rimase unito seguendone le sorti. Nel 1832 Francesco IV costituì la « provincia del Frignano », con capoluogo a Pavullo, dove mise la sua residenza estiva.

    Lago Santo Modenese presso Pievepèlago.

    Il confine amministrativo della provincia di Modena corrisponde al crinale chè, a differenza di Bologna, la quale dovette lasciare le testate delle sue valli ai Fiorentini, il dominio estense da Modena raggiunse, anzi travalicò il crinale, spingendosi per la Garfagnana e la Lunigiana addirittura sino al mare.

    Grosso modo il Frignano corrisponde al vecchio circondario di Pavullo, soppresso nel 1923. Esso comprendeva 14 Comuni con 1050 kmq. di superficie e una popolazione che nel 1921 era di 76.808 ab. presenti e nel 1951 sarebbe stata di circa 90.000 ab. (densità rispettivamente 73 e 85 ab/kmq.).

    Nei limiti della « zona di montagna » del Modenese fissati dall’Istat e da noi assunti si tratta di 948 kmq. con 70.000 ab. (densità 74 ab/kmq.). Due belle strade principali l’attraversano.

    La statale n. 12 dell’Abetone, la già ducale via Giardini, muove a sudovest tendendo al valico e alla conca di Pistoia. Toccati Formìgine e Maranello una deviazione verso destra porta ad ammirare l’eccezionale spettacolo delle salse di Nirano sparse sul fianco di una vailetta. La statale si snoda sui dorsi collinosi fino alla conca di Pavullo (km. 47 da Modena, 682 m. sul mare, 2409 ab.): abitato di antica origine, documentata almeno dal 1197, principale centro di coordinamento di tutto il «cantone», luogo di sosta e di villeggiatura, donde i turisti diramano tutto intorno per interessanti escursioni.

    Pieve romanica di Rubiano (Montefiorino, Modena).

    Indi, dominando la valle dello Scoltenna, la strada sale fra verdi boschi ed ampi panorami a Lama Mocogno (km. 61, 812 m. sul mare; vicine sono le Piane che attirano gli sciatori), e a Barigazzo (km. 72) presso il quale sono i famosi « fuochi » già ricordati da Plinio, getti di gas infiammati, ora captati per usi industriali (metano). Poi, scendendo, si arriva a Pievepèlago (km, 85, 781 m. sul mare, 880 ab.), altro centro turistico, dal quale diverge una strada per la Foce delle Radici. La statale risalendo tra castagneti e praterie, giunge a Fiumalbo (km. 90, 943 m. sul mare) ormai alle falde del Cimone. Poco oltre (km. 98,6) è il passo dell’Abetone (m. 1388).

    L’altra maggiore strada, pur essa iniziata dai duchi, è la via Vandelli, che avrebbe dovuto mettere in diretta comunicazione Modena con l’antica dipendenza della Gar-fagnana attraverso la Foce delle Radici. Muove da Modena a Sassuolo, serve Mon-tefiorino, Toano (centro turistico) e Frassinoro (1081 m. sul mare) su diramazioni, e Piandelagotti (km. 79, 1209 m. sul mare). Al km. 86,6 è la Foce (1529 m. sul mare), altro centro turistico.

    Nella valle del Dolo, dominata dal monte Cusna, è, presso Fontanaluccia, la diga a sbarramento di una stretta, che ha creato un lago (livello a 775 m. sul mare) capace di due milioni e mezzo di me., utilizzato per la centrale di Farneta e per irrigazione. Ad esso affluiscono anche le acque del serbatoio di Braghe, sul Dragone, con altra centrale.

    Ma ancor più frequentate e attraenti per i turisti sono le numerose strade, che diramano e serpeggiano a oriente, fra la via Giardini e la Porrettana, come quella che, a ridosso del crinale, da Pievepèlago porta a Sèstola (1020 m. sul mare, ab. residenti 962), divenuta il principale centro turistico del Frignano, base per l’escursione del Cimone, alla cui vetta, peraltro, l’accesso è vietato essendo occupata da un osservatorio dell’Aeronautica militare. La stessa strada prosegue da Sèstola per Fanano (640 m. sul mare) sulle falde orientali del Cimone medesimo nella valle che conduce al Libro Aperto, altra pittoresca cima (m. 1957), e poi per Vidiciàtico, Lizzano e Porretta. Da questa strada dirama verso nord, serpeggiando sullo spartiacque fra i bacini del Panaro e del Reno, quella per Montese (m. 841), antico centro comunale, con castello e torre, Castel d’Aiano e Vergato. Più in basso ancora si nota la trasversale da Pavullo per Zocca ancora a Vergato. Altro segno dell’autonomia del Frignano, questi suoi centri orientali, per le    dette vie, gravitano su Bologna per lo meno altrettanto quanto su Modena.

    Turismo e meno ancora industrie e commerci valgono, comunque, a integrazione dell’economia locale, fondata sulle risorse rurali e piuttosto prospera, specie in confronto agli altri « cantoni » montani dell’Emilia. Lo prova intanto la densità stessa della popolazione già riferita, notevolmente superiore a quella media della restante montagna emiliana, che non arriva a 60 ab/kmq. E lo prova l’estensione delle colture (39% della superficie territoriale) e del bosco (35%, per un quarto castagneto). La zona ricade in gran parte in uno dei primi e più vasti comprensori di bonifica montana, quello detto di Marano sul Panaro, costituito con decreto del 1927 e steso per 87.062 ettari.

    Castello di Canossa.

    L’Appennino reggiano, parmense e piacentino

    Se ci teniamo nei confini amministrativi, l’Appennino reggiano si attesta nella zona dei crinali dal monte Giovarello (m. 1760), comprendendo questa cima, il monte Prado (m. 2054), il Cusna (m. 2121), il Sillano (m. 1875), la Nuda (m. 1895), il monte Alto (m. 1904) e l’Alpe di Succiso (m. 2016), fino al passo di Lagastrello (m. 1200).

    Di qui a nord, l’Appennino reggiano comprende quindi la valle alta e il versante sinistro della media della Secchia e il versante destro della valle dell’Enza.

    E’ attraversato da una sola strada statale, la n. 63 del Passo del Cerreto, che va da Reggio alla Spezia. Dapprima essa segue la valle del Cròstolo.

    A destra una diramazione porta sulla collina, alle rovine del famoso castello di Canossa (576 m. sul mare) costruito su un nudo banco di arenaria biancastra, in zona tormentata da grandi frane. Fondato verso il 940 da Azzo Adalberto, bisavolo della « gran Contessa », si stendeva sulla spianata della vetta, allora assai più estesa (si dice che reggesse tre giri di mura). Molto dopo l’episodio che lo rese celebre, l’umiliazione di Enrico IV (1077) venne preso e distrutto dai Reggiani (1255), più volte ricostruito e disfatto.

    La statale segue il Cròstolo fino alle sue sorgenti per un 28 km. da Reggio, poi sale sullo spartiacque, aprendo la vista sulla Pietra di Bismàntova di dantesca memoria, che emerge come un pacco tavolare di arenarie mioceniche sulle argille scagliose. Raggiunge Castelnuovo ne’ Monti (km. 45, 700 m. sul mare, 1532 ab.), il centro principale della montagna reggiana. Qui i Romani già posero un Castrum Bismantum (191 a. C.) e sotto Matilde di Canossa compare in un primo documento del mi il Castrum Novwn. Più in alto, a ponente, è Ligònchio (949 m. sul mare), base per le escursioni al monte Cusna, che si specchia nel lago artificiale dell’Ozola, il quale dà forza all’impianto idroelettrico detto appunto di Ligònchio (16.450 kW). La strada s’incunea poi fra il monte la Nuda e l’Alpe di Succiso, tocca Collagna (830 m. sul mare), centro turistico, la vecchia Culagna, feudo medioevale, il cui conte fu preso a protagonista del poema eroicomico del Tassoni. Passa poi col valico di Cerreto (m. 1261) in Lunigiana su Fivizzano e Aulla.

    L’Appennino parmense e quello piacentino presentano struttura e aspetti unitari. L’insieme, andando ad occidente da quella dell’Enza, comprende le vallate del Parma, del Taro, del Ceno, dell’Arda, del Nure, della Trebbia e del Tidone.

    I torrenti, appena scesi dalla zona del crinale, elevata, ma non molto (le cime maggiori dal passo di Lagastrello al monte Lèsima raggiungono i 1500-1700 m. o poco più), si appiattiscono nei fondivalle poco tortuosi, orientati parallelamente dai sud al nord, formandovi ampi ghiaieti. La media montagna e la collina costituiscono una zona piuttosto vasta, disseminata di piccoli centri, di antichi castelli, in complesso verde e fiorente di coltivi, vigneti, non priva di risorse minerarie interessanti (petroli, anche metalli).

    Ancora risalendo l’Enza centri notevoli sono San Polo d’Enza, Ciano d’Enza (donde si va al Castello di Rossenna tipicamente imposto sopra una rupe ofiolitica), fino a Vetto.

    Nell’alta montagna sono notevoli impianti idroelettrici. Le acque dei laghetti naturali e del grande lago creato col riempimento della conca di Lagastrello mediante una diga di 25 m. e quelle del minore serbatoio del torrente Cedra sono raccolte in un sistema, che riesce ad accumularne 3.120.000 me. Esse alimentano le centrali di Rigoso, Rimagna e Isola presso Palanzano, la cui energia (25.000.000 di kWh/anno) è distribuita alla Spezia, alla Lunigiana e all’Emilia.

    Palanzano si raggiunge con la strada del Parma, che partendo da questa città, risale il torrente omonimo e passa (km. 17,5) in vicinanza del grandioso Castello di Torrechiara (1448-60) a pianta rettangolare, con tre cinte di mura e torri d’angolo. La strada poi si divarica. Un tronco di fondovalle va a Corniglio (469 ab.) e conduce sin presso il Lago Santo parmense (1507 m. sul mare), il maggiore dei numerosi laghetti glaciali della zona, una conca tettonica sbarrata da un argine di macigno, sul quale è depositata la morena (superficie poco più di 8 ha. ; profondità massima m. 23,50). L’altro tronco di strada, accostato Lesignano dei Bagni, stazione di cure salsoiodiche, supera il contrafforte in destra e porta appunto a Palanzano sul Cedra e alla bella conca di Monchio delle Corti (m. 841), così chiamata in quanto fu fin dal X secolo capoluogo delle Tredici Corti di Montagna dipendenti dal vescovo di Parma.

    Borgo Val di Taro: panorama.

    Ma la strada principale che attraversa l’Appennino parmense-piacentino è la strada statale 62, della Cisa, che da Parma tocca Sala Baganza (nei pressi del magnifico giardino dei Boschi, già villa ducale), raggiunge il Taro, lo segue fino a For-novo (Forum Novum), poi sale sullo spartiacque del contrafforte fra Taro e Baganza e per Poggio di Berceto (m. 841) lungo le falde del monte Cavallo (m. 1066) raggiunge il passo della Cisa (m. 1041) per scendere a Pontrèmoli. Questa strada sarà fra breve raddoppiata, nel tratto fra Fornovo, la Cisa e Pontrèmoli, da un’autostrada già in costruzione, con una galleria di quasi due km. a quota 750 m. sul mare, sotto il crinale, che renderà più agevoli e rapide le comunicazioni fra Parma e La Spezia, attivando i traffici fra questo porto e il suo retroterra naturale.

    Dalla statale della Cisa, a Berceto, dirama l’altra, che, ridiscesa in fondovalle Taro, ne segue il corso, tocca Borgo Val di Taro e di nuovo biforca con un ramo al passo di Cento Croci (m. 1053) e l’altro al passo del Bocco (m. 953), che conducono alla costa ligure, rispettivamente a Chiàvari e Sestri Levante. La vai di Taro è una delle più verdi e floride dell’Appennino. Seguita dalla ferrovia Parma-Spezia, a Fornovo (2315 ab.), che già vide una delle più famose battaglie della storia italiana (la disfatta di Carlo Vili nel 1495), ha una interessante località industriale (petroli di Vallezza) e a Borgo il centro commerciale e turistico principale (3882 ab.).

    Vedi Anche:  Il clima, le temperature, l'umidità e le precipitazioni

    La strada per il passo del Bocco, d’altronde, si allaccia e prosegue con una che viene da Fiorenzuola d’Arda, passando per Castell’Arquato, borgo interessantissimo per la conservazione di alcune caratteristiche medioevali.

    Essa poi passa per Bardi (m. 625 sul mare), località di villeggiatura con castello imposto sopra uno spuntone di diaspro rossigno connesso a ofìoliti.

    Prima di arrivare al valico, sopra Santa Maria del Taro, un ramo sorgentizio del fiume è sbarrato a 1053 m. sul mare da una diga di 85 m. per l’alimentazione della centrale di Strinabecco (1470 kW).

    Una seconda grande strada statale, la 45, di Valtrebbia e Càffaro, muove da Piacenza e seguendo la Trebbia raggiunge Bobbio (km. 46, m. 272 sul mare, ab. 1789) sino al 1923 compreso amministrativamente nell’Oltrepò pavese, famoso centro monastico fin dal secolo VII, con l’illustre abbazia e basilica di San Colombano, di cui si è vista a suo tempo l’importanza nella storia della cultura.

    Il castello dei Malaspina a Bobbio.

    Il cortile del Castello Visconteo di Grazzano Visconti.

    Bobbio è tuttora capoluogo di una diocesi appartenente alla « regione conciliare » ligure, che estende la sua giurisdizione anche in tratti delle adiacenti province di Genova e Pavia.

    La strada poi per il colle della Scoffera (m. 678) passa alla valle del Bisagno, portando a Genova.

    Da questa grande arteria diverge poco sopra a Piacenza (km. 3), a levante, la strada di penetrazione lungo la valle del Nure, che per Grazzano Visconti ancora in pianura (il ricordato interessante borgo ricostruito in pretto stile del Tre-Quattrocento), Ponte dell’Olio (2096 ab.) e Béttola passa vicino a Barsi di Groppallo, piccolo centro turistico, interessantissimo perchè sorge sopra un enorme spuntone di rocce ofio-litiche, nerastre, fino a 992 m. sul mare.

    Questa strada fa capo, e vi muore, a Ferriere (km. 56, 618 m. sul mare), piccolo centro minerario e metallurgico romano e medioevale, di tanto in tanto riattivato in periodi di emergenza (ferro, rame).

    Una diramazione ad oriente porta al pittoresco parco provinciale di Morfasso (10 kmq.) che fra Chero e Arda sale fino ai 1077 m. sul mare del monte Croce dei Segni. Di qui si può raggiungere, scendendo, il grande lago-serbatoio di Migliano per irrigazione, ottenuto con lo sbarramento dell’Arda, mediante una diga arcuata lunga 340 m., che consente l’invaso di oltre 15 milioni di metri cubi di acqua. Essa viene distribuita nel comprensorio di bonifica della vai d’Arda (14.000 ha.), fino a Cortemaggiore, Alseno, Fiorenzuola, eccetera.

    Casette del borgo di Grazzano Visconti

    Altre numerose strade s’intersecano, a ponente, fra la vai di Taro e quella del Tidone. Su questo torrente sono Pianello (m. 190) e Nibbiano (m. 284). A Pianello è la centrale cui viene convogliata in galleria l’acqua del lago-serbatoio di Molato sul Tidone capace di 12.000.000 di me., utilizzati anche per l’irrigazione di 4250 ettari nel comprensorio di bonifica della vai Tidone.

    Su un terrazzo in destra del torrente Chero, che incide la bassa montagna e collina fra Arda e Nure, era un antico centro, importante ancora in età romana e del quale, sin dalla metà del Settecento, sono stati messi progressivamente in luce notevoli avanzi: il foro, un anfiteatro, una basilica: Velleia

    Ma il monumento più prezioso che ne è stato tratto (già nel 1747), e conservato ora nel Museo nazionale di antichità di Parma, è una tavola lapidea che espone una specie di dettagliato catasto dei beni rurali della zona dipendente da Velleia al tempo di Traiano, con circa 500 nomi, dei quali un centinaio sono gentilizi e gli altri di luogo. Questa abbondante onomastica consente studi di altissimo interesse per la conoscenza delle condizioni etniche ed economiche dell’Appennino parmense-pia-centino prima e dopo la penetrazione romana.

    Ancora più a valle è Lugagnano. Nei dintorni di Lugagnano e Velleia sono alcuni modesti pozzi petroliferi ancora attivi, fra i parecchi abbandonati, con oleodotto che scende lungo l’Arda fino alla raffineria di Fiorenzuola.

    Economia varia, dunque, quella deU’Appennino emiliano occidentale, anche industriale, commerciale e turistica, e tuttavia oltre i quattro quinti della popolazione attiva sono dediti alle attività rurali.

    Il bosco ha notevole importanza nel Parmense (quasi il 45% della superficie territoriale), meno negli altri due comparti (circa 35%). Correlativamente, però, la montagna parmense presenta la minore percentuale di seminativi (25%) contro il massimo di quella reggiana (quasi 33%).

    Velleia romana: il Foro.

    La pianura dei Ducati

    La pianura racchiusa nel triangolo fra il Panaro, il Po e la via Emilia è divisa fra le province di Modena e, al nord, di Mantova, che ne tengono la parte più larga, alla base, poi fra quelle di Reggio e di Parma, finché soltanto il ristretto vertice di nordovest spetta al Piacentino.

    Anche qui, come nel Bolognese, può distinguersi l’alta pianura, in larga parte già colonizzata dai Romani, e la bassa, teatro di bonifiche vecchie e recenti.

    Nel Modenese e vicino Reggiano le zone relativamente più elevate delle lievi ondulazioni del terreno ospitano centri che già nel Medioevo e nel Rinascimento si svilupparono come nuclei di formazioni politiche più o meno autonome.

    Veduta aerea del Palazzo Ducale di Colorilo (prov. di Parma)

    A una decina di chilometri da Modena, verso nordest, è Nonàntola (24 m. sul mare, 2900 ab.), ancor cinta di mura, sviluppatasi dall’antica abbazia benedettina, la quale, fondata nel 752, costituì il centro di un vastissimo agglomerato feudale monastico, che si spinse fin nel Frignano. L’aveva posta Sant’Anselmo in mezzo alla landa devastata e il cognato re Astolfo l’aveva dotata di fondi e arricchita di privilegi, cui si aggiunsero quelli di duchi, re e imperatori. Ha dato alla Chiesa tredici cardinali, due santi e un papa. Sette santi vi sono stati sepolti. E vi furono fin oltre 1000 monaci per volta, che diboscavano selve, scavavano canali, arginavano fiumi, distillavano erbe, miniavano codici, trascrivevano testi antichi, studiavano, insegnavano e pregavano. « Ora et labora ».

    Ancora nell’alta pianura è la cittadina di Carpi (m. 28 sul mare, 16.014 ab.), sede episcopale, già feudo dei Pio dal 1319 al 1525; e ne resta solo l’imponente castello. E centro caratteristico per la tradizionale industria del « truciolo » di salice (cappelli), ora in disarmo, ma sostituita da non meno attiva industria della maglieria. Inoltre ha cantine, latterie e cremerie sociali.

    Vicina è Correggio (m. 32 sul mare, 5960 ab.), feudo dal secolo X, contea dal 1452, poi principato fino al 1630. I Correggeschi ebbero per breve tempo anche Parma e Reggio e tennero corte splendida nei secoli XV e XVI. Ne resta il suntuoso Palazzo dei Prìncipi, più volte rimaneggiato e ampliato, che oggi ospita biblioteca e museo. Vicino alla città è uno dei più ricchi giacimenti metaniferi, con numerosi pozzi attivi allacciati alla rete dei metanodotti.

    Più in basso sono Finale (15 m. sul mare, 6157 ab.), già rocca modenese al confine con Ferrara, oggi centro della bonifica di Burana (zuccherificio); San Felice sul Panaro (2552 ab.) e Mirandola (18 m. sul mare, 8019 ab), signoria, poi ducato, dei Pico dal secolo XIV al 1707 (altro zuccherificio).

    Venendo a ponente sono ancora altri numerosi grossi centri: Fàbbrico (2855 ab.), Novellara, dal 1371 al 1737 signoria, poi contea, sotto un ramo collaterale dei Gonzaga (3787 ab.), Reggiolo (2296 ab.).

    Poi a ridosso del Po o quasi, dopo Gualtieri (2524 ab.), il Castrum Walterii dei secoli XI-XII sulle golene del Po, ecco Guastalla (6416 ab.), antica stazione longobarda (Wartstall), Comune, poi contea autonoma e ducato dal 1406 al 1746, finché fu unita a Parma, ed è tuttora capoluogo di diocesi.

    Più in là infine Luzzara (2755 ab.), sulla riva destra del Po.

    Pur con codesta folla di centri la pianura modenese e reggiana non vi trova raccolto più del 32 e 37% della popolazione, rispettivamente: il resto è in nuclei e case sparse, sì che la densità media si accosta ai 200 ab/kmq.

    Al di là del confine amministrativo troviamo ancora Suzzara, nodo ferroviario (10.000 ab.), Gonzaga, culla della potente famiglia marchionale poi ducale di Mantova e centro dell’Oltrepò mantovano, e Poggiorusco, incrocio della ferrovia del Brennero con la Suzzara-Ferrara, centri rimasti tuttora uniti al Mantovano.

    Nel Parmense e Piacentino più stretto lo spazio tra via Emilia e Po, e tuttavia c’è pur luogo per centri notevoli come Sòrbolo; San Secondo; Colorno (3062 ab.), la già ricordata « piccola Versailles » dei Farnese, che vi hanno lasciato un grandioso Palazzo Ducale, purtroppo ora in pessime condizioni, distrutto affatto poi il grandioso parco intorno; Busseto (2654 ab.) in una frazione della quale, le Róncole, nacque Giuseppe Verdi; Cortemaggiore, vecchio centro a tipica pianta rettangolare ora in grande espansione, e, in un’ampia ansa del Po, Monticelli d’Ongina, centro d’industrie agricole.>

    Qui è una delle più antiche testimonianze di abitati nell’Emilia: la famosa ter-ramara di Castellazzo presso Fontanellato. E a Fontanellato stessa, al centro, una delle più tipiche e meglio conservate rocche del Quattrocento, trasformata in suntuosa dimora dei signori Sanvitale nei secoli XVI-XVII. Altra massiccia rocca, pure a pianta quadrata, è a Soragna, feudo dei Lupi dal 1347, elevata a titolo di principato nel 1709.

    Rocca di Monticelli d’Ongina (pianura piacentina).

    Busseto. Piazza Verdi: la Rocca e il monumento al maestro.

    Ma la pingue pianura qui si presenta interessante anche per ben altra ricchezza: il metano e il petrolio, che, pazientemente cercati ricostituendo con esplorazioni geofisiche in superficie la disposizione degli strati impermeabili in profondità, sotto la coltre alluvionale, sgorgano dai pozzi di Fontanellato, Fontevivo e specialmente a Cortemaggiore. Il campo esplorato di Cortemaggiore si stende per una decina di chilometri su una larghezza di due. Oltre 70 sono già i pozzi produttivi, che dànno poco petrolio, ma molto metano, ricco di gasolina. Questa, una volta separata, va a costituire parte integrante della nota benzina Supercortemaggiore. Il paese ne ha tratto motivo di un recente rapidissimo sviluppo industriale, con impianti di degasolinaggio, immissione nei metanodotti e raffineria del petrolio. Un razionale piano regolatore ne prevede lo sviluppo urbanistico.

    Restano nondimeno caratteristiche e fondamentali per la doviziosa agricoltura dell’alta e bassa pianura le opere di bonifica, che si succedono dai piani soggiacenti agli argini del Po fino al Bolognese, principali la Parmigiana-Moglia e la bonifica di Burana.

    La prima comprende il territorio fra Cròstolo e Secchia, limitato a nord dall’antico cavo Parmigiana-Moglia e steso al sud sin quasi alla via Emilia.

    Il comprensorio si estende per 73.531 ettari, distinti fra «terre alte» e «terre basse», nelle province di Reggio e Modena e, in piccola parte, di Mantova. Le acque alte vengono immesse nell’antico cavo e nel Collettore acque alte modenesi, convogliate nella Secchia per gravità o, quando il fiume è in piena, mediante l’idrovora delle Mondine (capace di 40 mc/sec.). Le acque basse sono raccolte da due collettori, che confluiscono in un emissario lungo 17 km. il quale, superato in sifone il cavo Parmigiana-Moglia, le porta all’idrovora di San Siro, sulla Secchia, poco a monte della sua confluenza nel Po, capace di 61 mc/sec.

    La rete complessiva dei canali di bonifica ha uno sviluppo di 1235 chilometri.

    Un sistema di irrigazione completa l’opera, derivando 40 mc/sec. dal Po, aBoretto, e portando beneficio a 72.500 ettari, parte a gravità parte con sollevamento. Il consorzio di bonifica insieme con altri tre ha costruito per i propri usi il ricordato impianto idroelettrico di Farneta nell’Appennino reggiano-modenese.

    La bonifica di Burana interessa 72.305 ettari (17.800 di terre alte e 54.200 di basse) nelle province di Modena, Mantova e Ferrara fino a Bondeno. Nel 1899 ne fu compiuta la prima parte, con l’apertura della « Botte Napoleonica » e lo scarico a mare delle acque della depressione di Burana. Altri lavori furono inziati dal 1926 e fra essi gli impianti idrovori di Santa Bianca (1400 HP) e delle Pilastresi (11.400 HP). Quest’ultimo può scaricare 40 mc/sec. nel Po e derivarne per gravità o per sollevamento 47 mc/sec. per canali di irrigazione e navigazione sin nel basso ferrarese.

    Per l’intera bonifica si prevedono 800 km. di canalizzazione e 200 km. di strade.

    In provincia di Parma opera poi il Consorzio unico di bonifica della bassa parmense, su 75.200 ettari, dei quali soltanto 9000 a scolo meccanico, il resto a scolo naturale.

    Nel Piacentino quattro consorzi provvedono alla bonifica di circa complessivi 51.000 ettari di cui 4835 a scolo meccanico. E ancora sono da ricordare, oltre le minori reggiane (13.860 ha.), le vecchie bonifiche di Bentivoglio (Reggio, 22.451 ha.) e di Nonàntola (Modena, 5405 ha.). La prima fra Enza e Cròstolo risale all’ardita e tenace iniziativa di Cornelio Bentivoglio, governatore di Reggio per gli Estensi nella seconda metà del Cinquecento, poi abbandonata e ripresa. La seconda addirittura richiama le sue origini dai monaci della celebre abbazia.

    Ma è questa, della pianura dei Ducati, anche la zona dove già più antica e diffusa è l’irrigazione, specie del Piacentino, Parmense e Reggiano. E quindi quella dove più intensi si sono sviluppati sin da tempo lontano i coltivi foraggeri, quindi l’allevamento di vacche da latte, il caseificio e l’allevamento suino. E tutta una catena di attività altamente produttive, la quale spiega le forme particolari che l’agricoltura assume in questa zona, con caratteristicità decrescente dal Piacentino al Modenese (come si è visto nel capitolo suireconomia rurale), e lo sviluppo tutto speciale delle industrie derivate (lo si è visto nell’altro capitolo suireconomia industriale) col diffondersi dei caseifici e delle cantine d’iniziativa individuale ma anche, e più, collettiva.

    A circa 2000 assommano i caseifici del Reggiano e del Modenese e di essi un buon terzo è di caseifici sociali, cui vanno aggiunti quelli, molto meno numerosi, del Parmense e, relativamente pochi, del Piacentino. Un centinaio, almeno, sono le cantine sociali, anch’esse concentrate nel Modenese e Reggiano, ma che vanno pure diffondendosi nelle province vicine. E si aggiungono, crescenti, le industrie conserviere, specie quelle che lavorano il pomodoro (centro nel Parmense) e le frutta.

    Dell’allevamento suino si è pur detto, in quanto connesso al caseificio medesimo e determinante delle non meno caratteristiche industrie delle carni insaccate a Modena, a Reggio, a Parma e nei minori centri delle loro province.