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Tradizioni, usi, costumi ed analfabetismo

    Le tradizioni: un mondo e un patrimonio culturale in crisi

    Le radicali trasformazioni intervenute negli ultimi decenni nella vita economica della Sicilia, con maggiore o minore vigore e risalto secondo le sue differenti contrade — come ho cercato di mettere in evidenza nei quattro precedenti capitoli — e l’intensificazione dei rapporti tra i principali centri urbani e la campagna, e il sempre più marcato fenomeno di inurbamento, e da circa un secolo le più numerose ed ampie possibilità per la popolazione di venire a contatto con ambienti e mentalità diverse attraverso la pratica del servizio militare e la formazione delle prime correnti migratorie esterne, in molti casi di tipo stagionale o di carattere periodico: questi sono i motivi principali che hanno fortemente minato alla base la natura e la sostanza stessa delle numerosissime tradizioni di cui è ricca la Sicilia, e a poco a poco — più facilmente nelle città e nei centri situati nelle fasce litorali, con maggior difficoltà e a ritmo assai più lento nelle regioni interne e nelle aree montuose più appartate — le stan sgretolando, annientando, o comunque svuotando dei loro primitivi, originali significati.

    Resistenza degli elementi spirituali del folclore, e dissoluzione dei suoi elementi materiali

    Non che i significati originali di tutte le tradizioni e usi e costumi siano sempre stati presenti, nel loro reale valore, spesso di natura magico-religiosa, alla popolazione siciliana: la loro ricchezza, e la loro radicazione non soltanto nella civiltà greca e romana, ma anche più in là, nel patrimonio culturale delle primitive popolazioni dell’isola, dei Sicani e dei Siculi cioè, e in substrati anche più antichi, di una civiltà preistorica di fondo mediterraneo, sono fatti che hanno comportato di per sè soli notevoli e numerose contaminazioni e rivolgimenti semantici durante la lunga e varia e contrastata storia isolana: nella quale confluirono volta a volta nuove popolazioni, con un proprio bagaglio di credenze e riti e costumi peculiari, e che tali credenze e riti e costumi in parte han ceduto alle popolazioni preesistenti mediando le loro, e tutto ricomponendo in un grande crogiuolo da cui le più radicate e sentite e sofferte son sempre balzate fuori quasi eguali, seppur ammantate di particolari nuovi o soltanto di lievi sfumature nuove.

    Érice (Trapani) : l’antica cittadina, ora importante centro turistico, è ancora sede di un fiorente artigianato dei tappeti, lavorati su telai tradizionali, che risalgono ad un originario prototipo mediterraneo.

    I più resistenti, fra tutti questi elementi del folclore, sono stati evidentemente — come in qualsiasi altra regione — quelli di carattere spirituale, e quelli legati a certe attività della popolazione — come il lavoro dei campi, vari tipi di pesca, l’allevamento pastorale — che più a lungo, e sull’arco addirittura di più secoli, si son mantenute pressoché immutate, ripetendo schemi antichissimi, con strumenti antichissimi, e gesti e parole e atti e cerimonie che quelle stesse attività rivestivano quasi di un valore simbolico e religioso: che in parte mantengono ancora oggi. Tra questi elementi — numerosissimi — si possono ricordare, per la forte resistenza che manifestano, la ricca e complicata pratica, di origine greca, della pesca del pesce spada nello Stretto di Messina; gli ancor più antichi tipi di pesca di Lipari, con piccole reti, di estrazione italiota; i canti ritmici e gutturali (cialome) e la stessa nomenclatura di derivazione araba della pesca del tonno, e l’abitudine a dipingere le barche — ed ora anche i motopescherecci, sotto il bompresso — con gli stessi disegni che figuravano sulle imbarcazioni più antiche, come risulta dai vasi siculo-greci del V e IV secolo a. C., oltre a scene religiose cristiane. E nel campo agricolo, i canti le danze e i suoni che nel Marsalese riecheggiano da vicino quelli dei primi coloni greci; e l’aratro semplice, di legno, dell’antica civiltà mediterranea, ancora largamente diffuso, specie nell’interno, tra i piccoli proprietari e affittuari; e l’uso di trarre l’oròscopo dell’annata agraria dal movimento delle fiamme intorno al carro di Maria Santissima della Visitazione, patrona di Enna, legato al rito pagano di Cerere (che ora ha perso il suo significato primitivo); e il ricco vocabolario greco (forse d’origine bizantina) filtrato nei dialetti della Sicilia orientale a designare numerose operazioni agricole, e l’uso del tradizionale carretto siciliano, dai caratteristici disegni a colori vivaci raffiguranti scene di paladini e storie e tenzoni cavalleresche locali, o della più recente epopea dei Mille, sulle fiancate: riecheggianti le scene del teatro dei «pupi», ancor vivo nei quartieri periferici di Catania, e in un recente passato illustrato da valenti, notissimi attori. E nel mondo pastorale i grandi piatti di legno, e le decorazioni dei bicchieri di corno di disegno libico, e gli stessi « pagliari » or rettangolari or circolari, con tetto a cono, simili al tucul africano, già propri dei Sicani e dei Siculi; e le calzature dei pastori (scarpi eli pilli) che richiamano tipi classici, e la « scapullera » o cappa d’inverno; e le grandi cavalcate fino alla chiesa, con offerte di agnelli e bovini di pasta di caciocavallo — come la « cravaccata » di Geraci Siculo in onore del Santissimo Sacramento. E in genere ancora i riti natalizi, come la novena cantata pubblicamente sotto le icone illuminate degli altarini che numerosi decorano i muri delle case lungo le vie della città (come a Catania), e quelli pasquali dei piatti di grano germogliato (ma è usanza anche delle regioni settentrionali) e di spighe di grano intrecciate nella forma di chiodi che si dispongono sull’altare del Santo Sepolcro; e le ricche, fastose, colorite manifestazioni religiose — processioni che talvolta assumono toni di esaltazione mistica, di liberazione quasi e di evasione dal monotono e povero mondo rurale, con ceri e candelieri giganteschi, e con fuochi d’artifìcio, e rappresentazioni sacre, specie nella settimana di Pasqua, come la « lamintanza » nissena, dramma corale cui prende parte, a Caltanissetta, tutto il popolo — e la larga fede nei santi, considerati taumaturghi e protettori di particolari malattie o parti del corpo: e quindi l’uso di offrire in ringraziamento, nei pellegrinaggi — numerosissimi e molto affollati — la riproduzione in cera o pasta di pane delle parti guarite, e di riportarne oggetti benedetti — come le « pòlizze » o striscioline di carta del santuario della Vergine di Gibilmanna — fugatori di ogni malattia. E i riti carnevaleschi, che ricordano con le danze pubbliche sulle piazze gli antichi saturnali. E così alcune tradizioni relative ai più vari eventi della vita: come la vestizione della fidanzata (la ‘nzinga o ‘ntrizzata del Val di Mazara) e l’uso peculiare — ora abbandonato — di radere le sopracciglia alla promessa sposa; e le lamentazioni funebri delle prèfiche (ma ora quasi soltanto dei familiari) e la cura del cadavere, e l’uso di gridare il nome del morente, che si dibatte in lunga agonia, in tre crocicchi del paese (ormai decaduto), e quel lungo periodo di lutto che talora accompagna la donna — per la fittezza della parentela — anche tutta la vita: talvolta l’abito nero non vien più abbandonato. Diffusissimo è poi ancora il timore del malocchio, che grava gli animi e spinge molti, specie i contadini, a dar credito a maghe e a guaritori, e ad esporre su balconi e terrazze e finestre piante di agave (‘a zammara), e che in tutti ràdica l’abitudine allo scongiuro; e l’uso di corni di bue, di ferri di cavallo, di filamenti di lana rossa, di formule di natura magica (ma in Sicilia e fuori, sentimento ancora diffusissimo, seppur velato o nascosto sotto forme nuove, e nuovi tipi di scongiuri e atti e gesti, persino tra le persone più evolute e colte: una risorgenza di un timore antico, ancestrale, difficilmente sopprimibile), e il culto dei « corpi decollati » o anime ‘mpilluse ai fini di vendetta. E un senso patriarcale della famiglia ancora molto radicato — specie in campagna, ma anche in larghi strati della popolazione urbana — con una posizione chiaramente subordinata della donna (riflesso probabile della civiltà araba) e un sentimento dell’amicizia così profondo che può giungere a superare gli stessi legami di parentela, come nel comparatico di San Giovanni.

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    Taormina (Messina): il tipico carretto siciliano sta scomparendo dalle campagne dell’isola, e si ritrova — oltre che in varie plaghe, in cui resiste — nelle feste e in particolari raduni folcloristici, come in quello di Taormina.

    Isole Eòlie (Messina): una casa tipica allo scalo di Ficogrande, a Stromboli.

    Pachino (Siracusa) : case di contadini e piccoli agricoltori in una grossa « città contadina » della Sicilia sudorientale.

    Il primitivo aratro di legno con vomero di ferro non è ancora scomparso dalle campagne siciliane, specie nell’interno: così sulle Madonie, intorno a Castelbuono, come appare da questa illustrazione.

    La distribuzione dell’acqua con carribotte o con otri portati al basto da asini e muli è una caratteristica ancora abbastanza diffusa della vita quotidiana di grosse e medie borgate e cittadine della Sicilia, anche costiera: come si può osservare a Licata, una cospicua cittadina del litorale sudoccidentale.

    Il trasporto per mezzo di asini e muli, al basto, è un tratto ancora caratteristico e largamente diffuso in Sicilia, specie nell’interno e su gran parte del litorale meridionale. Qui, un angolo di Montemaggiore Belsito, nel settore occidentale delle Madonie (Palermo).

    Ma molte, ormai, di queste tradizioni o sono in disuso, o sono state più o meno trasformate in fattori di richiamo turistico: come il «ballo della cordella» delle due Petralie e di Polizzi nel gruppo delle Madonie — che richiama arcaici riti agrari di ringraziamento, dopo la mietitura — o il palio dei Normanni a Piazza Armerina (che ricorda la vittoria di Ruggero sui Musulmani per la conquista della città, nel 1062), o ancora la tradizione di distruggere col fuoco, a carnevale, il pupazzo (u pappu, u dut-turi, secondo le zone), il cui scopo propiziatorio ed eliminatorio, proprio del mondo pagano da cui proviene, sfugge ormai completamente agli attori del rito come agli spettatori. Come in disuso, o addirittura dimenticate, risultano numerosissime leggende, poesie, canzoni, fiabe, storie, orazioni, aneddoti, mottetti, frasi, che sono stati in gran parte raccolti prima della loro definitiva scomparizione — ed anzi quando erano ancora molto vivi — al pari di molti oggetti di uso quotidiano, da G. Pitré (al quale è dedicato l’interessantissimo museo di tradizioni popolari a Palermo; la sua imponente « Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane » è stata pubblicata in 25 volumi tra il 1871 e il 1913) e poi da G. Cocchiara, e che sono ancora illustrati da una piccola schiera di appassionati e valenti giovani studiosi siciliani.

    Ma più di questi elementi, tuttavia, sono andati scomparendo, con maggior facilità e in minor tempo, altri elementi del folclore popolare: in ispecie quelli materiali, che l’evoluzione del costume ha reso più presto anacronistici, o comunque inutili. Così l’aratro elementare di legno — che tuttavia resiste, come ho detto poco sopra, nelle plaghe ancora attardate e negli angoli più reconditi dell’isola — per gran parte ha lasciato il posto all’aratro di ferro; e in via di scomparizione sono pure molti oggetti della vita quotidiana: l’arcolaio (che le vecchie ancora usano, sulle porte di casa, in molti paesi) e la « quartara » o brocca per l’acqua (che le fanciulle continuano a portare alla fonte in mezzo o ai margini dei paesi dove l’acquedotto non è ancora giunto, tenendola ritta in testa secondo un’usanza antichissima, o su una spalla) e il primitivo, semplice ma perfetto telaio a mano — che ripete i caratteri tipici dell’originario telaio dell’Africa mediterranea — prima assai diffuso, ed attualmente ancora in uso presso gli artigiani di Érice e delle Madonie, ad esempio, per la lavorazione dei tappeti. E scomparsi del tutto — e tra i giovani persin nel ricordo — sono anche alcuni mestieri o servizi, che la rete stradale già più fitta e i rapporti commerciali più stretti e più facili, immaglianti tutta l’isola, hanno decisamente, e ormai da decenni, messo in crisi: mestieri e servizi del resto tipici di una economia molto arretrata e vincolata entro i limiti di una povertà secolare. Così son venute meno, ad esempio, le figure caratteristiche del venditore di sale di Racalmuto (lu salinaru racalmutisi), il riparatore di piatti e giare di Caltanissetta (lu conzalemmi cartanittisi), e il venditore di ortaggi e frutta di Ravanusa (lu cavaddaru ravanusaru), che si enerpicavano fin nei paesi più arroccati nell’interno del Nisseno a vendere alcuni prodotti della fascia litoranea del Mar d’Africa, o a prestare certi servizi ; e si son quasi perdute anche altre figure caratteristiche, come quelle dei venditori di pesci, e d’arance, e d’acqua fresca, e di ricotte, e di « quartare » o brocche. Ma sono abbastanza radicate, per contro, almeno in alcune contrade, altre tradizioni: come l’uso degli zufoli, dello scacciapensieri (che molti contadini e pastori portano sempre in tasca) e di alcuni strumenti musicali — come il mariolu, una specie di lira dei pastori. E nella cucina siciliana si son conservati alcuni piatti tradizionali, come ad esempio il kuscusu, un piatto caratteristico di origine araba della campagna trapanese.

    Artistici esemplari di pupi siciliani. Il teatrino dei pupi, trapiantato in Sicilia da napoletani, avrebbe soltanto poco più di un secolo di vita.

    La civiltà degli scambi ha poi eroso a fondo, quasi senza eccezione, altri elementi materiali del folclore: come i vestiti, che ancora un secolo fa erano distintivi di varie plaghe della Sicilia, o di alcune categorie sociali della popolazione — i pastori, i contadini, i borghesi, i nobili — e all’inizio di questo secolo erano ancora abbastanza diffusi. Tipico, ad esempio, il tradizionale costume dei pastori delle Madonie: giacca di velluto o di panno nero, calzoni di velluto nero fino al ginocchio, gambali di orbace con abbottonatura sul polpaccio, berretto frigio a punta; e tipico, anche, quello dei contadini di Mòdica, con gambali di stoffa, giubbetto di velluto, berrettone lungo cascante sul collo, forse di origine catalana; e tipiche, come copricapo, le « birritte » di varia foggia, del tutto sostituite ora dalle « còppole », cioè da berretti di stoffa con visiera, e dal cappello. Ma la còppola, specie di color nero, sta ancora oggi ad indicare il contadino, ed ha assunto un significato spregiativo: al punto che viene disdegnato dai figli degli stessi contadini, specie se istruiti o inurbati. Tipiche e molto diffuse sono ancora le mantelline bianche o nere (rispettivamente per le donne sposate o per il lutto) nell’abbigliamento femminile, oltre ai numerosi, coloriti costumi usati soltanto, in alcuni paesi, nei giorni di gran festa, o dei matrimoni, e naturalmente nelle rappresentazioni a scopo turistico: come quello assai elaborato e ricco di Piana degli Albanesi, qui trapiantato nel Cinquecento, o quello più semplice, ma dai delicati colori, di Petralia Sottana. Specialmente nei giovani è scomparso ogni segno del tradizionale abbigliamento siciliano. Ma nei vestiti degli anziani — uomini e donne — e con particolare frequenza nelle borgate dell’interno, qualche elemento di tale abbigliamento è pur dato riscontrare ancora: e indirettamente lo si può arguire anche dalle diffuse vendite di forti quantità di velluto nero e marrone, e di panno blu e nero, e di fustagno marrone per gli abiti maschili — mentre non si vende più ormai, e da cinque anni nemmeno più si fabbrica, il famoso « bordiglione », un pesante panno blu impermeabile che serviva per la produzione dei mantelli con cappuccio, o « scapulari » ; e assai diminuita è la vendita di flanella di cotone per la camicie, che la donna doveva dimostrare di saper tagliare e cucire prima del matrimonio, con il piccolo collo a « pistagna » su cui si annoda il fazzoletto : è stata infatti la camicia confezionata il primo indumento a conquistare il mercato siciliano e a far franare la tradizionale foggia di vestire —; e per l’abbigliamento femminile dalla vendita degli scialli di lana, che vengono portati quasi esclusivamente dalle contadine al posto del cappotto. Tra le donne anziane, specie nel mondo contadino, riappare invero un tipo di abbigliamento che ricorda il comune costume siciliano tradizionale: una lunga sottana nera (‘a faidetta) arricciata in vita (‘a cintu), ed un corpetto abbottonato sul petto, con maniche lunghe e ampia scollatura a punta, nascosta da un largo fazzoletto disposto sulle spalle a triangolo e fissato con le punte entro la cintura, e un piccolo fazzoletto nero sulla testa, ulteriormente coperta da uno scialle nero, quadrangolare, arricchito da una abbondante frangia di lana, per il passeggio e le funzioni religiose. Nell’abbigliamento delle giovani, come ho detto, nulla è rimasto di questi elementi : unico segno residuo i gioielli di famiglia, e in ispecie gli orecchini d’oro, di fattura così fine e fantasiosa, e di forme così tipiche — son prodotti delle antiche e rinomate botteghe artigiane della vecchia Sicilia — che è possibile persino intuire la regione di provenienza delle giovani che se ne adornano, in qualsiasi città le si possa osservare.

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    Tradizioni e analfabetismo

    Si potrebbe anche supporre che lo svilimento, l’annacquamento e persino la scomparizione delle vecchie tradizioni popolari siciliane siano in qualche rapporto con la diffusione della cultura, e in particolare con la diminuzione dell’analfabetismo, che a lungo ha soffocato e isterilito ogni motivo di novazione nella vita economica e sociale dell’isola. Ma in effetti, l’erosione degli elementi del folclore siciliano appare assai più in rapporto con altri fattori, e soprattutto con i più intensi legami e relazioni tra le popolazioni delle varie regioni siciliane, e tra l’isola e le altre regioni d’Italia o numerosi paesi stranieri, che hanno accolto le forti correnti migratorie isolane.

    L’aliquota degli analfabeti, sul totale della popolazione dai 6 anni in poi, in base al censimento del 1961.

    Ed invero le condizioni dell’istruzione elementare sono state a lungo disastrose, sia per la deficienza e il disinteresse della classe politica italiana, che ha lasciate per molto tempo sguarnite di scuole e di insegnanti larghe plaghe dell’isola, sia per la noncuranza di molte famiglie use ad occupare in ancor tenera età i loro figliuoli in molti compiti di lavoro, soprattutto nei campi e sui pascoli: noncuranza ancora abbastanza diffusa, che con l’inurbamento di molte famiglie dalla campagna si è trasferita negli ultimi decenni anche nelle città, dove moltissimi bambini in età scolastica non ottemperano al dovere dell’istruzione elementare, e vengono dagli stessi genitori occupati presso i numerosissimi caffè, per poche centinaia di lire al giorno, come garzoni addetti alla distribuzione delle consumazioni a domicilio. E perciò l’analfabetismo, anche se in forte diminuzione nel corso degli ultimi tre decenni, è una piaga dura a morire: nel 1861 l’88,6% della popolazione siciliana al di sopra dei sei anni era analfabeta (e la media italiana era del 74,7%) e nel 1901 il 70,9% (contro il 48,7%) e nel 1921 il 49%, nel 1931 il 39,7% e nel 1951 ancora il 24,6 (di fronte alla media nazionale di 13,4): e soltanto nel 1961 tale percentuale era diminuita a 16 (Italia: 8,3) sia per un sensibile miglioramento delle strutture scolastiche (nel 1861 la Sicilia contava appena il 3,3% delle scuole italiane, e appena il 2,5% degli alunni; ma nel 1959 il 5,4% delle scuole, e il 10,7% degli alunni) sia per l’invecchiamento della popolazione, sia ancora per le forti correnti migratorie, che hanno comportato la sottrazione di folti gruppi di analfabeti stabilitisi nell’Italia settentrionale o all’estero — dove la loro deficienza di istruzione in genere li priva di molte buone occasioni di impieghi e di lavori qualificati —. Le differenze provinciali dell’analfabetismo sono molto forti: gli analfabeti si aggirano ancora intorno a un quinto della popolazione con più di sei anni nelle province di Enna, di Caltanissetta, di Agrigento e di Ragusa: le quali mostrano decisamente, anche su questo piano, l’inferiorità dei territori interni e della fronte africana — evidente in tutti gli altri aspetti della vita isolana, a cominciare da quella economica, e in particolare agricola — rispetto alle altre regioni, dove l’analfabetismo si abbassa fino a poco meno del 14%. Ma sono anche maggiori, tali contrasti, se si scende sul piano comunale: oltre ai capoluoghi provinciali — che vedono gli analfabeti contrarsi intorno al 10-11%, e risalire fino intorno al 15% in quelli più appesantiti dalla presenza di più numerosi gruppi di contadini e minatori: come Caltanissetta ed Enna — manifestano bassi valori quei comuni che sono distinti da una piuttosto dinamica vita economica e sociale e dalla posizione decisamente marginale o costiera — così Taormina (9%) o Milazzo (11,5%) o Cefalù (12,6%) e ancora Ficarazzi (9,6%) Trappeto (11,3%) e Augusta (9,6%) — o quelli di entità demografica piuttosto modesta — nei quali pertanto la soluzione del problema dell’istruzione elementare si presenta più facile, e la frequenza scolastica è più generale e continua — anche nelle regioni interne: come Montedoro (12%) in provincia di Caltanissetta, e Isnello e Godrano (Palermo) e Comitini e Salaparuta (Trapani), dove gli analfabeti sono meno del 9%, cioè con valori inferiori a quelli degli stessi capoluoghi provinciali. E per contro le più grosse glomerazioni umane con decise funzioni agricole si impongono tuttora come i più robusti focolai di analfabetismo, con circa un quarto degli abitanti incapaci sia di leggere che di scrivere: così ad Adrano, Bian-cavilla, Bronte, Patagonia, Randazzo in provincia di Catania; Rosolini nel Siracusano; Lercara Friddi nel Palermitano; Licata, Cammarata (27,4%) e Palma di Montechiaro (29%) in provincia di Agrigento; Mazzarino, Niscemi e Riesi in provincia di Caltanissetta; ed Agira, Barrafranca, Troina e Leonforte (29%) in provincia di Enna. In queste condizioni, appare facile capire come non sia ancora del tutto scomparsa, nei centri più piccoli, la figura del banditore comunale — lu vanniatura — che chiama a raccolta con il tamburo, per le strade, la popolazione e legge ad alta voce le ordinanze del sindaco o di altre autorità civili, e nelle città la figura dello scrivano, come in alcuni vicoli della vecchia Palermo. Ma se gli analfabeti sono, in complesso, così fortemente diminuiti negli ultimi tre decenni (erano complessivamente ben 2.no.900 nel 1901, 1.324.900 nel 1931, 959.300 nel 1951, e 664.900 nel 1961) ancora pesante è il peso dei semianalfabeti: coloro che sanno leggere e scrivere ma son privi di qualsiasi titolo di studio risultano ancora pari, infatti, nel 1961, a 933.570, cioè al 22,4% della popolazione siciliana con più di sei anni. Semianalfabeti e analfabeti toccano ancora pertanto, insieme, l’alta percentuale di 38,4.

    Vedi Anche:  Le produzione della terra

    I circoli ricreativi sono molto numerosi nelle borgate e cittadine siciliane e sono ritrovo abituale degli anziani, e in particolare dei pensionati.

    Piazza Armerina: veduta parziale del più popoloso insediamento della provincia di Enna, dominato dall’imponente mole secentesca del Duomo. La città è famosa come centro turistico per gli interessantissimi mosaici pavimentali della vicina Villa Romana del Casale (III-IV secolo d. C.).

    Il grosso centro di Petralìa Sottana, nella Madonìè meridionali, è famosa per la “danza della cordella”, ora una delle principali attrazioni delle feste locali.

    Piana degli Albanesi, la più importante delle colonie albanesi di Sicilia, fondata nei monti alle spalle di Palermo nel 1488, è molto nota per il ricchissimo costume, che viene ancora usato in occasione di feste e cerimonie particolari.

    Nonostante questo grave fatto, che limita le possibilità espressive di gran parte della popolazione siciliana ai soli dialetti, la diffusione dell’istruzione, della radio, della televisione e dei giornali, le necessità derivanti dai più stretti rapporti tra le popolazioni delle varie parti dell’isola e la maggior mobilità della popolazione stessa, particolarmente intensa nell’interno della regione, hanno inciso fortemente sulle varie parlate dialettali siciliane, scolorendole delle espressioni più tipiche ma anche di più difficile intendimento, facendo cadere in disuso termini particolarmente arcaici e lontani dalla lingua italiana, dalla quale i dialetti hanno mediato — attraverso una più o meno sensibile deformazione — termini di corrispondente o simile significato, più largamente diffusi e noti, e influenzando talora persino la sintassi del periodo. Ma la forza di questi dialetti siciliani — che un suo profondo conoscitore e studioso, G. Piccitto, distingue in due grandi classi : quella delle parlate occidentali, con vocalismo arcaico (di cui fan parte il palermitano, il trapanese, l’agrigentino centro-occiden-tale) e quella delle parlate orientali, con vocalismo metafonètico, a sua volta suddivisa nelle varietà centrali (parlate delle Madonie, nisseno-ennese e agrigentino orientale) e orientali (del sudest e del nordest, oltre al catanese-siracusano e al messinese) — si manifesta a sua volta anche nella rivalsa che talora tali dialetti si son presa sull’italiano: non solo nell’intonazione particolare o accento che è peculiare a ciascuno di essi, ma anche nell’uso di posporre l’articolo e nella sostituzione frequentissima del congiuntivo imperfetto al congiuntivo presente. Ma ancor notevole è stata l’erosione delle altre parlate non siciliane: dei dialetti delle colonie gallo-italiche o lombarde, fondate nel XIII secolo, ancora vivi a San Fratello, Francavilla di Sicilia e Novara di Sicilia (Messina), Sperlinga, Nicosia, Piazza Armerina e Aidone (Enna), e dei dialetti albanesi, trapiantati in Sicilia dai profughi qui insediatisi nel secolo XV per sfuggire al predominio politico turco, e ancora radicati soprattutto in cinque paesi — Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela, Mezzoiuso, Palazzo Adriano e Contessa Entellina — che hanno conservato anche vecchie e peculiari tradizioni e fogge degli abiti dei paesi d’origine, e il suggestivo rito orientale della religione cattolica. E l’erosione di questi dialetti stranieri è stata tanto più forte, in quanto favorita da tempo anche dall’aggressione esercitata su di loro da parte dei dialetti siciliani — che hanno fagocitato il gallo-italico di Randazzo, Capizzi, Vicari e Butera, e l’albanese di Bian-cavilla, Bronte, San Michele di Ganzarla e Sant’Angelo Muxaro (ancora vivo a metà del secolo scorso per un complesso di circa 2800 persone) — e ora dalla pressione dell’italiano: così che le parlate gallo-italiche che all’inizio della guerra, intorno al 1940, erano usate da circa 130.000 persone, sono state fortemente contaminate e degradate; e l’albanese, di cui si servivano come lingua madre in tutte le manifestazioni della loro vita, civile e religiosa (dove nei riti si usa però il greco, per cui gli albanesi vengono spesso considerati di origine greca) circa 20.700 persone intorno al 1850 e 23.700 nel 1901, viene parlato correttamente e capito ora forse soltanto da 12.000 persone, e più che altrove è conservato a Piana degli Albanesi, la colonia più importante di tutta l’isola — che essi chiamano Hora, o città per eccellenza — e sede del vescovado per gli italo-albanesi.