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La pesca e le attività marittime

    Il mare nell’economia regionale

    Le attività marittime

    La Toscana non può considerarsi nell’insieme un paese marittimo, anche se il mare ha avuto in passato ed ha oggi nella vita regionale una sua non trascurabile importanza economica. La fascia costiera non è mai stata molto popolosa, salvo alcuni brevi tratti, poiché le basse pianure litoranee, spesso paludose e malsane, poco si adattavano allo sviluppo deH’insediamento umano. La pesca, non molto abbondante, si raccolse in passato in pochi centri sparsi, ed i porti non trovarono su lunghi tratti, lungo le spiagge sabbiose, posizioni naturali favorevoli alla loro costruzione ed al loro mantenimento. L’interno ha attratto più del mare le popolazioni locali ed emigrate, così che la tradizione marinara in Toscana, anche se si può far risalire agli Etruschi, è un fatto storico ed economico di limitata importanza.

    Come fonte diretta di vita il mare ha sempre interessato una minima percentuale di toscani, e gli stessi pescatori, che hanno popolato alcuni centri pescherecci di maggiore importanza, sono in parte notevole immigrati da altre regioni. Gli antichi insediamenti etruschi, che sorgevano o sul mare o vicino al mare, ebbero anch’essi carattere di centri isolati, come furono nei secoli successivi gli agglomerati sorti intorno a fortezze o a porti creati dalle città dell’entroterra.

    Ciò non toglie, come si è detto, che nella storia e nell’economia toscana il mare non abbia avuto in passato e soprattutto non abbia assunto oggi una funzione economica rilevante: in Toscana, tra l’altro, si è sviluppato dal Trecento in poi uno dei maggiori porti d’Italia, quello di Livorno. Inoltre, negli ultimi decenni, il pro

    gredire delle marine e il sorgere di nuovi complessi industriali costieri hanno reso il mare, sotto diversi aspetti, uno dei maggiori stimoli allo sviluppo economico regionale.

    Poiché di questi ultimi argomenti parliamo in altra parte del volume, occorre qui rilevare la funzione che il mare ha nel campo dei trasporti, delle relazioni umane e commerciali della Toscana con le altre parti d’Italia e con i paesi stranieri, esaminare cioè la funzione dei porti e delle comunicazioni marittime.

    I porti

    I porti toscani, distribuiti tra Carrara e Orbetello, lungo trecento chilometri circa di costa, sono assai numerosi, costruiti spesso con grandi opere da parte dell’uomo, e il loro movimento complessivo raggiunge circa dieci milioni di tonnellate di merci annue imbarcate e sbarcate. Ma la loro funzione è in massima parte del tutto locale e un solo porto ha una importanza veramente nazionale, con un cospicuo movimento verso l’estero, un retroterra di vasto raggio nell’Italia centro-settentrionale, e un notevole complesso di industrie costiere: il porto di Livorno, il quarto porto italiano per volume di traffici.

    Livorno, come si è detto, è la sola vera città marittima della Toscana, sorta in funzione proprio del suo porto. Già nell’antichità esisteva uno scalo interno, il cosiddetto Porto Pisano, che l’incuria del Medio Evo fece cadere preda degli interramenti e delle alluvioni. E qui sorse sul mare, nel XIV secolo, il primo nucleo del nuovo porto, che la posizione geografica alla sbocco della ricca e popolosa valle deH’Arno, predestinava ad un grande avvenire come porto della sempre più prosperosa economia fiorentina e degli altri centri toscani. La posizione locale, su una costa rocciosa ma bassa, consentiva poi il facile estendersi del porto in bacini e conche protette e comunicanti con il mare. Lo sviluppo delle opere portuali testimonia infatti il rapido accrescersi dello scalo livornese: ove ancora, prima del dominio pisano, i marchesi di Toscana avevano costruito in una insenatura quella massiccia fortezza che porta oggi il nome della contessa Matilde, Pisa costruì dopo il Duecento e il Trecento la Torre della Meloria e la Torre del Fanale, mentre una cinta fortificata, la « Quadratura dei Pisani » rendeva più forte e protetto l’insieme delle opere.

    Dopo la conquista fiorentina, nel 1421, si deve a Cosimo I un grande, ma in parte fallito progetto di ampliamento dei bacini portuali e di apertura di un canale di collegamento con l’Arno, e al suo successore Francesco il non facile tentativo di costruire una lunga diga in mare aperto. Ma solo Ferdinando I, salito al potere nel 1587, con grandi ambizioni di espansione commerciale e politica oltre mare, riuscì con ferrea volontà a realizzare gli ambiziosi progetti degli antenati, creando un bacino interamente nuovo. All’inizio del Seicento, Cosimo II fece aprire il « Porto Mediceo » che poteva ospitare sino a cento navi insieme.

    Movimento delle merci e dei passeggeri nei porti della Toscana.

    Merci sbarcate: colonnine piene; merci imbarcate: colonnine a tratti. Ometti grandi: 100.000 passeggeri; ometti piccoli: 50.000 passeggeri.

    Passarono così due secoli e mezzo, finché alla metà dell’Ottocento si pose mano alla costruzione delle grandi dighe esterne che fronteggiano tuttora il porto, di nuove darsene e bacini, della stazione marittima. L’Unità d’Italia, nel generale impulso a tutte le attività economiche nazionali, segnò l’inizio di nuove opere e del consolidamento delle vecchie, dighe, darsene, cantieri, moli, che tuttavia non riuscirono ad adeguare le strutture del porto alle esigenze di un traffico che ogni anno cresceva di volume.

    Il Porto di Livorno.

    Le nuove più pesanti navi non potevano entrare nei bacini, i magazzini e i mezzi di scarico scarseggiavano, la situazione era divenuta quasi caotica, quando si stabilì, col piano regolatore del 1908, l’ampiamento delle opere fuori del vecchio « Porto Mediceo » nel ben più vasto bacino di Santo Stefano. Successivamente, dopo la prima guerra mondiale, tra il 1924 e il 1932, sorse a nordest del vecchio nucleo portuale, un grande porto industriale: lungo un canale di tre chilometri si aprirono darsene, furono sistemati pontili e banchine, sorsero alcuni tra i più importanti complessi industriali toscani.

    Vedi Anche:  Cultura e tradizioni

    Livorno era così divenuto un grande e moderno porto, con funzioni commerciali e industriali di primo piano, quando la furia della guerra, dapprima con i bombardamenti aerei, poi con la metodica distruzione operata dai tedeschi in fuga, ridusse tutti gli impianti a un cumulo di macerie. Alla rapida ricostruzione delle opere si accompagnò tuttavia nel dopoguerra un’altrettanto rapida ripresa dei traffici, se non delle industrie portuali. In un primo tempo il porto fu al servizio delle forze alleate che avevano qui stabilita una delle loro principali basi di rifornimento, in un secondo momento tornò al servizio dell’economia toscana e padana. Più diffìcile invece per vari motivi, non esclusi quelli politici, la ripresa industriale legata alla libera iniziativa.

    Oggi il porto di Livorno ha un movimento complessivo di oltre quattro milioni di tonnellate di merci in arrivo e di un milione e mezzo di merci in partenza. Le importazioni dall’estero danno luogo a più del novanta per cento del movimento di sbarco e sono costituite in maggior parte da oli minerali greggi.

    Un tempo affluivano a Livorno numerose merci che venivano poi ricaricate su naviglio minore e distribuite negli altri porti della regione, e così affluivano via mare per l’imbarco su navi maggiori il marmo di Carrara, i prodotti agricoli della pur lontana Maremma, il legname appenninico, ed altre merci locali. Ma oggi la ferrovia e la strada assorbono quasi tutto questo movimento ed hanno portato alla scomparsa di questo traffico costiero, rimasto in piccola misura solo per i petroli lavorati. Si sono invece molto accresciuti i rapporti con le isole, così che Livorno è oggi uno dei più importanti scali italiani per gli scambi con l’Arcipelago Toscano, con la Sardegna e, in minor misura, anche con la Sicilia.

    L’importanza del porto è messa in luce, sotto un altro aspetto, dalla estensione del suo retroterra effettivo (quello naturale o potenziale non è che un’astrazione) : da Livorno le merci sbarcate si irradiano in tutto il bacino dell’Arno, nella provincia di Lucca e di Massa Carrara, in quella di Siena e di Grosseto, praticamente cioè in tutta la Toscana, dove giungono solo in piccola misura le correnti commerciali di altri porti come Genova o La Spezia. Lo stesso si può dire delle merci in partenza che sono in massima parte prodotti dell’industria e dell’artigianato toscano. Livorno è dunque il porto della Toscana per eccellenza, ma la sua area di attrazione si estende largamente anche all’Umbria, dove pure si sente la concorrenza di Civitavecchia e di Napoli, ed alla pianura padana, soprattutto alle province emilianoromagnole. Le nuove autostrade lungo il Valdarno e attraverso l’Appennino facilitano certamente lo sviluppo delle correnti di traffico da o verso queste regioni.

    Movimento dell’entroterra toscano da e verso i porti.

    Tra i porti minori della Toscana si distinguono, a nord dell’Arno, quelli di Marina di Carrara e di Viareggio. Il primo è un porto moderno, la cui costruzione risale al periodo tra le due guerre mondiali. L’esportazione del marmo via mare avveniva qui già dall’antichità e riprese in forme rilevanti nel Settecento, ma sempre attraverso pontili poco attrezzati e troppo esposti alle burrasche. Le nuove opere, costruite con lunghe dighe in mare aperto, hanno dato nuovo impulso al traffico di imbarco (soprattutto marmo) e di sbarco (specialmente petrolio e materie prime per le industrie locali) ; il movimento tuttavia è relativamente modesto (300.000 tonnellate di merci all’anno).

    Viareggio, di più antiche origini — era già fortificata nel XII secolo — è storicamente il porto di Lucca, sotto il cui dominio è rimasta sino all’Unità d’Italia. Al contrario di Marina di Carrara, è un porto interno, cioè un porto fluviale sul Canale Burlamacca, le cui foci sono protette da due lunghe dighe foranee. Le onerose opere di manutenzione, a causa dei continui insabbiamenti del canale, la poca profondità dei fondali, e, soprattutto, la vicinanza di porti meglio attrezzati, quali Livorno e La Spezia, hanno ostacolato, durante l’ultimo secolo, lo sviluppo del porto viareggino, che ha tuttavia assunto notevole importanza come scalo peschereccio: vi fa capo una cospicua flottiglia di motobarche da pesca, che opera su vasto raggio nel Mar Tirreno.

    Nel porto di Livorno.

    I cantieri Ansaldo a Livorno.

    A sud di Livorno il principale porto è di gran lunga quello di Piombino, che trova le basi della sua prosperità in due distinte funzioni: quella di porto industriale e quella di porto di velocità per l’isola d’Elba. Piombino ha origini molto antiche, come meglio si dirà trattando delle città toscane, ma la sua storia portuale ha acquistato importanza solo in decenni vicino a noi, da quando cioè, alla fine dell’Ottocento, sorsero, in un bacino autonomo a fianco del vecchio porto, gli alti-forni della Pignone e di altre società confluite poi nell’Uva, e gli stabilimenti della Magona d’Italia. Il movimento portuale crebbe allora rapidamente, soprattutto per l’importazione di carbone, di ferro e di altre materie prime, mentre si andavano intensificando i rapporti economici e turistici con la vicina isola d’Elba. Il movimento salì così, in alcune annate, dopo il 1925, ad un milione di tonnellate ed è ripreso nel dopoguerra, malgrado la crisi di alcune industrie, soprattutto della Magona, toccando nel 1961 oltre 2,5 milioni di tonnellate fra merci sbarcate ed imbarcate.

    Vedi Anche:  I centri minori

    Intenso è a Piombino il movimento dei viaggiatori, in costante, rapido accrescersi per il sempre maggior richiamo che l’Elba esercita su turisti italiani e stranieri.

    Il porto di Piombino può essere considerato, come posizione locale, un porto di promontorio ed è costituito da una serie di moli, di dighe, di pontili, in parte riservati all’industria, distribuiti su un tratto di costa di oltre mille metri. Caratteristico è il vecchio « Porticciolo », in un pittoresco specchio d’acqua sotto il paese, utilizzato solo per barche da pesca o da diporto.

    Tra i porti minori, meritano di essere ricordati quello di Vada, di origine forse molto antica, rinato in questo secolo come porto di rifornimento per le industrie locali e porto peschereccio, Porto Baratti, scalo etrusco e poi romano, che ebbe grande importanza per l’importazione del ferro dall’Elba, oggi ridotto ad un piccolo approdo, Follonica dove si imbarcavano fino all’inizio di questo secolo, lignite, carbone, legname, altri prodotti della vicina Maremma. Assorbito questo traffico dai mezzi terrestri, il porto ha esaurito praticamente le sue funzioni, lasciando a Piombino il ruolo di porto di collegamento con l’Elba.

    Portiglione non è un vero porto, ma un semplice punto d’imbarco delle piriti attraverso una funivia e un pilone del mare; Castiglione della Pescaia è invece un piccolo porto-canale che fu fiorente dopo il Cinquecento, quando si prosciugarono le paludi della pianura retrostante la costa, ma il cui movimento è oggi quasi cessato. Lo stesso accade per Talamone, antico e glorioso porto etrusco e romano, che ebbe ancora una certa floridezza nel tardo Medio Evo come scalo commerciale e militare di Siena.

    Il porto di Marina di Carrara.

    Il porto industriale di Piombino.

    Le coste articolate e ricche di insenature naturalmente protette dell’Argentario hanno favorito il sorgere di due porti con funzione inizialmente di rifugio, poi militare o peschereccia; il retroterra poco popoloso non consente grandi sviluppi commerciali. Uno di essi, Porto Ercole, di origine probabilmente romana, divenne nel Cinquecento una base militare e una fortezza spagnola e poi dello Stato dei Presidi. Oggi è un porto peschereccio di discreto livello, con una flottiglia di un centinaio di motobarche. Porto Santo Stefano, da vecchia data (secolo XV) base dell’attività di numerosi pescatori toscani, liguri ed elbani, ha visto di recente i suoi traffici aumentare per l’importazione di carbone, di petrolio, di altre materie prime, ma soprattutto per gli accresciuti scambi con la vicina isola del Giglio che attira anche una forte corrente di passeggeri.    ‘

    Numerosi porti e approdi sorgono poi lungo le coste alte delle isole dell’arcipelago e costituiscono tante piccole basi per le relazioni commerciali con il continente. Tra essi Portoferraio, ottimo porto naturale, ben protetto dalle minacce degli uomini e del mare, trovò in Cosimo dei Medici, nel Cinquecento, un energico sostenitore: fortezze e bastioni di difesa ne fecero un porto militare che ebbe per breve tempo il nome di Cosmopoli. Contemporaneamente si sviluppò la funzione di principale porto dell’Elba per i collegamenti con Piombino, Livorno, Genova, mentre in questo secolo i nuovi grandi impianti industriali, tra cui i cospicui altiforni e le acciaierie

    dettero al porto un volume notevolissimo di traffici che raggiunse nel 1927 circa 1.300.000 di tonnellate. Portoferraio fu così per alcuni anni uno dei maggiori porti industriali e commerciali d’Italia. Via l’ultima guerra ha distrutto la maggior parte delle industrie, non più risorte, e il vecchio porto ha visto ridursi il traffico ad un volume molto minore, malgrado l’intensificazione dei rapporti tra isola e continente. Fortemente aumentato è invece il traffico passeggeri.

    Tipici porti minerari sono Rio Marina e Capo Calamita, dove, in una serie di appositi pontili, collegati con teleferiche o ferrovie alle cave, si imbarca il minerale ferroso estratto sulle pendici occidentali dell’Elba. Lungo le coste della stessa isola sono poi il grazioso Porto Azzurro, già porto militare, in passato detto Porto Longone, con un certo movimento commerciale e turistico, Marina di Campo, Marciana Marina, Cavo.

    La pesca

    Lo scarso popolamento, che sino a questo secolo si è avuto lungo le coste basse e sabbiose, e lo sviluppo recente di più redditizie attività industriali, agricole e turistiche nell’entroterra, che hanno attirato la manodopera locale, non hanno favorito in Toscana il sorgere ed il moderno svilupparsi di una attività peschereccia, se non in alcuni centri isolati, specie lungo le coste alte e rocciose. Tra questi maggiore importanza hanno quelli posti intorno airArgentario, come Porto Santo Stefano e Porto Ercole e quelli isolani, specie dell’Elba e del Giglio, mentre più a nord hanno assunto notevole importanza economica in epoca moderna le basi della pesca meccanica come Viareggio e Livorno.

    Il porticciolo turistico di Castiglioncello.

    Vedi Anche:  Le strade, il commercio e il turismo

    Un centro marittimo-industriale: Rosignano Solvay.

    Complessivamente la produzione peschereccia toscana non è trascurabile essendo di poco inferiore al dieci per cento di quella nazionale (per esempio, 172.000 q nel i960 di fronte ad 1.880.000 in Italia); la regione conta oggi 226 motopescherecci e 488 motobarche, con circa 2300 uomini di equipaggio.

    Porto Santo Stefano è forse, il solo centro sorto in funzione peschereccia, ad opera di pescatori non locali, ma immigrati, che, giunti già nel XV e XVI secolo dalla Liguria, dall’Elba, da altre coste tirreniche, esercitarono proficuamente la pesca, rimasta assai vivace nella tradizione locale fino ai nostri’giorni. Fanno oggi capo a Porto Santo Stefano una cinquantina di motobarche e di motopescherecci, il cui prodotto annuo, superiore in media alle ventimila tonnellate, viene spedito in gran parte al mercato di Roma. Anche Porto Ercole, conserva tuttora le sue tradizioni pescherecce, con un prodotto di poco inferiore a quello di Porto Santo Stefano. L’eccessivo e disordinato impiego delle reti a strascico e molti altri fattori hanno tuttavia portato da alcuni anni ad una forte riduzione del prodotto.

    Porto Azzurro.

    Come in tutte le isole, anche all’Elba l’attività peschereccia è molto antica, come prova il fatto che già ai tempi di Strabone esistevano i « pinnoscopi », cioè le stazioni di avvistamento dei tonni. Tuttavia altri lavori, come quelli agricoli, minerari, di navigazione commerciale, hanno sempre attirato la popolazione isolana; nel secolo scorso, e sino alla seconda guerra mondiale, esistevano nell’isola circa 150 battelli da pesca. Dopo il 1945 la sollecita ricostruzione della flottiglia delle motobarche non è stata sufficiente ad occupare un eguale numero di pescatori, anche se il prodotto è sensibilmente aumentato per l’apporto di pescatori meridionali e di motopescherecci operanti nell’alto Tirreno.

    Come scrive il Mori « l’aspetto di maggior rilievo della fauna ittica delle acque elbane è senza dubbio costituito dalle frotte migranti di pesce azzurro e di tonni, sicché i generi di pesca più diffusi e caratteristici sono, e più sono stati, quelli volti alla loro cattura. Reti derivanti, reti da posta e reti da circuizione sono i mestieri più usati a questo scopo, ma di tipi diversi ed usati con modalità varie che sono andate mutando con il corso dei tempi. Ad essi sono da aggiungere quelli con cui si esercita la pesca costiera, cioè tramagli, sciabiche, schiabichelli, nasse e palangresi

    o palàmiti, tutti arnesi e sistemi tradizionali portati da pescatori meridionali nelle loro periodiche migrazioni. Ad essi si è affiancata infine la pesca con reti a strascico, quando la migliore conoscenza dei fondali intorno all’isola ed i metodi moderni di ispezione del fondo marino hanno permesso di superare le difficoltà costituite dalle asperità rocciose, numerose ed assai insidiose ».

    Il porto di Livorno è la base di un’attività peschereccia che si esercita sia sulle acque vicine del Mar Ligure e del Tirreno, sia su quelle dell’Oceano Atlantico. Ma nel porto di Livorno sbarcano con molta frequenza il pesce anche pescatori le cui imbarcazioni risultano iscritte in porti vicini del continente e delle isole. Livorno è infatti dal 1948 sede di un mercato di pesce dotato di moderni impianti ed organizzato per la vendita e le spedizioni verso la Toscana, l’Emilia, la Liguria e l’Umbria.

    Reti da pesca presso Punta Ala.

    La flotta adibita alla pesca atlantica o « grande pesca » opera per conto di un complesso industriale « La Genepesca », che cura la conservazione e la vendita del pesce. Ogni anno vengono condotte dieci o dodici campagne di pesca con i natanti della società, che si spingono in due direzioni; verso i banchi di Terranova per la pesca del merluzzo e lungo le coste atlantiche dell’Africa per la pesca dei dentici, dei palombi, delle ombrine, delle cernie, ecc. Nel complesso l’attività peschereccia che fa capo al porto di Livorno ha perciò un’importanza non trascurabile; il pesce sbarcato dà luogo ad attività sia commerciali che industriali.

    Notevole importanza come porto peschereccio ha Viareggio, base di una flottiglia di oltre cento motobarche e motopescherecci che operano nelle acque costiere come in quelle comprese tra l’arcipelago toscano, la Sardegna e la Corsica. Il pesce, che supera in media i ventimila quintali annui, affluisce in massima parte al mercato all’ingrosso, da cui viene distribuito nei centri circostanti e nella Toscana interna.

    I motopescherecci locali scaricano però talvolta il pesce in altri porti, meglio attrezzati o dove i prezzi di vendita risultino pur lievemente più elevati. Lo sviluppo di Viareggio ha accompagnato la decadenza dell’attività peschereccia degli altri porti della Toscana settentrionale. A sud di Livorno si devono invece ricordare come basi di pesca i porti di Piombino (circa 2.000 t annue di pesce), quello di Castiglione della Pescaia (circa 4.000 q annui), quello di Follonica (circa 500 q).

    Nei mari toscani ha particolare rilievo la pesca delle sardine, delle acciughe e degli sgombri, soprattutto a Viareggio e lungo le coste maremmane ed isolane, mentre Livorno è importante per la pesca dei merluzzi, delle triglie, di pesce di alto mare. E notevole la pesca dell’aragosta e dei crostacei in genere all’Elba, al Giglio ed all’Argentario ; di scarso rilievo ormai la pesca del tonno a Portoferraio, discreta quella delle anguille negli stagni costieri.