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Colline, pianure ed Alpi Piemontesi

    Lineamenti e forme del rilievo

    Uno sguardo all’insieme del rilievo

    Un paese come il Piemonte, che per tre lati su quattro s’appoggia ad alti rilievi, parrebbe derivare da così larga base orografica i tratti salienti della sua fisionomia naturale. Ed effettivamente — con 1.424.598 ettari di zona altimetrica montana, secondo le circoscrizioni statistiche, e compresa la Valle d’Aosta — il Piemonte supera ogni altra regione d’Italia. Ma se facciamo il rapporto fra superficie di montagna e superficie territoriale complessiva — stabilendo un indice, chiamiamolo così, di montuosità — il Piemonte, col suo 48%, rimane alquanto indietro rispetto al Trentino-Alto Adige, alle Liguria, all’Abruzzo-Molise, alla Basilicata, all’Umbria, alle Marche. Si dirà che, anche a prescindere dalle peculiari caratteristiche, il diadema alpino del Piemonte può essere considerato — come è di fatto considerato — suo inconfondibile sigillo personale. Ma, a ben guardare, anche la Lombardia, il Trentino-Alto Adige, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia si coronano d’un tratto del sistema alpino; anch’essi hanno i loro nevai e i loro ghiacciai, i loro poderosi massicci e gli storici valichi.

    Nessuna regione, invece, non solo dell’Italia continentale, ma anche della peninsulare e insulare, racchiude, entro un anello esterno di montagne ed un arco mediano di pianura, un nucleo centrale di colline paragonabile a quello che occupa il cuore geometrico del Piemonte. Là si ha la successione normale: montagna, collina, pianura; qui la serie è invertita: montagna, pianura, collina. Non sembri dunque bizzarria l’affermare che il tocco più originale della sua plastica il Piemonte lo deve proprio alle colline di Torino, del Monferrato, delle Langhe. D’altra parte, non si ha a fare con piccoli inclusi nella pianura, come sono i Berici e gli Euganei, ma con vasti gruppi collinari che occupano quasi il 32% della superficie territoriale della regione.

    Zone altimetriche del Piemonte (secondo le circoscrizioni dell’Istituto Centrale di Statistica).

    Ove si aggiunga che la pianura si estende, fra montagna e collina, sul restante 20% della regione stessa, appare evidente, nel rilievo piemontese, un relativo equilibrio fra le aree delle tre forme generali del terreno, cui si è sin qui accennato. In realtà, anche prevalendo, e pur essendo, dal punto di vista del paesaggio, quasi onnipresente, la montagna non soffoca, non schiaccia le altre parti del territorio, ma lascia loro spazio sufficiente per sottrarsi alla stretta di un abbraccio mortificatore.

    Di qui, un’altra caratteristica d’insieme nell’architettura del rilievo piemontese, ed è la sua varietà. Dai 4810 m. del Monte Bianco — o dai 4061 del Gran Paradiso — ai 60 m. di livello minimo alla confluenza del Ticino col Po, c’è tutta una gamma di altitudini, con le quali mutano e le forme del suolo, e il clima, e le acque e i tipi di vegetazione e di colture. Anche qui non bisogna lasciarsi suggestionare dalla diffusa immagine di un Piemonte tutto materiato di montagne. Se esse rappresentano indubbiamente un forte motivo di attrazione, non si dimentichi tuttavia che il Piemonte è quanto mai vario per alternarsi di colline e di pianure, dove movenze del suolo, aspetti del clima e delle piante e forme di vita cambiano frequentemente. Ma di questo ci persuaderemo strada facendo. Intanto, nessun territorio di regione italiana si dispiega su un così accentuato dislivello e offre per conseguenza quei contrasti di altezza e di profondità che si traducono in grandezza e in potenza di paesaggi. A tali contrasti si possono far risalire la severità e una certa angolosità di linee in cui consistono, se non erriamo, le caratteristiche dominanti del paesaggio piemontese. Ed è naturale che tale energia di fattezze si rifletta, oltre che in altri aspetti fisici della geografia del Piemonte, quali si verranno via via delineando, anche su certe forme dell’attività umana, e attraverso queste, sul carattere della popolazione.

    Lo strapiombare della muraglia alpina sulla pianura piemontese quale si presenta da Fossano.

    Le Alpi piemontesi

    Chi dalla pianura sottostante guardi all’arco di montagne che verso nord e verso ovest staglia nel cielo il suo profilo dentato, ha veramente l’impressione di trovarsi davanti ad un formidabile muraglione di roccia che balza di colpo a sbarrare l’orizzonte. Questa impressione nasce da alcune proprietà del rilievo, che differenziano assai nettamente le Alpi piemontesi dal restante del sistema alpino.

    Anzitutto le maggiori altezze medie e assolute delle Alpi piemontesi, nelle quali, oltre alle numerose cime che oltrepassano i 3000 m., ve ne sono diverse superiori ai 4000 (Gran Paradiso, Monte Bianco, Grand Combin, Dent d’Herens, Dent Bianche, Cervino, varie vette nel gruppo del Rosa), mentre nelle Alpi lombarde solo il Pizzo Bernina si spinge al disopra dei 4000 m. e nelle Alpi venete quest’altezza non è nemmeno raggiunta. L’altitudine media delle Alpi piemontesi aumenta da sud a nord fino a culminare nel gruppo del Bianco: dopo la brusca flessione del sistema verso est, più lentamente decresce.

    L’effetto del muraglione che si erge quasi a picco è particolarmente legato al fatto che, in corrispondenza delle Alpi piemontesi, la grande cerchia alpina presenta, insieme alle massime altezze, le minime larghezze. Questo perchè, nel nostro tratto, la cerchia stessa risulta costituita da una sola catena principale, mentre nelle altre sezioni delle Alpi, alla catena principale altre se ne affiancano nel senso dei paralleli, sicché tutto il sistema, qui da noi serrato e assottigliato al massimo, là si allarga a ventaglio, raggiungendo lo spessore, diciamo così, di 330 km. fra Verona ed Augsburg.

    Alla strettezza del muraglione s’accompagna — circostanza di portata eccezionale per la fisionomia e la vita delle Alpi piemontesi — l’accentuata dissimmetria dei due versanti. In realtà le Alpi piemontesi corrispondono allo stretto e ripido versante interno del sistema, mentre sul versante esterno catene e contrafforti si dilungano con dolce pendio verso la valle del Rodano. Anche nelle altre regioni il baluardo alpino è dissimmetrico — e ben lo testimonia la dolorosa storia delle molte invasioni che hanno deliziato l’Italia — ma la ripidità del fianco piemontese delle Alpi ha qualche cosa di impressionante. Si ricordi, ad esempio, perchè lo si è già detto, che 12 km. in linea d’aria separano la vetta del Monviso dal margine della pianura saluzzese. In altri punti le Alpi piemontesi non eccedono la profondità di 20-30 km., lungo i quali si superano dislivelli di 2600-3600 metri.

    La semplificazione del rilievo in una sola catena principale, e la ripidità del suo fianco interno, importano nelle Alpi piemontesi un’altrettanta brevità dei contrafforti e delle valli, e il loro andamento trasversale, e cioè perpendicolare all’asse della catena stessa. E veramente nelle Alpi piemontesi solo il tratto superiore delle maggiori valli (del Tanaro, della Dora Riparia, della Dora Baltea) è longitudinale, vale a dire parallelo alla linea delle maggiori vette, mentre questo è il caso comune alla maggior parte dei solchi vallivi nelle Alpi lombarde e venete. Valli brevi, dunque (68 km. la Valsesia, 52 la valle dell’Orco, 51 la valle del Chisone, 50 la valle della Stura di Demonte, ma 22 km. la vai d’Ala di Lanzo, 31 la Valgrana, 22 l’alta valle del Po, 30 la valle del Gesso), e ripide, ma anche convergenti, come i raggi di una gigantesca ruota, verso il perno della ruota stessa, rappresentato dall’area collinosa centrale.

    Altro carattere differenziatore di grandissima importanza consiste nel fatto che le Alpi piemontesi mancano sul versante italiano di quella zona calcarea prealpina che in Lombardia e nel Veneto rende graduale e continuato il passaggio dalla pianura alle zone più interne e più alte delle Alpi. L’assenza di questa zona di rilievi marginali mette in diretto contatto la massa imponente dei grandi massicci con i terreni della pianura, e quindi contribuisce in modo sostanziale a dare alle Alpi piemontesi quel maestoso aspetto di muraglia ciclopica da cui abbiamo preso le mosse.

    Tale è, in realtà, lo spettacolo che offre, vista da una certa lontananza, la cerchia delle Alpi piemontesi. Ma se ci avviciniamo, abbordandone le vie di ingresso, ci rendiamo sùbito conto di come essa non rappresenti affatto l’arcigno, insormontabile ostacolo che sembrava opporre dal basso. Lungi dall’essere compatto in tutta la sua lunghezza, il muro appare smembrato, smozzicato quasi, in senso trasversale, da solchi vallivi che, profondamente incassati nella massa montuosa, conducono ad insellature facilmente valicabili. Queste costituiscono dei corridoi naturali di grande importanza per l’uomo, che ne ha approfittato fin dalla preistoria, allo scopo di spingersi ben addentro nel cuore della montagna e di stabilire brevi, agevoli comunicazioni fra i due versanti. Alle vere e proprie brecce che le maggiori vallate aprono nel diaframma delle Alpi piemontesi, corrispondono sul versante opposto brecce altrettanto profonde (Toce-Rodano, Dora Baltea-Isère, Dora Riparia-Durance, Stura di Demonte-Ubaye, Vermenagna-Roja), sicché la barriera alpina si fa qui superabile, si potrebbe dire, d’un solo balzo.

    Profonde valli, come quella d’Aosta, penetrano ben addentro nella chiostra delle Alpi piemontesi.

    Anche questa facile transitabilità è una prerogativa delle Alpi piemontesi, connessa, com’è, alla loro ristrettezza e alla ripidità del loro fianco. Condizioni queste che non si ripetono nelle altre sezioni del sistema, dove le catene da valicare sono più d’una e dove, per conseguenza, risulta più lunga e più faticosa la trasversata del sistema stesso.

    E ci accorgiamo pure, penetrando nelle Alpi piemontesi, che il possente baluardo non è, in realtà, che una sola rovina, avanzo diruto di un immane edificio di pietra, spinto in alto da grandiose forze interne, e tosto attaccato dalla lima di inesorabili forze esterne, aiutate dal lentissimo scorrere dei tempi geologici. Difficile è quindi farsi un’idea sicura della primitiva struttura dell’edificio delle nostre Alpi e delle sue successive trasformazioni. Ma più difficile ancora è rifarsi alle cause prime del suo sorgere.

    Che in età remota (circa 50 milioni di anni fa), dove ora s’innalzano superbe le Alpi si stendesse il Mediterraneo di quei tempi a lambire le sponde dell’Europa continentale è nozione incontestabile. Ma è in discussione il modo con cui i sedimenti di quel mare si siano inarcati e corrugati a formare le pieghe alpine, mentre enormi ammassi di rocce eruttive si aprivano essi pure la strada verso l’alto. Sino a ieri prevaleva decisamente l’opinione che l’ingobbarsi e il sollevarsi del fondo del mare fino ad emergere fosse dovuto al fatto che l’Africa « derivando » e cioè spostandosi, come una gigantesca zattera, verso l’Europa, stringeva come in una morsa gli strati del fondo marino, li strizzava fino a farli fuoruscire dalle acque, e li rovesciava sul margine meridionale dell’Europa, consolidato da altre, più antiche catene di montagne. Coricandosi, rovesciandosi e addirittura ribaltando, le pieghe si rompevano in falde capaci di percorrere, scivolando sulle assise sottostanti, decine e anche centinaia di chilometri.

    Oggi, soprattutto fra gli studiosi francesi della geologia alpina, si pensa come più probabile quello che già supponevano i geologi dell’Ottocento, e cioè che non spinte tangenziali ma verticali abbiano determinato il rigonfiamento della crosta sottomarina. E le pieghe e le grandi dislocazioni delle falde — enormi blocchi separati dall’area di origine — si spiegano con lo scorrimento e il distacco per gravità degli strati dai fianchi del rigonfiamento su ricordato. La diversità della spiegazione non infirma le grandi linee della struttura alpina quali in precedenza identificate e quindi non occorre dilungarsi sul meccanismo della loro genesi.

    Carta geolitologica del Piemonte (sulla base della Carta geologica d’Italia all’ 1: 500.000, semplif.).

    Ma quando sono avvenuti questi grandiosissimi fenomeni ? Allorché si dice che le Alpi sono montagne giovani, perchè formatesi in tempi geologicamente recenti, non si ricorda forse abbastanza che, proprio in corrispondenza alle montagne piemontesi, la cerchia alpina ingloba lembi di un sistema montano formatosi sul finire dell’èra paleozoica e cioè un 250 milioni di anni fa. Questi lembi corrispondono ai massicci del Mercantour, del Pelvoux, del Belledonne, del Monte Bianco e dell’Aar: sono perciò i veri punti d’appoggio delle Alpi piemontesi. La distribuzione di tali massicci secondo un allineamento ad ampia curva ha, in effetti, guidato il disporsi delle pieghe sorte posteriormente e il loro caratteristico modellarsi ad anfiteatro, e quindi è alla base dell’andamento meridiano assunto dalle nostre Alpi.

    Già durante l’èra secondaria si solleva dalla superficie del mare qualche rilievo, precursore e testimone del misterioso travaglio che si prepara nelle viscere della terra. Ma non si tratta che di un timido abbozzo di catena. Lo sforzo generatore delle Alpi toccherà il suo massimo nell’èra successiva, la terziaria, e a metà di quel-l’èra le spinte alpine coinvolgono, nel movimento di ascesa delle pieghe più recenti, anche i massicci antichi. Verso la fine dell’èra terziaria — è passato da allora più di un milione di anni — il mirabile edificio è completo, almeno nelle sue fattezze generali, ma va ancora soggetto a dei sussulti, uno dei quali, verificatosi agli inizi dell’èra in cui viviamo, lo solleverà di centinaia di metri, contribuendo largamente alla plastica attuale della montagna.

    Nel complesso dell’arco alpino piemontese sono state riconosciute da nostri geologi (S. Franchi, A. Stella, V. Novarese) diverse componenti strutturali, che sono come i corpi di fabbrica della formidabile costruzione. Queste componenti appaiono disposte su zone parallele all’asse del sistema, e cioè dirette grosso modo da sud a nord con le estremità settentrionali e meridionali ricurve. Due zone sono formate da massicci di rocce cristalline, marginali rispetto a quelli sopra ricordati e sporgenti come grosse isole da una zona interposta formata di calcescisti e di pietre verdi.

    La zona di massicci più elevata ed interna comprende, da sud a nord, le componenti dell’Argenterà, d’Ambin, del Gran Paradiso e del Monte Rosa. La zona più bassa ed esterna comprende i massicci di Dora-Valmaira e di Sesia-Lanzo. Tra l’Argenterà e il massiccio Dora-Valmaira si insinua, provenendo dal versante opposto, la zona detta del Brianzonese. Tra il massiccio di Sesia-Lanzo e la pianura si profila l’estremità meridionale di un’altra componente strutturale: la zona del Canavese.

    Ciascuna delle componenti, o per dirla in termini più scientifici, delle unità orotettoniche sopra ricordate corrisponde, in linea di massima, a delle regioni di culminazione o di depressione. Regioni di culminazione sono i massicci cristallini, regioni di depressione sono le zone del Brianzonese e quella dei calcescisti e delle pietre verdi. Già nella fase costruttiva, dunque, si è creata tra i pilastri dell’impalcatura alpina, una maglia di fossati longitudinali e trasversali.

    Anche questa fotografia dà un’idea della ripidità del versante piemontese delle Alpi occidentali.

    Seguendo le movenze principali di questa architettura, ma con intensità diversa a seconda della natura delle rocce, si è esercitata l’attività erosiva dell’aria, dell’acqua, del ghiaccio. La brevità del versante piemontese ha accelerato il lavoro d’intaglio dei torrenti, che qua e là hanno fatto arretrare la linea di cresta, catturando, in parte, gli alti bacini dei corsi d’acqua del versante francese. Gli stessi torrenti hanno inciso così energicamente il fondo delle loro vallate da portarlo a quote sensibilmente inferiori a quelle delle vallate corrispondenti sul versante opposto. Si deve principalmente al lavoro delle acque correnti se spessi ammanti di materiali sedimentari, che rivestivano i massicci e le intrusioni magmatiche, sono stati asportati e trainati in basso.

    Con le aspre vette del fondo contrastano in primo piano i pendii ammorbiditi e svasati dall’erosione glaciale (Gran San Bernardo).

    Agli inizi dell’èra nostra, o quaternaria, un altro potente scalpello ha particolarmente intensificato il suo lavoro, e cioè l’azione erosiva delle lente fiumane di ghiaccio che sono scese ad occupare grandi e piccole valli. Da questo diffuso rodio sono derivati gli svasamenti dei circhi sotto le alte creste, ed entro i circhi, centinaia e centinaia di laghetti verdazzurri: l’allargamento a forma di U delle maggiori vallate e l’appiattimento del loro fondo; il dislivello fra questo e lo sbocco delle valli secondarie o sospese; l’arrotondamento e la levigatura delle sporgenze rocciose incontrate dai ghiacciai; la distribuzione in cordoni o in placche di detriti caotici dei materiali convogliati in basso dagli stessi ghiacciai.

    Il fondo e i fianchi delle valli mostrano ancora, con rotture di pendio, che questa lenta distruzione non si è operata uniformemente nel tempo, ma attraverso periodi di maggior lena, alternati a periodi di attività relativamente ridotta. Il sollevamento della massa delle Alpi, prodottosi sul principio dell’èra attuale, determinando un riaccentuarsi del lavoro erosivo, ha ridato una certa asprezza di particolari al paesaggio delle montagne piemontesi: lo ha cioè, come si dice, ringiovanito.

    Così, a poco per volta, queste montagne son venute prendendo gli aspetti che le contraddistinguono oggidì. Cime, dorsali, contrafforti, conche, valli si susseguono secondo un disegno che riflette ancora, in parte almeno, l’impianto originario delle unità orotettoniche. I massicci attuali sorgono sulla base degli antichi: le maggiori valli appaiono scavate in corrispondenza delle aree già costituzionalmente depresse. Ma l’erosione, intaccando profondamente i lineamenti che mostrava al suo sorgere l’edificio alpino, non ha soltanto dovuto fare i conti con i rapporti di struttura e di inclinazione dei corrugamenti spostati, deformati, infranti: si è trovata a lottare, come s’è già accennato, con materiali di ben diversa resistenza.

    Il Monte Bianco, uno dei colossi delle Alpi Piemontesi.

    Dei risultati di questa lotta — che in geografia fisica si chiama appunto erosione differenziale — può rendersi conto anche chi si metta a guardare le Alpi piemontesi da qualche belvedere (La Maddalena, Superga) della collina di Torino. Scorrendo con l’occhio il superbo scenario si distinguono sùbito: groppe massicce, sporgenti dalle altre montagne: dorsali rotte in un seghettarsi di ardite, svelte cime: aree abbassate che si intuiscono corrispondere a larghi intagli aperti nella barriera rocciosa.

    Vedi Anche:  Il clima e la vita vegetale ed animale

    Le groppe più vaste e prominenti sono quelle dei massicci, ammantati di nevi e di ghiacci. Tali massicci risultano generalmente costituiti di gneiss a grossi elementi, disposti in potenti banchi, a struttura prevalentemente tabulare, il cui sovrapporsi corona le creste di guglie imponenti, di grossi torrioni e modella le pendici a ripiani giganteschi. Di qui la grandiosità e la solennità del paesaggio tutto proprio delle regioni in cui s’innalzano i maggiori colossi delle nostre Alpi (Monte Bianco, Monte Rosa, Gran Paradiso). Paesaggio che si ripete, in tono minore, là dove agli gneiss a grossi elementi sottentrano prevalenti gli gneiss minuti, tipici nelle catene che si succedono dalla vai Maira alla valle della Dora Riparia, con abbondanti passaggi a micascisti, più oltre, verso la Dora Baltea.

    Il massiccio del Gran Paradiso con i fianchi modellati in ampi ripiani.

    L’Orrido di Pré-Saint-Didier, come esempio di forra scavata allo sbocco di una valle secondaria sospesa.

    La piramide del Monviso è un bell’esempio di resistenza delle pietre verdi all’erosione.

    Pareti terminali seghettate, creste dirupate e fortemente scoscese e soprattutto arditi picchi piramidali (come il Monviso, il Cervino, la Grivola) denunciano il dominio delle pietre verdi (serpentine, prasiniti, anfiboliti, eufotidi, eclogiti, dioriti, diabasi, ecc.) che occupa larga parte della zona omonima. Diffuse particolarmente nelle Alpi Graie settentrionali, nelle valli di Lanzo, nel gruppo del Monviso, le pietre verdi sono rocce compatte e tenaci, in mezzo a cui le acque dei torrenti si aprono a gran fatica il cammino nelle valli anguste, incidendo gole e forre profonde, orridi selvaggi, resi più pittoreschi dal frequente spumeggiare di cascate (Gorgia di Mondrone, Gouffre des Bousserailles, ecc.). I termini dialettali di « uja », « ciarma », « punta », « becca », « corno », rendono bene le svelte forme delle vette, frequenti nel regno delle pietre verdi.

    Il profilarsi di lenti incavi, in cui sembra temporaneamente prender respiro lo slancio delle cime verso l’alto, è generalmente in armonia con la presenza di quei calcescisti, la cui zona abbiamo veduto distendersi ad arco e deprimersi fra i due allineamenti dei massicci cristallini. Più che in questi, il rilievo è aperto per il facile disgregarsi dei calcescisti, la cui scarsa resistenza agli agenti esterni spiega agevolmente il prevalere delle forme morbide e pianeggianti. A tali forme s’adatta l’andamento delle creste, qua e là dominate da picchi ruiniformi, a balze fortemente inclinate e sdrucciolevoli, e dei valloni ampi, con fianchi a dolce pendenza. Ma le

    stesse maggiori depressioni vallive si aprono nei calcescisti. La valle d’Aosta, da Verrès in su, vi si addentra per il maggior tratto della sua lunghezza. Altrettanto dicasi della valle di Susa, dopo Condove, dell’alta vai Chisone, dell’alta vai Pellice, della vai Varaita, della vai Maira, della vai Grana, ecc. E ancora: alla facile erodi -bilità dei calcescisti andiamo debitori dei valichi più frequentati delle Alpi piemontesi, dal passo di San Giacomo al Teodulo, dal Grande al Piccolo San Bernardo, dal Moncenisio, al Sestriere, al Monginevro.

    In sostanza, nelle Alpi piemontesi un tipo di struttura e un ambiente petrografico senza riscontro in altri settori del sistema alpino hanno condotto l’opera demolitrice dell’erosione a isolare parti intere del sistema stesso, circondando i rudi, elevati massicci con ampi e profondi solchi vallivi. Sono i già ricordati corridoi naturali che portano, lungo fondivalle in assai lento declivio, ai piedi dei colossi montani e, con pochi chilometri di traversata in strada o in galleria, fin nel cuore del versante opposto. Ed ecco di fatto la valle d’Aosta — che ha quasi l’aspetto di un lungo pianoro — portare in 47 km., da 247 m. d’altitudine (Montalto Dora) a m. 584 (Aosta), in una spaziosa conca su cui sovrincombe da 3559 m. la vetta del Monte Emilius. Più in su, i 1228 m. di Courmayeur sono dominati dai 4810 m. del Monte Bianco, il più impressionante strapiombo di tutte le Alpi. E la comba di Susa, appena 264 m. più alta di Torino, vede ergersi su di sè la bella piramide del Rocciamelone. Un altro formidabile sbalzo superiore ai 3000 metri! Così quella che a prima vista ci sembrava un’arcigna, scostante barriera si è confermata, invece, come un rilievo tra i più « permeabili » all’uomo, e dei più invitanti.

    Linee addolcite della montagna piemontese dove predominano i calcescisti. Ruà di Pragelato.

    Fortissimo appare qui il dislivello tra la comba di Susa e le montagne circostanti.

    E nota la divisione naturale delle Alpi piemontesi in sezioni trasversali, nettamente delimitate dal punto di vista orografico come facenti centro in uno dei grandi massicci, e con perimetro corrispondente ai solchi vallivi che il massiccio contornano. Questa divisione, è stata riconosciuta fin dall’epoca romana, con le denominazioni, tuttora in uso, di Alpi Marittime, Cozie, Graie e Perniine. In realtà le aree montane distinte da questi nomi risultano diverse non soltanto per struttura, natura e forme del terreno, ma anche per clima, vegetazione e fenomeni umani, giacché le Alpi piemontesi, orientate come sono grosso modo da sud a nord, abbracciano quasi due gradi e mezzo di latitudine, mentre le Alpi lombarde e venete, dirette nel senso dei paralleli, si tengono entro limiti di latitudine assai più ristretti.

    Le Alpi piemontesi — preferiamo chiamarle così anziché occidentali, data l’indole regionale del presente lavoro — si staccano dall’Appennino ligure al Passo di Cadi-bona o Sella di Altare (m. 459) sopra Savona, e si fanno terminare al Passo del Sem-pione (m. 2008). Le Alpi liguri spiccano per le fresche vene d’acqua e i folti castagneti dell’alta valle del Tanaro, per la nevosa vai Vermenagna e la selvaggia e profonda valle Roja, ma soprattutto per le potenti masse calcaree culminanti nel Marguareis (m. 2651) e nel Mongioie (m. 2631), sforacchiati di caverne e di grotte. La esplorazione speleologica ivi in atto rivela un aspetto finora insospettato della geografia fisica piemontese, e cioè una ricchezza di complessi sotterranei che ha pochi confronti non solo in Italia, ma nel mondo.

    Una teoria di picchi e di torrioni calcarei sormontati dall’Argentera (m. 3297): numerose famiglie di laghetti occhieggianti in un paesaggio d’alta montagna sempre piuttosto severo: uno sgorgare d’acque calde dal sottosuolo della valle del Gesso e dell’ampia e ridente valle della Stura di Demonte: un ultimo annidarsi di piccoli ghiacciai sofferenti sui fianchi dei Gelas: una flora particolarmente ricca e rigogliosa, sono le note caratteristiche delle Alpi Marittime, nel loro stendersi dal colle di Tenda al valico della Maddalena, o dell’Argenterà (m. 1996), ornato da un bel lago e aperto fra molli declivi di pascoli.

    Sezione di forti contrasti è quella delle Alpi Cozie, così chiamate da Cozio, piccolo capotribù locale, ma alleato di Augusto e da lui immortalato. Le’ Alpi Cozie meridionali devono al largo sviluppo di gneiss, di micascisti e soprattutto di pietre verdi, una serie di picchi imponenti, su cui s’aderge dominatrice la regolare piramide del Monviso (m. 3841), il Mons Vesulus degli antichi, che lo ritenevano la più alta vetta delle Alpi. Nelle Alpi Cozie settentrionali s’alza imperioso il massiccio d’Ambin (m. 3378), ma con la sua mole compatta contrastano i torrioni dolomitici dell’alta valle di Susa e le morbide ondulazioni foggiate nei calcescisti, che arricchiscono l’alta vai Chisone di ottimi pascoli e di notissimi campi di neve (Sestriere, m. 2033). Sono anche, le Alpi Cozie settentrionali, la zona meglio fornita di grandi valichi di tutte le Alpi. Spaziosa via d’accesso, porta ad essi la vai di Susa, dal cui fondo, frequente di fabbriche, si possono pure ammirare interessanti spettacoli naturali, come gli orridi di Chianocco e di Foresto, e lo stupendo modellamento glaciale della comba di Susa.

    Tra formidabili strapiombi s’alza la gigantesca mole del Monte Bianco

    Al di là del solco della vai di Susa, a partire dal Moncenisio (m. 2084), cominciano le Alpi Graie, la cui denominazione si collega molto probabilmente ad un termine celtico « crau », significante roccia. Ed effettivamente quali roccioni sono le maestose cupole gneissiche ammantate di ghiaccio, che fanno delle Alpi Graie il dominio di due giganti: il Gran Paradiso e il Monte Bianco. Preceduto da una sfilata di ardite punte, per gran parte intagliate nelle pietre verdi delle valli di Lanzo, il Gran Paradiso porta i 4061 ni. della sua candida groppa in territorio completamente italiano. E mentre acquista anche questo primato alle Alpi Graie, conferisce alla loro individualità con l’ospitare una fauna singolare (stambecco) e una fiora rara. Se il re delle Alpi Graie, il Monte Bianco, col suo corteggio di vette taglienti, di guglie, di denti, di cuspidi affilate, di creste dentellate, è anche il re delle Alpi e il vertice altimetrico di tutta l’Europa, regina veramente delle Alpi piemontesi è la valle che conduce ai suoi piedi, aprendosi d’improvviso nella smeraldina conca di Courmayeur.

    Qui s’impone lo stile, potremmo dire, piemontese, delle Alpi — cosi diverso da quello delle Dolomiti, per esempio — con i suoi formidabili dislivelli, con la particolare rudezza e varietà delle forme d’alta montagna, con la maggior estensione della copertura e della morfologia glaciali. Qui si squaderna un’ incomparabile ricchezza di ghiacciai, di torrenti, di cascate, di scenari alpestri, ora idilliaci ora paurosi, sparsi di avanzi romani e di castelli medioevali.


    L’elegante, impareggiabile piramide del Cervino.


    Questo stile si conserva pure nelle Alpi Pennine, grazie ad una delle più belle montagne del mondo, il Cervino, ma grazie soprattutto al massiccio del Rosa, coronato da cime che sorpassano i 4000 m. (la più elevata è la Punta Dufour, m. 4633), baluardo e nume tutelare non solo delle Alpi Pennine, ma anche, come è stato detto, della pianura piemontese e lombarda, donde è visibile il suo energico profilo. Da un altro termine celtico — « penn » per punta, montagna —, è derivato il nome di questa sezione delle Alpi, che dal Colle Ferret (m. 2480), ad est del Monte Bianco, si fa giungere fino al Sempione. In realtà, fino al Sempione le propaggini del Rosa si continuano in catene degne del potente vicino. Ma già ai margini meridionali e sud-orientali del massiccio, le Alpi Pennine si distinguono per assumere tonalità quasi prealpine. Così nelle montagne del Biellese: così nei rilievi che sorgono tra la Valsesia e il lago d’Orta e tra questo e il lago Maggiore. Non solo dunque rispetto al confine storico, ma anche negli aspetti delle sue montagne il Piemonte cede qui il passo alla Lombardia.

    La pianura

    A differenza della pianura lombardo-veneta, che va via via allargandosi da ovest ad est col divergere delle Alpi e degli Appennini, la pianura piemontese, uniformando il suo andamento a quello del grande arco montano che l’abbraccia, si dispone essa pure a semicerchio, ruotando, per così dire, intorno al perno rappresentato dalla collina di Torino. Il semicerchio comincia a sud con la pianura di Cuneo, continua a nordovest nella pianura di Torino, a nord in quelle di Vercelli e di Novara, e ripiega a sud nella pianura di Alessandria, avviluppando, come s’è accennato, il nucleo centrale delle colline. In questo arcuarsi a ferro di cavallo la pianura piemontese assume larghezze assai diverse. Si mantiene sulla quarantina di chilometri in provincia di Cuneo: poi si riduce bruscamente a un minimo di 12 km. nella strozzatura fra le colline di Torino e quelle di Rivoli, e quindi, seguendo la norma generale della conca padana, s’allarga raggiungendo il massimo di circa 120 km. fra il lago Maggiore e l’Appennino ligure. La strozzatura ora ricordata fa della pianura a sud di essa una specie di grande sacca allungata: della pianura ad est un grossolano triangolo. Tutto sommato, stando al catasto agrario, una superficie di 644.510 ettari.

    Indipendentemente dalla sua immediata vicinanza alla montagna, la pianura piemontese va vista senza perdere d’occhio la montagna stessa, perchè ne è diretta filiazione. Si vuole, cioè, dire che la pianura è nata per l’accumulo di materiali rocciosi derivati dalla graduale demolizione delle Alpi e degli Appennini, ad opera dell’aria e dell’acqua: materiali erosi e trasportati in basso da ghiacciai, da torrenti, da fiumi, e da questi ridotti in ciottoli, in ghiaia, in sabbia, in melma. Ne deriva che i particolari caratteri delle Alpi piemontesi in fatto di costituzione petrografica, e soprattutto l’abbondanza di pietre verdi e di calcescisti, si riflettono nella composizione della pianura sottostante, conferendole, dal punto di vista fisico e chimico, delle speciali attitudini. Ma non sono questi soltanto gli aspetti per cui la pianura piemontese si diversifica dalle altre parti della conca padana. Per comprendere meglio questi aspetti è opportuno rifarsi brevemente al processo di formazione della pianura stessa.

    L’alta pianura torinese corrisponde alla conoide della Dora Riparia, qui incisa dal fiume e veduta presso Alpignano. In fondo il Musine.

    Ci vuole indubbiamente uno sforzo della fantasia per immaginare al posto dell’abituale spettacolo di campagne, di strade, di boschi, di città, una vasta superficie marina. Ma è certo che ancora nel Pliocene, vale a dire in un periodo geologico appena anteriore all’èra attuale, il golfo dell’Adriatico, che occupava l’odierna area della pianura padana, s’internava con le sue più avanzate diramazioni, fra le colline torinesi e casalesi, allora parzialmente emerse, e le pendici alpine, ricoprendo la superficie dell’attuale pianura piemontese. Mentre col sollevarsi e con l’ampliarsi delle Alpi cresceva la massa di materiali a disposizione dei fiumi, che le incidevano, la loro attività erosiva era sollecitata dal sollevamento che interessava soprattutto i margini della grande conca. Ma l’emersione, più irregolare, più antica e più pronunciata lungo il bordo alpino che non lungo quello appenninico, fu controbilanciata da un affondamento dell’area centrale, anche per effetto del peso crescente delle alluvioni che fiumi e torrenti venivano in essa scaricando. Così si può spiegare come i lavori di arginatura e di sbarramento per l’impianto idroelettrico Stura-San Mauro, alle porte di Torino, abbiano incontrato i primi terreni di origine marina a 15 m. di profondità, sotto altrettanti metri di alluvioni ghiaiose. A questo lentissimo moto di affondamento si potrebbe far carico di aver seco trascinato e quindi nascosta la fascia calcarea prealpina, che è presumibile si stendesse al piede delle Alpi piemontesi.

    Comunque risulta indiscutibile che, se la montagna ha fornito i materiali per la costruzione della pianura, e se i movimenti di emersione e di sprofondamento hanno favorito, accelerandolo, questo processo distruttivo, la parte maggiore del gigantesco lavoro l’hanno compiuto i fiumi. All’uscita delle valli lungo le quali sono scesi ripidi ed impetuosi, essi venivano a perdere subitamente in velocità e quindi in capacità di trasporto. Si formò così, in corrispondenza ad ogni sbocco vallivo, un accumulo appiattito a guisa di ventaglio o di unghia — la cosiddetta conoide di deiezione — costituito da materiale alquanto grossolano, massi e ciotto-loni, primi deposti perchè più voluminosi e pesanti. Tanti erano i maggiori corsi d’acqua uscenti al piano, altrettante furono le conoidi che, allargandosi fino a toccarsi e a saldarsi sui fianchi, originarono, a partire dalle falde della montagna, un piano inclinato, dalla fronte a festoni. Via via che le alluvioni si allontanavano dalla cerchia montana per avvicinarsi al mare in ritiro e all’impluvio della conca, più minuti e più recenti erano i materiali che le costituivano.

    Ma non è da credere che l’opera di deposito e di escavazione dei fiumi si sia svolta indisturbata e con la medesima intensità. Marginale, ma tutt’altro che trascurabile, è stata l’attività dei ghiacciai quaternari allo sbocco delle maggiori vallate alpine. Essi s’allungarono in pianura scalzando localmente la fascia delle antiche conoidi fluviali, aprendovi delle larghe brecce, sovrapponendovi arcuate teorie di cordoni collinosi, mescolandovi masse ingentissime di sfasciume morenico. Ripercussioni più estese ebbero sul modellamento della pianura l’alternarsi di periodi particolarmente piovosi ad altri prevalentemente asciutti e le variazioni del livello marino lungo la costa adriatica. L’uno e l’altro di questi fenomeni, determinando variazioni nella capacità erosiva e di trasporto dei fiumi, fecero sì che le correnti di questi, ora divagassero pigramente in ampi letti, tendendo ad ingrossare e ad allargare le conoidi, ora si limitassero in più ristretti alvei e li approfondissero energicamente entro la coltre delle alluvioni in precedenza deposte.

    Ecco perchè in esse si alternano, pure senza contrastare alla norma generale sopra ricordata, materiali di dimensioni diverse. Ed ecco perchè, là dove i fiumi hanno inciso profondamente le conoidi, lo hanno fatto con varia intensità, lasciando, sui fianchi dei solchi così scavati, dei gradini o terrazzi che indicano altrettante fasi di prevalente deposito, mentre i salti, diciamo così, fra terrazzo e terrazzo, corrispondono a periodi di prevalente erosione. E questo, del terrazzamento, l’effetto geograficamente più vistoso della plastica impartita alla pianura dalle correnti fluviali, sia da quella padana, sia da quelle tributarie. L’azione combinata e quasi perpendicolare della prima in direzione della grande valle del Po, e delle altre lungo il tronco di pianura di ciascun affluente, ha isolato nella massa delle alluvioni antiche (diluvium dei geologi) una serie di ripiani, o meglio, di pianalti terrazzati. Questi si presentano come rilievi tabulari a mo’ di penisola appuntita, o di vomere, dominanti dal ciglio di spesso pittoresche incisioni il piano delle alluvioni recenti (diluvium dei geologi). Anche noi dunque, come fanno i nostri contadini, possiamo parlare di alta e bassa pianura piemontese. Aggiungendo, però, che nell’alta pianura si distinguono due zone. La prima, più elevata, più vicina alla montagna, comprende i lembi superstiti delle vecchie conoidi ed è, in parte, ricoperta dagli apparati morenici dei ghiacciai quaternari: la seconda, sottostante, e formata da materiali meno antichi, si spinge verso la bassa pianura con superfici assai più estese ed unite.

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    Propria dell’alta pianura nel suo insieme è la grossolanità degli elementi rocciosi che la costituiscono. Le alluvioni dei pianalti superiori appaiono qua e là ferrettizzate, e cioè rivestite di una crosta di alterazione argillosa, color ruggine, estremamente impermeabile e piuttosto refrattaria alla coltivazione. Oppure lasciano affiorare le ghiaie e i ciottoli di un sottosuolo, ora incoerente e bibulo, ora cementato in conglomerati, come avviene nella conoide della Dora Riparia su cui si estende Torino.

    Ben diverso l’ambiente che s’incontra scendendo la scarpata dei terrazzi che incidono l’alta pianura, per passare alla « bassa », dove l’ampia, livellata, ubertosa campagna appare formata da sottili, recenti alluvioni — più frequentemente sabbiose — in lievissima pendenza. Diverso ambiente anche perchè le acque che sono state largamente assorbite dai terreni grossolani dell’alta pianura, lungo il piede dei terrazzi ora ricordati, al primo contatto con i terreni minuti della bassa pianura, risalgono, almeno parzialmente, alla superficie del suolo, in sorgenti dette risorgive, o risultive, o fontanili.

    Come si presenta, a tratti, la «baraggia» vercellese.

    Nello sfondo, lembi dell’alta pianura, che si protendono come promontori sulla bassa pianura. Fotografia presa dalle colline di Biella.

    Alle variazioni di livello e di regime dovute alle cause sopra accennate si sono accompagnate, in parecchi fiumi piemontesi, delle forti deviazioni di corso, che hanno provocato notevoli trasformazioni nella plastica di vasti tratti della pianura. Ciò specialmente dove il crescere dei sedimenti trasportati elevava l’alveo dei fiumi al disopra delle terre circostanti. A un fenomeno del genere sembra, per esempio, doversi attribuire la flessione assai brusca che il Tanaro fa verso est, infilando il corridoio fra le colline del Monferrato, mentre prima proseguiva da Bra in direzione nord e finiva in Po presso Carmagnola. Nell’evoluzione morfologica della pianura hanno pure avuto una qualche parte le acque di risorgiva poco fa ricordate, e la diffusa presenza di paludi e di stagni, che ancora in epoca storica vi abbondavano in molte plaghe e di cui tuttora rimangono avanzi. La formazione dei suoli è è stata, infine, influenzata dall’azione del clima e della vegetazione spontanea, se è vero, come sembra, che molta parte della nostra pianura fosse in antico coperta di boschi. E si può dire che il plurimillenario lavoro dell’uomo venne a valorizzare e ad esaltare la già notevole varietà naturale della pianura piemontese.

    In realtà, contrariamente a quanto immaginano molti viaggiatori frettolosi e poco attenti — e anche molti suoi abitanti — la pianura piemontese, lungi dall’essere una distesa piatta, uniforme, monotona, offre, anche in spazi limitati, una più che discreta gamma di paesaggi. Dovrebbero bastare, per convincersene, i pochi, sommari cenni con cui si è delineata or ora, la storia, piuttosto complessa, della sua formazione. Ma certi caratteri peculiari appariranno meglio da un confronto con altre sezioni della pianura padana. Intanto, la gronda subappenninica della pianura stessa, già alquanto ristretta rispetto alla subalpina ad est del Piemonte, qui appare estremamente ridotta, anche se si vogliono chiamare appenninici i versanti delle colline di Torino e del Monferrato, da cui non scendono che magrissimi torrenti. Solo nella pianura di Alessandria l’apporto alluvionale d’origine appenninica ha assunto qualche importanza.

    Come tutta la pianura padana, anche la piemontese presenta una duplice pendenza: dalla montagna verso il Po (in senso, diciamo trasversale) e dallo sbocco in piano del grande fiume alla sua foce, in senso longitudinale. Ma mentre nel primo senso non si notano, tra i pianalti piemontesi, lombardi e veneti, sensibili differenze di pendenza, nel secondo la pianura piemontese ha un più pronunciato declivio. Infatti, sui 274 km. di percorso da Revello (350 m. sul mare) alla confluenza col Ticino (60 m.), il Po scende di 290 m. : ha cioè una pendenza media dell’i-i,5°/oo, mentre nel tratto restante ha un declivio assai più lento. Il dislivello tra gli estremi della pianura piemontese naturalmente aumenta, se partiamo dai 543 m. del pianalto di Cuneo e dai 540 di quello di Mondovì. Il che importa pure per la pianura piemontese un’altitudine media alquanto superiore a quella della pianura lombarda e veneta.

    La vastità della pianura piemontese all’altezza di Cuneo.

    Ma la sezione piemontese del fondovalle padano è anche manifestamente più varia delle altre. E lo è soprattutto perchè, mentre queste ultime derivano il loro modellamento da un canovaccio fluviale che s’innesta regolarmente sul Po a spina di pesce, la presenza di un vasto incluso collinare ha disturbato, specialmente nel Piemonte meridionale, il normale, chiamiamolo così, andamento del reticolato idrografico. Infatti l’ostacolo delle colline, specialmente delle Langhe, ha qui impedito ai fiumi di scendere, come avviene in generale, verso il centro della pianura, ma li ha obbligati a flettere verso nord e verso nordest. E avvenuto di conseguenza che la falda più antica dell’alta pianura, solitamente perimetrale e cioè accollata alla montagna, nella zona a sud del Pellice è stata quasi totalmente asportata dall’erosione, la quale ha invece risparmiato lembi di pianura diluviale antica nel bel mezzo dello stupendo anfiteatro.

    Tra i corsi pressoché paralleli dell’Ellero, del Pesio, della Stura di Demonte sono, di fatto, rimasti i pianalti di Pianfei, di Carrù, di Trinità-Salmour, di Cherasco, di Fossano-Cervere, simili ad isole strette ed allungate, puntate, per così dire, verso le opposte colline. In realtà, quali colline dalla sommità tabulare possono essi stessi apparire, cotesti lembi d’alta pianura, tanto è il distacco creato fra l’uno e l’altro dalle profonde incisioni dei fiumi. Chi guardi Stura e Gesso dagli antichi baluardi di Cuneo; chi passi in ferrovia sugli arditi viadotti che valicano il Gesso, la Stura, il Pesio, l’Ellero; chi, dal terrazzo di Cherasco, segua con l’occhio la valle del Tanaro, ha di fronte a sè sempre lo stesso spettacolo di solchi profondamente incassati, talvolta di vere forre, dai ripidi fianchi boscosi. Dislivelli di 80, 100 e anche 130 metri separano il ciglio dei pianalti dal letto dei fiumi. Spesso le pareti di questi grandiosi corridoi sono stupendamente terrazzate, come si vede assai bene lungo la Stura dalla piazza Umberto I di Fossano.

    Un susseguirsi di pianalti tra Fossano e Mondovì.

    Ne deriva un alternarsi di panorami ora serenamente georgici, sulle distese dei ben coltivati pianori, ora impressionanti, in corrispondenza delle improvvise, precipiti incisioni vallive. Codesto alternarsi, che dà aspetti tipici alla pianura di Cuneo, non si ritrova più a nord, dalla Maira al Sangone, dove la zona inferiore dell’alta pianura e la bassa pianura quasi si equivalgono per estensione, e spesso si confondono per la mancanza di terrazzi o per il loro scarso rilievo. La diversa struttura dei terreni — complicata dalla esistenza di una estesa placca di diluviale antico al piede dei monti fra Pinerolo e Cumiana — è tuttavia, in questo tratto, come nascosta dalla quasi insensibile transizione dei pendii, e dà una buona mescolanza di elementi petrografie!, per cui le colture quasi non presentano soluzioni di continuità o divari accentuati.

    Mentre, come s’è già accennato, lungo le Alpi Marittime e le Cozie, le formazioni più antiche dell’alta pianura sono state facilmente asportate o ricoperte, lembi di esse si sono conservate dalla parte opposta, alla base delle colline del Monferrato, da Sanfrè a Ceresole d’Alba, e dentro una specie di golfo incuneato fra queste colline e quelle di Torino. Si ha qui un insieme di alta pianura, che ha i suoi limiti a Moncalieri, Chieri, Moriondo, Buttigliera d’Asti, Pralormo, Poirino, Cambiano, Tro-farello, e dove il tratto più elevato e caratteristico è quello del pianalto di Poirino. Il margine occidentale di questo pianalto — noto per la compattezza dei suoi terreni argillosi e per la scarsezza d’acque superficiali — sovrasta di una quarantina di metri al massimo la bassa pianura in cui scorre il Po presso Carmagnola. Il margine orientale si affaccia, invece, sulle colline dell’Astigiano, curiosamente inferiori di livello alla pianura da Torino a Villanova d’Asti, come facilmente si nota facendo il percorso Torino-Asti in ferrovia.

    Altri paesaggi s’aprono nel tratto di pianura che dal Sangone va alla Sesia. La fascia delle alluvioni recenti qui s’assottiglia e si riduce a fiancheggiare il corso dei fiumi. La massima estensione l’assume la zona inferiore dell’alta pianura. Quanto ai pianalti della zona superiore, essi occupano una discreta superficie a ridosso della montagna e sono, in parte ricoperti dai cordoni di due imponenti anfiteatri morenici, alla sbocco rispettivamente della vai di Susa e della valle d’Aosta, in parte si spingono come promontori entro la pianura sottostante. Ma in più si staccano da questa anche per le condizioni del suolo e della vegetazione. Le pietre verdi, che in potenti masse costituiscono, diciamo così, il retroterra della pianura torinese, prolungano in essa la loro infelice natura di rocce povere e sterili, e vi condizionano naturalmente le capacità di sviluppo dell’agricoltura.

    Un tipico aspetto della bassa pianura torinese.

    Ben se ne avvede chi percorra qualche tratto della conoide della Stura di Lanzo, sbrecciata dal fiume in due vasti pianalti di forma subtriangolare. Qui torrenti e torrentelli, diramandosi a raggiera, hanno intagliato le antiche alluvioni, originando dei boscosi valloncini, anche abbastanza profondi. Ma l’opera di incisione delle acque correnti non ha raggiunto effetti così grandiosi, come nell’alta pianura cuneese. Ha, invece, foggiato un susseguirsi di vallette e di dossi appiattiti, che tendono a trasformarsi in costole collinose dove l’erosione torrentizia ha agito con particolare energia. Ma anche le superfici relativamente unite non mancano di piccoli rilievi, di ondulazioni, di avvallamenti del suolo, di conche. Queste ospitano qua e là pozze, stagni, laghetti.

    L’uomo è qui intervenuto a modificare il modellamento del terreno, ma non è riuscito a fare molto, perchè la rossiccia crosta argillosa derivante dal disfacimento delle pietre verdi, dopo aver ridotto la vegetazione spontanea a una stentata boscaglia di castagni e di querce, o a un magro tappeto di graminacee e di erica, ha grandemente limitato le possibilità di una redditizia coltivazione. Sul pianalto ad est della Dora vaste estensioni pianeggianti, chiamate localmente « vaude » (con denominazione di discussa origine) sono tuttora incolte (San Maurizio, Ciriè, Lombardore) o faticosamente coltivate attraverso un paziente, costoso lavoro di bonifica. Più depressa e più recente è la pianura formata dalle conoidi del Malone e dell’Orco, che si saldano, alla base della cerchia morenica eporediese, con il cono di transizione fluvioglaciale in un regolare piano inclinato verso il vicino Po. All’interno della cerchia ora ricordata, come all’interno di quella di Rivoli, recenti alluvioni fluviali hanno trasformato in piatta, umida pianura l’antica conca glaciale.

    La pianura piemontese torna a movimentarsi al di là della Dora Baltea e fino alla Sesia, perchè il suo più elevato gradino appare rotto in una serie di pianalti diluviali, dalla forma tipicamente appuntita verso il basso, che formano la più vasta frangia ferrettizzata di tutta la valle padana. Siamo, cioè, entrati nel dominio delle baragge biellesi e vercellesi, formazioni vegetali analoghe alle vaude torinesi. Sui pianalti di Candelo, di Santa Maria, di Carisio, del Brianco, di Benna, di Rovasenda, di Lenta vi sono ancora plaghe incolte, che figurano come isole, intorno alle quali si stendono fasce di terreni coltivabili. Sotto, la bassa pianura ha subito un livellamento particolarmente accurato per ospitare la coltura del riso. Tanto più torte è quindi il contrasto con l’alta pianura baraggiva, movimentata e diseguale.

    Vera bassa pianura è quella che, in forma di ampio triangolo, s’allarga verso il Po in corrispondenza del corso della Sesia. Poi tra Sesia e Ticino, varcato l’ostacolo delle colline casalesi a sud, anche l’alta pianura recente si allarga quasi improvvisamente, protendendosi a mezzogiorno nella Lomellina. Qui, nei pressi di Mortara, a Remondò e a Gambolò, le sabbie delle alluvioni formarono delle dune continentali, oggi in gran parte cancellate o ridotte di taglia dalle coltivazioni. L’alta pianura antica, per contro, si è come ritirata a nord, orlando la scarpata esterna di cordoni morenici nel bellissimo terrazzo di Oleggio. Ma ha anche lasciato un testimonio della sua primitiva estensione nel lembo isolato su cui è sorto il nucleo più vecchio della città di Novara. E un lembo simile a quello, coevo ed altrettanto isolato, di Trino Vercellese, che alza sulla pianura circostante la sua copertura boscosa.

    La bassa pianura novarese preparata ad accogliere la semina del riso.

    In un’ampia insenatura tra le colline del Monferrato e l’Appennino ligure si stende la pianura di Alessandria o di Marengo, la più bassa e la più piatta delle pianure piemontesi, aperta verso l’asse mediano della conca padana e tutta costituita di alluvioni recenti. Come altri più stretti ed allungati golfi della pianura possono considerarsi il fondovalle che la facile disgregabilità dei materiali sabbiosi ha creato lungo il Tanaro nel suo percorso fra Monferrato e Langhe, e quelli che l’azione riplasmatrice dei ghiacciai e il colmamento fluviale hanno steso in vai di Susa, in vai d’Aosta e in vai d’Ossola.

    Le colline

    Il rilievo del Piemonte trae motivi di sottile varietà dalla diversa natura delle colline che, come s’è già accennato, vi hanno così gran parte. Mancano da noi, è vero, le formazioni tipicamente prealpine, e cioè calcaree, che fanno graduale passaggio alle catene centrali delle Alpi lombarde e venete. Ma non dappertutto in Piemonte il salto è brusco, senza transizioni. Una fascia di rilievi collinosi, per es., raccorda i terreni della pianura alle montagne biellesi fra Cervo e Sesia. Questa fascia forma come un grande arco che presenta le massime elevazioni, sui 580 m., nella parte centrale, e digrada mollemente alle estremità. La massa collinare consta essenzialmente di porfidi, di graniti, di gneiss, di micascisti dell’èra primaria, cui si frammischiano calcari dell’èra secondaria, e, insinuate nelle vallette che s’aprono sulla pianura, marne grigiastre e sabbie giallicce dell’èra terziaria. Tanto i graniti quanto i porfidi delle colline biellesi sono profondamente alterati (forse in relazione all’abbondanza delle precipitazioni) e il materiale arenoso che proviene da questo sfacelo assume sovente una colorazione rossiccia. Si ha, pertanto, un succedersi di dossi bassi e tondeggianti, fitti di piccoli abitati e di ville, fra un intrico di ridenti conche e di valli incassate che, fra Biella e Masserano, ospitano ininterrotte file di fabbriche, mentre, tra Masserano e Gattinara, le colline hanno un aspetto più caotico, striate come sono, dai filari di famosi vigneti.

    Graniti e porfidi della stessa formazione ricompaiono nel Canavese a formare un sottile orlo collinoso premontano, rotto nei rilievi di Vidracco, di Muriaglio, di Priacco, di Valperga (col santuario di Belmonte, 727 m.), di Prascorsano. Si tratta di rilievi essi pure feraci di buoni vini, cui tengono dietro le alture di Baldissero Canavese (581 m.), dove una pietra verde (la lherzolite) appare alterata in bianchi filoni di magnesite. Sempre lungo il piede delle Alpi piemontesi, da Torino a Saluzzo, hanno aspetto di colline alcune punte di contrafforti montani che si spingono in pianura, spezzandosi in blocchi, e affilandosi in speroni isolati. Appartengono a questo tipo di rilievi la nuda, rossiccia « montagna di Piossasco », il Monte Oliveto, intorno a Pinerolo, la famosa Rocca di Cavour (459 m.) — scoglio gneissico sporgente dalla pianura — e l’assolato promontorio su cui sorge Saluzzo antica.

    Le umide, verdi colline del Biellese presso Sordevolo.

    All’uscita in piano delle valli d’Aosta e di Susa i ghiacciai del Quaternario antico (Pleistocene) hanno costruito due fra i più grandi e spettacolari anfiteatri morenici della regione alpina. Chi da un punto qualunque dell’alta pianura canavesana o biel-lese vede profilarsi nettissimo, rettilineo nel cielo azzurro l’imponente bastione della Serra d’Ivrea, non può rimanere indifferente al pensiero dell’immane visione del ghiacciaio che, superata a fatica l’ultima stretta della valle d’Aosta, si espandeva sull’antistante pianura occupando circa 360 kmq. e conservando uno spessore medio di 400 metri. Allo sbocco della valle d’Aosta il ghiacciaio dovette, tuttavia, vincere ancora l’ostacolo di una diga di spuntoni rocciosi allineati da sud-sudovest a nord-nordest, che tagliavano obliquamente la sua direzione di marcia. L’enorme colata non riuscì ad eliminare le sporgenze di roccia viva, ma le arrotondò in forma di dossi mammellonari. Così in effetti si presentano le colline che, da Colleretto Giacosa, da Samone, da Pavone Canavese, si dirigono su Ivrea e di qui proseguono allargandosi a formare il basamento dell’alta Serra e raggiungendo la massima altitudine di 400 metri.

    Ondeggiare di colline moreniche a Baldissero Canavese. Sullo sfondo colline di rocce in posto.

    Ben diverse e di ben diversa origine sono le colline che chiudono tutt’intorno l’orizzonte verso la pianura in una serie di archi e di cordoni, aventi un perimetro esterno complessivo di 30 chilometri. In questi rilievi, ora verdeggianti di boschi, di vigneti, di campi, è accumulata la formidabile congerie di materiali detritici, argille finissime e frantumi di rocce di svariatissime dimensioni in caotico ammasso, che l’antico ghiacciaio, dopo aver trasportato sulle sue spalle e trascinato sul fondo, depositò sui suoi fianchi e alla fronte. Ma non in una sola volta, bensì in successive avanzate, per effetto delle quali i cordoni più recenti si addossarono e si sovrapposero agli esterni, più antichi. Questa struttura si riconosce molto bene salendo da Bol-lengo la Serra d’Ivrea, meraviglioso modello di costruzione morenica, che con la sua cresta diritta, affilata, regolarissima s’inoltra nella pianura per 25 km. da Andrate (940 m. d’altitudine) fin sotto Cavaglià (226 m.), sempre mantenendo la direzione di sudest. Il versante eporediese delle Serra si risolve effettivamente in una spettacolosa gradinata di cordoni morenici, legati l’uno all’altro da «piane» coltivate a seminativi e a vigneti. Il versante biellese invece, meno ripido, meno regolare, è modellato dai « riali » in larghe groppe isolate, in frequenti speroni, in amene vallette intermoreniche, nelle quali fanno bella figura vigneti a pergolato e campicelli di grano.

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    Di questo tipo è il paesaggio delle altre morene laterali e frontali. La parte della morena laterale destra, che s’appoggia al contrafforte montano da Gauna a Stram-binello, ha dovuto adattarsi alle rotte movenze della roccia in posto. La parte avanzata liberamente sulla pianura da Strambinello a Candia è alquanto meno elevata della Serra ed assai irregolare nella struttura. La morena frontale si estende da Candia Canavese a Roppolo, formando un triplice arco, corrispondente ad altrettanti lobi in cui si divideva la fronte del ghiacciato quaternario. Nel maggiore dei tre archi, alla stretta di Mazzè, tagliata dalla Dora Baltea, l’anfiteatro morenico d’Ivrea s’avvicina tanto al Po da distarne appena 14 km. e mezzo. Le morene formatesi fra lobo e lobo sono i promontori collinari di Tina e di Albiano, che s’inoltrano nella pianura alluvionale intramorenica. Altre ondulazioni collinari interne, che vanno da Burolo a Bollengo, da Strambino a Perosa Canavese, sono gli avanzi di archi morenici più arretrati, costruiti dal ghiacciaio sulla via di ritirarsi.

    Anche il ghiacciaio quaternario della valle di Susa, lungo circa 85 km., ha incontrato, uscendo dalle chiuse della valle, l’ostacolo di spuntoni rocciosi — ma questi sono di serpentino — che ne hanno disturbato l’espansione in pianura. Alcuni di questi spuntoni (tra cui primeggia il Moncuni), oggi lisciati sui fianchi e arrotondati sulle sommità, costringevano la massa glaciale a dividersi in due grandi fiumane, la più esterna delle quali si spinse fino a Giaveno e contro le falde del Pietraborga: l’altra, ben maggiore, trovando esteso spazio avanti a sè, si allargò in direzione di est, giungendo con le sue morene fino a Sangano, Bruino, Rivalta, Rivoli. Qui le colline moreniche, solitarie e boscose, fronteggiano, alla distanza minima di 13-14 km., le colline di Torino, determinando la strozzatura della pianura in cui doveva sorgere la grande città subalpina. Raggiungono altitudini superiori ai 400 m. e derivano dal giustapporsi e dal compenetrarsi di parecchi cordoni morenici appartenenti a tre distinte fasi glaciali.

    In primo piano rilievi dioritici arrotondati dall’azione glaciale. Nello sfondo il regolarissimo profilo della Serra di Ivrea.

    Questo costiparsi di cordoni non si ripete più ad est di Rivoli, dove tra Casellette, Alpignano, Pianezza e Druent, la morena laterale sinistra del ghiacciaio valsusino, molto larga e quindi poco rilevata, è stata, per giunta, intaccata dal profondo solco della Dora Riparia, che dà spettacolo di sè a Pianezza. Meno rapido che non tra Sangano e Rivoli si effettua qui il passaggio alla pianura, con un lento morire di dossi e con uno sparpaglio di massi erratici, tra cui il notissimo, gigantesco masso Gastaldi a Pianezza. Le belle colline interne di Rosta sono state costruite dal ghiacciaio in ritirata, che lasciava pure scoperte, fra Trana ed Avigliana, le conche poi occupate da laghi e da torbiere. Complessivamente le colline di Rivoli hanno uno sviluppo perimetrale di circa 65 km. e uno interno di 30 chilometri.

    Ma la maggior area collinare del Piemonte è quella, come s’è già accennato, che ne occupa il centro, costituendo un complesso di rilievi orientati intorno al solco del Tanaro, fra Bra ed Alessandria. Anche questi rilievi sono diversi tra loro e di diversa origine. Vere e proprie catene a pieghe in formato ridotto, sono le colline di Torino, quelle che le continuano fino a Casale ed a Valenza, e le Langhe. Si tratta, in effetti, di rilievi risultanti dal sollevarsi e dal corrugarsi di terreni depositatisi in seno all’antico mare padano. Che il sorgere di queste colline, per lungo tempo rimaste come isole in un grande, tepido golfo, sia da attribuirsi ad una « coda » dei movimenti orogenetici da cui sono nate le Alpi e gli Appennini, sembra cosa pacifica. Ma perchè proprio qui e non in altri punti della conca padana il fondo dell’antico mare, si è, sul finire dell’èra terziaria, inarcato in pieghe via via emergenti ? L’ipotesi più plausibile è che, in corrispondenza della montagna fra la vai di Susa e la Valsesia, un esteso zoccolo prealpino, scomparso poi per sprofondamento, sporgesse in mare, arrestando il dilagare delle spinte orogenetiche e costringendole a sollevare i sedimenti che formavano il fondo del mare stesso.

    Rilievi serpentinosi modellati, al suo sbocco in pianura, dal grande ghiacciaio valsusino. Davanti, i laghi di Avigliana.

    L’azione d’ostacolo del supposto zoccolo prealpino ha influito sull’andamento del sistema Moncalieri-Torino-Casale-Valenza, incurvandolo a mo’ di accento circonflesso e dando ai suoi due tronchi divergenti — la collina di Torino e le colline del Basso Monferrato, o come sarebbe meglio dire, di Casale — una diversa conformazione. In realtà la collina di Torino, più frontalmente esposta alla zona d’urto, ha una direzione nordest-sudovest, mentre quella di Casale ha direzione ovest-est. I due tronchi appaiono pure diseguali per sviluppo in lunghezza. Il torinese misura in tal senso 26 km., mentre quello casalese 80. Il primo spicca poi per avere le quote più elevate di tutto il sistema (Bric o Colle della Maddalena, 716 m. ; Bric della Croce, 712 m. ; Superga, 670 m. : massima quota del tronco di Casale, 549 m. ad Albu-gnano) e la maggiore altitudine media (558 m. di fronte a 321), insieme ad una struttura più semplice e regolare.

    La collina di Torino è, di fatto, una piega a volta unica, sebbene qualche ondulazione secondaria movimenti il fianco padano. La cresta che congiunge le più alte sommità della collina stessa si mantiene, da Moncalieri a Baldissero Torinese, molto compatta, ancorché non proprio rettilinea, e non si abbassa neppure di molto nelle due principali insellature dell’Eremo (621 m.) e del Pino (501 m.). Quanto ai versanti, accentuata appare la loro dissimmetria: quello settentrionale (o padano, o torinese che dir si voglia) mostrandosi alquanto più ripido e più breve del meridionale o chierese.

    L’uno e l’altro versante presentano tuttavia un analogo modellamento. Per un certo dislivello al disotto della linea di vetta, forte e scarsamente inciso è il loro pendio: poi, quasi improvvisamente, mentre il pendio si addolcisce, si staccano dai fianchi della collina, pressoché alla stessa altezza, dei costoloni normali alla catena, che declinano lentamente verso il piano, delimitando numerosi solchi vallivi, paralleli tra di loro.

    Giungendo, sul versante torinese, a ridosso del Po (il che tuttavia non giustificherebbe il poco felice appellativo di Colline del Po, dato talvolta alle colline in discorso), parecchi dei costoloni anzidetti ne sono come troncati all’estremità, e ciò contribuisce ad accentuare la declività del fianco stesso. Per contro, quelli del versante chierese finiscono dolcemente nella pianura lungo una linea che parte tra Moriondo Torinese e Buttigliera d’Asti, passa a sud di Chieri, tocca Cambiano e Trofarello per terminare a Moncalieri. Al di là dei costoloni di Superga e di Bal-dissero e dei due rivi Leona e Traversa, opposti e contigui, la struttura e le forme della collina vanno cambiando. Alla catena unica sottentrano più dorsali diramate, piccoli contrafforti di andamento capriccioso, poggi isolati, e questo panorama, ritrovandosi ancora più tipico, parallelamente all’abbassarsi complessivo del rilievo, in tutte le catene casalesi, basterebbe a convalidare il loro distacco dalla collina di Torino. Il plurale là, il singolare qui non sono usati a caso.

    La collina di Torino vista dal Po all’altezza di San Mauro.

    Il cambiamento ora accennato dipende in larga misura dalla diversa costituzione petrografia. La collina di Torino è, in massima parte, formata da terreni che rivestono un nucleo più profondo e più antico, di cui appare solo a Gassino, attraverso una lacerazione del mantello, un lembo testimonio costituito di calcari. Fin qui, comunque, non si uscirebbe dall’èra terziaria. Ma proprio là dove è avvenuta la flessione dell’intero sistema, sopra Lavriano, affiora, in una colata di argille scagliose, uno spuntone di calcari del secondario medio, che sembra radicato in posto e che trova riscontro in roccia analoga delle Prealpi lombarde. Che sotto le pieghe terziarie del sistema Moncalieri-Valenza si celino quelle Prealpi calcaree piemontesi, di cui abbiamo sottolineato più volte la strana assenza? E una supposizione che riesce attraente, oltreché probabile.

    Non v’ha dubbio, invece, che, se i punti culminanti del sistema ora ricordato sono proprio quelli che si alzano sopra Torino, si è anche perchè, da Moncalieri al Pino e a Superga, la zona sommitale è foggiata in potenti banchi di conglomerati che contengono frammisti dei grossi massi, e questi conglomerati presentano naturalmente una efficace resistenza all’erosione. Pur essendo morbido, nelle sue grandi linee, il paesaggio deriva qui, dal caotico disfacimento dei conglomerati, dallo scoscendere di valloni angusti e profondi, e da alcuni caratteri della vegetazione, tratti di rudezza quasi alpestre, accentuati dalla grande scarsità delle abitazioni. Dove il bosco cede, spesso subitamente, ai coltivi, non c’è da sbagliare. Ciottoloni e grossi massi sono scomparsi: siamo sulle marne, individuabili anche per il colore bianchiccio dei terreni lavorati, o sulle arenarie di varia compattezza, che danno per lo più terreni sciolti, permeabili, di color ruggine. Verso la base del versante torinese s’incontrano qua e là placche di un materiale fulvo, finissimo, ricco di calcare e non stratificato, che si assimila al loess, e la cui origine è ancora oggi poco chiara. Scendendo per il versante chierese, dopo i terreni conglomeratici, marnosi ed arenacei ora ricordati, troviamo invece argille bluastre e sabbie gialle del Terziario superiore (Pliocene).

    Le coltre dei conglomerati, delle arenarie e delle marne, che nella collina di Torino appare predominante, nelle colline casalesi è stata largamente asportata, ed attraverso le ampie lacerazioni di Brusasco e di Casale mostra nuclei interni, formati da calcari di tipo alberese, che danno i noti cementi idraulici del Monferrato. Le dorsali, come s’è già accennato, si abbassano e si diramano, moltiplicando le piccole conche vallive, e si frantumano in serie di poggi, coperti di vigneti, e sui quali svetta, di quando in quando, un castello.

    Al sistema Moncalieri-Valenza fa riscontro, dall’altra parte del Tanaro, il vasto quadrilatero collinoso delle Langhe, compreso, grosso modo, fra il Tanaro ad ovest; le colline poco sopra Alba, da Castagnole Lanze a Santo Stefano Belbo, a nord; la Bormida di Spigno ad est; e verso l’Appennino a sud, ancora il Tanaro e il solco Ceva-Carcare. Il riscontro vale anche per l’età, terziaria, e per la natura dei terreni, che sono gli stessi, e che fanno delle Langhe, insieme ai rilievi di Torino e di Casale, l’estrema terminazione settentrionale della cimosa collinare che riveste l’Appennino alla base dei due versanti, il tirrenico e l’adriatico. Il rilievo delle Langhe ha una direzione generale da sud a nord, rappresentata dall’affiancarsi di lunghe diritte dorsali, che in quella direzione sono state isolate dall’erosione del Belbo, della Bormida di Millesimo, dell’Uzzone, nella loro discesa verso il Tanaro. Chi da Bossolasco guardi intorno a sè ha quasi l’impressione di trovarsi in mezzo a una disciplinata frotta di cetacei in fuga, tanto le sommità delle dorsali appaiono allineate e corrispondenti nelle forme l’una all’altra.

    Le Langhe hanno un’altitudine media di 640 m. e cioè superiore a quella delle colline di Torino e di Casale. Così pure hanno una maggiore altitudine assoluta, raggiungendo gli 896 m. nel Mombarcaro e superando spesso gli 800 (Bric Mon-tazzo, 870 m. ; Monte Cherpo, 823 m. ; Bric Pedaggera, 808 m. ; Bric Berico, 821 m.).

    Paesaggio delle basse Langhe. In alto il centro di Neive.

    Relativamente compatti ed uniti sono i costoloni che occupano la zona mediana della regione. Qui predominano potenti banchi arenaceo-marnosi che presentano una notevole resistenza alla disgregazione meteorica. Ed in essi appunto sono modellate le parti culminanti delle Langhe. Verso ovest e verso nord, ai banchi ora ricordati sottentrano formazioni più tenere — marne grigio-azzurre, sabbie, argille, depositi ciottolosi e gessosi — che danno luogo a movenze del suolo più dettagliate e varie, con largo sviluppo di cocuzzoli e di poggi talvolta tondiformi, più spesso dipolari. E mentre nel cuore delle Langhe i bizzosi corsi d’acqua devono spesso aprirsi a fatica il cammino entro strozzature rimaste fra le dorsali ravvicinate, tutt’intorno torrenti e torrentelli hanno un lavoro più facile. Qualche volta essi si espandono, come il Talloria fra le colline di Roddi-Verduno-La Morra, in fondovalli così ampi da sembrare assolutamente fuor di proporzione con l’importanza delle correnti attuali. Caratteristiche per la loro frequenza in queste zone periferiche sono le escavazioni — macchie gialle nel verde delle colture e dei boschi — che il facile lavorìo delle acque superficiali, obbedienti al richiamo del Tanaro, compie specie sui fianchi delle colline sabbiose. Sono escavazioni da cui esce tutto un mondo fantastico di torri, di piramidi, di cortine, che offre, tra l’altro, alimento alle leggende locali.

    Tra le colline di Torino e di Casale a nord e le Langhe a sud più a lungo rimase, fino ai primi tempi dell’èra quaternaria, un tranquillo specchio d’acqua, estremo seno dell’Adriatico di allora. In quelle acque andarono depositandosi potenti strati di marne azzurre e di sabbie gialle, ricchissime di resti organici e includenti grosse lenti di gesso. A differenza dei terreni che si erano corrugati a formare il sistema Moncalieri-Valenza e la catena delle Langhe, quegli strati emersero per uniforme sollevamento del fondo marino, senza subire notevoli deformazioni. Si originò così, entro la conca che oggi chiamiamo astigiana, un pianoro di terreni facilmente erodi-bili, che subito cominciò ad essere solcato ed inciso dalle acque poi organizzatesi nella rete idrografica del Tanaro. Il Tanaro stesso, con la numerosa coorte dei suoi piccoli tributari, andò gradatamente smembrando il pianoro e isolandone i frammenti, che il modellamento generale doveva foggiare negli attuali rilievi collinosi. Diverso il meccanismo di formazione, diversa naturalmente la struttura di tali rilievi che il Gastaldi chiamò, con termine molto efficace, negativi, in quanto prodotti dall’erosione e non da movimenti orogenetici. Per questo abbastanza netto distacco dalle alture che le avviluppano, le colline della conca astigiana dovrebbero avere un proprio nome — appunto quello di colline dell’Astigiano — mentre oggi, comprese come sono nel Monferrato, sono messe a far tutt’uno con le colline, diciamo positive, del Casalese.

    Colline del Monregalese tra Mondovì e Ceva. In basso a destra, forme di erosione.

    Assai più semplice è, di fatto, l’ambiente geologico, constando, come s’è accennato, soltanto di marne azzurre e di sabbie gialle del Terziario superiore. In generale le sabbie e le arenarie, anche grossolane e cementate, sviluppatissime, costituiscono il mantello, il cappuccio della collina. I banchi arenacei compatti danno luogo, soprattutto nella parte settentrionale dell’Astigiano, a placche e a « cuestas » isolate, limitate da ripide balze. Precipiti e franosi sono pure spesso i fianchi delle modeste alture, là dove dominano le sabbie incoerenti, facile preda delle acque selvagge. Via è proprio alla larga diffusione di queste sabbie, ora decisamente fulve, ora giallognole, rivestite di campi e di vigneti, che va attribuita la nota morfologica dominante, con la lentezza complessiva e con la dolcezza delle sue linee. Ad ammorbidire ancor di più queste linee contribuiscono le marne e le argille cineree, sottostanti al manto sabbioso. Esse appaiono modellate in basse colline di forma mammellonare, ma d’ordinario costituiscono il fondo, relativamente ampio, dei molti solchi vallivi.

    In luogo, dunque, di ben profilate costole o di diramate dorsali, nessuna direttrice del rilievo s’impone nelle colline dell’Astigiano, dove ci si muove in un dedalo di molte groppe intersecate da piccole conche e da raccolti solchi vallivi. Questo paesaggio si ripete con alquanta monotonia, determinata, oltre che dalla semplicità e dalla costanza del basamento petrografico, dalla grande uniformità altimetrica dei poggi e dei dossi. Chi guardi dal ciglio del pianalto di Poirino o dal fianco meridionale della collina di Torino verso il lontano solco del Tanaro non può non notare la regolarità con cui quei poggi e quei dossi si profilano all’orizzonte. Congiungendo idealmente le loro sommità è facile ricostruire la superficie strutturale dell’antico pianoro degradante lentamente verso il Tanaro. E si vede inoltre come le colline dell’Astigiano siano più basse, non solo delle colline torinesi e casalesi, ma anche della alta pianura di Poirino e di Villanova. Lo stesso paesaggio nelle stesse formazioni, ma su un declivio più breve e più ripido, si osserva al di là del Tanaro, nelle colline che costituiscono il cosiddetto alto Monferrato.

    Le molli ondulazioni delle basse Langhe presso Dogliani.

    Colline del Monferrato nella zona di Cocconato.

    Per completare le impressioni derivanti da una visione diretta dei luoghi occorrerebbe passare qualche ora tra le collezioni del Museo Geopaleontologico di Torino. Esse sono in gran parte formate di materiale proveniente dalle vicine colline e dall’Astigiano, e con le migliaia e migliaia di forme fossili — dai crostacei, dai molluschi, dagli echinidi, dai crinoidi alle balenottere, ai capodogli, ai delfìni, ai felsinoteri — danno una idea della ricchezza della vita che ferveva nel mare tardo-terziario, dove ora è un ondeggiare di groppi, di dossi, di cupoloni coperti di vigneti. Non meno impressionanti per abbondanza e per stato di conservazione sono gli avanzi fossili delle faune successive fluvio-marine e continentali, con resti di giganteschi mastodonti, di elefanti, di rinoceronti, di ippopotami, di buoi, di testuggini, ecc.