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nome e confini

    Emilia-Romagna

    L’unità regionale

    I confini

    Se vi fu mai veramente una regione la cui individualità — pur non essendo un’isola — sia suggerita non solo allo studioso, ma anche alla tradizione, dai suoi confini, questo è il caso dell’Emilia-Romagna.

    Octava Regio determinatur Arìmino, Pado, Appennino, così nella ripartizione augustea secondo Plinio (i).

    Un paese triangolare, a limiti ben definiti da due parti, dacché uno dei confini è la costa adriatica, l’altro il crinale deH’Appennino, che separa il versante discendente con valli parallele verso nordest nel piano e al mare da quello che, con più vari contrafforti scendendo, si lega ai bacini e alle alture della Toscana, diversificandosi ancora, l’un versante da l’altro, per condizioni di clima e di vegetazione.

    Al nord non è un trapasso altrettanto brusco di condizioni naturali contrastanti, ma vi sussiste pure una linea netta altamente suggestiva e, se non per le condizioni naturali, per quelle umane (etniche, storiche, ecc.) notevolmente efficace a separare il paesaggio di qua da quello al di là: la linea incisa nel piatto piano dal corso del maggior fiume d’Italia: il Po.

    Ma l’individualità dell’Emilia non è solo occasionale, come sarebbe se altro fondamento non avesse che la forma triangolare e quella confinazione.

    L’individualità dell’Emilia può e deve essere riconosciuta al suo interno, in caratteri propri del territorio, che, pur nella sua varietà, ne fanno un ambiente di vita coordinata.

    Il rilievo differenzia montagna, collina e pianura, ma compenetrate fra loro, allacciate fra loro, le prime due dal digradare quasi inavvertito del paesaggio fra il monte e il colle, e tutte poi dai corsi d’acqua, che incidono le valli grosso modo parallele fra loro e avanzano poi nel piano, che essi stessi hanno in gran parte formato, ed essi stessi tuttora ampiamente condizionano, nel bene e nel male, nelle irrigazioni e nelle alluvioni, nel fornire energia e nell’impaludare le basse, imponendovi una grandiosa, plurimillenaria opera di bonifica.

    La saldatura fra le due sezioni, in rilevato e in piano, è data dalla lunga cimosa sulla quale si sono incamminati gli uomini fin dall’età più remote; che è stata rafforzata dai Romani con la Via Emilia, onde la Regione ha tratto il nome ; che vi ha richiamato in lunga, numerosa, vivace serie i fondamentali centri umani di coordinamento. E altri elementi ancora di coesione troveremo nel clima, nella vegetazione, nelle forme dell’economia produttiva, nei caratteri etnografici, sociali, culturali della popolazione, ecc.

    Il Po a Piacenza.

    Punta di Gabicce.

    Può essere discussione, quindi, sui confini naturali di questo paese soltanto là dove i tre elementi, che li designano, vengono a trovarsi volta a volta a contatto.

    Il Po finisce al mare con un ampio delta, accompagnato, per di più, al nord, dalle lagune venete, al sud dalle valli di Comacchio. Dal punto di vista naturale, tutto il delta è una unità geografica a sè, che potrebbe essere assunta come di transizione fra le altre tre, dell’Emilia, del Veneto e del mare. Non sarebbe improprio, però, considerare confine naturale fra le due regioni continentali il braccio principale del delta, ch’è oggi il Po Grande verso la foce chiamato Po della Pila.

    La valle del Marecchia vista da Pietracuta. In alto il castello medioevale e il borgo di Montebello al confine tra Marche e Romagna.

    Più complesse le condizioni nella zona ove s’accostano il Po e il crinale appenninico. Conviene assumere come indice particolarmente significativo la stretta di Stradella, dove le pendici (non certo il crinale!) dell’Appennino giungono a incombere sul fiume, anzi un relitto di esse — il Colle di San Colombano — è rimasto al di là, tagliato appunto dal corso d’acqua. E di qui, in conseguenza — come vuole, d’altro canto, la tradizione — distinguere come emiliane le valli della Trebbia e del Tidone da quelle della Scrivia e della Stàffora, dirette, del resto, non più da sudovest a nordest, ma decisamente da sud a nord per tutto il loro corso.

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    Al terzo vertice infine, quello di sudest, il mare si accosta sempre più al monte, finché le pendici ne strapiombano su di esso nelle ripe fra Cattolica e Pesaro.

    Qui, alla Punta di Gabicce, si pone il limite estremo meridionale naturale della regione. Ed anche in questo caso per quanto il crinale appenninico sia ben più airinterno. Tuttavia neppure da questa parte è difficile cogliere negli aspetti della montagna elementi che segnano il trapasso dal paesaggio evidentemente romagnolo a quello evidentemente marchigiano. E l’alpestre paese di Montefeltro a segnare questo trapasso, con la propria unità orografica e storica, col massiccio del Monte Car-pegna, che tocca i m. 1415 sul mare, e infine con la curiosa, ma anche ben significativa persistenza dell’antichissima individualità politica della Repubblica di San Marino.

    Qualcos’altro resterebbe da dire, tuttavia, della confinazione lungo il divisorio appenninico.

    S’è detto crinale, per semplicità. Realmente potrebbe esservi qualche discussione, perchè non sempre la linea delle vette più alte segna anche lo spartiacque, che divide le unità vallive dei versanti. E questo è un fondamento naturale che concorre a spiegare la varia vicenda delle intrusioni delle unità politiche (lato sensu: Stati, circo-scrizioni amministrative, ecclesiastiche, ecc.) da l’uno a l’altro versante.

    Ancor oggi i confini delle province emiliane e romagnole, quindi anche della regione amministrativa, nonostante le correzioni relativamente recenti — il passaggio dell’intero circondario di Rocca San Casciano dalla provincia di Firenze a quella di Forlì (4 marzo 1923) e di dieci comuni dell’ex-circondario di Bobbio da Pavia a Piacenza (8 luglio 1923), tre dei quali tuttavia vennero poco dopo restituiti a Pavia (23 dicembre 1926) — ne risentono le conseguenze e non corrispondono del tutto ai cennati confini naturali. Le alte valli del Reno, del Santerno, del Senio sono rimaste alla Toscana, il Montefeltro (alta Marecchia) alle Marche (2). E San Marino conserva la sua millenaria indipendenza. Non solo, ma una esondazione della Lombardia, datante dai duchi di Mantova, persiste al di qua del Po nell’ampia striscia da Suzzara a Sermide, con Gonzaga, Revere e Poggiorusco.

    Dove poi l’attuale corso principale del Po a valle di Berrà volge a nordest e se ne distacca il Po di Goro, formando l’isola di Ariano, il confine amministrativo segue questo tortuoso braccio meridionale fino al suo sbocco in mare, lasciando pratica-mente tutto il delta vero e proprio al Veneto.

    Il nome

    Quando il dominio di Roma si estese a settentrione dell’Appennino (secolo III avanti Cristo) il territorio « emiliano » era considerato compreso nella Gallia Cisalpina. Tuttavia ben presto in questa si era anche avvertita la distinzione fra Gallia Transpadana e Gallia Cispadana, termini peraltro di molto più recente conio e non ricorrenti nella letteratura classica. Piuttosto la « Cispadana » vi è indicata come «Gallia Togata» e quest’ultima, appunto, corrispondeva press’a poco all’Emilia di oggi. « Gallia Togata non est, ut quidam credunt, ipsa piane Cisalpina, sed Cisal-pinae pars. Togata enim incipit a Rubicone flumine et Placentiae terminatili»: così Manuzio commentando una delle epistole ad Atticum di Cicerone.

    Nell’ordinamento territoriale dato all’Italia da Augusto (probabilmente intorno al 27 a. C.) questa era indicata, ancora senza nome proprio, diremo, « ufficiale », come Vili Regio, ponendone i limiti, come nella già riferita scultorea definizione di Plinio, a Rimini, cioè probabilmente al Conca, al Po e all’Appennino, senza però raggiungerne il crinale.

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    Il nome Aemilia compare per la prima volta in Marziale (III, 4 e VI, 85, v. 5), cioè nella seconda metà del secolo I d. C., dato che fra il 60 e il 90 dell’Era volgare fiorì l’attività poetica di lui. Ma si hanno già testimonianze anteriori di una denominazione Regio Aemiliae Viae per indicare la Regione Vili della divisione augustea dell’Italia.

    Il Rubicone presso la foce.

    Il torrente Conca a Cattolica.

    Sotto Adriano (117 d. C.) una nuova ripartizione dell’Italia in diciotto province restringeva l’Emilia (X Regio) alla sezione occidentale fino al Bolognese e dava il nome di Flaminia all’XI Regio, con capoluogo Ravenna, ma estesa fino al Foglia o secondo altri addirittura fino all’Esino.

    Nel rimaneggiamento di Diocleziano (fra il 290 e il 300 d. C.) l’Emilia fu unita alla Liguria e la Flaminia al Piceno; questo fu di nuovo separato da quella nel IV secolo, ma la divisione fra la Flaminia ed Emilia perdurò neirimpero d’Occidente fino al suo dissolvimento.

    Nell’ordinamento di Costantino la Prefettura d’Italia (una delle quattro in cui si divideva l’Impero) comprendeva dieci Diocesi: rVili Diocesi i due Vicariati di Roma e dell’Italia e quest’ultimo sette regioni, fra le quali Aemilia cum Bonortia e Flaminia et Picenum Annonarium cum Ravenna et Sena Gallica

    Nel catalogo delle province d’Italia assunto da Paolo Diacono nella Historia Longobardorum troviamo « Octava Provmcia Aemilia : incipiens a Liguria provincia, inter Alpes Appenninas et Padi ftuentia. Haec locupletibus urbibus habet, Placentia, Regio, Bononia, Forum Corneli, cuius castrum Imola appellatur.

    « Nona Provincia Flammea, inter Alpes Appenninas et Mare Adriaticum. In qua sunt nobilissima urbium Ravenna » e cinque altre « civitates graeco vocabulo Pentapolim ».

    La conquista bizantina, che fece capo a Ravenna e il successivo suo rifluire sotto la spinta delFinvasione longobarda avevano legato il nome di Romania, fattosi Romagna, alla parte sudorientale della regione. Fu detta anche Romaniola e Roman-diola per farla intendere parte di una Romania più estesa costituita da tutto il dominio dei Romani (d’Oriente) in Italia. E corrispondeva, ridotta alla giurisdizione immediata dell’Esarca ravennate, all’Esarcato.

    La sezione occidentale della regione rimase in questo tempo anonima o, meglio, confusa nella Lombardia (da Longobardia).

    Però il nome Emilia si ripete ancora nelle circoscrizioni ecclesiastiche: così nel deliberato del Concilio di Guastalla del 1106: «in hoc concilio statutum est ut Aemilia tota cum suis urbibus id est Placentia, Parma, Regio, Mutina, Bononia, nunquam ulterius Ravennatensi metropoli subiaceret ». Dettato interessante anche perchè pone nettamente Bologna nell’Emilia strido sensu, cioè fuori della Romagna.

    Comunque, delle successive sorti del nome Romagna tratteremo ancora, più appropriatamente, quando appunto si parlerà della Romagna come subregione.

    Qui basti ricordare che il senso ne ha oscillato fra un’accezione restrittiva, alla quale da ultimo si è limitata e che anche noi riteniamo più propria (la Romagna da Cattolica al Sìllaro) e una estensiva, tale da comprendere anche il Bolognese e il Ferrarese, per designare con un nome solo quella che per un lungo periodo, fino al 1859, è stata in certo modo una unità politica. In questo senso si è anche usato, spesso, il termine al plurale, « le Romagne », quasi a compromesso fra la prima accezione del singolare, più propria ma limitata, e la seconda, inesatta ma comoda a fini pratici.

    Vedi Anche:  Storia dell'Emilia Romagna

    Il nome Emilia è riesumato di tanto in tanto da qualche erudito del Rinascimento ma con scarso successo. Leandro Alberti lo ricorda, ma preferisce parlare di « Lombardia di qua dal Po» e «Romagna» (Descrittione di tutta Italia, 1550); il Magini, nella sua edizione 1598 del Tolomeo, intitola le pagine relative alla nostra regione La Lombardia Cispadana già VEmilia.

    Per breve ora, dal 20 settembre 1796 al 28 giugno 1797, la regione ebbe figura propria col nome di Repubblica Cispadana, poi incorporata nella Cisalpina e quindi nel Regno d’Italia. I moti del 1831 videro un concorso di patrioti dai Ducati e dalle Legazioni e la costituente da loro convocata prese il nome di Assemblea delle Romagne (quella che proclamò l’effimero Stato delle Province Unite Italiane).

    La denominazione Emilia ritorna in qualche geografo dell’Ottocento, ma più esplicitamente nella proposta del Frulli (1851), «fermo adunque che l’Emilia sia la naturale regione italica comprendente i due Ducati e le quattro Legazioni », di indicare come entità geografiche Emilia occidentale quella dei Ducati ed Emilia orientale il territorio delle quattro Legazioni. Ma il nome unico per tutta la regione, Emilia, fu richiamato finalmente in vita soltanto da Luigi Carlo Farini, quando ne fu costituita l’unità politica dopo le insurrezioni del giugno 1859.

    Inviato come Commissario del Re di Sardegna, egli dopo Villafranca assunse (30 novembre 1859) il titolo di Dittatore delle province dell’Emilia, ne riuniva le assemblee elette, che votavano l’annessione deH’Emilia al regno costituzionale di Vittorio Emanuele (settembre), voto confermato col plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860.

    Da allora il nome rimase a contrassegnare uno dei 18 « Compartimenti » (20 quando si aggiunsero, nel 1918, la Venezia Tridentina e la Venezia Giulia) nei quali si raggruppavano ufficialmente a fini statistici e amministrativi le province del regno.

    Infine nella nuova Carta costituzionale della Repubblica italiana, promulgata il 27 dicembre 1947, la regione era compresa fra le 19 nelle quali doveva articolarsi il territorio nazionale (art. 131). Ma riceveva ufficialmente il nome di Emilia-Romagna col quale si intese conferire un riconoscimento all’individualità tradizionale della Romagna, pure restando fissa l’affermazione dell’unità regionale di cui fa parte. La denominazione in altri termini, non va interpretata, a nostro avviso, come quella di una unità conseguente all’accostamento di due minori aventi ciascuna un certo e pari grado di individualità distinta (come può essere il caso per il Trentino-Alto Adige o per l’Abruzzo e Molise), ma nel senso di « Emilia compresa la Romagna ». L’Emilia è una dal Po a Cattolica, dall’Adriatico all’Appennino: in essa, dentro essa si distingue per propri peculiari caratteri storici, etnici e ambientali, più nettamente delle altre, una parte che si chiama ed è la Romagna.

    Area e popolazione

    Entro questi limiti, con questi fondamentali caratteri unitari e con questo nome, l’Emilia-Romagna occupa un’area di 22.126 kmq., il 7,34% di tutto il territorio nazionale, sesta fra quelle di tutte le regioni italiane, poco meno della Toscana, che precede, e notevolmente più estesa della Puglia e del Veneto che seguono (19.347 e 18.378). Escludendo la Valle d’Aosta, il valore supera notevolmente la media delle 18 regioni (16.553 kmq.).

    La popolazione complessiva deH’Emilia-Romagna al censimento 1951 risultò di 3.544.340 ab. residenti su 47.516.000 di tutta Italia. Anche a questo riguardo occupa il sesto posto, con piccole differenze in meno rispetto al Piemonte e in più rispetto alla Puglia. E supera largamente la media delle 18 regioni (esclusa la Valle d’Aosta) che è di 2.640.000 ab. circa.