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Le colture, l’allevamento e le foreste

    Colture, allevamento, foreste

    Il frumento e gli altri cereali

    Il seminativo di più generale diffusione è naturalmente, anche in Toscana, il frumento: dalla pianura alla collina e fino alle fasce montane, a mille metri e più di altitudine, il frumento costituisce in ogni podere la base prima del sostentamento del contadino, mezzadro o proprietario. Il rendimento può essere basso, la coltivazione faticosa, ma il coltivatore è sempre legato a questo prodotto che ancor oggi come in passato, quando gli scambi erano più difficili e l’economia poderale quasi autarchica, rappresenta l’alimentazione base per se stesso ed i suoi familiari. Negli ultimi anni certamente colture più redditizie quali la barbabietola da zucchero, il tabacco, gli ortaggi hanno bandito il frumento da qualche campo della pianura; nuove e più complesse rotazioni ne hanno ridotto, se pur lievemente, lo spazio in collina; la decadenza dell’economia montana o la sua evoluzione verso altre colture hanno fatto abbandonare alcuni campi più alti: e tuttavia esso occupa ancora circa 380.000 ettari di terreno, superficie per altro accresciutasi nell’insieme rispetto all’anteguerra di circa il cinque per cento a causa della riforma e dell’appoderamento di alcuni tratti della Maremma e delle Crete senesi. Fortemente aumentato è il rendimento unitario per i miglioramenti tecnico-colturali, soprattutto nella pianura e nella collina ed in qualche parte della montagna: mentre prima dell’ultimo conflitto la media di produzione per ettaro era di 13-14 quintali, oggi essa ha superato i 20, con punte assai alte, intorno ai 30-40 nelle pianure.

    Molto si può tuttavia ancora compiere per un ulteriore miglioramento di questa coltura, che nella collina, e soprattutto nella montagna, è spesso tecnicamente invecchiata. Non mancano le aziende specializzate, ove si sono avuti rendimenti molto elevati anche nelle fasce più alte, ma il singolo contadino, che non si distingua per mezzi ed istruzione particolare, è legato ancora a pratiche che non consentono alti rendimenti: poco impiego di concimi chimici, scarsa meccanizzazione, semina talora a mano, scarsa scerbatura, fatti questi che spiegano come in montagna si abbiano ancora rese soltanto di dieci quintali per ettaro (all’inizio di questo secolo si era intorno ai cinque) e come la coltivazione risulti poco produttiva.

    Colture cerealicole e radi oliveti a sud di Siena,

    La produzione complessiva ha ormai superato nelle annate favorevoli gli otto milioni di quintali: maggior importanza hanno le province di Firenze, di Siena e di Grosseto, seguite da quelle di Arezzo e di Pisa (vedi tabella alla fine del volume).

    Coltura povera, non molto curata perchè considerata di modesto reddito e neppure molto estesa, è stata sempre in Toscana quella del granoturco, che tuttavia ha visto negli ultimi decenni un considerevole miglioramento delle qualità e delle rese: mentre lo spazio ad esso destinato è andato lievemente diminuendo, il rendimento è salito da 13 quintali a quasi 25 per ettaro, pur restando sempre sensibilmente inferiore alla media italiana. Le condizioni ambientali non sarebbero contrarie a questa coltura, almeno ove i terreni non soffrano troppo dell’aridità; essa si estende così dalla pianura fino alla montagna. Particolare importanza assume in Lucchesìa, in pianura ed in collina, dove le medie sono molto alte (circa 40 q. per ettaro) e in alcuni tratti della pianura pedemontana pistoiese. I rendimenti minori si hanno nella Toscana interna, nella montagna aretina e sulle colline maremmane (intorno a 16 q. per ettaro).

    La scarsa frequenza di acque per irrigazione non ha mai consentito in Toscana lo sviluppo delle colture risicole, che compaiono su piccole superfici in provincia di Lucca, sui margini settentrionali del lago di Massaciuccoli. Già vietata prima del secolo scorso per timore che le acque delle risaie portassero la malaria, la coltura del riso ebbe una certa espansione alla metà dell’Ottocento, sia intorno al lago, sia, per alcuni anni, nella piana di Lucca; nei primi anni di questo secolo essa si estendeva su più di seicento ettari. Attualmente la superficie coltivata a riso è limitata a poche decine di ettari.

    Tra i cereali minori, cui vengono destinati in genere i terreni più poveri, ha importanza non trascurabile l’avena, di cui la Toscana dà il dieci per cento di tutta la produzione italiana. Un tempo molto diffusa in Maremma, si è ora ridotta come estensione, con le riforme agrarie, di circa la metà, ma le rese sono in compenso assai aumentate (circa 16 q. per ettaro). La produzione è notevole anche in provincia di Siena e di Pisa, mentre è scarsissima nelle province settentrionali. Anche la coltura dell’orzo raggiunge quasi il dieci per cento della produzione italiana, ed è diffusa in modo particolare nelle province meridionali (Siena e, soprattutto, Grosseto). Scarsa la produzione di segale (cinque per cento di quella italiana), diffusa nella montagna, soprattutto in quella aretina e dell’Amiata.

    L’olivo

    Fra le piante più tipiche della Toscana, che accompagnano il paesaggio agrario dalle pendici appenniniche al mare e danno un colore e un’impronta particolare alla campagna, è quella dell’olivo, la più importante espressione dell’agricoltura dei colli toscani. L’olivo non ama la montagna, troppo fredda d’inverno — la pianta teme il gelo se si spinge verso i dieci gradi sotto zero — e neppure la pianura, troppo spesso nebbiosa e con il suolo umido e poco permeabile. La collina invece, ove non dominino suoli argillosi compatti, come nelle crete senesi, offre all’olivo pendii soleggiati e asciutti, senza troppo forti rigori invernali, fino a 400 ed anche 500 metri di altitudine. Si ha così un limite inferiore della coltura, dovuto soprattutto al terreno e all’umidità, la cui altitudine varia in rapporto alla posizione costiera o interna delle pianure, e uno superiore dovuto soprattutto alla temperatura ; ciò nonostante le piante invadono talora certi tratti delle pianure stesse e risalgono in condizioni certamente poco favorevoli e con scarsi redditi anche oltre i 500 metri di altitudine.

    Utilizzazione del suolo in Toscana. (Riduzione da «Carta dell’utilizzazione del suolo in Italia».

    Oliveto in Versilia.

    Malgrado la sua larga diffusione e l’importanza nell’economia poderale, l’olivo è per lo più coltivato in Toscana promiscuo ad altre colture: in filari, talora unito alla vite, o sparso irregolare tra i campi. L’assenza eli colture specializzate in gran parte della regione va imputata soprattutto alla tradizionale autonomia economica dei singoli poderi, che si è affermata attraverso i secoli anche in relazione alla mezzadria. Solo verso il mare, ove le condizioni climatiche sono migliori e dove alligna anche l’olivastro spontaneo, si hanno veri e propri boschi di olivi, quali quelli prospicienti la Versilia o la pianura lucchese e pesciatina o la costa a sud di Livorno. Non hanno certamente questi boschi l’imponenza di quelli calabresi o pugliesi, ove le piante raggiungono dimensioni molto maggiori, ma si presentano più che nel Mezzogiorno curati, potati, sistemati spesso con enorme lavoro su terrazzi sorretti da muri. Oggi non mancano certo anche i casi di boschi densi, invecchiati che sembrano quasi incolti, e che sono in realtà trascurati per l’abbandono delle campagne. Due sole varianti costituiscono oltre l’ottanta per cento degli esemplari coltivati: il frantoio e il moraiolo; si ricorda come campione di longevità «l’olivo della Strega» nel Grossetano, che pare raggiunga duemila anni di vita.

    Il frutto viene raccolto a mano e tale operazione è detta brucatura; solo quando gli alberi sono più alti, come accade spesso in Lucchesìa, si ricorre alla bacchiatura con un lungo bastone. Il contadino toscano tiene molto a questo raccolto, non solo per il buon reddito in rapporto alle altre colture della collina, ma per la propria alimentazione in cui fa largamente uso dell’olio casalingo, ben più nutriente e profumato di quello prodotto dalle industrie.

    La coltivazione dell’olivo si estende in Toscana su circa 220.000 ettari dei quali solo 50.000 in coltura specializzata. Quest’ultima domina nella provincia di Grosseto, che raccoglie un terzo degli oliveti della regione, e compare largamente anche in quella di Pistoia, dove invece è assai scarsa la coltura promiscua, in quella di Arezzo, di Pisa e di Lucca. Le province di Firenze e di Siena hanno solo coltura promiscua: ed è proprio sulle colline che si estendono tra le due città che l’olivo dà un’impronta inconfondibile al paesaggio per la sua presenza quasi in ogni campo. La produzione di olive supera in genere un milione di quintali, con oltre duecento-mila quintali di olio prodotto (vedi tabella alla fine del volume). Le variazioni di anno in anno sono però assai notevoli, in rapporto all’andamento più o meno favorevole del tempo : la produzione può ridursi talora a meno di un terzo di quella delle annate migliori (per es., nel 1956 furono prodotti solo 430.000 q. di olive e 85.000 di olio). La maggior parte delle olive è destinata alla deificazione, con una resa di circa venti chilogrammi di olio per un quintale di olive.

    La vite

    Altra coltura di generale diffusione è quella della vite, che trova, al pari dell’olio, un ottimo ambiente climatico e pedologico soprattutto nella fascia collinare non argillosa fino a 450-500 metri di altitudine e che si spinge talora anche oltre 600.

    Il contadino toscano dedica per tradizione particolari cure alla vite, perchè ne trae spesso — e più ne traeva in passato — una notevole parte del reddito poderale, e perchè il vino del podere gli deve servire tutto l’anno per il consumo familiare. Oggi tuttavia, con la crisi del mercato e la difficoltà di vendere quando non si tratti di un prodotto pregiato, e con la scarsità di manodopera per l’abbandono di molti poderi, è facile vedere attraversando la campagna toscana vigneti trascurati, con piante invecchiate di fronte a poche piantagioni giovani.

    Vedi Anche:  Storia della Toscana

    Come l’olivo, e ancor più di questo, la vite non è quasi mai una coltura specializzata, ma compare in lunghi filari più o meno distanti fra loro, che dividono campo e campo, su una superficie di ben 450.000 ettari, un po’ diminuita rispetto al periodo bellico: il vigneto specializzato non ne occupa neppure il dieci per cento. Il numero di viti dei vigneti raggiunge però circa la metà di quelle in colture promiscue (oltre 150 milioni). La vite è sparsa un po’ dappertutto, ma le province più ricche ne sono quelle di Firenze, di Arezzo e di Siena e, per la coltura specializzata, quelle di Pisa, di Livorno, di Grosseto.

    Tipico paesaggio di collina presso Barberino Val d’Elsa.

    Casa rurale nella regione vinicola del Chianti.

    Vi sono in Toscana varie zone ben note per i loro vini: basti ricordare il Chianti, ove si produce un vino secco, « leggermente profumato, dal sapore morbido, di media alcoolicità », che è divenuto uno dei più famosi e commerciati del mondo. E così pure il Monte Albano, i colli attorno a Firenze, specie a sud della città, la valle inferiore della Sieve, dove a Rufina e Pontassieve sono vari importanti stabilimenti vinicoli. Ottimi vini largamente commerciati si hanno nelle colline di Arezzo, di Pisa, di Lucca, di Montepulciano, della valle dell’Arbia. Particolare nome ha poi l’Aleatico dell’Elba, tratto da vigneti che occupano i pendii terrazzati dell’isola degradanti sul mare.

    La produzione complessiva di uva toscana, destinata quasi interamente alla vinificazione, ha subito in questo secolo sensibili variazioni di anno in anno e da periodo a periodo: da una media di 5 milioni di quintali negli anni precedenti la prima guerra mondiale, si è passati, nel 1923-25, a quasi 10 milioni, per tornare poi ad una media di circa 6-7, che resta più o meno ancora oggi.

    La patata e le colture “ industriali

    Ben si adatta all’ambiente montano la patata, che subentra al granoturco ove i terreni siano più freschi e minori le temperature estive; queste ultime favoriscono in basso lo sviluppo di malattie come la peronospera. Ma la patata compare anche in numerosi poderi della collina e della pianura; nel Pisano e, in minor misura, intorno a Pistoia acquista notevole rilievo economico la produzione delle patate primaticce (circa 100.000 q. nella regione, di cui due terzi in provincia di Pisa).

    Particolarmente estesa nella collina e nella montagna aretina, dove occupa una superficie di 2300 ettari, con rese unitarie tuttavia piuttosto basse (intorno a 60-65 q. per ettaro), la coltura della patata è diffusa in tutta la regione, se si esclude la provincia di Livorno; la produzione raggiunge in certe annate anche due milioni di quintali, con una resa di cento quintali per ettaro e talora anche di duecento (pianura pisana).

    Limitata ad alcune parti soltanto della regione è la coltura della barbabietola da zucchero la cui estensione, variabile di anno in anno, si aggira sui 5000-6000 ettari: una percentuale minima, circa il due per cento, rispetto a quella italiana. Le rese unitarie, grazie all’introduzione di metodi moderni di coltivazione e all’abbondante uso dei concimi, sono molto salite nel dopoguerra superando in media i trecento quintali per ettaro, cioè il doppio che negli anni avanti il conflitto. La siccità estiva ostacola talora lo sviluppo della pianta, ma aumenta il titolo zuccherino.

    La bietola si coltiva soprattutto nelle pianure e nelle basse colline della Toscana interna, nelle valli appenniniche, come il Mugello, il Casentino, la Val Tiberina e nella fascia costiera a sud di Livorno, per esempio, intorno a Cécina, dove si ha anche un importante zuccherificio, e in brevi tratti della Maremma, introdotta dagli enti di riforma. Nella provincia di Siena una discreta percentuale è destinata anche all’alimentazione del bestiame.

    Molto modesta come estensione anche la coltura del tabacco, che si estende su circa 2500 ettari nelle fasce inferiori di varie vallate interne, come la Valdichiana, la Val Tiberina (la provincia di Arezzo dà più della metà della produzione regionale) la Valdelsa, il Valdarno inferiore (la provincia di Pisa dà il quindici per cento della produzione). Manca quasi del tutto nelle province di Grosseto, di Livorno, di Pistoia, di Massa-Carrara. La superficie era assai più diffusa in passato — il tabacco è coltivato in Toscana fino dal Seicento — e si ridusse prima dell’ultima guerra a poco più di 1600 ettari. Il prodotto non è poi di qualità molto pregiata.

    Orti e frutteti

    Gli ortaggi toscani godono, com’è noto, di una ben meritata reputazione ed alimentano cospicue correnti di esportazione verso mercati italiani e stranieri. Coltivazioni di ortaggi si hanno in varie parti della regione, specie nelle pianure irrigue ed intorno ai centri maggiori, ma si tratta spesso di colture in  avvicendamento con altre e solo in alcuni casi di veri e propri orti specializzati. Particolare nome hanno i cavolfiori, che nelle loro diverse varietà maturano lungo molti mesi dell’anno, dall’ottobre aH’aprile, e che costituiscono la produzione più importante della regione, per cui la Toscana segue solo alla Campania.

    Pure molto rinomati sono i carciofi di Empoli e del Valdarno, gli asparagi di Pescia, i cavoli cappuccio, le patate primaticce, gli spinaci, i finocchi, i sedani, ecc. Sono questi gli ortaggi di maggior produzione, cui devono aggiungersi anche i pomodori, soprattutto nella Toscana costiera da Pisa a Grosseto, i poponi e i cocomeri, per cui è nota la provincia di Arezzo, le cipolle, i fagioli, i piselli.

    Una caratteristica area orticola è quella di Pisa, intorno ai fiumi Arno e Serchio, nei terreni più sciolti e permeabili : la « zona del cavolfiore », si estende intorno all’Arno, tra Pisa, Calci, Cascina e San Pietro in Grado, e quella dello spinacio tra il lago di Massaciuccoli ed il Serchio, fin verso Pisa e San Giuliano.

    La specializzazione da colture comuni in orti veri e propri cominciò qui già verso la fine del secolo scorso, da quando aumentarono le richieste del mercato, specie per le esportazioni in Germania. Sono così sorte aziende puramente orticole, oppure nei poderi si sono estese le zone ad ortaggi in seno a quelle cerealicole. La produzione del cavolfiore ha superato nel dopoguerra mezzo milione di quintali annui, mantenutasi poi su una media di circa 400.000 quintali. A questa produzione deve aggiungersi quella delle altre parti della regione, specie degli orti intorno a Livorno ed a Firenze, che nell’insieme è più che altrettanto.

    La supremazia degli orti pisani si fa sentire più forte per gli spinaci: nella bassa valle del Serchio se ne coltiva infatti il settanta per cento di tutta la Toscana, con una produzione che supera un centinaio di quintali annui. Sia i cavolfiori che gli spinaci, le insalate, il pomodoro, i carciofi, sono in grandissima parte esportati sui mercati dell’Italia centrale e settentrionale e all’estero.

    Anche se non mancano le piante da frutto non si può certo affermare che la Toscana sia terra di frutteti e di alta produzione frutticola ; le piante sono infatti sparse, non più di sei o sette per ettaro in media, eccetto in alcune zone in cui salgono a trenta e più, e costituiscono in genere un reddito trascurabile nell’economia poderale, oggetto di poca cura da parte dei coltivatori. Alcuni frutteti si trovano nella parte settentrionale della regione, soprattutto in provincia di Pisa. Un certo rilievo ha la produzione di pesche, di albicocche, di ciliege, di pere e di mele.

    Tra le piante da frutto è da ricordare anche il castagno, di cui meglio si dirà in seguito: si producevano un tempo forse 1,5 milioni di quintali di castagne, ma i dati ufficiali parlano oggi di poco più di 200.000 quintali. Le richieste dei prezzi sono diminuite rispetto agli altri prodotti e si trascura molto spesso la raccolta del frutto. Vi è ancora attiva una certa esportazione di marroni per l’industria dolciaria.

    I vivai della Toscana settentrionale

    Nella fascia pedemontana delle pianure della Toscana settentrionale, tra Pistoia, Montecatini, Lucca, Viareggio si sono sviluppati nell’ultimo secolo e in particolare negli ultimi decenni numerosissimi i vivai di piante da giardino, di olivi da trapianto, di fiori, che hanno acquistato rinomanza nazionale e rilevante importanza economica. Perchè questa forma intensiva di sfruttamento agricolo, ad alta specializzazione, si sia estesa proprio in questa zona, non è facile a dire, chè molti sono i fattori che vi hanno contribuito, da quelli naturali a quelli storici ed economici.

    Protetta a nord dalle montagne appenniniche ed aperta a mezzogiorno, la zona dei vivai ha un clima non molto rigido in inverno, che tuttavia non si differenzia molto da quello delle altre pianure interne toscane: il gelo vi è abbastanza raro, ma i venti invernali che scendono dai monti, specie nel Pistoiese dove sbocca la valle dell’Ombrone, non sono poi troppo miti. Pare che una breve striscia, proprio ai piedi delle colline, goda di una temperatura migliore che la campagna aperta, più nebbiosa e più umida, e taluno ha osservato in qualche giornata invernale differenze anche di due o di tre gradi a distanza di pochi chilometri.

    Molto importante è certamente la disponibilità d’acqua, che si può trovare anche in estate durante il lungo periodo di siccità, nelle falde alimentate dai numerosi fiumi appenninici e si può trarre dai canali da questi derivati, sicché l’irrigazione è sempre possibile e non troppo costosa.

    Ma i fatti naturali sia pur genericamente favorevoli, poco contano di per sé in questa attività che richiede sempre un’efficace e fortunata iniziativa da parte di qualche coraggioso imprenditore: le prime esperienze, spesso difficili ed onerose, costituiscono dopo i primi successi l’esempio incitatore oltre che la base tecnica per una rapida espansione delle nuove colture. Così è avvenuto anche in Toscana, in una parte della regione favorita per le facili comunicazioni e per la presenza di vecchie attività orticole in piccole proprietà terriere. I primi vivai sorsero a Pistoia intorno alla metà del secolo scorso e presto si svilupparono raggiungendo una certa notorietà e fornendo piante per abbellire i giardini, i viali, i parchi pubblici di Firenze, capitale d’Italia e di molte altre città toscane, emiliane, di tutto il Paese. Alle colture delle piante ornamentali, si aggiunse quella degli alberi da frutto, che fu stimolata anche dalle sovvenzioni governative.

    Vedi Anche:  I centri minori

    Vivai di garofani a Pescia.

    L’estensione di vivai intorno a Pistoia salì così da cinque ettari circa all’inizio del secolo, a duecento nel 1920, a trecento prima dell’ultimo conflitto, a seicento-cinquanta nel dopoguerra. In queste cifre sono compresi in parte i vivai di Pescia, ove non abbiano carattere promiscuo. Duecento ettari in particolare sono riservati alle piante ornamentali e si estendono quasi tutti intorno alla città.

    I vivai pistoiesi hanno in genere carattere industriale e appartengono a grosse imprese di origine locale o introdotte da altre regioni ; i lavoratori a salario vi affluiscono ogni giorno dalle località vicine.

    Molto diversi i caratteri dei vivai di Pescia, dovuti all’iniziativa di piccoli proprietari locali, che risiedono in gran parte sui loro terreni. I primi « olivini » da trapianto comparvero nella pianura Pesciatina, già orientata verso la produzione orticola, nella seconda metà dell’Ottocento ed ebbero sùbito un notevole successo di vendita che richiamò l’attenzione di molti piccoli coltivatori e anche di mezzadri. Le colture si estesero così largamente, acquistando una notevole perfezione tecnica, ed erano divenute ormai il principale reddito di molti piccoli coltivatori della zona, quando, a dare una nuova spinta alla trasformazione agricola, comparvero le prime colture dei fiori, ancora avanti la prima guerra mondiale, seppure in modo sporadico. Anche queste trovarono ambiente favorevole nelle condizioni naturali e, soprattutto, ebbero un grande successo di mercato. D’altra parte i contadini avevano bisogno di nuove redditizie colture, poiché la concorrenza della vendita degli ortaggi era divenuta via via più forte per l’estendersi degli orti un po’ dovunque e specie vicino alla città. Così laddove nel fondo un piccolo spazio era disponibile, i fiori cominciarono a riempirlo, all’inizio quasi come una coltura di ripiego. Ma con le prime redditizie vendite e le prime esportazioni nelle vicine città, si delinearono ben presto le possibilità di uno sviluppo futuro. L’attenzione dei coltivatori fu volta all’acquisto di numerose qualità di garofani dalla Riviera e alla loro ambientazione, cosicché superate le prime difficoltà tecniche, la coltura raggiunse rapidamente estensioni complessive assai vaste; dai nove ettari del 1930 salì a ben 59 nel 1939 e, dopo la crisi della guerra, durante la quale i cereali ricomparvero sul terreno dei vivai al posto dei fiori e degli olivi, ha ormai raggiunto circa duecento ettari di estensione.

    Colture e insediamento rurale nelle colline argillose dell’Antiappennino.

    Le colture di fiori si allargarono poi dalla zona di Pescia a quella di Collodi e successivamente intorno a Montecatini e soprattutto a Viareggio. Caratteristica dei vivai di questa zona è la loro estensione entro aree continue, dove non esistono altre forme di sfruttamento agricolo e l’addensarsi di aziende agricole di modesta estensione, sovente anche meno di un ettaro, a conduzione familiare, con aiuto solo stagionale di manodopera estranea.

    L’allevamento del bestiame

    Sono note le difficoltà che le condizioni climatiche dell’ambiente mediterraneo frappongono ad un allevamento in grande del bestiame da latte e da carne, a causa della prolungata siccità estiva che riduce fortemente la produzione dei foraggi, inaridisce i pascoli naturali, invita il coltivatore a riservare lo spazio irrigato, purtroppo ancora poco esteso, a colture orticole o vivaistiche di alto reddito.

    Ma oltre alle condizioni naturali, intervengono anche fattori umani a far sì che l’allevamento del bestiame presenti oggi una relativa importanza in Toscana e non si sia sviluppato come in altre parti d’Italia: manca infatti nella regione, se non in poche eccezioni, la grande azienda zootecnica specializzata e l’allevamento è strettamente legato per tradizione alle attività agricole poderali. Ogni contadino, mezzadro o proprietario che sia, possiede un proprio bestiame, uno, due, più capi secondo l’ampiezza e secondo la posizione altimetrica del podere, allevato in genere con criteri antiquati, con stalle che risalgono spesso ai secoli scorsi, poco arieggiate e poco pulite. La mancanza di tecniche moderne e di possibilità finanziarie rendono più di una volta il bestiame poco sano e ne diminuiscono la produzione di carne e di latte, fatto questo comune del resto a gran parte delle regioni montane italiane sia appenniniche che alpine.

    Tradizionale allevamento di bestiame bovino in Maremma.

    D’altro canto, l’allevamento ovino e caprino, che meglio si adatta alle condizioni climatiche e al rilievo mediterranei, specie nella forma tradizionale della transumanza, è andato contraendosi fortemente negli ultimi decenni per il progressivo allargarsi delle bonifiche in pianura e il più razionale sfruttamento dell’ambiente collinare.

    Così, mentre le condizioni dell’agricoltura sono in parte assai migliorate negli ultimi decenni, almeno nei rendimenti unitari dei seminativi, con l’introduzione di rotazioni più adatte, di concimazioni chimiche razionali, di più redditizie qualità di sementi, l’allevamento del bestiame ha fatto in Toscana lenti progressi, non solo di fronte alle regioni padane, ma anche di fronte a quelle vicine dell’Italia centrale: da poco meno di 400.000 capi bovini nel 1908, si era saliti all’inizio della seconda guerra mondiale a 480.000 ed oggi a poco più di mezzo milione (514.000 nel i960), pari a circa il sei per cento di tutta Italia. Si osserva però negli ultimi anni una sempre maggiore attenzione degli agricoltori verso l’allevamento bovino, e la costruzione di laghi collinari tende ad ottenere una maggiore produzione di foraggio durante i periodi aridi, in modo da consentire un più alto numero di capi di bestiame entro l’unità poderale.

    Se molto lieve appare l’aumento del numero dei bovini, gli ovini sono invece fortemente diminuiti rispetto al passato: mentre nel 1908 se ne contavano ancora 1,2 milioni, il loro numero è sceso attualmente a mezzo milione, mentre i caprini sono praticamente quasi scomparsi (da 110.000 a 10.000).

    Il bestiame bovino era un tempo in massima parte bestiame da lavoro, ma oggi si tende ad aumentare sempre più la percentuale di quello destinato alla carne ed alla produzione del latte; la percentuale dei buoi è scesa in varie parti a meno del dieci per cento. La produzione del latte nella regione, pure in aumento sensibile rispetto al passato, non ha ancora raggiunto i due milioni di ettolitri (1,3 milioni nel 1938, 1,8 milioni nel i960), di fronte ai 25 milioni della Lombardia, ai 15 dell’Emilia, ai 9 del Veneto. Tra le regioni dell’Italia centro-meridionale tuttavia la Toscana segue soltanto al Lazio (2,5 milioni), lievemente superiore alla Campania ed alla Sicilia. Manca purtroppo una adeguata organizzazione di industrie conserviere, anche a carattere cooperativo, e solo circa un sesto del latte prodotto viene passato alla lavorazione. La produzione di bestiame da carne interessa sempre più i produttori, per cui oggi si preferiscono alle razze tradizionali, come la maremmana e la chianina-maremmana, razze più pregiate per la carne, come la chianina, o per il latte, come la bruno-alpina e la pezzato-nera.

    Molto numerosi erano i greggi di pecore e di capre che nei secoli scorsi si spostavano d’inverno dai pascoli montani a quelli delle pianure interne e costiere, specie della Maremma, e risalivano d’estate, con lente tappe, nelle zone più alte: una migrazione costante cioè dei pastori e degli animali, caratteristica di tutta la montagna appenninica (transumanza). Si ricordano greggi di migliaia e migliaia di capi che traevano nelle aree incolte dei latifondi maremmani e nelle pianure non ancora bonificate ed appoderate una magra ma sufficiente alimentazione invernale, e sfruttavano nelle montagne, dove minore si fa sentire la lunga aridità estiva, il pascolo delle praterie e dei boschi appenninici.

    Ma questa attività è andata fortemente decadendo negli ultimi decenni per l’estendersi dell’appoderamento e della riforma agraria nella collina e nella pianura, che hanno sottratto gran parte dei terreni liberi per il pascolo; nello stesso tempo i pastori della montagna hanno trovato facilmente altri più comodi e redditizi lavori e hanno trascurato le vecchie greggi. Quest’ultimo fatto è, al contrario di quanto comunemente si dice, ancor più importante del primo. E interessante rilevare come oggi si siano trasferiti nel Senese alcuni pastori della Sardegna, che si spostano durante l’anno tra le montagne e le pianure interne e costiere.    

    Greggi transumanti sull’Appennino.

    Guardiani di bestiame in Maremma in un celebre quadro di Fattori.

    Non esistono in Toscana i caratteristici « tratturi » dell’Abruzzo o della Puglia, poiché le greggi seguivano e seguono le strade normali. Un fatto nuovo, manifestatosi specie dopo l’ultima guerra, è il trasporto delle greggi mediante automezzi e ferrovie, per evitare il troppo lungo cammino e le tappe intermedie che risultano troppo spesso scarse di foraggio.

    L’allevamento ovino si estende anche alle zone appoderate, con carattere cioè stanziale, specie nelle zone di montagna e dell’alta collina, ove possono essere sfruttati il pascolo, il bosco o il prato naturale. Esso dà tuttavia un reddito assai modesto: un po’ di latte per qualche chilogrammo di formaggio all’anno, un po’ di lana, il cui prezzo è però diminuito rispetto agli altri generi, e la carne, e pertanto resiste solo quando vi sia nella famiglia del coltivatore abbondanza di manodopera, cioè si possa destinare un vecchio od un bambino alla sorveglianza delle bestie al pascolo. In molte case di montagna è facile vedere delle stalle vecchie, senz’aria, antigieniche con poche pecore e qualche rara capra.

    Vedi Anche:  Cultura e tradizioni

    Più stabile appare invece l’allevamento dei suini aumentati in questo secolo con ritmo costante fino a raggiungere e superare i 300.000 capi ai nostri giorni (circa 200.000 all’inizio del Novecento). Anche l’allevamento dei suini ha carattere casalingo ed è volto in gran parte alla produzione dei lattonzoli o lattoni e, in minor misura, dei magroni. In varie parti della Toscana, specie di quella settentrionale, si vendono gli animali in tenera età agli allevamenti dell’Emilia. Tuttavia le minori richieste sul mercato hanno determinato delle crisi sensibili negli ultimi anni, anche con discesa dei prezzi; nell’allevamento familiare sono ancora molto diffuse le razze Cinta e Cappuccia, mentre viene introdotta con buoni risultati la razza Large White.

    I boschi e l’economia forestale

    Chi percorra la montagna o la collina toscane resta colpito dalla frequenza con cui il bosco compare, non solo in superfici estese nelle parti alte, ma in lembi più o meno vasti sparsi sulle colline tra campo e campo, intorno ai corsi d’acqua, come in tante isole, quasi che ogni podere abbia conservato gelosamente un suo tratto boschivo. E questo uno degli aspetti animatori del paesaggio rurale toscano e una delle caratteristiche delle sue strutture poderali. Per questo motivo il bosco — pur maggiormente diffuso nella montagna appenninica e nei colli interni maremmani — risulta presente un po’ dappertutto nella regione: la sua superficie complessiva è superiore a quella delle altre regioni d’Italia, esclusa la Liguria e il Trentino-Alto Adige; la sua estensione raggiunge il 15 per cento dei boschi italiani, con 820.000 ettari, pari al 37 per cento della superficie produttiva regionale (Italia 20 per cento, con un massimo in Liguria del 54 per cento).

    Naturalmente la sua distribuzione non è uniforme, variando da parte a parte della regione in relazione alle zone altimetriche, ai tipi della proprietà, ai terreni, e ad altri fattori. L’estensione maggiore si ha in collina (460.000 ettari) assai più che in montagna (303.000 ettari) e le province più boscose sono quelle di Pisa, di Lucca, di Massa-Carrara, dove il bosco supera sempre il 40 per cento. Si deve osservare, come tratto caratteristico, che le resinose, che in Italia sono per 1*83 per cento distribuite sulla montagna, in Toscana sono invece in massima parte in pianura.

    Ma questa apparente ricchezza non deve illudere troppo : in realtà il bosco toscano è per tre quarti costituito da ceduo, semplice o composto, e in molte parti anche degradato, sicché il rendimento è complessivamente modesto. Negli ultimi anni però

    il mancato taglio del ceduo per la flessione dei consumi di legna da ardere e di carbone di legna, ha facilitato la ricostituzione di boschi misti di fustaie e di ceduo.

    Una prima importante fascia forestale è quella della pianura costiera, nella zona fito-climatica del Lauretum: le pinete di pini domestici danno qui un’impronta ben caratteristica al paesaggio e costituiscono ancora boschi di origine naturale, soprattutto a nord dell’Arno; imponenti sono anche le pinete a sud di Livorno, specie in Maremma, in gran parte costituite artificialmente per fermare le sabbie litorali, o frenare i venti marini. Il pino domestico va estendendosi anche all’interno, sulle colline di Firenze, di Lucca, di Pisa, insieme al pino marittimo e al pino di Aleppo. Sempre sul litorale, ove la falda freatica sia più vicina ed abbondante, compaiono boschi di farnia, olmo, frassino, ontano, ecc.; ma già si è detto del paesaggio vegetale costiero e di quelli interni.

    Nella fascia collinare, in quella che il Pavari chiama « zona montana appenninica inferiore», il bosco, in massima parte ceduo, è ormai tutto modificato dall’uomo e costituito da formazioni quasi sempre miste, in cui figurano i querceti, con lecci, roverelli, cedri, farnie, e altre piante del bosco mediterraneo di cui si è detto (carpini, aceri campestri, ornielli, castagni, ecc. e, più in alto tigli, aceri montani, faggi, abeti bianchi). I querceti abbondano in varie parti della regione, specie nei terreni argilloso-calcarei, occupando vaste aree della fascia fito-climatica del castagneto. Così in provincia di Firenze, Siena, Grosseto, Arezzo, sulle pendici dell’Appennino, come dell’Antiappennino.

    Sui terreni arenacei prevale, fin verso i mille metri, come meglio diremo, il castagno, mentre la parte più alta della montagna appenninica è rivestita da un mantello di faggi e qua e là dalle scure macchie delle abetine (zona del Fagetum). Suggestive faggete imprimono, con le loro variazioni di colore secondo le stagioni, un tipico aspetto della montagna pistoiese, del Pratomagno, dell’Amiata, delle Apuane. Le abetine sono per lo più di origine artificiale e non trovano spesso in Toscana le condizioni ideali per il loro sviluppo. Tra le più celebrate quelle dell’Abetone, di Vallombrosa, di Camaldoli.

    L’importanza economica del bosco toscano è data, per la prevalenza del ceduo, dalla produzione di legname da ardere, e in misura molto modesta, da quella di legname da lavoro; a questa si deve aggiungere il carbone vegetale, che un tempo occupava molti montanari in tutta la regione, ma che oggi è quasi interamente scomparso per la concorrenza dei gas, che hanno raggiunto le cucine anche delle case più povere. Dai castagneti si traggono frutti e legname da costruzione e per l’industria chimica (acido tannico); dalle pinete litoranee cospicue quantità di pinoli, largamente esportate; dai boschi della Maremma modesti quantitativi di sughero. Il bosco di montagna è poi quasi sempre terreno da pascolo e nei boschi si raccolgono largamente i funghi, per i quali la Toscana ha un primato nazionale.

    La proprietà forestale ha subito le vicende di quella agraria, cui è strettamente legata, cioè è rimasta in massima parte in mano alla ricca borghesia cittadina, alla chiesa e all’ordine militare di Santo Stefano fino al Settecento, quando le riforme lorenesi cominciarono a favorire, pur senza grandi risultati, la formazione di una proprietà privata e contadina. Oggi, esclusi i castagneti da frutto, i quattro decimi dei boschi appartengono alla media proprietà, un quarto alla grande, poco più del trenta per cento alla piccola. Stato e Comuni possiedono solo il sette per cento dei boschi della regione; sono demaniali le foreste ad alto fusto del Casentino, di Val-lombrosa, di Boscolungo, della Limentra, di Acquerino e altre sul mare in provincia di Livorno e di Grosseto. Sono pure demaniali vasti tratti di cedui in provincia di Grosseto, di Livorno, di Lucca. Molto limitate le proprietà comunali.

    La foresta di Vallombrosa.

    Si può dire che non esiste in Toscana l’azienda puramente forestale, poiché il bosco fa quasi sempre parte del singolo podere o della fattoria, occupando i tratti più ripidi e meno adatti alle colture della fascia collinare e montana. Ciò almeno per quanto riguarda i cedui e i castagneti; le resinose sono invece in massima parte di proprietà demaniale.

    Dal Monte Amiata, fino a 1200 metri di altitudine, a quasi il livello del mare, ai piedi delle Alpi Apuane e dei Monti dell’Elba, i boschi di castagno ammantano per larghi tratti la montagna toscana, estendendosi prevalentemente fra quattrocento e ottocento metri di altitudine. La Toscana è così, dopo il Piemonte, la regione più ricca di castagneti (174.000 ettari su 785.000 in Italia), ed è anzi la prima se si considerano solo le fustaie pure (150.000 ettari).

    La foresta di conifere intorno all’Abetone.

    Boschi di castagni sotto il Libro Aperto.

    Il castagno alligna bene, come è noto, sui terreni silicei, che abbondano in Toscana, derivanti dalle arenarie eoceniche, dai galestri, dalla trachite, ma si estende anche su suoli meno favorevoli, esclusi quelli calcarei e quelli argillosi compatti ; esso è così presente in tutte le province, soprattutto, naturalmente, in quelle montane appenniniche.

    Più che una pianta forestale il castagno si può considerare una pianta agraria: il castagneto, infatti, fa parte in genere di piccole o medie aziende agricole, spesso di coltivatori diretti, che vi dedicano una notevole percentuale del loro lavoro: da esso infatti il contadino trae il frutto da vendere e quello per l’alimentazione propria e del bestiame, e, nello stesso tempo, vi porta al pascolo il bestiame e ne ricava abbondante legname. Non è a caso, scrive il Bellucci, che « nelle zone montane si usa giudicare il contadino dal modo col quale è tenuta la selva, così come nella collina lo si giudica dal modo col quale sono tenute le viti e gli olivi, nè è a caso che nelle vallate montane di Massa, di Lucca e di Pistoia, col prevalere del castagneto, rispetto alle altre zone montane, troviamo le più alte densità di popolazione, il migliore assetto idrico geologico del suolo e più diffusa vi è la proprietà contadina ».

    La maggior parte delle piante è innestata ai fini della produzione fruttifera, ma gli esemplari sono in alta percentuale molto vecchi e in via di deperimento, anche a causa delle scarse cure e del poco razionale trattamento cui vengono ancor oggi sottoposti. La diminuzione del prezzo delle castagne per il progressivo abbandono del loro uso nell’alimentazione, anche delle popolazioni locali (un tempo il castagno era detto 1’« albero del pane »), lo spopolamento montano, la diffusione di alcune malattie della pianta come « il mal dell’inchiostro » e il « cancro della corteccia », e ancora l’impiego del legname per l’estrazione del tannino, hanno determinato negli ultimi decenni una forte riduzione della superficie per i castagneti, ridottasi dal 19io al 1938 di 30.000 ettari (comune di Piteglio 56 per cento, di Cutigliano 53 percento).

    Recenti rimboschimenti di pino domestico sulle colline della valle della Sieve.