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Le altre attività primarie: allevamento e pesca

    Le altre attività primarie: allevamento e pesca

    La pastorizia e l’allevamento.

    L’Abruzzo e il Molise contano, ai nostri giorni, su di un allevamento ovino ancora cospicuo, al terzo posto fra le regioni italiane dopo la Sardegna e la Puglia. Infatti non sono pochi 680.000 capi (1967), considerando che la pastorizia, o comunque l’allevamento ovino e caprino, mal si adattano alle attuali condizioni ed esigenze nazionali; ed anche nelle nostre due regioni — pur dotate di molte aree poco favorevoli ad intenso sfruttamento agricolo — l’attività pastorale è spesso in contrasto con l’agricoltura stessa e, a differenza dell’allevamento bovino, è assai meno indirizzabile verso una moderna e razionale organizzazione produttiva. Non ritengo quindi di poter parlare di vera e propria crisi dell’ovicoltura, almeno rispetto al passato recente.

    E tuttavia innegabile che negli ultimi secoli, dalla fine del Settecento in particolare, il numero degli ovini abruzzesi e molisani abbia subito una cospicua contrazione, a causa del progressivo affievolirsi di numerose condizioni — naturali ed artificiali — favorevoli all’allevamento; ciò non soltanto perchè, come è lecito pensare, nel passato l’ambiente abruzzese — e del Mezzogiorno in genere — si prestava meglio alle attività pastorali, ma soprattutto per motivi economici, cioè di mercato. Le popolazioni meridionali, per lo più in condizioni di estrema indigenza, non potevano certo procacciarsi abiti o stoffe di lana pregiata: grande era così la richiesta di lane scadenti ma economiche, come appunto quelle fornite in gran copia dall’Abruzzo, ove peraltro l’ambiente appenninico incoraggiava tale forma di attività primaria; era quindi conveniente l’allevamento su vasta scala, sostenuto dai governi poiché forniva considerevoli entrate fiscali.

    Tali condizioni non sussistono più ai nostri giorni. E noto come l’allevamento ovino necessiti di spazio per essere economicamente produttivo e conveniente: contemporaneamente al restringersi delle terre ad esso destinate, a causa dell’espansione delle colture, i grandi allevamenti si sono spostati in altre aree o hanno subito un vistoso decremento. Così nell’Abruzzo e Molise la decadenza della tradizionale pastorizia transumante è in connessione col progressivo ridursi delle aree « salde » — cioè non solcate dall’aratro — nel Tavoliere, ed in misura molto minore nell’Agro Romano, tradizionali mete invernali della transumanza.

    Presso gli antichissimi abitatori dell’Abruzzo — Pretuzi, Vestini, Marsi, Peligni — di certo l’allevamento ovino aveva già un grande rilievo, ma probabilmente era esercitato solo in forma stanziale, per il carattere chiuso dell’economia di questi popoli e per l’insicurezza di molte contrade. La transumanza si sviluppò soltanto col dominio romano, favorita dalla sicurezza degli itinerari e dall’esistenza di vaste aree incolte, specie nella Puglia. La decadenza giunse con la fine dell’Impero Romano, e solo con i Normanni si ebbe una vigorosa ripresa, favorita da benefici governativi e da leggi particolari a favore degli allevatori, sotto il controllo di appositi funzionari. Questa provvida azione fu proseguita dagli Svevi, i quali fecero aumentare grandemente il patrimonio ovino creando il Demanio del Tavoliere, ma tale floridezza cessò nel periodo angioino a causa della concessione in proprietà di quasi tutti i pascoli demaniali e l’imposizione di forti tasse.

     

    Un’ottima sistemazione della pastorizia, soprattutto di quella transumante, si ebbe con gli Aragonesi, grazie all’abolizione della tassa sugli animali, imposta dagli Angioini, ed alla creazione della « Dogana della mena delle pecore in Puglia », ad opera di Alfonso I, mentre Ferdinando I cercò di migliorare il patrimonio zootecnico importando dalla Spagna la razza Gentile. La « Dogana », che era un’istituzione creata per salvaguardare i diritti degli armentari, concedeva numerosi benefici dietro corresponsione di alcuni canoni in danaro; furono inoltre espropriate numerose proprietà private, specie nel Tavoliere, e aggiunte alle antiche distese demaniali, con il divieto nelle une come nelle altre di qualsiasi coltivazione. L’assegnazione delle aree da pascolo alle numerose « masserie di pecore » — cioè imprese pastorali — veniva fatta in base al numero dei capi posseduti, e in tal modo le maggiori « locazioni », dotate di « poste » ed ovili più piccoli, furono attribuite per secoli alle pingui imprese abruzzesi. Ogni assegnatario, detto « locato », aveva diritto per ogni 100 pecore a 24 ha. di terre salde, e la conta degli animali veniva effettuata da funzionari regi, durante il passaggio dei greggi attraverso i tratturi, nei periodi sanciti per legge: dall’8 al 25 novembre per la discesa, e non oltre il mese di maggio per il ritorno ai monti.

    La rete delle grandi vie erbose che dall’Abruzzo attraverso il Molise menavano al Tavoliere fu in effetti assai fitta e ben tenuta dal Duecento fino alla seconda metà del secolo scorso, quando se ne iniziò la lenta sdemanializzazione. Queste vie coprivano una superficie di 20.000 ha., e le 12 principali si sviluppavano per quasi 1400 km. Particolarmente importanti erano i tratturi L’Aquila-Foggia (243 km.), Celano-Foggia, Rivisòndoli-Lucera, Castel di Sangro-Lucera e Pescassèroli-Candela. Adiacenti ad essi erano i « riposi », cioè vaste zone a pascolo naturale destinate alla alimentazione dei greggi durante gli spostamenti, sulle quali venivano sistemati i posti di controllo per la riscossione della « fida » da parte dei funzionari governativi. I tratturi vennero salvaguardati da apposite leggi per alcuni secoli, ed ancora nel 1908 si stabilì di conservarne in efficienza i quattro principali, precedentemente citati; attualmente essi sono quasi del tutto scomparsi e la loro superficie è stata assorbita in gran parte dalle proprietà degli enti e dei privati.

    Il periodo aureo abruzzese, ed aquilano in particolare — ancor oggi la stragrande maggioranza delle pecore risiede nella provincia dell’Aquila e nel Molise — coprì un arco di quattro secoli, dal Duecento al Seicento, contribuendo alla floridezza di Sulmona prima, dell’Aquila poi, dove si sviluppò un artigianato laniero cospicuo ed efficiente, alimentato da un’attività pastorale che, da sola, era di gran lunga la maggiore risorsa del territorio. Il Cecchettani (1909) calcolò, in base a computi superficiali dell’epoca, che gli ovini del solo Abruzzo aquilano fossero, sei secoli fa, oltre 8 milioni di capi. Tale stima ci sembra estremamente esagerata, ed assai più attendibile appare il computo del De Cesare (1859), che indicò il numero dei capi svernanti in Puglia in 1.048.000 per il 1536 e in 1.500.000 per il 1604; già alla fine del Settecento egli denotò una sensibile flessione di ovini, che alla metà del secolo scorso erano ulteriormente ridotti a 800.000: cifra però sempre cospicua, trattandosi dei soli greggi svernanti nel Tavoliere. La messa a coltura dei pascoli liberi della Capitanata, necessaria per gli accresciuti bisogni alimentari delle popolazioni meridionali, progredì maggiormente all’inizio dell’Ottocento, allorché il governo francese permise di coltivare plaghe ancora più ampie, e la ripresa, dal 1817, della « pastorizia forzata » da parte del governo borbonico ebbe in seguito un’influenza relativa. Si assistè allora al progressivo declino della transumanza tradizionale, con il parallelo decremento del patrimonio ovino che fin dalla metà del secolo scorso fu vòlto in parte verso forme d’allevamento stanziale o di monticazione a breve raggio. Va detto però che in minima parte tali forme riuscirono a sostituire la transumanza — basata su grosse imprese pastorali — essendo attività a carattere pressoché familiare, o tutt’al più da piccola impresa. La transumanza, pur in lenta decadenza, s’effettuava ancora per oltre i quattro quinti degli animali sia verso la Capitanata che, in minor misura, verso l’Agro Romano e la Maremma.

     

    Il Molise aveva allora oltre 250.000 ovini, quasi tutti transumanti data la vicinanza del Tavoliere e della Terra di Lavoro, quest’ultima però molto meno sfruttata. Tuttavia, rispetto all’Aquilano — da secoli specializzato nella grande pastorizia — le condizioni del bestiame potevano dirsi assai scadenti per igiene e per i metodi seguiti, il che influiva sia sulla qualità della lana, molto mediocre, sia sul latte ed i suoi derivati. Il governo borbonico tentò qui di introdurre pecore me-rine, poche in verità, che tuttavia s’acclimatarono bene dando luogo a proficui incroci con le rozze pecore locali e migliorandone quindi la qualità. Nel Teramano pare che nel primo Ottocento vi fossero soltanto 31.000 pecore, e il fenomeno — anche se la cifra sembra eccessivamente bassa —• avvalorerebbe la considerazione che sino ad allora la pastorizia fosse in Abruzzo quasi esclusivamente transumante: il I Ulteriore era lontano dai grandi pascoli e subiva la concorrenza dell’allevamento aquilano; infatti solo 6000 pecore erano all’epoca destinate alla transumanza contro ben 25.000 stanziali, accudite in economia da vecchi o ragazzi. Anche qui si tentarono incroci con montoni merini per migliorare la scadente qualità della lana. Nell’Abruzzo Citeriore si contavano invece quasi 130.000 ovini, divisi in greggi da 300 a 400 capi per la transumanza e in gruppi da 20 a 50 per l’allevamento stanziale. In quel periodo la produzione della lana era ancora ingente nell’Abruzzo aquilano, con oltre 60 tonn. annue, e di qualità discreta, ma era notevolmente minore nelle altre province; cosi anche per i formaggi, assai richiesti a Roma e nel Napoletano.

    Dal 1830 al 1930 il numero totale degli ovini discese, nell’Abruzzo e Molise, da 1.100.000 a 736.000; considerando, oltre al lento ma costante affievolirsi della transumanza e al progressivo deterioramento dei pascoli montani, la sempre minore richiesta di lana scadente sul mercato — e le pecore abruzzesi e molisane sono per lo più da lana — il decremento appare logico, tanto più che da allora ai nostri giorni il patrimonio ovino è rimasto stazionario, anche se talora con vistose oscillazioni. Nell’ultimo dopoguerra, infatti, notiamo addirittura un incremento: 824.000 capi nel 1949, che aumentano fino a raggiungere quasi i 900.000 nel 1953, in conseguenza delle provvidenze governative e della breve ma intensa richiesta del mercato nazionale. Ma da allora ebbe inizio un nuovo processo di diminuzione, lento fino al 1961 (728.000 capi), più rapido dal 1961 al 1964 (682.000 capi), mentre negli anni seguenti il patrimonio ovino si è stabilizzato su cifre oscillanti fra i 650.000 ed i 700.000 capi.

    Le tendenze attuali della pastorizia sono ben diverse da quelle dei secoli della favolosa «mena delle pecore in Puglia»: necessariamente l’allevamento ha dovuto adattarsi, per sopravvivere, a forme prevalentemente stanziali e la transumanza viene effettuata su scala ridotta, trasportando le bestie ai pascoli invernali con autotreni appositamente attrezzati o mediante carri ferroviari. Sulla riduzione dell’allevamento ovino ha naturalmente influito anche lo spopolamento montano, quantunque il fenomeno, con l’abbandono dei campi coltivati, tenda ad ampliare le aree a pascolo; il tenore di vita della montagna aquilana è sempre stato alquanto basso, ed ancor oggi un pastore che accompagna i grossi greggi ai pascoli montani riceve circa 50.000 lire mensili di compenso, oltre a poca roba in natura. È ovvio quindi che pochi ormai finiscono per dedicarsi a tale attività. Va diminuendo così il numero dei già scarsi « armentari », o proprietari di grossi greggi (2000-3500 pecore), ed anche dei « moscetti », ossia proprietari di piccoli greggi da 100 a 500 capi, ma è in incremento o resta stazionario l’allevamento familiare e strettamente stanziale, basato sulle poco esigenti pecore « pagliarole » a triplice attitudine produttiva (lana, latte, carne). In diminuzione appare invece il numero di ovini della razza Gentile di Puglia, essenzialmente produttrice di lana; le richieste di carne, di cui l’allevamento ovino deve tener conto, vengono maggiormente soddisfatte dalla razza Sopravis-sana, diffusa nell’Abruzzo aquilano sudoccidentale e ancor oggi spesso transumante nell’Agro Romano. La pecora di Barisciano, invece, discendente dell’antica razza appenninica che precedette l’importazione della Gentile dalla regione iberica, esiste ormai solo in pochi comuni alle pendici del Gran Sasso ed è stanziale, data la notevole rusticità che la rende simile alla « pagliarola ».

     

    E chiaro che le attuali richieste del mercato dovranno sempre più orientare gli allevatori verso la produzione di carne, ma si nota una decisa resistenza in tal senso, essendo antica e radicata l’abitudine, ormai antieconomica, della triplice produzione. E l’introduzione di razze da carne altamente specializzate — come la Suffolk e l’Ile de France — va facilmente effettuandosi soltanto nelle aziende agricole di alta collina, dove la pecora entri per la prima volta, nel quadro delle conversioni agropastorali.

    L’allevamento stanziale, con gli animali tenuti in prossimità degli abitati o portati sui pascoli comunali, utilizzati dietro corresponsione di una « fida » modesta, sembra ormai l’unica attività possibile, poiché consente di basarsi sull’impresa di tipo familiare. La professione del pastore è infatti troppo dura per poter invogliare dei giovani, anche se poveri, a dedicarsi ad essa. Inoltre il sistema stanziale permette la coesistenza degli ovini con l’attività agricola, ed il possesso di gruppi limitati di animali è un’ottima base di integrazione economica per le piccole aziende agrarie predominanti. Tenuto conto della lieve spesa per l’utilizzazione dei pascoli estivi si comprende l’attuale convenienza di questo tipo di allevamento, specie quando la custodia venga effettuata dagli stessi proprietari. Il problema maggiore è quello del foraggio invernale, dato che per ogni capo ne occorrono almeno 2 q., che difficilmente possono essere prodotti in rotazione dai piccoli agricoltori, proprietari in media di 1-2 ha. di terra. Quando poi la produzione foraggera è cospicua, nelle aziende subentra l’allevamento bovino.

    Tuttavia sembra possibile incrementare o almeno assestare su posizioni stazionarie l’attuale ovicoltura, attività che potrebbe, svincolata dagli ancestrali sistemi poco produttivi, legare le popolazioni alla montagna, frenando l’esodo migratorio. Peraltro, anche le stalle per il ricovero invernale delle pecore — nell’ambito di un allevamento razionale — sono scarse, e i numerosi ma rudimentali ovili attuali non incoraggiano certo un’ulteriore diffusione dell’allevamento oltre i limiti presenti. La buona volontà non manca talora agli allevatori, che cercano qua e là di accrescere la produzione foraggera estendendo il prato-pascolo e tendono a migliorare la qualità degli ovini stanziali con opportuni incroci, tentando in tal modo di adeguarsi alle mutate richieste del mercato. Numerose provvidenze sanitarie mirano inoltre a far scomparire talune malattie, tuttora tenaci, degli ovini abruzzesi.

    Un’altra remora ad un nuovo sviluppo dell’allevamento ovino è costituita però dalla scarsa organizzazione nell’utilizzazione e nello smercio dei prodotti. Mancano forme cooperativistiche che possano, ad esempio, sfruttare su scala semi-industriale la produzione del latte e dei latticini; ciò sarebbe difficile per i residui greggi transumanti, ma è necessario e fondamentale nell’allevamento stanziale, non solo per i latticini ma anche per la lana e la carne. Giova inoltre osservare che l’allevamento ovino nell’Abruzzo e nel Molise rimarrà sempre di scarso valore se non vi sarà un generale orientamento verso la produzione di carne; l’importanza economica della lana greggia è del tutto secondaria — come del resto l’intera produzione nazionale — ed il valore dei prodotti caseari resta su richieste e livelli piuttosto esigui. La triplice attitudine delle pecore — e della diffusa Gentile di Puglia in particolare — fa sì che necessitino i pastori, ormai quasi introvabili, mentre per la semplice sorveglianza di un gregge stanziale da carne può bastare chiunque.

     

     

     

    Lo sforzo per far rinascere l’allevamento ovino, che ha in Abruzzo tradizioni così nobili e antiche, può essere notato nella più importante manifestazione ovicola abruzzese, la « Mostra-rassegna ovini », che viene tenuta ogni anno il 5 agosto in una depressione all’estremità sudorientale del Campo Imperatore, non lungi dal Rifugio Fonte Vètica. Un’idea del crescente sviluppo di questa rassegna può essere data dal numero di animali che vi partecipano: dagli 8000 capi del 1963 siamo passati nel 1966 a ben 30.000, dei quali più della metà provenienti dal vicino centro di Castel del Monte, tradizionale fulcro dell’economia pastorale aquilana.

    L’allevamento caprino, per taluni caratteri consociato all’attività pastorale, va gradatamente restringendosi, soprattutto per i gravi danni che gli animali causano all’attività agricola ed anche per la sempre minore richiesta del latte e degli altri prodotti. Già più di un secolo fa i comuni comminavano severe pene ai proprietari di capre che rovinassero le colture, specialmente nel Molise, tradizionale regione dell’allevamento. Nel 1949 si contavano in tutto oltre 130.000 caprini, mentre attualmente il loro numero oscilla sui 40.000; la diminuzione più sensibile del numero dei capi è avvenuta poco più di dieci anni fa (128.000 nel 1956, 67.000 nel 1957), e il decremento è stato di gran lunga maggiore che non per gli ovini.

    Della recente espansione delle colture foraggere avvicendate ha risentito positivamente l’allevamento bovino, per il quale negli ultimi anni si sta rivelando anche una decisa tendenza verso la diffusione di razze da carne e da latte in sostituzione dell’anacronistico allevamento di capi da lavoro, che tuttavia restano ancora in numero notevole.

    Nella prima metà dell’Ottocento si calcola che nelle due regioni vi fossero 83.000 bovini di razza Pugliese, per quasi due terzi costituiti da animali da lavoro. Particolarmente scarso era l’allevamento nel Teramano — proprio la zona che oggi può contare, assieme al Molise, sul maggior numero di capi — mentre discreto era il patrimonio dell’Abruzzo aquilano (circa 25.000 capi), malgrado la scadente qualità delle razze e la fiorente e radicata tradizione pastorale. Nell’Abruzzo Citeriore il numero dei capi si aggirava sui 22.000, all’incirca come nel Molise, ed anche qui il difetto principale era costituito dall’estrema scarsità delle vacche da latte, al confronto con i bovi da aratro. Nel 1881 il numero dei capi era aumentato, risultando di poco superiore alle 100.000 unità, ma la situazione qualitativa non si era affatto evoluta.

    L’aumento è proseguito costante nel nostro secolo (136.000 capi nel 1908) interessando essenzialmente il Subappennino, dato che l’Abruzzo montano era già da tempo saturo rispetto alle proprie esigue possibilità. All’epoca del Catasto agrario del 1929 il patrimonio bovino aveva raggiunto i 150.000 capi e al successivo computo ufficiale, effettuato nel 1942, risultò di ben 210.000 unità. Nell’immediato dopoguerra la situazione si rivelò stazionaria (204.000 capi nel 1948, 215.000 nel 1951), ma in realtà un notevole sforzo fu prodotto per colmare i vuoti provocati dalla guerra. Una certa crisi dovette essere superata fra il 1955 e il 1959, ma da allora l’incremento è ripreso con ritmo costante fino ai nostri giorni: 259.000 capi nel 1963, 271.000 nel 1967, con una percentuale del 12% di vacche da latte. I bovini sono raggruppati soprattutto nel Teramano (31,5%) e nel Molise (20,7%), mentre nell’Abruzzo aquilano il numero minore è compensato dall’abbondanza delle vacche da latte, che sono più della metà del totale abruzzese. L’allevamento — in gran parte basato ancora su animali di piccola taglia adatti ai magri pascoli e alla scarsa disponibilità foraggera — viene praticato in stretta connessione con l’attività agricola. Fino al Biferno prevale la razza Marchigiana, da carne e da lavoro, e nelle terre più elevate la Podòlico-abruzzese. A queste razze, che non sono in grado di fornire soddisfacenti quantitativi di carne e di latte — e perciò sono a basso reddito — vanno ora rapidamente aggiungendosene altre, in particolare la Bruno-alpina, a spiccata tendenza lattifera.

    I moderni indirizzi produttivi hanno indotto gli allevatori ad incrementare le colture foraggere specializzate, e i bovini, meglio alimentati, rispondono più che per il passato alle richieste dei vicini mercati di Roma e di Napoli, mentre contemporaneamente viene abbandonato l’allevamento semibrado a favore di quello stabulante. Anche la recente introduzione dell’ottima razza da latte Pezzata nera, soprattutto nel Molise e nel Chietino, è sintomatica di un indubbio processo di modernizzazione dell’allevamento. Tuttavia, nonostante l’incremento numerico e il miglioramento qualitativo, nelle due regioni il carico di bestiame grosso è ancora esiguo nei confronti dell’estensione del seminativo, dato che in Abruzzo si ha un capo ogni 2 ettari e nel Molise uno ogni 5 ettari. Se la situazione appare più favorevole nel Teramano, dotato di oltre 80.000 capi (1967), per il Molise, che pure conta su 57.000 capi, ci si chiede come sia possibile arare le vaste distese a seminativo con un carico di bestiame grosso così insufficiente: evidentemente, dato che la meccanizzazione è ancora allo stadio embrionale, si fa ricorso all’asino e al mulo, specie a sud del Biferno, dove l’agricoltura è più arretrata.

    Vedi Anche:  Lineamenti Regionali

    L’allevamento equino, tradizionale soprattutto nel Molise, ha avuto un enorme decremento. Del resto esso non è mai stato troppo fiorente, sia come numero che come qualità dei capi: se nella prima metà del secolo scorso se ne contavano nelle due regioni oltre 140.000, si trattava in prevalenza di asini e muli, essendo i cavalli per lo più scadenti, da tiro o da soma. Naturalmente la struttura stessa del territorio aveva stimolato la tendenza all’allevamento di razze rozze ma forti, adatte agli accidentati percorsi di montagna e di limitate pretese alimentari. All’inizio del nostro secolo, il patrimonio equino si era conservato pressappoco identico — 90.000 capi in Abruzzo e 47.000 nel Molise — e tale è rimasto ancora per più di un trentennio, ma in realtà i cavalli erano già in forte diminuzione, compensati dal numero crescente di asini. Dopo le distruzioni del secondo conflitto mondiale la ricostruzione del patrimonio equino fu, come del resto nelle altre branche zootecniche, particolarmente vigorosa, tanto che dai 125.000 capi del 1948 si giunse, nel 1955, a ben 145.000. Ma da allora è iniziato, specialmente in Abruzzo, il forte declino che ha portato in soli due anni il numero degli equini al di sotto dei 100.000 ed è proseguito fino all’attuale consistenza (1967) di 75.000 capi, suddivisi in parti pressappoco uguali fra le due regioni. La contrazione ha interessato soprattutto i cavalli e i muli, ridotti a un numero insignificante, mentre gli asini costituiscono i tre quinti dell’attuale patrimonio equino.

    Anche i suini hanno avuto una sensibilissima diminuzione, accompagnata da sostanziali modifiche nella forma di allevamento. Infatti nel secolo scorso i maiali erano allevati con sistemi semibradi e, raggruppati in grosse « morre » da 50 a 100 capi, venivano tenuti a pascolo libero nei boschi comunali e demaniali. Se ne contavano oltre 100.000 nel solo Chietino e circa 80.000 tra il Teramano e l’Abruzzo aquilano; nel Molise invece, dato che l’allevamento veniva effettuato su scala familiare, se ne contavano soltanto 40.000, pochi in rapporto all’estensione del territorio. Il depauperamento dei boschi d’alto fusto, ed essenzialmente delle quercete, base dell’alimentazione suina, determinarono la crisi e il conseguente mutamento: da attività zootecnica talora non associata all’agricoltura, l’allevamento si legò saldamente a quest’ultima nell’ambito delle necessità familiari del piccolo e medio agricoltore. Nel 1930 si contavano 124.000 suini e, se nell’ultimo dopoguerra si raggiunse, nel 1949, malgrado le distruzioni belliche, la punta eccezionale di quasi 230.000 capi, essi cominciarono dal 1957 quella netta flessione che li ha portati all’attuale consistenza numerica di 143.000 capi (1967): flessione che ha interessato soprattutto i territori montani, a causa del forte spopolamento.

    In definitiva l’attività zootecnica, che è stata per secoli un’importantissima risorsa delle due regioni, accusa flessioni più o meno sensibili, fatta eccezione per l’allevamento bovino, che è in fase di sviluppo e di razionale riorganizzazione. E però ancora abbastanza forte l’incidenza economica, come dimostra l’elevata cifra di 54.568 milioni di lire, che risultano come produzione lorda vendibile nel 1966 ed equivalgono a circa i due quinti della complessiva produzione agricolo-zootecnica.

    La pesca.

    La pesca non ha certo un particolare rilievo sul lungo litorale abruzzese e molisano, quantunque l’Adriatico si presenti come un’ottima riserva di ogni specie ittica, dalle più comuni alle più pregiate, favorite dalle eccezionali condizioni idrografiche. Tanto è vero che immediatamente più a nord nelle Marche e a sud nella Puglia, soprattutto sulla costa barese, grande importanza ha questo ramo di attività primaria; fatto che ne mette ancor più in rilievo la netta attenuazione nel tratto fra San Benedetto del Tronto e il Gargano. Con ciò non si può dire però che le nostre due regioni costituiscano un’eccezione, dato che in Italia — che pure ha una spiccata marittimità — la pesca ha in generale uno sviluppo alquanto mediocre, restando spesso allo stadio di attività economica marginale, « ancora oggi praticata, essenzialmente in forma artigiana, da nuclei di individui nei quali è ancora insufficiente quella organizzazione tecnica e commerciale che sola potrebbe assicurare, per larghezza di mezzi, risultati economicamente convenienti » (L. Candida).

    Sul nostro litorale ha indubbiamente avuto il suo peso la mancanza di una tradizione vivace, radicata nei secoli passati. Sia l’Abruzzo che il Molise hanno sempre difettato di una vocazione marittima, vòlti verso l’interno e chiusi al mare dalla costa repulsiva, resa deserta dagli acquitrini e dalla malaria e priva di ripari naturali. E non è certo una nota positiva il fatto che l’intero litorale aprutino abbia avuto sino alla fine del secolo scorso Pescara come unico centro direttamente a contatto col mare. Quando le prime marine hanno cominciato a sdoppiarsi dagli antichi centri di sommità, la pesca ha assunto una certa importanza, ma indubbiamente molto inferiore alle altre regioni adriatiche. Nel primo decennio del nostro secolo un limitato numero di imbarcazioni (circa 500) dal tozzo scafo e dalle multicolori vele latine operava fra il Tronto e il Biferno, appoggiandosi sugli arenili di Giulianova, Rosburgo (l’attuale Roseto degli Abruzzi), Silvi, Pescara, Ortona, San Vito, Vasto e Tèrmoli. Nel 1913 la maggiore produzione ittica risultava a San Vito, più che doppia di quella di Pescara, seconda per importanza, e si basava esclusivamente sul pesce, essendo praticata la pesca dei molluschi (in prevalenza ostriche) soltanto a Silvi. Già da allora il mercato locale non assorbiva del tutto la pur tenue produzione, e parte del pescato veniva spedita verso centri lontani come Roma, Perugia e Firenze. Ancora nel 1926 si rilevava uno spiccato assenteismo dalla pesca della popolazione litoranea, con conseguente scarsissimo reddito. Le cause principali erano individuate nel sistema primitivo delle « bilancelle », o paranze a coppie — adatte alla pesca a strascico con la sciàbica — che avevano un limitatissimo raggio d’azione (10-15 miglia al giorno), e all’estrema scarsità di battelli a motore. Negli anni seguenti, anche se si registrò un certo progresso, si acuì il divario fra le piccole flotte pescherecce abruzzesi e quelle, sempre più importanti e organizzate di San Benedetto del Tronto e di Molfetta, che con mezzi più grandi e più potenti si avvantaggiavano dei pescosi banchi di Pianosa, Pelagosa e delle Trèmiti. E la guerra disperse il piccolo patrimonio di natanti, basato ancora quasi esclusivamente sui velieri (paranze e bargozzi) e sulle barche a remi.

     

    Il primo periodo postbellico, malgrado l’ostilità dalla Iugoslavia che determinava grossi ostacoli alla pesca d’altura, portò il vantaggio di un’intensa motorizzazione del naviglio superstite, attuata con l’utilizzazione dei motori di carri armati, ceduti come residui di guerra. Ad essa fece seguito la costruzione di motopescherecci, tanto che nel 1951 i mezzi motorizzati avevano raggiunto il numero di 111 motopescherecci e 68 motobarche che, se rappresentavano soltanto il 17% delle unità — i velieri e le imbarcazioni a remi erano 892 — corrispondevano già come stazza lorda ai tre quinti di tutto il naviglio. E questo ha fatto registrare fino ad oggi un continuo, progressivo sviluppo, sia quantitativo che qualitativo, volto all’intensificazione della ben più remunerativa pesca d’altura rispetto a quella costiera, che fino a pochi anni fa era la base della maggiore produzione ittica.

    Nel 1966 il naviglio a motore ha raggiunto il numero di 274 motopescherecci (7837 tonn. di stazza) e 260 motobarche (775 tonn.), pari ai due quinti delle unità e a ben nove decimi del tonnellaggio totale, mentre le barche a vela hanno subito una forte diminuzione. Ai motopescherecci di piccolo e medio tonnellaggio, che costituiscono il nerbo fondamentale del naviglio, se ne sono aggiunti alcuni più grandi e di maggiore potenza: 16 unità superano ormai le 50 tonn. di stazza (tre di queste oltrepassano le 200) e il loro tonnellaggio corrisponde a poco meno di un terzo del totale (2414 tonn.), mentre ancora nel 1957 si poteva trovare una sola imbarcazione di 101 tonnellate. Nello stesso anno soltanto 7 motopescherecci avevano un motore con potenza superiore ai 150 HP, per un totale di 332 tonn.; nel 1966 essi sono aumentati a 16, e il loro tonnellaggio complessivo (3823 tonn.) rappresenta poco meno della metà del totale. Un anno di particolare sviluppo è stato il 1965, durante il quale sono state messe in mare, fra l’altro, le tre motonavi di 500 tonn. di stazza l’una, dotate di tutti i più moderni servizi e attrezzature sussidiarie per la pesca d’altura.

     

    Tali attrezzature, pressoché mancanti fino a una diecina d’anni fa, costituiscono la dotazione di un numero sempre crescente di imbarcazioni. Di frigorifero, o tutt’al più di ghiacciaia per la conservazione del pescato, sono sprovvisti ormai soltanto poco più di un quarto dei motopescherecci, mentre lo scandaglio acustico e il radiotelefono hanno una discreta diffusione; molto limitato è ancora l’uso del radar e dell’ittioscopio, impiantati soltanto su una decina di natanti. Un difetto notevole è però tuttora rappresentato dall’età, sia degli scafi che dei motori, in gran parte alquanto avanzata: perfino alcuni dei residuati bellici, ai quali abbiamo già accennato, sono ancora in attività.

    Il sistema di pesca più comune, seguito generalmente da quello di altura, è a strascico, sebbene nel dopoguerra abbia preso campo, tranne che a Tèrmoli, anche l’uso di reti di circuizione con lampare, particolarmente adatto alla pesca costiera. Un altro sistema, adottato soltanto da motobarche (circa una cinquantina), è la palàngresi, per la cattura del pesce a mezzo di ami disposti a distanza su di uno stesso cavo, a volte lungo oltre 40 metri. E infine possono essere ricordati i « trabocchi », che costituiscono una caratteristica del paesaggio costiero abruzzese fra Pescara e Vasto: essi sono formati da una piattaforma su palafitte, con lunghi pali sporgenti sul mare, adatti a sostenere le tipiche reti a bilanciere.

    L’attività peschereccia è concentrata in poche località, cioè a Giulianova, Pescara, Ortona, Vasto e Tèrmoli. Fino a pochi anni fa nelle statistiche risultavano come centri di produzione e di vendita anche Silvi Marina e San Vito, ma la concorrenza delle basi principali e la loro sempre migliore attrezzatura, sia come naviglio che come ricettività, ne hanno fatto calare l’attività a un ruolo ormai insignificante. Purtroppo, malgrado i notevoli progressi compiuti dal naviglio, non si è avuto un parallelo sviluppo nella produzione, che in quest’ultimo ventennio ha subito varie oscillazioni. A una fervida attività che portò il totale del pescato a oltre 100.000 q. nel 1952, si è opposto nel decennio successivo un calo sensibilissimo, che ha portato la produzione a un minimo di 62.000 q. nel 1962. Da allora però l’incremento è stato continuo e costante fino a raggiungere nel 1967 oltre 95.000 q. di pescato. La ripresa è dovuta in buona parte all’importanza assunta dalla pesca dei molluschi e dei crostacei, fino a pochi anni fa non molto praticata, la cui produzione è stata nel 1967 quasi un quarto del totale; la cattura del pesce è in lieve aumento, ma non si può dire che abbia superato del tutto la fase critica.

    Il pescato del 1967 equivale al 3,8% della produzione nazionale, cifra esigua quanto vogliamo rispetto alle due regioni confinanti (Marche 13,2%, Puglia 14,6%), ma superiore, per esempio, a quella della Liguria, dalle antiche tradizioni marinare, e non molto inferiore a quella della Campania. E in effetti il maggiore centro di produzione delle due regioni, Giulianova, ha un certo rilievo anche su scala nazionale, con oltre 48.000 q. di pescato (1967), cioè più del doppio di Pescara e quasi tre volte quello sbarcato a Tèrmoli. Riguardo al valore della merce venduta, Pescara, favorita da una migliore organizzazione commerciale che s’impernia sul grande Mercato ittico comunale, è invece sensibilmente superiore a Giulianova : nel 1966 le vendite, che hanno quasi raggiunto in questo centro i 700 milioni di lire, hanno ampiamente superato gli 800 milioni a Pescara. In sostanza, il mercato pescarese smercia un prodotto molto più pregiato, avviandolo per la maggior parte non solo all’interno della regione, ma anche verso i principali mercati nazionali di consumo, quali Roma, Milano, Venezia e Napoli. Un’altra differenza fra i centri pescherecci abruzzesi è data dalle ben minori oscillazioni stagionali del solido mercato pescarese rispetto agli altri, sui quali influisce in misura ben più sensibile l’afflusso estivo dei villeggianti balneari.

    Fra le specie di pescato, il cosiddetto pesce azzurro (alici, sarde, sgombri, ecc.), di mediocre valore, costituisce come quantità circa un terzo del prodotto ittico, seguito a grande distanza da merluzzi e triglie. Se invece si considerano le vendite, la netta prevalenza passa ai merluzzi e naselli (486 milioni di lire nel 1966), rispetto al pesce azzurro (264 milioni), alle sogliole (128 milioni) e alle triglie (124 milioni). Fra i molluschi prevalgono i polpi (111 milioni) e le seppie, fra i crostacei gli scampi (197 milioni), che ne rappresentano come quantità i due terzi.

     

     

     

     

    Per concludere, ritengo che l’attività peschereccia stia attraversando attualmente in ambedue le regioni un’interessante fase, se non di sviluppo, di riorganizzazione. Le premesse esistono, con il notevole aumento, come numero di unità e come tonnellaggio, del naviglio e con la sempre migliore attrezzatura dei mercati e degli enti cooperativi. Alla base delle oscillazioni negative della produzione ritengo che si possa trovare anzitutto lo scarso smaltimento locale del prodotto, che normalmente stimola una produzione costante. E riguardo allo smercio nei grandi mercati di approvvigionamento influiscono sulla rendita del pescato il prezzo del trasporto e il deprezzamento dovuto alla minore freschezza del prodotto. A un vero e proprio sviluppo dovranno quindi contribuire vari fattori, e in primo luogo un sensibile aumento dei consumi locali e una maggiore celerità delle comunicazioni. Il progresso turistico e industriale e l’apertura delle grandi autostrade, preventivata nel giro di pochi anni, non potranno che influire positivamente anche su questa attività, per lungo tempo depressa e considerata come marginale e complementare.

    LE ATTIVITÀ INDUSTRIALI

    Risorse del sottosuolo e fonti di energia.

    Se la terra abruzzese e molisana è troppo spesso avara, chiusa, quasi ostile, ancor meno prodigo si presenta forse il sottosuolo. Calcari, argille, sabbie, pietrisco si possono trovare un po’ dappertutto: materiali poveri che incidono in misura irrisoria sull’economia regionale e alimentano attività industriali egualmente povere, mentre i veri e propri giacimenti minerari sono quasi del tutto assenti.

    Fra i minerali metalliferi costituisce un’eccezione la presenza della bauxite in varie plaghe dell’Abruzzo aquilano, dalla Màrsica (Magliano dei Marsi, Lecce nei Marsi, Villavallelonga) con l’adiacente Val Roveto — dove si trova in intercalazioni lenticolari alla notevole altezza di 1400-1600 m. — al massiccio del Velino, fra la valle di Lùcoli e l’altipiano delle Rocche. A quest’ultima zona appartiene l’unico giacimento attualmente sfruttato, al margine del vasto piano carsico di Campo Felice, dove l’attività di escavazione viene effettuata a cielo aperto per 6-7 mesi all’anno. La produzione, pur alquanto esigua e in declino (media 1962-66, 26.000 tonn.), corrisponde a circa un decimo di quella nazionale — dovuta per il rimanente alla Puglia — ed ha oscillazioni annue alquanto marcate, dipendenti dalle fluttuazioni della richiesta da parte della lontana industria di trasformazione. Il minerale infatti non ha stimolato il sorgere di alcuna industria nella regione e viene portato a mezzo di autotreni al porto-canale di Pescara, dove viene ammassato in grossi cumuli in attesa del trasporto via mare per lo stabilimento di Porto Mar-ghera; il trasporto marittimo è effettuato da motonavi in grado di portare fino a 800 tonn. di materiale, e la frequenza dei viaggi è in relazione con le necessità di approvvigionamento dell’industria. La precarietà della situazione è evidente, e si riflette sulla quantità esigua della mano d’opera impiegata — circa una trentina di unità — mentre si sente l’esigenza di un maggiore sfruttamento delle notevoli risorse locali con l’impianto di uno stabilimento di trasformazione nella vicina conca aquilana, favorito dall’ampia disponibilità di energia elettrica.

    Le industrie estrattive più importanti sono quelle delle rocce asfaltifere e bituminose, situate sulla destra della Pescara nei territori di Abbateggio, Lettomanop-pello, Manoppello e San Valentino in Abruzzo Citeriore e, in misura molto più limitata, fra San Potito e Ovìndoli nell’Abruzzo aquilano. Si tratta di una produzione ingente — in media 200.000 tonn. all’anno — che corrisponde a quasi due terzi di quella nazionale ed è orientata sul materiale da trasformare per distillazione, mentre fino a pochi anni fa un certo quantitativo veniva estratto anche per pavimentazione.

    Le altre risorse sono la marna da cemento dell’alto Aterno, la cui mediocre produzione rispetto a quella nazionale — circa 200.000 tonn. annue — è tuttavia l’unica nel Mezzogiorno, e la bentonite, minerale argilloso del gruppo degli idrosilicati di alluminio, impiegato nelle fonderie e nella preparazione di miscele per ceramiche e cementi, che viene prodotta dai giacimenti molisani fra Tèrmoli e Campomarino e nel territorio di San Giuliano di Puglia (circa 10.000 tonn. annue).

    Per il resto si può parlare soltanto di cave. Enorme è la produzione di argilla per laterizi (circa 2 milioni di tonnellate annue) che corrisponde a più di un decimo di quella nazionale, con forte prevalenza nell’Abruzzo aquilano e nel Teramano. Seguono le cave di sabbia, ghiaia e pietrisco, materiali diffusi anch’essi un po’ dovunque ed estratti pure dal letto dei fiumi (Pescara, Vomano, Biferno, Volturno, ecc.), e quelle di calcare per costruzioni, calce grassa o cemento, soprattutto nel Molise e nell’Abruzzo aquilano. Assai limitata è l’estrazione delle argille per cemento, notevole soltanto nel Pescarese, e ancor più lo sono quelle del gesso (grandi cave a Gessopalena e a Fresagrandinaria) e del travertino nel Teramano. La produzione della pietra da taglio e lavorata, che ha ben maggiore pregio del cosiddetto « pezzame », non è certo all’altezza delle notevoli possibilità regionali, probabilmente a causa dell’onerosità dei trasporti: cave di buoni marmi (brecciato rosso, periato marsicano, ecc.) si trovano in provincia dell’Aquila, presso Pìzzoli, Torninparte, Scoppito, Avezzano, Alfedena, ecc., e in varie località molisane.

    Migliore è il quadro della situazione regionale per quanto riguarda le fonti di energia. Quantunque in Abruzzo si siano conclusi con esito negativo i tentativi di sfruttamento delle sacche di petrolio individuate a Vallecupa nel territorio di Alanno (Pescara), una nuova speranza è venuta a crearsi nel Molise con la scoperta del giacimento di idrocarburi di Cercemaggiore, ancora allo stadio embrionale di utilizzazione. La vera ricchezza è però racchiusa nelle sacche metanifere del Subappennino, che negli ultimi anni, da un apporto di meno di 60 milioni di me. nel 1962, hanno raggiunto la produzione di ben 700 milioni di me. nel 1966 e sono in forte e progressivo aumento. Ciò è avvenuto essenzialmente con lo sfruttamento dei copiosi giacimenti posti fra Cupello e San Salvo e, più a sudovest, a Fresagrandinaria, che sono ben più importanti delle prime sacche rinvenute e sfruttate nel Teramano, presso Castelnuovo Vomano e Cellino Attanasio. Ormai le riserve di San Salvo hanno una produttività di 2 milioni di me. al giorno di gas, sfruttati solo per un quarto dalla grande industria locale e convogliati per il resto con un metanodotto fino a Pescara, Rieti, Terni e Roma, sia per uso industriale che civile. Gli ultimi ritrovamenti in questo campo riguardano il Molise: dal 1966 hanno cominciato a essere sfruttati gli ingenti giacimenti di Piane di Larino, per i quali è entrato in funzione verso la fine del 1968 l’importante metanodotto — lungo 250 km. — che, attraversando il Molise, porta gran parte del gas prodotto alle industrie della Ciociaria, da Ceprano a Sora, Frosinone e Colleferro. « Si osservi la scarsità degli allacciamenti con le industrie che il metanodotto presenta in territorio molisano. », nota la Simoncelli. « La povera industria locale, caratterizzata ovunque e in ogni settore da dimensioni irrisorie, non è in grado di sfruttare le risorse energetiche interne ». Gli allacciamenti nel Molise sono infatti essenzialmente due, per Tèrmoli e per Campobasso, troppo poco per scorgere un sintomo di progresso e di rinnovata vitalità.

    Vedi Anche:  origine e nome molise e abruzzo

     

     

     

     

    Ma le più grandi risorse di energia abruzzesi non provengono dal sottosuolo. La regolarità e la ricchezza di acque dei fiumi e la morfologia delle valli, con strette e profonde forre alternantisi a conche talvolta assai ampie, hanno dato alla regione abruzzese, ben più che a quella molisana, ottime possibilità di sviluppo dei bacini e della produzione idroelettrica. Ed è stato con la costruzione dei primi impianti, al principio del nostro secolo — centrale del Tirino superiore (1905), Primo salto (1907) e Secondo salto (1912) della Pescara — che la media industria ha potuto iniziare il proprio sviluppo nella regione, per secoli basata più che altro su limitate attività a carattere artigianale.

    Nel 1942 si verificò nelle due regioni la più alta produzione di energia dell’anteguerra (939 milioni di kWh), superata, anche se di poco, nel periodo postbellico già nel 1948. Nel 1952 il patrimonio idroelettrico regionale era costituito da 96 centrali con una potenza installata di 503.000 kW e una producibilità media di 1729 milioni di kWh. Dopo il piccolo invaso di Provvidenza, nell’alto Vomano era stata posta allora la base del più grande complesso idroelettrico con la costruzione del vasto bacino di Campotosto. In tal modo sei anni dopo, nel 1958, anche se il numero delle centrali era aumentato soltanto di 10 (106 in tutto), la potenza installata era salita a 839.000 kW, con un’energia media producibile di 2347 milioni di kWh. Così lo sforzo più notevole di potenziamento energetico della regione poteva dirsi portato a compimento: le centrali sono rimaste all’incirca nello stesso numero, mentre l’ampliamento dei vecchi impianti ne ha elevata la potenza, nel 1967, a 910.766 kW con una producibilità di 2559 milioni di kWh (produzione effettiva, 2166 milioni di kWh), in massima parte dovuta all’Abruzzo. Insignificante è invece il contributo delle centrali termoelettriche, 15 in tutto (una sola nel Molise) per una potenza installata di 77.682 kW, che nonostante l’esiguità è superiore a quella complessiva delle 40 centrali idroelettriche molisane.

     

    Il bacino di Provvidenza, cardine degli impianti idroelettrici della valle del Vomano.

    Fra tutti si impongono gli impianti del fiume Vomano che soltanto con tre centrali superano la metà del potenziale elettrico di ambedue le regioni. Il serbatoio di testa del sistema è stato ottenuto ripristinando con tre sbarramenti l’antico lago di Campotosto, di cui era rimasta traccia negli impaludamenti temporanei e nei giacimenti torbosi dell’altipiano. La capacità di questo serbatoio, che attualmente è di ben 163 milioni di me, sarà pressoché raddoppiata al termine dei grandiosi lavori tuttora in corso, portando come conseguenza il raddoppiamento del potenziale elettrico degli impianti. Una galleria forzata alimenta la centrale sotterranea di Provvidenza (156.000 kW), situata nel fondovalle presso il piccolo bacino di compenso ottenuto sbarrando il Vomano con una diga ad arco. Di qui un’altra galleria forzata di 14 km. porta le acque alla centrale sotterranea di San Giacomo (211.000 kW), e infine alla centrale San Rustico (115.000 kW), presso Montorio al Vomano. Sul fiume un altro sbarramento forma un piccolo bacino che alimenta anche la centrale minore di Piaganini. In periodi di abbondanza di energia le acque raccolte dalle gallerie collettrici possono essere sollevate dal serbatoio di Provvidenza fino al lago di Campotosto mediante le pompe della centrale che sono fra le più potenti del mondo. Purtroppo buona parte dell’energia prodotta, trasportata all’importantissima Stazione elettrica di Passo Capannelle, viene smistata, attraverso grandi elettrodotti, fuori dalla regione, più che altro verso i poderosi complessi chimici e metallurgici di Terni, pregiudicando in tal modo molte possibilità industriali del vasto e depresso settore aquilano.

    Una notevole quantità di energia sono in grado di produrre anche gli impianti della Val Pescara che, sfruttando mediante vasche di carico e piccoli bacini di accumulazione le acque della Pescara e del Tirino, con otto centrali della potenza complessiva di 109.000 kW — la maggiore è la Pescara Secondo salto (37.000 kW) — riescono a garantire un buon approvvigionamento energetico alla principale area industriale della regione. Ma più importante ancora è il complesso di impianti del Sangro-Aventino-Verde, della potenza globale di 150.000 kW. Dal serbatoio di Barrea, costruito nel 1951 nell’alta valle del Sangro (capacità 23 milioni di me) e dalle opere di sbarramento e di presa di Ateleta le acque giungono alla maggiore centrale di Villa Santa Maria (74.000 kW), scavata in caverna a 400 m di profondità, mentre il bacino di Sant’Angelo, costruito nel 1957 sull’Aventino, approvvigiona la centrale omonima (60.000 kW). A valle si estende il più recente invaso (i960), denominato lago di Bomba, o del Sangro, della capacità di quasi 4 milioni di me., ottenuto con sbarramento mediante una diga di argilla compressa, la prima del genere costruita in Europa; il lago non presuppone però un’utilizzazione idroelettrica, e le sue acque sono sfruttate per l’irrigazione e per l’approvvigionamento di acqua potabile. L’energia prodotta serve il Chietino e viene inoltre smistata attraverso gli elettrodotti verso la Val Pescara. Meritano infine un cenno le centrali del Liri, due delle quali (Pratofranco, presso Canistro, e Morino) superano la potenza di 10.000 kW, e la centrale del Sagittario (31.000 kW), che utilizza le acque del fiume raccolte in un invaso a valle di Villalago.

    Riguardo al Molise, la situazione è ben diversa. La produzione di energia è affidata a numerose piccole centrali — quasi tutte nel bacino del Biferno — che servono ai limitati usi locali. Fanno eccezione gli impianti sul Volturno e sul subaffluente Càrpino, la cui notevole potenza — più di 60.000 kW complessivi — è per due terzi dovuta alle grandi centrali di Capo Volturno e di Pizzone. Gran parte dell’energia prodotta, come purtroppo abbiamo già notato non solo per il Molise, viene utilizzata fuori della regione, specialmente nell’area industriale di Caserta e nel Napoletano.

    Le industrie nel passato: una tradizione limitata alle attività artigianali.

    Sia l’Abruzzo che il Molise hanno una mediocre tradizione industriale. La struttura pluricellulare delle due regioni e il loro conseguente isolamento, aggravato dalla mancanza di vere e proprie vie di comunicazione, sono stati fino al nostro secolo un ostacolo pressoché insormontabile per lo sviluppo di attività che oltrepassassero i limiti consueti dell’artigianato poco più che familiare. Ancora alla fine dell’Ottocento, l’agricoltura e la pastorizia dominavano come forme quasi esclusive di economia regionale. Anzi, si può dire che le scarse attività manifatturiere fossero in declino, a quanto si legge negli scritti dell’epoca, peraltro non molto attendibili.

    Nell’Abruzzo aquilano le « industrie » si riducevano alla tessitura dei panni di lana (soprattutto intorno all’Aquila, a Scanno, a Castel di Sangro), alla lavorazione del lino e della canapa (Avezzano), alla produzione di vasellame a Bussi e a Montereale, ai lavori di merletti e di oreficeria a Pescocostanzo e a Roccaraso. Della grande fabbrica di panni di lana, costruita ai primi del Cinquecento dai Carafa presso Pòpoli e prospera per un paio di secoli, esistevano soltanto i ruderi, come pure della ferriera di Morino in Val Roveto, e inattive erano ormai le antiche concerie di Pescina. Gli unici centri che, anche se decaduti, conservavano una certa varietà di attività artigianali erano L’Aquila e Sulmona. Nella prima, dove era scomparsa la grande cartiera di Vetoio che esportava il prodotto fino a Napoli, operavano alcune concerie, una fabbrica di cappelli, confetterie, tipografie, fabbriche di candele e di corde armoniche. Sulmona aveva « ogni specie d’industria personale e di qualunque mestiere », fra le quali emergevano le tradizionali fabbriche di confetti, oltre alla lavorazione delle lane per cappelli ed abiti, peraltro di scadente qualità. Nel Teramano erano assai diffuse le concerie, con ottima produzione a Teramo, Penne, Città Sant’Angelo, Elice e Montorio, i mobilifici a Teramo, Penne e Civitella, le fabbriche di ceramica a Castelli e a Campii. Nell’Abruzzo Citeriore aveva un certo risalto la lavorazione della lana nei centri della valle dell’Aventino, con prodotti largamente venduti fuori della regione, e inoltre erano alquanto attive le concerie e l’arte del cuoio a Chieti, Atessa, Vasto e Guardiagrele. Ancor più povero era il Molise, dove le industrie principali erano quelle dell’acciaio a Campobasso, Frosolone e Longano, con buona produzione di coltelli e forbici, e quelle dell’ottone e del rame — famosa una fonderia di campane — ad Agnone. Per il resto, tutto si riduceva alla lavorazione di panno rozzo e pesante, smerciato localmente alla « parte più ignobile del popolo ». Sporadiche erano in ambedue le regioni le altre attività, impostate su aziende a carattere familiare: ferro battuto, serrature e chiavi, carta, saponi, confetture, ecc.

    Evidente è la connessione fra le industrie più diffuse e l’allevamento ovino predominante: la lavorazione della lana (feltri, panni, cappelli, ecc.) era una caratteristica non solo dei numerosi piccoli opifici, ma anche delle abitazioni rurali, nelle quali raramente mancava il telaio per una produzione a carattere strettamente familiare. La vera industria ha avuto inizio, come abbiamo visto, con le prime centrali idroelettriche, sviluppandosi però con scarso dinamismo. Troppe infatti sono rimaste le difficoltà, di ordine psicologico e materiale, che si sono opposte fino alla seconda guerra mondiale sia all’impianto e all’organizzazione di solide attività industriali, sia al trasferimento di gruppi umani dalle arcaiche comunità agricolo-pasto-rali a un settore nuovo e pressoché sconosciuto.

    Un’eccezione fu costituita dall’area di Pescara, nella quale la spontanea vocazione industriale si è palesata già dal primo dopoguerra, e soprattutto dopo la costituzione della provincia. Nel 1927 nel solo territorio comunale risultavano censite oltre 450 aziende con quasi 2700 addetti, soprattutto nei settori delle costruzioni e delle piccole industrie tessili, dell’abbigliamento, alimentari, metalmeccaniche e chimico-farmaceutiche. Le imprese con più di 50 addetti erano soltanto otto ma occupavano non molto meno della metà del totale delle maestranze. Nell’ultimo censimento industriale prima del secondo conflitto, avvenuto negli anni 1937-40, si nota un progresso assai vivace, che ha portato in poco più di un decennio il numero delle imprese a 860 e quello degli addetti a 4300. Contemporaneamente si è registrato un netto progresso della media industria, nella quale rientrano 15 aziende con più di 50 addetti che occupano in tutto oltre 2000 dipendenti; una particolare importanza avevano il settore alimentare, chimico-farmaceutico e meccanico. E perfino nel periodo bellico l’industrializzazione proseguì con l’apertura di tre grosse fabbriche di materiale da costruzione (due di laterizi e una di cemento).

    Consistenza e problemi delle industrie attuali.

    Un vero sviluppo industriale, anche se tuttora tenue in confronto con le altre regioni e limitato ad aree alquanto ridotte, si è manifestato in Abruzzo nel secondo dopoguerra, favorito essenzialmente dalle provvidenze governative per lo sviluppo del Mezzogiorno (Cassa per il Mezzogiorno, SVIMEZ, ISVEIMER). E anche se in alcune zone l’industrializzazione risulta in piena evidenza, poche cifre bastano a dimostrarne la sensibile carenza di espansione. Nel 1966 su 2730 milioni di kWh di energia elettrica prodotta nelle due regioni, ne sono stati utilizzati dalle industrie soltanto 627 milioni — cioè meno di un quarto — equivalenti a poco più di un centesimo del consumo industriale nazionale. E se confrontiamo i due ultimi censimenti 1951 e 1961) riguardo alle unità produttive industriali e ai relativi addetti, si può rilevare la diminuzione delle prime (Abruzzo —5%, Molise —16,3%) e un certo aumento dei secondi (Abruzzo -f- 14,6%, Molise stazionario). Troppo poco per pensare a un’evoluzione, conforme alle esigenze del progresso tecnico, verso nuove dimensioni delle imprese, con il potenziamento di quelle più valide e l’eliminazione delle più piccole, ormai scarsamente redditizie nella moderna economia industriale. Basti notare che gli addetti per ogni unità lavorativa erano nel 1961 soltanto 3,7 in media nell’Abruzzo e 2,5 nel Molise. Purtroppo, non esistendo dati più recenti, non possiamo dare al riguardo un’appropriata immagine della situazione attuale. Tanto più che proprio dal 1961 si è manifestato nelle industrie abruzzesi un intenso risveglio, anche se poco coordinato, mancando spesso dell’indispensabile articolazione in un sistema organico suscettibile di un ulteriore autosviluppo.

    La principale area industriale è imperniata sull’asse di sviluppo della Val Pescara, che risulta il vero e proprio polmone economico regionale, anche se non esente da squilibri talora sensibili. Nata in un primo tempo come area industriale spontanea, favorita dall’ottima posizione presso la ferrovia e la principale rotabile dell’Abruzzo, fra il mare e la conca di Sulmona, e dalle cospicue fonti di energia, fattori di indubbio stimolo per la libera iniziativa, ha visto gradualmente l’inserimento di interventi esterni rivolti ad una più razionale espansione delle disparate attività che hanno cercato in parte di temperare i difetti di coordinamento. Ma questo è avvenuto troppo tardi. Infatti soltanto alla fine del 1961 è stato creato un consorzio interprovinciale fra Chieti e Pescara — Consorzio per l’Industrializzazione della Val Pescara — che ha sede a Sambuceto, sulla Via Valeria, nel cuore della zona industriale posta tra i due capoluoghi, e soltanto nel 1966 è stato approvato un piano regolatore, mentre le industrie seguitano a realizzare i loro programmi, per così dire, individuali. E scrive giustamente il Cori, che ne ha studiati i problemi : « È vero che si assiste attualmente a un processo di industrializzazione che sembra non conoscere soste nè lungo l’asse vallivo nè, in minor misura, lungo l’asse litoraneo e in nuclei interni minori, processo che favorendo lo sviluppo generale dell’area non può non influire beneficamente su Pescara. Ma è altresì vero che lo sviluppo di tutta l’area presenta, in misura molto più accentuata che non a Pescara, i caratteri dell’iniziativa esterna e della concorrenza merceologica, caratteri che in linea di massima sono in contrasto con le esigenze del coordinamento e della complementarità delle industrie ». Il Consorzio inoltre è forse costituito da un territorio troppo vasto — 26 comuni in tutto — che si spinge a nord fino a Penne e a Loreto Aprutino, a sud fino a Lanciano (mentre non ne fa parte l’area di Bussi), includendo zone che non hanno ancora avuto la minima industrializzazione. Quella certa deficienza infrastrutturale, ancor oggi ben evidente specialmente nella mancanza di un asse attrezzato e di raccordi ad esclusivo servizio delle industrie, dovrebbe far convergere gli sforzi soprattutto sulla zona più vitale, tenendo presente, mediante il rafforzamento delle strutture industriali più evolute, il principio della competitività non su un piano locale ma addirittura europeo. Soltanto tenendo presenti le esigenze del coordinamento, del potenziamento dei complessi più validi e della facilità delle comunicazioni le industrie della Val Pescara potranno affrancarsi dalla tutela provvidenziale dei vari enti ed avere una possibilità di autosviluppo che le ponga al riparo dalle eventualità di crisi, che si ripercuoterebbero negativamente su tutto il sistema. Crisi che ha già toccato alcuni dei complessi più lontani da Pescara — soprattutto nel settore elettrochimico — e che ha portato alla chiusura degli stabilimenti di Piano d’Orta e alla riduzione di maestranze in quelli di Bussi sul Tirino, malgrado la costruzione, nel 1962, di una nuova centrale ausiliaria termoelettrica (10.000 kW) e i notevoli ampliamenti che hanno comportato una spesa di oltre 9 miliardi di lire.

     

    Il fatto suscita un particolare rincrescimento, non soltanto per le immancabili ripercussioni sociali ed economiche, ma anche per il fatto che i due stabilimenti hanno avuto un ruolo non indifferente nella storia industriale italiana. Le officine di Bussi, nate all’inizio del secolo, acquistarono una particolare importanza quando, nel 1903, con la Società Italiana di Elettrochimica entrò in funzione il primo impianto italiano per la produzione elettrolitica di soda caustica, al quale fecero seguito le attrezzature per il cloruro di calcio, il clorato di sodio, l’acido cloridrico, il carburo di calcio ed altri importanti prodotti chimici. L’attività, dopo aver raggiunto l’apice durante la prima guerra mondiale, ebbe un lungo periodo di stasi fino al 1931, quando ebbe inizio la gestione della Società Montecatini. Alla vigilia dell’ultimo conflitto il complesso era di gran lunga il più importante in Abruzzo, con oltre 500 addetti. Dopo le distruzioni belliche, nel 1947, gli impianti risultavano già per buona parte ricostruiti e seguitarono a espandersi fino a formare l’attuale agglomerazione di stabilimenti elettrochimici ed elettrometallurgici che occupano una vasta area attigua alla stazione ferroviaria. Il complesso industriale di Piano d’Orta entrò in funzione nel 1902, gestito anch’esso dalla Società Italiana di Elettrochimica, con il primo impianto del mondo per la produzione di fertilizzanti azotati, in primo luogo calciocianamide. Dieci anni dopo, la presenza nella zona di ricchi

    vigneti stimolò la creazione di un impianto per la produzione del solfato di rame e nel 1922 ebbe inizio quella dell’acido solforico. Dopo il 1927, sotto la gestione della Società Montecatini, la gamma produttiva si arricchì di nuove sostanze chimiche (fluosilicato di sodio, solfato di alluminio, ecc.). Nel 1953, malgrado i primi sintomi di crisi, fu previsto un vasto piano di ampliamento, e la produzione fu orientata sui superfosfati granulari, oltre a quelli in polvere e all’acido solforico. Il numero degli addetti si era ridotto a una sessantina, e nel 1965 gli stabilimenti furono chiusi, con grave disagio della popolazione locale. Nonostante la congiuntura non favorevole gli stabilimenti di Bussi, con circa 800 dipendenti, hanno ancora un notevole peso sull’economia regionale. Oggi la produzione annua si basa più che altro sull’acido cloridrico (385.000 q. nel 1966, equivalente al 13% della produzione nazionale), sull’ipoclorito di sodio (256.000 q., 10% della produzione nazionale) e sulla soda caustica elettrolitica (470.000 q.). Per i primi due l’Abruzzo risulta, soltanto grazie a questo complesso, al quarto posto fra le regioni italiane; altri prodotti sono l’acetilene liquido, che tende a sostituire il carburo di calcio, l’acido nitrico e gli antidetonanti per benzine. Recentemente il collegamento con il metanodotto di Cellino Attanasio ha fatto sorgere un impianto per la clorurazione del metano. Resta da aggiungere che vicino a queste industrie è in attività dal 1949 un impianto per la lavorazione del legno, che occupa un centinaio di addetti e produce multistrati di faggio e di mogano e compensati di rovere, noce, castagno e altri legni, con esportazione non soltanto in varie regioni italiane ma anche all’estero (Libia, Venezuela, ecc.).

     

     

     

     

    Vedi Anche:  Il Parco Nazionale d'Abruzzo e il Giardino Botanico di Campo Imperatore.

     

    Poco distante da Piano d’Orta, a Torre de’ Passeri, sono in attività alcune piccole industrie per costruzioni (fabbrica di laterizi e gessificio), una fonderia e un oleificio, mentre più a valle a Scafa, favorito dalla vicinanza dei copiosi giacimenti di rocce asfaltifere, opera l’importante stabilimento della S.A.M.A. con forni di

    distillazione per la produzione di bitumi naturali, mastici in pani, mattonelle e polvere di asfalto. Il complesso è strettamente collegato con il cementificio (Cementi Segni) installato nel 1951 allo scopo di adeguare l’industria estrattiva e di trasformazione del materiale alle mutate possibilità d’impiego economico. Lo stabilimento infatti è complementare agli impianti di distillazione, utilizzando per la produzione del cemento la roccia asfaltica esausta, cioè quella dalla quale è stato completamente estratto il bitume. Lo sfruttamento integrale della materia prima ha consentito in un primo tempo di superare la crisi dovuta alla concorrenza dei prodotti bituminosi sintetici, ma attualmente questa industria è in netta flessione, avendo ridotto in pochi anni le maestranze a circa metà: 550 addetti nel 1966, mentre nel 1963 erano ancora 1014.

    Nell’alta Val Pescara si possono quindi notare più che altro complessi industriali isolati di antica tradizione, che però negli ultimi anni hanno palesato una dubbia solidità economica. Il primo vero e proprio nucleo industriale in forte e progressivo sviluppo è quello di Chieti Scalo, dominato dalla mole della CELDIT, stabilimento del gruppo IRI con circa 750 addetti, che produce cellulosa e carta di ottima qualità elaborando con moderni processi la paglia di grano proveniente in gran quantità dal Tavoliere. L’approvvigionamento energetico è assicurato da una potente centrale termoelettrica (7670 kW) interna allo stabilimento, e la cellulosa viene utilizzata integralmente nella cartiera, che nel 1964 ha prodotto ben 370.000 q. di carta. Alla CELDIT si aggiungono molte altre solide industrie, fra le quali campeggiano il recentissimo stabilimento della Marvin Gelber, che produce 12 milioni di camicie all’anno e occupa ben 2000 persone, la fabbrica di radiatori Farad (240 addetti) aperta nel 1965, lo stabilimento metalmeccanico SCATIN, le Trafilerie Meridionali, una fabbrica di ceramiche, un tabacchificio e un grosso zuccherificio a carattere stagionale. Alla fine del 1966 Chieti Scalo era dotato di quasi 40 imprese industriali con oltre 4000 addetti, quattro quinti dei quali residenti sul luogo.

    Un susseguirsi di fabbriche sempre più numerose, di media e piccola entità, segue la bassa valle lungo la Via Valeria, determinando una specie di cordone ombelicale ad alta produttività fra i due capoluoghi, tanto che si pensa, per un futuro non molto lontano, alla loro unione in un grande centro, per il quale è già stato suggerito il nome di Teaterno, formato con gli antichi toponimi delle due città. Nella grande — e forse eccessiva — varietà delle industrie pescaresi si pongono in evidenza quelle dell’abbigliamento (fra le quali emerge il recente impianto delle Confezioni Monti, aperto nel 1953 con 200 addetti saliti ora a ben 2000), seguite da quelle dei materiali da costruzione, del legno, metalmeccaniche, alimentari, chimiche e farmaceutiche, delle pelli e del cuoio.

    Uno dei complessi più importanti è costituito dalle rinnovate Officine meccaniche e Fonderie Campione (250 addetti), sorte come fonderie di ghisa a carattere artigianale nel lontano 1902 e ampliate con una notevole acciaieria nel 1932, tanto che nel 1940 avevano ben 1000 dipendenti; distrutte durante l’ultima guerra, furono ben presto ricostruite con attrezzature modernissime per la produzione dei macchinari connessi con l’industria alimentare (oleifici, molini, pastifici, ecc.), con una certa esportazione all’estero, anche nei paesi di oltre-oceano. Ugualmente importante, anche se con minori tradizioni, è l’Industria Meccanica Abruzzese (I.M.A.) nata nel 1948 sulla Via Valeria, per la produzione di macchinari per falegnameria; attualmente il complesso, dotato anche di fonderia, occupa 350 dipendenti e la produzione, che supera le 150 macchine al mese, è volta anche verso numerosi mercati esteri. Oltre a questi due complessi, il settore metalmeccanico annovera fra Chieti e Pescara (compresa Montesilvano) un’altra quarantina di officine di cui però due soltanto (la S.I.P.E., nata nel 1951, che produce saldatrici meccaniche, e la fonderia Di Nicola a Sambuceto) superano il centinaio di dipendenti.

    Di antica tradizione e quanto mai vario è il settore delle industrie alimentari: una trentina, fra pastifici, distillerie, industrie dolciarie, delle bevande gassate, di mangimi zootecnici, impianti di refrigerazione per la conservazione dei prodotti ortofrutticoli, ecc. Fra i pastifici emergono gli stabilimenti SPIGA e De Cecco. Il primo, sorto come impresa a carattere familiare nel 1908 e trasformato in vera e propria industria nel 1925 è attualmente dotato di impianti altamente automatizzati e dà lavoro a più di 100 dipendenti. Il secondo, impiantato nel 1927 come potente molino per il grosso pastificio di Fara San Martino e ben presto adattato anch’esso a fabbrica di paste alimentari, occupa 130 addetti ed è caratterizzato da una fortissima esportazione del prodotto — con prevalenza verso gli Stati Uniti — pari all’incirca allo smercio interno. Notevoli sono pure le distillerie Aurum (150 addetti) e Vlahov, la prima fondata nel 1919 e trasferita in un nuovo stabilimento nel 1938, la seconda aperta nell’immediato dopoguerra dai noti industriali di Zara; la produzione si basa rispettivamente sui liquori Aurum, Cerasella, Centerbe e sul tradizionale Maraschino, oltre a una vasta gamma di prodotti dolcificati e sciroppi di frutta. Riteniamo inoltre degna di nota la fabbrica di liquirizia di Montesilvano (200 addetti) — sorta nel 1950 ai margini della zona tradizionalmente legata a questa attività — il cui prodotto ha una forte esportazione all’estero. Una particolare importanza ha avuto l’apertura della Centrale Ortofrutticola di Pescara, dotata di 24 celle frigorifere capaci ciascuna di 1000 q., che ha grandemente favorito le colture irrigue del litorale; ogni anno vi sono conservati non meno di 40.000 q. di uve da tavola, 20.000 di altra frutta e 20.000 di ortaggi.

    Fra le industrie dei materiali da costruzione, connesse con l’espansione edilizia della città, sono in evidenza la Laterizi A.L.A. (200 addetti) e la Società Cementi Adriatico (170), seguite da altre 25 imprese minori di produzione di marmi lavorati, manufatti in cemento, mattonelle, laterizi. Per il settore delle pelli e del cuoio l’unica industria importante è la C.I.R. (Concerie Italiane Riunite), recente complesso (1962) con 180 addetti, dotato di macchine modernissime per la concia « al cromo » delle pelli bovine, che permettono cicli di lavoro completamente automatizzati. Le industrie del legno, per le quali la scarsità della materia prima locale costituisce indubbiamente un ostacolo, sono circa una ventina, ma di proporzioni assai ridotte — solo un mobilificio a Sambuceto e una segheria a Pescara superano i ioo dipendenti — e si basano non tanto sulla produzione di mobili quanto su quella di infissi, tavolame grezzo e imballaggi. Le industrie del settore chimico e farmaceutico, poco progredite fino ad alcuni anni fa, hanno avuto un certo sviluppo per merito della principale impresa, la FATER (Farmaceutica Aterni), fondata nel 1959 e rapidamente accresciutasi fino ad avere oggi circa 200 dipendenti, specializzata nella produzione di collirio, vasocostrittori ed altri prodotti sanitari e igienici. Degno di nota è pure il grosso colorificio CIBO (150 addetti), nato nel 1917 e specializzato nella sola produzione del blu oltremare (circa 600 tonn. annue), ora sensibilmente ridotta a causa del costo troppo elevato dello zolfo. A queste industrie si possono aggiungere minori imprese per la produzione di detersivi, gas liquido, solventi e prodotti di plastica. E infine da ricordare che Pescara è la sede centrale, amministrativa e tecnica della PETROSUD (più di 100 dipendenti), società benemerita nella ricerca degli idrocarburi abruzzesi e molisani.

    Come abbiamo notato, non è affatto il caso di parlare anche in questa zona, che è la più evoluta dell’ Abruzzo, di grande industria. Indubbi fattori positivi sono la favorevole posizione geografica, l’ampia disponibilità di forze di lavoro, l’abbondanza di fonti energetiche sia elettriche che metanifere, la presenza di due grossi centri urbani che certamente favoriscono i consumi. Ma ad essi si oppongono non indifferenti fattori negativi, quali la limitata estensione della superficie destinata ad uso industriale, l’insufficiente qualificazione professionale delle forze di lavoro, la scarsa accumulazione di risparmio capitalizzabile, l’inadeguatezza delle infrastrutture socio-economiche. E dobbiamo infine mettere in evidenza l’ostacolo a una ulteriore forte espansione industriale determinato dalla lontananza dei mercati di approvvigionamento (escluse Pescara e Chieti), aggravata dalla scarsità di celeri comunicazioni. Infatti non è certo sufficiente per Pescara la posizione di nodo ferroviario sull’importante litoranea adriatica e, per quanto riguarda le autostrade, esse sono ancora in progetto o in fase di costruzione non molto avanzata. E il porto-canale pescarese, con i suoi scarsi fondali che non permettono l’attracco di navi superiori alle 2000 tonn. di stazza, potrà andar bene per i motopescherecci, ma non può — e non potrà, a meno di antieconomici stanziamenti di ingenti capitali — che essere del tutto insufficiente per un traffico di una certa importanza. Tale carenza ha sinora comportato una pressoché assoluta mancanza di attrazione del porto sugli impianti industriali.

    Fuori dell’asse di sviluppo della Val Pescara, ma ancora nell’ambito del « Consorzio », deboli e disperse appaiono le strutture industriali. Una certa densità di impianti si può trovare soprattutto a Lanciano, dove il progettato nucleo di industrializzazione è però ancora alla fase iniziale. Più che altro sino ad oggi ha agito la libera iniziativa, con un fiorire di piccole industrie dalle più disparate branche merceologiche senza alcun collegamento tra. di loro. All’infuori del tabacchificio A.T.I., che occupa stagionalmente un migliaio di dipendenti, ci troviamo di fronte a piccole fabbriche tessili e delle confezioni (la maggiore è il calzificio Torrieri con

    un centinaio di addetti), a officine metalmeccaniche (macchine agricole, olearie, ecc.), a industrie alimentari, del legno (tre mobilifìci) e dei materiali da costruzione (laterizi, cemento, marmo). Per il resto, nel Chietino « consorziato » troviamo un altro raggruppamento di piccole industrie di vario genere a Ortona, soprattutto per la costruzione e montaggio di macchine agricole e per la fabbricazione di imballaggi di legno — attività caratteristica di molti centri interessati dalle colture ortofrutticole, come anche gli impianti di conservazione dei prodotti — oltre a piccoli stabilimenti tessili, molini, pastifìci e oleifìci. Ancora più scarsi di industrie sono i territori del Consorzio nella provincia di Pescara, con impianti molitori, frantoi, pastifici e materiali da costruzione: attività povere, a carattere locale, con un limitatissimo numero di addetti, che riguardano soprattutto Spoltore, Pianella, Moscufo e Loreto Aprutino. Un po’ più evoluta si presenta Penne, che accanto alle piccolissime aziende alimentari ha pure un lanificio e uno stabilimento di confezioni (Roman Style) con oltre 100 dipendenti.

     

    Per trovarci di fronte a una grande industria, indubbiamente la più importante della regione, bisogna discendere fino a San Salvo, al margine meridionale dell’Abruzzo marittimo. In questa zona il rinvenimento degli importanti giacimenti di metano è stato determinante per l’installazione del complesso industriale della S.I.V., la più grande e moderna fabbrica di vetro d’Europa e una delle più automatizzate d’Italia, per la quale, già all’inaugurazione alla fine del 1965, erano stati investiti 45 miliardi di lire. Azienda dellI.R.I. finanziata per un terzo da capitali americani, già alla fine del 1966 occupava 1600 dipendenti, saliti in due anni a circa 2000. Il complesso, specializzato nella produzione di lastre di vetro e cristallo e di fibre di vetro, è formato da ben cinque stabilimenti per le prime lavorazioni, con una capacità produttiva di oltre 125.000 tonn. annue, oltre a un impianto per le seconde lavorazioni (taglio, molatura, forni di curvatura e tempera, stratificazione vetri), al quale sono collegate una centrale termoelettrica della potenza di 12.000 kW e un’officina elettromeccanica. Il metano affluisce alla centrale e ai numerosi forni nella quantità di circa 400.000 me. al giorno. Grande importanza hanno, oltre ai vetri per l’edilizia, i prodotti speciali per l’arredamento e per i vari mezzi di locomozione, dagli autoveicoli agli aerei. La presenza di questo grande complesso ha stimolato anche qui la nascita di un nucleo di industrializzazione, con un rapido sviluppo di iniziative collaterali nei settori degli imballaggi (tre stabilimenti) e della lavorazione dei materiali edilizi (calcare e feldspato, laterizi, gesso), ai quali si sono aggiunte due industrie metalmeccaniche, due enologiche e una olearia, di piccole dimensioni. In questa zona la realizzazione che ha suscitato discussioni, con commenti anche nettamente sfavorevoli, è stata la valorizzazione del porto di Vasto, a Punta Penna, messo in condizione, mediante l’impiego di ingenti capitali, di ospitare natanti fino a 6000 tonn. di stazza. In tal modo la sabbia di silice giunge alla vetreria per via marittima, ma sul costo della materia prima incide grandemente l’elevatissimo costo di gestione del porto.

    Un forte incremento industriale, dovuto in gran parte all’intervento degli enti per lo sviluppo del Mezzogiorno — la cui sfera d’azione si arresta proprio al fiume Tronto — si può notare anche sul litorale aprutino, con un recente asse di industrializzazione, peraltro assai discontinuo, che si congiunge perpendicolarmente a quello ben maggiore della Val Pescara. Si tratta di piccole e medie industrie che toccano un po’ tutti i settori merceologici, ma non hanno certo la solidità dei complessi pescaresi, riflettendone in misura maggiore gli aspetti negativi, quali la dubbia capacità di un futuro autosviluppo e la mancanza di coordinamento e di complementarità, anche se per ora esse appaiono in continuo progresso. I principali impianti — con più di 100 addetti — sono, procedendo dal nord, a Martinsicuro il mobilificio Fastigi (250 dipendenti), la fonderia e smalteria VECO e lo stabilimento di confezioni in pelle ILGA; a Giulianova lo zuccherificio (250 addetti stagionali) e la fabbrica di pesce conservato in scatola (no); a Roseto le Confezioni Monti

    (800) e una fabbrica di laterizi (130); a Pineto la fabbrica di foderine, tappeti e altri accessori per auto (250); a Silvi Marina un grosso stabilimento per la produzione della liquirizia (200) che svolge un’attività collaterale all’impianto di Montesilvano, già precedentemente citato. All’interno sta prendendo sempre maggiore consistenza il nucleo di industrializzazione di Teramo, posto ad est della città, con in evidenza gli stabilimenti di lavorazione dei materiali non metalliferi, quali una fabbrica di mattonelle smaltate (640 addetti) e una di impianti igienici-sanitari in ceramica (300).

    Per il resto, in tutto l’Abruzzo marittimo l’arretratezza delle strutture industriali è pienamente evidente nella dispersione, un po’ dovunque, delle piccole aziende connesse con l’agricoltura (oleifici, impianti enologici, fabbrichete d’imballaggio per prodotti ortofrutticoli, molini, ecc.) e con la lavorazione dei materiali non metalliferi, essenzialmente da costruzione (laterizi, manufatti di cemento, ecc.). Una certa importanza hanno assunto nel Teramano i mobilifici a Montorio al Vomano (75 addetti), Mosciano Sant’Angelo (4 imprese), Colonnella, Campii, Atri, Notaresco e Basciano. Alquanto sviluppato è il settore tessile e dell’abbigliamento nella valle della Vibrata, a Sant’Egidio e a Nereto, con stabilimenti di maglieria e di confezioni che superano spesso la cinquantina di dipendenti : maglificio Gran Sasso (105 addetti), camiceria C.N.G. (90), maglificio Lian (65), ecc. Fra le industrie alimentari si impone, per antica tradizione e per eccellenza del prodotto esportato in parte all’estero, il pastificio De Cecco (200 addetti) di Fara San Martino, fondato nel 1882, oltre all’antica fabbrica di liquirizia di Atri (140), in attività dal 1811 e ricostruita nel dopoguerra, e ai molti piccoli salumifici, diffusi soprattutto nel Chietino.

     

     

     

     

    Assai precaria è la situazione industriale nell’Abruzzo montano e nel Molise. Soltanto nella piana del Fùcino, presso Avezzano, si è manifestato un certo sviluppo, con un nucleo di industrializzazione per il quale opera, fino dal 1962, un consorzio che ha lo scopo di favorire il sorgere di nuove iniziative mediante interventi di natura sia tecnica che economica. Nell’area di attrezzatura immediata, posta a sud della città e ampia 72 ha., si è sviluppato, accanto alle industrie più importanti e di impianto meno recente — che sono lo zuccherificio (265 addetti, più 700 lavoratori stagionali) e la cartiera (450 addetti; produzione annua di circa 330.000 q. di carta) con annessa una grande centrale termoelettrica della potenza di 40.000 kW — un notevole numero di stabilimenti di piccola entità dalle attività alquanto varie, ma con prevalenza delle industrie del legno, dei materiali da costruzione, delle confezioni, dei manufatti in plastica e in lamiera, fra le quali soltanto quattro superano il numero di 100 dipendenti, su un totale di circa 2500 (1200 nel i960). Fatta eccezione per la cartiera e per lo zuccherificio, il nucleo di industrializzazione ha risentito, dopo il primo fiorire di molteplici iniziative, della posizione marginale della conca fucense e della difficoltà nelle comunicazioni, sia stradali che ferroviarie. Per un probante sviluppo si attende che sia portata a termine l’autostrada per Roma, della quale si sta progettando anche il proseguimento per Sulmona e Pescara, ma si deve tenere in maggiore considerazione la possibilità di incrementare il settore alimentare di trasformazione o di conservazione dei copiosi prodotti locali, soprattutto delle colture orticole specializzate, da molti auspicato come più congeniale e redditizio per la zona.

     

    Non molte altre industrie sono sparse qua e là nelle due regioni. Per l’Abruzzo possono essere ancora ricordati i notevoli stabilimenti di materiali elettronici dell’Aquila (900 addetti) — fulcro del futuro nucleo di industrializzazione aquilana, ancora allo stadio embrionale — e di Sulmona (350 addetti), il grande cementificio di Cagnano Amiterno (200) nell’alta valle dell’Aterno e le tradizionali fabbriche di confetti di Sulmona, oltre alle numerose imprese di lavorazione dei materiali da costruzione: distillazione dell’asfalto presso Ovìndoli, fabbriche di calce a Capistrello, laterifici a Montereale, Orìcola, Civitella Roveto, ecc.

    Per il Molise c’è ben poco da dire. Finora è stata presa un’unica iniziativa con la costituzione del « Consorzio per il Nucleo di industrializzazione della valle del Biferno ». La valle c’è, ma purtroppo mancano le industrie, tanto che il Consorzio interessa per ora soltanto il territorio di Tèrmoli che, insieme a Campobasso, concentra un certo numero di stabilimenti, anche se di piccola entità: soltanto l’industria per la confezione di abiti civili e militari STIC raggiunge il centinaio di dipendenti, mentre le altre — industrie alimentari, lavorazione di conglomerati bituminosi, laterizificio, produzione di passamanerie —■ hanno, almeno per ora, una importanza piuttosto limitata. A Campobasso le aziende più importanti operano più che altro nei settori della trasformazione dei prodotti agricoli e zootecnici e dei materiali da costruzione e sono di dimensioni ancora più ridotte. In tutto il resto della regione soltanto due stabilimenti superano il centinaio di addetti: il cementificio di Guardiaregia (150) e il laterificio di Baranello. Per il resto la struttura industriale è arretrata di un secolo. Come avviene per le piccole e numerose centrali idroelettriche, così vediamo che quasi ogni centro ha una base, per così dire, autarchica, per quanto riguarda i consumi di prima necessità. Una miriade di mo-lini, pastifici, oleifici e di imprese di materiali da costruzione pullula nella regione, dando un contributo generale assolutamente irrisorio per l’economia del paese. Attualmente si può parlare solo di stasi, se vogliamo essere ottimisti: perfino la tradizionale lavorazione dei coltelli e di altri manufatti in acciaio, fiorente un tempo a Campobasso e a Frosolone, ridotta a una semplice forma di artigianato familiare, e la celebre attività di fusione delle campane ad Agnone, sono in netto e irrevocabile declino.