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La flora e la fauna emiliana

    Vegetazione e popolamento animale

    Il mantello vegetale

    Se a dare al paesaggio i lineamenti di fondo sono gli aspetti di volume, cioè le forme plastiche del rilievo, da quelle mosse della montagna alle piatte del piano, il colore è ad esso conferito essenzialmente dalla vegetazione, dal rivestimento vegetale, che quelle forme plastiche ammanta. Con la sua ricchezza e povertà; con la sua presenza e persino con le sue soluzioni di continuità, che lasciano in vista le rocce nude, gli specchi d’acqua, le nevi eterne; infine col ritmo cangiante del suo ciclo vitale annuo.

    Colori e toni. Chè, se il colore fondamentale è il verde, ne è tutto un giuoco di tonalità. Così, da noi, dal cupo delle abetaie e pinete via via per tutta la gamma dei cedui, dei castagni, delle quercie, delle acacie, degli aceri, dei pioppi, della canapa, delle foraggere al verde tenero dei seminati recenti, al verde lucido dei salici, al verde brinato delle tamerici.

    Ma non vi mancano, a tempi e luoghi, i gialli delle messi e delle stoppie estive, i grigi stecchiti dei boschi e campi spogli dell’inverno e le macchie policrome, se pur effimere, delle fioriture che salutano la primavera: i peschi, i meli, i ciliegi in fiore, l’azzurro delicato del lino, le margherite che costellano di bianco i prati, i papaveri rossi che avvampano i campi e le ginestre gialle che si arrampicano sin sui calanchi, i rossi delicati della lupinella e i rossi fragola del trifoglio nel verde delle foraggere…

    La massima parte della superficie della regione e con la maggiore continuità nel tempo è ammantata di verde, funzione a sua volta del rilievo e del clima, e dell’intervento umano. Le eccezioni che si presentano con qualche continuità o estensione sono ai due estremi : scoscese rocce nude della più alta montagna e piatti arenili delle spiagge, insieme con l’area, sempre più ridotta, ricoperta stabilmente dal velo delle acque nelle valli di Comacchio. E questo che, insieme con gli alvei e i greti fluviali soggetti alla periodica sommersione, porta a 96.542 ettari l’area occupata dalle acque (il 4,36% della superficie territoriale della regione nel 1956).

    L’altra parte — e questa crescente — che viene sottratta al rivestimento vegetale è quella occupata dalle sovracostruzioni umane; abitati, strade, miniere; 73.896 ettari nel 1956 (pari al 3,35% della superficie territoriale).

    Il mantello vegetale, comunque, non è dappertutto rigoglioso. La statistica ufficiale designa come agrariamente produttivo anche un incolto (50.193 ettari), che in buona parte è costituito da superfici in forte declivio e detritiche rivestite di rada e magra vegetazione erbacea e arbustiva o addirittura da calanchi, sui quali si arrampicano qua e là erbe e sterpi a ciuffi. Da quest’ultima categoria a quella dello sterile (indicato in 18.846 ettari) il passaggio è quasi inavvertibile, per cui le attribuzioni catastali all’una o all’altra non possono fare piena fede.

    Flora palustre idrofila al margine della laguna di Comacchio.

    La pineta di Ravenna.

    Così come, d’altro lato, si presta a riserve in montagna la discriminazione fra l’incolto produttivo e il pascolo permanente, per il quale ultimo l’estensione complessiva in 84.371 ettari data dal Catasto (per di più comprensiva dei « prati permanenti ») può considerarsi alquanto ottimista.

    La vegetazione spontanea occuperebbe ancora, in tutta la regione, altri 338.000 ettari di bosco e castagneto. Ma anche qui comincia ad acquistare rilevanza l’intervento umano, sia per l’opera di rimboschimento (con l’introduzione, per di più, di essenze, come conifere, di origine estranea all’ambiente), sia per la diffusione ed educazione, avvenute in altri tempi, del castagneto, sia infine per quanto di artificiale c’è nelle stesse pinete litoranee.

    Comunque, se anche nella montagna e in piccola parte nella collina il rivestimento vegetale può considerarsi prevalentemente spontaneo, quindi riflesso in aspetti fitogeografici propri e fino a un certo punto originali dell’ambiente, la maggior parte della superfìcie della regione e in particolare tutta, o quasi, quella del pedemonte e della pianura è rivestita di vegetazione coltivata. Con quella ripartizione che osserveremo quando si verrà a trattare dell’economia rurale.

    I naturalisti distinguono nella flora emiliana varie zone.

    Per prima vorremmo considerare la zona litoranea. Nei tratti non ancora occupati dall’attività balneare (e quindi specialmente a nord di Ravenna) «la lunga spiaggia sabbiosa sopporta le distese di Calcile marittima, che vanno fino al battente delle onde, poi la fascia dell’Agropyrum junceum e dell’Euphorbia Paralias cui succede all’altezza delle prime dune il consorzio dell’Amophila arenaria, che le dune stesse tende a consolidare ». Così si esprime lo Zàngheri. Nè vi mancano, sulle sabbie, le tamerici alofile, che colpiscono l’occhio tremolanti nel loro verde glauco.

    Vedi Anche:  Strade, ferrovie, porti e navigazione

    Pioppeto lungo il torrente Sìllaro a Castel San Pietro.



    Querceto con cerro a Scardavilla presso Meldola (Forlì).

    Dietro le dune possiamo considerare una seconda zona lagunare e valliva, ormai scomparsa a sud di Cervia, ma che si ripete e si allarga a nord pur attaccata dalla bonifica anche negli ultimi specchi delle valli di Comacchio. Essa è dominata dal fragmiteto e da tutta una flora di giunchi e scirpi. Risparmiamo un elenco floristico dettagliato della vegetazione igrofila delle valli salse e dolci e delle piallasse con le sue denominazioni latine, che poco può interessarci in uno sguardo geografico d’insieme come il presente.

    Fra la spiaggia e le valli, interrate o superstiti, sono pur conservate formazioni boschive tipiche sui cordoni degli antichi delta di Po, come il bosco della Mesola, caratterizzato dalla prevalenza del leccio e del pino domestico (Pinus pinea) e le pinete di San Vitale a nordest e di Classe a sudest di Ravenna e quella di Cervia, nelle quali domina il pino domestico, con la farnia e con ricco sottobosco arbustivo di ginepro, lentischi, ecc.

    La diffusione del pino domestico si ritiene peraltro relativamente recente, dovuta ai monaci che l’hanno sostituito in parte al pino marittimo spontaneo e in parte maggiore a Quercus peduncolata (a nord) e ilex (a sud), le quali, con le specie forestali secondarie abitualmente associate, dovevano costituire i boschi primitivi.

    Olivi su Modigliana.

    È, nel Ravennate, quella forse che dette inspirazione alla « foresta spessa e viva » di Dante, il quale intanto certo godè de « lo stormire dei rami frondosi »

    qual di ramo in ramo si raccoglie

    per la pineta in su’l lito di Chiassi.

    Purg., XXVIII. 19-20.

    Dietro queste zone e placche, tutta una sola terza area amplissima costituisce, dal punto di vista floristico, la (restante) zona di pianura.

    Dell’estensione e localizzazione dei boschi in antico fanno fede la tradizione e la toponomastica, ma doveva trattarsi, in genere, di boscaglia più che di formazioni unite. Boscaglia sui dossi più emergenti e meglio consolidati, che trapassava e si confondeva con la vegetazione igrofila delle aree soggette a frequente inondazione e degli acquitrini.

    Tuttavia qualcuna doveva raggiungere una certa estensione e compattezza, per lo meno la Silva Litana fra Senio e Santerno, nella quale i Boi colsero in agguato i Romani del Console Postumio (215 a. C.), solo vent’anni dopo cedendola all’attacco in forze di Valerio. E la stessa che ha lasciato i toponimi significativi di Lugo (da Incus), San Bernardino in Selva, San Lorenzo in Selva, Frascata, ecc.

    Oggi per tutta la pianura (esclusa la zona litoranea già osservata) la vegetazione spontanea è ormai sostituita alla flora coltivata. Di quella spontanea interessano ai naturalisti quasi soltanto le specie erbacee superstiti in convivenza coi seminativi (in parte anch’esse, forse, involontariamente introdotte e acclimatate), le forme arbu-stive e arboree tipo macchia, con la diffusione delle acacie, nei franchi di coltura e quelle forme di vegetazione igrofita accantonate lungo i corsi d’acqua, i canali e i fossi negli alvei, nei greti e sulle sponde.

    Nè vanno dimenticati, ancorché ormai quasi soltanto artificiali, i pioppeti che si allineano lungo i corsi dei fiumi e torrenti, da quello stesso del Po fino al Savio.

    Foresta di Campigna sull’alto Appennino romagnolo (abetaia).

    Un certo interesse scientifico presenta pure la flora delle piccole depressioni in cui affiorano acque di risorgiva (fontanazzi). Ed anche quella delle piante parassite, che s’insinuano e permangono fra i coltivi.

    Quarta zona floristica è la submontana, stesa sulla fascia collinare e sui fianchi più bassi dei rilievi appenninici, fin circa gli 800 m. sul mare. Per quanto riguarda la vegetazione arborea spontanea è la zona caratteristica del querceto con rovere, mista a roverella e pochissima farnia, con sottobosco arbustivo (ginepri, ligustri, biancospini, ornelli, ginestre) ed erbacee. Anche qui tradizione e toponomastica ci assicurano di una molto maggiore estensione delle formazioni boschive in antico. Ma non possono essere state mai molto ricche, per la natura stessa del suolo, specialmente sui vasti affioramenti delle argille scagliose. Ancor più oggi questo manto si presenta smembrato e degradato in lembi sparsi superstiti o rinnovati nei terreni meno acclivi e più poveri, come, per es., appunto nelle argille scagliose. Vi si nota anche la penetrazione di piante tipicamente mediterranee, come l’olivastro e l’olivo, che, nella sua diffusione verso nordovest, giunge sporadico fin sulle colline del Senio, non produttivo, o quasi, eppertanto in via di scomparsa.

    Vedi Anche:  Il Reno, il Po, gli altri fiumi e le sorgenti

    Castagneto sulle pendici dei colli romagnoli.

    Faggeta sull’alto Appennino romagnolo.

    Specie caratteristiche si riscontrano poi nei calanchi (artemisia); negli affioramenti serpentinosi (Alyssum); nei gessi (dove però le felci più caratteristiche stanno scomparendo).

    Quinta zona si indica la montana. Nella vegetazione arborea al piano del querceto, segue quello del cerro e del castagno. Poi, più in alto, prende a dominare il faggio, che forma (o formava) una fascia pressoché continua di faggeta lungo tutti gli alti rilievi dello spartiacque fin verso i 1500-1700 m. sul mare. Forma o formava, si è scritto, perchè in questa zona si sono verificate ripetutamente diffuse distruzioni, comprese quelle, gravissime, dovute all’ultima guerra.

    E qui pure che si è svolta e si svolge, per contro, l’opera di rimboschimento, alla quale si deve da tempi relativamente lontani (iniziative dei Granduchi di Toscana, dei Duchi emiliani) oltre che recenti la presenza di boschi di conifere, come in vicinanza dell’Abetone, a Séstola, a Campigna. Pure in questa zona è la costituzione di parchi provinciali o interprovinciali per la conservazione (o ricostituzione) della flora e della fauna locale come il Parco Provinciale Piacentino di Morfasso nell’alto bacino dell’Arda.

    Su sparse e vaste estensioni il bosco è degradato in ganga o forme analoghe con cespi, arbusti e ciuffi erbacei sparsi. La gariga vera e propria è soltanto su rocce calcaree e gessose e loro sfatticcio come nella fotografia dello Zangheri che riportiamo. Pochi gli arbusti (ginepro, pruno, ecc.). Il tappeto erbaceo è dominato talora dal-l’artemisia alba e dall’Helichry-sum italicum o da Thymus. Costante la presenza del Bromus erectus, onde — come dice lo Zangheri stesso — si assegna questo tipo di gariga al Bro-metum, che sostituisce il querceto di roverella laddove il bosco non può crescere specie per cause edafiche.

    Pascolo cacuminale sull’Appennino fra Burraia di Campigna e Montefalco. La specie dominante è Nardus stricta.

    Al limite del bosco, che si aggira sui 1500-1700 m. sul mare secondo l’esposizione e la natura del terreno, ha inizio la zona subalpina, caratterizzata da magro tappeto erboso. Esso costituisce un pascolo scadente, dominandovi spesso una piccola graminacea rigida (Nardus strida) rifiutata dal bestiame.

    I naturalisti vi trovano interesse per la presenza di alcuni endemismi (primula appenninica, Cirsium Bertoloni, Rhamnus glaucophyIla, Globularia incanescens), di specie comuni con le Alpi e di altre provenienti dall’Appennino centrale e meridionale.

    Le più alte creste intorno o al disopra dei 1900-2000 m. possono attribuirsi ad una settima zona alpina, con sassifraghe e, una volta, perfino stelle alpine, ora scomparse del tutto, forse vittime d’inconsulta raccolta.

    Il popolamento animale

    Il discorso fatto al principio del paragrafo precedente va ripetuto ed anzi di assai accentuato quando si passi a considerare il popolamento animale della nostra regione. Se per ciò che riguarda il mantello vegetale su tanta estensione esso ci è apparso opera dell’uomo, gli animali che noi vediamo popolare il paesaggio, vivere e muoversi in esso, ci appaiono ormai soltanto quelli portati, allevati, diffusi dall’uomo.

    Tale impressione si ha, ovviamente, perchè quelli che noi cogliamo con l’osservazione immediata del paesaggio sono quasi soltanto gli animali terricoli di una certa taglia e che rivestono un interesse economico evidente. Non gli acquicoli, non gli anfìbi, e i rettili (che da noi sono molto piccoli) e neppure, a prima vista, gli uccelli. E tanto meno gli animali piccoli e piccolissimi: insetti, molluschi, vermi…

    Vedi Anche:  I rilievi e le coste

    Il paesaggio è ingombro di bovini (un milione e mezzo), suini (oltre mezzo milione), ovini e caprini (circa 160.000), cavalli, asini e muli, animali da cortile e poi dagli altri domestici, come cani e gatti, o conviventi — anche men graditi — con l’uomo nelle dimore e nei campi, come topi d’ogni genere, talpe, ghiri, ricci, ecc.

    Il naturalista trova invece maggiore interesse nelle altre specie e vi osserva motivo di distinguere il territorio della regione in quattro zone.

    La prima zona è la litoranea settentrionale, dal delta a Ravenna, pressappoco, e vi è caratterizzata dalla fauna acquicola delle « valli » e dagli uccelli propri di tale ambiente. Le valli di Comacchio, sempre più ridotte e in via di riempimento per l’opera di bonifica, costituiscono la più vasta e caratteristica area di pesca interna in    Italia. Trovandosi    in    comunicazione col mare, hanno    una certa salsedine. Numerosi vi sono anguille    e cefali, ma non mancano branzini, ombrine e passeri di mare.

    Gariga su rocce calcaree e gessose e loro sfatticcio

    In altro momento (cap. XVIII) se ne parlerà più ampiamente, con particolare riguardo al caratteristico noto movimento migratorio delle anguille.

    Le stesse valli da pesca sono il teatro della caccia alle anitre e alle folaghe. Numerosi altri uccelli frequentano i lidi e gli argini (gambette, pettegole, piovanelle, gabbiani, ecc.).

    Nella riserva di Mèsola, insieme ad alcune migliaia di daini importati, si trova qualche centinaio di cervi, che si presume discendano da quelli che nel Medio Evo popolavano allo stato selvatico il bosco.

    La vasta zona di pianura è tanto intensamente coltivata che la sua fauna (anche a prescindere dagli animali allevati) è oltremodo monotona e ridotta a quelle specie che si sono familiarizzate con l’uomo e con l’agricoltura.

    Dei mammiferi sono così presenti alcuni di piccola taglia come la lepre, il riccio, la talpa, la donnola, la lontra.

    Uccelli stanziali non mancano: il passero, il merlo, l’usignolo, ecc. Tra quelli di « passo » che nidificano sono frequenti la quaglia, lo storno, la tortora, l’allodola… La caccia, divenuta uno sport diffuso, nonostante le leggi protettive, vien continua-mente riducendone il numero.

    I pesci d’acqua dolce, nei corsi d’acqua e nei canali, sono tutt’altro che abbondanti, anch’essi ridotti dalla pesca sportiva e ancora più per l’introduzione di specie esotiche, anzitutto del pesce-gatto, che ha quasi distrutto quelle locali. Fra queste pregiata la tinca. Il Po, in primavera, è risalito dallo storione, oggetto pure di proficua pesca locale. Nelle risaie si coltiva poi la carpa e nei maceri (dove sono rimasti) il pesce dorato della Cina.

    Nella collina e montagna più ancora che la differenziazione altimetrica si fa sentire quella fra la sezione orientale e occidentale, divise grosso modo dalla valle del Reno.

    La funzione di rifugio esercitata dai recessi montani, sia perchè le altitudini sono relative, sia perchè le valli sono aperte ai movimenti umani di penetrazione e attraversamento, poco ha valso nell’Appennino settentrionale alla conservazione di selvatici, come il lupo, che ne è ormai scomparso, e la volpe che vi è rarissima. Relativamente diffusi sono ancora soltanto il tasso, la faina e il ghiro. Assai men frequente lo scoiattolo.

    Rettili, anfibi, insetti mostrano nella zona appenninica orientale elementi di origine meridionale, mentre in quella occidentale si notano piuttosto affinità settentrionali.

    Dal Piacentino al Reggiano si trovano stanziate la pernice rossa e la starna, più a sudest solo la starna. Fruttifera è poi la caccia agli uccelli di passo, specie nelle alte valli presso i valichi (tordi, quaglie).

    Segnaliamo infine che gli studi sulla selvaggina, ed essenzialmente su quella avicola, sia nelle specie stanziali, sia nelle migratorie, sono curati da tempo nella regione in modo approfondito, esemplare, dallo specifico Laboratorio di Zoologia applicata alla caccia istituito presso l’Università di Bologna.