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gli edifici, il territorio e la popolazione di Bologna

    Bologna e il bolognese

    Premessa

    Per procedere ad una descrizione più dettagliata della Regione nelle sue varie parti seguiremo ovviamente lo schema delle quattro maggiori subregioni nelle quali abbiamo ritenuto di vederla articolata (il Bolognese, i Ducati, la Romagna, il Ferrarese) e delle zone in cui esse ulteriormente si differenziano.

    E d’altro canto indubbiamente necessario dedicare una apposita considerazione alle città e potrebbe apparire opportuno nell’ordinamento della materia tener distinta la descrizione delle subregioni e zone da quella della città: far seguire o precedere alla corografia, la poleografia.

    Ma non lo abbiamo ritenuto conveniente nel caso specifico di questa nostra regione. Se è possibile e bene parlare di Roma separatamente dal Lazio, di Venezia prima o dopo del Veneto e fors’anche di Milano o di Napoli a sè stanti nei confronti della Lombardia e della Campania, le città dell’Emilia-Romagna, anche le maggiori, sono talmente, oserei dire esclusivamente compenetrate nel tessuto sociale ed economico dei loro intorni territoriali, che non avrebbe senso, o quasi, trattarne in sede distaccata, tutte le città prima o dopo tutte le subregioni.

    Limitata eccezione potrebbe vedersi possibile fare per Bologna, la quale da sola concentra oltre un decimo della popolazione dell’intera regione, e ha nei confronti di questa funzioni di coordinamento, che tutta l’investono, superando largamente i confini del Bolognese, ed anzi ha assunto ormai anche funzioni di carattere nazionale rilevante.

    Comunque ci è sembrato opportuno anche in questo caso, necessario negli altri, occuparci delle singole città nell’àmbito della descrizione corografica delle subregioni e zone in cui si trovano, dalle quali ricevono ed alle quali dànno carattere costitutivo essenziale.

    Il Bolognese

    Delle quattro subregioni, il territorio, che abbiamo denominato « il Bolognese », non è certo per estensione un quarto dell’Emilia-Romagna, anzi appena un settimo, e meno se dalla provincia togliamo anche l’Imolese romagnolo. Tuttavia, pur senza questo, raccoglie più di un quinto della popolazione.

    Il Bolognese non è, per vero, altro che una delle tante unità storiche e umane costituitesi intorno a un centro urbano del pedemonte, che raccorda il gruppo di valli, allo sbocco delle quali si trova, con un tratto del piano antistante. In questo caso, tuttavia, abbiamo ritenuto di dover trattare una tale unità distintamente dalle altre per un particolare carattere che viene ad esso per la sua posizione (ma non solo da questa), di costituire territorio di transizione fra l’insieme di analoghe unità che costituisce la Romagna e l’altro insieme di analoghe unità, che costituisce ciò che s’è indicato come 1’« Emilia dei Ducati », carattere tradottosi anche in termini di storia e di tradizione con una spiccata individualità. Sta inoltre il fatto che una delle valli che sboccano su Bologna è la maggiore del versante emiliano dell’Appennino, la valle del Reno; essa e l’altra vicina e parallela del Savena offrono l’accesso ai più agevoli e più frequentati valichi, che uniscono la pianura padana alla Toscana, quindi a Roma. E con ciò Bologna e il suo intorno, trovandosi pure sulla via Emilia, è    all’incrocio delle due maggiori direttrici di    traffico    della regione.

    Sta infine il fatto che Bologna rappresenta il    centro coordinatore di    tutta la regione,

    il centro preminente nello sviluppo culturale e di gran lunga il più popoloso, e il più attivo per industrie e commerci, ond’essa dà al suo intorno anche perciò un carattere distintivo nei confronti deH’Emilia occidentale, della Romagna e del Ferrarese.

    Storicamente il « Dominio bolognese » per le vicende dell’età dei Comuni e delle Signorie, pur costituendosi in unità territorialmente notevole, non potè sottrarsi, come i Ducati, alla Chiesa Romana. Nelle terre della quale, tuttavia, la città conservò la sua importanza, anzi raggiunse un posto preminente. Era dessa infatti la maggiore dopo Roma, curata e protetta come nucleo della parte più avanzata verso il nord ed economicamente più progredita dello Stato.

    Il dominio del Comune Bolognese si identificò sin dal Quattrocento pressappoco con quella che è oggi la provincia e che fu fino al 1859 la legazione di Bologna. Unica variante notevole nella circoscrizione provinciale, già ricordata a suo luogo, fu l’aggregazione dellTmolese, che fino al 1859 faceva parte della legazione romagnola di Ravenna.

    Teniamo pertanto qui per « Bolognese » la subregione corrispondente alla provincia di Bologna con esclusione dell’Imolese: circa 3252 kmq. con 698.420 abitanti residenti nel 1951, saliti a 752.874 all’alba del 1959 con una densità media, ora, di 231 ab. per kmq.

    Bologna: le due Torri degli Asinelli e Garisenda.




    Si dica però sùbito che questo dato medio di densità non ha quasi alcun significato, essendo necessario distinguere la striscia dei 9 comuni pedemontani (Baz-zano, Crespellano, Zola Predosa, Anzola, Casalecchio, Bologna, San Làzzaro, Ozzano, Castelsanpietro), nella quale la densità media supera i 650 ab. per kmq., mentre i Comuni della pianura sottostante si avviano ai 150 ab. per kmq. e quelli della collina e montagna, insieme, non raggiungono gli 80.

    La densità minore per Comuni è, in montagna, di Lizzano (43 nel 1957) e Monterenzio (31); il primo comprende le vette più elevate e gli alti pascoli, il secondo la più ampia e desolata plaga delle argille scagliose. Le più alte densità del piano sono di Pieve di Cento (328, piccolo territorio intorno al capoluogo) e di Castel-maggiore (213, con un certo sviluppo industriale), la più bassa nei vasti Comuni di bonifica di Medicina (92), Bentivoglio, Molinella e Sala Bolognese (103-106).

    Montagna, collina e pianura tipicamente agricoli, con percentuali intorno al 70 della popolazione attiva addetta all’agricoltura, il pedemonte a economia più varia con l’8i% di popolazione attiva dedita a industrie, commerci, trasporti, eccetera.

    Per maggiori dettagli statistici rimandiamo alle tabelle riportate alla fine del presente volume.

    A proposito di statistiche, si pongono qui una volta per tutte due avvertenze. La prima che, quando non sia altrimenti precisato di volta in volta, i dati relativi alle caratteristiche della popolazione sono stati assunti dai fascicoli provinciali del censimento 1951 e quelli relativi alla ripartizione della superficie dal Catasto agrario 1929. Ciò giustifichi anche qualche discordanza che potrà notarsi fra le superfici totali dell’una e dell’altra serie di tabelle.

    La seconda, che nel considerare la ripartizione percentuale della superficie fra le varie forme di economia agricola e forestale, ci si è riferiti alla superficie territoriale dei singoli comparti, anziché a quella agraria-foresi ale, come pratica la statistica agraria. Abbiamo preferito il riferimento alla prima, perchè ciò di cui noi vogliamo acquistar contezza è il paesaggio, e nel paesaggio c’è tutta la superficie territoriale. Di tutta questa pertanto interessa a noi conoscere quanto è spoglio e quanto è rivestito ed in qual modo, e non soltanto l’articolazione della sua parte agrariamente produttiva.

    La città

    Accingiamoci ad una ricognizione ideale di tutto il paese. E cominciamo da Bologna, il centro di coordinamento della subregione e della regione, pressappoco anche in senso geometrico, il più popoloso e attivo agglomerato umano, il più vasto complesso edilizio.

    Il luogo allo sbocco della maggior valle appenninica attirò abitatori stabili da tempi remotissimi. Non però proprio sul Reno, ma un po’ più a oriente. I documenti archeologici mostrano il più antico nucleo addirittura neolitico-eneolitico situato sulle falde inferiori della collina fra i torrenti Aposa e Ravone. Copriva un’area di 8 ettari (circa 800 X 100 m.) con 1200 capanne.

    Successivamente la città « villanoviana », testimoniata da grande copia di tombe e reperti, si stese poco più in basso, sulla cimosa pedemontana, ancora fra Aposa e Ravone, vasta e complessa.

    Su questa si sovrappose la città etrusca, Fèlsina princeps Etruriae, che ebbe la sua ricca necropoli nella stessa località dove ancora è la Certosa, il cimitero bolognese. Onde il Poeta poteva con felice sintesi dire:

    Dormono a’ piè qui del colle gli avi Umbri che ruppero primi

    a suon di scure i sacri tuoi silenzi, Appennino:

    dormon gli Etruschi discesi co’l lituo con l’asta con fermi

    gli occhi ne l’alto a verdi misteriosi clivi,

    e i grandi Celti rossastri correnti a lavarsi la strage

    ne le fredde acque alpestri ch’ei salutavan Reno,

    e l’alta stirpe di Roma, e il lungo-chiomato Lombardo

    ch’ultimo accampò sovra le rimboschite cime.

    Dormon con gli ultimi nostri…

    Carducci, Odi Barbare.

    Occupata dai Galli, centro principale della loro tribù più potente, quella dei Boi, diviene Bononia, secondo la tradizione dal nome stesso dei Boi, secondo altri da voce celtica (bona) indicante « costruzione », quasi la « città costruita » per eccellenza.

    Nella sua struttura edilizia i segni di questi più antichi strati dell’abitato sono ormai obliterati. Non già però quelli della città romana, che vi si sovraimpose, da quando vi fu insediata la colonia latina (189 a. C.).

    Altimetria della città di Bologna e tracciato delle mura ultime e quelle del Duecento.

    Il nucleo centrale mostra ancora il decumano, in corrispondenza della via Emilia, anche se oggi « sventrato » e allargato (via Rizzoli e Ugo Bassi), e alle estremità di esso il divergere delle antiche strade di campagna, divenute poi tronchi di vie urbane. Ciò si vede specialmente da un lato alle Due Torri, innalzate nel 1109-19 pressappoco dove era stato l’accesso di sudest della città romana, e all’altro estremo dove s’inizia il divergere delle vie Pratello, San Felice (Saffi) e Lame. Men sicura l’identificazione del cardo maximus per il rimaneggiamento medioevale e moderno delle vie che pur si riconoscono ortogonali al decumano.

    Desolata e semidistrutta nel periodo delle invasioni, irriducibilmente romana nello spirito e nella cultura anche quando l’Esarcato ravennate ne fece il baluardo più internato del dominio bizantino, occupata dai Longobardi (Liutprando, 727 d. C.), dai Franchi, dagli Imperiali, devastata dagli Ungari, Bologna riprende rinnovato vigore nell’età comunale. Primo ricordo di consoli cittadini si ha nel 970 e un secolo appresso, da scuole preesistenti, si sviluppa il glorioso Studio di cui si è parlato altrove.

    Piazza Maggiore e quartieri nord-occidentali di Bologna dalla Torre degli Asinelli

    Avanzo delle mura del secolo XII dietro la chiesa di San Giacomo a Bologna.

    Ed è nel 1256 la «legge del Paradiso» con la quale il Comune, per primo, apertamente affranca i servi della gleba.

    Nel secolo IX la città era stata munita di una cerchia murata, appoggiata a quella romana ad est e a sud, più ristretta invece ad ovest (fino alla linea via Tagliapietre, Valdaposa e Galliera) e a nord (fino a Rivareno e via Righi o Bertiera).

    Nel secolo XII la città, allargandosi specie ad oriente e verso i piedi della collina, si cinse di nuove e robuste mura, di cui restano alcune porte e chiari riflessi del tracciato in un giro di vie, dov’erano le fosse o i paralleli cammini di ronda. E il giro seguito oggi dagli autobus delle « circolari interne », largo purtroppo soltanto in corrispondenza dell’attraversamento dell’Emilia (piazza Aldrovandi a sudest, piazza Malpighi a nordovest).

    E questo un primo periodo del massimo fiorire della città ed è allora che si levano le caratteristiche torri delle famiglie nobilesche.

    Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna

    e il colle sopra bianco ride.

    Carducci, Odi Barbare.

    Se ne contavano fin 200, le più alte restano l’Asinella (1109-19; m. 97,20) e la vicina Garisenda (m. 48,16) iniziata contemporaneamente, ma non finita per un cedimento delle fondazioni, che ne determinò la caratteristica inclinazione.

    Sono però secoli di continue lotte interne e coi Comuni vicini, nelle quali intervengono i Visconti di Milano e la Chiesa coi suoi vicari e legati, come Bertrando del Poggetto (1327-37), l’Albornoz e i suoi successori (1361-1401), Baldassarre Cossa poi antipapa Giovanni XXIII (1403-17). Signorie locali non riescono a stabilirsi che per breve tempo: Taddeo Pepoli e i suoi (1337-50); Giovanni II Bentivoglio (1463-1506). Non ha pace Bologna fino al 1513, nel quale anno si fissa stabilmente la soggezione alla Chiesa e la costituzione oligarchica del Comune.

    Ma pur in tempi così travagliati la città si sviluppava continuamente e si arricchiva di monumenti civili e di templi. Per la massima parte in legno nel Duecento, quando solo gli edifici pubblici e le dimore gentilizie e le torri si elevano in pietra, diventa tutta una città di pietra, caratteristica per l’uso predominante del mattone vivo oltre che della arenaria e qua e là della pietra di gesso negli elementi decorativi (bugnati, architravi, balconi, ecc.). Nasce la « rossa Bologna », coi suoi lunghi porticati e le grandi chiese di San Petronio (1390-1659), di San Francesco (1236-1550), di San Domenico (iniziata nel Duecento, ma rifatta nel Settecento) e il singolare complesso di sette piccole chiese indicate col nome di Santo Stefano (le più antiche risalgono ai secoli XI-XII). E poi il Palazzo Comunale o d’Accursio (1245-1428), quello del Podestà (del Duecento, ma ricostruito nel 1484) e l’adiacente di Re Enzo (1244-46), e il palazzo dei Notai (incominciato nel 1381 e completato nel 1422-1440), i quali, con la basilica di San Petronio e col più recente, ma pur nobile palazzo dei Banchi (del 1412, ma ridotto alla forma attuale dal Vignola nel 1565-68), cingono il «centro monumentale» di Bologna: la piazza Maggiore, la «piazza» per eccellenza, il cuore della vita cittadina. Di qui, continuando il fronte del palazzo dei Banchi, prosegue lungo il fianco di San Petronio il portico del Pavaglione, sul quale si leva nella piazzetta dietro l’abside del tempio (piazza Galvani) il Palazzo dell’Archiginnasio (1562-63), sede dello Studio fino a tutto il Settecento.

    Bologna: palazzo del Podestà a destra e palazzo comunale sul fondo.




    Rovine della Rocca di Galliera a Bologna.

    Gli sventramenti hanno isolato il complesso dei Palazzi del Podestà e di Re Enzo e dato un’ampia visuale, con la larga via Rizzoli, alle Due Torri. A destra di queste, guardando, in altra piazzetta è il Palazzo della Mercanzia, un piccolo gioiello gotico (1384). E altri palazzi sono sparsi nella città medioevale, come il merlato palazzo Pepoli in via Castiglione (1344), quello del Collegio di Spagna (1365), il palazzo Bevilacqua in via d’Azeglio (1479) che pure in ridotte dimensioni ricalca con squisita eleganza i modelli fiorentini, con la sua facciata in bugnato di arenaria. Con amore intelligente tutti codesti monumenti sono stati restaurati nei decenni a cavaliere dell’inizio del secolo presente.

    Vedi Anche:  L'economia rurale: irrigazione,bonifica e pesca

    Antichissima la sede metropolitana di San Pietro, ma distrutta e rifatta più volte, sì che quelle che oggi vediamo sono soltanto forme del primo Seicento. Perduto è pure il grandioso e suntuoso palazzo Bentivoglio, iniziato nel 1460 e dato a sacco nel 1507. E il luogo porta ancora il nome del Guasto. Il nuovo palazzo Bentivoglio, sussistente, pur solenne e nobile, è di più tarda data (1550-60) e, all’in-terno, non finito.

    Gravi danni ha subito il patrimonio artistico di Bologna per le offese aeree nel 1943-44: degli edifici ricordati furono colpiti San Francesco, l’Archiginnasio e la Mercanzia, ora però già ricostruiti. Per contenere e difendere la nuova città un ultimo giro di mura la cinse, costruito dal 1327 al 1390.

    Concepito con notevole larghezza, lasciò airinterno ampi spazi verdi, come gli orti Garagnani, la vigna dei Frati (di San Domenico) e la Montagnola dov’era l’antica cittadella o Rocca di Galliera « cinque volte costruita e cinque volte distrutta dal popolo », come suona la lapide che vi è apposta.

    Tale la città rimase in sostanza fino agli ultimi decenni dell’Ottocento, quando una nuova potente ondata espansiva ne diffuse i nuovi quartieri ad oriente e ad occidente delle due parti della via Emilia, a nord oltrepassando l’ostacolo frapposto nel 1859 con la costruzione della sede ferroviaria, e fino a sud, dove le vailette ed i declivi della collina si popolarono di costruzioni, costituendovi una pittoresca discontinua città-giardino dalla via Saragozza alla via Toscana.

    Da questa parte domina il paesaggio urbano, immediatamente sovraincomben-dovi, l’orlo della collina. All’estremo occidentale è il colle di San Luca (290 m. sul mare) o «della Guardia», col suo imponente santuario (rifatto nel 1723-43), raggiunto da un caratteristico lungo porticato, di ben 666 archi, che muove dalla Porta Saragozza (fu costruito dal 1647 al 1739). Dominano più dappresso, ormai raggiunti dalla città-giardino, il colle dell’Osservanza (230 m.) col frontone neoclassico della villa Aldini (1811-16), e il colle di San Michele in Bosco (134 m.) con la chiesa e l’ex monastero, di antica origine (secolo XI?), ma ricostruiti a partire dal 1437. Vi è ora ospitato il noto Istituto ortopedico Rizzoli.

    Bologna: colle di San Luca col famoso portico.

    Venne quindi sgretolata, poi abbattuta per quasi tutto il suo giro la cinta trecentesca. La fossa antistante, colmata, costituì la serie degli ampi, alberati viali di circonvallazione. Rimasero pochi tratti delle mura, come quello cui sono addossati la casa già abitata da Giosuè Carducci e il giardino di essa ornato del monumento al Poeta, opera di Leonardo Bistolfi. Vennero rispettati, ma non tutti, i « casseri » delle antiche Porte, isolati al centro dei piazzali onde si entra dalla città nuova nella vecchia.

    Nè si rispettò, un po’ per ragioni sennate di igiene e di traffico, un po’ per eccesso di entusiasmo innovatore, l’interno della città, specialmente proprio nel centro dove, come s’è detto, gli sventramenti isolarono il palazzo Comunale e il complesso dei palazzi del Podestà e di Re Enzo e tracciarono le ampie diritte animatissime, ma architettonicamente anonime arterie novecentesche della via Rizzoli e Ugo Bassi e della via Roma (ora Marconi e Amendola). Una seconda forte spinta espansiva si pronunciò nell’interguerra, seguendo le direttrici già indicate, specialmente negli anni intorno al 1930.

    Ma ancor più intensa, formidabile è stata quella che si è determinata dopo la seconda guerra mondiale. Le distruzioni all’interno della città, specie nei quartieri presso la stazione ferroviaria (delle case di abitazione il 10% andò totalmente e il 12% parzialmente distrutto e altro 22% danneggiato), l’afflusso dei profughi dalle zone di combattimento della montagna e collina, il crescente inurbamento di persone in cerca di lavoro industriale, commerciale, impiegatizio hanno determinato non soltanto le opere di ricostruzione, ma anche di nuova costruzione, con spostamenti di dimore dall’interno verso la periferia e con la fissazione dei « nuovi cittadini » in quartieri nuovi in pianura con edifici più elevati per numero di piani, ma meno addensati per un maggiore sviluppo di aree lasciate alla circolazione e di quelle occupate da stabilimenti industriali, magazzini, autorimesse, ecc.; nella collina anche con spazi a giardino e costruzioni del tipo a ville.

    L’espansione dell’abitato urbano si è quindi ancora ulteriormente e ampiamente propagata, diffondendosi per tutto l’arco dal piede del colle della Guardia alla via Toscana, e specialmente a settentrione e a levante, con spaziosi quartieri a maglie rettangolari, ma, in genere, per null’affatto ambientati con la vecchia città. E la diffusione prosegue a nordovest, a nord, a nordest, a est, incontenibile, mentre gli ultimi spazi liberi rimasti all’interno si saturano di costruzioni. Dov’erano gli orti Gara-gnani e il vecchio ospedale oggi è il Palazzo dello Sport. Nei prati di Caprara, fuori Porta San Felice, fra la via Emilia Ponente e la ferrovia (dove noi andavamo a giuo-care al calcio!), assediato da officine e magazzini, si leva ora, con discutibile opportunità proprio lì, la quinta colossale del nuovo Ospedale Maggiore.

    Nè la tensione espansiva di Bologna si è contenuta certo nei limiti che amministrativamente potevano considerarsi della città. Lungo la via Emilia a ponente ha raggiunto e catturato il piccolo centro di Borgo Panigaie, il cui Comune nel 1937 è stato assorbito in quello di Bologna e si è arricchito di stabilimenti industriali e, recentemente, di un vasto complesso INA-casa. Non senza qualche pretenzioso semigrattacielo. Lungo la via Porrettana la città ha raggiunto e saldato a sè Casalecchio di Reno, nucleo di industrie legate a Bologna. Nè tarderà ad essere raggiunto San Làzzaro di Savena dall’altra parte, sulla via Emilia Levante, nei cui pressi già si leva un altro grande quartiere dell’edilizia sovvenzionata.

    La popolazione della città

    Il complesso urbano di Bologna può quindi dirsi, oggi, che accomuni una popolazione di oltre 400.000 ab. (anche detratta quella «sparsa» dei comuni di Bologna e Casalecchio).

    Calcoli fatti sui dati dei censimenti 1921 e 1931 davano, per il complesso, rispettivamente 195.500 e 236.000 ab. presenti. Per il 1936 si arrivava a 257.900 abitanti presenti. Nel 1951 i centri censiti di Bologna, Croce, Casalecchio, Corticella, più certi « nuclei » ormai di fatto saldati fra loro come quei « centri », assommavano a 332.450 abitanti.

    Secondo il Salvioni alla fine del Trecento ( 1371 ) Bologna, entro la cinta murata, contava 32.000 ab.; due secoli dopo 61.716, nel 1587 72.000, cifra non più raggiunta fino al 1831. In diminuzione nel mezzo secolo successivo al 1587 avrebbe toccato un minimo di 46.747 nel 1631, levandosi poi gradualmente fino a 65.000 nel 1680. Stazionaria intorno a questa cifra per un mezzo secolo, si portava a 68.126 nel 1761 e poco più poco meno restava tale fino al 1821. Poi incominciava il nuovo incremento fino ai 73.352 ab. del 1858.

    Ma la grande spinta al gonfiamento della popolazione urbana si è avuta nel secolo nuovo.

    Considerando quella entro la cinta daziaria (fino al 1901 limitata alle mura, poi allargata) essa passava da 89.850 presenti nel 1861 a 102.224 ne^ 1901, a 132.673 nel 1911, a 162.111 nel 1921. L’area racchiusa entro la cinta fino al 1901 era di 407 ettari; coi successivi ampliamenti era giunta a 1665 ettari nel 1924, quando fu abolita.

    Manca la possibilità di determinare l’area considerata urbana in momenti intermedi, fino alla determinazione dell’Istat relativa al 1951, che la fissa in 4535 ettari, con 317.361 abitanti.

    Quanto all’intero territorio comunale, che si stende notevolmente in piano e in collina (in complesso, oggi, 140,7 kmq.) la popolazione globale (Bologna più Borgo Panigaie fino al 1936) è salita dai 113.583 ab. residenti del censimento 1861 ai 153.271 del 1901, poi a 340.526 abitanti nel 1951 e 414.930 al 1 gennaio 1959.

    Lo sviluppo si riflette nella seguente serie di numeri indici:



    1861 1871 1881 1901 1911 1921 1931 1936 1951 1958
    100 106 113 139 159 193 226 258 312 381

    Pianta di Bologna (1582).

    Questo incremento, almeno negli ultimi decenni, è dovuto però esclusivamente alla immigrazione, chè il bilancio demografico (nati – morti) da molti anni si conclude per Bologna con lievissimi superi, compensati non di rado da netti deficit.

    Dal punto di vista economico, la funzione preminente di Bologna è quella commerciale, e anzitutto come centro del commercio regionale dei prodotti agricoli e di quelli in servizio della popolazione e dell’economia rurale. E in secondo luogo per la sua posizione nel territorio nazionale, luogo d’incontro delle direttrici di traffico dal nordest al sudovest, dal nordovest al sudest. Una interessante testimonianza del riconoscimento di questa sua funzione sin da antico tempo si ha nel cosiddetto Privilegio Teodosiano accampato come documento della antichità dello Studio bolognese. Che è un falso, ma certo un falso del secolo XII: Bologna «in quadrivio qua-tuor provinciarum scilicet Ligurie, Marchie veronensis, Romaniole, Thuscie ».

    Cospicua si è però fatta anche l’attività industriale. Gli addetti alle industrie nei tre censimenti 1901, 1921 e 1936 risultarono 31.262, 49.295, 57.526 (cui erano da aggiungere 2811 di Borgo Panigaie e 2200 di Casalecchio: totale 62.537). Oggi, aggregato Borgo Panigaie nel 1937, il complesso dei comuni di Bologna e Casalecchio raccoglie almeno 65.000 addetti alle industrie (censimento 1951: 62.645).

    Le attività principali sono quelle di trasformazione di prodotti rurali (zuccherifìcio, canapifìcio, industria molitoria e delle paste, delle conserve, dei salumi, dei cuoi, pelli e calzature, dei vini, birra e liquori, ecc.) e di produzione di articoli in servizio dell’agricoltura (fertilizzanti, anticrittogamici, macchine agrarie, ecc.). Ma notevoli sono anche altri rami della meccanica (officine ferroviarie, fabbriche di automobili da corsa, di motori vari, cicli, radio, ecc.) e della chimica (medicinali e affini), del legno (mobili, carrozzerie), del tabacco, della carta. Interessante, infine, con vasto raggio d’influenza anche nelle altre regioni adriatiche, l’industria delle confezioni e pelliccerie. Notevole anche l’attività editoriale e poligrafica.

    Per l’importanza di Bologna nella storia della cultura e dell’arte e nelle sue funzioni culturali odierne rimandiamo a quanto se n’è dovuto ampiamente dire nel capitolo XI. Così per taluni interessanti aspetti di letteratura dialettale, tradizioni popolari, ecc. al cap. X. Così per l’entità e caratteri del suo movimento turistico al cap. XIV.

    E del resto si può dire che in tutti i capitoli generali più e più volte si sono dovute riferire notizie specifiche attinenti Bologna, sia perchè essendo il maggior centro della regione i fenomeni di volta in volta considerati vi si presentano particolarmente vistosi o caratteristici, sia per la ricchezza dei materiali d’informazione che se ne possono avere quale centro di istituti culturali, scientifici, tecnici, amministrativi di più o meno antica origine.

    L’articolazione interna della città

    Nel 1931 uno studio dello scrivente riconosceva nella Bologna del tempo quindici « quartieri geografici » caratterizzati dalla differenziazione delle loro forme e funzioni. Nella città antica, pressappoco entro il giro delle mura del Duecento, tre: il « centro », « la modesta city bolognese », coi palazzi pubblici, ampie aree adibite alla circolazione, il più intenso movimento, e due « quartieri centrali », di sudest e di nordovest, con vie strette e tortuose e denso popolamento.

    Attorno a questo nucleo la città intermedia, sin circa il giro delle mura ultime, si vedeva distinta a sua volta in quattro quartieri: l’universitario a nordest, ove si concentrano istituti, cliniche, ecc., e tre d’abitazione a nordovest, sud e sudest. E qui, con eccezione della city e in parte anche dei quartieri universitario e intermedio di nordovest, che può ritrovarsi ancora il volto genuino della « vecchia Bologna » conservato fresco e nitido anche per la simpatica consuetudine degli « addobbi », una celebrazione religiosa a turno decennale fra le parrocchie, in occasione della quale i proprietari degli stabili procedono ad una ripassatura e ripulitura generale degli edifici o almeno delle facciate.

    I quartieri interni, al di là delle vecchie mura, comprendevano le aree occupate dalla stazione e sede ferroviaria (oltre 67 ha.) a nord, e dai pubblici parchi del giardino Margherita e di San Michele in Bosco a sud (insieme ettari 33,8), poi il « quartiere sportivo e della Certosa » a occidente (stadio e cimitero insieme occupano da soli 28 ha.), la « città-giardino » al piede e su per la collina e infine i tre quartieri popolari, industriali e commerciali (magazzini) a nord della ferrovia, a sud di questa e ad ovest della città vecchia, da una parte, e a est, da l’altra.

    La detta suddivisione è stata assunta come base, pur con qualche notevole variante, nella preziosa recente pubblicazione dell’Istituto centrale di statistica sulle « Caratteristiche demografiche ed. economiche dei grandi Comuni» in base ai censimenti del 1951, nella quale numerosi dati vengono riferiti nell’articolazione interna dei Comuni stessi.

    Le varianti si spiegano con tre principali motivi: le modificazioni avvenute all’interno della città e specialmente nella sua zona di espansione, l’allargamento dell’area considerata, l’opportunità di servirsi dei quadri entro i quali la rilevazione statistica del 1951 si è svolta, riunendo cioè nelle zone le frazioni di censimento.

    « Zone » infatti è il termine col quale sono designate tutte le ripartizioni interne alla città, anche quelle che noi avevamo preferito chiamare « quartieri ».

    Esse sono quindici. La prima costituisce il « centro degli affari », pressappoco quello da noi indicato come « la modesta city bolognese ».

    Attorno sono « zone intermedie » ovest, nord e sudest, che insieme corrispondono agli altri due quartieri centrali della nostra divisione. All’esterno di questi sono quattro zone ancora comprese entro la cinta delle mura ultime. Perciò la nordest (8a) risulta un poco più piccola del nostro quartiere universitario cui corrisponde, mentre la zona nordovest (7a) più grande del nostro quartiere intermedio nordovest in quanto vi si comprende quella parte vicina alla stazione che era stata assegnata da noi al quartiere « a sud della ferrovia e ad ovest della città vecchia ». Le zone del sud (6a) e sudest (5a) corrispondono ai nostri quartieri intermedi omonimi.

    All’esterno della città vecchia la divisione dell’Istat comprende sette zone di periferia. La nordest (9a) va dalla via Mascarella fino oltre la ferrovia, comprendendo le cliniche, la ferrovia di Portomaggiore, ecc., per una estensione di 559 ettari. Segue la zona levante (10a) comprendente la via Emilia e la via Toscana fino al confine comunale (978 ha.). La zona a sud (11a) sale dalla Porrettana, Circonvallazione e Siepelunga alla collina insinuandosi in forme digitate che seguono i fondivalle (433 ha.). La zona di sudovest (12a) è limitata dalla Porrettana e dalla via Emilia Ponente fino a Castel -debole e Borgo Panigaie inclusi (877 ha.). Vi sono compresi lo stadio, la Certosa e il velodromo. Una zona di ponente (13a) va dalle mura fra la ferrovia e la via Emilia fino al di là di Borgo Panigaie (399 ha.). Segue la nordovest (14a) fra la cintura ferroviaria e il canale Navile. A questa è assegnata anche la parte maggiore dell’area occupata dalle installazioni ferroviarie (479 ha.). Infine la zona a nord (15a) sta fra le mura e il canale Navile, la linea ferroviaria di cintura e la via Stalingrado già Mascarella (fuori porta). Vi sono compresi la stazione ferroviaria e l’ippodromo.

    Pianta di Bologna

    Le otto zone del centro entro la cintura murata coprono, insieme, 429 ha. e comprendono 114.597 ab. residenti censiti al 4 novembre 1951, con una densità media di 267 ab/ha. Si riconferma la massima densità delle zone intermedie nord con 369 e 340 ab/ha. e la minima al « centro degli affari » con 199 ab/ha. residenti, avvertendosi, al solito, che in questa area di contro a un relativamente esiguo numero di residenti (4581 su 23 ha.) sta l’enorme numero dei presenti diurni e passanti negli uffici, esercizi, piazze, portici che vi si trovano.

    Fra le otto zone interne una sola, la nordovest, si stende per 102 ettari e conta abitanti 22.412. Le altre stanno, per estensione, fra i 70 ettari della zona nordest e i 22 dell’intermedia ovest.

    Le sette zone urbane fuori le mura, designate insieme come « periferia », occupano 4116 ettari e comprendono 202.764 ab. residenti (1951 ), con una media di 49 ab/ha. L’estensione delle zone di periferia va da un minimo di 391 ettari (zona nord) a un massimo di 978 (zona levante), con densità varianti fra 40 ab/ha. in questa stessa e 61 ab/ha. nella zona nordest, salvo l’eccezione della nordovest con soli 18 ab/ha.

    L’intera area occupata dall’abitato urbano di Bologna (centro e periferia) toccherebbe così, lo si è già detto, i 4535 ha. con 317.361 abitanti.

    La restante area del Comune, designata « forese », si stende ancora per 9528 ettari, di cui 6201 in pianura (sei zone a ventaglio da una sudovest a una est) e 3327 in collina, cioè a sud e sudest. Nella pianura sono 20.285 ab., con una media di 3,2 per ettaro; nella collina appena 2880 (densità media 0,9 ab/ha.).

    Interessante anche il quadro della ripartizione per zone della popolazione attiva non addetta all’agricoltura, professioni libere e pubblica amministrazione, distinta per rami di attività economica.

    Esso è tanto più interessante in quanto i dati ne sono desunti non dal censimento demografico, ma da quello deH’industria, commercio e trasporti eseguito con riferimento al giorno 5 novembre 1951. Quindi riflette l’effettiva distribuzione, a quella data, delle unità locali (stabilimenti, esercizi, ecc.) e di coloro che vi risultavano addetti, anche se dimoranti o residenti in altra zona del Comune o addirittura in altri Comuni.

    Nella città vecchia (entro le mura) risultavano 7988 unità locali con 40.505 addetti. Il maggior numero di questi spetta al commercio (13.803) e alle industrie manifatturiere (13.520). Seguivano costruzioni e impianti (4465); trasporti e comunicazioni; credito e assicurazioni (2677).

    Nella periferia in complesso 6092 unità locali con 48.469 addetti, col massimo addetti all’industria manifatturiera (26.020), poi ai trasporti e comunicazioni (10.421) e al commercio (7594).

    Si rimanda alla citata pubblicazione per gli ulteriori dettagli. Ma qualche osservazione è opportuna. Così il fatto che per quanto riguarda le industrie manifatturiere la media addetti per unità locali era nel centro di 5, nella periferia di 10. Così nelle unità locali del ramo trasporti la media era di 12 addetti al centro, ma di ben 39 nella periferia. Di contro osserviamo la concentrazione dei servizi di credito e assicurazione nella città vecchia, con 2677 addetti (23 per unità locali) in confronto ad appena 71 (nemmeno 3 per unità locali) nella periferia.

    La collina bolognese

    A differenza di quanto si osserverà per quasi tutte le altre città emiliane, anche del pedemonte, la collina, la « collina bolognese » in senso stretto, incombe immediatamente su Bologna con un fronte continuo, fortemente acclive, dalla vai di Savena alla vai di Reno, incisa soltanto, ma con netti solchi, dalle strette vallecole dell’Aposa e del Ravone. Incombe dappresso, anzi, come già notato, subisce a sua volta l’aggressione del diffondersi dell’abitato, insinuatosi dapprima nelle vallecole stesse e disseminatosi con ville, santuari e monasteri sui fastigi, ora anche con costruzioni residenziali sempre più frequenti lungo le strade che vi si aggirano.

    Il fatto è divenuto tanto preoccupante che le autorità competenti hanno ora predisposto un « piano paesistico della collina bolognese » per tutelarne il pittoresco paesaggio, che fa (o faceva!) da corona verde alla città e offriva l’attrattiva di deliziose passeggiate panoramiche, di escursioni. Nel piano è anche previsto di riunire i vari tronchi di strade più o meno ben tenute sull’altura, in una sola «strada panoramica » bitumata, corretta nelle curve e nelle pendenze, che dovrebbe svolgersi continua dalla vai di Sàvena per Montedonato a San Luca.

    Veduta aerea di San Michele in Bosco.

    Non è una collina viva di olivi e di cipressi come quella che fa corona a Firenze, ma ha una sua grazia nelle forme molli delle sommità e nei fianchi or più or meno precipiti variati nel mantello verde di boschetti, vigne, campi, filari alberati, parchi.

    Coronano i colli alla vista di Bologna, o venendone, ville, santuari e due piccoli centri: Montedonato su l’orlo orientale, Paderno più all’interno e a sudovest, fino al grande santuario di San Luca.

    Nè vi mancano forme naturali speciali, che ne fanno un piccolo campionario di interessanti fenomeni geomorfologici. Frane anzitutto, frequenti e sparse. Ma ancor più notevole dalla vai di Sàvena fin verso quella del Reno è la presenza di una fascia gessosa, in cui si possono trovare esemplificati gli aspetti tipici del carsismo dei gessi. Così a Montedonato, piccolo centro rurale, oggi anche residenziale per gente che

    lavora in città, annidato sulla groppa della formazione e affiancato a una caratteristica dolina col suo inghiottitoio al fondo, nascosto in un cespo di verzura. E una seconda ne segue più a est, slabbrata verso la vai di Sàvena. Così alla chiesa di Gai-boia, a destra della strada per Paderno, pur sull’orlo di una profonda se anche piccolissima dolina.

    A monte della fascia gessosa, si affondano poi presso Paderno, altrettanto tipici, ma del loro ambiente geognostico ben diverso, gli anfiteatri calanchivi delle argille scagliose, che secondo la tradizione locale ispirarono a Dante il cupo dirupato paesaggio a quinte delle bolge infernali.

    L’Appennino bolognese

    Risaliamo ora le valli che confluiscono presso Bologna. Potremo prendere, a oriente, l’antica via Toscana, ora strada statale n. 65, della Futa. Seguiremo il fondovalle del Sàvena e la nostra attenzione verrà attratta dapprima dalle fiancate della vena gessosa intaccata da cave presso San Ruffillo, dove ancora giunge la tranvia urbana. Qui potremmo sostare, chè il colle sovrastante, la Croara, e le sue pendici a nord e ad est, continuando l’allineamento già osservato fra Gaibola e Montedonato, ce ne farebbero vedere le forme carsiche, piccole ma tipiche: doline, inghiottitoi, piccole grotte, e infine alla base, sul versante opposto, cadente al torrente Zena, le grotte del Farneto, ricovero di cavernicoli, se pur forse occasionali, probabilmente in età anteriori, certo nell’Eneolitico.

    Ritornando lungo la via Toscana tra le forme dolci dei colli rotondeggianti, intaccate qua e là da calanchi, giungiamo a Pianoro, a 16 km. da Bologna, centro completamente ricostruito dopo la guerra ed anzi in sito pianeggiante un po’ discosto dal primitivo. E infatti intorno a Pianoro e a monte, fra Pianoro e Loiano, una delle zone più tormentate dalla sosta dei contrapposti eserciti belligeranti nell’inverno 1944-45.

    Oltre Pianoro la strada prosegue a svolte, sul contrafforte fra Savena e Idice a destra del Savena, si passa a monte della testata del torrente Zena e si giunge a Loiano (km. 34, 710 m. sul mare), primo modesto centro turistico. A sinistra, sul dosso del colle, spicca la cupola dell’Osservatorio astronomico dell’Università di Bologna.

    Un 6 km. più oltre siamo a Monghidoro, seconda e un po’ più sviluppata stazione di soggiorno estivo. E l’antica Scaricalàsino, così detta perchè stazione doganale pontificia al confine toscano, dove pertanto bisognava « scaricare l’asino » per il controllo e il cambio del somiero. Il che è riprova di quanto a lungo la strada della Futa sia stata percorribile quasi soltanto da animali da soma. Infine pochi passi più in là (44 km. da Bologna) troveremo il confine della provincia, poco prima del passo della Raticosa (m. 968) fra il monte Canda (m. 1161) e il monte Oggioli (m. 1290).

    La nuova Pianoro, vista dal versante sinistro del Sàvena.

    Da Monghidoro, volgendo a destra per una strada che conduce a San Benedetto Val di Sambro, si osserva l’interessante e frequentato laghetto di frana di Castel del -l’Alpi, di cui si è parlato appunto nel paragrafo sulle frane (cap. III).

    Se invece di risalire la vai di Sàvena a levante, muoviamo a ponente di Bologna in quella del Reno, da Casalecchio per la strada Porrettana (strada statale 64) giungeremo dapprima a Sasso Marconi. In questo tratto è la villa di Pontecchio, dove Guglielmo Marconi compì i suoi primi esperimenti ed oggi riposa in pittoresco mausoleo, che dinanzi alla villa scende fino alla strada.

    Poco prima di Sasso Marconi, al km. 16, due vie si aprono innanzi a noi. Quella a sinistra, valicato il Reno, segue il suo affluente Setta, poi il Brasimone interrotto da uno dei (relativamente) più vecchi laghi serbatoi dell’Appennino, sino a Castiglione dei Pèpoli (691 m. sul mare, 1902 ab.) (1), l’unico paese del mondo, ch’io mi sappia, che ha una stazione ferroviaria sotterranea, oltre 350 m. più in basso, circa alla metà della grande galleria della direttissima Firenze-Bologna, galleria lunga 18.507 m., la seconda d’Europa (Sempione m. 19.731). Dopo Castiglione la strada incontra il confine provinciale, al di là del quale supera il valico di Montepiano, dirigendosi su Prato.

    È, questa del Setta, la direttrice che riceverà nuova vita dall’autostrada del Sole, dalla quale è risalita fino a sottopassare il crinale in galleria fra Montepiano e la Futa.

    La Porrettana, invece, dal Sasso, ove s’intaglia il passaggio ai piedi di una rupe arenacea, prosegue lungo il Reno e tocca Marzabotto, ove il parco della Villa Aria conserva resti di un’antichissima città che viene identificata con l’etrusca Misa (secolo VI avanti Cristo). E Marzabotto, oggi ricostruita, decorata di medaglia d’oro, è tristemente celebre per l’eccidio compiutovi dai Tedeschi nel 1944.

    Sul ripiano all’influenza del Setta nel Reno la località Panico ricorda nel nome, ogni vestigia essendone scomparsa, la potente famiglia dei conti di Panico, che dominando lo sbocco delle due valli ne tenne a lungo la signoria, oggetto di accanite lotte col Comune bolognese e con le comunità rurali della montagna.

    Si giunge infine a Vergato in ampio allargamento della valle (km. 37 da Bologna, 1764 ab.), antica sede dei bolognesi Capitani della Montagna, di cui rimane, restaurato, il bel palazzotto, sede ora del municipio.

    Poi si arriva a Porretta Terme (km. 60, 349 m. sul mare, 2886 ab.), dalla metà del Quattrocento al 1796 capoluogo di un curioso feudo a pianta circolare di due miglia (circa 3 km.) di raggio, sin d’allora e più oggi luogo frequentato per bagni terapeutici e inalazioni. È anche centro eli industrie del tannino e, da poco, d’un notevole stabilimento meccanico (motori).

    La nuova Marzabotto.

    Poco oltre, al Ponte della Venturina, la strada statale attraversa e poi abbandona il Reno, per risalire la Limentra di Sambuca, alla volta del passo di Collina (km. 78,6, 932 m. sul mare), uno dei più bassi e agevoli dell’Appennino, e preferito infatti, almeno finora, dal traffico pesante. Al passo, però, si è già in provincia di Firenze.

    Ancor più pittoresca è l’altra strada, che dal Ponte della Venturina prosegue lungo il Reno, addentrandosi nelle strette boscose (che qui dividono anche le province di Bologna a destra salendo, e Pistoia a sinistra), per sboccare poi da Pracchia nella conca di Piastre.

    Palazzo Comunale di Vergato, con gli stemmi dei bolognesi Capitani della Montagna.

    Veduta di Porretta Terme.

    Ma lungo tutta la Porrettana è frequente l’incentivo a deviazioni. All’altezza del Ponte della Venturina a sinistra salendo, per esempio, si va ad ammirare il lago-serbatoio di Suviana, sulla Limentra di Treppio, il più vasto dell’Appennino. Esso riceve, per galleria, anche le acque del serbatoio di Pavana (alto Reno e Limentra di Sambuca). La capacità di invaso è di quasi 40 milioni di metri cubi. A valle della diga è la centrale di Suviana (delle Ferrovie dello Stato ) con una potenza complessiva di 27.500 kW.

    Ancor più pittoresche e frequentate le belle strade a destra, che da Vergato per Castel d’Aiano conducono a Montese nel Frignano e da Siila (poco prima di Porretta) a Lizzano e Vidiciàtico, luoghi di amena villeggiatura animatissimi nell’estate e basi per escursioni alle più alte vette in quella stagione e per i campi di sci nell’inverno.

    L’Appennino bolognese comprende infatti i bacini del Dardagna (affluente del Panaro), del Reno, del Setta, del Sàvena, dello Zena e deH’Idice, cioè la zona montana limitata a sud dalla linea delle vette fra il monte Cupolino (m. 1853, a ovest del Corno alle Scale) e il passo della Futa, presso il quale ha origine il Santerno.

    Questa linea di vette, come s’è già detto, non corrisponde del tutto allo spartiacque e neanche al confine amministrativo.

    In sinistra del Reno si ha corrispondenza sul grande plesso del Corno alle Scale (m. 1945). Il nome è dovuto alla forma della parete orientale, costituita da una colossale gradinata di balze rocciose. L’accesso alla vetta è da nordovest; punto avanzato di sosta il santuario della Madonna dell’Àcero, presso il quale si era fissato il più alto «nucleo» della provincia (16 ab. residenti al censimento 1951 a 1195 metri sul mare) con albergo e caserma della Forestale. Si attraversano verdi faggete, che poi dànno luogo a pascolo più o meno magro. Fra il Corno e il Cupolino giace in ampia sella il piccolo lago Scaffaiolo, meta dei gitanti. Leggende paurose lo circondavano: si diceva che fosse senza fondo e che, gettandovi un sasso, si provocasse un temporale e ci vollero gli esperimenti, nei quali s’impegnò con tutta serietà Lazzaro Spallanzani (1798), per sfatarle.

    A oriente è il monte Uccelliera (m. 1814), poi lo spartiacque gira a sud mentre il crinale prosegue con l’Orsigna (m. 1555) e il Cocòmero (m. 1365).

    A destra del Reno la linea delle vette prosegue in Toscana: nel Bolognese resta invece la serie di contrafforti che ne dipartono grosso modo paralleli, distinti dalle valli delle due gemelle Limentre, del Brasimone, del Setta, del Sàvena, dell’Idice, in genere molto regolari nella loro sezione a V, strette e precipiti nei fianchi nel tronco alto, più addolcite verso il basso. Esse sono incise in due successivi semipiani di tipica regolarità. Il primo raccorda i dossi più elevati, dal crinale al monte Vigese (m. 1091), che spicca fra Reno e Setta, e al monte Vènere (m. 966), ancor più avanzato, fra Setta e Sàvena. Il secondo semipiano, non portato a compimento, si manifesta con tutta una serie di cime secondarie, di dossi, dorsali e caratteristiche forme di spianamento intagliate nei declivi di maggiori rilievi.

    Rivestimento vegetale ed economia presentano vivi contrasti anche su brevi distanze, per la varietà dei terreni (arenarie, flysch, molasse, argille scagliose, ecc.) e per l’influenza di un inconsulto e disordinato disboscamento. Non però che, nel complesso, il mantello boschivo non occupi ancora poco meno di due quinti della superficie territoriale. Nelle zone più alte sono infatti estesi il bosco ceduo (30,6%), ove si pratica, o meglio si praticava, la caratteristica fabbricazione del carbon dolce nelle « carbonaie », e il castagneto (10,3%).

    Monteveglio. (Appennino Bolognese).

    Enormemente ridotto l’allevamento ovino, pure ancora diffuso oltre i 600 metri sul mare con la pratica dell’alpeggio estivo. Si valutarono intorno ai 50.000 capi nel 1881, ridotti a 23.000 al Catasto agrario nel 1929. Ora (1957), secondo i dati comunali non sarebbero più di 3584 pecore e 358 capre. Povera l’agricoltura in alto e sempre più diffusa con l’andare verso il basso. L’emigrazione ha fatto larghi vuoti nella popolazione: era una volta in gran parte temporanea, poi è diventata definitiva. Non mancavano quindi tracce di vero spopolamento già nel 1931, quando chi scrive vi si aggirava appunto per la ricordata inchiesta nazionale su questo fenomeno. Con degradazione da sedi permanenti a temporanee su quasi tutti i declivi al disopra dei 900 m. sul mare e con l’abbandono di sedi sia permanenti che temporanee sparse ed anche negli agglomerati minori. In parte soltanto ciò è dovuto a discesa verso sedi più basse, specie in vicinanza delle maggiori direttrici di traffico (fondovalle del Reno).

    Il fenomeno si è aggravato specialmente in concomitanza e dopo la guerra 1940-45. A rilevazione eseguita nell’inverno 1955-56 risultarono abbandonati in provincia di Bologna (Imolese compreso) 743 poderi, di cui 539 in montagna e 204 in collina, per un’estensione di 12.459 ettari, di cui 5000 classificati come seminativi, quasi 4000 a bosco e castagneto e 2000 a prato e pascolo. In proporzione alla superficie agrariaforestale l’area abbandonata risultava del 7,24% nella montagna e 4,80% in collina.

    L’aggravamento del fenomeno è rilevato dalle percentuali relative alle date di abbandono. Su 100 poderi risultavano abbandonati prima del 1940: 0,7; nel 1941-1945: 32,5; nel 1946-52: 8; nel 1953: 9; nel 1954: 19,4; nel 1955: 30,2.

    Tutta la montagna bolognese, compreso l’alto Santerno, è peraltro investita dall’opera della « bonifica montana » affidata al Consorzio della grande bonifica renana, che vi ha esteso il suo comprensorio su 55.912 ettari per effetto di provvedimenti del 1927, 1931 e 1934 in applicazione della legge Serpieri. E pure attivo vi è l’intervento dell’Amministrazione forestale, nelle forme già ricordate al cap. XII. Ma anche nuove forme di attività contrastano, pur ancora con scarsa efficacia, la tendenza alla depressione: l’economia turistica (Porretta, Lizzano, Castiglione, ecc.), l’impianto dei laghi artificiali e centrali idroelettriche (Granaglione, Pavana, Suviana, Brasimone), l’industrializzazione dei fondivalle, con fabbriche di estratti tannici, molini, cartiere, fornaci da calce, cementi e laterizi e il già ricordato recente stabilimento meccanico a Porretta.

    Castello di Bazzano.

    Dalla montagna, ridiscendendo, si trapassa per gradi spesso insensibili alla collina, dove le forme sono più dolci e l’economia incomparabilmente più ricca (campi alberati, vigneti). Non vi mancano tuttavia frequenti formazioni calanchi ve, fra le quali offre meta di escursioni il così detto Passo dell’Abbadessa, in Comune di Ozzano, una sottile cresta sulla quale per oltre un km. si svolge un sentiero fra due serie di calanchi attestati.

    Purtroppo le azioni di guerra, protrattesi dall’autunno 1944 alla primavera 1945, hanno portato vaste distruzioni specie nella zona di contatto delle opposte armate, che seguiva all’incirca la linea Pianoro-Vergato. E a lungo l’attività rurale vi è stata contratta dalla persistente minaccia dei campi minati, sui quali si è svolta un’oscura eroica opera di bonifica.

    Il passaggio, poi, dalla collina alla pianura avviene in modo piuttosto brusco. L’abbiamo visto accentuato a ridosso della città, ma ancora dal Sàvena al Senio la collina fronteggia la pianura con forme a tumulo, intagliate di terrazzi frontali da raccordarsi con quelli fluviali.

    Il pedemonte e la pianura bolognese

    Il cosiddetto « piede della collina » nel Bolognese è costituito al solito, ma forse con maggior evidenza che altrove, da una serie di ondulazioni, le quali vanno abbastanza rapidamente confondendosi nei livelli del piano.

    Codeste ondulazioni derivano dal confondersi delle pendici ultime attenuate della collina coi conoidi dei corsi d’acqua. Ciò è reso sensibile all’osservatore semplice-mente che percorra la via Emilia e la Bazzanese da un capo all’altro della provincia. Anzi era ancor più sensibile in passato, perchè la correzione delle strade di grande comunicazione ha teso a ridurre sempre più il numero e il rilievo delle cunette, dei saliscendi per portare la carreggiata stradale per quanto più possibile a un profilo orizzontale.

    Nell’adiacente pianura, se ondulazioni ancora vi sono, ed a sempre più ampia e lieve curvatura, queste sono senz’altro dovute ai conoidi, che vi avanzano. Dei quali sono da osservare due caratteri particolari. L’uno si è che tali conoidi appaiono tutti (aH’infuori di quello del breve rapido Àposa su cui si è allargato il primo nucleo di Bologna) assai scarsamente pronunciati, quasi appiattiti, sia per la scarsa differenza di gradiente fra fondovalle e pianura, sia per i rimaneggiamenti subiti. L’altro carattere, in relazione appunto a questi ultimi, consiste nella varietà di corso, nei tempi attuali, rivelata dai fiumi sùbito dopo il loro sbocco in piano; per il Reno si sono ricostruiti, con molta attendibilità, come s’è visto altrove, tre successivi corsi, quindi tre successivi conoidi affiancati, dai tempi preistorici a quelli romani.

    Di conseguenza se dal punto di vista antropico la distinzione fra pedemonte e pianura è notevole, come la si è indicata e tale appare attraverso le espressioni statistiche già riportate, in realtà e specialmente dal punto di vista fisico il trapasso fra l’una zona e l’altra avviene con una continua gradualità di sfumature, che rimane nascosta dai confini forzatamente tracciati fra una zona e l’altra per ragioni pratiche in corrispondenza di quelli dei territori comunali. E per questo che nella presente descrizione terremo insieme pedemonte e pianura.

    La presenza dei depositi fluviali « laterali » si fa sentire a lungo anche in questa fino ai limiti della provincia e oltre, presentando, malgrado il lungo rimaneggiamento (in cui pure è intervenuto l’uomo), isole e dorsali e depressioni altimetriche soltanto per il dislivello di qualche metro (un microrilievo, come lo ha espressiva-mente designato l’Ortolani nel Ferrarese), che hanno avuto ed hanno notevole influenza sul regime delle acque, sulla distribuzione dei fatti antropici (strade, centri) e sull’economia.

    E questa la zona in cui da secoli si esercita la paziente costruttiva opera dei bonificatori, quella che, aiutata probabilmente da un lento sollevamento generale, ha fatto degli acquitrini e delle paludi dell’età romana e del primo Medioevo una delle più fertili plaghe della Penisola.

    Per riconoscere il paese, uscendo da Bologna avremo solo l’imbarazzo della scelta nella raggera di vie che si aprono a ventaglio dalla Bazzanese alla Emilia Levante.

    La Bazzanese esce da Casalecchio di Reno, antica testa di ponte di Bologna sul fiume e luogo di presa del suo canale Navile, sviluppata anche in centro industriale e ganglio di comunicazioni al bivio fra la Bazzanese e la Porrettana ed in più, ora, per la prossima deviazione e stazione dell’autostrada dalla direttrice emiliana a quella transappenninica. Da Casalecchio a nordovest la Bazzanese si mantiene sul piede della collina e, costeggiando ridenti borgatelle, tocca Bazzano (km. 23, 120 m. sul mare, 3315 ab.) sul torrente Samoggia, legato a memorie della contessa Matilde. Il castello a lei attribuito è il primo, muovendo da Bologna, che si incontra su questa strada ribattezzata dalla propaganda turistica come « strada dei castelli medioevali ». Prosegue essa infatti nel Modenese, alla volta di Savignano e Vignola.

    La via Emilia Ponente si dirige rettilinea a ovest-nordovest da Borgo Panigaie, Comune autonomo fino al 1937, poi annesso a Bologna, con le sue industrie, l’aeroporto, ecc.; tocca Anzola, passa il Samoggia e, poco oltre, è al confine della provincia, che dal 1929 lascia a quella di Modena il centro di Castelfranco Emilia (5260 ab.), già piazzaforte al confine pontificio. Vi si osserva ancora, chiuso fra terrapieni e fosse, l’esemplare Forte Urbano (1628), ora adibito a carcere.

    Uscendo da Bologna dalla Porta Lame, dopo breve tratto rettilineo si spinge l’altra via a nord-nordest, la Persicetana, che appunto porta a San Giovanni in Per-siceto (km. 23, 7030 ab.), antica colonia romana, poi, vuoisi, sede di un duca longobardo, notevole centro agricolo in zona di vecchia bonifica. Indi, leggermente deviando, si arriva a Crevalcore (2689 ab., zuccherificio) e al Panaro.

    Altra strada provinciale, diramandosi ai sobborghi di Bologna dalla statale ferrarese, volge a nord, allacciando i centri di Castelmaggiore, notevole per industrie (1669 ab.), di San Giorgio di Piano (2361 ab.) e San Pietro in Casale (zuccherificio).

    La principale via del nord è però la ferrarese, che prosegue nel nome la « strada statale 64 Porrettana », nel tratto che esce da Porta Galliera diretto a Ferrara. Accompagnata da borgate e borgatelle, oltre che case coloniche, non tocca centri un po’ notevoli altro che, nell’ultimo tratto, Altedo (km. 24) e Malalbergo (km. 31,5), i quali dopo le distruzioni belliche si sono disputati la sede del prosperoso Comune agricolo di Malalbergo.

    Dalla Porta Zamboni esce la breve via provinciale per Granarolo (km. 12) seguita dalla ferrovia secondaria che procede oltre fino a Minerbio (km. 21).

    Molinella in un giorno di mercato.

    Dalla Porta San Vitale muove la provinciale omonima che porta, a oriente, a Castenaso e Medicina (3881 ab.), grosso borgo, capoluogo di vasto comune rurale, indi, in provincia di Ravenna, a Massalombarda e Lugo.

    Diverge da questa a Castenaso, per nord-nordest, la via per Budrio e Molinella, altri dei maggiori centri della piana bolognese. Budrio (3259 ab.) è nota, fra l’altro, per la tradizionale fabbricazione delle ocarine, strumento musicale da fiato in terracotta. Molinella (2950 ab.) è il centro di un vasto Comune in zona di bonifica a destra dell’argine del Reno. Un grande zuccherificio vi raccoglie e lavora le bietole da ampio intorno.

    Infine la via Emilia Ponente, accompagnata ormai in continuità da edifici d’abitazione e industriali, conduce da Bologna a San Lazzaro di Sàvena, nome che ricorda un antico lazzaretto scomparso. A questo proposito noteremo il fatto curioso e caratteristico che il toponimo si ripete e in situazione analoga, cioè sulla via Emilia immediatamente a levante di parecchie altre città emiliane: Reggio, Parma, Piacenza.

    Ma la via Emilia continua ancora con ininterrotta serie di stabilimenti ed abitazioni, sin quasi a Ozzano dell’Emilia, altro centro lungo la strada, e poco diradandosi a Castel S. Pietro Terme (km. 22, 70 m. sul mare, 4080 ab.), a sinistra del Sìllaro, dominato dalla svelta torre dell’orologio e noto per le sue acque termali e fanghi e per una tradizionale fabbricazione di ombrelli e ombrelloni. Poco oltre, sulla collina a destra, è Dozza. Ma siamo già in Romagna.

    Ancora più numerosa di quella dei centri è la popolazione sparsa nelle campagne, in nuclei grandi e piccoli e in case disseminate nei poderi: circa i due terzi della totale. Vita fondata sull’agricoltura, che occupa addirittura l’86% del suolo coi seminativi nella pianura e oltre il 78% nel pedemonte. Ad essa hanno giovato, specie nelle parti più basse, le grandiose opere di bonifica.

    Bologna è sede del Consorzio della grande bonifica renana, la cui giurisdizione si stende per ben 147.366 ettari, dei quali 92.316 in pianura, penetrando anche nelle province di Ferrara e Ravenna. Di questa estensione 50.507 ettari sono di terre alte, a scolo naturale, e 41.809 di terre basse, a scolo meccanico, le cui acque confluiscono alle idrovore di Vallesanta (Argenta) e Saiarino, donde sono gettate nel Reno. In questi anni si è portato a termine l’inalveamento dell’ultimo tratto dell’ìdice, liberando alle colture la Cassa di colmata dell’Idice e Sàvena, di circa 5000 ettari.

    La Bonifica renana controlla, come s’è detto, anche la bonifica di monte, dal Reno al Santerno. Minori comprensori, ancora in piano, sono dei Consorzi Cavamente Palata (30.642 ha., tributario per 17.391 ha. all’idrovora di Bondeno) e Reno-Samoggia (17.608 ha., con l’idrovora di Bagnetto).

    Vedi Anche:  I dialetti, le tradizioni e i caratteri antropologici