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L’agricoltura e il paesaggio agrario

    L’agricoltura ed i suoi aspetti geografici

    Il paesaggio agrario del Piemonte nel passato.

    Più nel passato che non ai giorni nostri, la vita economica della regione piemontese è stata imperniata sull’esercizio dell’agricoltura e sull’allevamento del bestiame.

    Merita quindi che si cerchi brevemente di delineare l’antico volto agricolo del Piemonte, seguendone le successive trasformazioni. Già in Strabone (IV, 6, 9) troviamo affermata la distinzione delle due fasce fondamentali dell’agricoltura montana: la superiore, in cui dallo sfruttamento dei boschi e dalla pastorizia si ricavano, egli dice, legname, resina, pece, cera, miele, formaggio, e quella basale, dei bassi versanti e dei fondivalli, in cui si estendono i coltivi ed i prati. La produzione casearia del nostro versante alpino doveva essere nota a Roma, se Plinio (XI, 97) afferma che si faceva largo consumo di formaggio proveniente dall’alta valle del Tanaro. Non meno note, per l’abbondanza del latte, erano le placide mucche pezzate, minimum corporis, maximum laboris (Plinio, Vili, 70), che anche Columella ricorda come piccole di statura e molto lattifere (VI, 24).

    Tra le produzioni agricole delle vallate alpine, sempre Plinio (XVII, 12 – XVII, 39) cita come preponderante quella del grano, un grano duro, egli dice, molto pesante che protetto dalla neve giunge a maturazione in tre mesi. Viene al secondo posto la produzione della segale, la cui farina mescolata con del farro, serviva a confezionare una specie di polenta alquanto indigesta. I lavori dei campi si facevano con un aratro tutto speciale, adatto alla ristrettezza e alla natura dei terreni. Particolari attenzioni si dedicavano alla coltura della vite, tanto che alcuni vini delle convalli alpine godevano, anche fuori dei paesi di produzione, una certa rinomanza. Plinio ancora rammenta (XIV, 4) come ai suoi tempi prosperasse nelle Alpi Marittime una qualità eli vite, detta « retica », dagli acini molto serrati e dalla quale si ricavava un vino piuttosto asprigno. Tutte, in sostanza, le principali colture di ambiente montano (salvo il mais e la patata), appaiono essere diffuse nelle valli piemontesi, già prima della penetrazione romana. Questa, poi, non sembra avere introdotto coltura nuova di sorta. E da ritenersi, peraltro, che, a contatto diretto con la profonda e varia esperienza romana in fatto di agricoltura, abbiano subito una notevole trasformazione i primitivi sistemi di sfruttamento e di coltura del suolo. Anzitutto per ciò che riguarda l’irrigazione, che da Strabone (IV, 6, 7) sappiamo già praticata in valle d’Aosta dai Salassi.

    Sebbene tanto la collina di Torino, quanto il Monferrato e le Langhe, fossero ricoperti, in epoca romana, di una vegetazione forestale alquanto piùiestesadi quel che oggi non sia, ai larghi tratti boschivi dovevano abbastanza frequentemente alternarsi i terreni ridotti a coltura ed occupati in buona parte dai filari di ridenti vigneti. Le parole di lode di Plinio per i vitigni dell’Albese (XVII, 3, 1), la meraviglia di Strabone dinanzi alle colossali botti vinarie, la notizia pure data da Strabone (IV, 6, 2) che gli abitanti della Liguria alpestre e litoranea si rifornivano di vini affluenti dal retroterra a Genova, e più ancora il fatto, testimoniato da Polibio (II, 15), che il territorio dell’attuale Piemonte producesse tale copia di vini da determinare un ingente ribasso nei prezzi di vendita, tutto sta ad indicare, come le nostre colline fossero, già a quei tempi, terra d’elezione per il liquore di Bacco. La speciale considerazione in cui erano tenute le lane nere di Pollenzo (ricordate da Columella, Plinio, Marziale e Silio Italico) mostra che sulle Langhe era già allora praticato l’allevamento di speciali qualità di pecore.

    La zona pianeggiante della nostra regione è, forse, quella la cui fisionomia primitiva ha subito, per opera dell’uomo le più profonde modificazioni. Molti antichi autori concordano di fatto, nel descrivere o nel ricordare la pianura del Po, quale una distesa di terre ricca di folte selve, essenzialmente di rovere, mentre altre testimonianze danno a divedere, come in epoca romana, aree paludose e acquitrinose occupassero ancora molte bassure della parte inferiore della pianura. Tuttavia sulle terre migliori le popolazioni locali erano riuscite a stabilire una buona agricoltura, che spiega l’ammirazione di un osservatore scrupoloso come Polibio (II, 15) per la ricchezza di frumento, d’orzo e di miglio cui godeva la Transpadana. Tra i cereali però, più che il frumento e l’orzo, si coltivava la segale. La ricchezza d’acque, propria delle zone più basse della pianura, favoriva le coltivazioni del panico e del miglio. Si coltivavano pure avena, farro e saggina. Tra le leguminose da seme, una notevole diffusione doveva avere la fava. Da un passo di Plinio si ricava che alla diffusione della vite in pianura s’accompagnava una produzione vinicola di scarso pregio. Una speciale importanza tra le piante tessili aveva assunto il lino, tra Ticino e Po. La presenza di vaste zone mantenute a gerbido, coperte cioè soltanto da una magra e rada vegetazione erbacea, e la cospicua estensione delle aree boschive, favorivano l’esercizio della pastorizia. L’abbondanza dei querceti era singolarmente propizia all’allevamento dei maiali, che, al dire di Polibio e di Strabone, erano in gran copia esportati a Roma.


    Anfora vinaria romana trovata presso Acqui.

    La considerevole varietà delle colture praticate nella pianura piemontese, in epoca romana, non deve tuttavia far credere che in essa si fossero create condizioni di utilizzazione intensiva della terra, paragonabili alle attuali. Tali condizioni non si verificavano che nelle immediate vicinanze dei centri abitati. Tra l’una città e l’altra, tra le stesse borgate di campagna, vi erano grandi estensioni incolte. Larga parte doveva, perciò, avere nella vita economica della nostra pianura l’utilizzazione tradizionale diretta dei prodotti naturali. Di qui un genere di vita tra l’agricolo e il pastorale, ch’era destinato a persistere e a durare anche attraverso la grande bufera delle invasioni barbariche.

    Si vuole, è vero, che al periodo delle invasioni barbariche abbia corrisposto in Piemonte un ritorno della vegetazione spontanea, su aree prima coltivate, e poi lasciate in abbandono. Manca al riguardo una documentazione precisa, ma qualche cosa di vero ha da esservi, nel quadro desolato che del bassopiano padano hanno fatto, in quei tempi oscuri, soprattutto grandi dignitari ecclesiastici. Il quadro si illumina tra i secoli X e XII, e mostra i primi effetti determinati in campo agrario dall’aumento della popolazione allora in atto, con l’impeto di una travolgente marea umana, che sale a sommergere, soprattutto in collina e in montagna, boschi, incolti, cespugliati, per far posto a campi, a prati, a vigneti. L’incessante lavoro dell’ascia è rispecchiato da numerosi documenti e dai nomi di luogo, che conservano memoria di frequentissimi « ronchi », « roncamenti », ecc. I fianchi dei rilievi su cui s’estendono le colture prendono ad essere modellati, come plasmati, da successioni di gradini, di muretti a secco, di ciglioni. I centri abitati si moltiplicano nelle campagne, e molti ne sorgono, di cui più tardi non rimarrà che il nome. Spetta alle abbazie benedettine e cistercensi, fondate in buon numero in Piemonte, il merito di aver incanalato e fruttuosamente orientato tutto questo prorompere di energie trattenute, dando l’esempio dei più organici « roncamenti » e dell’offensiva metodicamente condotta contro le terre occupate da brughiera, da torbiere, da paludi, dalle acque dei fiumi non imbrigliati. Accanto ai non estesissimi beni fondiari dei signori feudali e degli enti ecclesiastici, sopravvisse nel Medio Evo, e anzi maggiormente si diffuse, per le trasformazioni dei contratti di colonia, di livello, di enfiteusi, la piccola proprietà, che già in epoca romana doveva costituire il nerbo della struttura giuridico-economica delle migliori terre piemontesi.

    Sulle quali si coltivavano di preferenza, tra i cereali, il grano, la segale, l’orzo, l’avena, il panico, il miglio, la saggina e tra i legumi specialmente le fave e le rape, e poi i ceci, le lenticchie e certe qualità di fagiuoli. Molta importanza, ed estensione assai maggiore dell’attuale, avevano, tra le piante tessili, la canapa ed il lino. Si sa che lo zafferano e il guado erano coltivati, come piante tintorie, nel Chierese e sulla collina di Torino, dove pure disposizioni comunali favorivano il piantamento di olivi. Nei clausa degli orti, porri, cipolle, cavoli, costituivano i prodotti più apprezzati, ma si destinava anche qualche angoletto a carciofi, spinaci, zucche. Molta cura si aveva dei prati, in parte irrigui, ma non sembra che si facessero più di due tagli d’erba all’anno, anche là dove i foraggi crescevano più rigogliosi. Quanto alla vite si sa per certo ch’essa occupava larghi tratti di pianura donde in seguito è scomparsa. Nei documenti medioevali la vite figura coltivata in vince e in alteni. Si hanno più ragioni per ritenere che la vinca costituisse il vigneto specializzato, con fitti ceppi di viti isolati, ad alberello basso, con paletti di sostegno o a filari pure assai bassi. Gli alteni invece, dovevano distinguersi per un allevamento rilassato della vite, tenuta alta — donde il nome di autin e cioè alteno — dandole il sostegno di alberi o di pali, e largo spazio di interfilari. L’aspetto di un alteno doveva in sostanza essere più vicino a quello d’un prato o di un campo alberato, e con viti, che non a quello di un vero vigneto.

    Forse a quei tempi, più che non ai nostri, frequenti erano gli alberi che si piantavano appunto nei campi, nei prati, negli orti, nelle vigne. Tra le piante non fruttifere — i cui filari servivano spesso a delimitare le proprietà — documenti che si riferiscono propriamente al Saluzzese menzionano la betulla, l’ontano, il carpino, il gelso, il cerro, il pioppo, una specie di frassino, il salice. Il gelso, il salice e il pioppo erano destinati a diventare la triade arborea caratteristica delle campagne piemontesi. Quanto alle piante fruttifere, carte della stessa zona elencano il melo, il pero, il fico, il pruno, il pesco. Ma più importanti e sparsi un po’ dovunque erano senza dubbio il noce, il castagno e la quercia, che servivano più largamente all’ali -mentazione della masse contadine. Anche dalle ghiande, di fatto, si traeva una farina che, mescolata con quella di castagne e di segale, era usata a farne un pane di scadente qualità.

    Olivi nella collina torinese (Moncalieri).


    In un paese dov’era largamente sviluppata la praticultura, per di più favorita, come vedremo meglio più avanti, da una fitta rete di canali, è ovvio che doveva tenere un posto notevole, nell’agricoltura, l’allevamento del bestiame grosso e minuto. L’abbondanza dei provvedimenti che gli antichi statuti di molti Comuni piemontesi recano a proposito dell’allevamento dei bovini, degli ovini, dei caprini, dei suini, è una riprova dell’importanza economica assunta dal capitale zootecnico. Assai probabilmente si allevavano, più che non oggi, maiali, dato il molto maggior consumo di carne suina. Tra gli animali da cortile, primeggiavano le oche, cui si frammischiavano galline, pollastre e capponi.

    Alla fine del Medio Evo, il quadro dell’organizzazione agraria delle campagne piemontesi, informato soprattutto, con la promiscuità delle colture, all’autosufficienza delle piccole ed anche delle maggiori aziende rurali, ha ormai una sua solida intelaiatura che reggerà bene alle scosse dei secoli successivi. E di fatto quanto mai sintomatica la permanenza, nella collina chierese, dello stesso grado di frazionamento della proprietà terriera e dello stesso ordinamento colturale, dalla metà del secolo XIII ad oggi, permanenza confermata, anche per Moncalieri, da catasti dello stesso periodo.

    Sul principio del secolo XVI compare nella nostra pianura il riso. Seminata com’è in zone acquitrinose, prima incolte, la nuova pianta, se desta una quantità di preoccupazioni d’ordine sanitario, non disturba però, almeno per qualche tempo, il sistema agrario vigente. E si estende sùbito abbastanza largamente, non solo in quelle che saranno le sue terre d’elezione, ma anche in parecchi luoghi del Pinero-lese, del Saluzzese, del Monferrato. Le piante di provenienza americana (il mais, giunto in Piemonte sul finire del Cinquecento, il fagiuolo, il topinambur, il peperone, il pomidoro, la patata) arricchiscono il paesaggio agrario piemontese d’una varietà di aspetti ben maggiore di quella precedente, ma s’ingranano senza difficoltà nei vecchi ordinamenti colturali e non provocano sommovimenti rivoluzionari. Col ritorno alla coltura del frumento, che aveva ceduto di fronte ai cereali inferiori nell’alto Medio Evo, si completa la fisionomia agraria del Piemonte quale appare nel secolo XVII e quale nei suoi lineamenti essenziali si manterrà fino ad oggi.

    Ha quasi del miracoloso il fatto che anche brevi periodi di ordine severo e di relativa tranquillità fossero sufficienti a controbilanciare gli effetti di anni tremendamente calamitosi, che avevano funestato il Piemonte con invasioni, guerre, pestilenze e a ricondurre nelle sue campagne uno stato di prosperità invidiato da molte parti. Ma alla base di questa sorprendente capacità di recupero stavano specialmente il pungolo dell’immediato interesse, e la testarda applicazione delle numerose schiere di piccoli e medi proprietari che si compartivano equilibratamente l’utilizzazione dei beni fondiari. Grazie all’accertamento generale ordinato da Carlo Emanuele III, nel 1750, le principali qualità di coltura eran distinte sui terreni delle province cismontane (escluse Aosta e la Valsesia).

    La produttività media non era alta: appena di ettolitri 2,63 per ettaro in frumento; 1,97 in segale; 9,8 in riso; 26,5 quintali in erba dei prati. Il raccolto relativamente scarso del fieno, compensato soltanto in parte, e malamente, dalla larga estensione dei pascoli, spiega la modesta consistenza del patrimonio zootecnico (427.167 bovini, 361.128 ovini, 282.472 equini). Il rendimento netto per ettaro era ancora abbassato dalla elevata proporzione degli incolti che, con i boschi e i castagneti, coprivano poco meno della metà dell’area totale. Ma verso la fine del secolo, notevoli miglioramenti tecnici — quali nuovi metodi di irrigazione, l’acclimatazione di nuove specie di viti, pratiche più razionali di innesti, la introduzione di parecchie piante da olio, insieme alla messa a coltura di vaste estensioni di gerbidi e di incolti e al frazionamento di cospicue proprietà — portarono ad un considerevole aumento della produzione. Il grano, per es., che fra il 1750 e il 1770, dava circa 4 milioni di sacchi, nel ventennio successivo ne produceva 5.101.000. La diffusione della grande affittanza nelle terre a riso del Vercellese e del Novarese, se traeva seco deplorevoli ripercussioni sociali, dava pur luogo ad innegabili progressi economici.

    Dopo una battuta d’arresto, determinata dalla politica economica della Restaurazione, l’agricoltura piemontese, sotto l’impulso del liberismo ricostruttore di Carlo Alberto e di Cavour, e dei primi portati della rivoluzione agraria, riprese il suo cammino ascendente. Il dissodamento degli incolti assunse un ritmo molto intenso, tanto che, mentre sui primi del Settecento gli incolti coprivano dal 18 al 20% della superficie agraria forestale, nel 1809 tale proporzione era diminuita al 12% e nel 1860 al 7%. Man mano che si riduceva la superficie dei gerbidi e delle baragge, avanzava la risaia. Parallelamente assumeva sempre maggior sviluppo l’irrigazione, con l’apertura di nuovi cavi e l’ampliamento di quelli esistenti. E mentre il trifoglio cominciava ad introdursi nella rotazione come parte integrante, il principio della rotazione continua s’affacciava alle porte dell’agricoltura piemontese. Il prato segnava un sensibile aumento di superficie; altrettanto può dirsi delle colture legnose. Si trattava, è vero, di variazioni che non intaccavano a fondo gli ordinamenti colturali di un secolo prima, ma era già in atto una trasformazione di grande importanza, anche geografica, con la tendenza del riposo a scomparire per dar luogo a rotazioni continue. Alcune cifre (vedi tabella X a pag. 578) aiuteranno a farsi un’idea di come si configurasse l’agricoltura piemontese, verso il 1850.

    Dopo il 1850, altre innovazioni tecniche ed altri incentivi economici imprimono al quadro dell’agricoltura piemontese, ormai inserita in più ampi mercati, fattezze nuove, determinate soprattutto dal passaggio da forme estensive ad intensive, da procedimenti empirici a metodi razionali, da sistemi di agricoltura familiari ed autarchici, a sistemi di agricoltura, industriale e commerciale. Di fronte a una sempre più massiccia avanzata del grano, i cereali minori cedono terreno, perdono importanza nell’alimentazione umana, ne acquistano in quella animale e nelle trasformazioni industriali. Razze elette di frumento si sostituiscono ai frumenti di derivazione locale. Con la larga diffusione data, dopo il 1925, ai grani precoci in sostituzione dei grani tardivi e di media maturazione, cambia la taglia delle piante, non più ondulanti al vento, ma rigide e fisse: cambia il colore delle messi, non più biondo oro, ma ocra quasi marrone. Il frumento raggiunge nel 1939 i 7 milioni di quintali: una produzione doppia di quella di una trentina d’anni prima, su di un’area quasi uguale, e presenta rese unitarie (35-40 quintali/ettaro con punte massime aziendali di 60), 6-7 volte superiori a quelle di un secolo fa. Il granoturco nel giro di cento anni ha triplicato la sua produzione e dà rendimenti tre volte superiori a quelli d’allora. L’avvento degli ibridi americani accresce ancora notevolmente l’espansione quantitativa del granoturco. Dell’introduzione di nuove razze selezionate ha pure beneficiato la coltura del riso, più che raddoppiando le sue rese unitarie, mentre in anni a noi più vicini l’influenza di prezzi crescenti ha determinato un ampliamento delle aree coltivate. La viticoltura, trionfando sulle varie cause avverse (oidio, peronospera, fillossera), ha visto mantenute le sue elevate produzioni anche su un’area lievemente contratta. La frutticoltura, scarsamente praticata nel secolo passato, ha assunto proporzioni e fornito redditi oltremodo incoraggianti, specializzandosi su una superficie complessiva di 8000 ettari e dando una produzione globale di circa 1.500.000 quintali di varia frutta. Lo stesso si dica delle colture ortensi, che sotto lo stimolo di più ampi mercati vicini e di nuovi mercati lontani, si è venuta estendendo a 72.000 ettari, con una produzione globale di 1.200.000 quintali di ortaggi.

    Chiostro dell’abbazia di Staffarda, uno dei maggiori centri di progresso agrario nel Piemonte medioevale.

    L’aumento della superficie irrigua, oggi valutata a 470.000 ettari, si ripercuote con quasi immediati effetti nella praticoltura. L’area prativa che alla metà del secolo scorso, era costituita da circa 295.000 ettari di prati stabili, in gran parte asciutti (esclusi i pascoli), sale nel 1946 a 593.465 ettari, con larghissima proporzione di prati avvicendati e notevole riduzione di prati stabili. Anche nelle zone risicole la produzione foraggera è aumentata, grazie alla tendenza a lasciare nella risaia stessa una più larga parte al prato. Sul prato artificiale s’imperniano rotazioni di maggior durata (da quinquennali a settennali), in sostituzione delle vecchie rotazioni biennali, triennali e quadriennali. Nel ciclo delle nuove rotazioni, parecchie zone di alta intensità zootecnica vedono il prato occupare dal 45 al 50% del seminativo. Tutto ciò conduce ad accrescere di molto la produzione foraggera, che dai 17 milioni e mezzo di quintali della seconda metà del secolo scorso si raddoppia nel 1929 e supera i 37 milioni di quintali nel 1940. Di pari passo s’incrementa il patrimonio zootecnico, che dai 521.814 bovini del 1750 sale a 1.116.501 nel 1942. Tutte le colture, poi, sono state aiutate con un sempre maggior apporto di concimi chimici, tanto che nel 1939 il Piemonte giungeva ad impiegare da solo concimi fosfatici, azotati e potassici, in quantità superiore a quella consumata nel 1899 da tutta l’Italia. Anche la meccanizzazione agraria ha fatto i suoi progressi. Le trattrici, che erano poche centinaia di unità nel 1919-20, diventano 1481 nel 1929 e 6184 nel 1947. Le seminatrici, che erano poche unità al principio del secolo, salgono a 6500 circa nel 1929 e a 24.500 nel 1947. Tra i miglioramenti fondiari particolare impulso ha avuto l’opera di rifacimento e di ampliamento dei fabbricati rurali, interessando dal 1928 al 1945 più di 36.000 edifici. Da una tabella di raffronto che abbraccia un periodo di trent’anni è possibile ricavare una più sintetica visione del ritmo con cui il Piemonte ha camminato sulla via del progresso agricolo (vedi tabella XII a pag. 579).

    Il lavoro dei campi è connaturato all’indole paziente e tenace dei Piemontesi. (Vendemmia nel Monferrato).

    Lineamenti generali del quadro agricolo attuale

    L’accanito lavoro di una lunga serie di generazioni e i moderni progressi, ora sommariamente accennati, vanno tenuti ben presenti per spiegarsi come mai una regione che è montagna (e spesso quale montagna!) per non molto meno della metà del suo territorio abbia, in base ai criteri del catasto agrario, una superficie produttiva (2.517.364 ettari) pari all’87,8% della superficie territoriale (2.866.117) e una superficie agraria (1.720.025) corrispondente al 60,0% della territoriale.

    Di questa terra, per buona parte dominio di rocce sterili e di condizioni climatiche proibitive per la coltura agraria, vive direttamente, utilizzandola a diverso titolo una popolazione attiva di 571.960 persone, pari al 32,6% della popolazione attiva della regione (1951). E una percentuale questa che subito colloca il Piemonte, tra le regioni d’Italia aventi una più limitata popolazione rurale, al di sotto stesso della media nazionale, che è di 41,7 addetti all’agricoltura per 100 unità della popolazione attiva nel complesso. Ma quando si prende in esame la popolazione rurale delle singole province piemontesi, allora affiora la distinzione più volte accennata tra province, diciamo così agrarie, e province industriali. Al primo gruppo appartengono Asti col 63,1% della popolazione rurale; Cuneo col 59,4%; Alessandria col 44,1%; nel secondo gruppo rientrano Torino col 16,9% di popolazione rurale; Novara col 23,9%; Vercelli col 30,3%. La Valle d’Aosta col 39,6% occupa una posizione di mezzo.

    Come utilizza codesta gente agli effetti della produzione agraria il suolo della sua regione? Diamo uno sguardo alla tabella XIII a pag. 580, dalla quale appaiono anzitutto: i° province in cui assai più larga estensione che non nelle altre hanno in senso relativo le foraggere (sono la Valle d’Aosta e le province montane di Torino e di Cuneo, con le loro grandi estensioni a pascoli e a prati-pascoli, ma anche con la loro pianura irrigua, che nelle coltivazioni avvicendate dà rendimenti unitari di foraggi molto elevati); 2° province con decisa prevalenza di coltivazioni legnose, che sono le collinari, Torino compresa, con il loro folto drappeggio di vigneti e con i loro frutteti; 30 province in cui boschi ed incolti produttivi occupano zone particolarmente vaste, e sono ancora le province con maggior proporzione di territorio montano e cioè: Torino e Cuneo.

    E che cosa più precisamente ricavano dalla coltivazione del suolo del Piemonte i suoi abitanti ?

    Tipi di paesaggio agrario (confini provinciali e delle regioni statistiche).

    Commenteremo più avanti questi dati di produzione entro la cornice di altra divisione territoriale. Ora, riassumendo per tutto il Piemonte e mettendoli a confronto con quelli delle altre regioni, possiamo farci un’idea del peso che ha la nostra produzione agraria, nell’insieme di quella nazionale. È un peso tutt’altro che piccolo, quando si tenga presente che, con una superficie pari all’8,4% di quella nazionale, il Piemonte fornisce il 51,0% della produzione italiana di riso; il 12,7% e 13,4% della produzione italiana di mais primaverile ed estivo; 1*8,9% della produzione di canapa; il 10,3% di quella della patata comune; il 12,6% della produzione di vino. Anche in altre colture il Piemonte occupa una posizione di primo piano. E, per es., in testa alla graduatoria regionale di produzione della segale, dei fagiuoli, dei cardi e fornisce il 10,6% della produzione nazionale di ciliege, il 10,0% e il 12,2% rispettivamente di quella delle mele e delle pere, e il 9,5% di quella degli asparagi. Il Piemonte viene al terzo posto, dopo la Lombardia e l’Emilia-Romagna, per numero di bovini (1.142.000 nel 1958). E pure al terzo posto nella graduatoria regionale per ordine di superficie a bosco (9,2%) di tutti i boschi del territorio italiano. Ed è al quarto posto, per quanto concerne la superficie dei pascoli permanenti (dopo Sardegna, Sicilia e Trentino-Alto Adige), ma è al secondo, dopo la Sardegna, per quanto concerne la loro produzione.

    Si è calcolato che nel 1958, la produzione agricola-zootecnica e forestale del Piemonte, abbia avuto un valore di 224 miliardi di lire, venendo così al quarto posto dopo la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto. Tra le province, Cuneo e Torino, precedono le consorelle quanto al valore della produzione agricola ottenuta, ed anzi Cuneo, con 55.967.000 di lire (sempre nel 1958) è addirittura ai primi posti tra le province italiane.

    Del prodotto annuo-lordo vendibile dell’agricoltura piemontese si calcola che il 43% sia ricavato dalle colture erbacee; il 41% dai prodotti zootecnici; il 14% dalle colture arboree e il 2% dai legnami. Sulla strada indicata da queste cifre, l’agricoltura piemontese va arricchendosi di nuovi mezzi tecnici, estendendo certe colture, riducendone altre, e specializzandosi in certi campi, come in quello della risicoltura, dove la coltura promiscua va perdendo terreno, e in quello della frutticoltura, dove si è avuto in questi ultimi anni un notevole aumento del frutteto specializzato. Nell’impiego per ettaro di concimi azotati, il Piemonte supera oggi, e di parecchio, non solo la media generale, ma anche quella della progredita Italia settentrionale. Così si dica per i concimi potassici, mentre l’uso dei concimi fosfatici rappresenta il settore meno progredito. In tema di meccanizzazione agraria è interessante osservare che proprio una regione avente gran parte del suo rilievo decisamente negato all’impiego della macchina ha una produzione a seminativo servita da una trattrice inferiore a quella di altre regioni padane, fortemente meccanizzate, come la Lombardia e il Veneto. E così pure dicasi della superficie seminativa, servita da un HP (ettari 1,64 in Piemonte; 1,79 nel Veneto; 1,78 in Lombardia). Nel confronto tra le province piemontesi, quella di Cuneo risulta distinguersi per il maggior numero assoluto di trattrici (8718 nel 1958); numero che la fa pure collocare ai primi posti tra le province italiane. In provincia di Cuneo, viene calcolata una superficie di terreno seminativo di appena 36 ettari per macchina e di ettari 1,48 per HP. Allo sviluppo della meccanizzazione agraria corrisponde una decisa orientazione dell’allevamento del bestiame verso la produzione di carne e di latte. Per la pro-zione della carne si fa perno su alcune attitudini della razza piemontese (780.000 capi). Tra le razze lattifere si dà la preferenza alla valdostana (130.000 capi), alla bruno-alpina (140.000 capi) e alla pezzata nera (70.000 capi).

    Vedi Anche:  Componenti razziali e psicologiche

    Con tutto questo siamo ben lungi dall’aver fissato anche solo i caratteri salienti dell’agricoltura piemontese. In armonia, soprattutto, con la grande varietà del rilievo, essa ha una varietà di forme e di aspetti che le statistiche regionali e provinciali appena adombrano o finiscono per deformare. Nè, d’altra parte, i progressi che siamo venuti accennando si sono verificati dovunque e col medesimo ritmo. Si deve dunque concludere che non esiste veramente un’agricoltura piemontese. Esistono invece, in ordine alle grandi fattezze morfologiche della regione, un’agricoltura montana, una collinare, e una della pianura: ciascuna con le sue caratteristiche peculiari, con i suoi problemi, con le sue sfumature. Di qui uno schema descrittivo che è indispensabile seguire.

    Il volto agricolo della montagna piemontese

    Quella che tra le circoscrizioni statistiche si qualifica come zona di montagna in Piemonte, su un’area complessiva di 1.098.377 ettari, presenta una superficie agraria forestale di 868.035 ettari, pari al 79% della superficie. E una bella cifra, come si vede, e che, congiuntamente all’immagine della scacchiera di campicelli che danno una così viva impronta umana al paesaggio della nostra montagna, potrebbe far pensare ad una occupazione agraria del suolo più estesa di quel che sia in realtà. In effetti solo il 6,6% della superficie produttiva consta di seminativi, e solo lo 0,9% di colture arboree, mentre i prati e i pascoli occupano il 43,7% e i boschi il 31,2%.

    E questo poco di suolo agrariamente sfruttabile — ottenuto con tanta fatica, sostenuto con opere murarie a secco che sembrano scalee di giganti, spesso rimpolpato con gerle di letame e di buona terra portata dal basso — quale intrinseca fertilità racchiude? Anche senza condividere l’impressione piuttosto pessimistica del Milone, che ritiene sterili quasi i due terzi dell’area montuosa piemontese, è certo che in notevole parte di essa — dalla media valle d’Aosta alle valli di Lanzo e alle alte valli del Po e della Varaita — il prevalere di terreni derivanti dal disfacimento di pietre verdi limita di molto le forme più redditizie della utilizzazione del suolo. Non per nulla, ad esempio, le valli di Lanzo sono estremamente povere di seminativi. Nelle zone montane interne, o più vicine alla pianura, graniti e porfidi quarziferi, anche là dove hanno subito un’accentuata denudazione, e dove le forme del suolo non sono eccessivamente elevate ed aspre, s’adattano essi pure assai male alle colture.

    I morbidi fianchi calcescistosi della val Chisone si rivestono dei caratteristici « fazzoletti » di terra coltivata (Ruà di Pragelato).

    Più profondi e talvolta discreti sono i terreni derivanti dall’alterazione dei porfidi non quarziferi e delle svariate serie di gneiss e di micascisti, che inquadrano essi pure le zone interne della montagna. Qui le condizioni migliorano quando compaiono i calcescisti, che danno, in genere, terreni soffici, porosi, argillo-sabbiosi, con una notevole aliquota di quel carbonato di calcio che è il grande assente degli elementi chimici dei terreni piemontesi. Ma più che i coltivi, s’avvantaggiano delle formazioni calcescistose, con la loro caratteristica morfologia morbida, tondeggiante, i prati e i pascoli, che ad es., nell’alta vai Chisone (Pragelato, Fenestrelle), danno una produzione qualitativamente assai pregiata. Sembra che alla natura del suolo debbano anche collegarsi le più pronunciate oscillazioni del limite superiore « spontaneo » dei coltivi: limite che partendo dai 1400 m. in vai Vermenagna, sale a 1830 nell’alta vai Maira (calcescisti); ricade a 1530 m. nell’alta valle del Po (pietre verdi), riprende quota nell’alta valle della Dora Riparia (calcescisti) per portarsi a 1950 m., e ricade nella vai di Lanzo (pietre verdi) a 1600 m., per scendere poi in Valchiusella a poco più di 1200 metri.

    Poca e povera, dunque, nel complesso, limitata dalla particolare ripidità dei pendii, e insidiata dalla rapacità delle acque selvagge e dei torrenti è la terra coltivabile della montagna piemontese. Eppure un ettaro di essa in media è riuscito a sostenere un carico di 8-9 persone, mentre in collina, sulla stessa unità di superficie, non ne vivono più di 3 o 4. Evidentemente non perchè la montagna produca di più, ma perchè il montanaro s’accontenta di alquanto di meno. E doveva far così per rispondere a una costante, assillante preoccupazione: quella di essere sufficiente a se stesso ed alla sua famiglia, con le sole magre risorse della sua terra, senza aiuti esterni in tutte le circostanze della vita. Di qui la caratteristica struttura frazionata e dispersa, che ha generalmente, sul versante interno delle Alpi occidentali, l’azienda agraria, con appezzamenti a prati sul fondovalle, numerose e piccole particelle di coltivi (segale, patate, vigneti), a mezza costa, qualche lembo di bosco per legname da riscaldamento e da opera più in alto, e più in alto ancora la possibilità di utilizzare pascoli per l’alpeggio estivo. Come è noto, mentre i prati, i seminativi, i vigneti, costituiscono proprietà privata del montanaro, i pascoli d’alta montagna sono in larga misura proprietà del Comune, oppure di una collettività di contadini. La proprietà della superficie coltivabile è divisa fra un grandissimo numero di piccoli proprietari e coltivatori. Si è, di fatto, calcolato che nella montagna piemontese l’88% della superficie lavorabile appartenga ad aziende che hanno una superficie inferiore a 2 ettari. Le divisioni ereditarie, mantenendo questa struttura, ed anzi sempre più rimpicciolendo le unità produttive, hanno contribuito non poco a ridurre le capacità finanziarie e tecniche di miglioramento e a perpetuare un tipo di agricoltura che oggi ha indubbiamente, come osserva il Blanchard, dell’arcaico, del rudimentale.

    Ma se nella montagna piemontese il lavoro a zappa è ancora così largamente praticato, se il vecchio aratro è ancora in uso, se i trasporti s’effettuano ancora, come i lavori agricoli, con l’impiego di animali, dalla muccarella all’asino, al cavallo; se i riposi, eliminati in certe vallate, in altre permangono con l’antichissima successione biennale (alternati alla segale), al massimo con la triennale (segale-orzo o avena-riposo lavorato, oppure patata-segale-riposo); se le leguminose hanno discreta diffusione solo nella valli cuneesi; se si rimane fedeli estimatori del vecchio concime di stalla e la meccanizzazione agraria fa scarsi e lentissimi progressi, questo stato di arretratezza non è imputabile, come mostra di credere il Blanchard, allo spirito routinier degli abitanti, insonnolito e restìo alle novità.

    La ragione vera è che in un ambiente ben sovente incapace di nutrire la popolazione che lo saturava, in un ambiente demografico-economico giunto, cioè, sull’orlo di una resistenza che durava soltanto grazie ai proventi dell’emigrazione, l’apertura delle strade e delle ferrovie, salienti dal fondo delle valli verso l’interno della montagna, agì come lo scossone che fa traboccare il liquido da un vaso pieno. Il vecchio cerchio chiuso dell’economia montana — per cui, ad esempio, gli scambi fra valle d’Aosta, Savoia e Vallese erano assai più attivi di quelli con la pianura piemontese — quasi improvvisamente venne ad essere spezzato. Derrate alimentari, generi di consumo, manufatti migliori e a minor prezzo, hanno messo il montanaro di fronte a una valutazione comparativa dei suoi sacrifici e del suo lavoro. E le reazioni non tardarono a manifestarsi. Sui giovani particolarmente, la garanzia di un’occupazione sicura, ben remunerata, nelle grandi città e le loro attrazioni esercitarono un potere magnetico. E lo spopolamento montano entrò in una fase di considerevole rapido incremento. Quanto ai rimasti, la nuova sistemazione non era certo fatta per invogliarli a spendere denaro ed energie nel miglioramento di un’agricoltura che, in termini strettamente economici, non poteva reggere ulteriormente.

    Ed ecco, insieme al crescente abbandono degli antichi canali d’irrigazione, che si degradano e cessano di essere utilizzati, quella restrizione di aree coltivate che si manifesta all’osservatore soprattutto attraverso lo stato di incuria, in cui vengono lasciati campi e vigneti, in diverse parti della montagna piemontese. E l’incuria è correlativa al grado di spopolamento montano. Del resto, superfici e produzioni delle colture cerealicole montane nel complesso della regione non rappresentano poi gran cosa. Il frumento (circa 11.200 ettari e 246.000 quintali nel 1958, con rese oscillanti dai 10 ai 25 quintali) persiste specialmente nelle basse valli del Cuneese, mentre è quasi scomparso nella montagna biellese. Quanto alla segala, antica dominatrice, s’accontenta di una superficie di 11.000 ettari (176.000 quintali e resa unitaria 10-11 quintali/ettaro), e si coltiva con particolare ampiezza pure nelle basse valli cuneesi, dove si trovano anche le più estese superfici montane a mais nostrani ed ibridi (complessivamente 4500 ettari in 150.000 quintali). L’avena, coltivata specialmente nella media valle di Susa, non raggiunge i 1000 ettari. Trascurabile l’area destinata all’orzo.

    Seminativi, prati, bestiame sudata ricchezza della montagna piemontese (val d’Ayas-Champoluc)

    Vittima dei tempi nuovi, anche la vite va lasciando crescenti vuoti nel paesaggio della montagna piemontese. Qua e là di fatto, terrazzi, ciglioni, ripiani, fino a pochi anni fa verdeggianti di pampini, ora non conservano che qualche tralcio morente o mostrano una desolata, quasi vergognosa nudità. Oggi anche la produzione dei vini tipici delle nostre montagne, dall’Avanà di Chiomonte al Carema, dal Torretta al moscato di Chambave, sta apprestandosi a diventare un ricordo del passato. E tuttavia la vite, o meglio i terreni che sul catasto compaiono ancora come coltivati a vite, occupano un’area di 7260 ettari, di cui poco più della metà a coltura promiscua e una produzione complessiva di 236.000 quintali concentrata particolarmente nella bassa montagna di Mondovì, nelle basse valli pinerolesi, nella media valle di Susa, nella media valle d’Aosta, e nella montagna litoranea del lago Maggiore. E nota l’importanza che avevano ancora una trentina d’anni fa i castagneti da frutto, per la produzione delle castagne, per l’industria tannica e per il pascolo, e ciò soprattutto nella valle del Tanaro e nelle basse vallate del Cuneese. Ai giorni nostri, il diminuito consumo della castagne nell’alimentazione e nell’industria dolciaria, e la ridotta richiesta di tannino, fanno trascurare i castagneti, al punto che in molti di essi il frutto non viene neppure più raccolto. Ciò non di meno la montagna cuneese dà ancora oggi 250.000 quintali annui di castagne, assicurando al Piemonte il secondo posto, dopo la Toscana, nella produzione del frutto « dolce e prelibato ». Quasi del tutto scomparsi sono i campicelli di canapa, un tempo complemento indispensabile per ogni piccola azienda di montagna.

    Terrazzamento della montagna a sostegno di vigneti (Verrès).

    Unica pianta vittoriosa in questa disperata lotta dell’agricoltura montana contro la marea di una produzione più economica, saliente dal basso, è la patata, quasi tutta tenuta nelle Alpi piemontesi a coltura promiscua. Oggi essa è diffusa su una area di circa 8800 ettari e dà un prodotto che può raggiungere, nelle annate più favorevoli, il milione di quintali. Molti Comuni esportano patate, ma due distretti sono quelli che si contendono il primato sia qualitativo che quantitativo della produzione: il primo corrisponde alla bassa e media vai Gesso, dove il nome di Entraque dà pregio a tutto il raccolto della zona; l’altro comprende Comuni della media e alta valle di Susa e dell’alta vai Chisone. Si raggiungono qui, come in valle Gesso, rese unitarie di 100 quintali/ettaro. Ma vi sono pure paesi che non raccolgono patate in quantità bastevole alla loro alimentazione.

    La frutticoltura meriterebbe indubbiamente nelle maggiori vallate delle nostre Alpi qualche serio esperimento di industrializzazione, mentre attualmente la grandissima maggioranza delle piante è sparsa, spesso irrazionalmente, tra i seminativi e i prati, e non riceve praticamente cura alcuna. Alla produzione delle mele (150-180.000 quintali), e delle pere (120-140.000 quintali), partecipano specialmente le bassi valli del Cuneese, la vai Varaita, la media valle di Susa, la Valsesia, e la bassa montagna del lago Maggiore. Il noce dà ancora un raccolto di circa 29.000 quintali (valli cuneesi, vai Varaita, Valsesia). Tra le produzioni accessorie, attraversano un periodo di favore per aumento della domanda da parte dell’industria, quelle della lavanda (valli Gesso, Stura, Maira, alta vai Chisone); dei funghi (alta valle Tanaro); delle piante da erboristeria (valle del Po, Bardonecchia, valle d’Aosta); dei mirtilli e dei lamponi. Poco slancio mostra di avere la produzione del miele (Pragelato, zona del Monterosa). Ma, come è comprensibile, queste piccole attività marginali non possono certamente galvanizzare la decadente agricoltura del Piemonte, e tanto meno fermare la più « geografica » manifestazione di tale decadenza e cioè l’abbandono di terreni già coltivati.

    Quale altra destinazione colturale attende questi terreni? Non mancano testimonianze, specie in vai d’Ossola, e in Valsesia, di zone fino a qualche decina d’anni fa soggette a coltura, e poi lasciate al ritorno del bosco. Ma in linea generale si tende a far sì che le zolle dei campi si coprano di erbe e diventino prati e pascoli. E si spiega anche il mutamento di rotta verso una crescente superficie foraggera col penetrare in montagna delle grandi vie di comunicazione, che hanno fatto più ricercati in montagna, e più facilmente trasportabili e smerciabili al piano, i prodotti della pastorizia, invogliando il montanaro ad un più ampio e redditizio allevamento di bestiame. Così, su molti versanti delle nostre vallate, mentre si riduceva a favore del prato l’estensione dei prati coltivati, se ne abbassava pure il limite altimetrico, e di conseguenza s’abbassava il limite superiore delle abitazioni permanenti, che si trasformavano in dimore temporanee estive, mentre i loro prati ed i loro campi diventavano pascolo ad esclusivo vantaggio dell’alpeggio. Il Breuil e il villaggio di Resy, rispettivamente alle testate della Valtournanche e della vai d’Avas, sono forse gli esempi più probanti e più noti di tale trasformazione. Stiamo, cioè, assistendo ad una specializzazione in senso zootecnico di molte aziende montane già agricole, e, se si vuole, a un dissociarsi dell’esercizio dell’agricoltura da quello della pastorizia.

    Bellissimi pascoli all’alpe di Otro (m. 1671) in vai Sesia. In secondo piano: catena a leggio.

    Così, prati-stabili, prati pascoli e pascoli permanenti diventano sempre più il fulcro di un’economia montana che si fa meglio aderente alle caratteristiche dell’ambiente naturale, e che è destinata a trovare nell’industria zootecnica la più promettente fonte di lavoro e di guadagno. I prati stabili sono situati per lo più a fondo valle, e danno una produzione elevata, ma qualitativamente mediocre, anche se irrigati. Il prato stabile asciutto occupa nella montagna piemontese un’area di circa 53.000 ettari di cui circa un terzo nelle Alpi torinesi e canavesane. Il prato stabile e irriguo si estende circa 28.000 ettari, per due terzi appartenenti alla montagna torinese, cuneese ed alla vai d’Aosta. Poco estesi sono ancora sul fondo della vallate i prati avvicendati (19.000 ettari di cui 11.000 nelle basse vallate cuneesi) e gli erbai intercalari (1300 ettari). Prati stabili e prati avvicendati danno complessivamente una produzione di 3.800.000 quintali.

    Al di sopra della zona a seminativi, i prati stabili cedono il posto ai prati-pascoli, situati sulle posizioni più favorevoli, meno declivi, in particolare dove è possibile l’irrigazione. I prati-pascoli concorrono all’alimentazione del bestiame per una quota relativamente modesta, occupando un’area sui 35.000 ettari, e dando non più di 622.000 quintali di prodotto, per più di un terzo ottenuto dalla sola Valsesia. Infine i pascoli permanenti si estendono in ampi complessi nella zona più alta del rilievo alpino, al di sopra della vegetazione arborea. I pascoli permanenti si estendono, sul nostro versante delle Alpi occidentali, per una superficie di ben 280.000 ettari, e la loro produzione si valuta intorno a 1.760.000 quintali. I pascoli permanenti più estesi ed anche più produttivi sono quelli della montagna torinese.

    Com’è noto, l’utilizzazione dei foraggi ai diversi livelli ora ricordati importa un caratteristico movimento di va e vieni delle greggi e dei pastori (transumanza), dal fondovalle agli alti pascoli per l’alpeggio e dall’alpeggio di nuovo al fondovalle, con sosta primaverile ed autunnale nella zona intermedia dei prati-pascoli. Quello delle mucche, che il giorno fisso per secolare tradizione salgono al « monte », tra il festoso sbattacchiare dei campani e il lacerante latrare dei cani, è suggestivo spettacolo, che continua ad essere comune nelle nostre montagne. Ma già si notano delle fratture nel vecchio meccanismo del nomadismo pastorale familiare, e i piccoli proprietari cercano sempre più frequentemente di sottrarsi alla schiavitù dell’alpeggio.

    Sistemazione moderna di pascoli con bacino per raccolta d’acqua nelle montagne cuneesi (alpe Viridio).

    A questo movimento di nomadismo interno alla montagna se ne somma uno esterno, rappresentato da due correnti: l’una ascendente e l’altra discendente. Quella ascendente è costituita in maggioranza da speciali imprenditori (« margari »), provenienti da Cuneo, dalla pianura di Saluzzo, dai dintorni di Torino, da Chieri, da Asti, da Alessandria, che portano ad estivare sui pascoli d’alta montagna armenti in parte propri e in parte noleggiati dalle popolazioni locali. La corrente discendente è rappresentata da bovini ed ovini che i proprietari di montagna mandano a svernare nella pianura sottostante. I Torinesi hanno spesso occasione di veder pascolare nelle immediate vicinanze della loro città greggi di pecore che arrivano talvolta ancora a piedi, ma più spesso in treno o per camion, dall’alta vai di Susa. Ma mentre la transumanza ascendente viene ancora a mobilitare per l’alpeggio sulle montagne piemontesi notevoli contingenti di bovini, e soprattutto di ovini (un 40.000 all’anno, secondo il Blanchard), il movimento inverso è sempre più limitato dal ridursi delle aree pascolative in pianura, e dall’intensivarsi in essa dell’allevamento locale del bestiame.

    Nella montagna piemontese i pascoli di proprietà privata rappresentano il 23% del totale: quelli di proprietà comunale il 64% e quelli di proprietà consortile il 13%. La proprietà privata e consortile utilizza i propri pascoli per il 61% in modo diretto, per il 29% mediante affìtto e per il 10% in modo promiscuo. La proprietà comunale si vale soprattutto dell’affitto (64%) e poi della conduzione promiscua (26%). Sebbene i pascoli montani risultino abbastanza omogeneamente distribuiti nelle Alpi piemontesi, il loro stato, la loro produttività e il carico di bestiame che sopportano, variano molto da valle a valle, e anche all’interno della stessa valle. Sui 5760 « pascoli » della montagna piemontese, si calcola che soggiornino annualmente all’alpeggio circa 68.000 bovini, 105.000 ovini e 24.000 caprini. Ma tecnici valenti, come il Francardi, il Terreno e il Pastorini, concordano nel ritenere che mentre si hanno pascoli eccessivamente carichi e altri non completamente sfruttati, l’attuale produzione dei pascoli montani del Piemonte è più spesso insufficiente che adeguata e quindi la maggior parte del bestiame che ne fruisce è denutrita.

    Situazione poco lusinghiera per un’attività economica, che rappresenta la maggior quota del reddito globale dell’agricoltura montana. Questa quota proviene dall’allevamento di circa 259.000 capi di bestiame, di cui il 59,60% di bovini, il 24,38% di ovini e il 16,02% di caprini. Come numero assoluto di capi, prevalgono i bovini nelle province di Alessandria (88,9%), di Vercelli (65,9%), di Torino (62,1%), di Cuneo (57,8%). Gli ovini sono maggiormente rappresentati nella montagna delle province di Cuneo (31,9%), di Torino (24,9%), di Novara (21,6%), cui seguono Vercelli (11,8%) ed infine Alessandria (5,5%). I caprini rappresentano invece il 34,4% dei capi complessivi nei Comuni montani della provincia di Novara, il 22,3% in provincia di Vercelli, il 13,3% in provincia di Torino, il 10,2% in provincia di Cuneo e il 5,6% in provincia di Alessandria.

    A questa assai disuguale distribuzione quantitativa corrisponde un panorama non meno vario dal punto di vista della qualità. In campo bovino, per es., troviamo la razza piemontese a triplice attitudine, e che resiste un po’ dovunque, particolarmente diffusa nelle valli cuneesi, mentre più a nord, nelle valli pinerolesi e torinesi, troviamo predominante la razza tarina, di origine savoiarda, dal pelame rosso-marrone. Passando poi alle valli canavesane e alla valle d’Aosta e in quelle biellesi, la prevalenza spetta alla razza valdostana, che tuttavia si va diffondendo anche nelle zone circostanti in sostituzione della tarina. I maggiori guadagni sta però facendovi il bestiame di razza bruno-alpina, già largamente diffuso nella montagna di Vercelli e di Novara, un po’ meno in quella di Torino e di Alessandria, poco ancora in quella di Cuneo. In provincia di Alessandria le preferenze vanno alla biondo-tortonese, con attitudine al lavoro e limitate possibilità lattifere. Fra le razze di ovini prevalgono la pecora della Langa, che ha spiccata attitudine alla produzione di latte, ed è diffusa in provincia di Cuneo insieme alla frabosana. Nelle altre province è più diffusa la biellese, rinomata per l’alta produzione della lana.

    Mandria di pezzate valdostane di ritorno alla baita dal pascolo,

    Ampie distese prative sul fondo della valle di Cogne (Valnontey).

    L’industria casearia si svolge in forme primitive, manca d’attrezzatura, e conserva per lo più un indirizzo familiare, come se ancora dovesse essere limitata ai bisogni domestici. Le forme associate, che permetterebbero una migliore lavorazione e valorizzazione dei prodotti, sono poco diffuse, pur cominciando ad affermarsi lentamente in vai d’Aosta. A seconda delle località, si produce burro di prima, e quindi dal latte scremato, formaggio magro; oppure si produce formaggio di prima da latte intero, e quindi si ricava il burro dal residuo latte scremato. I tipi di formaggio più apprezzati sono: la fontina della valle d’Aosta, oggi protetta da speciale marchio; il formaggio sul tipo della fontina delle valli Formazza ed Antigono; il Reblochon del Moncenisio, la toma grassa delle valli di Lanzo, le robiole e le tome delle valli del Cuneese e del Canavesano. E poi ancora la cosiddetta fontina di Fra-bosa e le svariate forme di toma che hanno più scarse qualità commerciali e sono destinate per lo più al consumo locale. Il latte degli ovini e dei caprini viene in gran parte trasformato in prodotti caseari, tra cui la robiola di latte di pecora della razza delle Langhe e il formaggio pecorino che, da alcune vallate viene anche esportato in altre province.

    In sostanza, la montagna piemontese è in crisi, e tende a ritrovare il suo equilibrio economico in un assetto che punti decisamente su un razionale, intensivo allevamento del bestiame e in una migliore utilizzazione delle risorse forestali. A questo ammodernamento, che è poi veramente un ritorno alla vocazione naturale della montagna, molto potrà contribuire lo spopolamento montano, nella misura in cui favorirà la formazione di più vaste e di più solide unità aziendali.

    Il volto agricolo della pianura piemontese

    Con i suoi 670.952 ettari di superficie quella della pianura è la meno estesa delle zone agrarie del Piemonte. Ciò nonostante la gran massa dei cereali, delle foraggere, degli ortaggi, della frutta che il Piemonte produce viene dalla pianura stessa. La sua fisionomia agricola può considerarsi sintetizzata nella proporzione delle super-fici occupate dalle principali qualità di colture: seminativi (compresi i prati avvicendati) 68%; prati (asciutti e irrigui) e pascoli permanenti 18%; boschi e castagneti da frutto 6%; incolti produttivi 1%. Ma, come al solito, queste cifre non danno che una visione panoramica del volto rurale della nostra pianura: visione in cui vengono a fondersi differenze collegantisi in gran parte alla natura chimica e fisica dei terreni.

    Figlia della montagna, come s’è già detto, la pianura piemontese rispecchia la costituzione dei rilievi soprastanti, e quindi le sue condizioni di fertilità (per ricchezza di elementi utili), mentre sono discrete in corrispondenza ai rilievi prevalentemente silicei (gneiss, graniti, sieniti, porfidi, ecc.), lasciano molto a desiderare quando provengono da formazioni ferro-magnesiache (serpentini, gabbri, anfiboliti, ecc.). Così, per fare un esempio, tra i migliori terreni del Piemonte sono quelli della pianura pinerolese, formata da una mescolanza di detriti calcescistosi, micascistosi e gneissici, mentre i terreni della pianura torinese, derivanti in buona proporzione da pietre verdi, posseggono una scarsa fertilità naturale. Una multisecolare opera di emendamenti e di miglioramenti ha potuto attenuare le disparità originarie dei terreni della pianura, determinate, nel senso da sudovest a nordest lungo l’ampio semicerchio alpino, dalla sua composizione litologica. Più marcate e spesso evidenti, anche all’occhio dell’osservatore più distratto, sono le differenze che si riscontrano nel paesaggio agrario col mutare delle condizioni fisiche, quali abbiamo veduto caratterizzare alta e bassa pianura piemontese, scendendo, cioè, dalle falde della montagna al corso del Po.

    Anche qui, però, occorre procedere ad ulteriori distinzioni. Nell’àmbito dell’alta pianura si possono individuare una zona a policoltura, una zona baraggiva e una zona risicola, in relazione soprattutto, giova ripeterlo, con le caratteristiche strutturali del terreno. Questo appare dovunque costituito da materiali grossolani, spesso cementati, ma ora mescolati superficialmente ad una coltre sabbioso-argillosa ricca di sostanze umiche, ora, invece, profondamente alterati in quella crosta argillosa, compatta e assai scarsa di sostanze nutritizie, di color ruggine, che abbiamo già conosciuto col nome di ferretto. Anche le condizioni idrogeologiche sono diverse, seppur ugualmente avverse. Dove suolo e sottosuolo sono formati da ciottoli e da ghiaie incoerenti, e per conseguenza molto permeabili, si determinano condizioni di aridità, che possono mettere a repentaglio i raccolti, ad onta delle pur abbondanti precipitazioni. Dove, invece, il ferretto raggiunge una discreta potenza, la coltre alterata funziona come un diaframma poco o punto permeabile, che, nelle concavità prive di scolo, agevola la formazione e la lunga permanenza di ristagni d’acqua. In ogni caso, l’irrigazione è resa diffìcile dall’elevato dislivello esistente tra i lembi dell’alta pianura e il corso attuale dei fiumi. La vicinanza della montagna conserva più facilmente ai terreni le loro separazioni d’origine, mentre una morfologia caratterizzata dall’alternarsi di vallecole, di costole collinose, di dossi appiattiti, si continua anche su superfici relativamente unite in piccoli rilievi, in ondulazioni, in avvallamenti, in conche.

    Tenendo presente questo ambiente geolitologico e morfologico, piuttosto vario nei suoi particolari, si capisce perchè il paesaggio agrario dell’alta pianura appaia informato ad una piccola coltivazione, fondata principalmente sul frumento e sul mais in campi di modesta estensione, delimitati da filari di gelsi e su cui è frequente la vite, in coltura promiscua. Patate, legumi (ad esempio, fagiuoli frequentemente consociati al mais), e piante fruttifere, completano il quadro dei seminativi. Scarsi sono i prati da vicenda, come pure i prati permanenti naturali o artificiali, di solito limitati alle depressioni con terreni più freschi e relativamente umidi. Qua e là sui greti abbandonati dai torrenti, che scorrono a livello della campagna, aride praterie consentono un magro pascolo. Scarse egualmente sono le piante industriali (lino, canapa), che occupano modeste superfici. Gli avvicendamenti sono ancora di vecchio stampo e consistono in un continuo alternarsi di frumento e di granoturco.

    Vedi Anche:  Le maggiori città piemontesi

    Entro la fascia, alquanto discontinua, dei pianalti diluviali che da Cuneo, anzi da Mondovì, a Borgomanero, presentano sostanzialmente il tipo di agricoltura ora delineato, prendono propri aspetti alcune minori zone, tra le quali merita un cenno il pianalto di Poirino. Questa area isolata di alta pianura che, per una superficie di circa 30.000 ettari, si stende tra i comuni di Poirino, Riva di Chieri, Villanova d’Asti, Isolabella, Pralormo, Cellarengo e Ceresole d’Alba, per la compattezza dei suoi terreni e per la mancanza d’irrigazione, ha un ordinamento colturale fondato quasi esclusivamente sui cereali e sul prato stabile. La povertà d’acqua dà anche ragione della modestissima alberatura della campagna, che spazia aperta ed uniforme, lasciando una impressione di arretratezza, d’altronde confermata dalla persistente adozione di una magra rotazione biennale, di una sistemazione dei campi a porche e di altre ormai desuete pratiche colturali. Considerato « area depressa » (« ferita al cuore della regione », scrive poeticamente un tecnico agrario), il Poirinese attende da qualche impianto irrigatorio la soluzione delle sue maggiori difficoltà.

    Altre minori zone dell’alta pianura sono venute configurandosi in sèguito allo svilupparsi della frutticoltura, favorita, come la vite, da suoli di buon impasto, relativamente asciutti e ben esposti al sole. Così è avvenuto in alcuni Comuni della pianura saluzzese — Barge, Bagnolo, Verzuolo e soprattutto Lagnasco — dove da una trentina d’anni a questa parte, si pratica la coltura intensiva, specialmente delle mele, con una produzione (principali varietà sono la Deliziosa gialla, la rossa e la Starking), apprezzatissima per le qualità veramente eccellenti. Intorno a Borgo d’Ale, sulla pianura pedemorenica dell’anfiteatro eporediese, dopo la seconda guerra mondiale, ha preso notevole incremento la peschicoltura, naturalmente specializzata. E, più in generale, non va dimenticato che questa fascia fortunata, diciamo così, dell’alta pianura piemontese, ospita da sola quasi tutti i 12.000 ettari di coltura specializzata, e i 10.000 di coltura promiscua, che la vite figura occupare nell’insieme della pianura, con una varietà di sistemi di allevamento (dai filari tipo baragna, alle pantere canavesane, dai pergolati semplici o doppi, al maggiorino novarese, ecc.), da cui i paesaggi agrari locali derivano note di colore assai spiccate.

    Un tratto della pianura canavesana dall’alto di Castellamonte.

    Scarso d’alberi e sistemato all’antica si stende questo tratto del pianalto di Poirino

    Un tipo di policoltura, quale è quello dominante nei vari lembi non ferrettizzati dell’alta pianura, è logico si accompagni più specialmente alla piccola proprietà coltivatrice, in aziende con assai modesta dotazione di bestiame, con fondo terriero alquanto frazionato e disperso. Questo stato di cose si profila in modo estremamente caratteristico nella pianura canavesana extra-morenica e in quella che il catasto denomina altopiano morenico biellese. Altrove, come nell alta pianura cuneese, torinese e vercellese, accanto alle numerose piccole proprietà se ne conta un discreto numero di medie. Delle une e delle altre poi, una quota non trascurabile risulta data in affitto al coltivatore diretto. Abbastanza frequentemente la piccola proprietà coltivatrice non riesce ad essere autonoma. Si capisce, per conseguenza, come, in generale, le campagne dell’alta pianura piemontese abbiano fornito e continuino a fornire larghi contingenti di mano d’opera a non lontane industrie e come, a parte qualche abbellimento edilizio, poco si faccia per spronare suolo e piante ad una maggiore produttività. La meccanizzazione agraria ha fatto consistenti progressi solo nelle medie aziende dell’alta pianura cuneese.

    Contrariamente ad una opinione ancora diffusa, le terre occupate dalla brughiera e, in generale i ripiani ferrettizzati, non sono da riguardarsi come lande assolutamente inutilizzate e deserte. Attraverso una lotta difficile e caparbia, che si appresta a domare le ultime resistenze delle vaucle e delle baragge piemontesi, i terreni meno ingrati sono stati ridotti a coltura. Alla magrezza dei pascoli sopperiva l’estensione: qualche prato più o meno florido è stato ricavato lungo i maggiori torrenti. Il taglio periodico dell’erica forniva una discreta lettiera per bestiame. Dal bosco si potevano trarre legna da ardere e pali per l’impianto delle viti, che facevano buona prova sui margini e sui pendii disboscati dei ripiani. Il sottobosco concorreva con i suoi frutti spontanei. Si è così venuto creando un tipo di agricoltura asciutto, semiestensivo, con larga parte fatta all’allevamento del bestiame e alla coltura dei cereali, e con importanza subordinata data alla vite e ad una primitiva frutticoltura. Sui ripiani diluviali della Stura di Lanzo, sulla sinistra dell’Elvo, sulla destra del Cervo, tra Cervo e Sesia, tra Sesia ed Agogna, le aziende che potremmo chiamare baraggive hanno medie e talora grandi dimensioni, con aspetti quasi lati-fondistici, come nel caso limite della Mandria di Venaria Reale, una tenuta di circa 3800 ettari.

    Frutteto di una azienda specializzata a Lagnasco (provincia di Cuneo).

    Inconsuete possibilità irrigatorie hanno consentito di trasformare profondamente aree marginali, le più basse, della baraggia vercellese e novarese, fra Cervo e Ticino, portandovi la risaia. Pianta capace di reggere bene in terreni di prima bonifica, compatti e poveri di humus, il riso ha migliorato sensibilmente le condizioni del suolo, ed ha così agevolato il diffondersi di altre colture cerealicole e prative, sottentrate alla risaia stabile, in rotazione col riso stesso. La pianura baraggiva dell’alto vercellese ha, a riso, una superficie di circa 11.000 ettari: sull’altopiano novarese fra Sesia e Ticino, invece, la penetrazione del riso è stata più lenta ed è rimasta limitata a un 700 ettari. Numerose si contano nella zona le aziende non risicole, paragonabili, nell’ordinamento colturale, a quelle dell’alta pianura asciutta policolturale, e inquadrate esse pure in proprietà di piccole dimensioni. Proprietà di media e anche di grande taglia sono quelle dove le aziende poggiano massimamente sul riso, e dove, come forma di conduzione, prevale l’affittanza contadina con largo impiego di salariati.

    Immaginiamoci ora di scendere dall’alta pianura verso la bassa. Il passaggio è non di rado abbastanza rapido e si manifesta anzitutto con la diminuzione delle piante legnose. La vite e i numerosi fruttiferi sparsi nei seminativi dell’alta pianura scompaiono quasi completamente. Permangono i gelsi in filari diradati. Ma l’albero trionfatore della « bassa » è il pioppo, non soltanto in lunghe cortine sul margine degli appezzamenti, ma in coltura associata al mais o al prato, o addirittura in pioppeti specializzati. L’ampiezza delle particelle a seminativo è aumentata, e la campagna ha un senso di vastità e di uniformità sconosciuto ai pianalti diluviali veramente pedemontani. L’uniformità, poi, deriva soprattutto dal fatto che le colture sono meno varie. Cereali e foraggere fanno la parte del leone e non sopportano agevolmente le consociazioni comuni nell’alta pianura. Il soprassuolo di pioppi, di salici, di ontani rivela un’umidità che traspare anche dal verde tenero della campagna, specialmente là dove una fitta rete di rogge, di bealere, di derivazioni, di rigagnoletti, delimita ed interseca gli appezzamenti coltivati. E questa la parte della nostra pianura in cui il diffondersi dell’irrigazione ha originato sue forme di agricoltura che si staccano nettamente da quelle dei ripiani terrazzati asciutti.

    E alla base di queste differenze di paesaggio ecco un parimenti mutato ambiente fisiogeografico, di cui a suo tempo abbiamo notato le sue principali caratteristiche e cioè: la scomparsa delle linee di rottura rappresentate dalle ondulazioni sui pianalti e dal terrazzamento delle alluvioni sottostanti per lasciare il posto ad un unico piano alluvionale di notevole omogeneità; l’accentuata riduzione dimensionale dei materiali detritici in ghiaie, sabbie, argille; il rimescolamento di tali materiali minuti ad opera delle frequenti divagazioni dei fiumi; il percorso di questi ultimi poco sotto il livello di campagna, donde la relativa facilità delle irrigazioni; l’apporto idrico rappresentato dai fontanili, che allineano i loro « occhi » lungo il passaggio dall’alta alla bassa pianura.

    E tuttavia, anche questo paesaggio semplice, lineare, appiattito verrebbe da dire, ha i suoi chiaroscuri, le sue varietà zonali, di cui cercheremo di mettere in evidenza le più importanti. Ben netta è, anzitutto, la diversificazione creata nella bassa pianura piemontese dalla coltura del riso, i cui limiti di diffusione corrispondono, con molta approssimazione, con i confini amministrativi delle province di Vercelli e di Novara, verso quelle di Torino e di Alessandria. Si può, dunque, parlare di una bassa pianura risicola, che si estende dalla Dora Baltea al Ticino, e di una bassa pianura che va dalla Stura di Demonte alla Dora Baltea. Quest’ultima sezione andrebbe chiamata foraggero-cerealicola. Irrigata per una buona metà della sua estensione, la bassa pianura cuneese e torinese, fornisce di fatto al Piemonte la gran massa dei suoi foraggi e, in armonia con la sempre maggiore domanda di carne e di latte, punta decisamente sull’allevamento del bestiame.

    Non per nulla è qui avanzata la sostituzione del granoturco nostrano con gli ibridi americani che si estendono su 44.000 ettari, dando una produzione media di 2 milioni e mezzo di quintali. I prati da vicenda occupano ormai una superficie superiore a quella del frumento (227.000 ettari di fronte a 160.000) con una produzione media annuale di 13 milioni e mezzo di quintali. Ai prati avvicendati si aggiungono circa 63.000 ettari di prato stabile irriguo, con una produzione di più di 6 milioni e mezzo di quintali. Il prato stabile asciutto, in provincia di Cuneo è quasi scomparso: in provincia di Torino occupa ancora un 9000 ettari. Minori superfici sono riservate agli erbai intercalari, puri o misti, con una parte crescente fatta, in provincia di Torino, alla rutabaga. Nel giro di moderne rotazioni a lungo termine il frumento tiene pur sempre un largo posto (nella pianura delle due province dà una produzione annua media di 2 milioni e mezzo di quintali), specialmente con la razza San Pastore (70% in provincia di Torino e 40% in provincia di Cuneo). L’avena, ridotta in provincia di Cuneo a poche centinaia di ettari, in quella di Torino ne tiene ancora più di 2000. In relazione ad un tipo di agricoltura che, lungi dall’essere strettamente autonomo e familiare, lavora in certa misura per il mercato, anche le dimensioni delle aziende appaiono, analogamente a quelle delle particelle, aumentate. Non mancano, è vero, zone in cui il frazionamento delle terre agli effetti della proprietà è ancora intenso, come a nord di Torino e nella pianura canavesana extramorenica, dove più di 6/10 della superfìcie censita risultano occupati da proprietà inferiore a 2 ettari. Ma nella bassa pianura cuneese sono sensibilmente rappresentate, accanto alle piccole, le proprietà di media estensione, comprese fra 10 e 50 ettari, e fra 50 e 100. Queste ultime prevalgono decisamente nella piana di Saluzzo. Anche nella « bassa » torinese di sudovest, le proprietà di media estensione sono ben rappresentate e soprattutto non mancano, per quanto sporadiche, proprietà superiori a 200 ettari. Specialmente in queste medie e grandi proprietà è largamente praticata l’affittanza al coltivatore diretto.

    Su terreni conquistati alla « vaucla », povero e non ben sistemato è il rivestimento agrario.

    Si procede al trapianto del riso nella Bassa vercellese

    Distribuzione e densità della coltura del frumento (confini delle province e delle regioni statistiche).

    La « bassa » — come la chiamano tout court i nostri contadini della collina — appare effettivamente l’area delle terre a coltura del Piemonte più aperta al progresso agricolo, più docile nel piegarsi a nuove esigenze economiche, a nuovi procedimenti tecnici. Non poca parte ha, in queste attitudini e nelle trasformazioni del paesaggio che ne conseguono, lo sviluppo di una intensa attività industriale. Legata, per esempio, alle sorti dell’industria, è la graduale disparizione dalla pianura cuneese di una pianta così caratteristica com’è il gelso, abbattuto in conseguenza della chiusura delle numerose filande di seta, attive in passato da Carignano e Carmagnola fino a Mondovì. E non solo l’abbandono della bachicoltura spinge gli imprenditori agricoli ad atterrare i lunghi filari di gelso, ma anche la ricerca di una più agevole manovrabilità dei mezzi meccanici, specie delle motoaratrici, il cui maggiore impiego, proprio come abbiamo veduto, della pianura cuneese e torinese, non può non ricollegarsi alle maggiori possibilità finanziarie di proprietari interessati per qualche verso all’attività industriale. Così pure si deve ad industrie, e più precisamente all’industria della carta, e a quella dei compensati, il rapido incremento della pioppicoltura nella bassa pianura, specialmente delle province di Cuneo e di Torino, che, insieme ad Alessandria e a Pavia, hanno a pioppo una superficie di 18.000 ettari in cifra tonda, e cioè il 50% e più dell’intera area pioppicola italiana. Nelle golene che impigriscono il basso corso degli affluenti di destra e di sinistra del Po, e massimamente in quelle dello stesso Po, è nata e si è diffusa la coltura specializzata del pioppo, traendo norma ed incitamento dagli appositi Istituti di Casale. Sull’estesa rete di canali e di camperecce dei terreni irrigui, posti in sinistra del nostro maggior fiume, si è diffusa la pioppicoltura di ripa. E l’investimento in pioppeti continua ad avere entusiasti sostenitori.

    Magnifico pioppeto specializzato presso Casale.


    Indubbiamente stimolate dalla vicinanza di un grande e popoloso centro industriale sono andate affermandosi a poca distanza da esso, e pur attraverso alterne fortune, colture di elevata intensità e di forte reddito, che rendono particolarmente variegato il paesaggio agrario della bassa pianura torinese. Tra Carmagnola e Saluzzo, per esempio, riquadri di coltivi a canapa per 100 ettari, rappresentano quel che rimane di ben più intensa coltivazione. In fase di ripresa sembra la coltura della menta piperita che profuma le campagne di Pancalieri, di Lombriasco e di Villafranca Piemonte. Forti riduzioni di area ha pure subito la coltura della saggina da scope, ancora qualche decennio fa praticata su 160 ettari fra Settimo Torinese, Caluso e Chivasso. La presenza di un abbondante scheletro sabbioso nei terreni circumpadani di Carmagnola, Nichelino, Moncalieri, Santena e Cambiano, contribuisce a spiegare lo sviluppo di colture orticole anche a pieno campo, come i peperoni a Carmagnola, i cavoli a Nichelino e a Moncalieri, gli asparagi a Santena e a Cambiano, mentre Chieri va famosa per i suoi cardi e Chivasso per i suoi cipollini.

    In generale, poi, anche nel restante del Piemonte, le zone di bassa pianura in prossimità di corsi d’acqua, naturali o di canali, quando hanno vicino un notevole centro di smercio, si prestano all’orticoltura. Basterà ricordare nei pressi di Alessandria, gli orti di Castellazzo Bormida, tra Bormida e Orba; nei pressi di Asti quegli stessi a sudovest dell’abitato, a Motta di Costigliole ed a Isola d’Asti in destra del Tanaro; nelle vicinanze di Casale Monferrato, gli orti di Borgo San Martino, Treville, Balzola; nei dintorni di Tortona gli orti di Castelnuovo Scrivia. E poi quelli tra Tanaro e Stura, di Bra e di Cherasco; tra Maira e Po, quelli di Cavaller-maggiore, Racconigi e Savigliano. E intorno a Vercelli si hanno le coltivazioni ortensi di Livorno Ferraris, Saluggia, Santhià, Trino, Tronzano.

    Moderna azienda agraria nei dintorni di Mondovì.

    Aspetti fisionomici a sè stanti presenta la pianura di Alessandria, dove, date le scarse possibilità irrigatorie, la proporzione dell’area a frumento supera considerevolmente quella prativa delle altre zone di bassa pianura; dove la barbabietola da zucchero assume una superficie superiore ai 4500 ettari, e quindi un’importanza determinante nel paesaggio; e dove infine è praticata la coltura della vite maritata all’albero. Nella pianura di Marengo la metà della superficie è occupata da proprietà inferiori a 10 ettari; l’altra metà va divisa tra proprietà di media estensione (da 100 a 200 ettari) ed alcune proprietà superiori ai 200 ettari. Ma ripassiamo sulla sinistra del Po, e, prima eli entrare nel dominio della risaia, una sosta nella pianura canavesana, tra Orco e Dora Baltea, ci permetterà di cogliere un’altra sfumatura di paesaggio agrario della « bassa », rappresentata da una decisa preminenza del granoturco.

    Forme moderne di carico e di trasporto del fieno (pianura saluzzese)

    Al di là, dunque, della Dora Baltea, fra la pianura pedemorenica, le superstiti baragge e il Ticino, su un molle terreno in lievissima pendenza, si stende a perdita d’occhio, monotona e triste, quella che Lorenzi ha chiamato la grande palude artificiale. Qui una fitta rete di canali, derivata da fiumi generosi e da fontanili, e disegnata in superficie dai filari di pioppi e di salici, ha creato, spingendo alla coltivazione del riso, un tipo di agricoltura industrializzata in cui la risaia da vicenda (58.000 ettari con una produzione di 3.600.000 quintali) lascia temporaneamente il posto al frumento (40.000 ettari e 1.200.000 quintali), al granoturco nostrano (7000 ettari e 190.000 quintali) e specialmente al prato avvicendato di trifoglio (53.000 ettari con una produzione di 2.770.000 quintali di fieno normale). Perchè se il riso costituisce il raccolto principale — oggi indirizzato verso varietà di alto pregio come l’Arborio, il Rizzotti, il Maratelli, il Cernaroli, ecc. — l’allevamento del bestiame bovino di razza piemontese, bruno-alpina e frisona, per la produzione del latte, ha ormai assunto una non minore importanza.

    Sempre più largamente praticato è l’allevamento del pollame (campagna cuneese).

    Non dappertutto, però, il riso stampa da dominatore nel paesaggio la sua geometria di canaletti e di arginelli. In buona parte della pianura vercellese ad ovest della Sesia, la superficie a riso normalmente interessa il 60-70% e anche l’8o% dell’intera superficie aziendale, mentre nella «bassa» novarese l’indirizzo produttivo è più elastico, l’area a riso oscilla attorno al 50-60%, quella a prato va gradatamente aumentando, in relazione ad un allevamento del bestiame collegato con attive industrie casearie. Qui specialmente compare quella specie di prato artificiale permanente che è la marcita, e che, sotto un sottile velo d’acqua, sfida i rigori dell’inverno dando anche 6-8 tagli d’erba all’anno. Intorno agli abitati la risaia è generalmente interrotta per breve tratto da un alone di coltivazioni diverse (zona di rispetto): ortaggi, campi di mais e di frumento con filari di gelsi e di altri alberi che non tollerano l’umidità della risaia, e che ne ravvivano, qua e là, la monotona visione insieme a villaggi, mulini, pilatoi e brillatoi di riso. Può considerarsi come un’appendice della grande pianura risicola vercellese il tratto di pianura in provincia di Alessandria, che sulla sinistra del Po ne costeggia il corso fra Morano Po, Balzola, Casale Monferrato e di qui si rinserra tra Po e Sesia. Tale tratto è per metà circa (3800 ettari) coltivato a riso, per 2/3 con risaia avvicendata.

    Alle differenze di ambiente fisiogeografico ed agricolo corrispondono, anche qui, differenze nei tipi di impresa e nei sistemi di conduzione. Soprattutto nelle vicinanze dei centri abitati, lungo i fiumi, e nelle plaghe dove l’irrigazione è stata introdotta più tardi, non mancano le proprietà di piccola superficie, ma tutte insieme non sono che una assai piccola parte della bassa vercellese o novarese, dove dominano le proprietà di media estensione ed è sensibilmente rappresentata anche la grande proprietà, parzialmente posseduta da enti morali (ospedali, fondazioni, ecc.). In linea generale, predomina l’affittanza capitalistica e la lavoratrice capitalistica, con largo ricorso al lavoro di salariati fissi e di braccianti giornalieri. E qui, dove pure convergono, per la monda del riso, migliaia e migliaia di lavoratrici da altre plaghe dell’Italia settentrionale, ed oggi anche della meridionale, sono già in funzione le più moderne mietitrebbiatrici, aspetti di una meccanizzazione che si va estendendo al trapianto.

    Coltivazione di menta e di canapa nella pianura saluzzese.

    Coltivazione di fagioli nani (Genola, Cuneo).

    Com’è noto, dopo un periodo di eccessiva espansione della coltura a riso, se ne va oggi attuando un ridimensionamento. Anche la bassa pianura dunque, ha i suoi problemi, tra i quali la scarsità di mano d’opera va profilandosi come uno dei più gravi. Ma nelle nostre zone risicole la situazione fondiaria gode di stabile equilibrio, mentre nell’alta pianura l’eccessiva frammentazione della piccola proprietà coltivatrice accresce la precarietà di molte aziende e non consente di dar loro una soddisfacente dotazione di mezzi tecnici di esercizio.

    Il volto agricolo della collina piemontese

    I 770.569 ettari di superficie, che le statistiche assegnano alla collina in Piemonte, vanno divisi tra le alture che frastagliano, specialmente nel Biellese, nel Pinerolese, nel Saluzzese e nel Monregalese, le ultime falde della montagna: le ampie cordonate degli anfiteatri morenici di Rivoli e di Ivrea; le colline a pieghe di Torino, del basso e dell’alto Monferrato e delle Langhe; le colline negative dell’Astigiano. Sempre stando alle statistiche, nell’insieme di questi modesti rilievi i seminativi occupano il 40% della superficie territoriale (circa il 60% dell’area lavorabile); le colture foraggere si estendono al 16% della superficie territoriale; le legnose prendono per sè il 17% (ma sull’area lavorabile formano circa il 25%); i boschi e i castagneti complessivamente superano il 20% e cioè il quinto della superficie territoriale. Larga diffusione dei seminativi, notevole proporzione delle legnose e dei boschi, scarsa superficie dei prati e dei pascoli, sono dunque le caratteristiche fondamentali medie dell’ambiente collinare piemontese. Quanto ai seminativi, la parte veramente notevole che la collina ha nell’insieme della produzione piemontese è testimoniata da queste poche cifre: frumento, area rivestita 131.600 ettari e 3.700.000 quintali; granoturco ibrido e nostrano 52.000 ettari e 1.800.000 quintali. Le colline che meno partecipano alla produzione di frumento e di granoturco sono quelle biellesi, vercellesi e novaresi, cioè le più umide.

    Ma come il riso nella parte orientale della bassa pianura piemontese, così la vite è la coltura di elezione delle nostre colline che si considerano appunto terra di vocazione viticola. Guardiamoci, però, dal generalizzare al riguardo, pur dovendosi riconoscere che la somma dei tratti comuni fa effettivamente delle colline stesse un ambiente agrario alquanto più uniforme di quello della pianura. Le colline propriamente pedemontane solo in qualche parte eccellono nella produzione dell’uva e del vino. È il caso delle colline novaresi di Ghemme, di Sizzano, di Fara, e di quelle biellesi porfirogranitiche di Lessona, di Masserano, di Gattinara, produttrici di celebrati vini derivati dallo Spanna di Gattinara, in vigneti solo parzialmente specializzati, e caratterizzati da allevamenti a ceppaia, a 3 o 4 viti. Sopra Torino, intorno a Pinerolo e a Saluzzo, seminativi, vigneti e prati si equilibrano in proprietà coltivatrici di assai piccole dimensioni, integrate tuttavia da qualche particella a castagneto, in fustaia o ceduo, mentre sui coltivi spesseggiano le piante da frutta.

    Le colline moreniche presentano un meno florido paesaggio agrario. L’intensiva-zione colturale urta specialmente contro la natura caoticamente grossolana del terreno, che sui fianchi più ripidi e sulle sommità è lasciato, fante de mieux, a ceduo e a fustaia di castagno. Al di sotto del bosco, che qui effettivamente conserva una estensione considerevole e spesso preminente, trionfa la piccola coltura promiscua, con ampio soprassuolo, anche qui, di piante da frutta (noci, peri, meli, ciliegi, ecc.), e una certa maggior estensione di prati e anche di pascoli sui declivi più scabri. Adattandosi alle movenze del suolo, gli appezzamenti hanno di rado la geometrica armonia delle più tranquille pendici. La vite, cui il ceduo castanile offre ottimo materiale per sostegno morto, tiene naturalmente il suo immancabile posto ora in filari, come sul fianco interno della Serra di Ivrea, ora su pergolato, come in altre parti dell’anfiteatro canavesano. Ma solo a Caluso e nei comuni limitrofi sfocia in una produzione d’alto pregio con l’erbaluce, la dorata uva con cui si confezionava (oggi non si trova più in commercio) il famoso passito di Caluso.

    Simile a quello delle cerchie moreniche è il paesaggio agrario degli antistanti colli torinesi. Sulle lente sommità e su buona parte del versante torinese, la presenza di potenti banchi di conglomerati ha quasi bloccato l’avanzata dei coltivi e favorito il permanere del bosco ceduo di castagno, inframmezzato da cortine di robinie. Ville — le famose « vigne » settecentesche — parchi, giardini, non sono riusciti gran che a modificare la fisionomia rurale della collina con la promiscuità delle sue coltivazioni. Ma la vite, che sposa volentieri i suoi filari alle distese di marne, di arenarie, e soprattutto di loess, non ha più l’importanza di un tempo. L’asprigno della freisa ormai trascurata passa alle barbere che l’hanno sostituita nei vigneti fillosserati, e che il mutato gusto dei consumatori torinesi più non appetisce. Sicché, qua e là, i serrati ranghi dei filari sono scalzati per far posto a piantagioni di dio-spiri, di pere e di altri fruttiferi. In realtà, solo le ciliege a Pecetto e a Revigliasco Torinese, e le fragole a San Mauro, sono riuscite ad attivare un mercato discretamente vasto e consistente. Sulle dorsali più soleggiate, colture floreali e di erbe aromatiche in piccoli appezzamenti irrigui devono alla vicina città una crescente fortuna. Per contro, la concorrenza della « bassa » e le frequenti siccità della collina vi sconsigliano l’allevamento del bestiame da latte, e anche i grossi buoi sono scomparsi sotto l’incalzare di una meccanizzazione che si vale di motori di piccola e media potenza. La proprietà coltivatrice si estende a due terzi delle terre: la proprietà capitalistica, che ne tiene il resto, lo coltiva continuando a ricorrere alla mezzadria.

    Esempio di cultura viticola promiscua (zona di Alba).

    Non meno interessanti trasformazioni sono in corso nelle Langhe e più precisamente nelle alte Langhe. Nelle basse Langhe ordinamento colturale e sistema di conduzione non si allontanano di molto da quelli dominanti nell’Astigiano e nel medio Monferrato. Qui effettivamente si entra nel regno del vigneto specializzato, che riveste le ondeggianti, morbide alture con schiere ordinatissime di filari ben fitti, su cui i tralci della vite sono condotti a spalliera e sostenuti da canne. Qui sono le zone tipiche dei migliori vini piemontesi: Barolo, Nebiolo, Barbaresco, Dolcetto, Moscato, Barbera. Le prime tre, che tutte insieme non raggiungono i 3500 ettari, sono comprese per intero nel territorio albese: le altre si prolungano nei territori finitimi. Sulla sinistra del Tanaro, le colline che si allargano a ventaglio intorno a Canale d’Alba, da Bra a Cisterna d’Asti, hanno veduto dal 1885 svilupparsi la più vigorosa produzione di pesche del Piemonte, su terreni sabbiosi, occupati prima da ceduo, da seminativi e anche da vigneto. Mentre i pescheti di Santena, dopo un periodo di rapida affermazione, sono andati decadendo fino a scomparire, quelli del-l’Albese danno ancor oggi la massima parte dei 600.000 quintali di pesche che si producono in Piemonte da oltre 3900 ettari di coltura specializzata e promiscua. Fra le piante da frutta sparse nelle nostre vigne, il pesco è realmente la più comune.

    Vedi Anche:  Le Fonti D'energia

    Come si sostiene la vite (sistema a quadretti o maggiorino) sulle colline presso Borgomanero.

    Distribuzione e densità della produzione della vite in coltura specializzata (confini provinciali e delle regioni statistiche).

    Paesaggio a vigneti nella collina chierese (valle Ceppi).

    Nell’alta Langa, fino a 700 m. d’altitudine, arriva ancora il Dolcetto, che dà un vino di assai modesta gradazione. Ma fino a quell’altitudine, più della vite si estendono i campi e i prati, con netta prevalenza del prato stabile, che consente un esteso allevamento familiare della pecora della Langa, rinomata per la lana e perii latte. La medica e il trifoglio violetto vengono benissimo, e nei terreni più aridi e poveri si coltiva la lupinella. Più in alto, nei borri ripidi e profondi, il bosco, già notevolmente esteso nella bassa Langa, trova un ancor più adatto ed ampio dominio, mescolando al castagno il pino selvatico, le querce, i frassini e gli ornelli. Nell’alta Langa, alla maggiore estensività delle colture s’accompagna un aumento delle dimensioni medie delle aziende rispetto alla bassa Langa. Ma la maggior capacità spaziale non assicura alle aziende stesse un incremento proporzionale di reddito. Sicché, per motivi non dissimili da quelli che sono alla base dello spopolamento montano, anche l’alta Langa si va spopolando.

    Prima a soffrirne, naturalmente, è l’agricoltura, con l’abbandono dei vigneti peggio esposti e meno produttivi. Fortunatamente, l’industria dolciaria, sviluppatasi nel secondo dopoguerra in Alba, e l’attiva domanda in Italia e all’estero, hanno sùbito offerto un valido sostituto della vite agli sfiduciati coltivatori delle Langhe: intendiamo cioè dire il nocciolo, che già da tempo era coltivato nelle Langhe, ma che di recente ha ricevuto un considerevole incremento. Le varietà locali, e soprattutto la « tonda gentile delle Langhe » godono di larghissima rinomanza e, coprono la quasi totalità della produzione piemontese di nocciole (32.500 quintali annui).

    Per contro, al castagno non si guarda più con le prospettive e l’attenzione di un tempo. Nella bassa Langa, ma specialmente nelle colline del Monferrato, è andata acquistando recente rilievo la coltura sparsa del pioppo, soprattutto lungo le valli dei numerosi torrentelli che scorrono al piede delle colline. Ricordiamo ancora che nella zona di Alba, dai bovini della razza piemontese di pianura si è formata quella sottorazza, o varietà, a groppa di cavallo o, come si dice in piemontese, « della coscia », che ha contribuito sensibilmente ad accrescere le nostre disponibilità di carne. Analogie di aspetto con le Langhe hanno le colline dell’alto Monferrato e del Tortonese, dove larga estensione presentano la vite, il frumento e il granturco nostrano, nei coltivi frammezzati a discrete aree boschive e a prati permanenti: dove i fruttiferi vanno evolvendosi verso colture anche industriali, e dove tra i bovini, numerosi sono i capi della razza biondo-tortonese, a duplice attitudine per carne e per lavoro.

    Il vigneto riveste di serrati filari le colline del Monferrato.

    La specie di sfaccettatura che i fitti solchi dei torrenti hanno creato nella uniforme superficie della conca astigiana, isolando poggi, gobbe, collinette, in continua regolare successione, e moltiplicando così le superfici bene esposte al sole è, insieme con la natura del terreno, all’origine della particolare fortuna della viticoltura in questa regione. Nella quale, di fatto, il vigneto, tutto specializzato, occupa il 29,6% del territorio provinciale, e dove si localizzano, più o meno bene delimitate, le aree di produzione di vini notissimi, come il Barbera, il Grignolino, il Moscato, la Freisa, la Bonarda. Condotti col sistema classicamente astigiano della « taragna » (viti a coppie in filari su armature di paletti di legno verticali e di canna orizzontali), i vigneti si estendono di preferenza tutt’in giro sulle pendici dei colli, lasciando a piccoli lembi residui di bosco le coste più ripide e volgenti a mezzanotte. La diffusa tendenza alla specializzazione ha portato all’intensificazione della viticoltura mediante il ravvicinamento dei filari (quando possibile) e il conseguente aumento delle viti per ettaro. Via a questo infittimento dei vigneti non si è accompagnata una riduzione avvertibile della loro area (circa il 4% dal 1925 ad oggi), e ciò spiega, insieme con la sempre maggior diffusione del generoso Barbera, un accrescimento della produzione che, con i suoi 2.828.000 quintali (1958), rappresenta il quarto della produzione piemontese di uva.

    Verde e frescura di prati nelle vallette delle colline astigiane.

    I vitelli « della coscia » sono un vanto della campagna albese

    Ma l’uva nella conca astigiana non è tutto. Sui ripiani sommitali dei rilievi isolati e delle molli dorsali, il frumento e il granoturco trovano nelle sabbie gialle dell’Astiano buone condizioni di sviluppo, mentre quel tanto di umidità filtrante dalle sabbie sovrastanti, o provenienti dalle piogge, che è trattenuto sul fondo delle numerose vallette, dalle argille e dalle marne azzurre del Piacenzano, è favorevole al prato permanente asciutto. Pure ridotta dagli imperativi della « Battaglia del grano », l’area a prato stabile nella collina astigiana è tuttora discreta (13.800 ettari), sebbene dal non molto bestiame allevato, quasi tutto di razza piemontese, vadano via via scomparendo i buoi da lavoro, sostituiti da trattrici di piccola e media potenza.

    L’azienda, non eccessivamente specializzata, distribuisce dunque le sue coltivazioni secondo uno schema altimetrico sostanzialmente fissato dalla costituzione geomineralogica del terreno: in alto i cereali, a mezza costa il vigneto, in basso il prato. La superficie a foraggiere è, tuttavia, accresciuta da prati avvicendati e, in piccola parte, da erbai annuali. Le aziende astigiane, come quelle del vicino medio Monferrato, corrispondono generalmente a proprietà di assai piccola estensione. In diverse zone dell’Astigiano il 40-45% della superfìcie censita è ripartito tra aziende che non raggiungono i 2 ettari di superficie. Ma, grazie all’intensificazione della viticoltura, esse riescono ad essere in grande maggioranza autonome. La proprietà coltivatrice si estende all’80% delle terre: il restante cade sotto il dominio della proprietà capitalistica, che si vale generalmente di mano d’opera a mezzadria.

    Aspetto della campagna monferrina nelle colline fra Casale ed Alessandria.

    La solida struttura agraria intorno a cui da secoli s’è organizzata l’economia delle colline piemontesi va subendo su sempre più vasta scala i contraccolpi di forze innovatrici, rappresentate massimamente dallo sviluppo industriale. Un tempo limitate alle colline biellesi, le ripercussioni di questo sviluppo in campo agricolo si fanno oggi sentire con varia intensità dalle sponde del Ticino, a quelle del Pesio, dell’Ellero e del Tanaro. E la vicinanza alla pianura e ai grandi centri industriali è il maggior incentivo alla discesa di lavoratori che si verifica ormai anche dall’alta Langa, di modo che su una vasta parte delle nostre colline, prevale oggi una economia mista, agricolo-industriale. Il posto degli inurbati è preso da Veneti e da meridionali, i quali non portano certamente nella cura del vigneto la lunga pratica e l’amore del contadino piemontese.

    D’altro canto, i vecchi guai delle lunghe siccità estive e delle grandinate distruttrici, colpendo appezzamenti di una coltura sempre più specializzata, concentrano i loro effetti ed aggravano le loro conseguenze psicologiche. S’aggiunga che l’orientamento generale verso una più abbondante produzione d’uva, anche a scapito della qualità, coincide con l’instaurarsi di gusti che allontanano il consumatore corrente delle città dai vini da pasto piemontesi. Non di rado la minaccia di una cantina piena o semipiena, anche a fine campagna, grava quasi paradossalmente su aziende troppo piccole, derivanti da un eccessivo frazionamento dei fondi, avvenuto soprattutto dopo la prima guerra mondiale, quando, per timore di complicazioni sociali e di mutamenti di regime, molti proprietari, diciamo così, borghesi, si disfecero delle loro terre, vendendole ai contadini. Queste le principali ragioni di un disagio che investe un po’ tutta la collina torinese, e specialmente l’Astigiano e le Langhe: disagio cui non possono sovvenire nè le risorse del turismo nè quelle di una forte concentrazione industriale nella collina stessa; cose tutte di sviluppo assai improbabile. Siccome però non tutto il male viene per nuocere, così ci volevano anni di incertezza e di più scarso guadagno per indurre i contadini delle zone maggiormente viticole ad uscire dal guscio del loro individualismo, e ad associare la loro produzione in cantine sociali, che sono già abbastanza numerose nell’Astigiano. In attesa che dallo sforzo collettivo di difesa e di ammodernamento nasca un tipo medio di vino, capace di reggere la concorrenza dei vini veronesi e toscani, una più precisa determinazione e protezione dei vini tipici gioverebbe di molto al produttore e ai consumatori.

    Bonifiche ed irrigazione

    In Piemonte il cammino verso una integrale conquista della terra all’agricoltura è stato lento, e continua ancora ai giorni nostri. Che ciò dipenda da incuria di uomini non si può dire. Tra l’altro, a contrastare il beneficio di una relativa ricchezza di acque fluviali e torrentizie, troviamo l’evoluzione morfologica della pianura con l’isolamento dei pianalti, elevati sul corso attuale dei fiumi e con la ferrettizzazione di vaste superfici, rese quanto mai refrattarie alla coltivazione. Già accennammo in principio all’opera bonificatrice delle abbazie benedettine e cistercensi, che insieme ai Comuni fecero eseguire nelle Langhe, nel Monferrato, nel Saluzzese, vasti dissodamenti di terre incolte e di boschi, con parallela estensione della viticoltura. Nel Saluzzese era stata costruita una fitta rete di canali irrigatori. Sono pure del Duecento e del Trecento i più antichi canali irrigatori del Vercellese e del Novarese, tra i quali la roggia marchionale di Gattinara, la Roggia Novarese, il canale del Rotto, costruito ad iniziativa dei marchesi di Monferrato, la roggia di Oleggio, ecc.

    Affermatasi nel Quattrocento la supremazia dei Savoia, e seguito, dopo il 1559, il periodo costruttivo ed organizzativo con Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I, la bonifica delle terre ebbe un nuovo forte impulso. Essa fu caratterizzata soprattutto da un largo dissodamento di incolti e di boschi, per estendere la viticoltura e la gelsicoltura, in un tempo in cui l’allevamento del baco da seta era una delle basi dell’economia piemontese e del suo commercio con la Francia. Numerose furono, al contempo, le iniziative di irrigazione. Data dal 1468 l’apertura, ad opera di Jolanda di Savoia, del Naviglio d’Ivrea, che, derivato dalla Dora Baltea, serviva, oltre che per la scarsa irrigazione, anche per la piccola navigazione, formando una via d’acqua tra Vercelli-Ivrea, e portando le sue acque a una parte dei Comuni di Cigliano, di Livorno, di Borgo d’Ale, di Tronzano, di Santhià, di San Germano e di Vercelli. Tra il 1554 e il 1584 venne realizzata la costruzione del roggione di Vercelli, derivato dall’Elvo, e poco più tardi, col canale di Mellea e il Naviglio di Bra, si ottenne di irrigare i territori del vasto pianalto compreso fra Centallo, Fossano, Cherasco e Bra. Ricordiamo ancora che nel 1556 Carlo Brissac di Cossé aveva derivato dall’Orco la bealera di Caluso, facendola scorrere parte in galleria. Si andò così costituendo quella rete irrigua che rimase poi una delle manifestazioni più cospicue della bonifica in Piemonte.

    Dopo la relativa stasi del secolo XVII, gli inizi del Regno Sabaudo coincisero con un rinnovato fervore di opere, tanto che, alla fine del Settecento, Arturo Young, nei suoi viaggi in Italia, si dirà pieno di ammirazione per l’irrigazione piemontese, sebbene quella del Vercellese e del Novarese appena cominciasse ad estendersi, parallelamente allo sviluppo delle risaie in molte terre baraggive. I dissodamenti avvennero largamente soprattutto nella regione collinare viticola, e costarono la vita a molti boschi. Vaste, particolarmente durante il regno di Carlo Emanuele III, le riduzioni a coltura di proprietà comunali incolte e di latifondi. Molti Comuni alienarono le loro terre con vario successo: in altre avvenne l’appropriazione individuale di fatto da parte dei contadini. Ambiziosi progetti prevedevano la bonifica delle « vaude » torinesi e della baraggia vercellese. Ma alla resa dei conti l’effettivo ampliamento delle terre coltivate fu modesto. Il regno di Vittorio Amedeo III segnò un rallentamento di iniziative. Tuttavia non mancarono, anche in esso, nuove opere irrigue, tra le quali non si può dimenticare il canale di Cigliano, chiamato poi nel 1887 canale Depretis.

    L’occupazione rivoluzionaria francese e la Restaurazione dettero uno scarso apporto all’opera di riscatto e di irrigazione della terra in Piemonte. Ma con Carlo Alberto e con Vittorio Emanuele II l’attività bonificatrice fu ripresa con ardore. Tanto più che una statistica del Piola aveva messo in evidenza come, ancora nel 1830, ben 128.500 giornate di terreni incolti attendessero di essere migliorati e resi produttivi. Tra le provvidenze allora messe in atto a quello scopo meritano di essere accennati i primi laghetti-serbatoi a corona, per usi irrigui, antesignani dei laghetti collinari oggi tanto propagandati e discussi. Funzionano tuttora il lago di Ternavasso, il più antico (500.000 me.), e quello della Madonna della Spina (1.800.000 me.), ultimato nel 1835, nei Comuni di Poirino e di Pralormo, e il lago di Arignano (800.000 me.) costruito nel 1839, sul versante chierese della collina di Torino.

    Il canale Cavour nei pressi di Novara.

    La rete dei canali demaniali ereditata dal nuovo Regno d’Italia aveva uno sviluppo di 150 km. di canali maestri, di 1000 km. comprese le diramazioni, con 118 mc/sec. di portata complessiva. Via siccome l’irrigazione si concentrava soprattutto nel Casalese e nel Vercellese, mentre ne difettavano il Novarese e la Lomel-lina, per iniziativa di Cavour si provvide ad integrarla con un altro grande canale, cui fu dato appunto il nome di Cavour e che, derivato dal Po a Chivasso, era destinato, sia a migliorare l’irrigazione ad ovest della Sesia, sia, soprattutto, ad arricchire di acque il territorio ad est di questo fiume. Il canale Cavour, con un percorso di 82 km. — che partendo da Chivasso va con direzione sud-sudovest-nord-nordest attraverso la Dora Baltea e l’Elvo fino al Cervo, e di qui, con andamento quasi ovest-est, al Ticino, passando poco a monte di Novara e di Galliate — e con una portata prevista di no mc/sec., fu costruito tra il 1860 e il 1863. Presto seguirono, costruiti dalla stessa società cui si deve il canale Cavour, o da Comuni o da appositi consorzi, altri grandi canali, quali il Farini, il Lanza, il Galliate, il Sella, fino a portare la rete complessiva dei canali antichi e nuovi a 1500 chilometri. L’amministrazione dei canali fu tenuta, in parte direttamente dal Demanio, e in parte, per i canali dell’ovest Sesia, dalla omonima Associazione degli utenti: mirabile organizzazione creata nel 1865, che oggi lega 17.000 agricoltori. La rete del canale Cavour con i suoi 290 mc/sec. d’acqua e una zona dominata di 500.000 ettari in 5 province (Torino, Vercelli, Alessandria, Novara, Pavia) ha modificato profondamente le condizioni agricole di vasta parte del Piemonte, determinando in molti luoghi il triplicarsi della produttività della terra, e in un trentennio l’aumento di estensione dei terreni irrigui da 200.000 a 350.000 ettari, mentre si modificavano completamente la diffusione e la preminenza delle colture, col massimo incremento dato alla produzione del riso e del fieno.

    Se la rete irrigatoria di derivazione fluviale può vantare opere di così vasta portata, non bisogna dimenticare la minuta fitta rete di cavi, di rogge, di bealere, intessuta con le acque dei fontanili e dei coli. Si è, anzi, calcolato che il massimo di superficie irrigua in Piemonte spetti ai fontanili e ai coli con 91.000 ettari; seguono la Dora Baltea con 71.000, il Tanaro con 57.000, la Sesia con 53.000, il Po con 50.000. Oltre ai fontanili del basso Vercellese, sono stati particolarmente utilizzati a scopo irriguo quelli della bassa pianura torinese compresa fra Candido, Airasca, Scalenghe, Cercenasco, Vigone, Pancalieri, Lombriasco, Carignano, La Loggia. In tema di utilizzazione di acque sotterranee, la più calda e la più asciutta tra le province piemontesi, e cioè quella di Alessandria, segna un massimo tra le province italiane, potendo parzialmente compensare la scarsezza idrica superficiale con abbondanti falde freatiche a profondità dai 5 ai 100 m., raggiunte con più di 1300 pozzi, che danno acqua sollevata elettricamente a circa 13.000 ettari. Ma già si è notato che un troppo spinto emungimento delle falde può determinare una loro preoccupante diminuzione.

    Laghetto artificiale nella collina torinese (Cinzano)

    Un altro campo della tecnica irrigatoria in cui il Piemonte ha dato esempi memorandi è quello degli impianti di sollevamento d’acqua per mezzo di elettropompe, da fiumi. Già era in atto da noi l’elevazione meccanica dell’acqua (valga, ad esempio l’elevatore di Cigliano). Quella elettrica ebbe dei modelli negli impianti di Mazzè e di Villareggia, sulla Dora Baltea, dai quali circa 10.000 1/sec. d’acqua poterono essere avviati a fecondare diversi comprensori fra Caluso, Chivasso e Cavaglià, per un complesso di 7000 ettari.

    Intanto, anche la bonifica integrale faceva i suoi più recenti progressi, con alcune opere di notevole importanza. Fra il 1921 e il 1927, venne completamente bonificata dall’Opera Nazionale Combattenti la vasta tenuta — ancora nel 1915 un vero latifondo — di Casanova, tra Carmagnola, Poirino e Villastellone. Su 2600 ettari di terra asciutta, ma buona, vennero costruiti, una rete stradale ed irrigua, numerose case coloniche e vari fabbricati rurali. E mentre la popolazione del comprensorio si triplicava, i foraggi passavano da 9000 quintali a 103.000, il grano da 6500 a 15.000 quintali. Una più dura battaglia impegnarono i Medici del Vascello nella tenuta della Mandria presso Venaria Reale, riuscendo a bonificare 500 ettari su 3000. Un istituto finanziario ridusse a coltura 750 ettari di baraggia a Venaria di Lignana Vercellese, mentre i Salesiani a Lombriasco effettuavano un saggio di bonifica intensiva, con magnifici risultati.

    L’« occhio» di un fontanile nella pianura vercellese.

    Un tipo di bonifica dalla quale in Piemonte molto (forse troppo) si attende è la bonifica montana, che dovrebbe soprattutto provvedere al riassetto idrogeologico di molti bacini alpestri, al loro avvaloramento agrario-forestale, al miglioramento dei pascoli, al riattamento e alla costruzione di strade, allo sviluppo del piccolo turismo, ecc. In applicazione alle leggi per la montagna sono stati delimitati e classificati in Piemonte 4 comprensori di bonifica montana, rispettivamente in valle dell’Orco, nella valle del Curone e del Borbera, nella valle Stura di Demonte e in vai Vigezzo, per una superficie complessiva di 172.000 ettari e con un complesso di lavori previsti per 18 miliardi di lire.

    Con tutto ciò, parecchi sono, anche in pianura, i lembi di terra che, con tenacia veramente piemontese, s’oppongono ad una completa conquista da parte dell’uomo. Resiste gran parte della «vauda» torinese, tra la Stura di Lanzo e la Dora Riparia, con i suoi 17.000 ettari circa. Resiste il pianalto di Poirino, che poco profitto può trarre dalla sessantina di peschiere, rattenute dalle sue argille, e dove una trentina di impianti di sollevamento d’acqua dal sottosuolo non giungono forse a 700-800 litri al secondo. Infatti sul pianalto di Poirino i serbatoi di raccolta delle acque meteoriche sono in genere di piccola capacità, e quindi appena sufficienti al beveraggio del bestiame: le acque sotterranee sono esigue e a grande profondità. Parecchi sono i progetti di derivazione di canali, dal Po, dalla Stura di Demonte, dalla Maira, ma, dato il dislivello, tali canali dovrebbero avere una notevole lunghezza. Altri progetti prevedono una condotta forzata che, derivando acqua dal Po, la invii per mezzo di pompe nella zona più elevata dell’altopiano. Sono anche qui 17.000 ettari che attendono. Resiste, infine, l’alta baraggia novarese e cioè quasi tutta la regione a nord del canale Cavour. Si tratta di circa 35.000 ettari, che aspettano la soluzione del loro problema irriguo dalla regolazione dell’acqua dell’Agogna e dalla costruzione bene avviata dei canali Elena e Jolanda, per la derivazione delle acque del Ticino.

    « Peschiera » in Comune di Pralormo.

    E c’è ancora parecchio da fare anche nel campo della semplice irrigazione, sia per riordinare le utenze irrigue, sia per crearne delle nuove. Complessivamente, nella intera pianura piemontese, considerata di un milione di ettari, la superficie irrigata è la metà circa. Una delle poche note di progresso nella nostra montagna è rappresentata dal diffondersi della irrigazione a pioggia e anche della fertirrigazione, che presenta una discreta densità di impianti in valle d’Aosta.

    Utilizzazione del legname. La caccia e la pesca.

    Dai 523.000 ettari di bosco che si noverano nel Piemonte si ricava una produzione lorda vendibile in fatto di legname che non raggiunge il 2% della produzione vendibile complessiva agrario-forestale. Ma i 10 miliardi di lire che tale percentuale rappresenta non sono una cifra disprezzabile. Essa acquista poi importanza, proporzionandola ai valori delle altre regioni. Intanto, merita di rilevare che in questi ultimi anni le tagliate operate nei boschi del Piemonte, avvenute per gran parte nella montagna cuneese, superano annualmente i 20.000 ettari e collocano quindi il Piemonte al secondo posto, dopo la Toscana, per la superficie dei tagli operati. Questi tagli, fatti in grandissima maggioranza da privati, interessano essenzialmente le latifoglie, con una lieve eccedenza delle fustaie sui cedui. Le utilizzazioni legnose derivatene s’aggirano su 1.250.000 me. ed anche qui troviamo il Piemonte al secondo posto, dopo la Toscana. Tra le province del Piemonte, quelle di Cuneo e di Torino concorrono più largamente alle utilizzazioni ora ricordate.

    Nel 1958 un terzo circa delle utilizzazioni consistette in legname da lavoro e due terzi in combustibili. Il legname da lavoro, proveniente dall’abbattimento di fustaie, di gran lunga prevalente, venne ricavato per più di metà dal pioppo: il resto derivò per due terzi dal castagno e per un terzo dalle resinose. Le fustaie di pioppo sacrificate in maggior numero furono quelle della provincia di Torino, mentre il legname di castagno e di resinose venne in massima parte dalla montagna cuneese. Il legname da lavoro ricavato da cedui consistette quasi tutto in utilizzazioni da ceduo castanile, con il maggior contributo della provincia di Cuneo. Quanto alla destinazione economica, un buon quarto del legname da lavoro andò come tendame da resa, quindi come pezzame per pasta di legno e per tannino, e infine come paleria minuta. Destinazioni, queste ultime, di cui fece le grandi spese il castagno.

    Sempre nel 1958 i boschi del Piemonte dettero quasi 700.000 me. di combustibili vegetali, compresi 3000 me. di legna da carbone; 400.000 me. di legnami combustibili sono stati tratti da latifoglie: 350.000 da resinose. Il quantitativo maggiore risulta da legna da ardere e viene per più di un quarto dalla provincia di Cuneo e per un altro quarto da quella di Torino. Sono messe particolarmente a contributo essenze forti di latifoglie. Un 850.000 quintali di fasciname della stessa precedente provenienza completano il quadro della legna da ardere. Quel po’ di carbone vegetale che ancora si ricava in Piemonte viene quasi tutto da castagni delle montagne monregalesi e cuneesi. Solo in questo aspetto della produzione legnosa il Piemonte è agli ultimi posti tra le regioni d’Italia. Segno di superiorità nell’uso di combustibili più moderni, anche se meno romantici.

    La caccia in Piemonte ha una assai modesta rilevanza economica, ma possiede per contro uno stuolo di cacciatori tra i più numerosi d’Italia, con 65.480 licenze di caccia nel 1958. La fauna stanziale protetta è costituita, in montagna, principalmente dal camoscio, dalla coturnice, dalla pernice bianca, dalla marmotta, dal gallo fanello, dalla lepre bianca. La caccia allo stambecco in vai d’Aosta è soggetta a speciali e assai costose limitazioni. In collina sono buone prede il fagiano, la lepre e la pernice rossa: in pianura il fagiano e la lepre. La fauna migratoria varia assai poco dalla collina alla pianura ed è specialmente rappresentata da quaglie, beccacce, beccaccini, colombacci, tortore, fringuelli, tordi, germani marzaioli.

    A differenza di quel che avviene nelle regioni contermini (Lombardia e Liguria) pochissimo esercitata è l’uccellagione vagante e quella da appuntamento fisso. Da noi, per esempio, sono assai rari i roccoli e le apparecchiature del genere. Le riserve di caccia occupano un’area che s’avvicina ai 200.000 ettari e le zone di ripopolamento e di cattura si estendono per 55.000 ettari. La provincia di Vercelli è quella che ha la maggior proporzione di terreno riservato. La riserva più vasta è quella della Mandria presso Venaria Reale (2700 ettari). Notevole anche quella di Sant’Antonio di Ranverso, per 2400 ettari.

    Quanto alla pesca, essa annovera un 45.000 amatori che si contendono soprattutto la trota, comune e talvolta abbondante in tutte le acque della zona montana, ma anche reperibile lungo tutto il percorso del Po e dei suoi affluenti di sinistra, esclusi il Malone e la Sesia. Le specie che popolano in più gran numero le acque del Piemonte sono il cavedano, comune dappertutto, il barbo, l’alborella. Ricercati sono il temolo e lo scazzone, che vanno vieppiù rarefacendosi. L’anguilla si trova dappertutto. Le lanche morte del Po e di quasi tutti i suoi affluenti ospitano lucci, tinche, scardole, carpe comuni, cobiti (in dialetto: strassasac). La lampreda è pescata particolarmente nelle acque del territorio di Villafranca Piemonte.

    Le acque dei laghi di Avigliana ospitano tinche, alborelle, carpe a specchi, cavedani, persici, anguille e scardole. Il lago di Viverone e quello di Candia contengono una fauna analoga. Nel territorio dei Comuni di Carmagnola, Poirino, Pralormo, Ceresole d’Alba e Sommariva Bosco esistono numerosi piccoli stagni (peschiere) coltivati a tinche. Infine le risaie del vercellese sono da molti anni coltivate a carpe a specchi e a tinche, dando luogo ad un’industria di una certa importanza.

    Il campo aurifero della Bessa (Biellese) sfruttato in epoca romana.