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Il Reno, il Po, gli altri fiumi e le sorgenti

    Le acque

    Le acque correnti

    Funzione del clima e del rilievo i corsi d’acqua dell’Emilia si presentano — nelle grandi linee — col carattere comune di tracciati grosso modo paralleli e conseguenti alla pendenza generale del paesaggio fino ad una linea d’impluvio che in un primo tratto corrisponde al Po fra l’influenza del torrente Bardonezza (25 km a ovest di Piacenza) e quella del Panaro, cioè dalla stretta di Stradella a Ficarolo, in un secondo tratto all’antico braccio del Po di Primaro ora basso Reno e infine alla costa soltanto nel terzo tratto, il più meridionale, dalla foce del Reno alla punta di Gabicce.

    Parecchi inoltre di codesti corsi d’acqua — altro loro carattere generale — dopo tratti grosso modo paralleli si riuniscono poco sopra o poco sotto il loro sbocco in piano, assumendo l’aspetto di « corsi a coppia » o « geminati ».

    Nel piano, poi, le loro divagazioni, anche in tempi storici, sono state relativamente frequenti, dapprima causate da processi spontanei come rotture, esondazioni, trasferimenti di alveo in conseguenza di piene eccezionali, poi da interventi umani, che hanno fissato gli alvei, costringendoli fra argini, ed anche proceduto a canalizzazioni e diversioni delle acque da uno ad altro alveo.

    Ne deriva un carattere dell’idrografia emiliana-romagnola — che può ritenersi, almeno nella misura in cui si presenta, come peculiare della regione — nel fatto che la rete fluviale della montagna è in grado di servire soltanto in piccola parte la zona del bassopiano, così che quest’ultima richiede un sistema scolante separato e indi-pendente. Il fiume Po, che recapita tanta parte delle acque correnti dell’Emilia, è arginato in tutto quanto il percorso che la interessa. Ne consegue che i fiumi emiliani tributari del Po — e, non meno di essi, quelli a scolo autonomo in mare — cominciano ad essere arginati pochi chilometri a valle del loro sbocco in pianura. Il bassopiano è così tutto circoscritto e solcato da barriere arginali. E uno stato di cose che incide in modo profondo sul carattere e sui limiti delle risorse idrauliche deH’Emilia-Romagna, e fa di essa la regione tipica delle bonifiche e dei consorzi di scolo.

    E infine carattere comune dei corsi d’acqua propriamente emiliani (Po dunque escluso) il loro regime accentuatamente torrentizio, se pure è possibile — come vedremo — individuarne tipi abbastanza differenziati.

    Il Po

    Intendiamoci. L’unico vero fiume che « bagna » — come dicevano i nostri vecchi autori — l’Emilia è proprio il Po. A Piacenza la media delle sue portate minime è di 125 mc/sec., a Pontelagoscuro di 275; la media nell’anno rispettivamente di 944 e 1460. Le minime di tutti gli altri corsi d’acqua emiliani non toccano il metro al secondo. Il Taro e il Reno, che sono i più grossi, al loro arrivo in pianura segnano minimi di 0,00 il primo e 0,48 il secondo, con portate medie dell’anno rispettivamente di 30,80 e 26,20 mc/sec. e forti variazioni da un anno all’altro.

    Ponte stradale sul Po a Piacenza.

    Il Po bagna l’Emilia proprio lungo il confine, ch’esso stesso segna, dalla stretta di Stradella al mare, per 360 km. di corso. Però non l’Emilia amministrativa, chè da Luzzara a Ficarolo i confini provinciali se ne discostano e il Po per almeno 95 km. corre attraverso la provincia di Mantova.

    Sì che esso in complesso lambisce la regione amministrativa, quale qui descritta, per 158 km. a monte di Luzzara e 105 a valle di Ficarolo: totale 263 km. circa.

    Comunque il Po assume notevoli funzioni nei riguardi dell’Emilia, oltre quella di costituirne il confine fisico e politico-amministrativo per sì lungo tratto. E oltre la funzione, come s’è pur già detto, di collettore delle acque dei corsi appenninici dal Tidone al Panaro. I quali concorrono a determinare il regime del grande fiume in questo suo corso medio-inferiore e inferiore, coi suoi caratteristici massimi primaverili (marzo, aprile e maggio) determinati dal concorso della fusione delle nevi sull’arco alpino con le piogge primaverili emiliane, e massimi autunnali (ottobre, novembre) in corrispondenza dei massimi di piovosità sull’Appennino emiliano. La relativa moderazione dei minimi estivi si spiega con le piogge estive alpine, anche se l’apporto emiliano si fa nullo o quasi.

    Dal Po vengono tratte acque per l’irrigazione anche dalla parte dell’Emilia, ma l’opera del genere veramente grandiosa è ancora in costruzione: il Canale emiliano al quale si sono già approntate le prese al Palantone di Ferrara, dove avrà sbocco il Cavo napoleonico sistemato ad attenuatore delle piene di Reno.

    Purtroppo anche altra influenza esercita il Po sulle terre emiliane adiacenti, in ispecie nel basso corso, con le sue esondazioni, certo più frequenti in antico, ma non rarissime ancora oggi, specie proprio in questi ultimi anni, nonostante le formidabili opere di arginatura che ne hanno stabilizzato il decorso dell’alveo (1). Ma non il profilo trasverso, che varia, s’innalza per interrimento, viene dragato, continuamente sorvegliato, rinforzato, corretto.

    Per cui il « problema del Po » è fortemente sentito in Emilia e non a caso già l’Ufficio idrografico del Po e da qualche anno il nuovo Magistrato del Po hanno proprio sede in Emilia, a Parma.

    Il delta

    Queste influenze del Po si esercitano in una zona, la quale è dapprima una striscia sottile, ma si allarga sempre più verso levante fino al basso Ferrarese che è o è stato tutto delta di Po.

    Se infatti il Po è marginale all’Emilia e il suo delta attuale quasi interamente fuori del confine di essa, ben altrimenti hanno interessato il territorio emiliano le divagazioni del suo corso inferiore ancora nei tempi storici.

    Le testimonianze che consentono di costruirne la vicenda, ben più e meglio che dalla documentazione scritta e monumentale, sono rese dalle tracce lasciate nella topografia della bassa pianura.

    I sette delta del Po.




    Gli autori classici non ci consentono di precisare neppure quanti e quali fossero i rami principali del fiume e come la navigazione del Po e delle lagune mettesse capo al porto ravennate di Classe. Tanto meno i documenti danno un’idea delle condizioni topografiche di Spina e di Adria, le due città che prima di Ravenna avevano successivamente rappresentato lo sbocco delle vie d’acqua padane e il loro raccordo con la navigazione marittima.

    Ma se si osserva il terreno, particolarmente con il sussidio della carta topografica e oggi anche con i rilievi dall’aereo, se ne riscontrano tuttora forme singolari, caratteristiche e ripetute. « Sottili strisce di terra, diritte o leggermente inarcate, separate fra loro da acque lagunari, sono disposte e si annodano a guisa di scope, di pennacchi, i quali poi si fronteggiano a due a due, poggiando su un ramo morto o languente del Po ». Così le descriveva Olinto Marinelli nel 1914.

    «Tali strisce (oggi non dappertutto) sono separate da specchi d’acqua, ma anche da aree depresse di antico riempimento o di più o men recente bonificazione. Esse comunque emergono sensibilmente e sono formate da sabbie, rassodate dalla vegetazione, prodotto di altrettanti successivi depositi fatti dal mare servendosi dei materiali dal fiume stesso trascinati.

    « Nell’insieme ne risultano figure che sembrano coppie di ali distese ai lati di un corso d’acqua o, schematizzando ancor più la figura, triangoli isosceli a vertice assai ottuso, simili a frontoni di un tempio ».

    Ciascuno di questi triangoli è un vero e proprio delta e il rispettivo vertice rappresenta l’originario sbocco del fiume. .

    Di codesti delta triangolari almeno cinque sono stati riconosciuti, « l’uno all’altro aderenti in modo da dar luogo ad una specie di incastro delle ali degli uni rispetto a quelle degli altri ». Nè è parso difficile agli studiosi stabilirne la successione nel tempo — anche se non è possibile una datazione precisa per tutti — perchè ciascun delta più esterno si è evidentemente formato in tempo successivo a quello del più interno sul quale poggia.

    I relitti del più antico riconoscibile si incontrano in corrispondenza del Po di Volano, pressappoco dove oggi è Codigoro.

    Poi il fiume appare spostato più a nord — secondo Marinelli — con un secondo delta, abbastanza bene individuato nella sua forma triangolare, che ha per asse l’attuale Po di Goro.

    In età romana si è formato il terzo, molto più a sud dei precedenti. Esso si stendeva esternamente all’attuale laguna di Comacchio, con l’estremità sinistra in faccia a Pomposa, l’altra presso Ravenna la cui Pineta ne occupa uno dei tomboli. E il delta triangolare più evidente meglio conservato, anche se la cuspide, che probabilmente era a sudest dell’attuale sito di Porto Garibaldi, è stata abrasa.

    Ortolani e Alfieri, esaminando il « microrilievo » della pianura e i reperti archeologici, hanno poi precisato che gli antichi rami di Po finivano in laguna e davanti a questa, in corrispondenza degli ostia che interrompevano il lido, si formavano i delta cuspidati. L’ordine di tempo fra il II e il III di Marinelli andrebbe invertito. Il più meridionale sarebbe stato il secondo, con la cuspide presso Porto Garibaldi. Il terzo quello settentrionale con asse pressappoco lungo l’attuale Po di Goro.

    Dei due successivi delta si hanno documenti che consentono di attribuirli al Medioevo. Il ramo principale era tornato ad essere quello di Volano, la cuspide del quarto delta presso Pomposa.

    Il quinto, continuandosi lo spostamento verso nord, ha il suo vertice, di nuovo, lungo l’asse del Po di Goro, pressappoco alla Mèsola.

    Di questo, che è l’ultimo dei delta « triangolari », e del successivo sesto, conosciamo con precisione l’origine, dovuta ad una rotta (o forse ad una serie di rotte) alla metà del secolo XII presso Ficarolo. Il Po, che prima andava con tutto il corpo delle sue acque verso Ferrara, ne fu deviato e, giovandosi dei vecchi alvei esistenti nella zona fra esso e l’Adige, mandò una parte delle sue acque ad alimentare l’antico ramo e foce di Goro e una parte a finire più vicino alle lagune di Chioggia e a formare, anche per intervento dell’uomo, la nuova foce « delle Fornaci ».

    In conclusione a quel momento si ebbero due rami principali, di Ferrara e di Venezia, ciascuno biforcato, quindi con quattro foci, e il delta assunse decisamente il suo nuovo stile, non più triangolare, ma lobato. Verso il 1300 prevaleva la foce di Goro (quinto delta), verso il 1500 quella delle Fornaci (sesto delta). Il Po di Ferrara languiva sempre più e durante il secolo XVII era praticamente abbandonato dalle acque fluviali, il porto di Ferrara s’interrava e il modestissimo traffico si restringeva ai canali.

    Dall’altra parte la foce delle Fornaci più che un vantaggio, come da prima era sembrato, veniva a costituire un pericolo per Venezia e la sua laguna, protraendo gli interrimenti fin dinanzi alle foci d’Adige e di Brenta. Dopo molte discussioni il Senato veneziano deliberò di divergere il ramo principale in un canale artificiale, il famoso « taglio di Porto Viro », che dal Po delle Fornaci lo portava alla sacca di Goro. Lo scavo, ampio e profondo a sufficienza per dar sfogo al maggior fiume italiano, fu eseguito dal 1599 al 1604 e dovette essere accompagnato da successive altre opere della zona del Po delle Fornaci perchè le acque seguissero effettivamente la nuova via. Su questa direttrice si sviluppava poi il nuovo delta, il settimo, l’attuale, assumendo l’odierna forma plurilobata. « Venezia insomma ha avuto la parte decisiva — scriveva O. Marinelli — non solo nello stabilire dove il Po dovesse costruire il suo delta, ma anche nella forma che esso doveva assumere: il delta del Po è quindi sostanzialmente una sua creazione ».

    Lo « stile » diverso, poi, dei delta anteriori in confronto all’attuale e, fino ad un certo punto, anche a quello che immediatamente lo precedette, si spiega col mutare dei rapporti fra l’azione costruttiva del fiume e quella regolatrice del mare.

    Bocche del Po Grande o della Pila.

    Nei delta triangolari, cuspidati, delle età più antiche i materiali portati dal fiume, meno abbondanti, venivano distribuiti dal moto ondoso del mare sulla spiaggia ai due lati della foce. Successivamente, con l’intensificazione dell’attività umana, specialmente quella agricola (diboscamenti, bonifica, scoli), la copia dei materiali trasportati si è accresciuta sempre più, dagli ultimi tempi del Medioevo in poi. Sicché l’azione regolatrice del mare restò insufficiente, e i materiali stessi, in pratica, venivano a depositarsi, ad accumularsi pressappoco dove ciascun ramo andava scaricandoli. Si determinavano così più numerosi e complessi i rami nella zona di foce e le caratteristiche forme a lobi avanzati e sacche intercluse.

    Vedi Anche:  Il clima, le temperature, l'umidità e le precipitazioni

    Comunque, mentre le variazioni del corso del Po e delle forme e protendimenti del delta fino al Cinquecento hanno influito sull’assetto delle terre e delle acque del paese che qui ci interessa, quelle successive si sono contenute in territorio che rimane al di là degli attuali confini amministrativi dell’Emilia-Romagna, epperciò — per quanto interessanti — siamo costretti a trascurarle. Ad ogni modo per il tratto a destra del Po di Goro ne abbiamo già fatto cenno nel paragrafo sulle coste.

    I corsi d’acqua dell’Emilia occidentale

    Principali corsi d’acqua che tributano al primo tratto della linea generale d’impluvio, cioè direttamente al Po, sono, a cominciare dall’estremo nordovest, il Tidone, la Trebbia, il Nure, l’Arda, le coppie Taro-Ceno e Baganza-Parma, l’Enza, la Secchia e il Panaro.

    E’ un versante che grosso modo si stende per 10.000 kmq. e corrisponde all’in-circa al territorio degli antichi ducati di Modena e Parma.

    Il Tidone pesca ancora, coi suoi rami sorgentizi, nell’Oltrepò pavese. Tortuoso, diretto a nordest, forma, tagliato dal confine provinciale, il notevole lago-serbatoio di Molato e sbocca nel Po a nordest di Sarmato.

    La Trebbia (o il Trebbia? qual mai decreto risolverà il dubbio dei grammatici?) nasce dal Monte Prelà (1406 m.) e scende in direzione da sudovest a nordest con una valle tortuosa, spesso chiusa, che si allarga poi verso il piano, da poco sopra Rivergaro, in vasti ghiaieti, che costituiscono una caratteristica comune anche degli altri alvei dell’Emilia occidentale. Dopo il passaggio della Via Emilia il letto tende nuovamente a restringersi, anche per effetto di opere di inalveamento. Infine dopo circa 115 km. di corso la Trebbia sbocca in Po.

    Affluente principale è l’Àveto, da destra, interrotto anch’esso da diga e serbatoio, circa 15 km. a monte della confluenza (località Boschi). Altro minore, più in alto, il Dolo.

    Assai più breve il Nure: un corso di 60 km., canalizzato nell’ultimo tratto (canale Taglio), che sbocca in Po fra Piacenza e Caorso. Il suo bacino si attesta ad alcune delle cime più alte dell’Appennino piacentino (Monte Maggiorasca, m. 1803 sul mare, Monte Nero, Monte Zovalla, Monte Ràgola). Affluenti di destra il Riglio e il Chero.

    L’Arda nasce dai Monti Menegosa (1355 m. sul mare) e di Lama che è poco sopra la collina. Ha quindi breve corso (interrotto dal lago artificiale di Mignano) prima di espandersi nei soliti ampi ghiaieti, dopo i quali passa la Via Emilia a Fio-renzuola e finisce in Po a nord di Busseto.

    Per sviluppo di bacino imbrifero sotteso allo sbocco in piano, il maggiore fiume dell’Emilia è il Taro: kmq. 1500 circa. Nel complesso, considerando anche la parte piana, il bacino sale ad almeno kmq. 2000.

    La Trebbia all’altezza di Bobbio.

    A questo proposito è opportuno una volta per tutte porre un’avvertenza. Indicare con una certa esattezza l’estensione del bacino totale di ciascuno di questi corsi d’acqua è praticamente impossibile perchè nella zona piana ricevono contributi di fossi di scolo, per così dire, da tutte le parti, comprese alcune che per altro verso ricevono acque d’irrigazione di altri corsi d’acqua, senza contare le derivazioni che tratte da un fiume finiscono in un altro e senza contare poi quelle che addirittura si intersecano passandosi sotto in sifone o sopra in viadotto.

    Quando non ci sia un dato ufficiale (da interpretarsi peraltro sempre con le stesse avvertenze), converrebbe quindi limitarsi — per confronti fra un corso d’acqua e l’altro — al rispettivo bacino a monte dell’ingresso in piano.

    Così nella descrizione non ci soffermeremo sulla idrografia della pianura, la quale sostanzialmente oggi è costituita da un reticolo enormemente intricato e complesso di fossi di scolo, canali artificiali e alvei torrentizi arginati, artificiali quindi in massima parte anche questi.

    Per tornare al Taro diremo ancora che la lunghezza della sua asta principale è di circa 150 km., di cui 120 km. a monte di San Quirico, stazione di osservazione idrometrica dopo l’ingresso in piano.

    Nella media e bassa valle, dopo Borgo Val di Taro, anche questo letto si allarga in imponenti ghiaieti, in qualche punto addirittura fino a un chilometro di larghezza e oltre.

    L’ultimo tratto in pianura è arginato e confluisce nel Po presso Gramignazzo a monte di Casalmaggiore. Affluente principale è il Ceno che vi tributa presso Fornovo.

    Viene poi il Parma di cui si indica l’origine dal lago Santo e dai laghetti Gemio e Scuro, annidati presso il crinale nella zona del Monte Orsaro (m. 1830 sul mare) e Monte Gillara (m. 1796 sul mare).

    Sbocca in piano presso Langhirano, bagna la città cui dà nome (o viceversa?) e dopo circa 100 km. di corso sfocia in Po presso Mezzano Superiore.

    Il bacino sotteso a Baganzola (m. 33 sul mare, 27 km. dallo sbocco in Po) si stende per kmq. 618. Esso comprende quello del Baganza, il principale tributario, che vi confluisce alle porte di Parma.

    L’Enza divide le due province di Parma e di Reggio. Nasce dal Monte Malpasso (m. 1716 sul mare) vicino al passo di Lagastrello, raccogliendo anche le acque di antichi piccoli circhi glaciali e laghetti. La stessa conca di Lagastrello ospita ora un lago artificiale, di cui si parlerà nella parte descrittiva (cap. XVI). L’Enza sbocca in Po presso Brescello dopo circa 85 km. di corso.

    Il torrente di Reggio è il Cròstolo, che nasce in collina (altitudine massima m. 738 sul mare) e va pure al Po direttamente (circa 55 km. di corso).

    Ben più notevole sviluppo ha la Secchia, il cui bacino alla sezione di Ponte di Bacchello (m. 21 sul mare, circa 51 km. dalla foce in Po) ha un’estensione di 1292 kmq. I rami sorgentizi scendono dall’Alpe di Succiso e dal Monte Acuto presso il Passo del Cerreto; poi il ramo principale corre incassato fra i monti di Carpineti e di Villa Minozzo. A Cerrèdolo si unisce al Dragone. Dopo la stretta del Rio Pescale il letto, al solito, si allarga e il corso d’acqua si ramifica. A Sassuolo sbocca in piano, diretto a nord. Riceve anche il torrente Tresinaro, poi arginato entra in provincia di Mantova e finisce in Po poco a valle della confluenza del Mincio dopo oltre 170 km. di corso.

    Altro grosso corso d’acqua il Panaro, che al suo ingresso in pianura conta su un bacino di un migliaio di kmq. Ramo originario se ne considera il Rio delle Tagliole sul versante settentrionale del Monte Rondinaio. A Pievepèlago prende il nome di Scoltenna, gira intorno alla base del Cimone, poi si unisce col torrente Leo (ingrossato dalle acque del Dardagna che scende dal Corno alle Scale) e assunto finalmente il nome di Panaro prosegue a nordest. Entrato in piano con largo alveo ciottoloso, si restringe e rettilinea sempre più per finire nell’alveo abbandonato dal Po fra Stellata e Salvatònica, dopo oltre 160 km. di corso.

    Il Reno e i suoi affluenti

    Massimo corso d’acqua della regione è considerato il Reno. E ciò è esatto se teniamo conto dell’intero sviluppo del suo corso. Il quale per circa metà peraltro si svolge in pianura con un ampio arco che gli consente di intercettare le acque di numerosi torrenti paralleli al suo alto e medio corso.

    Considerata pertanto presso la foce la lunghezza del Reno non è meno di 211 km. e l’area complessiva del suo bacino si può valutare (con le avvertenze già poste) in kmq. 4630.

    Se prendiamo ad osservarlo, invece, al suo sbocco in piano, cioè pressappoco alla sezione di Casalecchio il bacino si riduce a poco più di un migliaio di kmq, non di molto superiore a quello del Panaro ad analoga sezione.

    Pure il Reno avrebbe motivo di maggiore sviluppo lineare in confronto agli altri corsi d’acqua emiliani anche dalla parte della montagna (dalle scaturigini a Casalecchio, 83 km.), in quanto il suo bacino sorgentizio primo si trova al di là della linea delle vette nella conca di Piastre, possibile effetto di una cattura operata dalla sua erosione regrediente per le forre che tagliano la zona cacuminale dell’Appennino fra Ponte della Venturina (Porretta) e Pracchia.

    Nasce dunque il Reno in Toscana non soltanto perchè così vuole la circoscrizione amministrativa. Ramo originario se ne considera il torrente Prunetta.

    Discese le forre di Pracchia si dirige a nord-nordest e comincia a ricevere affluenti brevi e precipiti da sinistra, più lunghi e ricchi d’acqua a destra, i quali prima della confluenza hanno avuto già un proprio sviluppo non trascurabile nella direzione sud-nord che appunto li porta a convergere nel Reno. Prima sono le due Limentre (di Sambuca e di Suviana) intercettate a monte e a valle di Porretta; poi il Setta, maggiore affluente, il « gemino fiume » del Reno, cui tributa di fronte al Sasso (Sasso Marconi).

    Più che i bacini idroelettrici costruiti sul corso suo e degli affluenti (bacini di Pavana, di Suviana, del Brasimone) sottraggono acque al Reno i canali d’irrigazione a cominciare dal principale che è il cosiddetto Canale Navile di Reno, che ha la sua presa proprio a Casalecchio e ritorna nel Reno dopo 44 km. di corso. Altre acque vi portano invece, ancor prima della confluenza dei torrenti orientali nell’alveo principale, certi canali, spesso alvei abbandonati, che derivano dagli stessi affluenti, agendo talora come scolmatori di piena (es., il Sàvena abbandonato, di cui appresso). Questi affluenti del Reno lo raggiungono in pianura e neppur tutti naturalmente, chè alcuni vi sono stati costretti per opera dell’uomo.

    La valle del Reno all’altezza di Granaglione.

    Il primo gli viene da sinistra ed è il Samoggia, ancor nel tratto in cui il Reno è diretto al nord; poi sono tutti affluenti di destra. Fra questi era il Sàvena di cui resta un alveo che col nome di « Sàvena abbandonato » diramando poco sotto Bologna raccoglie le locali acque di scolo e le conduce direttamente in Reno.

    Ora, il Sàvena, che si attesta al Sasso di Castro (m. 1276 sul mare) a nord della Futa e scende poco divagando in montagna da una direzione sud-nord, è stato portato, poco dopo la sua uscita nel piano a levante di Bologna, a tributare nell’Idice.

    Il Sàvena era fors’anche l’ultimo dei vecchi affluenti del Reno, di quelli anteriori cioè alla sua diversione dalla foce nel Po di Primaro, poi rimasto separato dall’alveo principale del maggior fiume italiano dopo la rotta di Ficarolo (1150).

    Successivamente il Reno si perdeva nelle valli fra Ferrara, Galliera e Malalbergo (valli della Sanmartina, del Poggio, ecc.).

    Nel 1521 fu reimmesso nel Po di Ferrara, ma, poiché recava danni alla pianura circostante con l’innalzarne eccessivamente il letto, nel 1604 fu restituito nella valle della Sanmartina, poi più a sud, finché nel 1750, costruito il Cavo Benedettino, fu portato a confluire nell’antico alveo del Po di Primaro, divenuto da questo momento corso inferiore del Reno.

    Affluente dunque, ora, del Reno, anche l’ìdice. Nato alle falde del Monte Canda (m. 1161 sul mare), ricevuti il Zena, il Sàvena e il Quaderna, ha un bacino, a monte di quest’ultima confluenza, di circa 430 kmq. e una lunghezza complessiva lungo l’asta principale, di un’ottantina di chilometri, per la metà, circa, in pianura.

    Alla sezione di Castenaso, in pianura (m. 29 sul mare, 37 km. dallo sbocco in Reno) il suo bacino è valutato di quasi kmq. 400.

    Influenza del Sàvena nel fiume Idice.

    Dopo ridice, il Sìllaro, lungo circa 65 km. con bacino di 185 kmq., raggiunge il Reno poco sopra l’influenza del Santerno.

    Questo nasce nella conca di Firenzuola alle pendici della Futa, attraversa la catena arenaceo-marnosa con un corridoio di 15 km. circa, fra San Pietro di Firenzuola e Moraduccio (stretta di Coniale), e corre poi sul versante romagnolo tagliando la Vena del Gesso a Tossignano, fino a raggiungere il piano presso ImoÌa e proseguire rettificato e arginato alla volta del Reno, cui confluisce dopo una novantina di chilometri di corso. Il bacino, fino alla confluenza del Rio Sanguinario, pochi chilometri sotto la via Emilia, si stende per kmq. 460.

    Vedi Anche:  gli edifici, il territorio e la popolazione di Bologna

    Altimetria e corsi d’acqua nella pianura fra Bologna e Ferrara.

    Infine è il Senio, l’ultimo torrente portato a confluire nel Reno. Nasce nelle pendici orientali del Poggio dell’Altella, fra i Monti Colonna e Carzolano, lasciando anch’esso le teste di valle in Toscana, taglia la Vena del Gesso sopra Riolo e giunge in pianura sotto Castelbolognese.

    La lunghezza complessiva è di oltre 80 km., il bacino montano e collinare di kmq. 285.

    I corsi d’acqua romagnoli

    Romagnoli, a rigore, anche il Santerno e il Senio se pur portati a confluire nel Reno.

    Il primo corso d’acqua che oggi versa direttamente al mare è il Lamone. Originato presso la Colla di Casaglia entra nel territorio della regione fra Marradi e Bri-sighella. Principale affluente il « geminato » Marzeno, da destra, già dopo lo sbocco in pianura, a Faenza. Arginato, il Lamone, si perdeva fino a poco tempo fa in una classica «cassa di colmata». Compiuta ormai la bonifica idraulica lo scolo ne è stato inalveato fino al mare. In complesso qualcosa di più di 100 km. di corso, con un bacino che all’ingresso della cassa di colmata (circa 20 km. dal mare) era valutato in kmq 522.

    Seguono gli altri fiumi romagnoli, sempre più brevi: la coppia Montone-Rabbi riunita nel Montone a Forlì e infine al Ronco presso Ravenna.

    Questo alveo comune fu aperto artificialmente nel 1736 per allontanare da Ravenna la confluenza ed ebbe nome di « Fiumi Uniti » per antonomasia, senza che vi si possa stabilire una prevalenza del Montone o del Ronco. I cui bacini peraltro presentano caratteri simili.

    Il Montone nasce presso il Passo di San Godenzo, poco a nordest del Falterona.

    II suo principale affluente, il « gemino » Rabbi, viene dal Monte Falco, dalle cui falde scende pure il Ronco.

    Questo prende tal nome soltanto dopo la metà del suo corso montano, in cui è costituito dal confluire di tre rami detti tutti e tre Bidente (del Corniolo, di Ridrà-coli e di Pietrapazza).

    Al Montone e al Ronco è sottratta parte dei loro deflussi pur modesti da vari canali un dì industriali (molini), oggi esclusivamente, o quasi, per irrigazione.

    Seguendo l’asta del Ronco, dalle origini del Bidente di Corniolo, lo sviluppo lineare massimo fino al mare è poco più di 90 chilometri. Il bacino dei Fiumi Uniti, tutt’intero, si stende per 1204 kmq., di cui 626 del Montone e 576 del Ronco.

    Segue il Savio, il cui bacino occupa circa 700 kmq., dei quali 617 fino all’incontro dell’ultimo affluente, il rio San Marco a Pontescolle, sùbito a nordovest di Cesena. Lo sviluppo lineare è di un centinaio di chilometri (35 circa in pianura).

    Nasce col nome di Fosso Grosso dal Monte Castelvecchio (m. 1254 SU1> mare), contrafforte di quel Monte Fumaiolo dal cui versante orientale scaturiscono le Vene del Tevere. Con andamento tortuoso ma direzione complessiva nettamente da sud a nord, riceve le acque di vari torrenti di scarso sviluppo: unico di un certo interesse il Borello, che viene da sinistra.

    In pianura il Savio limita, alla sua destra, una caratteristica zona di centuriazione romana, poi volge sempre più a levante raggiungendo infine il mare dopo una breve ma tipica serie di meandri assai pronunciati fra la pineta di Classe e quella di Cervia.

    Fiume Rabbi tra Forlì e Predappio.

    Ultimo corso d’acqua romagnolo di un certo sviluppo il Marecchia. L’asta principale misura circa 70 km., ma il bacino si stende su 520 kmq. salendo e allargandosi fino alla zona del crinale cui si attesta fra il Poggio dell’Aquila (m. 1037 sul mare), il valico di Viamaggio, l’Alpe della Luna (1454 m.) e i contrafforti che l’uniscono al massiccio di Carpegna, quindi in territorio amministrativamente toscano e marchigiano.

    Numerosi ma tutti di scarso sviluppo gli affluenti. Per di più due canali che ne derivano in agro di Verucchio sottraggono al Marecchia i già scarsi deflussi estivi, così che se non fossero i contributi perenni di piccole polle sorgive nel piano a nordovest di Rimini l’alveo rimarrebbe asciutto. L’ultimo tratto di foce è poi canalizzato e alimentato direttamente dal mare, costituendo il porto-canale di Rimini.

    La foce della Marecchia a nord di Rimini.

    Caratteristiche idrologiche

    A parte il Po, delle cui caratteristiche idrologiche per il tratto che interessa l’Emilia si è già detto, i corsi d’acqua emiliani e romagnoli, tutti, presentano regimi torrentizi, che accanto a periodi di magra accentuata, fino all’annullamento o quasi della portata, dànno luogo non di rado a piene imponenti, talora rovinose, anche se di breve durata.

    Il canale deviatore della Marecchia a Rimini.

    E non è solo questione di andamenti stagionali, chè nelle stesse stagioni, nelle quali le piene sono attese, queste si presentano di tanto in tanto con rapidità e volume, che vogliamo chiamare eccezionali perchè la previsione ne è quasi impossibile, ma che costituiscono purtroppo un fatto abituale, ancorché fortunatamente raro. Ma con tutti gli accorgimenti messi in opera, siamo pur stati costretti a vedere, specialmente negli ultimi anni, torrenti travalicare o sfondare argini e inondare le campagne. Gli episodi più gravi, presenti a tutti, sono quelli del Reno nel 1950 e del Santerno nel dicembre 1959, ma se ne potrebbe fare ben più lungo e doloroso elenco.

    È questo carattere che pone, in termini diversi ma solidali, gravi problemi di sistemazione idrogeologica e di bonifica, i quali pertanto sono problemi non di zone o bacini, ma d’insieme per tutta la regione, cioè « problemi regionali », altro elemento dunque che rafforza l’individualità e l’unità di essa.

    In linea generale si può osservare per prima cosa, che le variazioni stagionali del coefficiente di deflusso (rapporto fra deflusso ad una sezione e precipitazioni sul bacino sotteso) sono profonde, e che tali variazioni sono nel verso di aggravare la irregolarità dei deflussi nei confronti delle precipitazioni.

    Risultano così depresse le magre invernali, esaltate le morbide primaverili (ciò, principalmente, per effetto della nivalità dei bacini, che varia sensibilmente da zona a zona, ma è di regola sensibile) e ancor più gravemente colpita la magra estiva per effetto combinato della completa mancanza di ghiacciai, dell’assenza di apprezzabili capacità interne a causa dell’impermeabilità dei terreni e dello stato di grande inaridimento del suolo sul quale cadono le non abbondanti precipitazioni estive.

    Osservando poi il rapporto fra portata e superficie dei rispettivi bacini imbriferi, si nota che, in corrispondenza dello sbocco in pianura o poco lontano, il deflusso medio annuo ammonta a circa 20 1/sec. per kmq. (con un coefficiente di deflusso dell’ordine di 0,60) con oscillazioni mensili che spaziano da oltre 40 1/sec. nei mesi autunnali e primaverili a meno di 4 o 5 nei mesi più aridi (luglio e agosto). E difficile precisare il valore delle portate minime giornaliere (o, comunque, di quelle che offrono qualche affidamento di perennità): le portate estive, tutte quante oggetto di derivazioni non di rado accompagnate da aspre contese, probabilmente scendono, e non poco, al di sotto di un litro al secondo per kmq. cioè all’aridità pressoché completa.

    I regimi fluviali emiliani, dunque, riproducono il regime pluviometrico (vedi il capitolo seguente) con notevoli peggioramenti; ed è questo un dato di fatto fonda-mentale, che domina l’intero panorama delle risorse idriche della regione.

    Può interessare e fornire una misura della gravità della situazione il confronto coi dati relativi al Po.

    Lungo i 250 km. di percorso emiliano da Piacenza a Pontelagoscuro, il suo deflusso medio annuo ed il relativo coefficiente di deflusso si conservano poco lontano da quei valori (20 1/sec. per kmq. e 0,60) che corrispondono, come s’è visto, alla media dei fiumi emiliani. Ma le oscillazioni stagionali e i minimi estivi sono di gran lunga più favorevoli: i contributi mensili non superano l’ordine di una trentina di litri al secondo per kmq., e non scendono sotto l’ordine di 15: i minimi giornalieri si conservano dell’ordine da 8 a 20 1/sec. per kmq. (quindi, di circa il decuplo dei fiumi emiliani): e ciò nonostante gli imponenti salassi subiti dal fiume prima del suo ingresso in Emilia, e durante il suo percorso emiliano, sui quali si tornerà in sèguito.

    A parte dunque il Po, il regime dei corsi d’acqua propriamente emiliano-romagnoli, pur nelle accennate caratteristiche generali comuni, consente di individuare alcuni « tipi idrologici », che    sono stati oggetto di interessanti studi.

    Secondo il Tomolo, sul versante adriatico della Penisola a sud del Po i tipi caratteristici sarebbero soltanto due.

    Al primo, « tipo emiliano » propriamente detto, si adeguano gli affluenti di destra del Po dalla    Trebbia al Panaro e le «alte valli del Reno e del Setta». Gli altri corsi d’acqua dal Reno al Conca rientrerebbero in un comune grande « tipo tosco-marchigiano ».

    Campagna inondata presso Conselice (dicembre 1959)

    Invero ci è sembrato opportuno distinguere ulteriormente in questo qualche altro tipo o sottotipo.

    A tal fine abbiamo posto a confronto i regimi di una serie di corsi d’acqua dell’Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Toscana, scegliendo quelli pei quali si hanno le più lunghe e omogenee serie di osservazioni e, lungo il rispettivo corso, fra le sezioni delle quali si possiedono tali dati, quelle più prossime all’uscita dei fiumi dal rispettivo bacino montano, nel punto cioè in cui le loro caratteristiche idrologiche siano ormai chiaramente definite e, in pari tempo, non risentano ancora del disperdimento delle acque per sottrazioni a scopo irriguo, canalizzazioni, passaggio alle falde subalvee ed evaporazione.

    Termine omogeneo per la «tipizzazione» abbiamo assunto l’altezza media mensile dell’afflusso in millimetri e la corrispondente del deflusso (ottenuta, come è noto, ripartendo uniformemente il volume dell’acqua passato per la sezione su tutta l’area del bacino sotteso).

    Limo deposto dall’alluvione del Santerno nella campagna di Massalombarda (dicembre 1959).

    Ma più che i valori assoluti ci sono apparsi significativi quelli della ripartizione percentuale del deflusso annuo nei dodici mesi.

    Su questa base il confronto assume l’aspetto mostrato nella tabella 3 in appendice e con ancor maggiore efficacia dai diagrammi, nei quali ne abbiamo tradotto gli andamenti più significativi.

    Dalla tabella si vede intanto, che il campo di variazione è molto ampio per i fiumi romagnoli, dal Lamone al Metauro (Savio 18,79%), mentre il contrasto è vivissimo con quelli abruzzesi (Tronto 11,61%, Pescara 4,05%) e molto meno con quelli emiliani (Taro 15,63%, Reno 15%). Un’altrettale ampiezza si ritrova soltanto, fra i fiumi considerati, per il Cècina (18,78%).

    Quanto alla distribuzione per mesi notiamo che i massimi primaverili sono per tutti in marzo, variando però fra il 20,6% del Savio e i 16,2% del Tronto; mentre i massimi autunnali per i fiumi emiliani sono in novembre, per gli altri in dicembre; i minimi sono in luglio e agosto per i fiumi settentrionali fino al Lamone, in agosto e settembre dal Savio in giù (eccettuato il Metauro).

    Se netto è il divario del tipo idrologico dei fiumi romagnoli da quello degli abruzzesi, appare abbastanza chiaro anche da quello emiliano occidentale. Concorre inoltre, in questo ultimo divario, un elemento che non traspare dalla distribuzione percentuale per mesi e che pure ha la sua indubbia importanza e cioè la massa complessiva dell’acqua defluita, in funzione dell’ampiezza dei bacini e dell’altezza degli afflussi.

    Il regime di un corso d’acqua, infatti, non è soltanto funzione della distribuzione delle precipitazioni nel tempo, ma anche della loro quantità: in parole povere, a parità di condizioni di suolo, dove piove di più il deflusso si distribuisce nel tempo con variazioni più attenuate. Ma tale quantità costituisce di per sè un carattere idrologico che non va trascurato nel definire un tipo. Per questo carattere, intanto, i fiumi marchigiani si distinguono dai romagnoli, come del resto il Reno e gli altri fiumi emiliani da questi stessi. Non parrebbe arbitrario pertanto individuare due sottotipi — romagnolo e marchigiano — nel più grande tipo indicato dal Toniolo.

    Deflussi mensili in °/00 nel totale annuo nella media dei periodi indicati nelle tabelle.>

    Vedi Anche:  Tipi di paesaggio e articolazione




    Così ci è convenuto prendere in esame i corsi d’acqua toscani e umbri, per vederne — con le analogie — anche le difformità dal tipo o sottotipo romagnolo.

    E evidente intanto, che ciò si verifica per i maggiori fiumi, il Tevere, l’Arno, il Serchio. L’analogia di regime persiste, ma i contrasti sono assai meno accentuati fra i minimi e massimi, più breve il periodo di minima magra, più lunghi quelli di massima portata. E specialmente forte è il divario fra i deflussi assoluti, anche rapportati all’estensione dei bacini imbriferi.

    Il fiume Savio presso Montecastello.

    Ma ancor minore analogia con quelli romagnoli presentano i più brevi corsi d’acqua che tributano al Tirreno, in connessione con un regime accentuatamente « mediterraneo » delle precipitazioni e con una maggiore impermeabilità di suoli, onde si accelera il deflusso delle acque di precipitazione sùbito dopo la loro caduta. È evidente che soltanto in una generalizzazione di primo momento è possibile classificare questi corsi d’acqua sotto l’insegna di un unico tipo « tosco-marchigiano » con gli altri sin qui considerati.

    Il discorso si fa particolarmente chiaro, si è già detto, quando lo sguardo si porti sui diagrammi.

    Qui ne abbiamo riportato soltanto uno, che pone in raffronto il tipo emiliano mediante l’esempio del Taro con quello romagnolo esemplificato dal Lamone. Ambedue mostrano il massimo primaverile, più accentuato per il fiume romagnolo, mentre il massimo autunnale per il Taro supera il precedente ed è anticipato rispetto a quello del Lamone, cadente in dicembre e minore di quello primaverile. Fra l’uno e l’altro si svolge, con aspetti di transizione, il diagramma del Reno, più simile al tipo romagnolo per la differenza fra i due massimi, al tipo emiliano per l’anticipo del massimo autunnale. Notevole anche (ed è funzione della molto maggiore estensione del bacino) il minore approfondimento della curva verso il minimo.

    A questo proposito, per vero, non comprendiamo come il Toniolo avesse ritenuto di distinguere per il corso del Reno due tipi di regimi: nel tratto superiore emiliano, in quello inferiore romagnolo. Non pare che del tipo idrologico possa darsi una definizione se non dal punto in cui appare pienamente costituito, cioè, nella fattispecie, alla sezione di Casalecchio, quando tutti i principali affluenti di destra e di sinistra vi sono concorsi.

    In conclusione risultano differenziati e individuati nella nostra regione i due tipi emiliano occidentale e romagnolo.

    Le tabelle statistiche unite illustrano poi i caratteri idrologici dei principali corsi d’acqua, anche oltre quelli citati per esemplificare i due detti tipi. E precisamente il Po alle due sezioni di Piacenza e Pontelagoscuro, la Trebbia, il Taro, il Parma, la Secchia, il Panaro, il Reno, il Lamone e il Savio.

    Acque giacenti

    Nell’idrografia emiliana un’attenzione particolare meritano poi le acque giacenti. Non già quelle dei laghi propriamente detti, piccolissimi e sparsi per la montagna, anche se molto numerosi sotto i crinali della sezione settentrionale, fino al Corno, ma di nessun rilievo per influenze climatiche, biologiche od altro e modestissimi

    anche come attrattive turistiche, pur se costituiscono argomento di vivo interesse per gli studiosi, che ne discutono e ne classificano l’origine, a testimonianza di fenomeni glaciali e carsici, di frana, ecc. Neanche i laghi artificiali, per quanto relativamente assai maggiori, si inscrivono nel paesaggio con molta evidenza.

    Intanto sono pochi. Per uso irriguo ce ne sono tre, e modesti: il serbatoio di Molato sul Tidone, con capacità utile di 12 milioni di me., quello di Mignano, sul-l’Arda, di 14 e quello di Quarto, sul Savio, di 6, declassato dalle funzioni industriali per le quali era stato costruito e in via di interrimento. Non molto più numerosi i laghi-serbatoi idroelettrici: massimo è quello di Suviana, sul Limentra (affluente dell’alto Reno), che dietro una diga alta 91 m. invasa sin quasi 43 milioni di me. di acque. Degli altri basti citare i due di Muschioso sul Dolo (2,3 milioni di me.) e di Scalere sul Brasimone, altro affluente di destra del Reno (6,5 milioni di me.). Dei più piccoli, e pochi, avremo modo di dar cenno sia nel capitolo generale sull’industria, sia in quelli descrittivi delle singole subregioni e zone dell’Emilia-Romagna.

    Ma ben altre acque giacenti, disposte da natura, debbono attirare la nostra attenzione. E non nella parte alta, sibbene nella parte più bassa della regione. Sono i veli sottili delle « valli » imprigionate fra l’avanzata della pianura bonificata e i lidi costieri. Si tratta ancora — come vedremo con maggiori particolari nella descrizione del Ferrarese (cap. XVIII) — di qualche centinaio di kmq. in un triangolo fra Portomaggiore, la foce del Reno e l’ultimo tratto del Po di Goro, diviso in vari specchi, dei quali il maggiore è sinora il più interno, la « valle di Mezzano », ormai anch’essa aggredita dalla bonifica. Stagni costieri, infine, sono in origine le « piallasse » già ricordate a sinistra del Canale Corsini (Ravenna).

    Lago Scaffaiolo.

    Il lago di Quarto in progressivo interrimento.

    Le acque sotterranee

    Particolare interesse dal punto di vista antropico presenta poi l’idrografia sotterranea. Poste le già osservate caratteristiche geolitologiche, non ci si può meravigliare che le sorgenti montane siano, pur numerose, di modesta entità, così per portata

    come per perennità. Ciò nondimeno esse hanno importanza locale notevole, perchè consentono un prezioso approvvigionamento di acqua potabile, non di rado l’unico nei lunghi periodi di secca dei fiumi e torrenti.

    Via è particolarmente nella pianura che le acque sotterranee assumono veste di alto interesse.

    Anzitutto si sarebbe portati a cercare, nella zona di contatto fra l’alta e la media pianura, una zona di risorgive analoga a quella, che con tanta vistosità ed efficacia antropogeografica caratterizza l’analogo contatto nella Lombardia e nel Veneto. In realtà una zona o, meglio, una serie discontinua di aree in cui affiorano acque risorgenti si trova nell’Emilia, dal Parmense al Modenese. Ma si tratta appunto di aree discontinue, in primo luogo, e di affioramenti non posti a contrassegnare nettamente condizioni diverse di alta e bassa pianura, anzi piuttosto comprese nell’alta pianura, e infine, in terzo luogo, si tratta di fontanili (fontanàzz è la denominazione locale) di modestissima portata. Sì che, per es., nel fascicolo dell’Ufficio idrografico del Po presentante la Carta delle irrigazioni della regione emiliana è detto che « le condizioni idrologiche della valle padana nella regione sono tali per cui vi è quasi nullo, o comunque di scarsa importanza pratica il fenomeno delle risorgive affioranti nella pianura ».

    Sulle possibilità di sfruttamento delle portate subalvee si conosce ancora poco. Non mancano, però, indizi favorevoli, perchè quasi tutti i fiumi emiliani presentano, al loro sbocco in pianura, larghi alvei, scorrenti su materassi ghiaiosi di buona permeabilità e adatti per opere d’intercettazione relativamente facili ed economiche. E perciò lecito pensare che la riserva idrica offerta dai subalvei possa integrare una portata estiva non trascurabile; e le opere già eseguite — fra cui di particolare rilievo, per buon esito, quella sul Taro — confermano queste prospettive.

    Piuttosto i fondovalle alluvionati e la pianura presentano estesissime le falde freatiche poco profonde raggiunte con pozzi ordinari. Stante la scarsissima permeabilità dei terreni, le falde freatiche dal punto di vista degli emungimenti in grande rivestono un’importanza pressoché nulla: viceversa, ne sono notevoli le ripercussioni sopra l’agricoltura, che è quanto dire sopra l’attività che domina nettamente l’ambiente economico-sociale della pianura emiliana. Queste falde freatiche costituiscono un immenso serbatoio naturale soggetto ad oscillazioni stagionali di quota. Ne conseguono vicende di invasi e svasi che rappresentano un fondamentale elemento regolatore degli scambi idrici con l’ambiente e dell’umidità dei terreni, che agiscono sulle colture agricole come linfa vitale.

    Nella media e bassa pianura esistono infine falde artesiane profonde, raggiunte, di solito, mediante pozzi trivellati. La zona più importante o per lo meno più anticamente conosciuta e sfruttata a scopo irriguo trovasi nel Modenese. Da tempi remoti vi si pratica la terebrazione di pozzi d’acqua salienti (« pozzi modenesi » erano appunto detti, prima che si generalizzasse anche da noi il termine di « pozzi artesiani »). Essi vi raggiungono tre falde rispettivamente a 18-25m; fra 42 e 58 e oltre 80 m. di profondità sotto il piano di campagna.

    Ma le trivellazioni si sono molto estese, in tempi recenti, anche nel Bolognese e specialmente nell’Imolese, con successo. Già nel 1953 soltanto nel quadrilatero fra il Sìllaro e il Santerno, la via Emilia e la « San Vitale » (Bologna-Ravenna) un rilievo eseguito a scopo di studio dava presenti non meno di 170 pozzi artesiani, su un’area di circa 150 kmq. Le loro profondità si concentravano intorno ai 30, ai 75 e ai no m. sotto il piano di campagna. Le massime toccavano i 422 metri.

    Altra zona molto interessante e nota da tempo è nel Riminese, fra Bellaria e Riccione. Le perforazioni vi hanno messo in evidenza quattro falde artesiane: circa i 23, i 40, i 60, e fra i no e 150 m. di profondità.

    Inoltre si può dire che tutti i maggiori centri urbani ricorrano oggi a codeste falde per l’approvvigionamento potabile.

    Esse hanno tutte evidente la stessa genesi geologica. Le falde si trovano in corrispondenza degli antichi conoidi di deposito generati dai fiumi al loro sbocco nel golfo marino che occupava l’attuale piano del Po.

    L’assetto orografico della regione era tale da far formare queste falde acquifere in gran numero, e tutte con una notevole omogeneità di caratteristiche. Ciascuna zona artesiana si trova in corrispondenza dell’asse di un corso d’acqua, pochi chilometri a valle dello sbocco in piano. Vi si presentano diversi aves acquiferi sovrapposti, intercalati da strati impermeabili argillosi; i primi generati durante i periodi diluviali, i secondi nelle fasi di scarse precipitazioni. Procedendo verso valle il materiale delle alluvioni si assottiglia, così che grado a grado le falde si inseriscono in sempre più esili e deboli intercalazioni sabbiose entro i terreni di medio impasto, o addirittura argillosi, che formano il corpo del bassopiano.

    Sorgente Melara (Castelfranco)

    Risorgiva presso Villa Graziosa a ovest di Castelfranco.

    Le caratteristiche di pressione e perennità delle falde emiliane non lasciano dubbio sulla provenienza delle loro acque dalle parti più elevate dei bacini montani, e dimostrano che la percolazione e la circolazione interna, ancorché modeste, non sono affatto trascurabili. Naturalmente le diverse falde si presentano in condizioni analoghe, ma non identiche: le diversità sono legate alla situazione idraulica in atto (cioè all’estensione, piovosità, litologia del bacino alimentatore) ed anche alla tettonica delle valli. La potenza delle falde, infatti, dipende dalle dimensioni dei recipienti nei quali si raccolgono e circolano le acque, cioè dalle vicende delle erosioni, dei sollevamenti, piegamenti, fagliature ecc., subite dai sottostanti terreni più antichi. Questo spiega come alcune coltri alluvionali raggiungano grandi profondità (le falde del Reno, a Borgo Panigaie, cui attinge ora prevalentemente l’acquedotto di Bologna, si succedono fino a oltre 300 m. di profondità) mentre in altri casi (ad es., nella valle del Lamone) le falde si riducono a sottili stratificazioni pressoché prive di artesianità.

    E’ estremamente difficile indicare, anche in via di semplice orientamento, la portata attualmente estratta dall’insieme di tutte le falde artesiane dell’Emilia-Romagna. Per buttare una cifra (come si esprime l’Evangelisti) si può pensare che essa possa raggiungere l’ordine di una quarantina di metri cubi al secondo.

    Una simile portata è notevole in sé e per sé, ed acquista una particolare importanza per le esigenze economiche e sociali della regione e specialmente in quanto si trova disponibile, con alto grado di perennità, anche nella stagione di magra. Invero se essa è attribuita, come si deve, ai 10.000 kmq. cui ammonta, all’incirca, l’estensione dei bacini montani alimentatori, corrisponde a un ordine di 4 litri al secondo per chilometro quadrato, mentre la perennità di tutto il complesso delle acque superficiali scolanti da essa nell’intera regione non sorpassa un litro al secondo per chilometro quadrato, anche se in certi limitati periodi dell’anno e in certi luoghi, come si deduce dalle notizie date sul regime delle piogge e dei corsi d’acqua, possa raggiungere valori assai più elevati. E per di più con notevole irregolarità di anno in anno e di luogo in luogo.

    Valli di Comacchio.