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La rete idrografica e l’azione dei fiumi

    La rete idrografica e l’azione dei fiumi

    A dispetto della rimarchevole compattezza del corpo insulare, la rete idrografica non ha potuto svilupparsi in Sicilia in modo da dar origine a qualche corso d’acqua veramente riguardevole. E ciò non soltanto perché le sue vene d’acqua vanno a gettarsi in tre mari distinti — il Tirreno, lo Ionio e il Mar d’Africa — ma anche o piuttosto per la struttura compartimentata della sua plastica, che favorisce la formazione di un numero cospicuo di organismi fluviali indipendenti, ma di limitato sviluppo e non notevole bacino.

    La dissimetria del rilievo — che snoda la principale catena montuosa a nord, a ridosso del Tirreno — determina tuttavia una prima, decisa contrapposizione tra i corsi d’acqua che volgono al Tirreno e quelli che tendono al Mar d’Africa: i primi dal corso breve, incassato, quasi precipite; i secondi più sviluppati, e più attardati, specie sugli altipiani interni, in pigri, svogliati decorsi meandriformi. Mentre l’affacciarsi sullo Ionio dei Peloritani e della mole etnea a nord, e degli estesi, massicci ripiani iblei a sud, dà a questa fronte dell’isola aspetti e caratteri compositi: assai più vicini a quelli tirrenici nei due settori montuosi, a quelli della Sicilia degli altipiani al centro, dove i corsi d’acqua trovano un ampio sbocco attraverso la Piana di Catania.

    Differenze profonde di portamento dei corsi d’acqua siciliani

    Ma non qui si fermano le opposizioni tra i corsi d’acqua siciliani: che sarebbero in tal caso molto semplici, e quasi elementari. Al giuoco della struttura orografica, in effetti, si accompagna anche quello della struttura geologica, che offre altri caratteri peculiari alla rete idrografica: non certo per quanto concerne sviluppo di decorso ed ampiezza di bacino, ma piuttosto ricchezza — sempre relativa — o povertà di deflusso. Le aree di maggiore piovosità — come ho già osservato — coincidono in complesso con le zone nelle quali i terreni si mostrano particolarmente permeabili: così le masse basaltiche dell’Etna, gli gneiss e i micascisti frequentemente fratturati dei Peloritani e i terreni arenacei che li rivestono alla base, le rocce calcaree che formano l’ossatura delle montagne della Sicilia occidentale e delle Madonie e che costituiscono il potente lastrone dell’altipiano ibleo, orlato a nord da estese formazioni basaltiche, sottraggono con facilità le acque meteoriche alla circolazione normale subaerea, restituendole sotto forma di sorgenti — poco meno di 400 — per lo più di portata modesta, una volta a contatto con gli strati impermeabili. Queste acque sorgentizie, la cui portata è stata calcolata pari a circa 33.000 litri al secondo — le più importanti sono quelle che fan corona all’Etna, come le sorgenti del Fiumefreddo, con 2000 1/sec. e di Bagnara Savuco con 645 1/sec., e quelle della catena settentrionale (ad es. la sorgente di Scillato, con 576 1/sec., ai piedi delle Madonie) e del Ciane, presso Siracusa (Testa del Pisma: 960 1/sec.) — vengono sì sfruttate dall’irrigazione che alimenta i « giardini » d’agrumi e gli orti che si stendono rigogliosi specie lungo le riviere ionica e tirrenica, e ora si vanno imponendo — gli orti — anche su quella africana, ma in parte servono ad alimentare i corsi d’acqua nella stagione estiva, quando la deficienza delle precipitazioni — o addirittura la loro mancanza — lascierebbe i letti fluviali asciutti, nastri di ciottoli assolati e abbacinanti. Questo paesaggio — di larghi, sinuosi letti fluviali isteriliti, che il silenzio fa più sgomentevoli nonostante l’allineamento dei verdi cespugli di oleandri dai fiori vivaci lungo le rive — è tipico anche di gran parte dell’interno dell’isola, dove larghissime estensioni sono occupate da terreni impermeabili che da lì riescono a spingersi compattamente fin sulla fronte marittima africana, specie tra il Salso (o Imera meridionale) e il Plàtani: su questi terreni argillosi e marnosi miocenici, sui gessi della formazione gessoso-solfifera — solo in parte fratturati, e quindi permeabili — e sulle argille eoceniche, le piogge sono anche meno abbondanti, in complesso, e più alte le temperature, specie dalla primavera al primo autunno: e quindi particolarmente forte l’evaporazione. Le piogge che cadono son subito convogliate dagli alvei e trascinate a mare; e i corsi d’acqua — anche se con decorso discretamente sviluppato e bacino di alimentazione non affatto trascurabile — possono rimanere per molti mesi senza un filo d’acqua. Ricompare qui un carattere peculiare della fiumara, cioè di quel corso d’acqua distinto dall’estrema irregolarità del deflusso e dalla notevole acclività del percorso. Quest’ultimo carattere non è tuttavia proprio dei fiumi che si gettano al Mar d’Africa, ma di quelli che dalla catena settentrionale si gettano nel Tirreno o nello Ionio: essi ripetono tutti i caratteri della fiumara, che si ritrova anche sull’opposta sponda calabrese e in genere in gran parte dell’Italia meridionale.

    Una delle sorgenti del Fiumefreddo, le più importanti della Sicilia (2,2 mc/sec.), che scaturiscono ad appena m. 28 s. m. sulle propagginazioni nordorientali della mole etnea.

    Un aspetto della media valle del Salso, o Imera meridionale, dove il fiume scorre pigramente in numerosi meandri più o meno incassati.

    La fiumara: corso d’acqua di portamento estremamente instabile

    La fiumara tipica si presenta dunque in tutta la catena montuosa settentrionale, e anche al di là delle Madonie, oltre il Torto. I corsi d’acqua vi sono numerosissimi, con decorso assai breve — in genere al di sotto di 20-30 chilometri — e bacino trascurabile. Soltanto dove le Madonie han fine e cominciano i più rotti monti calcarei dell’ovest, i corsi d’acqua riescono a penetrare un po’ più profondamente nell’interno: il San Leonardo, che mette foce a Tèrmini Imerese, si sviluppa su un percorso di 43 km. ed ha un bacino di 522 kmq. ; il Torto rispettivamente di 50 km. e di 421 kmq. ; ma il Fiume Grande (o Imera settentrionale) ha già un corso di appena 32 km. e un bacino di 344 kmq., e il Pollina di 30 km. e di 395 kmq., e l’Eleutero di 30 km. e di 200 kmq., e l’Oreto soltanto di 19 km. e di 111 kmq.: gli altri son tutti ancor più insignificanti. Mentre molto più sviluppato, ad oriente, è per contro l’Alcantara, che si insinua tra la massa etnea e la catena settentrionale: 48 km. di corso, ma già 570 km. di bacino. Sono appunto questi fiumi più lunghi, che in parte sono alimentati anche da sorgenti, a mostrare deflussi discreti: 8,88 mc/sec. l’Alcàntara; 3,27 mc/sec. il San Leonardo. Gli altri, al contrario, son tutti al di sotto di un metro cubo di deflusso medio annuo — il Pollina 0,39; l’Eleutero 0,11 — o appena al di sopra, come l’Oreto: 1,24. Ma tutti indistintamente — ad eccezione dell’Alcàntara, alimentato da consistenti sorgenti : e in agosto ha ancora un deflusso medio superiore, anche se di poco, a 2 mc/sec., mentre a febbraio la portata media (che segna l’acme annuo) è di 16,50 mc/sec. — presentano cospicue variazioni di regime durante l’anno: le acque cominciano a salire in ottobre, e più fortemente in dicembre, e toccano punte massime in gennaio o febbraio, e si abbassano poi in aprile sui valori di ottobre per deprimersi infine — già in maggio in modo accentuato — ai minimi estivi: allorché i corsi d’acqua quasi si asciugano o del tutto si isteriliscono. In estate soltanto un filetto d’acqua tra un decimo e un ventesimo di metro cubo al secondo scorre sul greto caldo del San Leonardo da fine giugno ai primi di ottobre, e ad un dì presso la stessa quantità convoglia il Pollina, mentre l’Eleutero rimane asciutto almeno tre mesi, ma in genere per ben sei mesi — da maggio ad ottobre compreso, e in qualche anno fino a novembre —. All’aridità estiva e alla trascurabile portata media annua, si oppongono però le piene ai tempi delle piogge, del resto assai variabili nel corso degli anni. E si tratta di piene spesso disastrose: nel 1951 (16 ottobre) l’Alcantara ha segnato un deflusso di 1910 mc/sec., pari a ben 172 volte la portata media di quel mese, e il San Leonardo di 1320 nel gennaio 1951 (più di 135 volte la portata media relativa), l’Oreto di 352 nello stesso periodo (più di 555 volte), il Pollina di 101 nell’agosto 1953 (più di 840 volte), e l’Eleutero di 24,3 (più di 486 volte).

    Vedi Anche:  L'allevamento, il bosco e la pesca

    Profili del corso di alcuni fiumi della catena costiera nordorientale.

    L’imponente letto ghiaioso, completamente asciutto, della fiumara Patri, nell’estremo settore occidentale del versante tirrenico dei Peloritani.

    Il San Leonardo, attraversato da un ponte romano, nei pressi della foce, subito ad ovest di Tèrmini Imerese. Sullo sfondo, la grande mole del M. San Calogero (1325 m.).

    Portata media mensile del fiume Oreto a Parco, allo sbocco nella Conca d’Oro, a 9 km. dalla foce.

    Portata media mensile del San Leonardo a Monumentale, a meno di 1 km. dalla foce, nel breve piano alluvionale a ovest di Tèrmini Imerese.

    Portate medie mensili del fiume Alcantara a Moio (tratteggiato), ai margini meridionali del sistema eruttivo del monte omonimo, e ad Alcantara, nel largo piano inclinato di alluvioni costruito dal fiume, rispettivamente a 25 e a 3 km. dalla foce.

    I lunghi, lenti corsi d’acqua dell’altipiano interno

    A sud della catena settentrionale e dei rilievi che si distribuiscono a blocchi disgiunti dal Torto fino a Capo San Vito, coronante ad occidente il largo golfo di Castellammare, i corsi d’acqua trovano maggior sviluppo: specie nel settore centrale, dove l’altipiano interno si slarga di più e va lievemente ad immergersi verso sud nel Mare africano. Il Salso, o Imera meridionale, che tutto l’attraversa nel suo bel mezzo e che attinge profondamente al massiccio delle Madonie — e per gran parte del suo corso nel passato ha segnato il limite tra i Valli orientali, Demone e di Noto, e occidentale, di Mazara — è la più lunga vena siciliana: 112 km. di percorso. Ma la disposizione parallela dei corsi d’acqua di questo versante — favorita dall’uniforme inclinazione del suolo verso il mare e dall’interposizione quasi a pettine di dorsali più o meno ben delineate e composte, che fungono da spartiacque: i monti del Corleonese con le propagginazioni meridionali dei Sicani ad occidente, i monti Erei tra Enna e Cal-tagirone ad oriente, soprattutto — ha contribuito a tenere contenuto lo sviluppo dei bacini imbriferi: il Salso interessa una superfìcie di 2002 kmq., e il Plàtani, lungo appena 84 km., ha un bacino di 1785 kmq. solo in virtù dei suoi numerosi affluenti. Ma ancor meno sviluppati, per percorso e per bacino, risultano i fiumi più occidentali, dove la Sicilia si affusola terminando a muso: il Bélice, 76 km. di corso e 964 kmq. di bacino; il Sosio o Verdura, rispettivamente 53 km. e 422 kmq.; né maggiori dimensioni rivestono quelli della regione sudorientale : qui la massa compatta degli Iblei, con una rete idrografica tipicamente radiale, fa scorrere verso gli opposti versanti africano e ionico fiumi di decorso regolare — di andamento lineare — e dotati di trascurabile bacino d’impluvio: Dirillo o Acate, 52 km. di corso e 680 kmq. di bacino; Gela, 60 km. e 550 kmq. Ma la portata di tutti questi corsi d’acqua della fronte africana non è tanto in rapporto ai caratteri esterni — di corso e di bacino — che dovrebbero essere vincolanti, quanto invece alla natura dei terreni attraversati: ed in effetti l’Imera meridionale, il più lungo, che corre su terreni prevalentemente impermeabili, ha una portata media annua di appena 3,15 mc/sec., mentre gli altri, arricchiti anche dalle sorgenti dei monti calcarei ai quali attingono largamente, sono in complesso assai più ricchi di acqua nonostante il minor sviluppo di bacino: un deflusso più che doppio presenta il Plàtani (6,92 mc/sec.) e deflussi superiori mostrano anche il Bélice (4,82) e il Sosio o Verdura. E per gli stessi motivi in questi corsi d’acqua la stessa disparità tra le portate medie invernali ed estive appare meno accentuata, e la portata dei mesi più caldi riveste ancora un qualche significato: mentre in luglio la portata media dell’Imera meridionale è di ben 160 volte inferiore a quella di febbraio — cioè si riduce a meno di un ventesimo di metro cubo al secondo — quella del Plàtani è ancora di quasi 1 mc/sec. in agosto (cioè inferiore alla portata media di gennaio di 35 volte soltanto) e per il Bélice è di poco più di un quarto di metro cubo al secondo (cioè inferiore di 48 volte alla portata media del mese più ricco d’acqua, pure gennaio).

    Il Salso, o Imera meridionale, a Licata (Agrigento).

    Profili del corso di alcuni importanti fiumi della Sicilia (il Salso e il Dittamo si svolgono quasi interamente sugli altipiani interni).

    Sulla fronte ionica si sviluppa il fiume più importante di tutta la Sicilia, il Simeto. Stretto nella parte terminale tra le moli etnea e iblea, il fiume si dilata con l’aiuto di numerosi e importanti affluenti entro l’altipiano interno — nel quale il Dittamo e il Gornalunga si spingono in direzione longitudinale fino a toccare da presso il bacino del Salso o Imera meridionale, che scorre in senso perpendicolare o meridiano — e attinge direttamente e con l’ausilio di altri affluenti — il Salso, la fiumara di Troina — alla catena settentrionale, e in particolare ai Nébrodi. Considerato a sè, il Simeto ha uno sviluppo di decorso (90 km.) inferiore a quello dell’Imera meridionale, ma un bacino di alimentazione più che doppio: 4326 kmq. per i notevoli affluenti che vi si gettano. E defluendo dai ben irrorati Nébrodi — discretamente bagnati dalle acque meteoriche anche d’estate — e arricchito a primavera dalle acque eli scioglimento delle nevi degli stessi Nébrodi e dell’Etna — che nei mesi estivi l’alimenta ancora con i cospicui apporti delle sue sorgenti — il Simeto non soltanto appare molto più robusto di tutte le altre vene siciliane — portata media annua: 18,60 mc/sec. a Giarretta e 24,70 a Sommaruga, dopo aver ricevuto il Dittàino — ma acquista inoltre in modo più sensibile le movenze di un vero fiume. Ad agosto — il mese di minor deflusso: 2,77 mc/sec. — la sua portata media a Giarretta, a 22 km. dalla foce, è inferiore di solo 15 volte a quella di gennaio, e più a valle, a Somma-ruga, se si riduce di ben 54 volte (a 1,24 mc/sec.), ciò si deve soltanto alle maggiori emunzioni che nell’ultimo tratto del fiume vengono effettuate a scopo irriguo: si vedano i grafici riportati in questa pagina e in quella precedente, anche per utili confronti.

    Vedi Anche:  Le regioni naturali

    Portate medie mensili del Simeto a Giarretta (tratteggiato) e a Sommaruga (grisé), entro la Piana alluvionale di Catania, rispettivamente prima e dopo la confluenza del Dittàino e del Gornalunga, a 22 e 10 km. dalla foce. (Le minori portate medie mensili del Simeto alla stazione di Sommaruga, situata presso la foce, da aprile a settembre, si giustificano con le derivazioni di acque a scopo irriguo che si effettuano nel settore più a monte durante la stagione estiva.

    Giardini d’agrumi lungo l’asta del Simeto nei territori di Biancavilla (Catania) e Centuripe (Enna), tra le ultime propaggini etnee (in primo piano) e l’orlo dell’altipiano interno.

    Due momenti caratteristici dei corsi d’acqua: turgidi di acque e rovinosi in inverno, asciutti e incantati in estate.

    L’alternanza di periodi di magra accentuata, o addirittura di secca vera e propria, in estate, e di periodi di forti deflussi nell’inverno, nei mesi cioè più ricchi di precipitazioni, dà a tutti i fiumi di Sicilia — come del resto a tutti quelli dell’Italia meridionale — un duplice carattere: nei mesi più secchi, di inutile nastro di ciottoli infuocati, abbacinanti, che si snodano sinuosi sull’altipiano interno dalle colline morbide già coperte di stoppie ingiallite o che scendono precipiti, stretti e incassati, giù dai monti acclivi delle catene periferiche, specie settentrionali, per riposare aperti e straordinariamente larghi, oltre misura, nel breve tratto terminale, dove colture irrigate di pregio, arboree o erbacee, vi giustappongono da presso il verde intenso del loro fogliame e i colori vivaci dei fiori e dei frutti. E d’inverno, per contro, di vie appena capaci di convogliare al mare l’acqua che cade fitta, più spesso in pochi giorni o poche ore con intensità eccezionale, e che i terreni per lo più impermeabili dell’interno — le argille in genere — o i terreni eccessivamente acclivi e diboscati lungo il litorale settentrionale, non possono in alcun modo — o soltanto in piccolissima misura — trattenere. Sono d’inverno fiumane imponenti che divallano impetuose, travolgendo ogni ostacolo, e molte volte rovinando strade, ferrovie, colture, abitazioni. La portata massima tocca in quei mesi valori eccezionali: il Simeto a Sommaruga ha una portata media a gennaio di 67,30 mc/sec., ma la massima assoluta, del 17 ottobre 1951, è stata di 2220 mc/sec., cioè 32 volte maggiore della media dello stesso mese; e di 546 volte maggiore è stata la massima registrata, nello stesso periodo, dal Salso o Imera meridionale a Capodarso (666 mc/sec.); e di 44 volte superiore alla media mensile, nel gennaio 1957, quella del Plàtani a Passofonduto (1200 mc/sec.). Ma ancor più cospicui risultano gli scarti per i corsi d’acqua con bacino di alimentazione più ristretto: l’Alcantara — con un regime tra i più regolari in Sicilia in rapporto alla cospicua alimentazione delle sorgenti etnee — con 1910 mc/sec. nell’ottobre 1951 ha superato la media del deflusso mensile relativo di ben 172 volte; e il San Leonardo a Monumentale di 136 volte (1320 mc/sec. nel gennaio 1951), e l’Oreto a Parco di 550 volte (352 mc/sec.), e il Dittàino, affluente del Simeto, di ben 866 volte nel solo giro di 10 anni (tra 1950 e 1959), con un deflusso di 1300 mc/sec. nel novembre 1959 su una media, in quel mese, di appena 1,50. E lo stesso si può dire dei minori corsi d’acqua.

    Portate medie mensili del Bélice Sinistro a Case Balate (tratteggiato), nella zona arenaceo-marnosa di montagna, a 15 km. dalla confluenza con il Bélice, e del Bélice a Bélice (grisé), nell’area di tavolati incisi di natura calcarea, a 28 km. dalla foce.

    Portata media mensile del fiume Imera meridionale a Capodarso, sull’altipiano solfìfero nisseno, a 62 km. dalla foce.

    Portata media mensile del Plàtani a Passofonduto, nella zona delle colline arenaceo-marnose, a 45 km. dalla foce.

    Due fenomeni ancora diffusi: inondazioni e frane

    Di modo che, come nell’Italia meridionale in genere, i corsi d’acqua della Sicilia non soltanto non hanno mai costituito un potenziale idrico di particolare rilievo, soprattutto per l’irregolarità del deflusso — e solo da pochi decenni la costruzione di dighe di ritenuta negli alti e medi bacini ha permesso un più razionale sfruttamento delle acque a scopo idroelettrico, e soprattutto irrigatorio —; ma appunto per l’irregolarità del loro regime annuo questi fiumi hanno rappresentato e rappresentano tuttora una minaccia per le opere dell’uomo. Sia lungo i tratti pianeggianti e in ispecie nelle piane e frange costiere, dove i fiumi e i torrenti scendono d’inverno via via più grossi e appesantiti da una notevole massa di detriti in sospensione, e rompono talora gli argini da non molto costruiti, tracimando e tutto inondando intorno — come liberamente ancora pochi anni fa il Simeto, il Dittamo e il Gornalunga nella Piana catanese, anche perciò tuttora povera di abitazioni —; sia nell’interno, dove la mancanza pressoché assoluta di un manto boschivo ha permesso ai corsi d’acqua, anche i più minuti, di erodere oltre misura i terreni, e di impoverire intere contrade grattando ai campi il mantello ferace di humus, rompendoli con incisioni nette e tagli sicuri, facendo scivolare a valle intere plaghe. Inondazioni e frane ne sono i risultati più appariscenti, e i danni che ne derivano appaiono incalcolabili. Soprattutto le frane tornano ogni anno, con più consueto ritmo, a turbare la vita degli abitanti, minacciando la stabilità di numerosi villaggi e borgate e città. I terreni franosi sono valutati intorno a 10.000 kmq., cioè ai due quinti dell’intera superficie territoriale dell’isola: e interessano sia l’interno, dove le frane intaccano specialmente le argille mioceniche, sabbiose e largamente salate — al punto che la salinità delle acque di certi corsi d’acqua, come rimerà meridionale o Salso, che nel nome stesso tradisce certe sue peculiarità, è tale da far porre gravi ipoteche sulle possibilità di un loro intensivo sfruttamento a scopo irriguo — sia la corona periferica dell’isola, dove l’azione franosa si esercita in prevalenza sulle argille scagliose cretaciche ed eoceniche nei Nébrodi e nella Sicilia occidentale, e sulle rocce cristalline scistose, facili a sgretolarsi, nei Peloritani. Nelle argille, le frane assumono frequentemente il carattere di smottamenti, cioè di distacco di più o meno grosse masse superficiali di terra fortemente imbevute d’acqua dai terreni sottostanti ancora secchi, sui quali scivolano a valle. Questi fenomeni si possono osservare su quasi la metà dell’isola, poiché le argille, che dominano su larghissime estensioni, affiorano anche là dove prevalgono i calcari, i gessi e le formazioni marnoso-calcaree : una immagine cartografica della loro diffusione e distribuzione l’ha data or sono alcuni decenni il Crino. Diverse e più o meno ostili all’opera dell’uomo — via via più ostiche dove si cari-.cano vieppiù di sali — le argille si plasmano a forme morbidi, come colline disalberate, assolutamente nude: ma la morbidezza delle loro linee sommitali viene rotta in modo deciso e brusco dagli scoscendimenti che le limitano verso gli impluvi, specialmente su quelli secondari, corsi da vene d’acqua di poca rilevanza; e anche sulle groppe di queste colline si disegnano sinuosi, grattando senza cessa, ruscelletti insignificanti ma voracissimi al tempo delle piogge, e le intaccano e a poco a poco le fagocitano. Questa azione superficiale origina qua e là formazioni calanchive, cioè il succedersi di scoscendimenti profondi e stretti, limitati da creste sottili su pareti che forman diaframmi delicati; e mentre la penetrazione dell’acqua in profondità gonfia e stempera le argille e le fa scivolare in movimenti franosi, la sua azione erosiva subaerea le scalza quando sorreggono dure placche conglomeratiche o arenacee, via via togliendo a queste ultime il sostegno e facendole crollare in rovinose masse detritiche.

    Vedi Anche:  Posizione e struttura della Sicilia

    Il lago artificiale di Pozzillo, con una capacità di 67 milioni di me. d’acqua, nell’alta valle del Salso di Regalbuto, che serve per la produzione di energia elettrica e per l’irrigazione della Piana catanese.

    Le frane sono un fenomeno ricorrente in gran parte della Sicilia, specie durante l’inverno, che è la stagione più piovosa. Qui i segni di una frana sulla strada tra Genici Siculo e Castelbuono, nel settore orientale delle Madonie (Palermo).

    Le frane non sono una maledizione

    Le frane sono una minaccia costante all’insediamento umano, alla circolazione, all’agricoltura in gran parte dell’isola. A primavera soprattutto le strade vengono a tratti distrutte, e non di rado anche le ferrovie: la Palermo-Catania quasi ogni anno, in inverno, tra Villarosa ed Enna. E distrutte son le colture, e minacciati e in parte distrutti i paesi. Della borgata di Alia, in provincia di Palermo — e il discorso vale per molte altre borgate siciliane — dice R. Rochefort (Le travail en Sicile, Parigi 1961, p. 25) che «ogni inverno, da quando comincia a piovere un po’ più del normale, le famiglie ricevono dal municipio la ‘ carta d’ordinanza ‘ che le costringe alla evacuazione provvisoria. Muri e camini, certamente, son fessurati, il fumo passa da una casa all’altra, scoli e tubature talora si rompono e le porte si abbassano progressivamente al punto che occorre farle piallare dal falegname ». E a San Cataldo, a otto chilometri ad ovest di Caltanissetta, continua la Rochefort, si tocca «un caso limite: non una casa di questa borgata, che conta più di 16.000 abitanti, sta ritta: nella parte alta dell’abitato esse si inclinano; nel settore basso, per contro, esse si rovesciano, come se fossero state sollevate. Le persone che vennero a stabilirsi qui nel 1650, attirate dalle numerose sorgenti, non sapevano che la pressione esercitata da un minuscolo monticello calcareo sulle sottostanti argille si sarebbe accentuata con il passar del tempo. Oggi si contano 200 famiglie senza alloggio, e 3000 case su 6000 risultano direttamente minacciate; il municipio passa il tempo a prevedere lo sgombero degli abitanti, a costruire una zona residenziale nuova a nord della borgata, e a chiedere agli esperti, che si contraddicono, se è opportuno rischiare di drenare la falda sotterranea o di fissare un torrente vicino… In maniera più modesta ma più generale, si può dire che non c’è villaggio, nella Sicilia interna, che non mostri, ad ogni nuova primavera, le rovine di una o due case, vittime di qualche frana invernale. Il loro rassettamento rappresenta talora spese tali per i locatari o i proprietari che bisogna rinunciarvi ». Ma nonostante tutto, a dispetto del frequente ripetersi del fenomeno in forme non di rado assai gravi, le argille — che dominano soprattutto nei terreni dell’altipiano interno, ed entro le quali si impone quasi come elemento caratteristico e quasi par connaturato la frana — non sono una maledizione assoluta. E infatti possibile porre termine al fenomeno delle frane, qui nell’interno come lungo i versanti cristallini dei Peloritani: con il rimboschimento nelle regioni scistose di montagna, con la sistemazione integrale dei versanti e dei corsi d’acqua e dei più minuti ruscelli, e con la cattura delle acque sotterranee più pericolose nella regione collinare delle argille. E infine — ma non ultimo strumento da utilizzare — con l’aiuto della scienza agronomica più avanzata e grazie ad una più profonda educazione agraria della popolazione agricola, introducendo metodi e sistemi tecnici di impianto, di coltura, di irrigazione razionali e adatti all’ambiente, migliorando la cerealicoltura e sviluppando le troppo scarse colture foraggere e supplendo con i concimi chimici alla mancanza o deficienza di fosforo delle argille. Insomma, cambiando volto grado a grado a quello che ora è il paesaggio nudo e in prevalenza secco e arido delle regioni argillose, che solo in inverno, e per pochi mesi soltanto, il grano ancora in erba trasforma quasi magicamente in una fresca distesa di verdi praterie ondeggianti.