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Precipitazioni e tipi di tempo

    Precipitazioni e tipi di tempo

    Ancor più che la temperatura varia la piovosità, la quale è mal distribuita nel corso dell’anno ed è molto abbondante sulle maggiori montagne e piuttosto scarsa nelle pianure e nelle conche più interne. Data la disposizione a quinte dei rilievi, i venti meridionali sospingono le nubi entro le valli, innalzandole rapidamente ed accelerando in tal modo la condensazione del vapore acqueo con conseguenti abbondanti rovesci, tanto più copiosi quanto più ripide sono le pareti dei monti investite dalle nubi. L’arco montuoso alle spalle di Vietri sul Mare e di Salerno e quello alle

    spalle del Golfo di Policastro sono più frequentemente colpiti da piovaschi e da alluvioni.

    D’altra parte le zone a ridosso delle più alte montagne, come la conca di Benevento rispetto al Taburno ed al Partenio, la conca di Avellino rispetto al gruppo dei Picentini, la Piana del Sarno rispetto ai Lattari e il Vallo di Diano rispetto al Cervati, ricevono precipitazioni molto meno copiose: ciò contribuisce in alcuni casi a limitare l’erosione del suolo e gli smottamenti, che altrimenti darebbero luogo a frane ben più imponenti ed estese, per la natura argillosa dei terreni della sezione interna della Campania.

    Le isole e le estremità delle penisole rappresentano un ostacolo poco notevole, sia per il loro orientamento, sia per la limitata altitudine, ricevono più scarse pre-

    La cimosa costiera del Cilento con la penisola di Palinuro è una zona non molto piovosa, particolarmente mite e abbastanza ventilata.

    cipitazioni e godono per lunghi periodi del cielo sereno. Da ciò deriva in parte la loro notorietà come aree turistiche o suscettibili di valorizzazione turistica. La piovosità, infatti, non supera i 1000 mm. all’anno sulle appendici peninsulari ed insulari della regione, come anche sulla cimosa costiera della Piana del Sele e su buona parte del Piano Campano. Il Vesuvio e le colline flegree non disturbano molto l’uniforme distribuzione delle precipitazioni nel grande arco tra i Lattari e il Màssico e non determinano una grande concentrazione di esse sulle loro falde.

    Le località, in cui si è registrata la minore piovosità annua nel trentennio 1921-50, si trovano nella valle dell’Ufita (Flùmeri, 621 mm.), nella valle del Calore (Benevento, 695 mm.) e in quelle del Cervaro (Savignano di Puglia, 533 mm.) e del Calaggio (Bisaccia, 665 mm.). Neppure nelle isole si verificano piogge tanto scarse (Forìo, 677 mm.).

    Le aree più vaste con precipitazioni inferiori a 1000 mm. si trovano nella sezione centrale della regione e comprendono da un lato il Piano Campano, dall’altro le conche interne, incluse tra le dorsali principali dell’Appennino, e le alte valli dei fiumi adriatici. Esse sono separate tra loro dalla ristretta fascia delle maggiori montagne: la catena principale dell’Appennino e i rilievi subappenninici sono tutti compresi entro l’isoieta di 1000 millimetri.

    Il cartogramma relativo alla distribuzione della pioggia bene rappresenta le tre aree di maggiore piovosità della regione. Esse coincidono con la montagna del Matese, con i gruppi del Partenio e dei Picentini e con i più elevati massicci del Cilento. L’isoieta di 2000 mm. racchiude solo la parte più alta del Matese e del Partenio. Infatti le precipitazioni più abbondanti sono state registrate, nel trentennio considerato, sul Matese (Lago Matese, 2094 mm. a m. 1050 s. m.) e sul Partenio (Montevergine, 2215 mm. a m. 1270 s. m.). L’aumento ulteriore dell’altitudine, oltre i 1000-1200 m., non sembra accompagnato da un corrispondente aumento delle precipitazioni, le quali più spesso assumono un carattere nevoso.

    La distribuzione delle precipitazioni sui versanti varia talvolta con la loro asimmetria, ma quelli più irrorati sono rivolti ai venti umidi provenienti da sud e da sudovest (libeccio). Le differenze di piovosità tra il versante meridionale e quello opposto sono superiori anche a 400-500 mm. sul Matese e sui Picentini, mentre si attenuano o mancano del tutto sui rilievi costieri.

    Per quanto riguarda il numero dei giorni piovosi, nessuna stazione con oltre 1500 mm. di pioggia all’anno ne conta meno di 100 e quella con la maggiore frequenza è a Scennerato (Lago Matese) con 124. Frequenze molto basse sono state registrate a Bisaccia, sul versante adriatico, con 50 giorni piovosi per i suoi 665 mm. di pioggia, e a Grottaminarda nella valle dell’Ufita, con 68 giorni piovosi, per una quantità annua di pioggia di 848 mm. Nella fascia litoranea le precipitazioni cadono in 80-90 giorni e il cielo è completamente sereno per lunghi periodi.

    Le precipitazioni sono prevalentemente acquee, ma molto copiose sono sui maggiori rilievi quelle nevose da novembre a marzo. Abbondanti nevicate li rivestono di un candido mantello nei mesi invernali, e talvolta anche in marzo; ma in questo

    mese, per le giornate più lunghe e con molte ore d’insolazione, la durata dell’innevamento è breve. Anche le spalle del Vesuvio e dei Lattari si rivestono di bianco più frequentemente nei mesi invernali ed eccezionalmente in novembre e in marzo, ma solo per brevi periodi. La neve sull’Epomeo, e ancor più sul Monte Solaro, costituisce un fenomeno eccezionale, che lascia nei visitatori invernali di Ischia e di Capri il ricordo duraturo di un paesaggio molto suggestivo. Le terre che si profilano sull’orizzonte di Napoli, quando presentano la loro mole bruna incappellata di bianco, offrono agli abitanti dell’arco partenopeo un bello spettacolo di ombre e di luci, sotto

    i raggi del sole che le pareti dei monti riflettono, quale più, quale meno, durante la sua traiettoria sull’orizzonte. Ancor più rara è la neve a Napoli o a Salerno.

    Non trascurabili, nè rare sono le grandinate, che in settembre, in ottobre e nei mesi primaverili apportano gravi danni alle colture arboree ed erbacee (vite, agrumi, ortaggi). La brina è abbastanza frequente nei mesi invernali e talvolta anche in primavera, specie sui versanti esposti a nord o nelle conche e valli più umide.

    Rarissime sono le nebbie nella fascia litoranea, ove tuttavia compaiono in primavera e non giovano alle colture a fioritura precoce; piuttosto frequenti sono le brume sui fondivalle e nelle conche, ove determinano sensibili abbassamenti di temperatura rispetto alle zone circostanti.

    Le precipitazioni, pur essendo piuttosto copiose nella maggior parte della regione, sono mal distribuite nel corso dell’anno. La stagione più asciutta è l’estate (giugno, luglio e agosto); ma la siccità, mentre si può dire sia quasi completa nella fascia costiera, è molto meno accentuata nell’interno. A Savignano di Puglia, ad esempio, cade in estate circa un sesto della pioggia annua e a Bisaccia quasi altrettanto, mentre i pluviometri della zona costiera ne misurano molto meno della decima parte.

    Le precipitazioni primaverili, con l’aumentare della distanza dal mare, variano da un terzo a metà di quelle invernali, che, a loro volta, sono quasi uguali a quelle autunnali in tutta la regione. A Montevergine, che è la località più piovosa della Campania, cadono in inverno (dicembre, gennaio e febbraio) 755 mm. di pioggia, cioè quasi quanto ne cade in tutto l’anno nelle località costiere (Napoli-Fisica Terrestre, 796 mm.) ed alquanto di più di quella annua delle conche e delle valli dell’interno (Benevento, 695 mm.).

    In novembre si registra a Montevergine una quantità di pioggia (333 mm.) pari a quella che cade a Napoli nel trimestre più piovoso e a Benevento nel primo semestre dell’anno.

    Considerando la distribuzione della piovosità nei vari mesi, si constata che il mese meno piovoso è quasi sempre luglio, che quello più piovoso è di solito novembre in tutta la sezione settentrionale della regione, dicembre in quella meridionale, corrispondente alla provincia di Salerno. Con gennaio la curva ietografica si abbassa dappertutto, per iniziare in alcuni casi, per accentuare in altri la discesa verso i minimi estivi. Solo nelle località del versante adriatico e dell’Appennino Sannita si avverte una leggera ripresa in febbraio, marzo e aprile ed il regime pluviometrico ha delle analogie con quello dell’Italia centrale, caratterizzato da due massimi (autunnale e primaverile) e da due minimi (estivo ed invernale), pur se diversamente accentuati da un luogo all’altro.

    In primavera le precipitazioni diminuiscono gradatamente ed avvengono spesso sotto forma di pioggerelle lente e continue, che si alternano ad ampie schiarite, durante le quali risplendono al sole i prati smeraldini e i campi di tenero grano, ancora bagnati. Le piogge continuano, ma con minore intensità, anche in maggio e giugno, portate talvolta da nuvoloni pomeridiani, che si formano in poche ore e sono accompagnati spesso da copiosi piovaschi. Alla Penisola Sorrentina si avvicinano da nord e nordovest e sono indicati con il nome di « trobbèe delle ciliege », cioè come sconvolgimenti dell’atmosfera che si verificano al tempo della maturazione delle ciliege, annunziati dal fragore dei tuoni. Interessano per lo più zone di limitata superficie, sulle quali sogliono lasciare abbondante pioggia, mista talvolta a grandine.

    Nella seconda metà di settembre o agli inizi di ottobre il bel tempo si interrompe bruscamente a causa di un ciclonico afflusso di aria atlantica. Si profilano all’orizzonte formazioni nuvolose foriere di tempesta. Segue di solito una bufera di vento ad alta velocità, che abbatte alberi, danneggia i raccolti e porta piogge. Talvolta tali tempeste, che possono assumere i caratteri di veri cicloni, si verificano già verso la metà di agosto, e perfino in luglio, ma in questi casi il bel tempo ritorna e dura parecchie settimane ancora. Se avvengono alla fine di settembre o ai primi di ottobre, determinano un sensibile abbassamento della temperatura e segnano la fine dell’estate. Violenti acquazzoni o grandinate sono portate da nembi bassi e nereggianti, mentre i lampi squarciano il cielo con sinistri frequenti bagliori, originando tuoni fragorosi che riecheggiano di montagna in montagna. I venti a notevole velocità creano trombe d’aria sulla terra e sul mare e sollevano le onde fin sulle banchine o sulle strade litoranee e sorprendono non di rado uomini in mare ed imbarcazioni sulle spiagge. Nuvoloni si succedono a nuvoloni, bassi e tetri, con abbondanti piovaschi, e passano, consentendo al sole di affacciarsi radioso per breve tempo, finché un altro nembo non lo nasconde a sua volta. È il vento di libeccio, il così detto vientè e fora, il vento cioè che spira dal mare aperto, dalle Bocche di Capri o, per

    Vedi Anche:  Le montagne calcaree

    meglio dire, dall’ampio braccio di mare tra la Sardegna e la Sicilia e sospinge le onde ad infrangersi contro le coste campane, fino nell’interno del Golfo di Napoli, e le nubi direttamente contro le ripide pareti dei massicci.

    Non di rado tali cicloni sono memorabili per le alluvioni a cui danno luogo, per gli allagamenti e per le distruzioni che producono e per i torrenti di fango e di detriti che originano, e possono modificare il contorno di qualche breve tratto del litorale.

    La tempesta, però, passa presto ed il sole torna a splendere ancora alto sull’orizzonte; il cielo diventa più cristallino e più azzurro; la vegetazione erbacea riprende vigore sui cespugli seccati dalla lunga estate e riveste di foglie e di corolle multicolori i campi assolati e le pendici brulle delle montagne litoranee.

    I mesi di transizione dalla primavera all’estate (giugno) e da questa all’autunno (settembre) sono caratterizzati di frequente da una scarsa mobilità dell’aria o da un lento afflusso di correnti calde, e quindi da un’alta umidità, da una diffusa caligine e da un’afa sfibrante. E un tipo di tempo che si verifica anche in luglio e in agosto e può durare più settimane, durante le quali il termometro raggiunge massimi insoliti.

    Nella regione è possibile distinguere tre tipi pluviometrici dai caratteri abbastanza ben definiti. Il tipo litoraneo interessa, oltre che le isole, la zona costiera che si allarga nel Piano Campano e comprende anche i rilievi vicini al mare (Màssico, Campi Flegrei, Vesuvio, Lattari) e, a sud di Salerno, la Piana del Sele e il Cilento. La piovosità annua varia da 700-800 mm. nelle isole e nella parte più prominente delle penisole ad oltre 1500 mm. sui versanti dei monti, più esposti ai venti umidi. L’anno risulta diviso nettamente in due stagioni: una piovosa che va generalmente da ottobre ad aprile ed una asciutta da maggio a settembre. Le precipitazioni aumentano rapidamente da settembre fino a dicembre e poi diminuiscono fino al minimo estivo di luglio-agosto.

    II tipo appenninico interessa la fascia montuosa dal Matese ai Picentini e le valli tra essi comprese. La quantità annua di pioggia è ovunque più di 1000 mm. e sul Matese e sul Partenio più di 2000. Il minimo estivo cade nel mese di luglio, ma con

    valori sensibilmente più alti rispetto alla zona costiera, il massimo mensile si tocca per lo più in novembre. Sulle più alte montagne soltanto in tre mesi si registra una piovosità mensile inferiore a 100 mm. e il periodo di siccità ha brevissima durata. L’aumento verso la punta massima avviene rapidamente, come prova l’andamento molto vicino alla verticale della curva ietografica, mentre la discesa dal massimo autunnale al minimo estivo non è regolare e subisce disturbi in corrispondenza dei mesi da febbraio a maggio, nei quali si attenua o si arresta temporaneamente.

    Il tipo delle conche e delle valli interne interessa l’area a nordest dei Picentini. La piovosità annua ha valori generalmente inferiori — e anche di molto — a iooo mm. e quella mensile solo in pochi mesi supera i 100 mm. : la curva ietografica presenta concavità e convessità molto attenuate.

    Per avere un quadro più esatto del clima della nostra regione bisognerebbe prendere in considerazione anche gli altri elementi climatici, per i quali, però, disponiamo di pochi dati. Perciò ci siamo limitati a porre in risalto i caratteri fondamentali delle sue condizioni climatiche in base all’andamento dei due principali elementi del clima, temperatura e precipitazioni, e a saltuari richiami ai venti, alla umidità ed alla nebulosità.

    La Campania è compresa in gran parte nella regione climatica tirrenica, la quale è delimitata verso l’interno dalle montagne principali dell’Appennino, risente l’influsso mitigatore del mare e dei venti meridionali e gode dell’efficace protezione dei monti contro i venti freddi di provenienza continentale. La piovosità è considerevole e non sono rare le bufere di vento, pioggia e grandine; le temperature sono abbastanza elevate in tutti i mesi dell’anno, l’inverno è relativamente breve e non rigido, la primavera e l’estate sono molto lunghe.

    La sezione interna della Campania rientra nella regione climatica appenninica, della quale costituisce la parte più meridionale, assumendo caratteri di transizione verso le regioni periferiche a clima mediterraneo. Essa, comprendendo i due versanti dell’Appennino, è esposta da un lato ai venti umidi e miti provenienti dal Mar Tirreno, dall’altro a quelli freddi di origine balcanica, e riceve, quindi, abbondanti precipitazioni nevose. La diversa esposizione dei versanti e la diversa altitudine determinano sensibili differenze climatiche locali.

    Vegetazione e fauna caratteristica.

    Sono noti gli stretti rapporti tra condizioni climatiche e vegetazione; ma anche i terreni, la pendenza dei fianchi dei rilievi e l’inclinazione degli strati esercitano una influenza notevole sulla diffusione delle specie vegetali, su alcune delle quali clima e suolo hanno un’importantissima funzione selettiva. La Campania è celebre per l’intensità dell’agricoltura, per la ricchezza dei pascoli di pianura (Mazzoni) e di montagna e per la floridezza dei suoi boschi cedui e di alto fusto e della macchia mediterranea.

    In poche altre parti del nostro paese l’opera dell’Uomo è stata ugualmente intensa, distruggendo o alterando l’equilibrio biologico nel mantello vegetale originario ed introducendo numerose specie esotiche. Floridissime colture legnose specializzate o promiscue rivestono le falde dei rilievi vulcanici e le pendici dei monti calcarei, ricoperte da abbondante terreno agrario, e si diffondono sempre più nella pianura a falda freatica profonda; le colture erbacee intensive sono praticate nelle pianure più umide o bonificate di recente e nei fondivalle, quelle meno intensive o estensive si spingono fino alla sommità delle dolci ondulazioni argillose dell’Appennino Sannita. Gli alberi si diradano nell’interno, dove compaiono sul seminativo intorno ai centri abitati o formano boschi residui sui pendii più acclivi.

    Il contrasto litologico e morfologico tra le due dorsali principali dell’Appennino Campano appare evidente anche nelle forme di vegetazione spontanea e coltivata. La diversa natura dei terreni, la pendenza e l’esposizione dei versanti e i caratteri del clima influiscono sulla composizione, sull’aspetto e sul rigoglio del mantello vegetale.

    In Campania non mancano specie floristiche endemiche, la maggior parte delle quali sono comuni anche alle regioni vicine, per l’affinità dell’ambiente biologico. Tra di esse merita di essere ricordata la primula di Palinuro (Primula palinuri), che cresce sulle rupi calcaree della nota penisola del Cilento. Numerose sono anche le specie esotiche.

    Nel dominio della flora marittima molte sono le specie originarie dei paesi caldi (palme, agavi, banani, fichi d’India, eucalipti, ailanti, robinie), che adornano i giardini pubblici e sono diffuse lungo il litorale del Cilento, sulla Costiera Amalfitana, sulle sponde del Golfo di Napoli e nelle isole, dove esse trovano condizioni favorevoli alla loro vita, e non sono assenti neppure nel Piano Campano, specie nella zona alla base dei rilievi appenninici; nel dominio della flora montana ve ne sono alcune proprie di climi più freddi e dell’ambiente alpino (Poa alpina), le quali sono sopravvissute ai cambiamenti climatici quaternari. Presenti sono parecchie specie delle aree pantanose e lacustri.

    Caratteristico del Vesuvio è un lichene fruticoso (Stereacaulon vesuvianum), che si considera la specie pioniera della vegetazione sulle lave e sulle scorie; ma è la ginestra odorosa quella che contribuisce efficacemente alla formazione di un mantello vegetale, discontinuo, sulle nude colate di lave recenti. Le alte temperature nel cratere della Solfatara permettono la crescita di specie tropicali (felci e muschi macro-termici), nettamente disgiunte dalla loro area d’origine. A Ischia presso le fumarole vivono alcune piante che richiedono notevole quantità di calore: anche la presenza nell’isola della grande felce (Woodwardia radicans) si fa da alcuni risalire, in origine, alle alte temperature delle zone fumaroliche.

    La Campania offre, quindi, un ricco campo di ricerche al cultore di botanica, per la ricchezza e per la varietà della sua flora; ma il geografo deve fermare la sua attenzione sulle associazioni vegetali e si interessa della diffusione delle specie principali, in quanto contribuiscono a caratterizzare il paesaggio, per l’impronta che vi lasciano, e in quanto hanno un valore economico per i prodotti che se ne possono ricavare. Sulle colture ci soffermeremo più avanti.

    Tali associazioni spontanee sono formate di specie anche molto diverse, che hanno comuni esigenze biologiche, di luce, di calore, di umidità e spesso necessità di vita collettiva. L’equilibrio biologico in seno ad ogni associazione vegetale è il risultato di un graduale adattamento delle specie componenti alle condizioni naturali, ma deriva anche dagli interventi più o meno frequenti ed intensi dell’Uomo, che ha modificato l’estensione e la composizione delle varie formazioni vegetali con la sua attività agricola e pastorale e con la diffusione o l’eliminazione degli individui o delle specie più utili.

    In Campania il 20% della superficie territoriale è occupato dalle formazioni boschive ed oltre l’n% da quelle erbacee spontanee. L’associazione vegetale più largamente diffusa nella zona litoranea e sulle falde più basse dei rilievi più o meno vicini al mare, a clima caldo e con una lunga stagione asciutta, è la macchia, costituita in prevalenza da leccio, lentisco, corbezzolo, mirto, ginestra, erica e da numerosi altri arbusti spinosi e piante aromatiche a piccoli fiori vivaci (cisti, rosmarino,

    Vedi Anche:  Il Volturno

    timo, oleandro). Essa è una formazione arbustiva molto diversa da luogo a luogo per composizione, floridezza ed aspetto e costituita da piante a radici profonde, ombrelliformi, sempreverdi e talvolta spinose, con foglie piccole, coriacee e lanuginose (sclerofillé), che possono assumere anche la forma di aculei, adattandosi in tal modo alle diverse condizioni ambientali e sopportando bene la lunga siccità estiva. Per la presenza del leccio e di alcune altre specie abbastanza alte (alloro, carrubo, olivastro, corbezzolo), essa assume l’aspetto di un bosco a due piani, di cui l’inferiore è molto fitto e intricato, per la presenza di rovi e di piante rampicanti (liane, edera), e il superiore è formato dalle chiome degli alberi maggiori. Il leccio (Quercus ilex) è una delle piante più significative e forma veri boschi in alcuni luoghi, come presso la costa (Lìcola), così nelle parti più alte della zona fitoclimatica. Perastri, allori e biancospini sono frequenti nelle siepi, mentre i pini sono un elemento molto notevole nel paesaggio. Sulle pendici più aride la macchia si degrada in gariga e figura costituita da ferole ombrelliformi, da asfodeli, da euforbie arboree con chiome tondeggianti e fiori gialli, da artemisie, da ginestre e da altre piante xerofile.

    tinuo di cespugli cupoliformi, isolati o raggruppati, di dimensioni anche molto notevoli, deformati dal vento del mare.

    Il Cilento, per le temperature più elevate, per la considerevole piovosità e per la costituzione litologica, presenta condizioni ambientali più favorevoli allo sviluppo di queste forme di vegetazione. Lì la macchia è una florida ed intricata boscaglia verdeggiante, che riveste vaste aree ed attenua l’azione erosiva delle acque selvagge. Sui versanti, più umidi per l’esposizione e per L’affioramento delle acque sotterranee, acquista un rigoglio eccezionale, che è possibile ritrovare solo in pochissime altre parti del nostro paese: sul ricco sottobosco di lentisco, ginestra, mirto, rosmarino, e di altre piante spinose ed olezzanti si innalzano più rade le chiome di corbezzoli, allori, lecci e querce, ai quali si accompagnano liane ed edere.

    Le conifere (pino domestico, pino marittimo, pino d’Aleppo) occupano aree limitate e si trovano spontanee forse solo nel Cilento (Castellabate).

    La zona della macchia tipica è vicina alla costa e rimane al di sotto dei 500 m.; ma parecchie specie raggiungono altitudini maggiori sulle falde esposte a mezzogiorno e penetrano profondamente nelle valli aperte ai venti meridionali.

    L’Uomo con la sua opera distruttiva ha degradato questa formazione arbustiva litoranea in molte aree e ne ha di solito limitato il dominio a causa della sua povertà economica: al suo posto, sui terreni migliori e sulle falde meno acclivi, sono subentrate soprattutto colture legnose (olivo, vite, agrumi), altrove più semplicemente seminativo nudo od arborato e pascolo nudo o cespugliato e in alcuni casi boschi di castagno ceduo e magnifiche pinete litoranee.

    Sui fianchi settentrionali dei rilievi vulcanici e su quelli calcarei ricoperti di abbondante materiale piroclastico o alluvionale (Lattari, Avella, Picentini) ha affermato il suo dominio il castagno ceduo, il cui limite più basso scende fino a poche decine di metri sul livello del mare nella Penisola Sorrentina e nei Campi Flegrei. Esso acquista rigoglio oltre i 200 m. e si muta in castagneto da frutto nelle parti più alte e più interne: così avviene sul Roccamonfina, sul Monte Avella, sui Picentini, sui Lattari, sui monti del Cilento ed in altre aree di minore importanza.

    La lontananza dai mercati di assorbimento dei prodotti del ceduo castanile, oltre a condizioni edafiche e climatiche, ha contribuito a distinguere in alcune aree il dominio del ceduo da quello del castagneto da frutto, i cui prodotti costituiscono un’importante risorsa per le popolazioni delle zone montane; ma il cancro della corteccia (Endothia parasitica) sta degradando a cedui estesi castagneti. I boschi cedui di castagno occupano meno della decima parte della superficie forestale della Campania, ma sono oggetto di assidue cure specialmente nella Penisola Sorrentina e sui rilievi flegrei e sono ritenuti a ragione i boschi a più alto reddito d’Italia.

    agrario. Esso, pertanto, rifugge dalle zone litoranee a clima più spiccatamente mediterraneo e dalle falde collinari esposte a sud, come pure da quelle montane più povere di suolo agrario e più asciutte.

    Le condizioni climatiche e pedologiche contribuiscono a limitare l’area di diffusione del castagno a vantaggio della quercia, la quale ha dei limiti climatici ed agronomici ben più ampi del castagno e si ritrova presso le rive del mare, sulle colline argillose e sulle montagne calcaree. Le varietà più note sono la roverella (Quercus lanuginosa), particolarmente resistente all’aridità, la rovere (Quercus robur), la farnia (Quercus pedunculata) ed il cerro (Quercus cerris), che hanno esigenze leggermente differenti ed affermano ciascuna il proprio dominio in ambienti particolari. L’esposizione spiega talvolta la diversa distribuzione del castagno e della quercia sugli opposti versanti della medesima montagna.

    Il cerro è una delle varietà più note in Campania, preferisce suoli argillosi ed arenacei e si sviluppa bene anche sulle montagne calcaree rivestite di materiale

    vulcanico. Nel passato formava estese fustaie, specie sulla dorsale orientale appenninica, le quali sono state sacrificate per l’espansione delle colture o degradate a ceduo per l’eccessivo sfruttamento. La presenza del cerro ha lasciato numerose tracce nella toponomastica in tutta la regione (Cerreto, Cerreta, Cerrito, Cerretiello). I boschi di querce hanno attualmente una maggiore diffusione tra 400 e 1000 m. sulle principali montagne calcaree della Campania, e sono presenti anche nelle valli del Tammaro, del Fortore e dell’Ofanto, sulle colline che circondano il Monte Marzano ed in varie parti del Cilento. Oltre gli 800 m. la quercia comincia a cedere il posto all’acero, all’ontano napoletano (Alnus cordata), che è diffuso nella sottozona inferiore della zona fitoclimatica del faggio, e poi definitivamente a questa ultima specie, che è la più caratteristica delle parti alte delle montagne della Campania: circa la metà della superficie boscata tra 1000 e 1500 m. di altitudine è occupata da fustaie di faggio o da faggete cedue.

    Il faggio si ritrova già sui Lattari (donde il noto toponimo di Faito), ma copre le aree più vaste sul Matese, sul Taburno, sui Picentini, sull’Alburno e sul Cervati. Esso forma boschi di notevole estensione anche sulla Catena della Maddalena e su alcuni minori monti del Cilento, preferendo i versanti ad elevata piovosità e con esposizione verso i quadranti settentrionali.

    Nel passato il faggio risultava associato all’abete bianco, ma ormai di questa antica associazione naturale non restano che pochi esempi sul Monte Mòtola (Teg-giano), sui contrafforti nord-occidentali del gruppo del Cervati (Piaggine), sull’Alburno (Corleto Monforte) e sul Polveracchio (Acerno).

    Nelle parti culminali delle montagne e sui versanti meno favorevoli alla crescita del bosco, sul fondo delle conche carsiche ed in alcune zone di pianura (Mazzoni nel Piano Campano), non ancora completamente bonificate, si sviluppano formazioni erbacee, talvolta molto magre, che hanno maggiore estensione sul Monte Marzano e sui rilievi del Cilento, a causa di una stagione asciutta più lunga e della mancanza di un ricoprimento di materiale piroclastico. Notevole importanza esse assumono sulle dolci ondulazioni dell’Appennino Sannita, ove abbastanza estese sono le zone a lame.

     

     

    Poche sono le parti della Campania quasi completamente prive di vegetazione, tra le quali si debbono annoverare alcune creste e spuntoni, le pareti a reggipoggio strapiombanti e le profonde gole che incidono le montagne calcaree. Occorre, infine, ricordare che non mancano nella regione aree prive di ogni forma di vegetazione. Queste, oltre alla zona costiera raggiunta dall’acqua salata dei marosi ed ai larghi alvei ghiaiosi dei torrenti, solo per breve tempo sommersi dalle piene, comprendono il cono del Vesuvio, il fondo della Solfatara e qualche altro nudo lembo di alta montagna.

    L’Uomo ha distrutto le formazioni vegetali spontanee su vaste aree, per praticarvi l’agricoltura o l’allevamento, ha degradato molte fustaie a ceduo ed ha compromesso in parecchi casi la stabilità e la conservazione del suolo agrario, per l’attivarsi dell’erosione conseguente al diboscamento. Solo negli ultimi tempi egli si è riconosciuto causa non secondaria del disordine idraulico, dell’impoverimento dei terreni e della diminuzione del reddito ed ha cercato di ricorrere ai ripari, come vedremo più avanti.

    Con il diboscamento e con le bonifiche l’Uomo ha influito anche sulla distribuzione di molte specie animali, in quanto ha ridotto in misura notevole le aree in cui essi potevano vivere e riprodursi, costringendoli a cercare ambienti migliori; ma con la caccia alle specie nocive o pericolose e a quelle dalla carne pregiata, egli ne ha sterminato completamente alcune e ne ha relegato gli individui residui di altre in zone montane. E la lotta continua con l’impiego di mezzi perfezionati e di potenti antiparassitari!

    Converrà, tuttavia, far menzione delle specie più comuni e più note. Il lupo è ancora presente sulle maggiori montagne boscose della dorsale principale dell’Appennino e del Cilento, e, spinto dalla fame, in occasione di abbondanti nevicate, esce talvolta dal suo ambiente naturale, scende nei fondivalle e nelle pianure e fa qualche fugace apparizione presso gli abitati, dove difficilmente sfugge alla vigilanza dell’Uomo. Del cinghiale si ritrovano esemplari nel Cilento e nella boscaglia intricata di alcune altre parti della regione; ma è difficile dire se essi si debbano considerare i resti dei branchi che nei tempi antichi popolavano la nostra penisola o piuttosto i discendenti di quelli che sono stati introdotti nei tempi recenti per svaghi venatori nei boschi litoranei e nelle vaste riserve private e borboniche di caccia, ove si sono inselvatichiti.

    Vedi Anche:  Le acque freatiche

    Piuttosto frequenti sono le volpi e le faine, che fanno strage nei pollai dei casolari di campagna. Numerosi sono ancora i bufali, il cui allevamento è praticato ora quasi soltanto nelle pianure del Volturno e del Sele.

    La Campania è molto ricca di roditori, tra cui la lepre, di rettili (serpenti, lucertole, di cui la varietà più grande è il verde ramarro, e tarantole), tra i quali molti variopinti e di notevoli dimensioni e qualcuno velenoso, come la vipera, di aracnidi, dei quali è noto e temuto lo scorpione per la sua ghiandola velenifera post-addominale, e di altri artropodi, di chirotteri (pipistrelli) e di molte specie d’insetti. Nel Cilento esiste forse ancora qualche esemplare di istrice.

    Notevoli sono il numero e la varietà degli uccelli, stanziali (merlo, passero), stagionali (rondini) e di passo (quaglie, tordi, beccacce). Le specie di uccelli più comuni in Campania sono i passeriformi (merli, passeri, fringuelli, cardellini, tordi, usignoli, allodole, corvi, gazze), i predatori (falco, gufo, civetta), i galliformi (quaglie, starne, pernici) e i colombiformi (tortore). Il Cilento, la Penisola Sorrentina, le isole ed alcune altre parti del litorale, come delle valli interne, sono molto frequentati dagli uccelli migratori e richiamano folte schiere di cacciatori.

    La presenza dell’acquitrino attirava nelle pianure costiere gli uccelli palustri (folaghe, pavoncelle, aironi), ma con l’attuazione delle opere di bonifica le loro schiere si sono molto assottigliate, pur sentendo ancora il richiamo degli specchi d’acqua lacustri residui.

    Alcune leggi protettive e la creazione eli aree di ripopolamento mirano alla conservazione ed all’incremento della fauna, che risulta eccessivamente depauperata da una caccia intensa. Cinghiali, lepri, daini, fagiani sono stati introdotti in numero cospicuo specialmente nei boschi demaniali intorno al Vallo di Diano, sui monti intorno a Vallo della Lucania e a Rofrano ed in alcune altre parti della regione

    (Serino). Allo stesso modo si provvede all’immissione nei corsi d’acqua e nei bacini lacustri di alcune specie di pesci (trote, tinche, orate, cefali, spigole), per allevamento o per incrementare la pesca sportiva. L’iniziativa di proteggere la selvaggina pregiata e di favorirne la prolificazione hanno conseguito risultati abbastanza buoni : la Campania presenta vaste aree boschive e molti fiumi e laghi che consentono il ripopolamento e l’allevamento di specie utili su vasta scala; ma occorre da una parte l’iniziativa statale per arricchire la selvaggina e dall’altra la formazione di una coscienza, per così dire, venatoria, discriminatrice, in coloro che si dedicano alla caccia e alla pesca sportiva.

    Il mantello vegetale e le sue variazioni in età storica.

    La vegetazione attuale della Campania, come in genere delle regioni densamente abitate, non è più quella climatica, cioè formatasi per azione selettiva del clima in rapporto ai tipi di suolo, ma risulta profondamente degradata dall’Uomo. L’opera di distruzione del bosco è cominciata in Campania da tempi remoti ed ha acquistato presto notevole intensità a causa del grande aumento della popolazione, dato che la regione è una delle più fittamente popolate della Terra sin da età molto lontane. La popolazione si addensava non solo nelle pianure e sulle colline litoranee, ma anche nelle valli e nelle conche interne, da dove i Sanniti attinsero per la formazione dei loro eserciti. Tuttavia la superficie delle formazioni arboree ed arbustive spontanee doveva essere molto notevole e si estendeva forse sulla maggior parte della regione, sebbene non abbiamo elementi sufficienti per affermarlo. Gli autori classici ci hanno lasciato notizie sui boschi che ricoprivano il nostro Appennino o che circondavano alcuni templi. Nei Campi Flegrei erano molto note la Selva Ami e la Selva Gallinaria e le pareti del cratere di Averno erano rivestite di una fitta boscaglia che Agrippa fece distruggere.

    Nel Medio Evo si è avuta una forte diminuzione di popolazione, che ha abbandonato molte zone costiere e di fondovalle, le quali sono diventate sede dell’acquitrino e della malaria, e quindi dominio delle formazioni vegetali spontanee. La popolazione risaliva le pendici dei monti e si insediava su poggi o cocuzzoli attorno a castelli o a monasteri; la proprietà si accentrava nelle mani di pochi, l’agricoltura si spostava verso l’alto ed apriva larghi squarci nel dominio del bosco e del pascolo. Il dissodamento delle terre alte favoriva l’erosione accelerata e la degradazione del suolo: le alluvioni avevano gravi conseguenze nelle pianure e nei fondivalle e ne respingevano verso l’alto gli ultimi abitanti.

    La formazione della grande proprietà laica ed ecclesiastica faceva ampliare le aree pascolative e boschive, dati anche i limitati bisogni della popolazione e la scarsezza del commercio dei prodotti del bosco.

    Nell’età moderna l’aumento considerevole della popolazione e lo smembramento della grande proprietà in seguito all’abolizione dei diritti feudali, alla soppressione di molti ordini religiosi e alla confisca dei loro beni, determinano un’espansione delle colture a spese del bosco, del pascolo e della macchia. Hanno inizio nel contempo i lavori per la sistemazione idraulica di alcune valli e conche, per renderne più agevole il deflusso delle acque, e si effettuano le prime bonifiche lungo i Regi Lagni, nella fascia litoranea dei Campi Flegrei, nel Vallo di Diano e altrove, cui seguiranno in tempi molto più vicini a noi quelle sistematiche per la redenzione delle aree malariche e per il prosciugamento delle terre acquitrinose.

    La costruzione di importanti vie di comunicazione e della rete ferroviaria e lo sviluppo delle costruzioni edili e di altro genere fanno aumentare i bisogni del legname da lavoro e da costruzione, di traversine ferroviarie e di altri prodotti del bosco (carbone vegetale e legna da ardere, fascine per i forni da pane e per le fornaci da calce). Da un lato si ha l’espansione delle colture e del pascolo per soddisfare i bisogni alimentari della popolazione, che si moltiplica rapidamente e vede impoverire le terre coltivate, dall’altro si intensifica lo sfruttamento dei boschi, specie di quelli appartenenti a piccoli proprietari e ai comuni, sotto la spinta della richiesta del legname e dell’aumento dei prezzi. Solo eccezionalmente si procede alla formazione di nuovi boschi o alla protezione di quelli esistenti: quando ciò avviene, è soprattutto per creare riserve di caccia. Aumenta, invece, l’estensione dei boschi degradati e della boscaglia: vari toponimi (Faeto, Faito, Cerreto, Cerchito), tuttora in uso, si ricollegano all’esistenza di boschi di faggio, di cerro e di quercia, di cui restano poche tracce.

    I danni conseguenti al diboscamento e allo sfruttamento del bosco stavano diventando così intensi ed erano così evidenti che lo Stato è dovuto direttamente intervenire. Esso ha mirato da una parte alla valorizzazione delle terre pianeggianti e a fare leggi in favore dell’agricoltura montana, dall’altra alla protezione dei boschi, col dettare norme sul loro sfruttamento, all’esecuzione di opere di sistemazione idraulica, al rimboschimento di alcune falde montane prive di vegetazione arborea e alla trasformazione della boscaglia.

    La diminuita richiesta di carbone vegetale, per l’uso sempre più generale dei gas liquidi, il ridottissimo impiego dei prodotti della macchia nei forni da pane e nelle fornaci da calce, la conseguente diminuzione dei prezzi dei prodotti della macchia e di alcuni boschi cedui e l’aumento del prezzo della mano d’opera hanno una notevole importanza per la ricomposizione naturale del mantello boschivo e contribuiscono a rendere più agevole l’opera di rimboschimento e di sistemazione montana intrapresa dallo Stato. Questa è stata piuttosto intensa negli ultimi decenni ed ha interessato soprattutto le dune costiere, i rilievi vulcanici, parecchi monti calcarei e molte zone a lame.

    Essa si può dire iniziata verso la fine del secolo scorso con i primi lavori di rimboschimento del versante meridionale del Vesuvio (1881) e con la creazione della pineta di Mondragone ed è continuata più intensa negli anni tra le due guerre mondiali con il rimboschimento del Monte Nuovo e della zona litoranea delle piane del Garigliano, del Volturno e del Sele, soprattutto con pino domestico e marittimo.

    Risultati buoni si sono ottenuti sul Matese, con la formazione della cipresseta di Fontegreca, e sul Taburno con l’associazione dell’abete bianco e rosso al faggio, già esistente sulle nostre montagne. La scomparsa quasi totale dell’abete dall’Appennino Campano dipende in gran parte dall’opera distruttiva dell’Uomo, ma si può forse mettere anche in relazione con un cambiamento delle condizioni climatiche generali. In tal caso la ricomposizione artificiale dell’associazione faggio-abete sarebbe destinata a più duraturi successi solo entro limiti più ristretti rispetto al passato.

    I lavori si sono intensificati nel secondo dopoguerra, conseguendo notevoli successi, con la ulteriore diffusione del pino marittimo, domestico e nero nella zona litoranea dal Garigliano al Sele, sul Vesuvio, nella Penisola Sorrentina e nel Cilento, oltreché in altri distretti dell’interno, come, ad esempio, intorno al Piano di Laceno e sul Taburno. Alcune di queste zone boschive, integrate con filari di pioppi, di eucalipti e di canne, costituiscono un’efficace protezione per le colture delle zone retrodunali contro i venti marini. Il pioppo, inoltre, è diventato pianta di coltura e va conquistando terreno in alcune aree di pianura e sul fondovalle del Volturno e del Sele.

    L’opera dell’Amministrazione Forestale continua intensa in varie parti della regione, per consolidare ed imbrigliare il terreno e per lavori di rimboschimento; ma essa non è destinata ad esaurirsi in breve tempo, tenuto conto dell’eccessivo depauperamento del mantello boschivo delle nostre montagne e dell’abbandono delle terre alte.