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Le città della Calabria

    Le città

    Un ultimo problema nasce da quanto si è scritto dianzi intorno al valore delle minuscole unità locali della Calabria — e cioè questo : i capisaldi di queste elementari aree di gravitazione sono città: e in genere, figurano ed esistono in Calabria vere e proprie città ? Voglio dire « città » non in termini araldici o in termini di materiale capienza di uomini — due punti di vista che esulano per la loro vecchiezza dal problema indicato — ma nel significato più razionale e più progredito del termine, nel significato che chiunque ha mentalità storica accoglie attualmente. Da tale punto di vista è chiaro che per buona parte i capisaldi delle minori regioni della Calabria non sono da qualificare come città, sia pur di grado minimo.

    I capisaldi delle aree funzionali

    Ciò lo fa dire non l’elementare o uniforme e poco personale configurazione del loro abitato, che è il risultato di una storia a bassissima tensione e porta nella sua topografia e in special modo nella scarsità di edifizi di pregio le conseguenze di reiterate calamità sismiche (Nicastro fu ricostruita dopo i disastri del 1638, Gioia dopo quelli del 1783, Rossano dopo quelli del 1833). Ma lo fa dire il loro tono sociale. Meno qualcuno — ad esempio Praia a mare e la nuova Locri — il maggior numero di quei centri ha origine remota e rivela, come si è avuto agio di descrivere da pag. 266 a pag. 274, due parti che è facile ovunque identificare: la vecchia e la nuova. La prima, in positura più alta o un po’ isolata, con qualche chiesa di valore (se ne è indicato un buon numero a pp. fra 276 e 278) e qualche magione baronale (ricordo a Vibo i palazzotti delle famiglie Cordopatri e Capialbi, a Tropea quello della famiglia To-raldo: ciascuno ospite di una raccolta privata degna di nota). Ma ai nostri giorni è una zona di tono sociale per lo più poveramente scialbo: le viuzze sinuose e in pendenza e oscure e mute per molte ore al giorno, e le casupole ove dimora in genere una classe di contadini o artigiani rurali, misere e ammassate in pendio intorno a quei resti di feudalità, fra il sudiciume di frequenti stalle. Qualche volta poi domina questa zona originale la rovina di un fortilizio o di un maschio — che rimonta nella sua forma ultima a età aragonese — con bastionate e porte : così ad esempio a Castro-villari, a Scalea, a Nicastro, a Vibo.

    La seconda zona invece, creatasi nel maggior numero di casi dal 1880 in qua, ha ubicazione più piana, e si dispone in direzione del mare o su di un aperto balcone naturale, con uniforme topografia: una strada regionale forma in genere l’asse di tale topografia, che ai suoi lati è impiantata su di una maglia di stradine regolari. Gli edifizi — case di abitazione, simili fra di loro, a un piano o due, o edifizi per la vita di comunità con qualche rusticana ambizione di sfoggio — sono di costruzione discretamente buona : per quanto la pietra locale (cioè i materiali cristallini nel maggior numero di centri, o i conglomerati a Locri, o i calcari a Castrovillari, Praia e Scalea) sia di adozione comune nei muri maestri, pure l’uso di cementi e di laterizi vi è normale, e i loro aspetti dimostrano una disciplina costruttiva e i segni di una popolazione che vive di una sicura operosità. In questa zona si raccolgono i migliori negozi e i principali uffici del distretto (tribunale, due o tre banche, agenzie di vari servizi provinciali, studi professionali ecc.), vien tenuto il mercato periodico degli utensili domestici e di abbigliamento e vi si adunano le aziende dei commercianti locali (ad es. di vini a Castrovillari, a Nicastro e a Tropea, di oli a Castrovillari e a Rossano, a Vibo e a Gioia, di legno in tronchi o in tavole a San Bruno, di fichi a Paola, di agrumi a Gioia e a Locri): qui sono i numerosi locali di ritrovo e i rari — e abitualmente scadenti — servizi per l’ospitalità (a tale riguardo però le condizioni di Castrovillari, di Praia, di Nicastro e di Gioia sono da qualche anno decisamente migliori) e qui sovente le scuole di grado più elevato del distretto e il maggior numero di opifici artigianali. E a un estremo della zona è posta per lo più la stazione ferroviaria, e lì intorno o poco lungi è ubicato — quando esiste — qualche stabilimento industriale: ad esempio i lanifici a Praia e gli olifici a Gioia. In fine i viali di questa zona, e specialmente la via regionale che ne è il nerbo, sono la scena delle manifestazioni collettive nei giorni di festa.

    Ma la vita di questi minori capisaldi non ha niente a vedere con quella di una « città »: è un provincialissimo genere di vita opaco, la cui forza irradia su brevi orizzonti, la cui animazione si rivela solamente nei giorni di fiera, quando -— con maggior carica di quel che è usualmente — la società rurale vi forma il motivo principale, e con una umanità piena di costumi vecchissimi vi si riversa dai comuni vicini: al minimo una decina ma in media molto di più, fino a una trentina (ricordo i mercati di Castravi]lari, di Nicastro, di Vibo). È da ammirare a volte lo sforzo di tali centri per darsi una configurazione che li distingua meglio da quelli vicini: ma l’aspetto discretamente decoroso delle parti nuove, o l’abbellimento urbanistico del loro punto di ingresso o di uno meglio appariscente — il giardino o « villetta » comunale, coi simulacri di qualche illustre persona locale e con il chiosco per i concerti della banda municipale — non giovano, non riescono a fare « città ». E neanche è in grado di fare « città » la aspirazione di avere o stimolare, con l’istituzione di una amplissima raccolta di scritti regionali — come a Palmi — o con qualche museo privato — come i dianzi ricordati a Tropea e Vibo — un minuscolo focolaio di cultura: chè nel caso migliore la coltura si limita e riversa qui alle patrie memorie, e quindi alimenta specialmente — o unicamente — l’erudizione locale: e in questa finora si è esaurita. (E significativo che i nuclei aderenti alla associazione italiana per la libertà della cultura, sian sorti nel Bruzio, per stimolo delle giovani energie locali, specialmente in villaggi rurali: di cui un buon numero intorno a Villa. E che l’associazione italiana per l’educazione demografica sia giunta, in questa paurosamente prolifera regione, a impiantare un focolaio di istruzione solo a Vibo).

    Nicastro e le estreme pendici (qui olivetate ma più in alto rivestite da castagni) del monte Reventino.

    Nè servono a rialzare il tono sociale di quei capisaldi locali, gli episcopati e i congiunti seminari : ambienti per lo più meschini e decisamente conservatori — come ha documentato negli ultimi anni Elena Cassin — e che figurano di rado nei centri a cui ora mi riferisco (uno, che fu dei più famosi della regione, è a Rossano e di remota istituzione, ma ora poco efficienti sono quelli di Nicastro e di Tropea — e un ultimo infine, di trasferimento recentissimo, è a Locri) in quanto la Calabria manifesta nei modi più estremi quel tipico fenomeno del meridione per cui gli episcopati sono rimasti in gran numero — in questa regione per più di metà — radicati in località che erano discretamente notevoli alquanti secoli fa, ma oggi appaiono moltissimo indebolite e scadute: ad esempio Lungro, San Marco, Cariati, Santa Severina, Squillace, Mileto, Oppido, Bova.

    Invero, il fatto di aver avuto forza di « città » in qualche epoca decorsa — come ad esempio la Monte Leone (ora Vibo) degli anni napoleonici — non è ragione o motivo perchè il valore di « città » sia vivo e operante ai nostri giorni : oggi nei capisaldi di molte di quelle aree fra cui la tela sociale ed economica della regione si articola, o meglio si smembra, la « campagna » penetra da ogni lato, è fortemente riconoscibile e dà il suo tono e imprime i suoi spiriti. Secondo i due censimenti del dopoguerra la popolazione di quei centri è formata in media per un quarto almeno (qualche volta per un terzo) da coltivatori, braccianti o imprenditori di affitti rurali o medi proprietari rurali: ma i primi — che in genere dimorano scarsamente, come si è già rilevato, ne l’area nuova degli abitati — risultano meno numerosi (cioè intorno a 1/70 1/8 della popolazione operosa) nei centri con un po’ di industria come Gioia e Praia, o che operano da nodi di traffico, come Paola e Nicastro, o che svolgono per matura tradizione qualche riguardevole funzione giudiziaria locale — tenaci resti di fortune declinate — come Vibo, Rossano e Castrovillari, o in quelli di origini più giovani come Locri. Vi è poi un buon numero di addetti a minuscole aziende artigiane — e sono fra un terzo e un quarto della popolazione — che lavorano in funzione della classe rurale. Ma la mano operaia si può elevare qualche volta a 2/5 della popolazione — come a Praia — ove una industria di alquanto risalto (almeno per le condizioni della regione) richiama un elevato quantitativo di persone. Intorno a un quarto è in media pure il totale degli addetti ai traffici e dei negozianti : ma il loro numero si rialza nei principali scali o nodi di ferrovie e strade: a Paola è intorno a 42% della popolazione operosa, a Locri supera il 30%, a Gioia sfiora il 27% e non dista molto da questa misura a Castro villari, a Nicastro e a Vibo. Però un buon numero di costoro esercita i propri negozi e traffici con la popolazione del distretto vicino e vive in così solidale relazione con l’ambiente rurale della zona — penso a molti dirigenti di aziende commerciali di esportazione degli oli e degli agrumi a Gioia, Locri, Soverato, Rossano ecc. — da risentire di colpo qualunque fortuna o intralcio o instabilità che manifestino le condizioni agricole dei comuni vicini e subalterni. E quindi la « campagna » pare influisca — per lo meno in termini di risultato finanziario — sui loro esercizi, più che venire da quelli imbrigliata e guidata. In ogni caso l’influenza dei commercianti si esplica meglio nella divulgazione di generi di importazione: ma anche qui si limita a orientare qualitativamente, e riguarda i generi che sono di moda (ad es. abbigliamenti di tipo un po’ aggiornato) o di cui è stato agevole sperimentare la elementare utilità (ad es. i gas liquidi, il cui uso irradiandosi da quei centri è oggi divenuto rilevante). L’ambiente rurale perciò piove robustamente nella società dei centri da cui sono coordinate le aree funzionali minori: e di conseguenza il gruppo umano che di per sè non fa « campagna » (cioè quelli che esercitano una professione libera, i rari dirigenti di aziende industriali, i bancari, i giudici, gli insegnanti e i nuclei di mano d’opera veramente industriale) in genere si limita in questi luoghi a qualcosa fra un decimo e un sesto della popolazione. E negli ultimi anni ha sfiorato o superato il quarto solo in due centri giovani — e quindi in fase dinamica — come Locri e Praia, e in uno che è fortemente ringiovanito, cioè Gioia, e in uno ove non paiono spente le ambizioni a distinguersi, come Vibo. Ma questa, già di per sè impastoiata e fiacca élite (di cui la recentissima inchiesta del Nouat dà un magistrale profilo) è molto scarna per avere un rilievo, un vigore, una individualità nella società locale: e quindi non può che rimanere — per ora — più o meno fusa o presa nel giro della ruralità che predomina.

    Corigliano dominata dal castello baronale, costruito negli ultimi anni del secolo XV dai principi Sanseveri no.

    Ci sono in Calabria vere città?

    Per quanto — come ho già chiarito — la quantità della popolazione non sia un elemento di discriminazione per stabilire se un centro è o no « città », va però rilevato che alquanto diverso è il peso della popolazione tra i centri intorno a cui mi sono ora indugiato, e quelli — cioè i principali della Calabria — che non ho fino a qui esaminato. La popolazione dei primi, nel maggior numero dei casi va da 7 a 15.000 anime (dati del 1951: Paola 9.200, Castrovillari 12.000, Corigliano 15.000 e Rossano 11.800, Vibo 12.000, San Bruno 7.700, Gioia 11.500 e Palmi 15.200) e solo in alcuni casi — e precisamente quelli ove il distretto confluente è meno grande (come a Tropea: 5.700, a Scalea: 3.000, a Praia: neanche 2.000) o la costituzione del caposaldo è meno vecchia (Locri: 6.000) — rimane al di sotto di questi valori, e solo in un caso, cioè a Nicastro si eleva a 20.000. (I dati del censimento 1961 per la popolazione annucleata non sono stati editi fino a ora: ma una inchiesta locale mi informa che la situazione odierna, pur registrando di regola degli aumenti di qualche centinaio di unità nei centri litorali, non è molto diversa da quella del 1951, meno che a Praia la cui popolazione sfiora le 3.000 anime). Nei centri principali invece, la popolazione supera ovunque i 30.000 ab.: Crotone ha raggiunto verso il ’55 tale gradino e secondo la rilevazione del 1961 è a 38.000 ab., Catanzaro sfiorava già col censimento del 1951 i 40.000 ab. e va conseguendo ora i 50.000, Cosenza era al di sopra di 45.000 ab. nel 1951 e ora supera i 62.000. Reggio poi aveva già valicato nel 1951 la misura di 80.000 ab. e oggi ha una popolazione intorno a 88.000. La più elementare impressione che si trae da questi dati è che in Calabria i focolari umani di qualche rilievo, cioè i centri che formano un notevole mercato consumatore e ospitano un certo numero di industrie per l’elaborazione dei generi agricoli locali — e quindi stimolano la vitalità delle aree adiacenti — sono radi e scarsi: la qual deficienza (come già aveva lucidamente interpretato anni fa lo scandinavo Ahlmann) è un motivo di fondo della debilitazione economica bruzia.

    Altopiano della Sila: un’oasi di pace fra i boschi del lago Arvo.

    Panoramica della parte urbanisticamente migliore di Rossano.

    Ma poi i principali focolari umani della regione sono veramente « città » ? Rispondere non è facile e le mie idee è probabile che sian interpretate in modo discorde: perciò è consigliabile esaminare quei centri a uno a uno. Di quei centri, tre — e cioè i tre che si trovano a nord della strettoia istmica — serbano parzialmente, e però in forma fedele, il loro impianto medioevale, perchè i sismi anche rovinosi da cui furono reiteratamente colpiti negli ultimi secoli (Cosenza nel 1638 e poi nel 1835, nel 1854, nel 1870, e Catanzaro nel 1626 e nel 1638, nel 1783 e nel 1832 e Crotone pure nel 1832) non li abbatterono integralmente, come fu per Reggio nel 1783 e nel 1908. Perciò la configurazione di Reggio, che in ogni sua parte è nuova, regolare, uniforme — non dirò razionale — e per chi guarda le cose con gusto, decisamente banale, si contrappone a quella ben più animata, espressiva e frequente di scorci tipici e piena di motivi personali — a parte gli sfondi dei rilievi o dei dirupi contermini — che mostrano i tre centri del nord. Ma non è ciò che distingue la realtà molto personale, e quindi diversa, di quei centri nel quadro della vita regionale. Nella sua grande illustrazione della penisola bruzia, il Lenormant aveva indicato in Reggio ellenica (si noti che verso il 1880 la egualmente sopravvissuta Crotone era un mediocre nucleo umano, asserragliato nel cuore di una regione martoriata dal plasmodio) in Cosenza bruzia e in Catanzaro bizantina, tre simboli — più che ruoli — o meglio indicazioni suggestive — più che punti di irradiamento di culture diverse — della storia della Calabria : Reggio, nel punto più frequentato delle sue coste, come termine di un valore altissimo conquistato negli spazi mediterranei dalla Calabria per merito dei greci. Cosenza, chiusa fra il baluardo di monti impervi, come polo di una civiltà locale che iniziatasi coi favori del dispotismo romano dominò per molti secoli la regione, continuando fortemente a ispirare la sua vita fino a quando l’autore scriveva (e anche dopo). Catanzaro come segno di una reazione (vana però) al ristretto ambiente bruzio e di uno sperato reinserimento della regione in orizzonti più vasti — e da qui la sua positura intermedia fra monti e litorale, a balcone su le strettoie dirupate di una estrema costola della Sila. Ignoro se il Lenormant aveva nozione di uno scritto del Cattaneo, sul valore della città come ideale motivo unificatore della storia nazionale italica, edito poco più di venti anni prima. Ma in ogni modo convincente è la sua tesi che in Calabria non solo i focolari di vita coloniale greca, come Rhegion, Locroi, Kroton e Sybaris, ma pure il centro della federazione bruzia e quelli animatisi in età bizantina — come Catanzaro, Santa Severina e Rossano, Nicastro e Squillace, Stilo e Gerace — erano decisamente « città ». E pure significativo è che l’illustre erudito non noveri neanche una città simboleggiante una fase un po’ meno lontana della storia regionale: è come dichiarare che la rinascita iniziata con la conquista del Guiscardo fu una brevissima primavera, svanita dopo pochi lustri, che non lasciò nessun focolaio per via (rimando a ciò che si è scritto a pag. 251) e che i seguenti cinque secoli di dominazione angioina e ispanica non solo non aggiunsero niente — in quanto a centri coordinatori o animatori — a quel che già vi era, ma con la sovranità frequentemente oppressiva di una corte extraregionale e lontana, e i governi iugulatori di famiglie baronali non rampollate dai centri economici della regione — e quindi avulse dai loro ambienti umani — con l’inselvatichimento delle popolazioni e le fiere rivolte contadine, furono per la vita della Calabria età di divisione e separazione in numerose aree via via più frazionate. Il punto di gravitazione di tali aree fu ovunque una città carica di uno o due migliaia di anni di vita, uscita con minore diminuzione o spoglia-mento di vitalità dal naufragio della vita regionale, e mai — si noti — una città di nuova formazione. Nè fra qualcuna di quelle città di remota radicazione la Calabria potè mai formare o esprimere in quei secoli un centro unificatore, poiché mancò a ciascuna delle sue città un periodo di dimora regale o di insediamento di parlamenti o di grande rilievo economico : cioè quei fenomeni che — ove rimase sconosciuta la fioritura medioevale dei comuni — crearono in Italia la città autorevole. Invero lo statismo dei re borbonici, assegnando nel 1816 a ciascuno dei centri principali della regione un egual compito amministrativo : quello di dirigere una « intendenza » — cioè a dire una unità provinciale — e a ciascuno poi una particolare funzione regionale — a Catanzaro i supremi tribunali civili e a Cosenza il più rinomato istituto di cultura (cioè la risorta e nota Accademia) e a Reggio il più notevole quartieramento militare — rese più forte la ripartizione e la sezionatura della regione. La Calabria perciò non ha, diversamente da qualunque regione d’Italia anche del meridione, un centro coordinatore: ma neanche si può dire che riveli nei suoi principali centri una vitalità di quella tradizione che il Lenormant, sia pure in forma di simbolo, voleva cogliere. La personalità dei principali centri della Calabria non è riconoscibile di sicuro ai nostri giorni in un loro conservato grecismo o bruzismo: l’alluvione delle dominazioni franco-iberiche ha uniformato nel lungo e lento fluire di cinque secoli ogni disparità e singolarità.

    Crotone (per questa come per le seguenti piante urbane ha servito di base la carta a scala a 10.000 edita nel 1959 della Cassa del Mezzogiorno).




    Crotone

    Vediamo quindi se quella realtà non si enuclei meglio da un esame della costituzione sociale: se cioè ciascuno dei principali centri regionali — i centri e non i loro comuni in toto — mostri un segno personale di particolari strutture. A tale esame Crotone si distingue bene da ogni altro centro e rimane a sè: il suo nucleo di maggior vitalità — pari a qualcosa meno di metà della popolazione operosa — è quello operaio, che per 1/3 è addetto a industrie di notevole portata. Diversamente gli altri centri sono dominati da una borghesia formata da impiegati di gradi molto diversi, da commercianti, negozianti, bancari e dirigenti di aziende rurali, da persone che esercitano una professione o un’arte liberale: e il complesso di tale classe equivale in media a qualcosa fra 42 e 44% della popolazione che lavora. Ma il gruppo degli impiegati è, in tale borghesia, il più forte (intorno a un quarto del totale, come si è già visto a pag. 418) e sormonta quello dei commercianti, che solo a Reggio e a Cosenza supera il 20%. Unico punto di qualche disparità, però meno significativo, fra i tre centri ora nominati si coglie nelle occupazioni operaie — che si riferiscono per lo più a industrie di minima o mediocre taglia — e specialmente artigianali, che a Reggio appaiono svolte fino a oggi da un po’ meno di un terzo della popolazione e nei due centri presilani da un po’ più di un terzo, e nelle occupazioni legate coi traffici e le comunicazioni, a cui Reggio — come nodo ferroviario e di battelli per la Sicilia — destina una maggior quantità di popolazione (18%) dei due centri più a nord (10%). Però in questi due permane un discreto numero di coltivatori agricoli e braccianti in modo particolare (12% perlomeno) chea Reggio, dopo la distruzione del 1908, sono defluiti nei villaggi intorno (attualmente nel suo abitato i braccianti rurali si stimano a 7-8%). Su tale piano la diversità di condizioni di Crotone risulta chiara : la deficienza di compiti giurisdizionali di grado elevato vi contrae la classe che forma la borghesia a neanche un terzo della popolazione che lavora, ma — per merito del porto — in quella classe i commercianti sono qui più numerosi (per lo meno il 15%) degli impiegati. E anche gli addetti ai traffici sono un buon manipolo (il 10% del totale). Però a Crotone è più forte il numero dei coltivatori agricoli: qualcosa fra 15 e 18%. E se entriamo a Crotone, se cerchiamo di cogliere, di capire o di misurare i suoi valori umani, è facile aver l’impressione che la sua vita — per quanto progredita in modi vistosi dal 1925 in qua — ha raggiunto per ora sì e no quel grado civile, quei limiti minimi di articolazione e di qualificazione delle classi dirigenti e di vigore espansivo che formano ai nostri giorni la base di una città.

    Crotone si adagia al margine settentrionale della placca pliocenica lievemente rilevata (fino a 220 m.) e di linee alquanto spianate a sud, ove è formata da conglomerati, e più ondulate a nord, ove è scolpita in marne, che avanza in mare fra il Neto e il Tacina con singolare salienza, e culmina in quel capo Nao ove restano, in un’austera solitudine, gli unici avanzi — parte dello stilobate e una colonna — del famoso Heraion : tempio nazionale dei greci emigrati lungo le rive ioniche della penisola italica. L’odierno abitato di Crotone è dominato da una altura isolata, ultima diramazione dei ripiani finitimi, che si eleva sul mare solo di 42 m. e disegna nel profilo della costa un debole risalto. Qui l’abitato ellenico ebbe la sua acropoli: e qui rimane, in genere con umili case, la parte medioevale dell’odierno abitato coronata da un poderoso castello, le cui mura piombano a oriente e a nord verso i due porti. Il fortilizio è opera di Pietro da Toledo che nel 1541 — sul disegno più o meno d’una vecchissima cortina già sistemata da Federico II — chiuse la popolazione a difesa dai turchi in una formidabile cinta bastionata, distruggendo ovunque — per trarne la gran quantità di materiale che l’erezione di tale impresa richiedeva — i ruderi del remoto splendore crotoniate, che fino a quei tempi si erano conservati numerosi. L’altura dell’acropoli ha i fianchi per natura ripidi verso il mare, ma declina più lievemente a ovest : perciò ad oriente vi è posto unicamente per la zona del porto e l’abitato si è via via ampliato in direzione di ovest. Già interiormente ai muraglioni della cinta ispanica, il duomo e un buon numero di palazzetti delle famiglie più facoltose si adunano ai margini occidentali: e da questo lato, eliminate da vari lustri o ricoperte da case le muraglie rinascimentali, e colmate le depressioni e cavità difensive che le fronteggiavano, aprendo sui loro spazi dei viali, dirama oggi un ventaglio di drittissime strade (che si contrappone per sagoma e misura al dedalo dell’abitato medioevale) lungo cui è impostata la parte moderna di Crotone. Questa si dilata a ponente in direzione del fiume Esaro con edifici a catena, prima discreti e infine un po’ rudimentali, e giunge con un viale alberato al di là del fiume, fino agli scali della ferrovia e ai complessi industriali. Lungo questo viale, con qualche puntata verso il mare a nord, si è avuto il primo e poco disciplinato ingrandimento moderno di Crotone, fra il 1870 — quando iniziò a funzionare la ferrovia — e il 1920: un periodo che vide rianimare in Crotone quel mercato delle produzioni silane (i bestiami, i formaggi e in modo particolare i tronchi e le tavole d’albero e il carbone di legna) e delle produzioni del Marchesato (i cuoi, le lane e specialmente i cereali) che diversi secoli prima e fino ai termini della infeudazione della famiglia Ruffo (1444) aveva generato una classe non trascurabile di trafficanti e sostenuto la vitalità locale, ma poi era declinato per le dilanianti rivalità del baronaggio e l’insidia del plasmodio, sovrano negli ultimi tre secoli della piana tra il Neto e l’Esaro.

    Vedi Anche:  Rilievi, colline e montagne

    Una via artigiana della vecchia Crotone.

    E perciò in questa parte ove iniziò il moderno risveglio di Crotone sono numerosi i locali di deposito o gli opifici — in genere di minuscola taglia: pastifici e molini, lavorazione del legno ecc. — legati con le produzioni di quel tradizionale hinterland. Ma fino al 1920 il porto rimase nel lato opposto a quello da cui l’abitato si veniva sviluppando : e cioè in un breve spazio ove gli aragonesi avevano ripristinato (usando per la scogliera molto materiale dei ruderi del tempio a Hera) uno scalo costruito da Federico II e ove Carlo di Borbone verso il 1740, perfezionando e traendo avanti un lungo molo — banchinato poi verso l’interno — ricavò un buon porto, riparato dai moti del mare e dai venti, e sui cui margini erano divenute via via più frequenti e poi tipiche le dimore dei pescatori. Una prova del risveglio di Crotone dopo l’apertura della ferrovia ionica, si ha pure negli aumenti della sua popolazione che sale da neanche 5.000 ab. nel 1861, a 6.400 nel 1881, a 7.900 nel 1901, a 8.600 nel 1921. Ma lo slancio demo- e topografico più riguardevole si ha dopo il 1925, cioè dopo la istituzione, col favore della energia silana, della grande industria e la conseguente evoluzione del traffico del porto: nel 1936 la popolazione era già balzata a più di 16.000 ab. e nell’ultimo dopoguerra si è duplicata. E del pari duplicato si mostra — come area — l’abitato: a nord della foce del fiume Esaro, e non lungi dal nodo ferroviario, è nata lungo il mare la zona dei grandi stabilimenti per l’estrazione dello zinco e del piombo e per la produzione dei fertilizzanti, e lungo la strada fra le industrie e il centro si sono venuti costituendo dei gruppi di caseggiati per i dirigenti e la mano operaia di quelle imprese. Ma la più vasta zona residenziale si è formata con maglia viabile spaziata e regolare a sud ovest del vecchio abitato medioevale, in positura alquanto aperta (e solo un km. più in là accidentata da un ciglio calancoso) da cui, in direzione diversa da quella tenuta agli inizi del secolo, si è avanzata a poco a poco fino al mare. E in questa zona, formata per lo più da edifizi alquanto elevati e non volgari, ora sono anche stabilite le istituzioni esplicanti compiti direzionali o servizi di maggior valore per la comunità (banche, scuole afferenti a una qualificazione, moderno ospedale, telecomunicazioni e stazioni di linee automobilistiche per i paesi del Marchesato).

    Crotone: il quartiere di baracche del Carmine nella parte sud occidentale della città. Vi dimorano braccianti di recente immigrazione. E in via di demolizione per fare posto a casamenti residenziali alquanto vistosi, da 5 a 7 piani.

    Conseguenza dell’industria è pure l’apparecchiatura del nuovo porto, che ha un’area di 20 ha. e costeggia fra nord e levante l’altura dell’acropoli. La sua ubicazione ha favorito, come era naturale prevedere, la dilatazione del quartiere marinaro — che ora si inarca con più file di case fra i due bacini — e il legame ferroviario che salda ora la zona con la stazione ferroviaria, ha servito a portar qui un buon numero di depositi di materiale, di agenzie di spedizioni ecc. Così il vecchio abitato è stato gradualmente circondato ad ogni lato da formazioni nuove e l’odierna Crotone rivela già una discreta articolazione in aree funzionali. Però nè il descritto ingrandimento areale, nè i forti aumenti di popolazione riescono per ora a fare di Crotone una « città » in modo pieno: la sua rinascita — lo si vede bene — è originale e sicura in quanto si fonda su di una rigogliosa industria ed è stata questa, con modernità di stile, a promuovere i processi di urbanesimo. Ma l’industria solo per le fonti di energia ha le sue basi nella regione. Per il resto — cioè per i materiali di lavorazione e per buona parte dei mercati a cui la produzione sua è destinata — la riguarda poco, o meglio le è avulsa. Si potrebbe aver anzi l’impressione che nella vita crotoniate l’industria nata dopo il 1925 ha deprezzato alcune relazioni con le regioni — cioè i latifondi del Marchesato e i boschi della Sila — di cui essa formava la principale via di sfogo economico: e di conseguenza, a misura che la sfera di azione delle nuove industrie si è rivolta a maggior distanza dal Bruzio, la base regionale a cui appoggiarsi — cioè la zona ove esprimere la sua vitalità o da vivificare con la sua autorità — ha perduto un po’ di valore per Crotone. Una congiuntura favorevole a ristabilire quei rapporti con l’integralità originale, e potenziarli anzi in modo significativo sì da aver in loro una leva per il suo urbanesimo, fu dopo il 1950 la riforma rurale in quello che era stato fino al 1925 Vhinterland crotoniate. Ma la impostazione della riforma in chiave di minuscole imprese famigliari, ha inibito la creazione in questa zona di un’agricoltura orientata ai mercati, aperta a impulsi di ispirazione industriale. Perciò la nuova società crotoniate venuta su intorno alle industrie ha manifestato deboli stimoli a spandere la sua operosità nell’ambiente rurale dell’agro riformato: ove in ogni caso gli stabilimenti richiamano mano d’opera e così la disputano alla agricoltura (i « pendolari » verso questi opifici giungono ora fino da Corigliano). E neanche la nuova sistemazione economica del Marchesato vi si riflette in misura saliente: meno che per i depositi di materiale edile, per gli empori di generi di abbigliamento e di arredo, per le officine di macchine agricole. Non voglio negare la probabilità che il fenomeno si maturi di qui a un certo numero di anni: ma per ora Crotone non è la città dei coltivatori « nuovi » della riforma, a cui è mancata fino a qui una idea congrua di mercato e quindi di fenomeno urbano. Crotone perciò rimane congiunta con il suo ambiente più naturale solo per legami vecchissimi e in realtà elementari : cioè quelli del mercato locale (in base a cui fu costruita la carta a pag. 471). Ma nelle sue manifestazioni più progredite — per quanto sia il centro del Mezzogiorno che dopo Pescara ha avuto il più rilevante aumento di popolazione fra il 1901 e il 1961: un aumento come da 1 a 4,8 — vive come una creatura un po’ isolata e priva di vibrazioni intorno: e in questo è da vedere il motivo per cui finora la sua vita non ha preso la distinzione e l’animazione vera della città.

    Il lungomare Gramsci a Crotone: nuove, ordinate e sane costruzioni prendono il posto di baracche luride e decrepite.

    Catanzaro

    Nella storia di Catanzaro e di Cosenza vi è stato, dopo l’unificazione nazionale — a Catanzaro dal 1870 e a Cosenza dal 1890 — uno stimolo inizialmente debole e solo dai primi anni del nostro secolo più spigliato e coordinato, per uscire dal guscio di un abitato medioevale e portar in positura migliore, più agevole ai traffici o solo diversa e nuova — a volte, come a Catanzaro, mediante sforzi enormi per la conquista dello spazio — le funzioni socialmente più notevoli o le zone residenziali delle classi più abbienti. Questa fase di dilatazione si iniziò prima a Catanzaro, per la ragione che dopo l’unità il parlamento nazionale le aveva riconosciuto e conservato particolari, elevate funzioni giudiziarie già conferite dalla corte borbonica e gli istituti parauniversitari per farmacisti e notari creati dai napoleonidi nel 1812, e aveva aggiunto (nel 1862) i principali comandi in Calabria della forza militare — e servizi di ospedalità e di giustizia connessi —: funzioni da cui (a parte un aumento vivace di popolazione: da 13.000 ab. nel 1816 a più di 17.000 nel 1861 e a quasi 21.000 nel 1881) era nata la giustificabile presunzione di una maggior autorità ufficiale (questa però mai riconosciuta apertamente) di Catanzaro nella vita della regione. E tale presunzione, o meglio tale condizione, provocò il primo risveglio del vecchio abitato.

    Il nucleo originale di Catanzaro si arrocca a una decina di km. dal mare ionico xaxà ayxo? : « sopra la gola di monte » (come è la probabile origine del suo nome, secondo l’Alessio) cioè sul culmine di uno sperone ventoso dai fianchi dirupati, che si profila a balcone, a una elevazione media di 330-350 m. sul mare, e che è stato intagliato ad opera di strettissime e fonde valli di erosione (corse da esigue fiumare: il Musòfalo a oriente e la Fiumarella a ovest) nella zona dei sedimenti marnosi e dei conglomerati, che forma il lato orientale della regione istmide. I fianchi del rilievo verso i due fiumi sono, per il loro dirupo, pressoché impraticabili: ma quello meridionale ha un po’ minore inclinazione e scende sagomato da accenni di terrazzi naturali (i resti di un gradino sono chiari intorno a 240 m.) rivestiti da orti e giardini, verso la località la Sala, ove i due fiumi su nominati creano un brevissimo triangolo di confluenza a meno di 150 m. di altitudine. E quindi è sul fronte meridionale dello sperone che, dagli anni intorno al 1840, si inerpica a grandi risvolte per vari km. la via carrozzabile che sale dal mare a Catanzaro per la dritta vailetta del Fiumarella, coperta sul fondo da oliveti. A nord poi lo sperone si lega mediante un esile istmo (ove è aperta la piazza chiamata localmente « fuori le porte ») con i dorsi della estrema diramazione silana : ma per la asperità del rilievo, le aree spianate — pertinenti al medesimo terrazzo pliocenico ove i bizantini costruirono il primo castrum di Catanzaro — sono qui più frantumate e di minore ampiezza.

    Catanzaro: è indicata a sud ovest la nuova grande carrozzabile « dei due mari ».




    Sul balcone, in verità un po’ ondulato, di originale insediamento, che misura da parte a parte non più di 500 m. (e in genere meno) ed è lungo un km., solo le zone periferiche — cioè quelle intorno alle chiese del Monte, del Carmine e di Montecorvino — mostrano la vecchia configurazione medioevale (che neanche le rovine sismiche del 1638 e del 1783 sono giunte a eliminare) a stradine frequentissime, brevi e segmentate se in pendio, sinuose se correnti a uniforme altitudine. Ma questo impianto è stato alquanto alterato dopo il 1870 nella parte mediana dello sperone, con l’apertura del lungo corso Mazzini che è stato, da quegli anni a oggi, la principale via di Catanzaro e rimane la più animata e signorile. La via è bordata da edifici in buona parte elevati fra il 1870 e il 1890: si intercala a diverse non grandi piazze e nella sezione ove è più pianeggiante (cioè fra piazza Cavour e piazza Garibaldi) coordina fortemente il cuore della città con gli uffici di maggior uso e i migliori negozi. Invece ove la spianata naturale declina un poco verso i margini meridionali, il tono edilizio si fa più umile: ma al di fuori del corso Mazzini, l’area di vecchio impianto non ha vie degne di nota — se non qualcuna di profilo isoipsico — e solo minuscole piazze: queste e quelle con vari spunti suggestivi. Sui lati delle piazze si schierano le chiese principali, con portali rinascimentali molto fioriti, e le case di quelle che erano le principali famiglie locali fra i tempi aragonesi e la fatale peste del 1668, che spopolò gravemente Catanzaro: cioè del periodo che vide più rigogliosamente fiorire l’arte della seta nei suoi vari aspetti di trattura, filatura, lavorazione al telaio e coloritura, con produzione di broccati e damaschi dagli ariosi disegni, e in modo particolare di velluti. E lungo le viuzze si stringono le abitazioni della popolazione povera e botteghine con le merci in mostra fin sulla strada — frutti, terraglie, arnesi da lavoro — e oscuri opifici di artigiani. In alcune aree periferiche dai nomi umilmente significativi — a sud la Grecia, che forma forse il nucleo originale bizantino e conservava fin a un centinaio di anni fa, nella sua parlata, resti idiomatici bizantini, e a levante il Carmine e il Paesello, e a ponente la Zingarella, la Maddalena, la Filanda, il Pianicello — si adunano le dimore dei coltivatori rurali, per lo più braccianti: in certi angoli anzi si ha l’impressione di una piena vita di villaggio, col vociare sonoro e colorito delle comari e degli uomini che vendono uova e ortaglie e utensili domestici.

    Ma le novazioni urbanistiche operate dopo il 1870 e in special modo la costruzione di un giro di strade lungo i bordi del vecchio abitato — perchè dianzi le ultime vie e le case estreme finivano sui dirupi — e la apertura, ai margini del quartiere sud orientale, di un rinomato belvedere verso il mare ionico e di un fine giardino che guarda la Sila, misero in condizione Catanzaro di fruir meglio della sua parata di viste panoramiche che fa più marcati i contrasti tra grandi lineature verticali e orizzontali, fra nereggianti masse di rilievi, fortemente unite, e mutevoli luminosità di mare: quindi di uscire dal chiuso ambito di un urbanismo medioevale. A tal evoluzione però il limitato spazio che aveva contenuto Catanzaro fino ai giorni dell*unificazione nazionale, si rilevò inadeguato, onde l’abitato a poco a poco fu spinto a trasferir le sue parti nuove fuori della cerchia originale: ma questa dilatazione, che per diverse manifestazioni di natura commerciale era già iniziata verso il 1885 e si era orientata lungo le pendici dello sperone rivolte a sud, di lì a poco smorzò il suo ritmo e rimase sterile per vari lustri, in conseguenza della depressione economica da cui fu colpita la Calabria dopo il ’90 (e che lasciò la popolazione di Catanzaro, fino verso gli inizi del secolo, a 22.200 anime). Così a metà del pendio — cioè sul terrazzo intorno a 240 m. sul mare, che già si è segnalato — si formò il nucleo di Fondachello, con stallaggi e opifici (manipolazione serica, estrazione di acidi concianti dal legno di castagno, oleifici e saponifici) e più giù, a Sala, cioè sul triangolo di alluvione ove si uniscono il Musòfalo e il Fiumarella, furono stabilite le stazioni ferroviarie della linea per la Marina (1883), congiunta poi nel 1895 a Sant’Eufemia, e— alquanto dopo — della ferrovietta a scartamento minore per Cosenza (1927): ma questa germinazione ferroviaria non ha esercitato fino verso il 1950 una decisa forza di coagulazione. E solo negli ultimi anni vi è fiorito intorno un nucleo — per ora in verità non grosso — di industrie (laterizi e cementi, molini da grano e pastifici, rigenerazione di pneumatici ecc.), di locali di deposito, di basi o servizi per camions.

    Catanzaro: una veduta dello sperone meridionale, fra Musòfalo e Fiumarella ove l’abitato torna a riaffacciarsi ora (dopo una prima minuscola dilatazione verso la fine del secolo scorso) con quartieri residenziali.

    Una panoramica di Catanzaro: a destra la città vecchia e a sinistra la nuova. Il ponte che, in primo piano, separa il fondo impluvio della Fiumarella, congiunge ora la città con la nuova carrozzabile « dei due mari » e dovrebbe quindi stimolare un orientamento urbanistico verso il litorale ionico.

    La dilatazione di Catanzaro però è stata alimentata fino a venti anni fa, e anche meno, solamente da case di abitazione e uffici: ma quando le condizioni regionali permisero, intorno al 1912, di rianimare con maggior respiro la già iniziata spinta ridimensionale della città, l’orientazione tenuta dai nuovi spandimenti (che venivano richiesti pure da una fase di regolare aumento della popolazione: 23.400 anime nel 1921 e 26.400 nel 1931 ) fu a nord, cioè verso monte ove«già, dopo le rovine sismiche del 1832, in località «fuori le porte» era sorto il rione di basse costruzioni, chiamato Baracche. E così su le estreme pendici presilane, a nord del breve istmo che era tenuto agli inizi del secolo dagli avanzi di un castello svevo — eliminato definitivamente in quegli anni — si sono formati a poco a poco, in base a sezionali piani urbanistici, il rione Milano (dal 1915 in avanti) e il rione San Leonardo (dal 1925 in poi): zone per lo più residenziali, a costruzioni in blocco o a ville fra giardini, abitate in genere da impiegati e professionisti. Zone che però non risolsero il problema delle abitazioni popolari per i meno abbienti (cioè il problema, rimasto vivo fino ai nostri giorni nell’area di impianto medioevale, della eliminazione delle dimore a pianterreno o lievemente sotterranee — i tipici « bassi » a uno o due vani — umide, oscure, fetide, ove un facile pascolo s’annida per la tubercolosi e il tracoma). Ma già dal 1935 in questo quartiere di giovane e aperta dilatazione iniziarono a trasferirsi, in nuovi più razionali edifici, alcune riguardevoli funzioni della vita di centro provinciale (i tribunali, le scuole industriali ecc.) e la frequenza di questa evasione dal vecchio abitato è via via aumentata nel dopoguerra.

    Perciò la dislocazione delle zone funzionali di Catanzaro è ora alquanto complessa. A parte le zone residenziali, la cui diversa compositura sociale è chiarissima, pure ciascuna delle principali aree operative ha dei fuochi particolari, in relazione con la natura dei compiti svolti : e così la zona ove è rimasto inalterato quello che era il cuore di Catanzaro ai tempi baronali, conserva la direzione della vita religiosa, e di contro lì vicino, la zona più riplasmata del vecchio abitato ha la direzione della vita comunale e la residenza della prefettura, i servizi di telecomunicazione e i principali empori, un mediocre museo e le scuole umanistiche. Ma la parte nuova ospita già un certo numero di uffici di Stato e qualche istituto finanziario, e in modo un po’ sparso i quartieramenti militari, alcune scuole tecno-professionali ecc. L’articolazione anzi si manifesta più notevole se — la tesi mi pare giusta — si novera come parte integrante di Catanzaro pure la sua giovane Marina (ufficialmente Lido) sorta nel diciottesimo secolo fra le foci della Fiumarella e del Corace, a mo’ di villaggio di pescatori, e che poi fra il 1870 e il 1890 è divenuta nodo ferroviario e di carrozzabili e si è circondata di oliveti e agrumeti, e verso il 1918 vide sorgere i primi stabilimenti (oleifici) che poi sono aumentati di numero (vini, saponi, estratti concianti ed emulsioni bituminose) e dopo il 1930 fu prescelta come prima stazione balnearia dai catanzaresi abbienti. Perciò quel poco di vitalità industriale che è venuto adunandosi intorno a Catanzaro si scompone fra la zona di Sala e il nucleo di Lido congiunti ora da una moderna carrozzabile che si riannoda con l’abitato in altitudine mediante un ardito ponte: e sia per tale ragione così come per l’operosità balnearia da cui è pervaso fra il maggio e l’ottobre, il villaggio marino — che pure dista 13 km. dal nucleo originale di Catanzaro — si rivela ai nostri giorni come un estremo quartiere della città, a cui lo uniscono regolari servizi di comunicazione urbana.

    Una veduta del quartiere meridionale di Cosenza, dominato dal castello di Federico II.

    Cosenza

    Un’articolazione funzionale per alcuni versi simile a quella di Catanzaro, per quanto un po’ meno protesa spazialmente — perchè più giovane — è facile vedere a Cosenza: ove la ridimensionatura del vecchio abitato non fu risvegliata però da servizi o compiti di particolare rilievo per l’amministrazione regionale, ma da fenomeni come l’apparizione — incerta fin che si vuole — di un’industria un po’ svincolata da tradizioni locali e la costituzione di una maglia viabile e ferroviaria un po’ coerente: perciò la vita nuova di Cosenza inizia solo verso il 1912. L’area di più remoto abitato di quello che è stato, per lo meno da cinque secoli prima di Cristo, il fulcro del popolo bruzio, si appiglia ai margini rivolti a nord della vasta soglia di altopiano che va ad unire la Sila con la catena paolana, e nel punto ove si inizia la maggior valle della Calabria: cioè quella del Crati. Qui, in uno spazio contenuto fra i due corsi, vicini a confluire, del Crati che si forma per la fusione di diversi rivi silani (sfocianti dalle forre di Rovito, di Spezzano, di Pedace, di Aprigliano ecc. sui più elevati terrazzi quaternari) e del Busento, che vien giù dal fianco orientale della catena padana, risalta con ripidi fianchi la piramide calcare del monte chiamato (con denominazione plasmata in età umanistica) Pancrazio — ma la origine del nome è greca e significa « signore di ogni parte del Crati » — che si eleva a più di 380 m. : la base del rilievo, là ove i due fiumi si uniscono è a 240 m. E fra tali estremi si arroccò, rivolto al Crati su le falde orientali e al Busento su le falde settentrionali del monte, l’abitato medioevale di Cosenza, la cui ubicazione ha continuato nei secoli l’impianto di quello vecchissimo, bruzio — vera acropoli di sperone.

    Fino agli inizi del risorgimento l’abitato persistè in questi limiti — a parte una significativa, ma esigua dilatazione — e per la sua autorevole funzione di luogo principale del giustizierato di Val di Crati, fu fasciato di mura e vide sormontata la cima del suo rilievo da un castello iniziato — si presume — da Ruggiero II e ingrandito da Federico II, e però molto rimaneggiato nei secoli seguenti dai sovrani angioini. In questi secoli Cosenza, prima rintanata nel rustico ambiente di cultura bruzia, iniziò ad aprirsi via via a relazioni frequenti e rimarchevoli con Napoli e col nord della Penisola: perciò le giunsero da là (irradiandosi poi per i minori paesi del Vallo) gli stili con cui furono costruite le sue grandi chiese — il duomo iniziato in forme romaniche nel 1185 e completato da Federico II nel 1222 già con influssi goticizzanti, e la chiesa di S. Francesco elevata verso il 1240 — e la foggia a torre delle sue più vecchie case signorili di età angioina. E dopo che nel 1333 Cosenza fu destinata a sede della amministrazione dei demani della Sila, e le produzioni di quella regione — legna, bestiame, lane e cuoi, castagne e formaggi — confluirono qui vivificando gli scambi e (per influenza pure di un rilevante nucleo israelita che vi aveva dimora da diversi secoli) finirono per stimolare l’istituzione di una fiera estiva, riconosciuta ufficialmente nel 1416 e che rialzò in forte misura la sua efficienza economica, l’abitato ebbe un primo impulso a varcar i due fiumi e farsi largo in direzione del loro pianeggiante cono di confluenza. Ma per ora le aree occupate furono unicamente teste di ponte di poca ampiezza: una al di là del Busento — solo un centinaio di m. sopra la confluenza — ove si impiantò verso il 1450 un grande convento domenicano, e una un po’ meno ristretta al di là del Crati, sul primo pendio del monte Triglio. Queste teste di ponte erano destinate praticamente a servir da fondaci, in quanto la più orientale si nucleava nel punto di raduno di diverse strade provenienti dai centri silani e la settentrionale veniva a disegnarsi nel punto di diramazione delle strade che, per i Casali di ovest, giungevano al mare: a Paola e Amantea. A dire il vero fino ai nostri giorni tali zone serbano la originale funzione di anticamera artigiana e di minuto mercato della città, dense come appaiono di negozietti di viveri locali (provole e butirri silani, frutta dei paesi del Vallo, carni ovine e suine) o di arnesi da lavoro o di terraglie. Ma la parte più notabile di Cosenza rimase quella sui fianchi del Pancrazio, ove viveva coi suoi domestici, artigiani e clienti, la classe baronale. La classe cioè che fruì largamente dei benefìci economici silani, fino agli ultimi lustri di sovranità ispanica, pur avendo superato con qualche trauma il periodo degli aragonesi che fu segnato da furiose rivolte della popolazione dei Casali (la prima fra il 1458 e il 1461 spenta con stragi e rovine, e l’ultima nel i486): di quegli irrequieti Casali che chiedevano il medesimo godimento in Sila delle privilegiate condizioni via via conquistate dal centro, col favore della corte di Napoli, e in quella rivendicazione avevano l’adesione e l’appoggio della plebe di città. E in questa epoca che l’arte rinascimentale divulgata da Napoli giunge con notevoli influssi fino qui (chiesa e chiostro di S. Domenico) ma in modo particolare il barocchismo di ispirazione iberica impronta di sè buona parte del vecchio abitato e gli dà una singolare personalità urbanistica, lasciandovi uno dei più bei complessi d’arte della Calabria. Specialmente il quartiere che a piè della chiesa di San Francesco declina a corso Telesio — un quartiere che fu focolaio di cultura umanistica non solo per la Calabria, ma per il meridione a sud di Napoli — è un folto glomerarsi di umili ma alquanto elevate case, coi loro minuscoli cortili ove si snodano vivaci scale a pergola (le chiamano « vignani ») e di dignitosi edilìzi signorili (ricordo quelli delle famiglie Sersali, Martirano, Tarsia, Calvano, Casini) con bei portali ad arco un po’ depresso e decorazione rinascimentale catalana o rigogliosi balconi di ferro lavorato, e con corti interne elegantissime e austere insieme: è una sequenza di viuzze frequentemente a gradinata e di regola inclinate, piene di chiaroscuri più volte disegnati da poderose arcate congiungenti le case. E evidente ovunque — e in special modo là ove erano in origine le vie più signorili, come la Giostra Vecchia e la via dei Padolisi — un certo sapore partenopeo: cioè l’intenzione di Cosenza di adeguarsi ai toni urbanistici della sua capitale, di ritrarne schemi o effetti edilizi e coglierne gusti o motivi di abbellimento.

    Vedi Anche:  La storia della Calabria

    Questo intrico di vie raramente carrozzabili (lo sono solo quelle un po’ isoipsiche) vien immagliato e coordinato verso la base del monte Pancrazio dal corso Telesio, anche questo in piano alquanto inclinato e con profilo serpeggiante e numerose strettoie, che intaglia il vecchio abitato e forma la sua via più animata e l’unica — di questa originale parte di Cosenza — piena di negozi. Ma negozi di tono un po’ paesano: una via rumorosa, come certe famose di Napoli vecchia, ove l’esiguo spazio condensa e infittisce i richiami sonori dei venditori, lo strepitare di ogni carrozzella, gli olezzi più vari, e ove nei giorni di mercato si riversa vociante la gente dei Casali, continuando per tradizione a far le sue compere ben meditate nei luoghi famigliari. E questa via ha guidato anche le minuscole aggiunzioni urbane del risorgimento e dei primi anni dopo l’unità, perchè fino a un centinaio di anni fa l’abitato cosentino (ove viveva nel 1861 una popolazione di 15.000 anime) si vide chiusa ogni facoltà di dilatazione a nord — cioè sui ripiani fiancheggianti il Crati — dalle infezioni plasmodiche che negli ultimi tre secoli avevano a poco a poco risalito il Vallo fino a intralciar le relazioni locali fra i paesi scaglionati a metà costa dei due suoi versanti (e perciò ogni traffico tra quei versanti doveva abitualmente girare per gli inizi della valle e cioè transitare per di qua). Di conseguenza i brevi ingrandimenti avuti da Cosenza fino verso il 1880 furono unicamente in direzione sud, cioè a monte, in zona più areata e aperta, quindi salutare: qui un minuscolo quartiere a pianta regolare, con dimore per famiglie di funzionari dello Stato, si creò ai margini del vecchio abitato, presso il Crati. E a monte di esso — cioè lungo la prosecuzione del corso Telesio — furono costruiti vari edifizi per compiti ufficiali (ad es. la sede prefettizia e il teatro : che è il più grande della Calabria) e fu allestito un parco comunale, da cui bella è la vista sui fianchi della Sila, seminati di villaggi. Infine lungo la schiena del monte Pancrazio, lasciando l’abitato — al di là di una porta chiamata « piana » — per salire la groppa di Rogliano, la via delle Calabrie si popolò di un corteggio di case per diverse centinaia di metri.

    Cosenza.




    Per questo motivo la dilatazione di Cosenza a nord, sui ripiani del Crati, si iniziò solo dopo l’apertura della ferrovia e la sistemazione fluviale della zona interna del Vallo — due operazioni che furono in qualche modo interdipendenti —: la redenzione delle aree pianeggianti di fondo valle era già a buon punto verso il 1875 e la ferrovia giunse a Cosenza nel 1878 da Sibari. Perciò la angioina testa di ponte di San Domenico dopo il 1880 ebbe un iniziale ingrandimento a cuspide a lato del Busento (cioè per la strada che mena ad Amantea) e un po’ anche in direzione nord, intorno agli scali della ferrovia. Ma il vero slancio urbanistico la Cosenza nuova lo ha avuto solo negli ultimi cinquanta anni e cioè dopo l’apertura della ferrovia per Paola (1916) a cui s’è aggiunta di lì a due anni quella locale per i Casali più interni, e dopo la creazione — fra il 1921 e il 1933 — dei grandi impianti silani per la produzione di energia, che di riflesso iniziarono a stimolare la nascita di vari opifici (molitura e lavorazione del legno). E pure la definitiva eliminazione — già prima del 1925 — dei focolari di infezione plasmodica nel Vallo, a monte del conoide del Mucone, ha sicuramente favorito l’ampliarsi del giovane abitato.

    Così sui terrazzi in sinistra del Busento e del Crati a una media di 240 m. sul mare, è sorto e si è ampliato in fretta dal 1918 in qua un grande quartiere, che attualmente riveste, fra il Crati e l’altura di Moio, un’area più vasta di quella sopra cui si adagia la Cosenza di una volta. La nuova Cosenza si basa su di un piano regolare con vie dritte e larghe e piazze alberate: ampi e a volte ispirati a un buon gusto moderno gli edifizi con funzioni amministrative, ma mediocri e impersonali i privati che nella parte mediana figurano con le fronti unite e discretamente elevate (ora fino a cinque o sei piani: solo il cardine originale del quartiere, il corso Mazzini, è fiancheggiato da edifizi non più recenti e alquanto bassi) e ai limiti del terrazzo — come su per il Busento — formano numerosi gruppi di villette e di palazzine isolate, con minuscoli giardini. E questo il risultato della rinascita economica di Cosenza: una rinascita per cui nel giro di cinquanta anni essa è divenuta il più dinamico mercato della regione (le sue banche sono le più solide della Calabria) in quanto sede di industrie — dei mobili, della concia, dei laterizi, delle paste ecc., infine di carta e di metallurgia per le richieste locali — e naturale punto di ammasso di oli e vini, castagne e bestiami provenienti da una vasta zona agricola interna (cioè il Vallo definitivamente risanato e i suoi versanti) e di legna e di lane e di formaggi della Sila. Questa levitazione economica, così come ha triplicato in consistenza il suo impianto urbanistico, ha pure vivacemente aumentato la sua popolazione: da neanche 16.000 anime nel 1901 a 26.600 nel 1931, a 45.300 nel 1951 e — come s’è già detto — a 62.000 ora.

    Una via di Cosenza vecchia: la via degli archi di San Biase.




    Perciò decisa — mi vien da dire tagliente — è la contrapposizione tra la parte vecchia e quella nuova di Cosenza: una contrapposizione di schemi urbanistici (là vari e complicantisi in ogni dimensione, qua scarni e lineari) e di forme edili e di rete viabile e di compiti — e perciò di età — che la figura a pag. 500 vuol mettere in risalto. La vecchia caotica, foltissima, inerpicata su un pendio e con la acropoli — i cui fastigi sono tenuti dal castello — un po’ separata dal resto (da diversi secoli). E la nuova su di un terrazzo, in piano, uniforme e bene ordinata. La vecchia conserva edifici notevoli per valore di arte e le funzioni direzionali, politiche e religiose, della tradizione — vi risiedono il prefetto e l’arcivescovo — e le reliquie di una bella storia culturale (l’Accademia) : però la popolazione che vi dimora è in genere di tono sociale mediocre: fortemente esaurite le famiglie di origine baronale e in diminuzione il numero delle persone che esercitano le professioni liberali, dei bancari, dei burocrati ecc. : la predominazione è delle classi poco abbienti — artigiane in particolare — e non rari sono i braccianti agresti. Ma la maggior parte delle funzioni che esprimono la giovane vitalità — potremmo dire financo baldanza — economica di Cosenza si è portata a poco a poco nell’area nuova: presso la stazione della ferrovia appaiono le industrie, le imprese di fornitura di materiali edili, i campi boari, i locali di deposito delle produzioni agricole da esitare ecc., e nel centro del quartiere — ad eccezione di uno, piantato in singolare positura di cerniera fra vecchio e nuovo, al confluire dei due fiumi — figurano i migliori servizi alberghieri (ma quelli istituiti prima del 1920 e ora invecchiatissimi restano in via Telesio) i più fini negozi e i grandi empori, gli uffici statali o di direzione economica e sociale delle zone che gravitano su Cosenza e le figliazioni locali delle banche nazionali (ma la Cassa dei Risparmi, il maggior istituto finanziario della regione, è rimasto per ora fedele al quartiere alto) e molti studi professionali e diverse scuole di qualificazione professionale. E ove il terrazzo si rialza verso le prime ondulazioni, vari ospedali e case di cura. Da qualche anno infine, anche la sede comunale ha lasciato il vecchio abitato e si è sistemata in moderni ed eleganti edifizi nel cuore della parte nuova e precisamente in quella piazza (insignificante e paesana in origine) ove nel 1928 era stato portato — dal quartiere d’onore del vecchio abitato — il simulacro di Bernardino Telesio: è il simbolo del rivolgimento rapido che in cinquanta anni ha ridonato energia al deperito centro della nazione bruzia. E che lo ha spinto, dopo il 1930, a mano a mano più a nord — lungo i fianchi della via delle Calabrie, fra gli orti e gli oliveti — per due buoni km. fino al villaggio di Pane Bianco, in origine residenziale ma ora seminato pure da vari opifici. In questa opera di conquista di spazi più aperti e comodi per l’abitato, pure i fiumi confluenti qui per colare uniti nel Vallo, sono stati resi più regolari con arginature e disciplinati con l’imbrigliatura dei loro corsi ghiaiosi e dominati da ponti per la ferrovia (uno sul Crati e uno sul rio di Rovito) e da più numerosi — in parte rifacimento di costruzioni che preesistevano — a uso carrozzabile: uno sopra il Busento, tre sopra il Crati in seno al vecchio abitato e uno a valle della confluenza.

    Questo rapido sguardo ai due principali centri della Calabria più schiettamente bruzia ha consentito in modo discreto — mi pare — di cogliere i motivi per cui veramente si può dire ora che la loro pulsazione, le loro funzioni sono di città. Chi giunge in essi da una vera città del nord Italia può a prima vista ricavare dal loro portamento un’idea un po’ diversa: invero vi è un certo paesanismo nel genere di vita di Catanzaro e di Cosenza. Ma una società come è quella della Calabria non si può esprimere finora in modo diverso : e naturale è quindi che ciascuna sua città sia dimensionata a quella odierna realtà che ho descritto: di irretimento e frammentazione economica, di antiquata configurazione sociale, di povertà culturale — fra cui però la aspirazione a una vita più moderna non è vaga, ma ha stimoli coscienti che premono da qualche anno con saliente vigore. A Catanzaro e Cosenza dimorano pure in numero contenuto (e in diminuzione da qualche lustro in qua) delle famiglie di coltivatori rurali: ma tale fenomeno non è motivo per assomigliare i due centri della Calabria a numerosi e corposi centri, tipicamente rurali e non città, della Sicilia o della Puglia e della Terra di Lavoro. Nè unicamente per le loro funzioni di direzione amministrativa su notevoli aree della regione — cioè le loro province — Catanzaro e Cosenza sono da giudicare per città: la dimora di una folta classe di funzionari e di impiegati d’ogni genere, a cui è assegnata la direzione delle istituzioni civili di quelle province, e poi il convenire periodico di diverse migliaia di persone da una vasta zona intorno, per l’espletamento di operazioni amministrative, animano sicuramente le due città e, con la regolare erogazione degli stipendi impiegatizi, conferiscono una misura di stabilità ai loro esercizi commerciali. Ma il complesso di quanti — dirigenti e addetti — svolgono esercizi amministrativi, di per sè non fa città: e solamente integra o agevola il pieno irradiarsi delle funzioni di un centro per una zona vasta, il suo emergere in diverse manifestazioni sociali di questa e l’imprimere a essa i suoi impulsi e iniziative (quello cioè che Crotone fino a ora non è stata in grado di realizzare con piena maturità). In sostanza la facoltà di dirigere la vita di una bene riconoscibile regione, la crea a Catanzaro e a Cosenza il numero già discreto e l’intrecciarsi fra di loro di diverse funzioni di scambio, di industria, di cultura, di cura e di divago: cioè il rilievo raggiunto da esse, in complesso e una per una, nella struttura della città. Il risultato di tali fenomeni fu il progrediente urbanizzarsi — sia pure a ritmo moderato — di queste due città (di modo che ora è debole l’aria sociale di ruralità che vi si respira) e negli anni dopo il 1950 un’azione di richiamo urbano sui villaggi prossimi: ne è derivato perfino un regolare moto di migrazione pendolare da mane a sera (più riguardevole a Cosenza, ove è stimato a 30.000 persone, ma buono pure a Catanzaro, ove sposta per lo meno 10.000 persone) di impiegati e addetti a industrie, commercianti e scolari, che dimorano abitualmente nei villaggi o nei comuni circuenti, per un raggio fino a 20 km. in linea d’aria, e con rapidi servizi automobilistici o deplorevoli trenini locali si recano giornalmente ai due centri ove esercitano la loro occupazione stabile.

    Cosenza: una veduta della città nuova.

    Reggio

    Molto diversa è la condizione di Reggio che si dispone a fascia lungo la riviera dello Stretto, in magnifica e apertissima positura, e fra un rigoglioso manto di agrumeti e di vigneti a cui si alternano, frequenti negli orti e nei giardini, palme e muse. Già la sua configurazione è singolare: è quella di una città integralmente distrutta dal sisma del 28 dicembre 1908 e risorta negli ultimi cinquanta anni, più regolare e areata e — a dire di chi la ha vista agli inizi del secolo — più dignitosa di prima. Per chi la vede solo ora, e perciò non è in grado di enunziare giudizi di paragone, è facile avere una impressione di coloniale uniformità : in verità il solo richiamo che — per chi non vi è portato da ragioni professionali o famigliari — motiva oggi una visita a Reggio, è quello delle splendide raccolte antichistiche del museo nazionale, che è uno dei più famosi per la documentazione della civiltà ellenica in Italia continentale.

    Oggi Reggio copre un’area vasta: almeno 330 ha., ma prima della distruzione l’abitato era molto più ristretto: la sua parte di duraturo insediamento e cioè quella piazzata su l’impianto e gli avanzi di Rhegion, già agli inizi del secolo non conservava più niente di vecchio, in quanto le distruzioni turchesche (1543 a opera di Khair Adin, 1563 da Dorghut e 1594 da Cicala) e i sismi — a fare inizio dal 91 a. C. fino a quello catastrofico del 1783 — le avevano a poco a poco raschiato via totalmente le linee originali. Verso la metà del secolo XVIII — quando la sua popolazione giungeva sì e no a 8.000 ab. — Reggio era un blocco di figura quadra, sostenuto sul lobo destro dal ghiaioso delta del fiume Calopinace e dominato dal castello degli aragonesi: lo chiudeva un giro di mura di neanche 2 km., munito di una ventina di rocchette o torri minori. E non aveva neppur un edifizio civile notevole (rade e in perfido stato le case di famiglie baronali) ma solo chiese — una trentina — e conventi: nel 1777 Domenico Sestini la descrive come « meschina e povera e mancante di popolo » di guisa che « poca soddisfazione ci prova un forestiero ». Ma intorno « la campagna è molto amena, ricca di gelsi per il nutrimento dei bachi — producendosi da 60 in 80 mila libre di seta l’anno, essendo le sete reggitane molto buone, benché non tanto fini — …e parimente abbondante di agrumi, di bergamotte e di cedri di Firenze delle quali specie se ne fa gran commercio con estere nazioni ….. E i giardini sono formati a guisa di laberinti di diverso disegno, consistenti in diverse spalliere di agrumi » (Lettere dalla Sicilia, V pp. 120-123). Lungo la spiaggia fronteggiante le mura, e in genere fra la punta di Calamizzi a sud e la riva « dei giunchi » a nord, venivano ricoverate le barche e i navigli minori (per quelli di qualche entità non era consigliabile, specialmente in inverno e primavera, restare legati in rada) e la porta che dava sul mare richiamava a sé il mercato dei grani e della seta, degli oli e dei vini. Ma dopo le rovine del 1783 l’abitato fu riedificato si può dire integralmente, con schema regolare di vie dritte e larghe, da Giovan Battista Mori. In una relazione, lasciata qualche anno dopo, sul modo come erano costruite le case di Reggio prima della distruzione, il Mori descrive « case elevate a 3 o 4 piani, fabbricate con grossissime e pesantissime pietre vive, che per lo rotolamento sofferto dai fiumi, o per la loro natura, erano liscie e rotonde nella superfice: la calce per lo più era di pietra cattiva e prima di impastarsi si lasciava spegnere all’aria, cioè perdere la qualità aumentativa di calce viva, per acquistare quella di calcare crudo. Molte volte si trascurava interamente di farne uso, e si legavano le pietre ed i mattoni con creta stemperata nell’acqua, del qual genere era la maggior parte delle case: eravi ancora un altro modo di fabbricare le case, detto di Brest. Le fabbriche di questo genere erano di grossi mattoni crudi composti di terra cretosa con paglia sminuzzata, che si legavano con la stessa materia, invece di calce, della quale si impiegava solo quanto bastava per l’intonaco. Non si può negare che questa specie di fabbrica avesse su l’altra il pregio della leggerezza e quello di una coesione uniforme [fra le sue parti]. Questo modo di costruzione però non era tale da sopportare il peso delle travature, e quindi da resistere alla violenza de’ tremuoti. Or che sia seguita la rovina di questo genere di fabbriche col tremuoto, non credo che possa recare più meraviglia ».

    Reggio prima della distruzione del dicembre 1908. È ben chiaro l’impianto urbanistico a schema geometrico, ideato da Giovan Battista Mori nel 1790.

    Ma neanche nella radicale ricostruzione edile degli anni seguenti quei modi furono migliorati: fino verso al 1860 un buon numero di relazioni — per lo più militari o giudiziarie — denuncia che le fondazioni edili venivano impiantate sovente con materiale di scarto e su terra di riporto, le strutture murali erano di inadeguata grossezza ed elevate in notevole quantità con pietrame dei torrenti cementato con malta comune, i solari venivano poco o niente concatenati con le pareti e non si aveva il minimo rispetto per la limitazione altitudinale degli edifizi stabilita dal Mori, surcaricando con elevazioni abusive di due o tre piani edifizi in condizione di sostenere solo un piano.

    In ogni modo l’abitato era già per metà risorto negli ultimi quindici anni del secolo, incardinandosi su di una via disegnata in direzione meridiana, a 200 m. dal mare (che sarà poi la via Garibaldi) ove il piano del Mori, con qualche modernità di idee, aveva sistemato gli edifizi di utilità comune: e continuandola medesima via, uno spandimelo in direzione nord — lungo la riviera — iniziò a delinearsi in epoca napoleonica, quando Reggio fu destinata a base militare per le operazioni contro gli inglesi stabilitisi in Sicilia. Però — data la contenuta ampiezza dello schema urbanistico del Mori, che era stato misurato in modo da accoglier solo 8.000 persone — gli aumenti della popolazione, che la funzione militare napoleonica aveva stimolato, e che dopo il 1820 una discreta, ma congiunturale, rianimazione economica rese rimarchevoli (9.000 ab. nel 1828, 16.200 nel 1844, 18.400 nel 1852) furono di spinta a una dilatazione edile esteriormente ai limiti indicati nel piano geometrico del Mori: dilatazione che si manifestò in modo indisciplinato e qua e là pure incivile. Ai margini del reticolo del Mori iniziarono ad ammucchiarsi — e stendersi per le vie che menano verso le colline — quei fetidi labirinti di abituri e baracche (Fornaci, Orange, Pantano, Palombaro, Casolari ecc.) fra viuzze strette e luride, che rimasero poi inglobati fra i più sani complessi di abitato sorti dopo l’unificazione nazionale, e fin ai primi anni del nostro secolo furono uno degli elementi più miserevoli di Reggio.

    Una veduta aerea del centro di Reggio. Le pochissime costruzioni (fra cui il Castello) orientate diversamente dallo schema dominante della viabilità sono le uniche salvatesi dal sisma del 1908.

    In sostanza un più coordinato ingrandimento della topografia urbana si è avuto solo dopo il 1866 in conseguenza della nuova funzione presa da Reggio come termine della ferrovia transpeninsulare ionica e punto di riferimento per più agevoli traffici con la Sicilia. Nel 1868 fu studiato un nuovo piano urbanistico e in virtù di esso l’abitato si ampliò prima in direzione sud, cioè intorno l’area ove era nata la stazione della ferrovia, e poi dopo qualche anno (nel 1872) ebbe una puntata a nord, con l’inizio dei lavori per lo sbancamento e l’escavazione del nuovo porto su un lato del delta della fiumara Annunziata : lavori continuatisi però abulicamente per alquanti anni, a motivo della crisi economica da cui la regione fu colpita verso lo spirare del secolo. Ma infine nel 1900 furono istituiti i regolari servizi di ferry-boat con Messina. E questa data simboleggia un po’ la rinascita moderna di Reggio: il suo abitato si spande rapido in direzione del porto, dislocato a un po’ meno di 2 km. a nord del vecchio nucleo e le funzioni della città si elevano via via: vi si stabiliscono gli uffici di un dipartimento marittimo e di un dipartimento ferroviario, la soprintendenza per le antichità e le arti delle regioni bruzia e lucana, una rinomata stazione sperimentale per i derivati degli agrumi, e vi si formano numerose aziende per esportazione di agrumi, oli e vini delle vicine riviere e di legno da Aspromonte. La popolazione sale quindi a notevole ritmo: da 25.800 anime nel 1861 a poco più di 30.000 nel 1881 e a 33.000 nel 1901.

    Questo slancio però fu infranto negli ultimi giorni del 1908: la integrale distruzione di Reggio causò la morte di 12.000 persone, nei limiti urbani. Ma a parte l’azione violentissima del sisma, quella distruzione fu imputabile anche al genere di suoli che formano qui la pianura litorale e i coni deltizi : cioè suoli costituiti da riporti di materiale sedimentato nei secoli o da dilavamento di materiali ghiaiosi provenienti dai fronti ripidi dei vicini terrazzamenti quaternari (quelli ad altitudine media fra 50 e 80 e fra 125 e 175 m.). E fu anche favorita dal perfido sistema di costruzione, come quello dianzi descritto.

    Perciò la ricostruzione di Reggio, che nel 1911 si stabilì di realizzare a ogni costo (qualcuno aveva anche ventilato l’idea di riedificare l’abitato sugli ultimi terrazzi quaternari) conservando più o meno lo schema impostato dal Mori e ampliandolo lungo la riviera così a nord come a mezzogiorno, fu svolta in base ai canoni edili antisismici: cioè con edifici formati da un’intelaiatura a elementi sidero-cementizi (fra cui si inseriscono pareti di buoni laterizi) e in genere non più alti di 8-10 m. : edifici cioè con un piano di scantinati, un piano terra e un piano elevato. Però nei primi lustri dopo la distruzione — erano gli anni della prima guerra e deboli quindi gli stanziamenti in denaro destinati a questa iniziativa e spente le largizioni finanziarie di vari paesi oltralpini — l’opera di ricostruzione tirò avanti faticosamente e adagio : la popolazione di Reggio (intorno a 30.000 unità) viveva in baracchette ammassate in parte —    per lo meno 5.000 — nell’area del vecchio abitato, in parte — da 2 a 3.000 — sui terrazzamenti vicini, e in buon numero anche sparpagliate sui pendii, nelle vicine frazioni di Santa Caterina, Gabelle, Caserta, Scala di Giuda, Santa Lucia ecc. Di modo che fino al 1925 — a meno di un migliaio di abitazioni per impiegati e ferrovieri —    si potevano indicare come ricostruiti solo gli edifici per gli uffici di Stato o per le principali amministrazioni locali, una buona parte di chiese e istituti religiosi (la chiesa romana aveva svolto qui un’abile speculazione per far sue molte aree edificabili) un esiguo numero di scuole e gli ospedali. La maggior parte degli edifici ad uso di abitazione e la sistemazione delle strade e la rete per la fornitura dei servizi più elementari, furono opera degli anni fra il 1925 e il 1935: e risultò impresa molto penosa e malagevole quella di liberare i suoli occupati da baracche, e cioè di dare una soluzione al problema di alloggiare la popolazione di questi ricoveri di fortuna, prima di riedificare le case. Ma anche dopo il 1935 qualche migliaio di persone degli ambienti sociali più poveri (cioè fra 7 e 8.000 ab. nel 1938) ha continuato a vivere in baracche, e il fenomeno dei ricoveri precari non è stato risolto totalmente neppur dopo il 1950. (Ai nostri giorni ne rimane un residuo ai margini del caseggiato, nel quartiere Sbarre e lungo la strada per Sant’Elia). La ricostruzione di Reggio — che richiamò una riguardevole immigrazione di mano operaia da comuni vicini e di personale qualificato, di impresari e di funzionari anche da regioni del centro e del nord della Penisola, e fu motivo quindi di un rilevante aumento della popolazione, a 45.300 ab. nel 1921, a 60.300 ab. nel 1936 e a 81.000 ab. nel 1951 — è da qualche anno ultimata: anzi si va studiando ora di riordinare in un più funzionale piano urbanistico l’odierna dilatazione del caseggiato e la circolazione aumentata e appesantita dai veicoli che lungo la carrozzabile ionica rifluiscono ai ferry-boats (o defluiscono in direzione inversa). E già dopo il 1955 diversi edifici sorti trenta anni fa nei limiti dei due piani, sono stati rialzati — in base a nuove formule per edificazioni antisismiche — fino a 15 e più m. cioè a 3 o 4 piani. Però queste un po’ salienti sagome non rianimano per ora la piattezza di linee che è il tono più caratteristico della odierna configurazione edile di Reggio : quella piattezza che i terrazzi culminali delle case — sostituiti nella riedificazione ai coperti con pioventi e tegole, una volta normali — e i duri schemi imposti esteriormente dalle strutture in cemento (per quanto mascherati da abominevoli decorazioni floreali) rendono più marcata.

    Vedi Anche:  Regioni naturali e regioni storiche

    Ai nostri giorni Reggio — la cui popolazione è stata numerata nel 1961 a 88.000 ab. — copre integralmente la cimosa arenosa e ghiaiosa fra i coni deltizi delle fiumare Calopinace a sud e Annunziata a nord: ma poi supera, avanzando più a sud, il primo di questi rivi con il quartiere popolare di Sbarre e col quartiere residenziale ferroviario e, spingendosi più a nord, il secondo con il quartiere operaio e industriale di Santa Caterina e con la zona del porto. E dal litorale, che non è piatto ma un po’ inclinato, l’abitato risale la fronte intagliata da brevi e ripidi rivi (ora coperti) dell’ultima seriazione di grandi depositi quaternari a terrazzo (cioè quelli ad altitudine fra i 50 e 80 m.) con cui l’Aspromonte termina in mare. L’abitato ha forma di lunga, monotona scacchiera, fronteggiante il mare per più di 4 km., ma poco larga verso l’interno (in media neanche 700 m.) meno che in rispondenza delle due fiumare, ove si incunea fino a 1300 m. dal mare: la scacchiera ha in complesso una orientazione da sud ovest a nord est — in special modo in quella che fu l’area del vecchio abitato — ma sul cono deltazionale della fiumara Annunziata come nei caseggiati a mezzogiorno del Calopinace, cioè nella parte più recente della città, la sua direzione è tendenzialmente a nord. Lungo l’asse principale di questo sistema a scacchiera le vie si scaglionano dal mare verso l’interno a gradinata, fino ad affacciarsi al terrazzo pleistocenico : le cui pendici, seminate di villette con giardini, mostrano però una maglia di vie sinuose e sagomate sui primi rilievi, e le cui spianate (Campi Francesi, Piani di Modena ecc.) sono tenute da grandi costruzioni di ospedali, di quartieramenti militareschi e di istituzioni religiose. La maggior via di Reggio — la più animata e fiancheggiata da istituti bancari, cinematografi e clubs, e i migliori negozi — è il corso Garibaldi, che ripete nel suo nome e nel suo impianto la via cardinale di prima della distruzione e dopo il 1911 formò l’asse della ricostruzione. Con pari direzione, dal lato del mare gli si appaia il corso Vittorio Emanuele II (popolarmente chiamato Marina alta) lungo cui prospettano i migliori alberghi. E tra le due vie si intercala un buon numero di piazze che servono da punto di raccolta per gli uffici principali : ad esempio la piazza Italia per quelli amministrativi. Poi sul lato del mare — ove si godono magnifici panorami su lo Stretto e nei giorni chiari è bene visibile l’Etna —    il corso della Marina alta è fiancheggiato per due km. da una fascia di giardini rigogliosi di palme, oltre a cui si snoda il vero lungomare. E mediante questi due apparigliati viali a mare, la stazione ferroviaria principale — sita agli estremi sud occidentali di Reggio — è congiunta con la stazione ferroviaria del quartiere balneario —    che è nato via via nella tranquilla marcatura di spiaggia formata dalle deiezioni della fiumara settentrionale — e con la stazione marittima, piazzata nel porto, a cui ormeggiano i ferry-boats e gli aliscafi per Messina.

    L’impianto urbanistico di Reggio ai nostri giorni.

    Una veduta aerea di Reggio, da nord. Sono visibili in primo piano la mole bianca del museo di archeologia e, lungo l’inarcatura della costa, la stazione balnearia.

    Così la maggior parte delle funzioni direzionali di Reggio, che si aduna lungo e intorno i due corsi dianzi nominati, si è scostata a poco a poco da quella che era l’area del vecchio abitato, e si è approssimata agli scali per i traffici nello Stretto. Di guisa che intorno ai resti — due poderose torri circolari e una sezione di cortina — del rinascimentale fortilizio, si è conservato solo il nucleo direzionale delle opere religiose e, fino dagli inizi della riedificazione urbanistica, fu ricostruita la sede di quella istituzione civile che meno risente, nella sua ubicazione, di istanze dinamiche: cioè il tribunale. In ogni modo nella sua nuova e un po’ irruente dilatazione, Reggio ha sicuramente perduto la concentrazione funzionale di una volta. Nei tre km. fra la principale stazione ferroviaria, che è terminale delle linee da Bari e Taranto e da Roma e Napoli — e intorno a cui figurano discretamente numerose le aziende di esportazione di frutta, oli e vini e derivati agrumari — e il porto, che è stato a poco a poco circondato da una, per quanto mediocre, zona industriale (molini, lavorazioni di laterizi) le funzioni più significative di Reggio sono oggi un po’ sparpagliate, e la struttura uniforme della nuova topografia ha influito a selezionare meglio la ripartizione dei vari tipi di compiti, di servizi ecc. e ad areare e ubicare in modo più razionale le diverse zone residenziali.

    La conurbazione dello Stretto

    E questa articolazione abbastanza numerosa di funzioni a fare di Reggio una città? A un buon esame della sua personalità, Reggio la rivela decisamente più sfumata e sbiadita, cioè meno individuabile di quella che, anche dopo una dimora occasionale, risalta lucidamente a Cosenza e a Catanzaro. Per di più Reggio è non solo (ma in modo più debole di quelle) un centro di richiamo frequentissimo per la popolazione dei comuni vicini sui fianchi di Aspromonte e la riviera dello Stretto: una società però rurale, che vi porta la sua produzione di mercato e non una popolazione operaia. Ma è pure un centro da cui una parte della popolazione — 5 o 6 migliaia di persone per lo meno: impiegati, studenti, commercianti, mano operaia, persone che esercitano professioni liberali ecc. — irradia usualmente nei giorni di lavoro al di là dello Stretto: perchè sul limitato raggio dello Stretto vi è una forza ben maggiore di quella singola di Reggio, che domina su ambo le rive di quel braccio marino e su le aree montane che lo incorniciano e su le brevi piane di Locri, di Gioia, di Milazzo che riescono a delinearsi a tergo di quei robusti rilievi. E questa forza non è Messina, ma quella che si può chiamare la conurbazione dello Stretto : che in Messina ha sicuramente la sua parte più vitale, ed è protesa su le rive siciliane per 18 km. almeno, fino a Faro e a Granatari verso nord e a Tremestieri a sud, e su le rive della Calabria ha i principali capisaldi in Reggio e in Villa (coi prossimi villaggi di Pezzo, Campo, Rosali ecc.) e include i 15 km. della riviera intermedia, con minori ma numerosi nuclei: Catona, Gallico, Archi ecc. E la cui frangia suburbana giunge su l’estremità dei monti Peloritani fino ai villaggi delle Masse e più a ovest, sul rovescio di quei monti, fino al villaggio industriale di Villafranca, e lungo l’opposta riviera bruzia per lo meno fino a Scilla e Bagnara, e sui primi terrazzi pleistocenici di Aspromonte per un raggio di 7 o 8 km. intorno a Reggio (fino a Sambatello e Vito, Armo e Oliveto) e per più di 10 km. lungo la riviera meridionale fino al villaggio di Pellaro. Una conurbazione che, dopo quella di Napoli, è ai nostri giorni la sola riconoscibile nel Mezzogiorno d’Italia, e aduna una popolazione che nel 1951 equivaleva a 310.000 ab. e nel 1961 a 360.000 ab. per lo meno.

    Reggio perciò non è una città in sè e per sè, ma lo è in quanto forma uno dei principali elementi di questa singolare conurbazione. Singolare perchè — diversamente da qualunque altra simile entità, in Italia — la conurbazione dello Stretto non ha avuto origine da un particolare slancio industriale, ma dalle funzioni di area di giuntura fra la penisola italica e la Sicilia che la regione dello Stretto ha svolto da quando la unificazione costituzionale e amministrativa della nazione è stata fecondata — ed è cosa degli ultimi anni — da una reale unificazione economica e da una maggior permeabilità sociale fra il Nord e il Sud (il 46% in peso delle merci di cui v’è scambio fra la Sicilia e le regioni continentali d’Italia e il 39% di quelle fra la Sicilia e i vari paesi d’Europa si istrada oggi su ferry-boats dello Stretto). E singolare inoltre per una cosa che distingue la conurbazione dello Stretto da ogni altra della penisola: cioè la sua positura a cavalcioni dei confini tra due regioni politiche e fiscali diverse — perchè la Sicilia ha una struttura costituzionale particolare. Ma la conurbazione ha ignorato questi confini e queste disparità giuridiche, un po’ come certe conurbazioni degli Stati Uniti, formatesi su aree di stati diversi.

    A parte il valore — non eguale però, ma mutevole nei secoli — che lo Stretto ha tenuto come via di transito fra i porti mediterranei nord occidentali e l’Oriente, un impulso a unificare le due rive dello Stretto, nei termini economici e giurisdizionali che via via l’età consigliava, si manifestò fin dai secoli più remoti: con Anassila agli inizi del quinto secolo a. C. (rimando a quanto ho scritto a pag. 121) così come in età bizantina fra i secoli VI e IX d. C. (e anche per ciò si riveda a pag. 136). E i legami fra le due rive furono in ogni età strettissimi, anche quando le due coste erano parte di stati diversi e nemici: mi limito a ricordare che la carta, ben conosciuta, a f. 268 r. del cod. Vat. Lat. i960 — cioè il primo disegno medioevale a noi noto di una carta d’Italia, che l’Almagià ha ritenuto databile a prima del 1330 — porta nello spazio di questo bosforo una linea puntinata fra le fronteggianti rive, e precisamente fra Messina e Reggio, che a mio parere vuol figurare la frequenza e la usualità dei transiti su quella direzione. Ma negli ultimi cinque secoli il declino economico del meridione italiano in genere, e in particolare una catena di dolorose vicende locali (la sanguinosa rivolta antiispanica degli anni 1674-78, la peste del 1743, i sismi del 1783 e del 1908) resero meno efficiente l’unità della regione. Questa unità però ha ripreso a riconfigurarsi via via che furono istituiti transiti discretamente rapidi, frequenti e regolari fra i principali elementi della conurbazione: cioè dopo l’apertura dei servizi con ferry-boats che, dopo molte polemiche verso il 1882 e anni seguenti, iniziarono a funzionare nel 1900 fra Messina e Reggio e nel 1905 fra Messina e Villa (nel 1901 era già stato creato un convoglio ferroviario giornaliero da Roma a Siracusa che fino al 1905 si imbarcava a Reggio, e dopo salpò da Villa). Le distruzioni del 1908 infransero, come è naturale, ogni più timida delineazione della nuova unità urbanistica (ma i ferry-boats, i cui transiti in quella calamità rimasero inoperosi solo per tre giorni, furono il meraviglioso aiuto al ripristino delle comunicazioni e al ritorno della vita nella regione) come ulteriormente la rimandò l’ultima guerra — che fermò per più di un anno i regolari servizi di transito —: ma dopo il 1950, una volta ultimata la ricostruzione delle città distrutte nel 1908 e quando si è iniziata con fondate imprese la rinascita umana del Mezzogiorno, la conurbazione è divenuta a poco a poco una realtà.

    Schema della conurbazione dello Stretto.

    I segni indicano: i. la zona nucleare della conurbazione (i toponimi in corsivo si riferiscono ai centri minori); 2. le principali strade carrozzabili (nazionali e locali di elevato valore turistico); 3. le ferrovie (le stazioni sono segnate unicamente perla zona nucleare della conurbazione); 4. linee di traghetto; 5. linee di aliscafo interiormente alla conurbazione; 6. porti; 7. aree urbane ove si svolgono funzioni direzionali (politiche, economiche, giudiziarie, scolastiche, religiose ecc.); 8. elementi di particolare valore culturale (università e musei); 9. unità ospedaliere di maggior rilievo; 10. industrie degne di nota; 11. i più frequentati campi da pesca; 12. le più notevoli stazioni turistiche balneari e montane; 13. l’aeroporto; 14. i principali centri della frangia suburbana (alcuni sono fuori della carta, più a ovest); 15. le zone con colture di pregio (orticole o da fiore, agrumeto e vigneto).

    In pari tempo il traffico dello Stretto aumentò in modo eccezionale, e non solo quello di transito, di cui i vagoni dei treni formano la maggior parte (da 42.000 vagoni portati in Sicilia e 68.000 trasferiti in Calabria nel 1938 si sale a 130.000 per ciascuna direzione nel 1950 e a 227.000 ai nostri giorni) ma anche e specialmente quello degli autoveicoli (4.000 fra le due direzioni nel 1938, 10.000 nel 1948, 30.000 nel 1952, e poi 70.000 nel 1955, 116.000 nel 1958, 274.000 nel 1962) e quello della popolazione locale che è stato di 7.700 unità al giorno nel 1948, di 10.000 nel 1952, di 12.200 nel 1955, di 14.200 nel 1958 e oggi è di quasi 18.000. Di modo che i servizi di ferry-boat — la cui flotta è ora di 4 navi grandi e 4 minori — per smaltire un così notevole volume di traffico, sono tenuti a funzionare dì e notte, e non vi è ora del giorno (meno in caso di fortissime mareggiate) che nello Stretto non scorra qualche ferry-boat — quindi l’area marina è in continuità « abitata » — e due o tre battelli non sian piazzati in invaso per operazioni di carico o di scarico: attualmente le corse fra Messina e Villa (che richiedono, a seconda la energia della nave, da 25 a 40 minuti per ciascuna) sono intorno a 40 al giorno in media, e quelle fra Messina e Reggio (di cui ciascuna dura un’ora) da 8 a 10 al giorno in media. Di conseguenza, per quanto la loro principale destinazione sia quella di transito di treni e di auto, i ferry-boats servono pure per la popolazione fra le due sponde al pari di comuni battelli lacustri: battelli invero non adeguatamente veloci per le comunicazioni fra le diverse parti di un’unica entità urbanistica. Ragione per cui ha avuto una fortunata accoglienza l’istituzione nel ’56 di regolari e veloci servizi, per soli viaggiatori, con originali aliscafi — ideati e costruiti in un’industria di Messina — che in un quarto d’ora uniscono Messina a Reggio. Le comunicazioni fra i due principali fuochi della conurbazione sono quindi divenute oggi facili e rapide. E vero anche che i prezzi dei viaggi in aliscafo sono alquanto più elevati di quelli in ferry-boat — e per tale ragione il nuovo battello si rivela per ora conveniente solo ai traffici tra i due centri più popolati, riservando unicamente due puntate al giorno fino a Villa per caricare i giornali e la posta provenienti coi treni « freccia » dal Nord — : ma le venti corse al giorno che in ciascuna direzione l’aliscafo compie nelle ore diurne sono molto frequentate: nel 1961 viaggiarono con questo veicolo fra Messina e Reggio un migliaio di persone al giorno.

    Questa conurbazione però non trae origine, ma solo occasione dal particolare motivo per cui i traffici provenienti da qualche zona della penisola italica e destinati in Sicilia — o provenienti da questa isola e destinati al Nord — sono costretti, per la topografia della regione, a cambiar qui veicolo e fare quindi una sosta: a subire in qualche modo una crisi nel loro svolgimento (da 60 a 100 minuti in genere per portarsi dagli scali della ferrovia di Villa a quelli della stazione di Messina) non avendo fino a ora l’uomo vinto gli ostacoli di quella topografia con la costruzione di un ponte — idea per la verità ventilata fino dal 1883 da Alfredo Cottrau e la cui progettazione è giunta in questi anni a una fase di notevole maturità: la qual cosa (meglio di soluzioni anche più ardite e problematiche come quella di un tunnel o di un istmo) dà a sperare, fra qualche anno o qualche lustro, in un definitivo superamento degli ostacoli naturali dello Stretto, paurosi fino a due secoli fa. Ma l’origine vera della comunità di vita fra le due rive dello Stretto — da cui è nata la conurbazione odierna — sono stati i mercati di cui questa regione fu base fiorente in età bizantina (quando vi fu iniziato l’allevamento serico) e specialmente dopo la conquista del Guiscardo, quando vi si formò il primo grande focolaio di industria serica in Italia, integrato dalla magnifica « fiera » di agosto di Messina, rinomata in modo particolare per la seta, ma poi anche per le lane, i cuoi, gli oli ecc. e che — al di fuori del vasto raggio di azione di Napoli — è stata una delle più efficienti « fiere » medioevali del Mezzogiorno.

    Una fiera di quel genere non era solo traffico e animazione di affari e sprone a nuove industrie, ma grazie alla rete di relazioni stabilite era veicolo di cultura: da qui il centro di studi umanistici di Messina, prima nel monastero basiliano di San Salvatore e poi nella Universitas Studiorum creatasi a poco a poco verso la fine del quindicesimo secolo con i dotti fuggiaschi da Costantinopoli. La fiera quindi è stata la matrice di questa comunità: e la tradizione dei traffici rimane per la verità anche oggi la forza basilare della conurbazione. Se si esamina un po’ in dettaglio lo schizzo con cui ho dato un primo schema — niente più — delle principali funzioni della conurbazione sarà facile notare che il denominatore comune dei suoi tre capisaldi è un nodo ferroviario e un porto speciale per ferry-boats (maggiore, come è naturale, Messina che aduna la totalità del traffico ferroviario isolano con la Penisola, ma riguardevole come lavoro anche quello di Villa, per cui transita r85% di quei traffici): ma a due a due questi nodi sono complementari fra loro. E anche quando lo Stretto sarà superato da un ponte e sarà eliminata la ragione delle navi per il trasferimento dei treni, è da prevedere che due nodi fra questi — e precisamente Messina come punto di diramazione per le linee verso Siracusa o Palermo, e Villa come punto di giunzione per le linee provenienti da Napoli e da Bari — serbino la odierna funzione.

    La stazione ferroviaria e il porto per ferry-boats di Villa: uno dei cardini della conurbazione dello Stretto. Nel fondo la catena dei monti Pelori-tani, e ai suoi margini, lungo il mare, Messina.

    In ogni modo il fulcro della conurbazione non è su la riva aspromontana ma su quella peloritana: a Messina è il solo porto commerciale della regione dello Stretto, con notevole ampiezza e funzionalità di bacino e discreto traffico, animato però special-mente dai rilevanti quantitativi di merci portate da ferry-boats (intorno a 3,3 milioni di t. annualmente) e solo in scarsa misura da merci scaricate o imbarcate su normali navi da carico (intorno a 200.000 t. l’anno). E qui con l’Università (frequentata da almeno 8.000 giovani provenienti dalla Calabria) e vari istituti speciali — connessi con la vita del mare — è il maggior centro di cultura, e qui si ha l’unico nucleo industriale della zona che sia degno di nota (molini e pastifici, cantieri navali e — nei villaggi vicini — lavorazione di derivati agrumari e industria dei materiali edili). E qui operano il maggior numero di legali e medici di notorietà regionale e le più solide aziende commerciali e i meglio forniti negozi (un terzo delle compere di rilievo della popolazione di Reggio e di Villa vien praticato a Messina). La conurbazione però ha pure unicamente sul lato di Aspromonte qualche elemento: il suo aeroporto, le sue più irradianti basi di smistamento ferroviario e camionistico e — nella banlieue che la circonda, cioè a Scilla, Bagnara, nei villaggi intorno a Villa ecc. — la sua principale area di fornitura orticola per il mercato locale, e più a sud, ove domina la coltura speciale del bergamotto — che dà vita a numerosi opifici per la lavorazione di estratti e profumi — pure un’area di coltura industriale del fiore. Poi l’elemento antiquario di maggior valore e di particolare fascino per l’uomo di cultura, nel museo nazionale già ricordato. E infine a 40 km. di buona strada carrozzabile da Reggio — cioè sui piani più elevati di Aspromonte — la sua bella stazione di Camparie per il turismo di altitudine. Le stazioni balnearie invece sono rinomate su ambo le rive dello Stretto.

    Così, per quanto recentissima nella sua configurazione, la conurbazione dello Stretto è ai nostri giorni una realtà chiara e sicura. E nei suoi riguardi lo Stretto non è più uno spazio marino, ma un fiume le cui coste sono ricoperte da una duplice sequenza di densi abitati : fra ciascuna catena è stata eliminata ogni soluzione topografica

    di continuità, così come fra le due sequenze — la peloritana e la aspromontana — non vi è più soluzione funzionale di legami urbanistici. Ma la prima e più forte conseguenza di ciò è che ogni formazione di questo genere fa intorno a sè una regione: e questa regione per la verità si va già delineando fra la cuspide nord orientale della Sicilia e l’estremità meridionale della Calabria. Una regione dello Stretto — la potremmo chiamare così — che si spande su quell’estremo triangolo siculo, cioè l’area peloritana, che per le sue radicate tradizioni bizantine non è più, per molti versi, una Sicilia piena (anche per il motivo che la popolazione dei suoi centri fu in ogni età aperta a correnti di migrazione mercantile proveniente in particolare dal Nord, e in ultimo risultò fortemente rimestata dai flussi migratori a cui è dovuto il ripopolamento della conurbazione odierna, dopo le sciagure del 1908). E a oriente del bosforo si distende su quell’area aspromontana che non è e neanche fu mai Bruzio schietto, e dove la demografìa subì, specialmente ad opera dei coloni greci e poi nel medioevo, alquante alterazioni. È probabile che questa regione — che non è trascurabile: un’area intorno a 5.000 kmq. e una popolazione che supera il milione di persone — si individui anche più fortemente nei lustri prossimi fino a viziare di irrazionale e quindi nocivo anacronismo il disegno tradizionale delle due regioni sicula e bruzia, così come lo indicano le corografie, le statistiche e la Costituzione nazionale.

    Una veduta aerea di Scilla.

    In ogni caso tale evoluzione delle realtà umane della Calabria è una conseguenza del crearsi in questa penisola di città vere, cioè adeguate e intonate ai nostri giorni, ai loro spiriti e pulsazioni. E, per lo meno dai secoli bizantini a noi, la prima volta che in Calabria la città — e non una sola — vien costituendo intorno a sè una zona di influsso discretamente grande e complessa, che supera le remote impalcature della frantumazione locale. Il fenomeno è in svolgimento, o meglio è da poco iniziato. Ma in tale fenomeno è la dimostrazione che quella che è stata negli ultimi secoli la maggior forza del Nord, cioè la città, si è divulgata ora fino agli estremi meridionali della penisola italica.