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Corsi d’acqua e fiumi

    I fiumi e la loro azione

    La Calabria è la sola regione della nostra penisola che guardi con eguale ampiezza i due mari e mandi a ciascuno i suoi fiumi. Perciò, a motivo della sua esile configurazione e in genere della longitudinalità del suo rilievo, è regione di fiumi brevi. Nessun fiume della Calabria misura per lo meno 100 km. e non v’è regione del Mezzogiorno con un numero così elevato di bacini idrografici di mediocre o minima ampiezza (quelli con meno di 200 kmq. di area investono il 64% della regione): segno elementare di una grande accidentazione e asperità e frantumazione del rilievo. In realtà il paese è largamente venato di correnti — sul fianco occidentale della catena paolana e lungo le ondulazioni terziarie del Marchesato v’è una rete di 12 m. di corsi fluviali per ettaro: una delle più dense delle regioni mediterranee — correnti solcanti in ogni direzione i fianchi delle montagne con letti fondi e rovinosi, per poi fondersi a gruppi in corsi di maggior entità: ma a un limitato numero di tali corsi possiam veramente dare il nome di fiumi.

    A nord corsi fluviali discreti e sorgenti numerose

    Mi pare esagerata l’impressione di Kanter che « la Calabria non ha fiumi per quanto su la carta ne sian indicati numerosi » (pag. 70) : in verità bisogna fare una distinzione fra i corsi del Bruzio settentrionale e quelli della sua parte meridionale. Il primo ha una maggior superfice d’innevamento che — al di sopra di 1200 m. — può durare in media fra 2 e 3 mesi e qualche volta più, e riscuote, come si è già visto, una maggior piovosità. Inoltre dispone nel gruppo calcare del Pollino e nella sua ramificazione della Montea — ove 3/4 delle superfici sono decisamente permeabili — di un notevole serbatoio naturale, con una catena di un migliaio di sorgenti che si schierano a diverse altitudini (poco meno di metà è da 300 e 600 m. e un buon quarto da 600 a 900 m.) e in genere sono alimentate da utili portate (in media 14,2 l./sec.) con quantità più elevate nei comuni di Morano (la fonte Por-cella 270, la fonte della Foce 360, le sorgenti Giardino Pantane 250 e la gran vena Cinque 750 l./sec.) di Castrovillari (la sorgente Pietà 230 1.) di Saracena (la Venaglia di Culfo più di 300 1., la Madonna di Fiumara 318 1., la sorgente le Pere 250 1. e la fonte San Nicola 360 1.) di Frascineto (la fonte Ejano 330 1.) di San Donato (la Vallescura 148 1.) di San Sosti (il Capo d’acque 250 1. e la sorgente Pisciottoli 215 1.) di Mormanno (la fonte Sambucheto 330 1., il Capo li Sciarti poco meno e la fonte San Domenico 212 1.) di Papasidero (la fonte Istrice 385 1.) e di Orso-marso (la sorgente Fornelli 400 1.). E il rilievo silano (dove pure le sorgenti sono numerose — ma abitualmente di portata non riguardevole — lungo i piani di ricoprimento delle formazioni cristalline da parte di materiali sedimentari mio-plioce-nici) dà modo ad ogni fiume che vi si forma di avere un primo discretamente lungo corso di altopiano — in media più di 20 km. — fra grandi boschi (seppur mutilati negli ultimi secoli) che limitano fortemente l’evaporazione, e di giovarsi per vari mesi di una buona alimentazione da parte di quelle nevi che l’altopiano, fra le sue ondulazioni e la sua fredda cortina di boschi, conserva più a lungo del Pollino ripido e nudo. Perciò gli unici o quasi unici fiumi della Calabria sono quelli che da questi gruppi di monti prendono le loro acque: e cioè il Lao e il Coscile che derivano dal rilievo calcare e si dirigono uno a occidente con aspra valle e bacino minuscolo (500 kmq.) e uno a oriente con bacino più grande (1108,5 kmq.) ma più aperto agli aridi influssi ionici; e poi il Crati (con il suo ramo silano Mucone) che drena il lato nord occidentale della Sila e insieme l’orientale — più cautamente declinante e ben fornito di acque — della catena padana; e il Trionto e il Neto e il Tàcina che fluiscono nel cuore degli altopiani silani scorrendoli in latitudine da parte a parte e inclinano poi verso la costa ionica; e l’Amato e il Savuto e il Corace — più brevi e più ripidi — da cui è scolata la parte, o meglio la fiancata meridionale dell’altopiano. La Sila dunque è comune matrice al gruppo di fiumi ora nominati e consente loro più notevoli decorsi (il Crati misura 93 km., il Neto 85, l’Amato 55 e il Savuto 50) e bacini per lo più di discreta ampiezza (quello del Crati misura 1468 kmq. e quello del Neto 1087,5. Meno l’Amato: 467,6 e il Savuto: 410,7).

    Il fiume Grati al termine della stretta di Tarsia, non lungi da Terranova.

    Il fiume Grati nella piana di Sibari.

    Il Crati presso la foce.

    Nella Calabria meridionale invece la definizione di Kanter è probabilmente più propria: in questa metà della penisola l’unico corso (lungo 50 km.) a cui si può dare il nome di fiume è il Mèsima, che si forma sul più umido lato occidentale e scorre nella depressione che divide per un buon numero di km. due affiancati altopiani — cioè la Serra e il minore altopiano fra Vibo e Nico-tera — da cui riunendo un gran ventaglio di influenti, si procura una non trascurabile portata (ha un bacino di 939 kmq.). Tra gli altri corsi della zona, i più appariscenti sono l’Ancinale, da cui è defluito l’altopiano della Serra — ove in realtà la sua vena ha qualche evidenza di fiume, che però più giù si perde — e il Petrace, ove si scaricano il fianco settentrionale di Aspromonte e l’esile e dritta quinta per cui l’estremo rilievo della penisola si lega con la Serra: corsi però più corti di quelli ricordati finora (il primo misura 35 km. e il secondo 27 km.) e con bacini mediocri (l’Ancinale 167,5 kmq. e il Petrace 461,3 kmq.).

    A qualunque altra vena fluviale della regione è più conveniente il nome di fiumara: un nome che dà bene l’idea della periodica officiosità, delle variazioni grandemente forti e rapide di portata, cioè delle piene invernali spaventosamente dilaganti dopo qualche periodo di lunga piovosità, e della aridità quasi totale per 708 mesi l’anno, quando i loro ghiaieti diventano asciutti, biancheggianti come enormi piste fra le asperità dei monti, e verso il mare fra il verde degli agrumeti. Aridità che richiamano frequentemente i loro nomi (es. : Sciarapòtamo e Zarapò-tamo, da £epo7ió-a[io; = fiume asciutto), come in altri nomi è chiara allusione ai furori e alle torbidità delle loro piene (ad es. il Torbido agli estremi meridionali della Serra e un secondo Torbido ai limiti meridionali della catena padana e un terzo Torbido che si versa sullo Stretto a Reggio).

    A sud le ghiaiose fiumare

    Invero la forte, a volte stupefacente disparità — così pronunciata da non aver l’uguale in Italia — fra le portate invernali e le minime estive è un elemento comune al regime di qualunque vena fluviale in Calabria: e solo in quelli che ho chiamato fiumi la disparità è un po’ meno grande e vi è continuità di portata in ogni mese. L’elemento principale — l’unico, si può dire, a sud della strettoia di Catanzaro — nella determinazione del regime di queste correnti, è la piovosità (e sui rilievi settentrionali in modo particolare la conseguente nevosità invernale, o meglio lo scioglimento nivale di avanzata primavera). Per cui si registrano — come indicano i diagrammi a pag. 92 e 93 — delle portate improvvisamente salienti da fine ottobre in avanti, ed elevate fino a marzo, poi alquanto rapidamente diminuenti. In meno di due mesi la corrente si contrae a uno stato di magra che da fine maggio può giungere fino a ottobre, con minimi valori in agosto. Però le magre d’estate sono meno depresse nei fiumi provenienti dagli altopiani silani, ove si limitano a due o tre mesi : vedere i diagrammi per il Crati — le cui punte invernali sono caricate dai numerosi rivi che gli si versano dai piovosi costoni della catena padana — e quelli del Tàcina, un po’ dopo l’uscita dagli altopiani, e del Garga: minore corso che va al Neto, ma si snoda unicamente su l’altopiano (non dò il diagramma per il Neto perchè il suo regime è alterato, o meglio regolato, dai grandi bacini artificiali). E le magre di estate sono — per merito delle numerose sorgenti — veramente poco pronunziate nelle correnti che derivano dai gruppi calcari settentrionali e che pure nei mesi caldi recano una discreta portata: vedere i diagrammi per il Coscile e l’Esaro — in esso confluente — e per il Lao (nei due ultimi le portate invernali sono rialzate dalla grande piovosità della Montea).

    Vedi Anche:  La Calabria vista dagli italiani

    Una borgata della riforma agricola (Lattughelle) presso il Grati.

    Ma le variazioni di regime appaiono via via più riguardevoli a meridione della Sila: sono già discretamente forti — perchè legate unicamente a piovosità stagionali — nei fiumi che derivano dal fianco meridionale di questo rilievo, non penetrando però fino agli altopiani, come il Corace e l’Amato, e si esasperano — è la parola — nelle correnti della zona estrema della penisola. In questi fiumi lo smisurato ghiaieto ha sì e no, in estate, un ruscello visibile: quel po’ d’acqua che i monti recano penetra e si nasconde nei subalvei o vien emunto dagli assetati canali di irrigazione. Ma le piene invernali sono veramente impressionanti : le più forti segnalate in Calabria fra il 1925 e il 1950 sono state per il Lao di 460 mc./sec., cioè una trentina di volte la media del mese con portate più elevate; per il Crati di 990 mc./sec. pari a una quindicina di volte la portata media del mese di maggior piena; per il Tacina di 480 mc./sec. vale a dire cento volte il culmine della portata media; per il Corace di 520 mc./sec. e cioè cinquanta volte il culmine della portata media; per l’Ancinale di 1650 mc./sec. pari a più di duecento volte il culmine della portata media. E chiaro come gli scostamenti dai dati medi aumentino a misura che si va a sud.

    Nei fiumi della Calabria la vorticosità e la rapacità delle piene giungono a valori che in poche aree, anche alpine, si ritrovano eguali a motivo della poderosa inclinazione dei pendii, comune a ogni rilievo della regione, da cui ha origine il profilo longitudinale fortemente declive dei letti fluviali — specialmente nei ventagli di formazione, ma anche nei corsi principali — che aumenta la velocità di scorrimento delle masse idriche. Per fare qualche esempio, la fiumara Amendolea, che ha origine a più di 1800 m. sul versante meridionale di Aspromonte, cala al mare in 31 km. di corso (con una pendenza quindi di 58 m. a km.) e una ripidità anche più saliente (68 m. a km.) ha la fiumara di Catona, che lungo il versante occidentale del medesimo rilievo  — dove si forma a 1600 m. — si  rovescia in mare in meno di 24 chilometri. E anche più inclinati sono i corsi dei rivi che drenano la catena padana, in modo particolare sul lato occidentale, ove il Sangineto ha una ripidità di 80 m. a km., la fiumara di Guardia di 99 m., l’Isca di 136 m., il Torbido di San Lucido di 99 m., il Fiumefreddo di 110 m. e il Catocastro di 63 metri. A tale precipitoso corso non si esime praticamente, per lo meno in qualche sezione non breve del suo profilo, nessun fiume della regione: anche quelli che nascono sugli altopiani e vi defluiscono serpeggiando tranquilli in bacini morbidamente plasmati con poca o trascurabile inclinazione per buon numero di km. (così ad es. nell’altopiano silano il Neto per poco più di 30 km., e per 20 o un po’ meno l’Ampollino e l’Arvo che vi confluiscono, e il Tàcina per 25, il Trionto per 18, il Mucone per 20 e il Savuto per una quindicina; e lungo l’altopiano della Serra per 15 km. l’Ancinale). Ma poi, ai margini del ripiano, questi fiumi bruscamente scoscendono con repentino balzo, aprendo con la loro erosione regressiva gole o aspri e fondi solchi — ricordo quelli del Neto dominato da San Giovanni in Fiore, e del Mucone guardato da Acri — lungo i fianchi ripidi e franosi del rilievo. A mo’ d’esempio il fiume Ampollino dopo aver corso veramente in piano, nel cuore della Sila, per qualcosa come 20 km., con una inclinazione (originale: perchè ora il suo letto è coperto da un bacino artificiale) di poco più di 1 m. a km., a Trepidò (altitudine 1220 m.) si incanala o per meglio dire inabissa in una stretta valle che in 8 km. di corso lo porta a unirsi col Neto a una altitudine di 200 m. : nella sua ultima sezione quindi la sua inclinazione è di 135 m. a chilometro. E poco meno declivi sono i fiumi vicini nel loro discendere l’altopiano: il Neto dal ponte di San Giovanni in Fiore (la località di Palla Palla) ove è a 948 m., alla risvolta di Cotronei (18 km.) ha una ripidità di 40 m. a km.; e il Savuto dal ponte di Campo Tondo, ove è a 1160 m., alla strettoia di Carpanzano (21 km.) cala di 44 m. a km.; e il Mucone dal termine del piano di Cecità (1180 m. di altitudine) al ponte di Bisi-gnano ove sbocca nel Vallo del Crati (33 km.) declina di quasi 30 m. a chilometro. E alla vorticosità di scorrimento fluviale che questi ripidi profili causano in epoca di maggior piovosità, va aggiunto poi l’aumento che il coefficiente di deflusso denunzia per la significativa riduzione della permeabilità che si rileva su buona parte dei massicci della regione — costituiti di poco o quasi niente permeabili materiali cristallini — ove l’imbibizione media è di 10-12%. (S’eleva a più di 60% solo nei bacini dei fiumi settentrionali: Coscile, Esaro, Lao ecc., scolpiti nel gruppo calcare del Pollino). Di modo che all’uscita dagli altopiani cristallini — ma a monte degli sbocchi nelle piane litorali, ove le perdite per evaporazione sono forti — quel coefficiente è abitualmente fra i più elevati della metà meridionale della penisola italica (Tàcina 0,64, Savuto 0,58 e Ancinale 0,60) e figura alquanto minore solo nell’area calcare del Pollino (Coscile e Esaro 0,46).

    Profili del corso di alcuni fiumi che scendono dai rilievi costieri.

     

    Il Neto fra le boscaglie del suo delta.

    Profili topografici del corso di alcuni fiumi che scendono dagli altopiani.

    Fiumi paurosi d’inverno e morti d’estate

    In tali condizioni di variazione stagionale, di furori invernali e di inanità estive (giustamente il Kanter segnalava il portamento del maggior fiume, il Crati, che nella piana di Sibari, cioè verso la fine del suo corso, è animato in estate da « un mediocre, sparuto filone » di 7-8 me. provenienti per 3/4 dal Coscile, e diversa-mente in inverno e in primavera è « riempito da una larga fiumana fangosa » larga 200-300 m., che equivale per lo meno a 90 me.) i fiumi di Calabria recano attualmente più guai che utile, o per meglio dire, una quantità di problemi da risolvere — per difendersi da loro nella stagione delle piene — più onerosa dei benefìzi che ne ritraggono in primavera e dopo gli inizi di ottobre le popolazioni vicine, per l’irrigazione dei loro aranceti o delle loro colture di pomodori, gelsomini e ortaglie.

    La valle del Lao, presso Papasidero.

    Ma una domanda vien qui naturale: è stato così in ogni età il regime dei fiumi della Calabria, o vi furono epoche che videro minori opposizioni di regime da inverno a estate? La descrizione di Dionigi di Alicarnasso che ho riferito a pag. 78 fa pensare a dei fiumi più regolari e tranquilli, sopra cui, per lo meno nella parte bassa del bacino, si aveva modo di svolgere una fluitazione di materiale. Lungo le foci di alcuni di questi fiumi — come riferiscono vari scrittori greci e specialmente Strabone (cfr. VI, 253, 255, 256, 261, 263) — erano sorti pure dei porti: quelli ad esempio di Laos sul fiume omonimo, e di Temesa sul fiume Savuto, di Medma in relazione col fiume Mèsima, di Caulonia a lato del fiume Assi, di Sibari presso la laguna ove estuava il Coscile, di cui oggi riusciamo a indicare solo in modo dubitativo il punto. E Plinio (III, 15, 2) scrive che vari fiumi provenienti dal fianco sud orientale silano, come ad esempio il Targines (odierno Tàcina), l’Arocha (Crocchio), il Semirus (Simeri), il Crotalus (Alli), il Carcines (Corace) sono « navigabiles ». Pare chiaro, quindi, che gli estremi chilometri di alcune delle principali correnti potevano venire navigati da minuscole imbarcazioni. Bisogna — è naturale — evitare di interpretare in modo esagerato il valore di queste indicazioni o reputare assegnabili per l’antichità a qualunque fiume della regione, le condizioni favorevoli di alcuni suoi fiumi scorrenti in zone da cima a fondo (e Dionigi pone in risalto tale circostanza) fortemente rivestite da boschi. Ma un fatto è sicuro: che cioè nel giro di venti secoli la naturale oscillazione di portata fra il notevole carico idrico invernale e il debole carico idrico del periodo estivo — che è uno degli elementi più salienti per i fiumi della penisola a meridione del Po — in Calabria ha aumentato decisamente la sua ampiezza, fino ad acuirsi in qualche caso in misura esasperata.

    Vedi Anche:  Regioni strutturali della Calabria

    La fiumara Raganelle all’uscita dal massiccio del Pollino.

    La fiumara di Catocastro a monte di Amantea.

    La fiumara dello Stilaro: nello sfondo, il monte Consolino (700 m.) a cui s’aggrappa Stilo.

    Possiam dire quindi che il regime dei fiumi della regione è mutato. E responsabile di tale variazione fu l’uomo con i suoi grandi disboscamenti, in quanto chè fra i boschi le piogge giungono a terra più gradualmente, setacciate fra chioma e chioma degli alberi, e le nevi si sciolgono a poco a poco, e le radici frenano il deflusso superficiale dei rivi, e i suoli più porosi — per l’elevato manto di humus — sorbono una gran quantità delle acque cadute. Ma a mano a mano che le nudità di copertura boschiva si ampliarono sui fianchi dei monti, i fenomeni di dilavamento delle superfici rilevate sono divenuti più rapidi ad opera del picchiettare implacabile delle piogge rovesciate con estrema violenza e in brevi ore (si pensi che sul fianco sud orientale di Aspromonte a metà di ottobre 1951, nel giro di tre giorni si raccolsero i 2/3 della media piovosità di un anno, cioè quantità fra 500 e 1200 mm.; e il 22 ottobre 1953 sul versante ionico fra lo Stretto e la Sila fu segnalata in sole 24 ore una piovosità media di 200 mm. con punte di più di 320 mm. nella zona di Stilo e estremi orari da 80 a no mm. su ambo i fianchi della Serra).

    Portata media mensile del Crati al ponte di Terranova, (inizio della pianura alluvionale).

    Portata media mensile del Crati al ponte di Terranova.



    Portate medie mensili del fiume Esaro (a) a piano la Musica (inizio della pianura alluvionale) e del fiume Coscile (b) a Camerata (inizio della pianura alluvionale).




    Portate medie mensili del fiume Tàcina (a) a ponte di Pantano (uscita dai rilievi granitici, su le colline marnose del Marchesato) e del fiume Garga (b) a Torre Garga (alt. 1230 m., altopiano silano).

    Portate medie mensili del fiume Corace (a) nella zona dei rilievi pliocenici, e del fiume Amato (b) allo sbocco nella pianura eufemiate.

    Portata media mensile del fiume Ancinale presso Novalba di Cardinale ai limiti della zona granitica delle Serre.

    Una insenatura del lago Ampollino.

    Di conseguenza la terra non più rivestita dagli alberi è stata erosa e aperta al disfacimento e al degra-damento meteorico: cioè ad alterazioni fisiche — che agiscono in modo particolare su le sedimentazioni terziarie che rinfiancano le zone più rilevate o colmano le soglie che le dividono — e ad alterazioni chimiche, che si esercitano sui calcari del Pollino e i graniti che formano i principali rilievi a sud del Crati. Per di più la forte pendenza dei fianchi dei rilievi favorì l’opera del ruscellamento dilavante che strappava i materiali così sgretolati o frantumati. E non più frenati dai boschi, i rivi nei mesi invernali sono corsi pazzamente giù per i ripidi declivi che limitano, o meglio troncano le elevate groppe cristalline, e vi crearono squarci rovinosi, trascinando verso il mare il ciottolame e sfasciume di granito e di gneis in disfacimento, a cui lungo la fascia delle ondulazioni terziarie veniva aggiunta notevole copia di sabbie, di marne e di minute ghiaie. E quei materiali le correnti deposero ai loro sbocchi su le piane litorali, fasciandole di una zona di sedimenti che riempì ogni minuscola insenatura. Così la costa orientale vide ricolmare la laguna sibarita — la cui piena funzionalità era continuata per lo meno fino a età imperiale — e progredire il delta del Neto e sparire le sinuosità a imbuto di fronte ad alcuni sbocchi fluviali, e quella del Tirreno ebbe ripasciute le sporgenze (ad es. quelle di Medma e d’Ipponion, la prima a sud e la seconda a nord del Poro) al cui riparo i greci avevano aperto dei buoni porti: sola eccezione il porto di Crotone — mediocre, ma chiuso fra le ripe di un terrazzo marino e defilato agli sbocchi fluviali più prossimi — che poi fu reintegrato cinque secoli fa dagli aragonesi. In questo modo ciascun fiume ha costruito, al suo spandersi su di una cimosa litorale, e così pure nel Vallo del Crati, degli enormi conoidi la cui altitudine — con il progredire del deforestamento — è aumentata a vista. Dai tempi napoleonici a oggi la deforestazione ha raggiunto ovunque sui rilievi della Calabria il culmine della voracità, e il conseguente disfacimento delle superfici montane ha scaricato nei letti dei fiumi tale quantità di materiale e rialzato quindi in così notevole misura il loro piano che le arcature dei ponti della ferrovia costruita lungo la costa orientale della penisola fra il 1866 e il 1875 e lungo quella occidentale fra il 1878 e il 1895, appaiono a chi le guardi ora, fortemente obliterate e oppresse dalla saliente colmatura delle fiumare. E i conoidi a loro volta sono divenuti così inclinati e turgidi e vasti che non di rado la ferrovia per superarli ha aperto in loro dei tunnels per più centinaia di m. (vedere gli stralci topografici seguenti) e le strade carrozzabili, per evitare la costruzione di ponti di notevole lunghezza e fragili — perchè annualmente investiti da veementi piene — li fiancheggiano solo e risalgono poi, con giri viziosi, nella strettoia rovinosa degli impluvi, ove le fiumare sono più contenute e perciò il loro superamento può effettuarsi con ponti più brevi e meglio saldati (in quanto il manto ghiaioso della fiumara qui ha minore grossezza) con la roccia ferma del sottalveo e con gli speroni dei versanti adiacenti. E infine ove il conoide risulta più spianato, di guisa che la ferrovia litorale (che non può permettersi le angolate sinuosità della carrozza-bile) o le strade di più giovane costruzione vi transitano con riguardevoli ponti, i pericoli di qualche lesione invernale sono frequenti: si può dire che in ogni inverno la ferrovia occidentale da Sapri a Reggio e quella ionica da Metaponto a Reggio, restano per qualche giorno ostruite ai regolari traffici, in quanto sono d’improvviso danneggiate nelle strutture di qualche ponte che supera una grande fiumara o nella stabilità di qualche tunnel che fora un conoide.

    Esempio di viziosità nel decorso di una strada litorale al superamento di uno sbocco fluviale. La posizione arroccata di Cetraro e quella invece a maglie aperte della sua giovane Marina, sono tipiche di molti paesi su ambo i litorali del Bruzio.




    Un fenomeno unico sui litorali della penisola italica: i tunnels della ferrovia sotto i conoidi da cui è ondulata la cimosa litorale occidentale (zona di Longobardi).




    L’uomo responsabile delle inondazioni e delle frane

    Il dilavamento delle rilevanti piogge invernali sui pendii spogliati dei boschi, e la rapacità dei ruscelli non più tenuti a freno o distanziati fra loro dagli alberi, e l’irruenza e l’impeto delle fiumare in piena che rodono e scalzano i fianchi dei rilievi e si slanciano dagli sbocchi delle valli sui coni di deiezione e su le piane adiacenti, sono congiuntamente le cause di uno dei più gravi fenomeni che feriscono e avviliscono annualmente la regione: cioè le frane e le inondazioni. Un fenomeno unico —    per quanto si esprima nelle forme diverse della dilapidazione e della demolizione sui monti, e della alluvione e dello scarico lungo le brevi piane litorali — che riguarda per lo meno metà della Calabria e non ha sosta. Se pure di volta in volta —    e cioè di anno in anno — le sue conseguenze sian meno catastrofiche di quelle che sono dovute in un sol giorno ai moti sismici, però la sua continuità e la sua ripetizione (come dimostrano specialmente i particolareggiati studi di Almagià iniziati qui nei primi anni del secolo, e quelli svolti da Ippolito dopo il 1948) pesano nella vita della regione ben più fortemente che non i sismi: anche perchè la fra-nosità e l’alluvione, per lo meno fino a cinque o sei anni fa (e cioè prima che iniziasse realmente a funzionare — meglio di quanto era stato fra il 1906 e il 1914 — una legislazione speciale per la rinascita delle zone più disgraziate della Calabria) non avevano avuto modo di determinare, verso le condizioni del paese, quei richiami di solidarietà nazionale e quel benefico risveglio a più studiate e maturate iniziative dei governi, che diversamente ogni perturbazione sismica dal 1783 in avanti ebbe. Per la costituzione dei suoi materiali così diversa da zona a zona, e per il plastico frequentemente abrupto, la Calabria è la regione italica ove le frane squadernano aspetti più vari e non di rado nuovi e altrove ignorati: l’Almagià vi ha riconosciuto per lo meno 260 aree di notevole franosità e, già cinquant’anni fa, vi aveva annoverato un centinaio di paesi danneggiati in misura più o meno forte dal fenomeno.

    Vedi Anche:  Regioni naturali e regioni storiche

    Fenomeni di erosione con procedimento accelerato nei depositi a sabbie plio-pleistocenici della costa tra Belvedere e Diamante.

    Erosioni calanchive ai margini delle colline argillose che s’elevano a occidente di Crotone.

    Come è naturale le aree della penisola più colpite da moti sismici sono anche tormentate da più appariscenti frane, poiché le dislocazioni ai margini dei rilievi cristallini (specialmente sul lato occidentale della penisola) e i continuati aggiustamenti della litosfera, che si manifestano in loro rispondenza, agevolano lo scivolo e il crollo di falde montane: perciò i fianchi a forte inclinazione del versante nord occidentale di Aspromonte sono rovinati da enormi frane, fra cui la più nota nel 1783 squarciò la zona di capo Paci. In ogni modo le formazioni cristalline del Bruzio sono state così a lungo squassate e dislocate e intagliate da fenomeni disgiuntivi, che la fratturazione dei loro blocchi consente ad ogni elemento atmosferico di svolgere superficialmente un’azione decisa di penetrazione. Di guisa che i graniti che impalcano la zona orientale della Sila e il cuore della Serra e il fronte marino del Poro, e gli gneis che formano per buona parte la catena paolana e la diramazione sud occidentale della Sila e la metà meridionale di Aspromonte, per quanto solidi di natura, ove sian privati del manto della vegetazione si alterano e rivestono, per opera della degradazione in loco, di una crosta di sfasciume fino a 50-80 m. di grossezza. E quando la piovosità, permeando le numerose soluzioni di continuità della roccia, imbibisce tale formazione e perciò aumenta in notevole misura il suo peso e modifica le sue condizioni statiche, sono frequenti in questi materiali le frane a crollo. Diversamente i micaschisti che appaiono in vari punti della catena padana e formano la fiancata occidentale e meridionale della Sila, così come la metà nord occidentale di Aspromonte sono lacerati dai fenomeni erosivi con singolari frane di cedimento dovute ad alterazione interna dei feldspati in argilla: quando il fenomeno è in stato maturo la crosta superficiale si ammollisce e affiappa, cede e determina uno sfasciamento per vasta area (segnalo a questo riguardo le frane di Sellia, così grandi da costringere negli ultimi anni l’abitato a uno spostamento). E frane per cedimento manifesta pure la zona flyscioide da cui sono coperti i bordi, specialmente orientali, del rilievo del Pollino, nei bacini dei fiumi Seracino, Ferro ecc. : ma qui sono i banchi argillosi ad ammollirsi e quindi a scoscendere per deformazione plastica, fino a causare la frantumazione dei banchi arenari o calcari intercalati.

    Le frane in Calabria.




    Erosioni sulle colline di S. Agata del Bianco.

    Erosioni nelle colline di Caulonia

    A ben minore altitudine e a poca distanza infine, dagli esigui bordi piani della costa, aree con frequenza desolate da frane sono quelle della fascia pliocenica: qui il dilavamento superficiale rapido scava nei pendìi costituiti da materiali incoerenti, numerosi minuscoli solchi, divisi fra loro da esili creste e lame rilevate, come si può vedere con particolare ampiezza e risalto sui terrazzi marini a sabbie gialle fra Belvedere e Diamante. Ma è specialmente sul piede delle ondulazioni orientali che, per il congiunto aridore nei mesi estivi, la visione dei terreni in sfacelo è più impressionante che sui monti: in questa zona i vorticosi rivi invernali enfiano le argille (quelle brune scagliose e quelle azzurre del pliocene) e le portano a scivolare e diluirsi fino a dare al rilievo quei profili e linee sconvolti e vivamente caotici da cui sono contrassegnate le zone di Bova, Brancaleone, Bianco, Riace, Badolato ecc. o sciolgono e rodono e scalzano a poco a poco le argille costituenti la base di una pila di conglomerati o di sabbie cementate, fino a quando il margine dei più solidi materiali che la coprono, per carenza di sostegno, crolla rovinosamente, a volte con distruzione di parte degli abitati arroccati su quegli acuminati e affascinanti spunzoni, come fu in più di una occasione a Palizzi, Staiti, Brancaleone, Bruzzano, Sant’Agata del Bianco, Casignana, Portigliola ecc.

    Lingua di argille frananti a valle, nella zona di Lacco (fiumara di Mèlito).

    Ma l’opera rovinosa della piovosità invernale non si limita ai rilievi spogliati e degradati: con le piene raccolte dalle fiumare investe pure le pianure litorali e non di rado le inonda in modo grave. Tali inondazioni sono una conseguenza del progrediente elevarsi del letto delle fiumare sui coni deiezionali: a poco a poco i fiumi da lievemente risolcati nel piano delle cimose litorali — come erano a quel che pare nell’antichità — per la deposizione dei materiali portati giù dai monti sono divenuti pensili. E la colmatura si è manifestata notevole specialmente lungo la costa ionica a cui si scaricano più numerose le fiumare che drenano un maggior bacino e quindi adunano più forte quantità di materiale. A un dato punto (si pensi che due secoli fa i descrittori della regione erano concordi nel dichiarare che le piene dei rivi secondari potevano venire contenute nelle piane di Locri e di Nicastro da cinture vive di agavi e di roveti) tale fu la mole dei materiali ammassati sul letto fluviale, e quindi così pronunciato il suo rialzo, che le arginature elevate e via via ingrossate ai suoi limiti sono risultate inadeguate a regger le piene più forti. Di modo che le piene invernali da un secolo a ora soperchiano o schiantano con maggior frequenza le arginature, e spargendosi ai lati del fiume seppelliscono con le loro alluvioni le rigogliose colture che verdeggiano su le piane litorali.

    Costa a falesia lungo l’altopiano del Poro, vicino a Tropea.

    L’interno della grotta di Rizzo, lungo il litorale di Cetraro.

    Fino a metà del diciottesimo secolo gli straripamenti di cui si ha memoria non erano stati numerosi : e colpivano solo le zone prossime ai fiumi principali (si ricorda come paurosa l’inon-dazione del Crati nel 1590, che secondo una relazione coeva, a Cosenza «annegò tutti li pignatari [= orciaioli, che dimoravano nel borgo omonimo] e buttò tutte le mura delli giardini a terra… e dove passava facea gran danni »). Ma poi il numero dei dilagamenti crebbe e negli ultimi lustri di quel secolo l’economista Domenico Grimaldi doveva constatare la gravità di anno in anno saliente delle inondazioni, a cui i locali si disponevano come a eventi ordinari. Tra il 1788 e il 1790 i fiumi della piana di Rosarno, nel 1790 l’Ancinale, nel 1795 le fiumare aspromontane che si versano nello Stretto ai lati di Reggio (il Calopinace e l’Annunziata e il Torbido), recano disastri ai paesi della costa. E la frequenza delle inondazioni aumenta via via nel secolo seguente: solo nella regione di Aspromonte fra il 1827 e ^ 1896 se ne registrano una decina di gravissime (la prima distrugge nel 1827 gli abitati di Gallico e Catona, la più forte nel 1880 devasta le vie di comunicazione e riveste di fango i campi per 25 km. fra Pellaro e Villa). E negli ultimi trent’anni, a conseguenza dei diboscamenti operati per bisogni di guerra e per carenza di buona disciplina e regolare sistemazione idraulica, lo stato dei fiumi — in modo particolare di quelli ionici — è divenuto ulteriormente più calamitoso: perciò le rovine includono zone più grandi. Dopo il 1920 e fino a oggi la Calabria è stata sconvolta da per lo meno otto funeste inondazioni, fra cui più imponenti quella del 1951 nella piana di Rosarno e sul bacino del Mesima, e quella del 1953 su la riviera meridionale aspromontana, nella piana di Locri, sui fianchi orientali della Serra e nelle principali valli del Marchesato.

    In realtà se la catastrofe sismica è improvvisa e, per la costituzione naturale della regione, inevitabile e non rara in Calabria, essa non ha colpito però, in media, più di una volta gli uomini di ogni generazione, e le sue conseguenze furono rimarginate prima o poi: ma le continuate inondazioni invernali che distruggono le opere di irrigazione e le vie di comunicazione e le colture di pregio agli sbocchi dei fiumi nelle piane litorali, così come le frane che sconvolgono gli abitati e costringono le popolazioni a mutare di sede — ricordo le peregrinazioni degli africoti dal 1951 ai nostri giorni — e pregiudicano le opere di bonifica e rendono onerose e interminabili le costruzioni stradali e ferroviarie e pesante la loro manutenzione, sono da cinque o sei secoli per la Calabria una pervicace maledizione. Di cui però va riconosciuta l’origine non solo e non propriamente in particolari condizioni della natura, ma prima di ogni cosa in quel malo uso e governo che l’uomo ebbe di questa natura dai tempi romani fino a noi.