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Origine nome Umbria

    Umbria

    Il nome e la sua estensione territoriale

    Origine e vicende del nome

    L’Umbria è la regione degli antichi Umbri, uno dei popoli che in età remota abitarono la nostra penisola. Nel grande gruppo degli Italici, gli Umbri costituivano le popolazioni più settentrionali. La tradizione classica assegna loro origini leggendarie: Plinio li considera un popolo antichissimo, e riferisce perfino l’opinione che il loro nome risalisse all’epoca del diluvio universale (…« quos Ombrios putent dictos, quod inundatione terrarum imbribus superfuissent).

    Le sedi primitive degli Umbri pare si estendessero su un vasto territorio, dalla valle del Tevere al corso del Po: molte città dell’Etruria e deirEmilia vantavano ancora ai tempi di Augusto le loro origini umbre, da Cortona e Perugia, a Rimini, Ravenna e Budrio. Secondo Erodoto, il dominio degli Umbri doveva giungere, al di là del Po, fino ai piedi delle Alpi, e lungo le coste adriatiche si spingeva probabilmente verso sud fino ad Ancona. In realtà, sotto il nome di Umbri si comprendevano nell’antichità quelle popolazioni, giunte in Italia forse più di dieci secoli avanti l’era volgare, che avevano preceduto gli Etruschi nella pianura padana, insediandosi tra i Liguri ad occidente ed i Veneti a levante, ed erano passati quindi, oltre l’Appen-nino, nelle vallate del versante tirrenico, dove si erano spinti fino alle conche di Terni e di Rieti e alle montagne circostanti. Al mezzogiorno confinavano con i Sabini, che, secondo una tradizione, sarebbero derivati dagli stessi Umbri, e con la stirpe affine degli Oschi, che si estendeva nella parte meridionale della penisola.

    Quando vennero in contatto con Roma, tra il IV ed il III secolo a. C., gli Umbri si erano ormai ridotti ad abitare un territorio assai più ristretto. L’espansione etrusca e la penetrazione delle prime ondate celtiche nella valle padana li avevano spinti ad abbandonare buona parte dei territori dell’Italia settentrionale e della Toscana, ed a cercar rifugio nelle montagne appenniniche, in quella regione alla quale rimase poi definitivamente il nome di « Umbria ». Essa si estendeva dal corso del Tevere, che ne segnava a ponente il confine con il territorio etrusco, a tutta l’area montuosa dell’Appennino, con le alte vallate del versante adriatico, mentre sulle più basse pendici, fino al mare, dominavano i Piceni. Il limite meridionale era segnato dal fiume Nera, oltre il quale vivevano i Sabini. Centro principale era forse Iguvium (l’odierna Gubbio), posta nel cuore della regione, ai margini di una conca protetta da impervie montagne: l’antica e potente città degli Umbri che ci ha tramandato, nelle sue famose tavole di bronzo, la più importante testimonianza della lingua e dei riti sacri di quel popolo.

    L’estensione del nome « Umbria » nell’età moderna.

    Nell’ordinamento augusteo dell’Italia, il nome di Umbria venne assegnato alla IV regione che, oltre al territorio degli Umbri in senso stretto, includeva anche verso nord il Casentino e, al di là dell’Appennino, il cosiddetto ager gallicus, una striscia di territorio lungo l’Adriatico, fra il corso deH’Esino, che ne segnava il confine con il Piceno, e quello del Conca (l’antico Crustumius), che la divideva dall’Emilia. L’ager gallicus (così denominato perchè vi si erano stabiliti i Galli Sènoni) non rimase però a lungo unito all’Umbria: già alla fine del II secolo d. C. esso se ne andava staccando e prendeva il nome di « Flaminia », dalla via che lo attraversava. Più tardi, sotto Diocleziano, mentre la Flaminia veniva aggregata al Piceno, l’Umbria fu unita all’Etruria, formando la regione detta « Tuscia et Umbria », alla quale rimase poi soltanto la prima denominazione.

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    Il nome Umbria andò così a poco a poco perdendosi nell’uso comune. L’Umbria mantenne tuttavia una certa autonomia in materia religiosa, poiché l’imperatore Costantino permise che si innalzasse a Spello, nel cuore della regione, un tempio della « Gens Flavia », dove ogni anno potessero adunarsi i rappresentanti delle città umbre.

    Dopo la caduta dell’Impero Romano, per molti secoli il nome Umbria non compare più; la regione del resto non aveva confini fisici ed etnici ben definiti, e mancava di un centro di attrazione di importanza tale da poter ancora tener unite le varie parti di un territorio, i cui interessi gravitavano spesso verso le regioni adiacenti. Non contribuirono certo a formare un’unità regionale le vicende del primo Medio Evo, quando alle invasioni barbariche succedevano le lotte tra i Goti e i Bizantini, tra questi e i Longobardi e tra i Longobardi e il Pontefice, per il controllo delle vie di accesso a Roma dall’Italia settentrionale.

    Tuttavia la parte meno accessibile della regione, chiusa su tre lati da gole montuose, riusciva a conservare per qualche secolo una vita autonoma: il Ducato longobardo di Spoleto riuniva infatti sotto il suo dominio la grande conca interna che da Spoleto e Foligno si estende fin quasi al Tevere presso Assisi, ed il territorio montano posto a sudest; di conseguenza questa fu l’unica parte della regione umbra che potè costituire e mantenere un’unità territoriale, sia pure sotto altro nome. La posizione del Ducato, largamente autonomo rispetto al regno longobardo d’Italia, contribuì probabilmente a farne un ambiente di vita isolato, in cui si rifugiavano e si conservavano più che altrove le antiche tradizioni e i caratteri peculiari del popolo umbro ; tanto più che, pur attraverso periodi di varie vicende politiche, il Ducato spo-letino visse praticamente oltre seicento anni mantenendo la sua autonomia sia nei riguardi del Papato che dell’Impero.

    Ancora nel 1500 l’Umbria si identificava comunemente con il Ducato di Spoleto. Leandro Alberti, nella sua « Descrittione di tutta Italia », le attribuiva tutto il territorio compreso « fra il Monte Appennino, et il Tevere, infino al fiume Teverone » (l’Aniene), includendo perciò nei suoi limiti anche tutto il paese dei Sabini, e lasciandone fuori il Perugino e l’Orvietano, che erano considerati parte della Toscana.

    Nella cartografia dei secoli XVI e XVII, il nome « Umbria » compare spesso accanto o in luogo di quello « Ducato di Spoleto », e sia l’uno che l’altro sono riferiti costantemente al territorio sulla sinistra del Tevere. La delimitazione dei confini della regione è per altro alquanto incerta: i limiti mancano in alcune rappresentazioni, e dove sono indicati differiscono talora sensibilmente da una carta all’altra, specie a levante e a mezzogiorno. Nelle pitture eseguite da Egnazio Danti nella Galleria Vaticana, l’Umbria, che è distinta dal « Perugino », si estende a nord fino ad Assisi e ad est comprende il territorio di Camerino e le conche di Norcia e di Leonessa, mentre a sud ne è esclusa la Sabina con il territorio di Rieti. Quest’ultimo, con il versante sinistro della bassa valle del Nera, è invece attribuito all’Umbria dalle carte di Giovanni Antonio Magmi, che d’altra parte pone al di qua della dorsale appenninica il confine orientale della regione e include Camerino nella Marca di Ancona e il territorio di Gubbio, con l’alta valle del Chiascio, nel Ducato di Urbino.

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    « Umbria, ovvero Ducato di Spoleto » di Egnazio Danti.

    Poiché dalle carte maginiane derivano, com’è noto, gran parte delle successive rappresentazioni dei secoli XVII e XVIII, tali confini non mostrano in seguito sostanziali variazioni, eccetto che sul lato orientale, dove il territorio della regione si estende oltre lo spartiacque appenninico fino a Sassoferrato nell’alta valle del Sen-tino, e al distretto di Camerino, mentre il territorio di Città di Castello e l’agro Eugubino sono sempre attribuiti all’Urbinate. In genere, il « Perugino » continua a rimanere distinto dall’« Umbria » tradizionale, che corrisponde al territorio dell’antico Ducato di Spoleto; e fa sempre parte a sè l’Orvietano, che fu per lungo tempo considerato, per quanto erroneamente, incluso nel cosiddetto « Patrimonio di San Pietro », comprendente gran parte dell’odierno Lazio settentrionale.

    Solo al principio del secolo XIX, durante la dominazione napoleonica, la regione umbra venne a costituire il «Dipartimento del Trasimeno», che lasciava però fuori dei suoi confini il territorio di Gubbio, ancora considerato marchigiano, ed aveva per capoluogo Spoleto, la capitale dell’Umbria medioevale. Nel Dipartimento del Trasimeno era incluso pure il territorio di Città di Castello.

    Il «Perugino» di Egnazio Danti.

    La conca di Castelluccio di Norcia, ai piedi del Vettore.

    La regione attuale

    Nel 1860, in seguito all’annessione, l’ordinamento italiano riportò definitivamente nell’uso ufficiale il nome di Umbria, che era sempre sopravvissuto nella tradizione letteraria e popolare, e costituì, con la fusione delle quattro delegazioni pontificie di Perugia, Orvieto, Spoleto e Rieti, un’unica grande provincia (la provincia dell’Umbria), con capoluogo Perugia, e comprendente anche il territorio Eugubino, ma non il Vissano, cioè l’alto bacino del Nera, che venne assegnato alle Marche. Nel 1923 ne fu poi staccato il Reatino, che era tradizionalmente umbro e che, con altri territori tolti all’Abruzzo, formò la nuova provincia di Rieti. Quattro anni più tardi si giunse all’attuale divisione della regione nelle due province di Perugia e Terni: alla provincia di Perugia venne allora nuovamente unito il Vissano, che però fu restituito alle Marche nel 1929.

    I confini amministrativi attuali della regione, coincidenti in parte con quelli che si sono venuti delineando nel corso delle sue vicende storiche meno remote, seguono raramente limiti naturali. Il Tevere, che ne ha segnato per lungo tempo il confine occidentale, separando gli Umbri dagli Etruschi, oggi ne delimita solo per un tratto il territorio, a sudovest, fra Otricoli e Baschi; ed anche qui il limite amministrativo discorda in più punti dal corso del fiume qual è oggi, seguendo quasi ovunque i vecchi meandri. Inoltre il confine si allontana dal Tevere all’altezza di Orte, attribuendo al Lazio un lembo di territorio sulla sinistra. Poco a valle di Baschi, il limite abbandona di nuovo il fondovalle del Tevere e si dirige verso occidente, con andamento irregolare, per raggiungere presso Bolsena l’orlo settentrionale del cratere Volsinio, che segue fin presso San Lorenzo Nuovo, sì da comprendere nell’Umbria il territorio collinare che fa capo ad Orvieto; prosegue quindi verso nord, attraversa, a valle di Acquapendente, il Paglia, affluente di destra del Tevere, e corre poi, lungo la valle del Chiani, fino ai laghi di Chiusi e di Montepulciano, dov’erano un tempo le paludi della vai di Chiana, che segnarono per secoli la divisione fra lo Stato Pontificio e quello toscano. Di qui il confine piega verso nordest, comprendendo per intero nella regione il lago Trasimeno; a settentrione del lago si avvicina nuovamente al Tevere, mantenendosi aU’interno dello spartiacque, quindi attraversa la valle del fiume quasi al limite della conca di Città di Castello, a sud di Sansepolcro, e raggiunge la dorsale appenninica.

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    Sul fianco sinistro del bacino teverino, il limite naturale è seguito ancora solo in brevi tratti: fra la Bocca Trabaría e la Bocca Serriola i confini amministrativi dell’Umbria si estendono sul versante marchigiano a comprendere gran parte dell’alto bacino del torrente Candigliano, affluente del Metauro; e oltre la Bocca Serriola si spostano sulla dorsale della Serra Maggio, che corre a levante dello spartiacque appenninico, sì da includere nella nostra regione le alte valli dei torrenti Certano e Burano, anch’essi tributari del Metauro; infine raggiungono le aspre pendici del monte Catria, attribuendo all’Umbria quasi tutto il bacino superiore del fiume Sentino. Dal monte Cucco, si ritorna a seguire il confine naturale, per il colle di Fossato e il monte Maggio, fino al monte Nero, e ancora, dopo una breve deviazione verso oriente, dal passo del Termine (sopra Nocera Umbra) al monte Pennino e alla sella di Colfiorito.

    L’alta valle del Nera, presso il confine tra Umbria e Marche

    La valle del Como presso Monteleone di Spoleto, al confine tra Umbria e Lazio.

    Più a sud, il limite amministrativo si dirige verso il corso del Nera, lo risale per breve tratto e corre poi, alle spalle di Norcia, fino alle più alte vette dei monti Sibillini, lasciando tuttavia alle Marche l’alta valle del Nera e la pittoresca piramide del monte Vettore. Di qui piega verso sud, segue la dorsale fra il Nera e il bacino del Tronto, dalla Forca Canapine al monte Utero e al monte Pizzuto, e si dirige quindi a sudovest, avvicinandosi nuovamente al corso del Nera, sicché la conca di Leonessa viene attribuita al Lazio; il limite attuale coincide, in questo tratto, con il confine storico che divideva lo Stato Pontificio dal Regno di Napoli, mentre se ne discosta sùbito dopo, tagliando fuori quasi tutta la piana di Rieti, della quale solo l’estremità nordoccidentale, col lago di Piediluco, rimane in territorio umbro.

    La valle del Tevere a Baschi, presso il confine umbro-laziale.

    Nell’ultimo tratto, infine, il confine umbro-laziale segue quasi costantemente la linea delle alture che fiancheggiano sulla sinistra il corso del Nera, tocca il punto più meridionale della regione a nordest di Magliano Sabina e raggiunge quindi il Tevere a mezzogiorno di Otricoli.

    L’Umbria attuale si estende su un’area di 8456 kmq., ed è fra le minori regioni italiane: quartultima per superficie, prima del Friuli-Venezia Giulia, della Liguria e della Valle d’Aosta. Ma entro i suoi confini, raramente segnati dalla natura, più spesso risultato di vicende storiche o di recenti sistemazioni amministrative, essa conserva un’individualità propria, nella dolce serenità dei suoi paesaggi, nella grazia tranquilla delle sue città e dei suoi borghi, che sembrano vivere fuori del tempo, ricchi di tesori artistici e di ricordi del passato.