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Il nome e l’estensione del Lazio attraverso i secoli

    Lazio

    Il nome e l’estensione del Lazio attraverso i secoli

    Il nome ” Lazio”

    Il nome Lazio, conosciuto in tutto il mondo civile, e strettamente connesso con quello dei suoi abitanti, i Latini, e di Roma, risale ad una remota antichità. Esso appare per la prima volta, per quanto si sappia, nella Eroogonia di Esiodo, scritta intorno all’Vili secolo a. C. ; ma appare indirettamente, con riferimento all’eroe eponimo del popolo, Latino. Il passo esiodeo, molto singolare, merita di essere riferito. Narra il poeta che Ulisse, il leggendario navigatore del Mediterraneo, ebbe da Circe tre figli, Agrio, cioè il selvaggio, Telegono e Latino, e soggiunge: «questi, molto lontano, nel seno delle sacre isole, dominarono sopra tutti i rinomati Tirreni ». Siamo in un’età lontanissima nella quale i navigatori greci non avevano ancora riconosciuto il carattere peninsulare dell’Italia e consideravano le terre da loro scoperte come un gruppo di isole, quali erano di fatto la Sicilia, le Eolie, le Isole Partenopee dove essi avevano già messo piede venendo a contatto coi Tirreni e raccogliendo vaghe notizie sui Latini.

    Secondo un’altra leggenda, riferita ad esempio da Dionisio di Alicarnasso, Latino è invece figlio di Circe e di Telemaco e padre del fondatore di Roma; un’altra ancora fa di Latino stesso il fondatore di Roma che egli avrebbe così denominato da sua sorella Rome. In questi racconti non compaiono ancora le leggende che ricollegano il sorgere di Roma con l’arrivo di Enea; sono dunque miti della più alta antichità. Gli scrittori romani non li raccolsero, preferendo quelli più nobili che ricollegavano l’origine di Roma a Troia e alle guerre troiane.

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    Il Lazio primitivo e nell’epoca classica.

    All’alba della storia il Lazio è un territorio molto ristretto, situato sulla sinistra, ossia a sud del basso Tevere —- sulla destra si affacciavano al fiume gli Etruschi — e compreso fra il Tirreno, la cinta esterna dei Colli Laziali e le radici dei Colli Tibur-tini. Tivoli non appartenne al primitivo Lazio; non vi appartennero neppure le località poste al margine meridionale dei Colli Laziali: Velletri e la scomparsa Corioli erano città volsche, Ardea fra i colli e il Tirreno era centro della piccola comunità dei Rùtuli. Il territorio sopra delimitato conteneva alcuni villaggi che Roma distrusse prestissimo, e così radicalmente che spesso non è più possibile neppur rintracciarne l’ubicazione: interiore sine vestigiis, scomparvero senza lasciar traccia, dice uno scrittore latino non senza un senso quasi di spavento; sulla destra del Tevere, in paese etrusco, Roma ebbe bisogno, per aver libera la navigazione sul fiume, di conquistare prestissimo una ristretta striscia fino al mare — una testa di ponte — diremmo noi, e la tradizione ne attribuisce di fatto già la conquista ad Anco Marzio.

    Quel territorio era dunque un quadrilatero irregolare di circa 30 km. per 40, ossia 1200 kmq.: questo Lazio primordiale fu la culla del più famoso Impero del mondo classico!

    Questo Latium vetus, come gli stessi autori latini lo designarono, si estese man mano che progrediva la conquista romana; dapprima a sud su territori abitati da Volsci, Aurunci, Osci, ecc. ; esso raggiunse il Circeo, poi lo spartiacque tra il basso Liri ed il Volturno, cioè il vulcano di Roccamonfìna ed il Monte Massico (Mons Vescinus dei Romani). Più tarda fu, come Plinio, Strabone e altri scrittori romani ci attestano, la conquista del retroterra montuoso, abitato dagli Equi e dagli Ernici. Con la sotto-missione di questi divenne Lazio tutto il bacino del Sacco (Tolerus). Si contrappose perciò al ristretto Latium vetus un Latium novum o adiectum. Il confine del Lazio in questo senso più largo partiva dal Tevere a Crustumerium non lontano dal luogo dell’attuale Monterotondo, risaliva il Mons Lucretilis, cioè il gruppo del Gennaro, di qui verso est si avvicinava al Fucino, scendeva a sud fin presso Sora, poi seguiva la displuviale fra Tirreno e Adriatico fino alla regione sorgentifera del Melfa e successivamente il già menzionato spartiacque fra Liri e Volturno segnato dal Roccamonfìna e dal Massico. Arpino, Atina e Sora erano incluse nel Lazio, al pari di Sessa Aurunca e di Minturno; Teano e Sinuessa erano già città campane. Rimase sempre distinta dal Lazio la Sabina, per quanto abitata da un popolo affine al latino, e mai durante l’antichità il Lazio si estese a nord del Tevere; qui si era in paese estrusco.

    Il Lazio antico.

    Sull’etimologia del termine Lazio si è discusso molto: i più oggi lo collegano alla parola latus nel senso di piano (greco 7:Xa–j;); come paese pianeggiante doveva esso apparire sia ai navigatori che approdavano alle foci del Tevere o del Garigliano, sia agli abitatori dell’Appennino e del Subappennino, che da epoca remotissima vi scendevano d’inverno coi loro greggi.

    Nella partizione dell’Italia in regioni, effettuata sotto Augusto, il Lazio ora delineato (eccezion fatta per un lembo della Sabina sulla sinistra del Tevere e per una parte del territorio degli Equi ed Equicoli, comprendente Carsoli e la valle del Turano) fu unito in una sola regione con la Campania, mentre l’Etruria o Tuscia rimase provincia a sé. In effetti i vincoli economici tra Lazio e Campania erano divenuti così stretti, le comunicazioni così facili, così numerosi i centri marittimi e tanti i luoghi di soggiorno campani frequentati da Romani, che la fusione amministrativa appare giustificata. Le cose non mutarono nel riordinamento operato da Diocleziano.

    Il Lazio nel Medio Evo enel Rinascimento

    Nel Medio Evo il nome Lazio in sostanza scompare: era già caduto in disuso al tempo di Teodorico. La regione circostante a Roma, sulla sinistra del Tevere, presso a poco nella estensione del Latium vetus, viene designata col nome di Campagna di Roma (già Campania romana) ; per i territori più meridionali rimasti sotto il dominio dei Pontefici si introduce una divisione che prende a base la lunga dorsale dei Lepini : si denominò Marittima    la regione fra i Lepini e il Tirreno, Campagna, la regione interna, corrispondente all’incirca al bacino del Sacco, detto sso stesso Fiume di Campagna. Ma il lembo più meridionale del Latium adiectum (fino al Garigliano), che fra i secoli V e VII era compreso nel Ducatus romanus, dopo essere stato in parte incorporato nel ducato (poi principato) longobardo di Benevento — che comprendeva pure l’Abbazia di Montecassino ed il suo territorio: la Terra di S. Benedetto

    — ed in parte raccolto intorno al piccolo ducato di Gaeta (delimitato dal fiume Garigliano, i Monti Aurunci ed Ausoni e la punta di Terracina), venne già sotto i Normanni (verso il 1140) incorporato nel Regno di Napoli, e vi rimase fino alla età moderna (1860).

    A nord invece, sulla destra del Tevere, il dominio pontificio si era gradualmente esteso in paese etrusco fino a Viterbo ed anche ad Orvieto; ma per indicare questi territori fu adoperato il nome di Tuscia Suburbicaria cioè Etruria pertinente all’Urbe; come equivalente d’uso più comune si diffuse il termine Patrimonio di San Pietro e semplicemente Patrimonio. Già nel secolo XIV si hanno tracce di una divisione dello Stato della Chiesa in province, ma di Lazio non si parla affatto. Esso non era più che un ricordo dell’età classica.

    Il Patrimonio di San Pietro (e regioni vicine) nella carta della Toscana di Girolamo Bellarmato (1536).

    E risale proprio agli umanisti dei secoli XV e XVI, imbevuti di erudizione classica, il tentativo di rimettere in onore l’antico nome, cercando, per quanto fosse possibile — in questo caso come in altri di nomi regionali risalenti all’evo antico — una qualche corrispondenza coi nomi correnti al tefnpo loro. Il nome Lazio fu, si potrebbe dire, risuscitato in una estensione corrispondente all’incirca al Latium adiectum (eccettuati naturalmente i territori incorporati nel Reame di Napoli) e perciò all’insieme della Campagna e della Marittima. La Sabina — nome che per vero non era mai scomparso almeno nella circoscrizione ecclesiastica — si fece corrispondere dapprima alla sola diocesi di Magliano, più tardi anche a quella di Rieti. Per il territorio a nord di Roma erano ormai radicati i nomi di Patrimonio di San Pietro o Tuscia Suburbicaria (o ancora Tuscia Romana); se ne indicarono come confini il Tevere, il Tirreno, la Fiora e la Paglia.

    Vedi Anche:  I corsi d'acqua e i laghi

    Carta del Lazio di Gerardo Mercatore (1589).

    Primo a dichiarare esplicitamente la corrispondenza del Lazio antico con la Campagna e Marittima fu Flavio Biondo nella sua ‘Italia illustrata (1453); richiamandosi a Strabone e a Plinio egli lo indica come terza fra le diciotto regioni nelle quali divide l’Italia pur accennando che quella corrispondenza avrebbe soddisfatto più gli antichi che i moderni. Più sicuramente chiama Toscana l’antica Etruria comprendendovi Perugia, Orvieto, Viterbo e tutto il territorio fino al Tevere. Non differisce sostanzialmente dal Biondo, Leandro Alberti che nella sua Descrittione di tutta Italia (155°) pone il Lazio antico corrispondente alla moderna Campagna di Roma, ma questa estende fino a Minturno sulla costa e nell’interno fino al Garigliano, e al Lago Fucino, cioè al paese degli antichi Marsi. Toscana è per lui tutto il paese a nord e a ovest del Tevere; la Sabina è considerata come parte dell’Umbria classica, ma questa risulta per l’autore all’incirca equivalente al ducato di Spoleto.

    Carta del Patrimonio di San Pietro (e regioni vicine) di G. A. Magini (1620).

    G. A. Magini nella descrizione generale dell’Italia, premessa al suo notissimo atlante, pubblicato postumo dal figlio Fabio nel 1620, passa in breve rassegna le partizioni dell’Italia usate o proposte in vari tempi, ed i nomi di ciascuna; in sostanza si attiene a Leandro Alberti con più esatta precisazione dei confini. Ma nell’Atlante ci dà due carte, una intitolata « Patrimonio di S. Pietro, Sabina et Ducato di Castro », l’altra « Campagna di Roma, olim Latium » e delinea come confini del Patrimonio il Tirreno dalla foce del Tevere a quella della Marta, poi l’intero corso di questo fiume fino al Lago di Bolsena, il lago stesso, il Rio Chiaro e il Tevere. Come confini della Campagna di Roma dà il Tevere, l’Aniene fino alla confluenza col Licenza, ed i monti che dividono il bacino del Liri da quello dell’Aniene; poi volgendo al mare fino a Terracina, segue il limite storico tra lo Stato della Chiesa ed il Regno di Napoli: Sora, Arpiño, Fondi, Gaeta sono perciò fuori del Lazio.

    Carta della Campagna di Roma di G. A. Magini (1620).

    Nella Galleria delle carte geografiche in Vaticano vi è una carta Patrimonium Sancti Petri, che, cosi come la vediamo, è opera di Luca Holstenio (1632); in essa una didascalia afferma come confini la Fiora, la Paglia, il Tevere e il Tirreno. In un’altra carta, Latium et Sabina, restaurata dall’Holstenio, non sono peraltro indicati precisi confini.

    Di fatto nel secolo XVII la provincia del Patrimonio ci appare come una unità amministrativa ben costituita: essa comprende il territorio di Orvieto, ma non quello del piccolo staterello di Castro, già feudo dei Farnese, definitivamente annesso, dopo una guerra crudele, sotto Innocenzo X nel 1649, ma con amministrazione distinta.

    Nel resto del paese si hanno le due province della Marittima e della Campagna, ma accanto ad esse anche una provincia Lazio, corrispondente ancora all’incirca al Latium vetus, il che potrebbe dimostrare che al territorio rispondente aH’originaria ristretta estensione si riconosceva ancora una propria individualità.

    Il Lazio nell’età moderna

    Non è qui il caso di dilungarci a seguire le ulteriori vicende amministrative che non arrecarono modificazioni meritevoli di rilievo. Una nuova precisa divisione amministrativa della nostra regione si ebbe invece nell’età napoleonica, allorché fu creato (1809) il dipartimento del Tevere. Esso comprendeva anche tutta la Sabina fino al Lago di Piediluco (esclusa Terni), includeva il Lago di Bolsena e l’intero bacino del suo emissario Marta, escludeva invece l’Orvietano aggregato al dipartimento detto del Trasimeno. Era diviso in sei circondari: Roma, Tivoli, Velletri, Frosinone, Viterbo e Rieti ; i circondari erano, come in tutti i dipartimenti napoleonici, divisi in cantoni e i cantoni in comuni. Un quadro completo si rileva dal censimento del 1811.

    Questa circoscrizione napoleonica non durò che fino al gennaio 1814, ma pur dopo la caduta del grande imperatore, lasciò qualche traccia. Infatti Pio VII nella nuova divisione amministrativa, promulgata il 6 luglio 1816, distingueva un distretto di Roma o Comarca, di estensione non molto diversa da quella del circondario napoleonico, poi la « delegazione » di Frosinone comprendente le antiche province di Campagna e Marittima, e le delegazioni di Civitavecchia e di Viterbo. Quest’ultima comprendeva anche il territorio di Orvieto, ma questo fu eretto a delegazione nella riorganizzazione operata da Gregorio XVI nel 1833. In questa riorganizzazione la Campagna, con capoluogo Frosinone, fu di nuovo separata dalla Marittima, eretta nuovamente in delegazione con capoluogo Velletri.

    L’Agro Romano nei pressi del Casale del Cavaliere.

    Tale suddivisione amministrativa rimase immutata, salvo qualche trasferimento di comuni da una ad un’altra delegazione, fino al 1870. Con l’annessione al Regno d’Italia, le quattro delegazioni di Viterbo, Civitavecchia, Velletri e Frosinone ripresero, al pari della Comarca, la denominazione napoleonica di circondari in uso in quasi tutto il resto del regno e i cinque circondari furono riuniti in un’unica provincia, la provincia di Roma. I confini verso l’Abruzzo e la Campania rimasero per allora inalterati, quali essi erano fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli.

    Soltanto dal 1870, per la prima volta, all’unica provincia di Roma, fu applicato del tutto convenzionalmente, e, possiamo aggiungere, arbitrariamente, il nome vetustissimo di Lazio, che mai per l’innanzi aveva varcato il Tevere.

    La divisione amministrativa del 1870 rimase per oltre un cinquantennio sostanzialmente immutata, nonostante che da più parti e per diverse ragioni se ne rilevassero gli inconvenienti. E questi non furono certo diminuiti dall’aggregazione, avvenuta nel 1923, del circondario di Rieti sottratto all’Umbria (provincia di Perugia).

    Soltanto nel 1927 l’unica vastissima provincia laziale fu divisa in quattro, cioè Roma, Viterbo, Frosinone e Rieti, quest’ultima ingrandita con l’incorporazione dell’antico circondario di Cittaducale e di altri comuni (in numero di 16: Accumoli, Amatrice, Antrodoco, Leonessa, Borgocollefegato, Cantalice, ecc.) prima appartenenti alla provincia dell’Aquila (Abruzzo), cosicché i confini del Lazio come regione furono estesi fino nel cuore dell’Appennino Centrale con evidente trascuranza di criteri propriamente geografici.

    Non può tuttavia tralasciarsi di notare come altri criteri — in prima linea forse gli stretti rapporti economici e commerciali fra quel cantone montano e Roma, e la dimora nella capitale di nuclei cospicui di abruzzesi venuti a stabilitisi permanentemente (da Leonessa, Amatrice, ecc.) — possano in qualche modo giustificare l’incorporazione nella regione definita ufficialmente Lazio. Questa diveniva così la meno omogenea tra le regioni d’Italia, in singolare contrasto col fatto che il nome è tra i più antichi, se non addirittura il più antico, dei nomi regionali italiani.

    I successivi ingrandimenti del Lazio.

    Vedi Anche:  L'economia industriale, il commercio, i traffici ed il turismo

    Nello stesso anno 1927, essendo stata soppressa la provincia di Caserta (ricostituita in Campania nel luglio 1945, ma entro confini più ristretti), il Lazio aveva acquistato una ulteriore estensione anche verso sud — fino al Garigliano — dove arrivava in età classica il Latium adiectum. Fondi, Formia, Gaeta, Minturno, Sperlonga ed i vicini paesi vennero allora a far parte del Lazio (provincia di Roma), mentre una cinquantina di comuni entrarono a far parte della provincia di Frosinone, come Aquino, Arpino, Atina, Cassino, Isola del Liri, Pontecorvo, Sora, ecc. Nel frattempo veniva istituita una quinta provincia, quella di Latina (1934), fino al 9 aprile 1945 denominata Littoria; essa incorporò alcuni comuni della provincia di Roma, altri già appartenenti alla soppressa provincia di Caserta ed aggregati poi a quella di Roma, l’arcipelago delle Isole Ponziane (salvo negli anni 1935-37, quando appartenne alla provincia di Napoli), nonché altri comuni di nuova costituzione, come Aprilia, Latina (già Littoria), Pontinia e Sabaudia, sorti in seguito alla bonifica delle Paludi Pontine.

    Nè sono mancate nel frattempo modificazioni di minor conto. Così nel marzo 1927 il comune di Monte Romano è passato dalla provincia di Roma a quella di Viterbo, mentre tre altri comuni (Amaseno, Castro dei Volsci e Vallecorsa) furono trasferiti a quella di Frosinone. Nel 1928 la provincia di Viterbo è stata ingrandita con l’attribuzione di diversi comuni staccati dalla provincia di Roma: Montalto di Castro, Monterosi, Nepi, Oriolo Romano, Tarquinia e Sant’Oreste (quest’ultimo però nel gennaio 1941 è ritornato alla provincia di Roma). Negli anni seguenti il secondo conflitto mondiale, nuovi comuni si sono venuti staccando, via via, da quelli maggiori (per es., nel 1947 Maenza e Roccasecca dei Volsci da Priverno, Santi Cosma e Damiano da Castelforte, ecc.). Questi frequenti mutamenti nel tempo non permettono l’identificazione di una individualità della regione laziale — unitamente all’assenza di una ben definita individualità fisica unitaria — e concorrono a far definire il Lazio, nella sua attuale estensione, un individuo puramente convenzionale.

    Il Lazio attuale e i suoi confini

    In definitiva, dunque, il Lazio non comprende una regione geografica ben determinata e sia verso l’Umbria che verso l’Abruzzo e la Campania — come si è detto — ha visto cambiare più volte i suoi confini (dei quali poi parleremo), che in alcuni punti sono del tutto irregolari, anzi in talune sezioni tali da potersi dire irrazionali, tanto da dar luogo a proposte di rettifiche sebbene con qualche cautela. Nota, infatti, il Milone che «sembrerebbe più rispondente alle condizioni di natura limitare i confini del Lazio alla regione che trae la sua ossatura da quella,parte dell’Antiappennino tirrenico costituita prevalentemente da coni vulcanici e ripiani tufacei, a cui si appoggiano a levante le colline plioceniche, magari includendovi, come vorrebbe il Sestini, i rilievi calcarei che orlano a occidente la valle del Sacco e si spingono sino al golfo di Gaeta. La regione così delimitata, tra i Volsini e gli Aurunci (gli uni e gli altri compresi), tra il mare e i colli pliocenici o, più a mezzodì, le masse calcaree dell’Appennino — e cioè chiusa dai monti Sabini, dai Prenestini e dagli Ernici —, verrebbe a risultare assai più omogenea e uniforme anche nelle sue condizioni di vita. Ma, naturalmente, una modifica dei confini ormai tradizionali di una regione — a parte le recenti loro alterazioni — andrebbe considerata con assai più attento studio, che dovrebbe prendere in esame tutti gli altri aspetti umani e più propriamente economici ».

    Nei suoi odierni confini la superficie del territorio laziale abbraccia un’area di 17.203 kmq. (1961) — pari al 5,7% dell’area totale dello Stato italiano — valore che mette la nostra regione al nono posto nella graduatoria di ampiezza delle regioni italiane (un po’ più grande dell’Abruzzo e Molise, un po’ più piccola del Veneto). Ma per popolazione ha il quarto posto (1961), superando di poco il Piemonte ed il Veneto.

    Riguardo alla posizione astronomica il Lazio è situato nella parte centrale della Penisola e compreso fra 42° 50′ 19” (corso superiore del torrente Elvella, affluente del fiume Paglia) e 41° 12′ 15″ (Promontorio di Gaeta o Monte Orlando) di latitudine nord . La regione abbraccia perciò un intervallo in latitudine di oltre un grado e mezzo. Di oltre due gradi e mezzo è la differenza di longitudine tra la foce del Chiarone, precisamente a Graticciala (n° 27 ), e un punto posto a sudest del Monte della Battuta (gruppo delle Mainarde), ad ovest di Cerreto in Abruzzo (14° 2). Se si prende, invece, come base il meridiano di Monte Mario si hanno valori compresi tra 1° o’ longitudine ovest ed 1° 34′ longitudine est, e la regione viene ad essere in tal modo divisa in due parti quasi uguali dal meridiano fondamentale che passa per Roma, per Sacro-fano (Roma), presso Civita Castellana (Viterbo), ecc.

    La campagna nei dintorni di Bracciano. Località Pisciarelli

    Ai confini amministrativi attuali del Lazio si attribuisce uno sviluppo di ben 1010 km., dei quali quasi 300 marittimi (236 km. di spiagge sabbiose e 63 km. di coste rocciose) e 710 terrestri. Al tratto costiero corrisponde una piattaforma litoranea di circa 4.400 kmq., che è pari a 14,7 kmq. di platea per ogni km. di sviluppo litoraneo. Il confine marittimo, da un punto situato a sudest di Orbetello (foce del Chiarone) fino alla foce del Garigliano, risulta diviso in due sezioni, non molto differenti per lunghezza, dal delta del Tevere, del quale parleremo più avanti. La sezione a nord del delta, presenta due falcature separate dal Capo Linaro, che, come vedremo, è uno sprone del tavolato vulcanico della Tuscia Romana. Eccezion fatta per questo tratto e per altri minori, è una costa piatta, il cui aspetto ha notevolmente mutato dall’evo classico, in genere per alterni fenomeni di interrimento e di sommersione. Questa oggi prevale e spesso possiamo constatarne noi stessi gli effetti. Il mare mangia a poco a poco, ma con insistenza, come si sente dire frequentemente sul luogo specialmente dai vecchi. Come diremo anche in seguito, i piccoli porti etruschi sono scomparsi ; e sino dalla tarda età classica si descrive il quadro di una costa inospite, desolata, composta di paludi ed acquitrini. Ma la recente bonifica ne ha mutato i caratteri e molte descrizioni di visitatori, che ancora nel secolo XIX ne accentuavano con crude tinte lo squallore, appaiono oggi superate.

    Carattere non molto diverso ha la sezione fra la foce del Tevere e il Promontorio di Anzio, mentre più a sud gli aspetti mutano per il comparire di laghi litoranei stretti ed allungati, divisi dal mare per sottili cordoni sui quali si allineano serie di dune. L’isolato Circeo interrompe bruscamente con le sue erte rupi imminenti sul mare e sforacchiate da grotte, questo tratto costiero; e di là da esso l’estremo lembo della costa laziale è più variato: una fascia pianeggiante fino a Terracina, là dove uno sprone degli Ausoni cade a picco sul Tirreno, poi una falcatura alle cui spalle sono il Lago di Fondi e due piccoli laghi litoranei, poi di nuovo un’altra sezione di costa erta, svariata da brevi punte precipiti e da riparate piccole insenature, fino al Promontorio di Gaeta, poi ancora un’ultima sezione di costa piatta. Agli estremi limiti del Golfo di Gaeta, quasi a dominarne gli ingressi, sono poste —• in due gruppi distinti — le Isole Ponziane.

    Parlando ora rapidamente degli attuali confini interni del Lazio, spinti al di là dei limiti naturali, già difficili a definirsi, non potremo non fare poi alcune considerazioni. Dal basso corso del Chiarone il confine della regione laziale con quella toscana si diparte tagliando la Maremma e svolgendosi a distanza dalle basse ondulazioni collinari del Monte Maggiore; sale poi, seguendo per un tratto il corso del fiume Fiora, al Monte Bellino per ridiscendere nella valle del Fiora, percorrere a nord la Selva del Lamone, i Monti Vulsini — con irregolare andamento — e la conca di Acquapendente dove, a nord di Trevinano, lungo il corso superiore del torrente Elvella e nella zona a sud del Pian del Frassino segna il punto più settentrionale. Da qui ridiscende percorrendo prima le falde del Monte Rufeno, poi il crinale dei Vulsini e, quasi seguendo — un po’ più a nord — il percorso sinuoso del fosso di Castiglione, scende alla valle del Tevere. Lo fiancheggia sinuoso e lento come le sue acque (unitamente alla ferrovia Roma-Firenze) fin poco dopo Orte (dove si allontana, però, formando un’ansa in territorio umbro sulla destra del corso del Nera), incrociando sotto Otricoli la Via Flaminia ed il tratto dell’« autostrada del Sole », che da Magliano Sabina porta a Firenze; di là il saliente centrorientale con il quale la regione in esame s’inoltra nelTAppennino — spingendosi così fino ad una cinquantina di chilometri dalla costa adriatica e venendo a contatto anche con le Marche — è indicato da una linea di divisione che si eleva e si abbassa passando dal Monte Cosce nella Sabina al Monte Macchialunga, alle rive meridionali del Lago di Piediluco (che rimane in territorio umbro), ai Monti la Pelosa, Tolentino, Miglio ed Utero; infine, poco dopo aver superato il Tronto, passa per il Pizzo di Sevo (m. 2419), la Cima Lepri (m. 2455) e — prima di piegare notevolmente a sudovest in direzione del fiume Velino e poi a sud verso la Sella di Corno (posta tra Antrodoco e la conca deH’Aquila) — il Monte Gorzano (m. 2458), dalla cui vetta si dominano i Monti della Laga (a nord del Gran Sasso) e la visibilità, nei giorni sereni, arriva fino alle marine adriatiche ed oltre.

    Vedi Anche:  Storia del Lazio

    Ruderi della Villa Adriana presso Tivoli.

    Il Promontorio del Circeo visto dalle dune costiere

    Castel Fusano. La pineta e la Via Severiana.

    Il Gorzano segna la massima altitudine della regione laziale sul mare; infatti a sud di esso, il confine si appoggia ai Monti della Marsica mantenendosi alto nel Cicolano (valle del Salto) ma nè tocca la cima del Monte Velino (m. 2487) nè, aggirata la conca di Carsóli, pur seguendo lo spartiacque delle spiccate masse dei Monti Simbruini (fiume Fióio), Cantari ed Ernici, giunge a superare sensibilmente altitudini oltre i 2000 m. in corrispondenza dei Monti Viglio (2156) e Pizzo Deta (m. 2041). Poi, superata la depressione della Val Roveto (percorsa — spesso intersecandosi — dal fiume Liri, dalla ferrovia che dalla Casilina, per Ceprano e Sora, si porta ad Avezzano e Sulmona, e dalla strada statale 82) ed il Monte Cornacchia (m. 2003), segue al limite sudovest del Parco Nazionale d’Abruzzo la linea di cresta fra il bacino del fiume Melfa e quelli del Sangro e del Volturno, toccando i m. 2241 nel Monte la Meta ed i m. 2070 nel gruppo delle Mainarde, all’estremo limite est del Lazio verso il Molise. Una trentina di chilometri a sud — dopo aver superato la Casilina (ferrovia e strada) e l’autostrada

    Roma-Napoli — piega finalmente verso il Tirreno unendosi capricciosamente al corso del Garigliano (alla Scafa di Sant’Ambrogio), che segue fino al mare, raggiunto fra le piane di Minturno (Latina) e Sessa Aurunca (Caserta), una volta notevolmente paludose ma in seguito bonificate e rese campi verdeggianti di varie e redditizie colture.

    Da questo irregolare andamento del limite terrestre amministrativo della regione consegue che esso, anche in territorio montuoso, assai raramente segue per lungo tratto linee displuviali: casi quasi eccezionali sono quelli rappresentati dalla dorsale tra Sacco e alto Liri e più a sudest, da quella tra Sangro e Garigliano, ma tra le due sezioni si interpone la Val Roveto che è amministrativamente abruzzese.

    Due singolarità del confine sono rappresentate dal lembo che a nord si insinua entro la Toscana (Acquapendente e dintorni) e partecipa già di alcune caratteristiche toscane, e dal ben più ampio cuneo, già menzionato, che a nordest porta il confine del Lazio fino alla zona più elevata della catena dei Monti della Laga. Anche la catena del Terminillo è oggi compresa entro l’area del Lazio amministrativo, come la Montagna della Duchessa e la sezione settentrionale del massiccio del Velino (la cima più alta di esso è tuttavia in territorio amministrativamente abruzzese). E sono queste tutte catene « di tipo abruzzese ».

    Gaeta. Il quartiere medioevale col castello Angioino-Aragonese.

    Rilevasi infine che di alcune tra quelle che appaiono come irregolarità di confine dal punto di vista fisico, si trovano le ragioni in fatti, soprattutto di ordine storico o storico-religioso (confini di diocesi), che ancora conservano il loro valore.

    Le irregolarità dei confini, raramente segnati dalla natura, più spesso risultato di vicende storiche o di recenti sistemazioni amministrative — già sommariamente accennate — confermano che la regione denominata oggi Lazio non ha una propria individualità, ma è piuttosto un aggregato di individui diversi. Di fatto il Lazio amministrativo non possiede alcuna unità orografica, perchè lo costituiscono rilievi di diversissima origine, età e costituzione geolitologica ed in diverso stadio di evoluzione, non ha unità idrografica perchè, se il suo territorio appartiene per buona parte al bacino del Tevere, non può dirsi che questo costituisca un elemento unificatore: il Lazio include, infatti, anche corsi d’acqua che si versano direttamente in mare a nord e a sud del Tevere; a sudest comprende quasi intero il bacino del Sacco affluente del Liri, e a nordest perfino un piccolo territorio le cui acque sono raccolte da un fiume che sbocca nell’Adriatico, il Tronto. Da ciò deriva una grande varietà di aspetti e di paesaggi ed anche di modi di vita degli abitanti, varietà che fa del Lazio una delle regioni più interessanti d’Italia per i viaggiatori e i turisti, specie per quelli che non si peritano di addentrarsi nelle plaghe più appartate, fuori dalle grandi vie di comunicazione.

    Rimane, come caratteristica preminente del Lazio la sua posizione rispetto al resto della Penisola; al centro di essa, ma largamente affacciato sul Tirreno, il mare italiano per eccellenza, attraversato dal Tevere il maggior fiume dell’Italia peninsulare; a confine con la Toscana; in facili comunicazioni, lungo il solco vallivo tiberino, con l’Umbria e anche con le Marche, aperto verso la Campania, e altresì verso l’Abruzzo per la antica via risalente l’Aniene.

    In virtù di questa situazione l’antichità vide l’originaria, rude ma robusta cultura latina comporsi e plasmarsi per gli influssi della limitrofa Etruria, della prossima grecità campana, in un complesso culturale che doveva diffondersi su gran parte del bacino mediterraneo; nel Medio Evo fu faro di irradiazione del Cattolicismo in tutto l’Occidente; nell’età moderna fu uno dei massimi centri della cultura del Rinascimento e rinsaldò una funzione che trascendeva e ancor oggi trascende i confini dello Stato e dell’Europa, onde ancor oggi risuona alto l’orgoglioso verso col quale al Lazio ed a Roma si indirizzava un poeta latino: Fecisti patriam diversis gentibus unam.