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Regioni naturali, regioni storiche, regioni amministrative

    Regioni naturali, regioni storiche, regioni amministrative

    La particolare conformazione fisica della Sicilia, che non lascia posto se non raramente, a dispetto della sua grande estensione territoriale, a regioni naturali dai limiti delineati anche soltanto in modo discreto, è forse in notevole misura responsabile della sua povertà di nomi regionali. Ma ancor più lo è la storia dell’isola, che per lunghi secoli è rimasta nebulosa e incerta, e non ha visto enuclearsi — sotto il peso di una gravosa dominazione straniera e il fardello di un opprimente sistema feudale — qualche unità umana di un certo respiro veramente vitale ed autonoma, che potesse apparire alla coscienza dei suoi abitanti e imporsi alle popolazioni delle contrade vicine come un’entità particolare degna di essere distinta con una denominazione propria. Durante molti secoli, per contro, la Sicilia è apparsa come la non amalgamata giustapposizione di numerosissime cellule indipendenti, gravitanti attorno ai principali centri abitati, il cui cemento fu quasi sempre offerto dagli autarchici ordinamenti feudali e in minor misura dagli altrettanto esclusivisti ordinamenti comunali. Anche le città principali — Palermo, Catania e Messina — che hanno avuto una storia per vari aspetti assai più movimentata ed illustre, non sono state in grado di organizzare intorno a sè una regione di ragguardevoli proporzioni, ma soltanto un più o meno esteso territorio, per lo più limitato alle campagne circostanti. L’esistenza di un numero notevole di « microcosmi » conchiusi in sè, entro i limiti di un’economia fortemente autarchica, ha comportato anche sul piano umano l’estrema povertà di nomi regionali. E la decadenza dei particolarismi locali, iniziata da appena un secolo, a seguito dell’unificazione, è ancora un fatto così recente da non aver dato fino ad oggi l’avvio alla formazione di più chiare e meglio delineate unità regionali: alla cui formazione si sono opposte d’altra parte in modo considerevole anche la vecchiezza delle strutture economiche, la deficienza della rete stradale e la povertà degli scambi, che solo da qualche decennio — in corrispondenza del ringiovanimento delle prime e dell’intensificazione dei secondi — stanno agendo quali fattori di riordinamento regionale: nel senso che chiamano cittadine borgate e paesi a gravitare verso questo o quel centro più importante, e tendono a legarli a questo o a quel centro in modo continuo sulla base della dipendenza nel campo amministrativo, ma — ciò che è assai più importante — sulla base dell’integrazione nel campo più specificamente economico.

    I nomi regionali di origine fisica ed economica

    Comunque, esiste senza dubbio un certo numero di nomi riferiti a particolari regioni fisiche: come Etna, o Peloritani, Nébrodi, Madonie, o Iblei, Erei, Sicani; o Conca d’Oro, Piana di Catania, Piana di Milazzo, Piana di Gela. Ma non tutti sono antichi, ed alcuni, anzi, sono particolarmente giovani, di origine erudita e non vivi né usati dalla popolazione. Già noti nell’antichità classica erano i nomi di Etna (da una probabile radice verbale greca significante « fiammeggio ») — detto poi genericamente dagli arabi Gebél, cioè montagna, e in forma colta noto come Mon-gibello, e ancor oggi sul versante catanese denominato « la Montagna » — e dei Peloritani (per lunghi secoli conosciuti anche come « Neptunii montes ») e di Nébrodi (ricordato da Strabone: ma vi è incertezza se alludesse alla parte centrale della catena settentrionale — che a metà del Cinquecento Giulio Filoteo degli Omodei aveva chiamata « cordigliera tirrenica della Sicilia » — o al settore occidentale, le Madonie): nomi che decisamente si riferiscono a compiute regioni fisiche. Ma le altre denominazioni fin qui ricordate, piuttosto che trarre origine da configurazioni naturali pur non difficili da cogliere, sono da interpretare in diversa maniera: e per quanto oggi tali nomi ci suggeriscano subito alla mente una particolare regione naturale, hanno avuto all’inizio un ben diverso valore, di carattere più specificamente economico o politico. Gli stessi Nébrodi sono molto più noti, almeno nella parte occidentale, come Caronie : nome che fu mediato dalla « foresta di Caronia » che ne ammantava le pendici e ancor ne copre gran parte, ed è ricordato fin dall’inizio del XV secolo. E lo stesso termine di Madonie era in origine limitato a quel settore del massiccio, tra Collesano e Castelbuono, nel quale si era formato, a ridosso della Valle di Madonia, il feudo omonimo: ed è denominazione divulgata soltanto dal Cinquecento, anche se Plinio ricorda il massiccio col nome di Maro o Maroneus. E gli altri rilievi, dalle linee e dai limiti quanto mai incerti, come i Sicani e gli Erei, avevan preso nome i primi dalle popolazioni preindoeuropee che erano state confinate insieme agli Elimi nell’estremo settore occidentale dell’isola, e i secondi — un insieme di rilievi tabulari che fan da displuvio tra Ionio e Mar d’Africa nel centro dell’isola, nell’antichità noti come « Heraei montes » — da una città, Hybla Heraea, sulla quale le popolazioni di quei monti gravitavano. E ancora il nome di Iblei non indicava, nella coscienza delle popolazioni greche e poi romane, tutta la regione sudorientale della Sicilia, posta tra la piana catanese e i corsi del Caltagirone e del Maroglio-Gela, ma con il nome di « Hyblaei colles » soltanto quel settore dei ripiani orientali, digradanti verso lo Ionio tra Augusta e Siracusa, e in particolare posti a ridosso del litorale su cui sorgeva la città di Megara Hyblaea.

    Vedi Anche:  Le regioni naturali

    Un aspetto della catena dei Nébrodi o Carom’e intorno a Cesarò (1150 m.), nell’alta valle del Troina-Simeto (Messina).

    Terrazzamenti per colture cerealicole e promiscue tra Buscemi e Buccheri, negli alti Iblei siracusani.

    Solo in un secondo momento, dunque, il significato originale, di natura economica o politica, di questi nomi regionali è venuto meno; e dilatandosi via via territorialmente, tali nomi sono giunti a comprendere talora regioni fisicamente abbastanza ben delineate: come i termini di Carome, passato — anche se impropriamente — a tutto il rilievo montuoso della catena settentrionale che si allarga con groppe arrotondate e dolci pendii, su settanta chilometri, tra le fiumare di Novara di Sicilia e di Pollina; e di Madonie, dato al massiccio che subito dopo il Pollina s’alza compatto e robusto sino al fiume Grande (o Imera settentrionale) e al di là si rompe fino al Torto in dorsali variamente dispiegate; e di Iblei, che a mio modo di vedere dà unità a tutta l’estrema, tozza cuspide sudorientale dell’isola, e che molti invece vogliono ridurre alla parte centrale, sommitale della regione, intorno al M. Lauro, fin dove cominciano i larghi, piatti, digradanti ripiani o tavolati, profondamente incisi dalle « cave »: in tal caso, il nome sarebbe dunque migrato dai bassi rilievi circuenti il golfo d’Augusta o imerese agli alti fastigi calcareo-vulcanici, né si sarebbe gran che espanso: e così lo conoscono e lo intendono per lo più gli abitanti della regione. Ma talora, anche, le denominazioni regionali sono rimaste a rilievi — come è il caso degli Erei e dei Sicani — non soltanto di difficile delimitazione, ma da taluni persino non accettati come unità morfologiche distinte: così poco peculiari ne sono i tratti in rapporto ai caratteri generali degli altipiani interni — nome pure questo, d’altra parte, assai vago e recente, senza limitazioni precise, che indica con denominazioni subregionali numerose (altipiano nisseno, di Enna, di Racal-muto, ecc.) l’insieme della regione collinare interna — dai quali si innalzano con linee assai poco chiare o affatto decise: già O. Marinelli aveva ravvisato, all’inizio del secolo, la difficoltà e quasi l’impossibilità di enuclearli sul piano morfologico in modo preciso.

    L’orlo dell’altipiano agrigentino, cosparso delle « solfare » abbandonate di Ciavolotta, rilevato sulla pianura del Naro, di cui si sta studiando l’irrigazione mediante un opportuno sfruttamento delle sue acque superficiali e di quelle di falda.

    Accanto a questi nomi regionali riferiti ad unità naturali di montagna, anche quelli delle poche pianure che orlano i litorali siciliani son di origine piuttosto economica che fìsica: nel senso che, pur adattandosi a plaghe decisamente ben configurate dal punto di vista morfologico, son nati dalla coscienza che gli abitanti han preso del loro valore ai fini economici, dalla contrapposizione che balzava e ancora balza netta tra le forme di utilizzazione agricola di tali piane rispetto ai monti e ai colli che fanno ad esse corona. Alcuni di questi termini sono relativamente antichi: come quello suggestivo di Conca d’Oro, che fu usato da topografi locali dalla prima metà del XVII secolo nel senso di « pianura di Palermo » — mentre ancora nel Cinquecento veniva riferito alla sola città — ad indicare quella meravigliosa piccola piana a forma di mezzaluna, stretta tra rilevati ed imponenti masse calcaree e aperta sul mare, e ricca di agrumi e di orti; mentre altri per contro sono piuttosto recenti (Piana di Catania, di Milazzo, di Gela) o anche attuali (Piana di Alcamo-Partinico, di Patti, del Capo — a sudovest di Capo d’Orlando — di Carini) : nati da quando, dal Settecento in poi, le pianure a poco a poco son state di nuovo popolate e valorizzate.

    La profonda incisione o «cava» dell’Anapo sotto Càssaro, negli alti Iblei siracusani: i tavolati calcarei sono utilizzati con seminativi ora semplici ora arborati, mentre lo stretto fondo vallivo lascia posto a macchie boschive e a piccoli giardini di agrumi.

    I nomi regionali di origine amministrativa

    Ma tutti i nomi regionali, di natura fisica od economica, finora ricordati, non hanno mai rappresentato vere e proprie regioni umane, distinte da particolari strutture economiche e sociali, tali da imporsi come unità organiche di una qualche rilevanza ed autonomia: ché anzi assai spesso tali regioni si son trovate frammentate in più spezzoni o corpi, con maggiore o minore forza gravitanti verso centri abitati situati ai loro margini. A ciò si deve soprattutto il fatto che tali nomi regionali non siano entrati nell’uso popolare, e non abbiano rivestito alcun particolare valore ai fini di una sentita e valida e operante suddivisione regionale dell’isola. A tale scopo, hanno avuto senza dubbio maggiore importanza le denominazioni nate dalle partizioni amministrative dell’isola: partizioni basate non tanto su una differenziazione economica delle varie plaghe della Sicilia, quanto invece su necessità o esigenze di carattere amministrativo e finanziario. Una partizione dunque imposta dagli organi politici, che l’opaca storia siciliana e la statica struttura economica, lungo l’arco di più secoli, hanno fortemente contribuito a tener salda e ferma. Di fatto, la divisione amministrativa dell’isola operata dai Normanni in tre Valli: Val di Mazara, Val di Noto, Val Dèmone — e probabilmente tali valli ricalcavano una precedente e pressoché simile divisione patrocinata dagli Arabi, ai quali con certezza la fa risalire il più grande storico siciliano del Cinquecento, il domenicano Tommaso Fazello — è perdurata sino al 1812. Si tratta di una divisione che ricalcava, fin dove possibile, oggetti di natura fisica, in ispecie le aste dei corsi d’acqua o i margini dei rilievi montuosi. Il Val di Mazara — che traeva nome dalla città di Mazara del Vallo, particolarmente prospera nei periodi arabo e normanno — interessava tutto il settore occidentale dell’isola, ed era limitato, verso oriente, dai corsi dei due Imera: l’Imera meridionale o Salso, da Licata sul Mar d’Africa fino allo spartiacque delle Madonie, nel territorio di Castellana Sicula, e di poi l’Imera settentrionale o fiume Grande, dai dintorni di Polizzi Generosa fino alla foce, dove sorgono i resti dell’Imera greca, tra Tèrmini Imerese e Cefalù. Tutto il settore orientale, per contro, assai più esteso, era diviso in due Valli. A nord il Val Dèmone: antica roccaforte bizantina durante la conquista araba e più profondamente permeata di grecità delle altre contrade siciliane, il cui nome, da un documento del re Martino del 1408 viene etimologicamente interpretato come « Vallis Nemorum » o Vallo dei Boschi, per le estese macchie boschive che ammantavano i suoi monti: ma da alcuni viene riconnesso con un’antica città, Demana o Demena. Questo Vallo dal Tirreno si spingeva fino al Salso di Re-galbuto, e rimontando il Simeto dalla sua testata rifluiva nella valle dell’Alcàntara fino alla sua foce, inglobando quasi tutta la catena settentrionale. Tra questi ultimi limiti e il Salso o Imera meridionale si sviluppava il Val di Noto, almeno dall’XI secolo così denominato dalla città di Noto antica, quella che fu poi distrutta dal rovinoso terremoto del 1693. Ma i confini o limiti di questi tre Valli sono sempre stati piuttosto vaghi, anche se mai sono venuti meno. Operanti sono stati infatti anche quando, in più di una occasione, per vari motivi questa triplice suddivisione dell’isola è stata ristrutturata: ora ridimensionata entro unità di maggiore estensione — come quando Federico II, nella riorganizzazione del Regno di Sicilia, dall’isola al Tronto, ai fini dell’amministrazione della giustizia divise l’isola in due distretti, o « giustizierati », di cui uno corrispondeva al Vallo di Mazara, e l’altro ai due Valli orientali, di Dèmone e di Noto, sì che si parlava di « Sicilia citra flumen Salsum » e di « Sicilia ultra flumen Salsum », rispettivamente ad est e ad ovest dei due Imera —; ora invece ulteriormente suddivisa: con la formazione, a scopo diverso (finanziario, o fiscale, ecc.) di un Vallo di Milazzo ritagliato entro il Val Dèmone, o di un Vallo di Girgenti ritagliato entro il Val di Mazara. Al punto che tutte queste suddivisioni amministrative in qualche periodo — come all’inizio dell’età aragonese — han potuto coesistere, e dimostrare una certa forza di resistenza. Nell’età spagnuola, infine, si ritornò alla tradizionale tripartizione — che durò immutata per ben tre secoli — con una sola novazione: l’inserimento di tutta la regione etnea entro i limiti del Val Dèmone, sì che Catania per qualche tempo si trovò ai confini tra i due Valli orientali, e potè issarne i due simboli, o bandiere, sull’alto della torre del Castello Ursino. Anche i centri principali dei tre valli non furono sempre gli stessi: fisse rimasero come centri dell’amministrazione Messina e Palermo, ma nel Val di Noto, ad esempio, a tali funzioni per qualche periodo adempì Siracusa: come dopo il terremoto del 1693, e fino alla ricostruzione della nuova Noto all’inizio del Settecento.

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    Vigneti specializzati e colture promiscue sui morbidi, bassi rilievi che fan corona ai ripiani terrazzati, , di origine quaternaria, di Alcamo (Trapani).

    La Sicilia nel periodo bizantino, con la duplice suddivisione in una Pars Panormitana e una Pars Syracusana rispettivamente al di là e al di qua dell’Imera meridionale, secondo una carta della seconda metà del secolo XVIII.

    Tipi di configurazioni comunali: comuni di Troina, Gagliano Castelferrato, Agira Regalbuto, Centuripe, Catena-nuova, in provincia di Enna.

    Tipi di configurazioni comunali : comune di San Mauro Castel-verde (Palermo).

    La stretta piana costiera di Oliveri (in primo piano) e Falcone, sul golfo di Patti (Messina), coronata dalle ultime propagginazioni dei Nébrodi orientali. Sul fondo, la nota sagoma della Rocca di Novara (1340 m.).

    Catania: veduta dell’imponente, massiccio Castello Ursino, fatto innalzare da Federico II nella prima metà del secolo XIII, che la colata lavica del 1669 separò dal mare, verso est. È ora sede del Museo Comunale.

    Tipi di configurazioni comunali: comuni di Cammarata e di San Giovanni Gèmini (Agrigento).

    Terrazzi e colture semiabbandonate lungo la strada Franca-villa di Sicilia-Novara di Sicilia, situate lungo la cerniera di connessione tra i Peloritani cristallini e i Nébrodi arenaceo-marnosi.

    La costituzione del 1812 pose fine alla ripartizione dell’isola in tre Valli, che furono provvisoriamente sostituiti da ben 23 distretti o « comarche ». Ma tra il 1818 e il 1825 i Borboni più volte rimaneggiarono la suddivisione amministrativa della Sicilia, ricostituendo per breve tempo i tre Valli originari, e creandone poi altri quattro nuovi — di Trapani, Siracusa, Girgenti, Catania — ritagliandoli all’interno di quelli originari e procedendo al solo ridimensionamento del Val. Dèmone, che perdette il distretto di Cefalù, passato al Vallo di Palermo, nell’intento non solo di sfaldare le radicate consuetudini feudali, ma anche di riorganizzare in modo più opportuno e conveniente lo spazio siciliano sulla base del riconoscimento di regioni umane più o meno bene individuate. Questa divisione amministrativa borbonica passò poi in eredità al nuovo regno italiano, senza alcuna variante: i sette Valli divennero le sette province della nuova amministrazione. E solo nel 1927 furono create due altre province: di Enna, formata con una parte dei territori di Catania e di Caltanissetta, e di Ragusa, ricomposta, con un certo numero di comuni già siracusani, entro i limiti dell’antica Contea di Mòdica: una delle poche unità umane, a base feudale, che in Sicilia abbia avuto una denominazione relativamente molto salda per diversi secoli: dal 1409 (anche se il suo primo nucleo, formato dai soli attuali comuni di Mòdica e di Pozzallo — come ricorda il Revelli — era già costituito con questo stesso nome nella prima metà del XII secolo) fino al 1832.

    Vedi Anche:  La rete idrografica e l'azione dei fiumi

    Veduta di Bronte (Catania), grossissima glomerazione agricola posta sulle pendici occidentali dell’Etna, a 794 m. d’altitudine, non lungi dal Simeto.

    Ma tutte queste province — che dal 1946 formano insieme la nuova Regione autonoma siciliana e sono amministrate in modo indipendente, pur entro il quadro dell’unità politica dello Stato, da un governo regionale che siede in Palermo — appaiono oggi stranamente configurate (come del resto la maggior parte delle altre province italiane) con limiti che non si adattano alle nuove realtà economiche dell’isola: vaste aree risultano in effetti slegate dai loro capoluoghi provinciali, e naturalmente gravitanti verso altri centri urbani; o addirittura rimangono in zone d’ombra, dove non giunge alcuna forte spinta a miglioramenti e novazioni di carattere economico, necessari ad una più moderna vita civile e indispensabile al fine di cancellare le notevoli e fin troppo evidenti opposizioni delle parti ricche dell’isola con quelle più povere e attardate. E all’interno di tali suddivisioni provinciali, gli stessi comuni si presentano con delineazioni altrettanto anacronistiche: sia per quanto concerne la superficie territoriale (sono complessivamente 381, di cui alcuni estremamente minuscoli: come Roccafiorita nel Messinese, con un territorio di appena 1,14 kmq., e Aci Bonaccorsi nel Catanese, con 1,70 kmq.; ed altri eccessivamente estesi: come Noto nel Siracusano, con una superficie di 551 kmq., e Monreale nel Palermitano, con 530); sia per quanto riguarda il numero troppo elevato delle isole amministrative (in tutto 45, talora molto larghe) che rompono l’unità fisica dei comuni, e che in qualche caso — come per il comune nisseno di Resuttano, posto in provincia di Palermo, o per un’« isola » di Bisacquino (Palermo), situata in provincia di Agrigento — costituiscono veri e propri « exclave » amministrativi, che soltanto la tradizione può giustificare, ma che da tempo non si può più accettare. Quand’anche non appaiano come soffocati, con tutto il loro corpo giurisdizionale, entro il territorio di un altro comune: come nel caso di San Giovanni Gèmini rispetto a Cammarata. Di conseguenza, è viva e sentita la necessità di una ristrutturazione amministrativa dell’isola, più aderente alle esigenze attuali: in questa ristrutturazione, un buon numero di vivaci cittadine — come Milazzo, Sant’Agata di Militello, Cefalù, Tèrmini Imerese e Alcamo sulla fronte tirrenica; Lentini e Noto sulla fronte ionica; Gela, Licata, Sciacca su quella africana; Caltagirone, Nicosia, Canicattì e Corleone nell’interno — è già pronto, ed altre dovrebbero opportunamente essere rafforzate — come dirò nel capitolo quindicesimo — per adempiere a quelle funzioni di perni delle minori regioni umane dell’isola, che costituiscono il punto di partenza per una rinascita economica generale e diffusa, e la base essenziale e indispensabile per una moderna organizzazione territoriale, che ogni plaga abbia a chiamare a partecipare al processo produttivo della Sicilia.