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Regioni naturali e regioni storiche

    Regioni naturali e regioni storiche

    La piattezza e la opacità (o per lo meno il debole risalto) da venticinque secoli a noi, della storia della Calabria, si riflettono in un particolare che sarà utile segnalare fino da ora: cioè l’estrema scarsità, in Calabria, di quelli che si chiamano abitualmente nomi regionali (o meglio, in tal caso, sub-regionali) non culti ma di origine locale, e che non si riferiscono propriamente a zone costituenti una unità naturale o non sono nati dal riconoscimento scientifico di tali zone (anche se in qualche caso vi coincidono con approssimazione) ma sono frutto di storia umana e traggono più di frequente la loro consistenza da eventi politici — ad esempio una unità spazialmente definita, istituzionalmente alquanto autonoma, che sia continuata a lungo — o da qualche particolarità economica — ad esempio una uniformità di strutture per lo spazio considerato o una remota, robusta integrazione fra due zone diverse. Non che tali regioni (o meglio sub-regioni) non sian riconoscibili in Calabria: esistono in buon numero, perchè sono il risultato della frantumazione storica della regione in unità feudali. Ma, tranne un minimo novero di casi, sono prive di nome, o il nome con cui usiamo designarle attualmente include più volte zone adiacenti, diverse per struttura economica e sociale. E l’avere un nome particolare è un fatto di non poco rilievo: dà l’indicazione della coscienza che gli abitatori di una sub-regione si sono creati di una loro, qualunque, individualità riguardo ai vicini o fra i vicini, e segna la forza con cui tale individualità è pure sentita al di fuori di ogni sub-regione.

    Nei brevi panorami iniziali di questa opera, ove ho disegnato in modo schematico l’ambiente naturale sopra cui l’uomo ha lavorato e da cui ha plasmato — per rudimentale o regredito che sia — un ambiente economico e sociale particolare e, da molti punti di vista, solidale (tale cioè da giustificare, fino agli inizi del secolo, la realtà di una comune regione bruzia) ho usato più volte, come termini di designazione prima e poi di riferimento, dei nomi topografici, correnti per lo meno da un secolo nelle descrizioni della regione (buona parte di loro ha citazione già nei tre volumi di erudizione e viaggi del Lenormant) : cioè dei nomi che si riferiscono a precise regioni naturali, come Sila o Aspromonte o gruppo del Pollino o altopiano della Serra o catena paolana, o infine Vallo del Crati e piana di Gioia e piana di Sibari ecc. Di questi nomi qualcuno è di origine remota (come Aspromonte dal bizantino òcj-cc; = bianco, che richiama la sua nevosità) e designa, fin da quando è noto, un rilievo — e specialmente la sua parte cacuminale — cioè un elemento naturale. Ma alcuni sono stati formulati in tempi più vicini (come ad es. «piana di Gioia», usato per la prima volta da G. Marinelli e da E. Cortese negli ultimi anni del secolo scorso — e che ai nostri giorni esprime meglio una realtà economica, del nome « piana di Palmi » riferito dal Galanti e ben valevole nei secoli scorsi — e « catena paolana » enunziato per la prima volta da G. Isnardi almeno una trentina di anni fa) per indicare particolari zone che un migliore studio della regione ha reso individuabili sul piano della configurazione paesistica. Così pure il nome di Serra — termine già molto usato nella penisola bruzia fino dal medioevo — è nato come designazione di catena di monti o meglio dorso di rilievi continuati e rivestiti da boschi (per cui traslatamente « serra » è eguale qui a « luogo di segheria») e solo nel 1895 fu riferito dal Cortese a quel complesso di ondulati pianori di altitudine, fiancheggiati da dorsi rialzati, che si inarca fra l’istmo e l’Aspro-monte. Ma alcuni altri di quei nomi non avevano in origine il valore odierno, non servivano a delimitare o configurare — come oggi — una regione naturale: così ad esempio il nome Sila, o meglio il suo corrispondente ellenico 5 fu dato in origine (cioè almeno fino al primo secolo a. C.) a quella zona della penisola, coperta da foresta — un’area quindi economica, senza riguardi ai tipi del rilievo — che riscuoteva le meraviglie dei corografi greci e romani e si spandeva fra l’altopiano silano odierno e l’Aspromonte e misurava per il lungo 700 stadi, a dire di Strabone, pari (l’indicazione è precisa) a 130 km. E così il nome di Vallo del Crati trae origine da una unità amministrativa, cioè la Vallis Cratis, la cui istituzione rimonta al 1140 — come si dirà meglio fra poco — e che agli inizi aveva inglobato una buona metà della penisola tra il rilievo del Pollino e l’istmo di Catanzaro. Ma i significati originali, economici o politici, di questi ultimi sono venuti diluendosi e negli usi comuni appaiono ora perduti: il termine di Sila è dato a una unità di ben precisa configurazione nella orografia della regione, ove paesisticamente domina un altopiano solo lievemente ondulato e molto pascolativo, chiuso a ogni lato e anche diametralmente ripartito da dorsi rivestiti di boschi. E quello di Vallo di Crati designa propriamente la rilevante depressione longitudinale, che per una cinquantina di km., da Rogliano a Tarsia, si incava fra i fianchi interni della catena padana a ovest e le bastionate interne della Sila a levante.

    Le denominazioni sub-regionali nate da realtà economiche

    Per quel che riguarda la Sila, o meglio il valore del suo nome — che è sicuramente, fra i ricordati, quello più carico di storia — è chiaro che un significato economico quel nome aveva serbato pure dopo la ripartizione (nel terzo secolo a. C.) Fra i bruzi e i romani, per cui la primitiva designazione si limitò a poco a poco, e rimase poi, a quella parte tenuta dai bruzi — a nord della strettoia istmica — ove le deforestazioni sono state, fino a cinque o sei secoli fa, meno appariscenti. E il significato economico si sostanziò infine e meglio nelle ripartizioni giurisdizionali che la regione ebbe in età feudale: dopo la conquista del Guiscardo (cioè quando inizia per la Sila una documentazione) questa vasta area boschiva o pascolativa, ma vuota di popolazione stabile al disopra di 800 m., figura come proprietà regale. Nel n 88 però una parte di questi demani — una parte che si ingrandirà a poco a poco negli anni seguenti ad opera di Enrico VI (1195) della moglie Costanza (1198) e del loro figlio Federico II (1220) ecc. — vien data dal re Tancredi a Gioachino per fondarvi il Monasterium Florense : per cui interiormente ai demani reali, o « Sila Reale » come la si chiama già ufficialmente, si distingue una unità, che diventerà poi sostanzialmente autonoma e a cui vien dato il nome di « Sila Abbadiale ». E i limiti e le basi giurisdizionali delle due aree restano precisate in un noto documento di re Roberto, nel 1333, quando la Sila Reale copriva un’area di 42.000 ha. — ivi inclusi diversi benefizi conferiti uno o due secoli prima ai monasteri di San Demetrio e di Patirion, sul lato a nord degli altopiani — e la seconda (che coincide con l’odierno comune di San Giovanni) un’area di 27.000 ha. Questa ripartizione si è conservata fino alla eversione feudale: e di conseguenza economica è l’interpretazione che del nome dà nel 1791 la notevole inchiesta di Giuseppe Zurlo intorno a questa regione. Ma dopo l’unificazione nazionale — e una volta risoluto a grandi linee, fra il ’62 e il ’75, il problema della viabilità locale (specialmente per osteggiare il banditismo) con l’apertura di una rete di 180 km. — i demani della Sila furono incamerati nel ’76 ai demani del regno savojardo, con la liquidazione di ogni lite o contestazione sulle usurpazioni baronali degli ultimi tre secoli, che venivano legalmente riconosciute: e perciò il valore economico e giurisdizionale del termine regionale svanì a poco a poco, o meglio fu via via superato dal valore naturalistico ritenuto da quel termine quando, negli ultimi anni del secolo scorso si iniziò lo studio metodico della regione e si chiarì la individualità naturale del gruppo cristallino silano. Interiormente a cui però, ha conservato fino a oggi una discreta vitalità di uso la denominazione di Sila « greca » per il suo bastione settentrionale — per la zona cioè in parte infeudata, in età sveva, ai monaci basiliani che avevano conservato per alquanti secoli la cultura bizantina, e ove nel quindicesimo secolo si insediarono dei coloni albanesi, ritenuti « greci » dai locali. Così come rimane efficiente la denominazione — che è priva di qualunque significato naturale — di Sila « cosentina » o (Sila « grande ») e di Sila « catanzarese » (o Sila « piccola ») : una denominazione conseguente ai termini della ripartizione amministrativa della penisola bruzia — così come fu stabilita nel 1280 dagli angioini — in due distretti, i cui locali governi siedevano precisamente nei nuclei urbani più popolosi fra quelli circuenti la Sila. E tale ripartizione, che niente alterò per molti secoli e quindi ha radicato fortemente i suoi termini, a sua volta divideva i demani reali della Sila in due parti, di cui la più vasta — a nord dei fiumi Neto e Savuto — rimaneva inclusa nel distretto di Cosenza, e la minore — a sud di tali fiumi — nel distretto di Catanzaro.

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    Stralci topografici di configurazioni comunali (versante meridionale della Sila). La situazione figurata è quella degli anni intorno al 1950, prima degli inizi della riforma agricola. Nel 1957 è stato creato, con l’isola amministrativa litorale del comune omonimo, il nuovo comune di Marina di Sellia.

    Vi è solo una zona della Calabria : cioè il Marchesato di Crotone, che ha conservato fino a oggi, con valore in qualche modo legato a quello originale, il nome ufficialmente imposto nel 1390 (ma la formazione di questa unità feudale risale agli ultimi anni del periodo svevo). E questo perchè buona parte della sua area (intorno a 800 kmq. nei limiti originali) per la radicata dominazione di una unica e forte famiglia baronale —    la famiglia Ruffo — sino al 1444, finì per configurarsi a mano a mano e rimase anche dopo la frantumazione di quella casata e dopo l’eversione della feudalità, come una regione bene individuabile da quelle vicine : individualità che riposa non sopra una qualche uniformità di morfologia (che pure esiste, perchè la regione si spande sui minori ripiani scolpiti nei conglomerati e le ondulazioni aride e rilasciate del terziario), ma sul fatto che il Marchesato, fin verso il 1950 (quando si iniziò decisamente l’opera della riforma agricola) ha mantenuto nei sistemi agronomici — la coltura quasi esclusiva ma rudimentale del grano, la assegnazione dei riposi a mandrie ecc. —    e nelle strutture sociali — cioè la grande proprietà (per cui fino al 1951 il 70% della terra fu in mano di aziende di ampiezza da 200 ha. in su) e il forte bracciantato (che formava in media il 57% della popolazione attiva) — e nei generi di vita delle popolazioni — che figurano con una delle quote più elevate di analfabetismo (in media fra 32% e 38% della popolazione da quindici anni in su, nel 1951) e coi più miseri bilanci famigliari (nel 1955 la media era di 42.000 lire a persona annualmente) — e nelle forme di insediamento fortemente ammassate in borghi rurali a notevoli distanze fra loro (nel 1951 solo il 5% della popolazione, in media, viveva in case-isolate) ha mantenuto le condizioni tipiche del latifondo baronale, che per il resto della penisola non dava corpo, fino a qualche anno fa, a zone così notevoli.

    Invece fa l’impressione di non avere avuto la forza di dare anima a una vera regione, quel singolare aggruppamento di villaggi nei bacini del Crati e del Savuto, già ricordato a pag. 141, che fruì — per lo meno da epoca angioina — di reggimenti particolari e discretamente autonomi, e a cui fu dato il nome (fino ad oggi conservato) di « casali di Cosenza » : più precisamente i cosiddetti « casali del Manco » fra Scigliano e Castiglione, a cui si contrapponevano i meno numerosi « casali del Destro » fra Dipignano e Rende. Invero tale zona fu e rimane congiunta da legami economici così forti — se pur molte volte accidentati, fino al secolo XVIII, da fronde irrequiete — con la prossima Cosenza, che il suo valore più saliente è riconoscibile per lo meno da sei secoli in qua e può venire indicato oggi come quello di area di integrazione sociale, di alimentazione giornaliera, di irradiazione artigiana ecc. della città adiacente: in una parola, il suo contado. Ma alcuni altri simili rosari di villaggi che — per quanto di configurazione un po’ più giovane — si mostrano nel raggio di azione corrente dei principali centri regionali (a nord est di Catanzaro fra Tiriolo e Cropani; ai lati di Reggio su la riviera dello Stretto e sui primi terrazzi di Aspromonte; nel bacino di raccolta del Petrace con gravitazione su Gioia e Palmi; sui terrazzi del Poro con gravitazione verso Vibo ecc.) non sono designati da nomi particolari. E — ciò è più strano — non esistono neanche dei nomi che esprimano la così appariscente e marcata opposizione nel giro di 15-18 km. e a volte meno — una opposizione unica, nel suo plastico risalto, lungo la penisola italica — fra il paesaggio « nordico » (o più precisamente simile a certi ripiani della media Europa) delle zone umide di maggior altitudine, come la Sila e l’Aspromonte, e il paesaggio « sub tropicale » delle zone litorali ioniche, aride e a colture mediterranee, come in particolare quella del Marchesato o l’estrema riviera fra il capo Sparavento e Villa. Una denominazione potrebbe in realtà parere segnalabile nella regione di Aspromonte ove la minima distanza dei due ambienti ha reso più duro lo stacco (si discenda — per avere una impressione adeguata — la fiumara di Gallico: a 700 m. Santo Stefano con le case di granito e legno, tipicamente alpestri, e basi di vita il castagneto, i pascoli e i seminati di altitudine; a una decina di km. in linea d’aria più giù Sambatello con le sue gaie case a un piano dipinte di rosa o di bianco, e le colture di agrumi, viti, ficheti, nespoli ecc. e le palme fra i rigogliosi orti) : sui margini elevati di tale zona si dà nome di « campi » o « piani » ai terrazzi quaternari che, simili a balconate, plasmano il rilievo e sono coltivati in larga misura a segala o mais, e ora specialmente a patata e pomodoro e ortaglie diverse fra cui s’elevano alberi di pero e di melo. Ma quella denominazione è generica e particolare dei terrazzi: non riguarda i rilievi cacuminali rivestiti da foresta e non ha rispondenza lungo il mare a un’altra che le sia in opposizione. Se però i locali non individuarono con degli appellativi la disparità fra ambiente mediterraneo della costa e ambiente nordico della montagna, in verità vi è un motivo : e cioè che le popolazioni della regione — per lo meno in età bruzia e bizantina — più che sentire e cogliere quella naturale opposizione di ambienti, ne videro in termini umani la vicendevole integrazione economica, e quel valore misero a frutto lungamente. E conseguenza di ciò è la forma fino a oggi conservata da molti comuni : cioè una topografia — visibile specialmente sui fianchi di Aspromonte e su quelli occidentali e sud orientali della Sila — a esili e prolungate lingue di terra che dal mare (che fronteggiano solo per qualche km.) o dal Vallo del Crati, insinuandosi per la valle di una fiumara salgono fino ai vertici del rilievo, come mostrano gli schizzi da pag. 198 in avanti.

    Vedi Anche:  Distribuzione, emigrazione e storia della popolazione

    Stralci topografici di configurazioni comunali (comune di Stilo).

    Le denominazioni sub-regionali ereditate da partizioni giurisdizionali

    Di qual genere perciò, sono i nomi regionali della Calabria che riscuotono, per odierno uso abitudinale della popolazione, un qualche valore ? Sono — per la mediocre dinamica storica della regione — le denominazioni delle principali ripartizioni amministrative, cioè le denominazioni provinciali: date non dai locali ma da qualcuno che li ha governati. Sono i termini ufficiali riconosciuti da di fuori: e questi termini restano inalterati da molti secoli. Tale inalterazione però consente di vedere nelle principali unità e specialmente nelle denominazioni provinciali della regione — fino agli anni della costituzione nazionale — una continuità delle ripartizioni conseguenti ai suoi remoti popolamenti. Fino al 1814, per quasi nove secoli la Calabria è stata divisa giurisdizionalmente in due distretti: uno a nord con principale centro a Cosenza, e uno a sud con principale centro a Catanzaro (meno per qualche periodo).

    Il primo distretto non è che l’eredità della nazione bruzia — il suo nido — e si arrocca nella Sila e ha la sua fertile zona agricola nella valle del Crati (la catena paolana e il gruppo del Pollino servendo a chiudere meglio, in direzione della penisola e del mare italico, la sua individualità). Alla sua conservazione giocò sicuramente, fra il secolo Vili e il secolo X, la sua positura ai confini, alquanto elastici, fra bizantini e longobardi : e quindi una vita per due o tre secoli discretamente autonoma. Quando con il Guiscardo il meridione fu unificato e il vecchio caposaldo della nazione bruzia, pur dopo una lunga reazione fra il 1055 e il 1087, fu conquistato in modo stabile, la zona serbò — nella nuova sistemazione amministrativa — la sua integrità (segno che la sua forza, dirò così nazionale, era manifesta) e formò verso la metà del secolo XII un « giustizierato » che trasse nome dalla valle del Crati, ma includeva per di più la regione ai fianchi meridionali della Sila (che in questa epoca veniva chiamata Terra Jordana).

    Il secondo distretto — anch’esso un « giustizierato » — riguarda la zona ove la penisola è più svelta, più sagomata da strozzature: quella ove — per la minor pene-trazione bruzia — la tradizione bizantina potè resistere meglio e che, dopo la fine del secolo IX, con il fortunato (ma breve) risveglio di quella dominazione, dilatò a poco a poco i suoi confini verso nord a misura che le popolazioni, dai paesi fondati dai greci sui litorali fra il golfo di Sibari e il golfo di Squillace, si ritraevano verso l’interno — sui fianchi orientali del rilievo presilano — e il monacheSimo d’origine orientale fiancheggiava il moto. Nel secolo X è in special modo a tale zona, di tradizione già apertamente bizantina, che vien riferito il nome di Calabria: e in sede amministrativa la distinzione fra la Vallis Cratis a nord e la Calabria vera e propria, i cui confini coincidono con quelli che dividono — secondo il Rohlfs — i dialetti imparentati col latino da quelli ellenizzanti, dura per lo meno fino ai termini del secolo XIII (la documenta pure la «generalis subventio » del 1275).

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    Ma neanche con le dominazioni seguenti la ripartizione nei due distretti mutò: riaffermando una divisione del reame in più vaste regioni, stabilita già dagli svevi a Lentini nel 1234, gli angioini crearono nel 1297 un ducatus Calabriae (riservato poi come intitolazione per l’erede del reame) che inchiudeva ogni zona della penisola fra il Pollino e lo Stretto di Messina : però la distinzione nei due « giustizierati » rimase efficiente, con una sola significativa modificazione di limiti nella regione silana, la cui parte meridionale — dominata dal grande stato baronale della famiglia Ruffo — veniva disgiunta nel 1280 dal Vallo del Crati e unita al giustizierato meridionale. E con gli aragonesi la sola novazione fu che si iniziarono a denominare ufficialmente i distretti — designazione invero già in uso saltuariamente fin dal 1315 — coi nomi di « Calabria citra » e di « Calabria ultra » : ove la designazione di citra (al di qua) e di ultra (al di là) era data con riguardo a Napoli e il termine che discriminava quei due distretti erano il Neto sul fianco orientale silano e il più breve Savuto su quello occidentale. Delle due province, le cui funzioni erano specialmente giudiziarie e fiscali, furono centri giuridici la bruzia Cosenza e la bizantina Catanzaro. E tale ripartizione è stata riassunta in eredità da ogni nuova dominazione del reame meridionale, perchè di fronte al baronaggio che prevaleva, le sue facoltà politiche erano ben esigue: in realtà l’autorità giudiziaria e fiscale della corte di Napoli si esprimeva in misura piena — fino ai termini del diciottesimo secolo — unicamente su qualcosa come il 15% della popolazione della regione. Il resto rimaneva alla gestione delle famiglie baronali.

    Inizialmente (per quanto richieste e studi per una riforma si iniziassero di lì a qualche anno) la ripartizione fu ritenuta pure dai napoleonici, con la sola variante di avere trasferito nel 1806 il centro della Calabria meridionale da Catanzaro a Monte Leone (l’odierna Vibo). Si motivò ufficialmente la sostituzione con l’aperta ostilità manifestata da Catanzaro ai francesi: ma in realtà fu la positura un po’ ionica di Catanzaro a rivelarsi meno funzionale, in quegli anni, per i piani dei napoleonici. Invece Monte Leone, con la sua ubicazione a fianco della carrozzabile (ora ricostruita) proveniente da Napoli e con la sua più riparata baia, formava una migliore base per il corpo di spedizione con cui Murat nel 1810 si disponeva a conquistare la Sicilia — singolare ricorso : pure i normandi avevano stabilito qui vicino, a Mileto, il loro quartier militare prima del balzo definitivo in Sicilia. Ma con il ritorno borbonico — e la reintegrazione di Catanzaro nei vecchi compiti giurisdizionali — si è avuta l’unica novità degli ultimi secoli: e cioè la divisione in due della Calabria meridionale (cosa in verità già esaminata con favore da funzionari di Murat intorno al 1810) la cui configurazione lunga e accidentata danneggiava veramente l’efficienza della gestione catanzarese, e la istituzione, nella parte estrema della penisola, di una nuova unità provinciale con centro a Reggio, che nei secoli avanti era stata la principale « piazza d’armi » continentale a guardia dello Stretto. (Da ciò la denominazione, ufficialmente usata fino ai primi anni dopo l’unificazione, di Calabria ultra « prima » al dipartimento di Reggio e di Calabria ultra «seconda » al dipartimento di Catanzaro).

    Stralci topografici di configurazioni comunali (S. Lorenzo di Aspromonte).




    La costituzione di questa nuova unità riveste però — secondo me — significato alquanto più saliente di una elementare e più ragionevole divisione del distretto meno funzionale: mi pare cioè che la elevazione giurisdizionale di Reggio (in quegli anni centro serico e scalo marino di qualche animazione: esportazione di agrumi, vini ecc.) e il riconoscimento di una individualità a quella parte della regione ove si era conservata più viva una esperienza di traffici marini — il maggior numero degli scali operosi verso il 1820 sul perimetro della Calabria, si trova qui — sian da giudicare come una sintomatica percezione, da parte dei governanti meridionali, del declino a cui erano destinati le chiusure e gli arroccamenti della tradizione bruzia.

    La ripartizione borbonica in tre province si trasmise poi nel 1861 al regno nazionale: e così è giunta fino a noi. Ma ora che il bisogno di una radicale ristrutturazione in termini topografici — cioè di spazio — degli enti con funzioni autarchiche, consiglia la istituzione di liberi consorzi di comuni, più snodati ed efficienti delle antiquate unità provinciali, vari centri di non trascurabile rilievo — Crotone in primo luogo, poi Castrovillari, Paola, Vibo, Gioia e Locri — appaiono maturi a manifestare un’aspirazione di raccoglier intorno a sè le nuove unità autarchiche. Una ripartizione pesante per lo meno di quindici secoli va perciò lesionandosi ora ad opera di quelle forze a cui si deve, da qualche anno, una decisiva apertura nelle condizioni umane della regione.