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Strutture agrarie e vita rurale

    Strutture agrarie e vita rurale

    Formazione e caratteri della proprietà agraria

    Se le aree montuose più povere della Toscana videro nei secoli scorsi la formazione di una piccola proprietà coltivatrice, specie intorno ai beni comunali e dopo la soppressione di questi, nella maggior parte della regione si formò invece, come conseguenza del regime feudale e poi della politica granducale, una proprietà agraria di vasta estensione, quasi tutta in mano a nobili, a mercanti, a istituzioni aristocratiche e religiose. Le grandi proprietà delle famiglie feudali, che furono in parte rotte e limitate durante il periodo dei liberi Comuni, tornarono in realtà a costituirsi e ad ampliarsi sotto le signorie delle principali città, che favorirono lo sviluppo di un’economia urbana a danno di quella della campagna e dei centri rurali. In particolare la politica economica del principato mediceo tese in ogni modo al rafforzamento dei grandi proprietari cittadini, legati ai prìncipi da un interesse comune di sfruttamento delle campagne: Comuni e piccoli proprietari si trovarono così ben presto colpiti da dazi, da gabelle, da vincoli di ogni genere e indebitati in tal modo da non poter reggere alle pressioni dei ceti urbani. Estesissimi divennero così, tra gli altri, i beni terrieri degli stessi Medici, come pure quelli della Chiesa e dell’Ordine Militare di Santo Stefano, sorretti tutti dalle servitù e dai vincoli che impedivano il libero commercio della terra e dei suoi prodotti.

    Solo le riforme lorenesi nel XVIII secolo arrecarono un soffio di rinnovamento e resero più libera l’agricoltura con una serie di importanti provvedimenti: si limitò la manomorta ecclesiastica, si abolirono i fidecommessi e si cercò di rompere i latifondi delle opere pie, dei Comuni, degli enti nobiliari, favorendo la formazione di una proprietà privata, svincolata da ogni limitazione nelle trasmissioni ereditarie, nelle vendite, negli ordinamenti colturali. Tale rinnovamento fu proseguito durante il dominio francese che soppresse l’Ordine di Santo Stefano, insieme a numerosi enti religiosi, vendendo le proprietà ai privati ed estinguendo così i debiti pubblici dello Stato. Le riforme lorenesi che investivano anche la libertà del commercio dei prodotti agricoli e comportavano la soppressione di molte tasse e la lotta contro l’usura, dettero certamente un notevole impulso all’agricoltura toscana, che vide la sue colture più tipiche, olivo, vite, cereali, ampliarsi largamente sui colli a danno del bosco e scendere nella pianura via via che procedevano le bonifiche. Migliorarono così notevolmente le condizioni della vita rurale, anche dal punto di vista della tecnica colturale, auspice l’Accademia dei Georgofili, ma le condizioni della proprietà non mutarono invece molto, e i nuovi proprietari, appartenenti ancora quasi sempre ai ceti cittadini, specie alla nuova ricca borghesia mercantile, continuarono ad affidare la cura dei poderi ai coloni attraverso gli ormai tradizionali patti di mezzadria.

    Colture promiscue e vigneti sulle colline di Greve in Chianti.

    Tipico paesaggio agrario toscano nella collina di Linari.

    Si giunge così all’Unità d’Italia con una proprietà agraria sempre di notevole estensione, ma non di tipo latifondistico, se non in Maremma, con tendenza a una diminuzione media dell’ampiezza dei vecchi possessi nobiliari. Tale tendenza si è manifestata ancor più nell’ultimo secolo, sia per il naturale processo di divisioni ereditarie — specie dopo che diminuirono via via i privilegi spettanti un tempo ai primogeniti —, sia per le nuove occasioni di forme di impiego più redditizio, come pure per l’emancipazione sociale e le maggiori esigenze delle classi rurali, e per le bonifiche e le riforme agrarie.

    La piccola proprietà coltivatrice è attualmente diffusa in maggior misura nella fascia montana, in genere sopra i cinquecento metri, in particolare nelle Alpi Apuane e in parte dell’Appennino (Garfagnana, Lunigiana, montagna pistoiese, aretina e tiberina). Si estende poi alle isole (Elba, Giglio) all’Argentario e alle pianure; ne diremo meglio in seguito perchè la proprietà si confonde in questo caso quasi sempre con il singolo podere.

    Negli ultimi decenni le aziende a conduzione diretta sono aumentate di numero in seguito allo sciogliersi di molti patti mezzadrili, alle bonifiche e allo sviluppo dell’economia ortofrutticola: il loro numero risulta al censimento del 1961 più elevato di quelle a mezzadria o a conduzione salariale o di altro tipo (circa 137.000 di fronte a 96.000, mentre prima della guerra il rapporto era di 115.000 a 138.000). In esse sono comprese anche le aziende, talora di notevole estensione, nelle quali pur lavorando di persona, il proprietario si giova anche di mano d’opera salariata. Nello stesso anno le proprietà dei coltivatori diretti occupavano uno superficie di seicentomila ettari pari a un terzo di quella totale delle aziende agrarie.

    La distribuzione della proprietà non coltivatrice fu studiata in un’indagine condotta presso l’Osservatorio di Economia Agraria di Firenze non solo in base all’estensione delle singole proprietà, che presenta un valore relativo dato il diverso tipo e il diverso reddito dei terreni che possono costituire la proprietà stessa, ma anche in base alla misura del reddito fondiario. Malgrado le indagini si basino su dati ormai invecchiati, essa ha ancora un valore indicativo: fu ritenuta grande una proprietà con reddito fondiario, prima della seconda guerra mondiale, superiore alle 50.000 lire; media fra 10.000 e 50.000, piccola al di sotto di 10.000 lire: quest’ultima risulta estesa soprattutto nelle province di Arezzo e di Firenze, pur diffusa un po’ dappertutto, con particolare rilievo nel Valdarno Superiore e nel colle-piano del Val-darno Inferiore, dove occupa circa il sessanta per cento della superfìcie produttiva. Si estende anche, per circa un terzo della superficie, nelle colline delle valli della Greve e della Pesa, del Monte Albano, in quelle della Garfagnana e della Lunigiana, della Valdichiana e di parte della Valdelsa.

    Superficie agraria e forestale per province.

    Colline e vigneti verso la pianura di Pistoia.

    La media proprietà invece, che si estende su circa un terzo della superficie produttiva della regione, acquista particolare importanza nelle province di Firenze, di Arezzo, di Lucca e di Pisa, mentre diminuisce come percentuale in quelle di Livorno, di Grosseto e di Siena. In particolare si trova diffusa ad ovest di Firenze nella Valdelsa, nelle basse valli del Bisenzio e dell’Ombrone e nell’alta collina dei Monti Pisani, dove raggiunge il settanta per cento e, quasi con la stessa percentuale nella Valdinievole, nella Versilia lucchese, nella media valle del Serchio.

    La grande proprietà che comprende il quaranta per cento della superfìcie produttiva della regione, era ed è ancora particolarmente diffusa nella provincia di Grosseto e in quella di Siena, mentre lo è molto meno nelle province di Arezzo, di Firenze e soprattutto di Lucca e di Massa, dove raggiunge appena il dieci per cento. Un’area caratteristica di grandi proprietà è quella che si estende a sud della Val di Cecina verso la Maremma e tra Grosseto e Siena fino ai monti dell’Amiata e alla Valdichiana. In questa zona fino a pochi anni fa la grande proprietà superava anche l’ottanta per cento, ma è ora fortemente diminuita per la riforma fondiaria. Un altro territorio più piccolo ove domina la grande proprietà si trova a nord di Firenze, sia intorno a Montalbano e Carmignano nel Pistoiese sia nella regione mugellana; altro ristretto territorio di grande proprietà (circa il cinquanta per cento) è situato nelle colline delle valli della Greve e della Pesa.

    Concludendo, « uno sguardo ancor più sintetico alla distribuzione della proprietà fondiaria in Toscana dimostra che nella parte meridionale di essa predomina assolutamente la grande proprietà; che predomina invece la piccola proprietà nella parte nordovest (provincia di Lucca e Massa e nelle isole); che predominala media proprietà in un piccolo territorio fra la Valdelsa e le colline pisane; che nel resto della Toscana le medie e grandi proprietà si alternano, con limitata presenza di piccola proprietà, coltivatrice o non coltivatrice».

    Questo quadro risulta valido nelle linee generali ancora ai nostri giorni, eccetto i territori di bonifica: secondo i dati del censimento del 1961, la Toscana conta 4.500 aziende di oltre cinquanta ettari (790.000 ha. complessivi), particolarmente diffuse nelle province di Grosseto (1058), di Siena (1005), di Firenze (892).

    La proprietà demaniale si estende ormai solo ad aree forestali, sia di ceduo che di alto fusto, nel Casentino, intorno all’Abetone, presso Vallombrosa e lungo la costa Livornese e Grossetana. Pascoli di proprietà comunale esistono qua e là sulla montagna, specie in Lucchesia; nell’Amiata sono ancora diffusi i diritti di usi civici per pascoli.

    Seminativi e colture arboree intorno ad Arezzo.

    Le strutture agrarie: poderi e fattorie

    La struttura agraria toscana ha nel podere il suo fondamento essenziale e più diffuso: in gran parte della regione gli aspetti stessi del paesaggio rurale, con le dimore coloniche sparse, la promiscuità delle colture, i campi legati l’un l’altro da una rete di strade confluenti a una casa centrale, testimoniano che l’appoderamento è largamente esteso e costituisce una tradizione profondamente radicata nel ceto contadino. Il podere è, almeno nelle sue origini, la terra lavorata da una famiglia contadina, e può essere più o meno grande secondo le vicende della proprietà, i redditi dei terreni, la presenza o meno di aree a pascolo e a bosco, il numero dei componenti la famiglia stessa; essa rappresenta comunque una unità di lavoro e di vita.

    La fattoria, che tanto spesso ricorre quando si parla dell’agricoltura toscana, perchè costituisce la normale struttura organizzativa della media e grande proprietà, sembra quasi sfuggire a prima vista all’osservatore: essa è l’insieme di vari poderi, talora assai numerosi, e di aree non appoderate che appartengono allo stesso proprietario e costituisce il centro direttivo della proprietà, limitante solo in parte l’autonomia dei singoli poderi. Col nome di fattoria si indica infatti non solo l’azienda nel suo insieme, ma anche la sua sede centrale, che appare spesso come una semplice casa rurale, forse più ampia delle altre, magari con la villa e la dimora del fattore: vi risiede, di regola, un contadino che conduce il proprio podere facente parte dell’azienda, e l’eventuale personale salariato, e vi si trovano alcuni locali per i servizi comuni (trattori, falciatrici, frantoio, cantine padronali). Questi ultimi tendono oggi ad aumentare di spazio per l’uso sempre più frequente di macchine agricole che servono tutti o parte dei poderi, per la creazione di cantine vinicole e per l’organizzazione di vendita che la fattoria si va via via creando: il ruolo della fattoria come centro coordinatore dei poderi tende cioè ad accrescersi.

    Ma non tutte le fattorie sono solo un insieme di poderi, chè sovente una parte della proprietà non appoderata è inglobata nella fattoria stessa e gestita direttamente dal proprietario (quasi mai personalmente, ma attraverso incaricati): campi specializzati delle aziende più moderne, terreni a bosco ed a pascolo e attualmente tratti di poderi o poderi interi già tenuti a mezzadria. Il bosco stesso, tuttavia, specie se castagneto, è sovente assegnato in quote ai singoli poderi. Ciò varia naturalmente a seconda che la proprietà si estenda in pianura, in collina o in montagna. Assai varia è l’estensione della fattoria, che da trenta o quaranta ettari può giungere a qualche centinaio ed anche a mille. Essa tende sovente a essere divisa in parti diverse, ad estendersi, per esempio, dalle zone basse cerealicole alle colline alberate, alle montagne a bosco ed a pascolo. Esistono poi in Maremma ancora alcune fattorie molto estese non appoderate, con una gestione unica, ma la riforma agraria porta via via alla loro scomparsa.

    Vigneti e oliveti nel Chianti.

    La presenza di tratti non appoderati comporta la partecipazione ai lavori aziendali di persone estranee ai contadini mezzadri, che possono in qualche caso risiedere in fattoria, ma che più spesso vengono chiamati per lavori stagionali come braccianti salariati o addetti; tale tipo di mano d’opera temporanea diventa tuttavia sempre più scarsa, specie vicino alle zone industriali.

    Le fattorie censite in Toscana erano prima della guerra 4100 ed occupavano il 41 per cento del terreno agricolo e forestale, diffuse specialmente in provincia di Siena (66,6 per cento), di Pisa (60,2 per cento), di Firenze (53 per cento), soprattutto nell’ambiente più consono, cioè quello collinare; alcune fattorie nella zona di agricoltura estensiva della Maremma superavano i 3-4000 ettari.

    Il podere, escluso quello dei coltivatori diretti, è dunque una parte essenziale e fondamentale della fattoria e si è venuto via via formando in seno alla grande proprietà terriera dei secoli scorsi. La sua estensione è però soggetta a variazioni per la possibilità del proprietario di spostare campi o parti di bosco e di pascolo dall’uno all’altro, secondo il variare delle esigenze della famiglia colonica (numero dei figli, età, ecc.).

    Il podere può anche appartenere a un coltivatore diretto ed è in questo caso più che mai un ente autonomo a sè: non sempre esso è sufficiente al mantenimento di un’intera famiglia e assorbe solo un’attività complementare ad altre, per la sempre maggior tendenza dei giovani di trovare altre forme di lavoro più redditizio (trasporti, commercio, fabbriche, oppure gestione di altri poderi). Capita così che, essendo la manodopera familiare impegnata parzialmente altrove, si deve ricorrere anche nei poderi dei coltivatori diretti all’aiuto stagionale dei braccianti.

    Seminativi e pascoli della fascia montana (Passo della Consuma).

    Piccoli poderi di modesto reddito, che servono tuttavia a tenere legati i nuclei familiari al luogo natio favorendo le migrazioni diurne invece che definitive, sono sparsi in tutta la montagna toscana, dove però si estendono anche le fattorie, e nelle isole; in essi le divisioni ereditarie portano a continui spezzettamenti e a una vera e propria polverizzazione della proprietà. Il podere del coltivatore montano si presenta in genere formato da una parte in seminativi e da una di pascolo e bosco; ove è possibile c’è sempre la vite. Più in alto il podere prende il carattere delle cascine, se l’attività di allevamento è preminente.

    Il piccolo podere coltivato direttamente dal proprietario può avere altro carattere quando si estenda nelle zone ricche e irrigate della pianura e costituire, in tale caso, una florida azienda ad alto reddito: avremo occasione di accennare ai vivai del Pesciatino, del Pistoiese, della Versilia ed alle aree orticole di pianura.

    Paesaggio agrario delle Crete Senesi.

    Paesaggio della collina senese, presso Lornano.

    Colture cerealicole fra Volterra e Siena.

    L’estensione del podere — si badi, non della proprietà, di cui già si è parlato — è naturalmente molto varia. L’estensione media maggiore si ha pur sempre nella Toscana meridionale, dove tuttavia le riforme agrarie e le bonifiche creano delle vaste zone di nuovo appoderamento, con unità poco, spesso troppo poco, estese. Ma tralasciando queste zone che vedremo a parte, la provincia grossetana e parte di quella senese verso l’Amiata, caratterizzate da colture prevalentemente cerealicole di poco reddito unitario e da estensioni naturali di ceduo e di pascoli entro i poderi stessi, vede in media il prevalere di unità di venti, trenta, quaranta ettari ciascuno. Anche più a nord, nella vasta regione collinare dei Monti Metalliferi, tra Volterra e Massa Marittima, tra Montalcino e la costa tirrenica, ove i suoli argillosi sono poco ricchi e soggetti a lunghi periodi di aridità estiva, il podere, statico nelle sue strutture, si estende in media intorno ai quindici ettari e si spinge spesso anche ai trenta.

    Campi e case sparse nel paesaggio rurale dei dintorni di Firenze.

    Minore invece l’estensione dei poderi delle colline della Valdera, e della Val di Pesa, del Chianti e della Valdichiana, dell’Aretino e della Val Tiberina, ove la maggior varietà di prodotti, specie delle colture arboree, consente alle famiglie coloniche di vivere su unità di dieci-quindici ettari.

    Il maggior reddito delle pianure interne, in particolare quelle di tutto il Valdarno fino a Pisa e a Livorno, ove è entrata l’irrigazione, e si sono introdotte colture industriali e orticole con mercati di sbocco vicini, determina una notevole riduzione dell’estensione media del podere in tutta la fascia ai piedi dell’Appennino, delle parti basse del bacino ora ricordato del Valdarno, del Serchio, dell’Ombrone. Nello stesso tempo, anche la montagna pistoiese, la Lunigiana, la Garfagnana, presentano per altri motivi poderi di pochi ettari, raramente superiori a dieci o a quindici: sono le proprietà dei piccoli coltivatori che hanno spesso, come si è detto, altre fonti di vita.

    Vi sono infine alcune aree in cui i poderi si presentano particolarmente piccoli e sono tra le aree più ricche dell’agricoltura toscana, ad agricoltura specializzata vivaistica ed orticola: così la bassa Lucchesia, dai prosperi orti irrigati, così la fascia pedemontana tra Pistoia e Pescia, il retroterra tirrenico tra Pisa e Viareggio, ove in unità inferiori spesso a un ettaro o mezzo ettaro, si coltivano fiori, olivini, piante da trapianto, così la Versilia ove l’agricoltura è completata da altre attività e il valore dei terreni tende a salire per uso fabbricativo.

    Vedi Anche:  Le principali città della Toscana

    Modestissimi per estensione i poderi all’isola d’Elba (tra due e cinque ettari), all’isola del Giglio, come pure attorno all’Argentario (meno di due ettari), anche in queste zone per il mescolarsi all’attività agricola di quella peschereccia e, recentemente, di quella turistica.

    Padroni, fattori e contadini

    La figura del proprietario agricolo toscano è oggi molto varia: alle grandi proprietà nobiliari di vecchia origine, appartenenti cioè a famiglie urbane o inurbate nei secoli scorsi, si sono mescolate nell’ultimo secolo, in particolare negli ultimi decenni, le proprietà del ceto industriale e commerciale e di professioni liberali, di provenienza spesso non locale. Molte delle maggiori fattorie appartengono oggi a proprietari dell’Italia settentrionale oppure di Roma, che hanno trovato qui la possibilità di impiego di capitali di origine non agricola. La suggestione del paesaggio toscano e, soprattutto, la disponibilità di numerose bellissime ville, sparse sui poggi, hanno certamente avuto un loro peso nell’attrarre l’attenzione dei ceti ricchi non toscani. A ciò si aggiunga l’esistenza di vaste proprietà, già organizzate in fattorie, con un sistema che non impegna quanto le grandi aziende agrarie industrializzate del Nord e richiede anche minor movimento di denaro.

    Il grande proprietario è così una figura molto spesso staccata dalla vita rurale poiché non è quasi mai soltanto proprietario agricolo. Non mancano naturalmente le eccezioni, ove intorno alla fattoria ed ai gruppi di fattorie si siano create delle aziende complesse che si occupano anche della produzione industriale e del commercio dei prodotti. Il proprietario medio e piccolo è invece più frequentemente toscano, di vecchio e di nuovo tipo, e vive quasi sempre nelle città o, comunque, nei centri. Si fanno oggi più frequenti i casi di proprietari di origine contadina.

    Per questa lontananza del proprietario e il suo poco accudire all’amministrazione sempre più complicata dei terreni, assume particolare importanza la figura del fattore, l’amministratore cioè e insieme il direttore tecnico dell’azienda o di una serie di aziende, con incarichi e poteri molto vari da caso a caso. In generale, egli si occupa soprattutto della parte commerciale (compra e vendita dei prodotti), del pagamento delle tasse e delle altre piccole pratiche, e in minor misura di quella colturale, di cui è spesso meno competente; talora è coadiuvato da uno o più sotto-fattori, adibiti alla sorveglianza e al disbrigo delle pratiche minori.

    La professione del fattore è spesso tramandata da padre in figlio (anche se fino a pochi decenni fa si pretendeva da molti proprietari che il fattore restasse scapolo!) e si giova quasi sempre di un’esperienza pratica, acquistata in anni di vita e di lavoro tra il contadino e il padrone. Oggi, tuttavia, varie scuole agrarie preparano in Toscana fattori tecnicamente più colti e più moderni, mentre le grosse fattorie, molte, se non tutte, tendono finalmente ad assumere, almeno per consulenza, un personale qualificato e specializzato. Ma in questo settore l’agricoltura Toscana non è certo fra le più dinamiche e moderne.

    Il fattore vive con la sua famiglia quasi sempre in paese, soprattutto se accudisce, come spesso capita, a più poderi. Gli è invece riservata un’abitazione nel podere centrale quando faccia parte di un’ampia fattoria; qui allora egli abita con la propria famiglia, insieme alla fattoressa che lo aiuta nella sorveglianza dei lavori.

    Il fattore gode, secondo gli usi toscani, di rimunerazioni assai modeste da parte del proprietario ed è per questo che, quando non appartenga ad una grossa azienda, egli cerca altri proventi nel commercio agricolo, nelle mediazioni, nell’accumulo di più incarichi, che lo distolgono naturalmente dalle cure di ogni singolo podere. La sua presenza non aggravia perciò direttamente, se non in piccola misura, la situazione economica della proprietà agraria toscana, e tuttavia costituisce un elemento di scontento per i contadini che vedono in lui un secondo padrone a loro avverso e un controllore talora più fiscale del proprietario stesso; vi è quasi sempre un notevole distacco tra i due ceti, anche sul piano politico, come è apparso durante il periodo fascista, quando i fattori si sono schierati in misura ben più larga che i mezzadri a fianco del regime imperante.

    Il contadino più numeroso è il mezzadro: a lui spettano la cura dei campi, i cui prodotti divide circa a metà con il padrone, e la responsabilità della conduzione del podere di fronte al padrone stesso o al fattore. La sua casa è di regola sul podere e la sua economia si fonda essenzialmente sulle risorse di questo: abbondanza di prodotti dunque per il proprio sostentamento, ma scarsità di denaro liquido.

    Secondo le vecchie tradizioni, autorità massima, un tempo assoluta, spetta nella famiglia del mezzadro al capoccia, che tratta le questioni col padrone e col fattore, e al quale sono soggetti i fratelli minori, i figli, i nipoti, anche se sposati. Alla funzione di capo famiglia può essere però delegato anche un altro uomo del nucleo familiare, se il più anziano si dimostra non idoneo, e in caso di morte non vi è una successione automatica, ma una relativa possibilità di scelta da parte dei membri della famiglia. Altra figura caratteristica è la massaia, la moglie cioè del capoccia o la donna più anziana, che sorveglia l’andamento del focolare domestico, si occupa delle piccole spese e, insieme alle figlie, alle nuore, alle nipoti, cura l’allevamento degli animali da cortile, traendone direttamente i proventi.

    La tradizionale disciplinata unità della famiglia rurale va però sempre più scomparendo, per l’insofferenza dei giovani a sottostare all’autorità del capo ed a non disporre di propri denari. Perciò, in molti casi, l’amministrazione si suddivide, mentre sempre più frequenti si fanno le separazioni del nucleo familiare originario col trasferimento in altri poderi o in altre attività. La famiglia perde così di coesione, ma si avvantaggia sul piano del progresso sociale e della libertà dei singoli suoi componenti, inserendosi in una più moderna forma di vita civile.

    Contadini di Toscana: la battitura del grano alcuni decenni or sono.

    Da questo processo di trasformazione e di divisione, oltre che dalla diminuita natalità, dalla minore richiesta di manodopera dovuta alla meccanizzazione, deriva la generale diminuzione dei componenti del nucleo familiare: i casi di famiglie con varie generazioni, dai bisnonni ai nipoti, si fanno sempre più rari e le singole famiglie — genitori e figli — tendono a separarsi anche nella stessa casa colonica.

    I nuclei riuniti intorno al capoccia nei poderi più grandi risultano ormai in media di sette-otto persone di fronte alle venti e più, che erano frequenti una volta.

    I piccoli proprietari coltivatori sono diffusi sia nelle aree più povere dell’agricoltura montana, come nelle zone di più alta specializzazione agricola e in quelle di riforma recente. La figura del contadino proprietario nella montagna è tra le più complesse per le multiformi attività alle quali si dedica per poter sopravvivere: le proprietà in genere sono piccole e i terreni rendono poco costringendo a cercare altre risorse al di fuori di quelle poderali. Per lungo tempo, soprattutto in questo secolo, fino alla prima guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi, l’emigrazione verso l’estero, sia in America che negli stati europei, temporanea o permanente, è stata uno dei mezzi più efficaci contro la miseria e la pressione demografica della montagna. Ma, da alcuni decenni, le difficoltà di emigrare in paesi stranieri si sono fatte sempre più rilevanti, mentre sono andati decadendo anche gli spostamenti rurali a carattere stagionale, a causa della riforma fondiaria e della meccanizzazione delle grandi aziende della pianura. Si è accresciuta invece l’emigrazione verso le città italiane, che porta spesso all’abbandono di colture e di interi poderi. Ma il contadino che rimane, perchè attaccato alla sua terra o perchè non ha la possibilità o l’occasione di lasciarla, cerca di rimediare sul posto alla sua modesta situazione economica, dedicandosi a lavori estranei a quelli della sua terra e cercando magari di occupare stabilmente un componente della sua famiglia in altri settori. Si ha così una forma di manovalanza per lavori di sterro, di lavoro dei campi, di taglio dei boschi, che non risulta nelle statistiche, ma che è largamente diffusa.

    Una figura caratteristica dell’agricoltura toscana è quella dei « camporaioli », che si trovano diffusi sia nella zona a colture promiscue della collina (per esempio in Valdichiana, in Val di Pesa, in Valdelsa), sia nelle terre a colture specializzate, come nei dintorni di Pisa, e di recente bonifica come nella pianura di Massaciuccoli o di Fucecchio. Un primo tipo di camporaiolo è molto vicino al mezzadro perchè partecipa alla produzione nella stessa misura di questo: il podere è però sempre assai piccolo e piccola di conseguenza è la famiglia del camporaiolo di fronte a quella del mezzadro ; il contratto riguarda solo il capo famiglia e non vi è in genere allevamento di bestiame da lavoro. Le scarse risorse dei terreni troppo piccoli o troppo poveri costringono poi a compiere lavori stagionali in altri poderi dello stesso proprietario

    o altrove. E questa, tuttavia, quasi sempre una posizione di passaggio tra la mezzadria e il bracciantato. Talora, specie in montagna, il camporaiolo non ha la casa sul podere, ma vive nei villaggi o su altri terreni di sua proprietà, recandosi al lavoro in appezzamenti spesso molto distanti dalla residenza. In tal caso mancano diretti legami con la terra e il rapporto di compartecipanza diventa più largo e transitorio.

    « Ben altra posizione — scrive il Tofani — hanno i camporaioli che, pur non avendo dimora sul fondo, hanno terreni a coltura intensa e attiva, specie con produzione di frutta e ortaggi. Rientrano in questo tipo anche contadini di zone a coltura promiscua che coltivano appezzamenti di terreno provenienti da stralci poderali, ma la maggiore importanza, sia per il numero sia per la figura economica che essi assumono, spetta ai contadini con terre a colture arboree specializzate o con terre di bonifica, come i vignaioli delle colline pisane e i camporaioli di Massaciuccoli.

    « Il vignaiolo può dare una tale qualità e quantità di manodopera alla produzione da assumere figura di operaio specializzato, tecnicamente e socialmente superiore al comune mezzadro. Ad esso si avvicina, sebbene con caratteri non sempre eguali e spesso con minore stabilità di legami, il camporaiolo di Massaciuccoli che oggi, specie in seguito al crescente sviluppo assunto nella zona dalle colture industriali ed ortive di pieno campo, si presenta come figura di particolare rilievo sia in rapporto alle possibilità di sviluppo del contratto, sia in rapporto agli ordinamenti agricoli ad esse connessi ».

    Satira del fattore in una vecchia stampa

    La posizione del compartecipante varia così in relazione all’estensione della terra (un podere intero o singoli appezzamenti), alla maggiore o minore precarietà del contratto, al luogo di abitazione nel villaggio o sul podere. Spesso si tratta di salariati della fattoria che hanno stagionalmente ottenuto in ccmpartecipanza terreni entro la fattoria stessa. Assomiglia poi al contadino mezzadro il « logaiolo » della Valdichiana e così pure il «presellante» della Toscana costiera, diffuso soprattutto tra Campiglia, Piombino e Suvereto, che abita sempre nei centri.

    Un’altra caratteristica figura di lavoratore agricolo era il « terratichiere » della Maremma: molti piccoli proprietari della montagna e delle colline meridionali, specie intorno all’Amiata, non riuscivano a ricavare un tempo dalla loro terra il necessario per vivere e dovevano quindi ricorrere al cosiddetto « terratico », cioè dovevano portarsi stagionalmente nei poderi più bassi, in collina o in pianura, dove ottenere dai proprietari il diritto di seminare grano corrispondendo una quantità di raccolto quasi sempre uguale a quella seminata.

    Le condizioni naturali della Maremma, infestata dalla malaria, impedivano un insediamento stabile e favorivano appunto questa forma di bracciantato stagionale nei terreni, altrimenti incolti, del grande latifondo. Già nel Quattrocento, alcuni documenti riferivano le condizioni dei contratti di affitto, variabili in genere secondo le condizioni del suolo : il terratico era il « fitto che paga il faccendiere per seminare ne’ terreni degli altrui » ovverossia il « canone a grano del terreno preso in affitto con lo scopo e con il patto di sementarlo ».

    Ancora nel nostro secolo i terratichieri erano molto numerosi e prendevano in affitto per uno o due anni la terra nuda, senza dotazioni, senza scorte, spesso senza casa, seminandola a grano e pagando in natura il prezzo pattuito; in altri casi veniva concesso il terreno a bosco ceduo con l’obbligo di dicioccarlo e quindi seminarlo.

    I braccianti agricoli, cioè gli operai che lavorano a giornata, i cosiddetti « pigionali », derivanti in parte dalla disgregazione della famiglia colonica mezzadra, non sono ancora del tutto scomparsi nelle pianure, dove tuttavia si fa sempre più viva la tendenza a passare ad altre forme di attività. La struttura agricola della Toscana non ha in generale sviluppato molto questa categoria di lavoratori agricoli, se non in alcune parti ove prevaleva la grande proprietà: così nella Toscana meridionale, specie in Maremma, era molto diffusa prima della riforma fondiaria, oltre al terratico di cui si è detto, una emigrazione stagionale di operai, in genere piccoli proprietari della montagna, per i lavori di mietitura. Le condizioni di questa gente erano veramente misere: nell’inchiesta sulle condizioni deH’agricoltura condotta intorno al 1880, l’Ademollo scriveva: «Numerose compagnie di ogni età, di ogni sesso, non esclusi i ragazzi, scendono da molte parti ai nostri piani, condotte da individui detti caporali, i quali non sono che aguzzini morali e materiali di questa povera gente, che speculando sulla loro miseria si son dati per loro lucro la pena di radunare, accaparrandoli in antecedenza con il denaro ricevuto dai proprietari del quale fanno largo uso per se medesimi ». Su questi salariati stagionali, mal pagati, male alloggiati, spesso in cattive condizioni di salute, viveva in realtà gran parte dell’agricoltura maremmana. La riforma fondiaria ha ridotto fortemente queste migrazioni.

    I salariati fissi invece, o comunque quelli avventizi, sono presenti qua e là, come già si è detto, nelle aziende agrarie delle zone mezzadrili, quali dipendenti diretti della fattoria, ma non sono numericamente molto diffusi, perchè il mezzadro provvede da sè ai lavori del podere e prende solo raramente manodopera ausiliaria. I salariati sono adibiti spesso ai lavori di manutenzione generale, al taglio del bosco, a lavori di scasso e di muratura; il loro numero si accresce nei casi di fattorie parzialmente non appoderate. Nell’ultimo dopoguerra è poi molto aumentato il numero delle aziende agrarie condotte dal proprietario con mano d’opera stabile e stagionale di salariati e braccianti.

    L’affittanza è stata sempre poco diffusa in Toscana, specie in collina, dove le colture arboree, quali la vite e l’olivo, esigono cure a lunga scadenza, che si riflettono nei redditi poderali a distanza di molti anni. Se si trascura il rinnovo delle piante, si sfrutta troppo il bosco, che quasi sempre fa parte del podere, o si trascura la sistemazione dei terreni, la produzione è compromessa per un lungo periodo: perciò il proprietario è sempre stato contrario a dare in affìtto i poderi. Tipico di regioni in cui si richiede un più forte capitale d’esercizio, l’affitto compare in qualche caso nella pianura, specie ove sono sviluppati gli orti, e nella Maremma cerealicola, in quella forma particolare, del terratico, di cui si è detto.

    Tradizionale aratura con i buoi.

    La meccanizzazione del lavoro agricolo

    Da quando, nel 1823, l’Accademia fiorentina dei Georgofili bandì un concorso per il miglior aratro che sostituisse la vanga — e vinse un aratro a coltello, detto «coltro», di Cosimo Ridolfi —, da quando, nel 1830, Luigi Frescobaldi introdusse una macchina per battere il grano, il lavoro agricolo sul suolo toscano ha trovato nei mezzi meccanici e nei motori un sempre più largo sussidio. Non che la Toscana sia terra adatta ad una moderna e completa meccanizzazione agricola, chè molti sono i fattori negativi per motivi naturali e di ordinamenti agrari: i terreni di pianura, meglio adatti al lavoro delle macchine, sono una piccola percentuale, circa il dieci per cento; quelli di collina e di montagna, che sono di gran lunga prevalenti, hanno spesso forti declivi e roccia dura poco profonda, e sono stati dall’uomo talora terrazzati, talora divisi in piccoli campi con frequenti filari di alberi. Inoltre la piccola estensione dei poderi, specie nelle fasce medie ed alte, i redditi limitati dei seminativi, se non nella pianura, l’abbondante disponibilità di manodopera almeno nei decenni scorsi, la frequenza di colture arboree e il timore diffuso di rovinare le radici con arature profonde, sono pure elementi contrari.

    Vedi Anche:  Cultura e tradizioni

    Si aggiunga ancora la diffusione da un lato della proprietà dei coltivatori diretti con piccoli poderi e scarsi mezzi finanziari, e della mezzadria dall’altro, i cui redditi sono modesti per la divisione a mezzo tra proprietario e contadino, con frequenti contrasti tra il proprietario stesso e il conduttore del podere, e conseguente scarso impiego di capitali in migliorie. Parrebbe invece un elemento favorevole alla meccanizzazione agraria la diffusione delle fattorie, specie sulla collina, che raggruppando parecchi poderi rendono più conveniente al proprietario l’acquisto e l’uso dei mezzi meccanici. Ma la fattoria toscana, come già si è detto, non ha portato fino a tempi recenti a una sensibile organizzazione di lavoro al di sopra di una molto radicata autonomia dei singoli poderi. Altro fattore certamente favorevole deve considerarsi quello delle bonifiche recenti: agli enti di riforma si deve l’introduzione, specie in Maremma, di un notevole patrimonio di macchine agricole.

    Per tutti questi motivi, per il poco dinamismo delle strutture agrarie della collina e della montagna toscana, la meccanizzazione agricola è proceduta lentamente, tranne brevi aree di pianura e di bonifica, anche dopo l’introduzione dei primi motori avvenuta all’inizio del Novecento.

    Moderni aratri si erano però diffusi largamente nel secolo scorso e fabbriche di strumenti meccanici per l’agricoltura erano sorte in varie località della regione, in concorrenza alla produzione straniera, soprattutto inglese.

    Se si guarda il patrimonio di trattori della Toscana, le sole macchine soggette a precise statistiche, si resta sorpresi nel constatare che nel 1930 il loro numero complessivo in tutta la regione superava di poco i 1500 e che all’inizio dell’ultimo conflitto mondiale si era saliti appena a 2000. Un aumento considerevole si è avuto però nell’ultimo dopoguerra e specie dopo il 1950: da 3300 trattori in quell’anno si è saliti infatti a 7000 nel 1954 ed a circa 12.000 nel i960, con un incremento però di circa il quindici per cento inferiore a quello medio italiano negli stessi anni. Oggi la provincia di Grosseto, con le sue grandi opere di trasformazione fondiaria, ha il maggior patrimonio di trattori (2700 nel 1960), seguita da quelle di Siena e di Firenze (circa 2200 ciascuna), da quella di Pisa (1500) e di Arezzo (1300). Modesto il numero di macchine trattrici nella provincia di Lucca (560), di Pistoia (400), di Massa-Carrara (150), ove ai tratti montani di piccoli e poveri proprietari seguono in gran parte nelle pianure fasce di agricoltura intensiva a vivai, a orti, con poderi di piccola estensione.

    Ma meglio può dare l’idea della diversa meccanizzazione agricola delle province toscane, il calcolo della superficie di seminativo per ogni trattore, superficie che varia dai 130 ettari di quella di Arezzo, ai 60 di quella di Pistoia, che pure avevamo ricordato come una delle più povere per numero complessivo di macchine. La superficie media di seminativo per cavallo-vapore è pure indicativa e si aggira tra 1,8 ettari nella provincia di Livorno, 2 in quella di Pistoia, 2,2 in quella di Grosseto, 3,7 in quella di Arezzo e 4,2 in quella di Massa-Carrara.

    Ai trattori, impiegati essenzialmente per Taratura, vanno aggiunte naturalmente altre macchine agricole per le irrorazioni, le lavorazioni dei prodotti, altri lavori complementari, e i mezzi di trasporto adibiti ai prodotti agricoli, il cui numero non si può facilmente precisare, ma che è comunque considerevolmente aumentato negli ultimi anni.

    Anche se meno importante che in altre regioni italiane, la meccanizzazione agraria ha fatto certamente sentire i suoi effetti benefici nell’agricoltura toscana e nella vita dei ceti rurali. Le lavorazioni più profonde del terreno si sono rivelate particolarmente utili nella collina contro gli effetti della lunga aridità estiva, tanto che nella stessa collina si è tentato di introdurre la coltura della barbabietola, ed hanno portato ad aumenti talora considerevoli dei redditi unitari del grano, del tabacco, soprattutto della barbabietola da zucchero, salita da 150 quintali a 250 per ettaro. Legato a questi miglioramenti colturali è stato un maggior sviluppo delle superfici a foraggi e quindi deirallevamento degli animali da carne, anziché da lavoro. La meccanizzazione si è rivelata un elemento di lotta contro il frazionamento fondiario e un fattore di benessere per il ceto contadino, non più costretto a molti lavori pesanti e stimolato da maggiori interessi per la macchina e quindi per il progresso tecnico e sociale. Sono così cresciuti e divenuti più accetti i legami tra la terra e l’uomo. Certamente molto resta ancora da compiere nel campo della meccanizzazione in Toscana, non solo per l’aratura, la semina, la raccolta, ma per l’irrigazione, le disinfestazioni, i trasporti: la decadenza dell’agricoltura toscana di cui tanto si parla potrà trovare certamente un freno in nuovi progressi in questo campo.

    L’irrigazione

    Il problema dell’irrigazione, che appare di importanza fondamentale dato il clima mediterraneo prevalente nella regione con lunghe estati aride, si è imposto tardivamente e con scarsi risultati finora nell’agricoltura toscana. Prima dell’ultima guerra risultavano irrigati poco più di ventimila ettari con una percentuale di terreni irrigui di circa 1’ 1,5 per cento su quelli asciutti, percentuale non solo grandemente inferiore a quella delle regioni padane (Lombardia, 33 per cento), ma anche a quelle dell’Italia centro-meridionale, come la Campania, l’Umbria, il Lazio, la Calabria, la Basilicata, la Sicilia. Attualmente i terreni irrigati si aggirano approssimativamente su quarantamila ettari, compresi quelli che sfruttano le acque dei laghi collinari artificiali.

    Sia fattori naturali che umani hanno contribuito a ritardare lo sviluppo dell’irrigazione toscana: innanzi tutto, la prevalenza di suoli montani e collinari su quelli pianeggianti ed il carattere torrentizio dei corsi d’acqua, che non sono in grado, salvo poche eccezioni, di assicurare l’alimentazione di canali irrigatori durante la stagione secca. La costruzione di piccoli bacini per l’irrigazione è fenomeno recente ed ancora sporadico, anche se qualche esempio cospicuo di laghi capaci di irrigare oltre dieci ettari ciascuno si può trovare soprattutto in Maremma e nel Senese.

    Ma l’irrigazione ha proceduto lentamente anche nelle aree piane, dove pure non mancano falde freatiche- ricche e non molto profonde. E ciò si deve certamente a varie cause, fra cui il poco impiego di capitali nell’agricoltura, una certa lentezza nell’evoluzione tecnica di tutti gli ordinamenti colturali, legati forse alla mezzadria, la difficoltà di introdurre colture irrigue di alto reddito a compenso delle spese degli impianti di sollevamento e di ridistribuzione delle acque. Manca in Toscana in confronto al Mezzogiorno la possibilità di coltivazioni come quelle degli agrumi, che ripagano largamente i costi degli impianti, e d’altro lato l’acqua è assai più costosa che nella maggior parte della Pianura Padana.

    Ma come giustamente osserva il Bandini, interviene un altro importante motivo e cioè che l’agricoltura in Toscana è in realtà per antica tradizione un’agricoltura di collina, e le cure degli agricoltori toscani furono sempre vòlte prevalentemente alle sistemazioni collinari. « In colline ingrate, con l’intensificazione delle colture della vite e dell’olivo, fu possibile far vivere una popolazione rurale quasi densa quanto quella di zone italiane più favorite. Le pianure delle zone interne, già da antichi tempi messe a coltura, si orientarono in generale verso ordinamenti simili ai collinari: appoderamento, prevalenza di mezzadria, coesistenza di piantagioni arboree con le erbacee, salvo, rispetto alla collina, una maggiore prevalenza di queste ultime. Nella pianura costiera a sud di Livorno persistevano ancora i caratteri di agricoltura estensiva, malgrado l’indubbio progresso e l’opera appassionata dei Granduchi di Lorena ».

    Non mancano tuttavia nella Toscana interna ed in parte di quella costiera esempi vecchi e recenti di irrigazioni, quali quelli della fascia pedemontana tra Pistoia e Lucca, della Versilia e della pianura pisana, che hanno permesso lo sviluppo di vaste aree a vivai e ad ortaggi. Viene impiegata l’acqua del sottosuolo, che ai piedi della collina e intorno ai corsi d’acqua è in genere abbondante e poco profonda, come pure l’acqua di alcuni canali derivati da fiumi, che risalgono qualche volta molto in là nel tempo. Questi canali furono spesso costruiti per scopi industriali, per animare le ruote dei mulini o per servire le cartiere, i lanifici o altre fabbriche: così, per esempio, nella seconda metà del Quattrocento un canale fu costruito tra il Serchio, presso Ponte a Moriano e Lucca, che ebbe poi varie diramazioni. Altri vecchi canali di quello stesso secolo e dei secoli posteriori esistono soprattutto nella Toscana settentrionale.

    Gli insediamenti e le dimore rurali

    Il carattere sparso che l’insediamento rurale presenta in quasi tutta la regione di collina e che si estende talora anche nel piano e nella montagna, è strettamente legato alla presenza di case sul podere: è questa infatti la regola delle proprietà tenute a mezzadria o che sorsero in passato con tale sistema di conduzione. Osserva giustamente l’Imberciadori che la costruzione delle case sparse ebbe luogo largamente dopo il Mille e deriva dall’estendersi del contratto mezzadrile: « La casa rurale sulla terra da coltivare, in un angolo o nel cuore della proprietà stessa, è condizione pregiudiziale per l’autonomia della famiglia, per il buon governo e l’allevamento del bestiame, per la continuità e comodità della concimazione, per la migliore possibile conduzione e produzione. I documenti, nei secoli IX, X, XI e XII ci consentono di osservare una concomitanza di interesse tra le parti nell’esistenza della casa di abitazione sul podere: al proprietario interessa, e lo pone come obbligo, che il coltivatore risieda stabilmente nella casa sulla terra e al coltivatore interessa, e lo pone come obbligo corrispettivo, di poter rimanere indisturbato nella casa sul podere per tutto il tempo di validità del contratto. In altro tempo, posteriore, sia pure in contratti non tipicamente mezzadrili, si rileva come la costruzione della casa sulla terra sia un obbligo del coltivatore, aggiunto a quello della residenza ».

    Casa rurale tra Arezzo e Siena.

    Per questa sua posizione, isolata e spesso in alto, la casa rurale del mezzadro diviene un elemento ben visibile e caratteristico del paesaggio agrario toscano e contribuisce nello stesso tempo, con la sua varietà di aspetti, a renderlo diverso da parte a parte. Essa è spesso costruita con sobria eleganza, senza particolari ornamenti, con linee semplici che si incontrano nei frequenti portici e loggiati, nelle piccole finestre rettangolari, nelle torri colombarie, nelle scale esterne, nei muri di pietra, nelle piante per lo più quadrangolari.

    La casa rurale della collina e della montagna è quasi sempre assai vecchia e mantiene i suoi stili tradizionali, perchè, anche quando rimodernata, ciò è avvenuto attraverso ricostruzioni parziali, adattamenti di costruzioni che risalgono al Settecento, airOttocento, talora a secoli precedenti. Se sotto l’aspetto estetico d’insieme questo può costituire un motivo di eleganza e di sobrietà, le condizioni di abitabilità sono invece in molti casi poco buone, perchè la crisi della mezzadria e dell’agricoltura in genere hanno distolto molti proprietari, negli ultimi decenni, dall’impiego di denari nelle costruzioni rurali.

    In occasione dell’Inchiesta Agraria del 1881, il Mancini scriveva che «due tipi di casa sono frequenti: uno con scala esterna che dall’aia conduce ad un loggiato, parimenti esterno; e su questo si apre la porta della cucina, la quale serve di passaggio alle camere da letto; l’altro con scala interna, per lo più con cucina a pianterreno e con adito a quella da un grande loggiato prospiciente sull’aia.

    Casa rurale nel Mugello.

     

    Il « Castello » di Sezzate in provincia di Firenze.

    «Il primo tipo predomina nelle costruzioni antiche, specialmente in collina; il secondo nelle recenti, in particolar modo in piano…, ma in tutte le zone si incontrano costruzioni rurali, vecchie e nuove, di forme svariatissime. Molte sono sormontate da una specie di torre in cui invece di finestre si notano numerose piccole aperture rettangolari; ed è quella la piccionaia padronale… Stanza importantissima nelle case coloniche è la cucina, perchè ivi si raccoglie l’intera famiglia: pel desinare, in ogni stagione; per i lavori casalinghi nei giorni di cattivo tempo; e per la veglia nelle lunghe serate invernali. Le riunioni invernali nelle stalle sono in uso per eccezione nella parte settentrionale quasi pianeggiante della zona transappenninica ed in alcuni poderi delle crete e della Val di Chiana, nei pochi territori insomma dove il combustibile scarseggia… Nei monti, ove predominano i castagneti, qualche serata si passa anche nel metato, dopo spentovi il fuoco cui si seccarono le castagne e che riscaldò le mura ed il tetto: ma questa è pura eccezione, ed anzi l’uso di adunarsi intorno al focolare della cucina prevale così e per l’instarvi più comodamente e meglio godervi il calore, esiste in alcune località di questa zona, per esempio nei monti lucchesi, un apposito sedile che chiamano bancone o pancaccio, tutto di legno foggiato a semicircolo, volto al camino, di grandezza sufficiente per dieci, dodici e quindici persone e munito di spalliera alta tanto da soprawanzare le teste dei seduti.

    Casa rurale del Chianti.

    « In tutte le zone la cucina delle case coloniche è piuttosto spaziosa… e dalla grandezza della cucina e delle tavole che la corredano e sulle quali si imbandisce il parco desinare del contadino, si può arguire la grandezza del podere… ».

    La classificazione di Renato Biasutti, cui si deve un’ampia e fondamentale indagine sulla casa toscana, è molto complessa per poter essere qui riferita nei suoi particolari ; la casa toscana rientra nelle forme sud-europee, che si distinguono per la costruzione in muratura, in genere a due piani, il tetto di lastre di pietra o di laterizi. Un importante criterio distintivo è la posizione reciproca della cucina e delle camere, cioè dell’abitazione, e quella dei locali destinati al rustico (stalla, cantine, magaz

    zini, ecc.), fatto questo che influisce sull’aspetto interno ed esterno della dimora. Sono frequenti sia i casi di abitazione sovrapposta al rustico, sia di cucina al terreno, accanto alle stalle, e le stanze invece al piano superiore; gli edifici del rustico si staccano spesso dalla casa principale affiancandosi ad essa o isolandosi in minori costruzioni. Un elemento caratteristico è sovente la scala d’accesso esterna per l’abitazione, specie in muratura, che può assumere diversi orientamenti, parzialmente o interamente coperta, e che può divenire semiesterna, essere cioè in parte entro l’edificio.

    Un tipo della collina a scala esterna è molto diffuso specie a sud dell’Arno e nelle isole, tra le pianure e le montagne, e trova un’espressione moderna nel tipo della bonifica recente maremmana. Un secondo tipo può essere detto dell’alta collina a scala interna, che si affianca al precedente e diviene talora dominante come nel Monte Pisano, nell’alto Chianti, nella Montagnola Senese, nell’alta vai d’Orcia, nella catena appenninica principale. In quest’ultima zona si ritrova assai diffuso il tipo di pendìo. Particolare interesse ha ancora il cosiddetto « tipo del Valdarno », in cui si possono distinguere case fiorentine, senesi, aretine, ecc. Nelle pianure, invece, sono frequenti i tipi unitari di origine più recente, in gran parte diffusisi nel secolo scorso, con le dimore talora riunite l’una all’altra e che ospitano due o tre o più famiglie, come accade nei castelli del Pistoiese o nelle cascine della pianura pisana. Ci si allontana così dalla tipica casa mezzadrile sul podere. Un tipo a sè può considerarsi quello maremmano, con rustici ed abitazioni separati, adattato all’allevamento pastorale un tempo molto diffuso nella regione.

    Casa rurale presso Volterra.

    Un tipo particolare di insediamento è quello a corte, frequente com’è noto in altre regioni d’Italia, come la Lombardia, la Campania, il Friuli, che si ritrova in Toscana in una piccola area, cioè nella pianura intorno a Lucca e con forme meno tipiche: intorno ad uno spazio interno, detto aia, si raccolgono le abitazioni con i rustici di più famiglie, allineate su due, tre o quattro lati. Un lato è quasi sempre aperto o chiuso da un basso muro o da una semplice siepe. Spesso le corti si riuniscono in gruppo fino a formare dei piccoli centri.

    L’insediamento rurale di tipo accentrato è invece caratteristico della montagna, ove è diffusa la proprietà coltivatrice, e prevale in larga misura nelle aree più alte dell’Appennino, come in Lunigiana e in Garfagnana. La casa di montagna è quasi sempre di dimensioni ridotte e di aspetto modesto ; « una sua fattezza, che non è tuttavia essenziale, è la mancanza dell’intonaco alle pareti esterne, causa del suo facile deteriorarsi sotto le variazioni termiche: un’altra è data dalla frequente copertura del tetto con lastre di pietra. Dal punto di vista della struttura, il tipo si può presentare in forme unitarie estremamente semplici e ridotte, o diviso in varie piccole costruzioni, addossate l’una all’altra od anche separate… Nel tipo di montagna la cucina è al terreno, o al livello della parte più alta del pendìo e rivolta verso il monte, per una misura di protezione climatica: le scale interne hanno lo stesso motivo e per questo esse esistono anche in molte strutture sul pendìo, per garantire una comunicazione interna tra i diversi piani della casa… In montagna può avvenire che la stalla sia posta in costruzione separata, a volte contigua, ma a volte anche disgiunta, ciò che sembra costituire l’abbandono di uno dei canoni fondamentali dell’edilizia rustica tradizionale italiana, secondo il quale la stalla deve essere collocata nello stesso edifìcio occupato dalla famiglia » (Biasutti).

    Vedi Anche:  Regioni tradizionali

    Casa rurale presso Monteroni.

    Casa rurale presso Bagno a Ripoli

    Caratteristiche le case di terra dei dintorni di Cortona, che venivano un tempo costruite con argilla molto plastica ricavata sul posto. I muri dello spessore sempre superiore a mezzo metro, erano senza finestre, tranne un foro chiuso da graticci nel locale per il bestiame, e racchiudevano una pianta molto semplice, rettangolare, con due o tre vani interni. Il tetto era costruito con una struttura in legname ricoperto da tegole curve e pianelle. Merita ricordare come esempio di una architettura rurale elementare perdurata fino al nostro secolo, come esse venivano costruite: « Il contadino che intendeva edificare la propria casa, scelto un determinato punto del fondo, generalmente sul margine del campo, raccoglieva la terra che gli necessitava e batteva poi il terreno sottostante, sì da formare una piccola aia. Per innalzare i muri, l’operatore disponeva vari assi in senso verticale, molto aderenti l’una all’altra; queste erano opportunamente sostenute da puntelli, e poste in due file parallele alla distanza corrispondente allo spessore che si voleva dare al muro. In tale intervallo veniva gettata la terra, gradatamente, e battuta con pietre e altri arnesi in modo da farne un unico blocco: una volta raggiunta l’altezza voluta, il contadino toglieva i puntelli, toglieva le assi e il muro era costruito. Così si faceva anche per le altre parti esterne e gli intervalli tra i blocchi venivano poi colmati da argilla ben bagnata e impastata.

    Le pareti divisorie dei vani, più sottili, erano di semplici mattoni. Questa costruzione poteva durare, al massimo 60-70 anni, a causa della limitata resistenza del materiale usato alle intemperie » (Piccirillo).

    La decadenza dell’agricoltura tradizionale e la crisi della mezzadria

    Un secolo fa, allo spegnersi del regime granducale, l’agricoltura toscana si presentava, nelle vaste zone da tempo appoderate, in floride condizioni produttive, — un modello quasi di moderna tecnica agricola al quale si guardava anche da altre parti d’Italia — retta da un istituto, la mezzadria, che pareva, e forse allora era per molti aspetti, il sistema ideale di conduzione. Le floride colture di viti e di olivi, l’abbondanza dei cereali, il diffuso allevamento ovino nella montagna, l’operosità del ceto rurale, e, in generale, l’espansione dell’agricoltura avvenuta nel Settecento a seguito delle riforme Lorenesi, davano alla Toscana una posizione di avanguardia rispetto al resto del paese, al contrario di quanto avveniva nel settore industriale. L’interesse per l’agricoltura e i problemi tecnici ad essa legati, è dimostrata, se non altro, dall’elevato numero di studiosi e di esperti che vi si dedicarono con gli scritti e con le opere, e dall’attività scientifica patrocinata dopo il 1793 dall’Accademia dei Georgofili, da quella dei Fisiocritici di Siena e da altre istituzioni pubbliche e private. Si deve ricordare che Pisa ospitò, per iniziativa di Cosimo Ridolfi, nel 1843, la prima cattedra di agraria delle università italiane.

    Molte sono le pagine di ammirazione di scrittori e di viaggiatori italiani e stranieri di quel tempo per la decantata prosperità agricola toscana; e realmente l’olio, il vino, il grano della Toscana avevano larga notorietà e consentivano buoni redditi ai proprietari e possibilità di sopravvivere ad un ceto rurale numeroso, anche se incolto e con un tenor di vita assai basso. Via tale floridezza non era certo un fatto generale: molte parti della regione erano ancora impaludate, la Maremma era in mano al latifondo, funestata ancora dalla malaria, molte parti della collina erano mal tenute, disboscate senza criterio, in preda al disordine idrografico.

    Casa rurale presso Pontassieve.

    Oggi, a distanza di secoli, mentre le nuove tecniche agricole hanno rinnovato profondamente l’aspetto delle campagne di altre regioni e di alcune parti della Toscana stessa, il volto di vasti tratti della nostra regione non è molto cambiato nelle sue strutture fondamentali: più o meno uguali i tipi delle proprietà agricole, uguali le colture fondamentali su cui si fonda l’economia poderale, poco variati, se non negli ultimi anni, i contratti agricoli. Sovente ancora poco sviluppati i miglioramenti tecnici, malgrado le numerose sistemazioni idrografiche e forestali e l’introduzione di nuove rotazioni, di concimazioni e di qualità più produttive di seminativi.

    Tutto questo almeno nell’ambiente della collina centro-settentrionale, che è il più diffuso ed il più tipico della Toscana, mentre le trasformazioni delle pianure e, in parte, dei colli maremmani sono state profonde e sostanziali.

    La situazione dell’agricoltura toscana, poco dopo l’Unità nazionale, appare dalla ben nota inchiesta di Stefano Iacini, che risale al 1880 e che sfrutta in gran parte i dati del censimento del 1871. Esclusa la Maremma grossetana, considerata insieme al Lazio, in Toscana si avevano allora circa 550.000 agricoltori, circa un terzo della popolazione, con netta prevalenza di mezzadri (330.000), seguiti dai braccianti e salariati (108.000). Numerosi erano i proprietari coltivatori, quasi tutti della montagna e dell’alta collina (71.000) e molto pochi i fittavoli (12.000) e gli enfiteuti (1100), come pure le altre categorie di lavoratori della terra. Se si guardano i dati odierni, altrove riportati, >si può rilevare che la situazione è, sotto questo punto di vista, abbastanza cambiata. Ma il confronto delle produzioni principali dell’area di collina, se rivela certamente un aumento dei redditi unitari (come quello del grano che scendeva allora sotto cinque quintali per ettaro con una produzione insufficiente anche al consumo locale), mostra che le condizioni non sono in generale molto mutate.

    A un’evoluzione profonda dell’agricoltura dei colli toscani si sono opposte difficoltà naturali e di carattere umano: certamente l’agricoltura collinare non può ormai competere come redditi con quella della pianura, dai suoli più profondi, più facilmente irrigabile, più facilmente lavorabile con mezzi meccanici. Già si è accennato al problema della siccità estiva, alla frequenza di terreni poco profondi e poco ricchi di contenuto minerale, alla lentezza della meccanizzazione, al debole incremento delle concimazioni chimiche, alla relativa staticità degli ordinamenti e dei rapporti tra proprietari e contadini. Al contrario di altre regioni più ricche di capitale dinamico, la collina toscana ha visto poco impiego di denaro di fronte a quello richiesto da una riconversione moderna dell’agricoltura, sicché sempre più evidente si è fatto l’invecchiamento delle colture, delle case, dei metodi di lavoro. Un po’ per volta si è venuta così creando una situazione economica e psicologica che pare preparare anni difficili per il futuro: l’abbandono dei poderi, così frequente in questo dopoguerra, non solo nelle montagne ma anche nella collina e in qualche caso persino nella pianura, ne è il risultato più noto e caratteristico.

    Disamorati i proprietari che traggono redditi ritenuti troppo bassi e che perciò non vogliono impiegare somme che sarebbero invece indispensabili per rinnovare il livello della produzione, scontenti i coltivatori per la dura vita cui sono costretti su terreni non propri e su terreni comunque troppo poveri, con difficoltà di smercio del vino ed anche di altri prodotti (il prezzo dell’uva da vino si è ridotto tra il 1954 ed il 1959 del 50 per cento!), tutti questi fatti insieme hanno fatto sì che l’attrazione delle attività urbano-industriali, accresciutesi rapidamente negli ultimi anni, si sia fatta sentire in modo determinante, trascinando intere famiglie, e soprattutto i giovani, lontano dai campi. «Cambio podere cinque ettari in Chianti con 1100»: così diceva un avviso economico di alcuni anni fa su un giornale fiorentino.

    Nè si trova spesso chi sia disposto a sostituire i coloni emigrati, malgrado l’immigrazione di contadini meridionali, sicché la campagna deperisce lentamente e si fanno più estesi i tratti incolti. In queste condizioni occorrerebbe affrontare il problema con energia, con tecniche moderne, e, soprattutto, con una visione economica e sociale d’insieme. Occorrerebbe orientare i coltivatori verso quelle colture che più si adattano al clima ed al terreno, abbandonando quelle introdotte talvolta per le necessità della organizzazione economica autonoma del podere, e verso la specializzazione di alcune di esse a danno di altre. Ma la struttura della proprietà, come oggi è costituita, non pare adeguata a grandi trasformazioni, se si eccettua il caso di alcune grandi aziende organizzate in fattoria, che costituiscono anche in Toscana modelli di studio ed esempi per una futura evoluzione. Si è cercato in molti casi di estendere la produzione dei foraggi mediante irrigazione da laghi collinari, si è cercato di introdurre varietà più produttive di seminativi, ma si tratta ancora di iniziative individuali, poco seguite dalla maggior parte dei proprietari, soprattutto sul piano delForganizzazione cooperativistica e commerciale. Quando la pianura era paludosa e la tecnica agraria più arretrata, la collina era veramente l’ambiente principe dell’agricoltura toscana ed italiana: oggi la situazione si è capovolta, con le conseguenze che abbiamo visto.

    Casa rurale della Maremma, presso Bólgheri.

    Ma la lotta deve essere condotta non solo sul piano tecnico ed organizzativo, ma anche su quello economico e sociale: è frequente l’affermazione che il ritardo di sviluppo dell’agricoltura toscana debba imputarsi alla mezzadria, il tradizionale sistema di conduzione ancora prevalente in gran parte della Toscana.

    L’istituto della mezzadria, che, come già si disse, è di origine molto antica nella nostra regione, getta da secoli luci ed ombre sull’agricoltura toscana, ricco di meriti e di demeriti, e sulla vita sociale, psicologica, ed economica dei contadini. Sostenuto ad oltranza da taluno come il mezzo più idoneo di sopravvivenza e di progresso dell’agricoltura toscana anche ai nostri giorni, considerato da altri come la causa prima del decadere e dello stagnare dell’agricoltura stessa, esso attraversa oggi un indubbio periodo di crisi e costituisce uno dei maggiori problemi economici e politici della regione.

    Già abbiamo parlato della figura del mezzadro, vissuto per generazioni sul suo podere, « suo » perchè strettamente affidato alle sue cure da parte di un proprietario quasi sempre cittadino, ma non suo perchè questi ha sempre considerato la campagna come un bene mobile, oggetto di impiego di denaro e di facile commercio, senza alcuna possibilità di intervento da parte del contadino. Il mezzadro è vissuto sul podere, qualche volta per molte generazioni, perfezionando la sua esperienza tecnica ed il suo interesse per i campi che dovevano dare da vivere a sè ed alla sua sempre vasta famiglia, e, tuttavia, sempre scontento verso un proprietario lontano, con il quale era troppo facile il raffronto delle condizioni di vita e che ne limitava la libertà e sottraeva larga parte dei redditi; una specie di grossa imposta sul proprio lavoro.

    Da molto tempo ormai, ma soprattutto negli ultimi decenni, il mezzadro appare una figura in continua agitazione per raggiungere lo scopo sempre sognato della proprietà diretta della terra. L’esistenza di un proprietario che prende la sua parte senza venire mai sul podere, la presenza di un fattore non di rado fiscale e retrivo, il duro lavoro della terra molto spesso faticoso ed ingrato, le difficoltà di istruirsi per la lontananza dai centri scolastici, esasperano lo stato d’animo del mezzadro che si richiude spesso in una decisa, fredda opposizione ai ceti padronali, al governo, alla chiesa, alleata dei padroni. Così è avvenuto anche durante il fascismo, quando i mezzadri hanno partecipato in misura minima ai movimenti squadristici e reazionari, mentre i ceti padronali furono invece in misura più cospicua asserviti alla dittatura. E noto come la grande maggioranza dei mezzadri, abbia aderito, dopo l’ultimo conflitto, ai partiti di sinistra: le amministrazioni comunali dell’area mezzadrile toscana sono pressoché tutte controllate dai social-comunisti.

    Quanto abbiamo detto non esclude che la storia dell’agricoltura toscana non debba molto all’iniziativa di numerosi proprietari, che dedicarono le loro forze al progresso tecnico della campagna, all’introduzione di nuove colture, alle bonifiche, e che fecero della mezzadria uno strumento di efficace e leale collaborazione tra i due contraenti. Ma il disinteresse dei più, il poco reddito delle campagne una volta diviso a mezzo, e, soprattutto, il perdurare di forme effettive di servitù da parte del contadino verso il padrone, spiegano la reazione che, covata da secoli, scoppia con particolare energia con le lotte sociali e liberali dell’ultimo secolo. L’inizio del Novecento vede violente agitazioni, tumulti, scioperi, che si ripetono per anni (Chian-ciano 1902 e 1906, Chiusi, Valdarno, pianura fiorentina, ecc.) e che, duramente repressi dalle forze di polizia, se non raggiungono grandi risultati per gli scioperanti, creano però un nuovo spirito di lotta nelle classi rurali.

    Un tempo nessun mezzadro poteva rifiutarsi di servire il proprietario in qualsiasi cosa questo lo richiedesse, anche al di fuori del lavoro dei campi, ed era tenuto a portare i classici regali in occasione delle feste. Oggi il mito del buon padrone e del contadino col cappello in mano è superato dai fatti, ed è vano cercare di farlo rivivere ai nostri giorni. Si deve tener presente che i nuovi valori della libertà individuale sono penetrati largamente anche nel ceto rurale, una volta in larga parte analfabeta ed ignorante. Inoltre il contadino non si accontenta più di vivere entro un’economia poderale, ma si inserisce sempre di più in un’economia di scambi e di mercato.

    In passato il mezzadro poteva considerarsi favorito rispetto a molti altri lavoratori della campagna e della città: un’alimentazione sicura, una casa in genere accogliente ed una relativa sicurezza di lavoro, beni questi non posseduti certo dai braccianti, dai salariati, da molti piccoli proprietari del misero ambiente di montagna. Ma i più recenti miglioramenti, non solo economici, ma sociali e culturali, non sono quasi mai paragonabili a quelli che hanno avuto i lavoratori dell’industria, del commercio, delle attività urbane, lavoratori provenienti spesso proprio dall’agricoltura. Si fa sentire in modo sempre più pesante l’isolamento della campagna e la posizione culturalmente inferiore che il contadino ha sempre avuto nella civiltà toscana, che è civiltà essenzialmente cittadina ed aristocratica, che ha sempre considerato il villico con un senso di disprezzo. Scrive l’Imberciadori: «Il grido di miglioramento economico non mi commuove; direi che mi ripugna (sic!), ma per me il significato storico, profondo, insistente della rivolta contadina è espresso in questa oscura, tumultuosa richiesta di dovuto miglioramento “ umano ” ». « Mai, nella nostra storia, il contadino è andato a scuola come gli altri, mai ha conosciuto le cose, i problemi degli altri, sempre solo, sempre più ignorante, sempre “ egoista ”… ».

    La crisi attuale della mezzadria toscana ha dunque una base molto complessa di motivi strettamente tecnici, come di moventi spirituali e sociali, ed è quindi problema squisitamente economico e politico. Se in passato la mezzadria ha avuto dei grandi meriti ed ha svolto egregiamente una funzione propulsiva nello sviluppo delle campagne toscane, specie nel Settecento e nell’Ottocento, oggi è innegabile che essa costituisce un elemento scarsamente dinamico. Ma non basta certamente dire che la mezzadria ha degli inconvenienti. Occorre vedere come sostituirla e il problema è tutt’altro che semplice, poiché anche la piccola proprietà coltivatrice è oggi superata dalle necessità di una agricoltura moderna che richiede tecnici, capitali, organizzazione cooperativa e commerciale. E chiaro che abolire la mezzadria in Toscana non sarebbe certo sufficiente a risolvere i problemi deiragricoltura toscana: il problema della mezzadria rientra in un problema molto più vasto di rinnovamento e di assestamento.

    Ulivi e cipressi costituiscono la nota dominante di gran parte della campagna toscana.