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Storia della Toscana

    Le Vicende storiche

    La civiltà etrusca

    Al primo diradarsi delle nebbie della preistoria, i primitivi abitanti della Toscana di cui si ha notizia furono gli Italici che si sovrapposero ad antiche genti mediterranee, provenienti forse dall’Africa settentrionale, di costumi assai grezzi, che non avevano ancora superato il Neolitico, mentre gli Italici lavoravano il bronzo, abitavano in palafitte o terramare, bruciavano i morti e allevavano animali domestici. Fra questi gli Umbri, che vivevano fra l’Arno e il Tevere, erano i più progrediti, benché, dato lo stadio ancora rudimentale delle loro manifestazioni, fosse da escludere ogni contatto civilizzatore con i Greci ed i Fenici.

    Circa un millennio prima dell’era volgare ecco apparire tra gli Italici un popolo nuovo, i Rasenna o Etrusci, come li chiamarono i Romani, o Tirsenoi o Tirrenoi, come furono detti dai Greci. Il problema della loro origine e della loro provenienza non è stato ancora risolto, malgrado le molte ipotesi e congetture avanzate dagli storici di tutti i tempi. Il primo storiografo degli Etruschi si può considerare Erodoto, che fa arrivare quel popolo dalla Lidia nell’Asia Minore, per via marittima. Sotto il regno di Atti, intorno al 1250-1200 a. C., la Lidia fu colpita, secondo lo scrittore greco, da una tragica carestia, che indusse un gruppo, con alla testa Tirseno, figlio del re, a emigrare, sbarcando sulla costa del mare che si sarebbe poi chiamato Tirreno. I discendenti sarebbero penetrati in seguito lungo le valli dell’Ombrone, della Cècina, dell’Arno e ancor più nell’interno e avrebbero fondato le dodici città, salite poi a quindici, rette ciascuna da un Lucumone, non tutte entro i limiti della Toscana attuale: Caere, Tarquinii, Videi, Rusellae, Vetulonia, Populonia, Veii, Volsinii, Orvieto, Clusium, Perusia, Cortona, Arretium, Faesulae, Volaterrae.

    Dionisio di Alicarnasso osservò che i Lidi erano troppo diversi dagli Etruschi per avallare la leggenda di Erodoto. Questi sarebbero invece un popolo aborigeno dell’Etruria ben distinto da tutti gli altri; ancora oggi taluno sostiene che si tratta di un popolo autoctono, resto delle popolazioni neolitiche respinte in Etruria dagli Indoeuropei.

    Un’altra ipotesi che risale ad uno studioso del Settecento, il Fréret, e che molti dotti, fra i quali il De Sanctis, hanno poi accettato, è che gli Etruschi siano arrivati attraverso le Alpi, la valle del Po e gli Appennini. Vi sono varie affinità, infatti, fra gli Etruschi della Toscana e i terramaricoli dell’Emilia: costruivano sepolcri e abitazioni allo stesso modo, avevano identica tecnica nell’agricoltura e nelle opere idrauliche. Da dove venissero non è chiaro, ma nell’alta valle dell’Adige le genti retiche, insediatesi prima della conquista romana, erano ritenute da Livio simili agli Etruschi, fatto che avallerebbe l’ipotesi di una comune origine transalpina.

    Tomba etrusca a Baratti.

    Tomba etrusca a Vetulonia.

    Ognuna delle teorie avanzate ha lati convincenti e lati deboli, ma nessuna è certo in grado di risolvere il problema. Ricorda giustamente Luisa Banti che nel 1854 un grande storico, il Mommsen, nella sua « Storia di Roma » aveva preso un saggio atteggiamento su questo punto. Non si sa, egli dice, nè vai la pena di sapere, da dove siano venuti gli Etruschi; quello che interessa è la loro storia. L’atteggiamento fu criticato: era un po’ sprezzante, ma saggio. I campi di ricerca sono però assai più estesi: l’arte, la religione; la società, i rapporti delle città tra loro e con altri popoli. Più recentemente un altro studioso, il Pallottino, ha espresso un’idea assai vicina a quelle del Mommsen: gli Etruschi devono essere studiati là dove possiamo afferrarne la civiltà, cioè in Etruria; le vere questioni da discutere non sono più quelle della loro origine o del « mistero della loro lingua, sono quelle relative alla loro civiltà ». E la civiltà Etnisca fu certo una delle più splendide dell’antichità e la prima grande civiltà italiana.

    E superfluo ricordare qui lo splendore artistico raggiunto dagli Etruschi e la preziosità delle opere da loro lasciate: maggior interesse ha invece rilevare la molteplicità delle loro attività economiche, soprattutto tra l’Vili ed il I secolo a. C., che apportarono le prime profonde trasformazioni al paesaggio toscano e che ancora restano a distanza di secoli a testimoniare un particolare progresso tecnico: basti ricordare le mura di Vetulonia, di Populonia, di Roselle, di Volterra, di Fiesole, di Cortona, le opere portuali, le opere minerarie, le opere stradali.

    Gli Etruschi estrassero, lavorarono e commerciarono numerosi metalli, dal ferro al rame, all’argento, al bronzo, allo stagno e all’oro; i grandi ammassi di scorie ferrose che restano sulla costa di fronte all’isola d’Elba testimoniano la presenza di cospicui alti forni. Favorirono e curarono l’agricoltura, che sotto di loro si estese largamente con produzioni di grano e di biade in genere, di farro, di segale, di lino, di olive e di uva da vino, prodotti che furono anch’essi largamente commerciati. Dai numerosi boschi gli Etruschi trassero legno per le loro navi, mentre a loro sono legati i primi tentativi di canalizzazione delle acque nelle pianure paludose. Gli Etruschi furono poi attivi commercianti sia coi popoli mediterranei, come i Fenici ecl i Greci e quindi i Romani, sia con i Galli ed altre popolazioni dell’Europa continentale: commerciarono vasellame, tessuti, avorio, calzature, oggetti di metallo e prodotti agricoli.

    Essi non ebbero tuttavia una vasta e forte organizzazione amministrativa e politica: e non sentirono il bisogno, o, comunque, non riuscirono mai a creare uno stato unitario e compatto. Le loro città, sorte sulle colline per difendersi dalle paludi e dai nemici, furono tra loro soltanto federate. « L’Etruria antica doveva avere una fisonomia artistica e politica non dissimile da quella della Toscana medioevale, dove città vicine geograficamente, ma indipendenti e attaccatissime alla loro indipendenza, erano separate, più che dalla distanza, dai sospetti, gli odii, i rancori e le lotte; dove l’arte di Firenze, per esempio, differiva non solo da quella di Pisa, o di Lucca, o di Siena, ma anche da quella di Prato, distante appena quindici chilometri.

    « Le città etrusche dovettero essere molto popolose ed estese, come provano l’imponenza e la lunghezza delle mura, rimaste in parte fino a noi, e la ricchezza delle necropoli. Esse sorgevano in posizioni alte e dominanti, in località naturalmente fortificate e facili ad essere difese. Nell’Etruria meridionale erano generalmente su ripiani non alti, ma con pendici così scoscese che quando, nel V secolo o in età più recente, si pensò a fortificarle, le mura di cinta furono spesso limitate a quei punti dove mancavano le difese naturali. Nell’Etruria settentrionale, dove i ripiani mancano, le città erano su ripide colline. In pianura si trovavano solo dei piccoli raggruppamenti agricoli. La spiegazione più evidente è che ogni città temeva la possibilità di attacchi.

    «Le città etrusche, anche quelle che hanno avuto estesi commerci marittimi, erano distanti dal mare almeno sei-sette chilometri. La distanza non è considerevole: all’incirca quella che, in Grecia, separa Atene dal suo porto, il Pireo, e l’antica Corinto dal mare. Il geografo greco Strabone aveva notato questa caratteristica delle città etrusche e osservato che solo Populonia era costruita sul mare. Nell’antichità questa distanza fra una città marittima e il suo porto sembra essere stata caratteristica di quei centri per i quali il commercio marittimo rappresenta — come per Atene e per Corinto — un secondo momento del loro sviluppo» (L. Banti). Ciò non costituisce elemento favorevole all’ipotesi di una origine marinara degli Etruschi.

    L’antica Ansedonia.

    L’area occupata dagli Etruschi corrispondeva in origine a gran parte dell’attuale Toscana, dell’Umbria e del Lazio, a un territorio cioè compreso tra l’Arno, il Tevere e il Tirreno, escluse le montagne appenniniche. Ma dalla fine dell’VIII secolo in poi gli Etruschi estesero largamente il loro dominio su altre parti d’Italia, giungendo a sud fino alla Campania, coi centri di Capua, Nola e Pompei, e a nord in Emilia e nella Val Padana. Qui fu da loro fondata Felsina, l’attuale Bologna, mentre un’altra città, forse Misa, fu creata presso Marzabotto. Altra città di origine etrusca è Spina, mentre non si può essere sicuri dell’origine di centri che la tradizione affermava essere stati fondati da questo popolo come Melpum presso Milano, Mantova, Rimini, ed altre ancora. Gli Etruschi ebbero poi notevole potenza sul mare, mercè alleanze che essi riuscirono a creare soprattutto con i Cartaginesi e con altri popoli mediterranei.

    La decadenza: dai Romani al feudalesimo

    Già nel VI secolo a. C., mentre fiorisce la civiltà artistica delle città dell’Etruria, cominciano i primi episodi del declino della potenza etrusca sul mare e in terraferma. Mentre nel Mezzogiorno avanzano i Greci con le loro sempre più forti colonie, e attaccano direttamente le basi etrusche dal mare, come Caere saccheggiata da Dionisio di Siracusa nel 384, altri popoli dell’Appennino come gli Umbri, i Sanniti, i Sabini scendono minacciosi dalle loro valli, costringendo gli Etruschi entro un territorio sempre più ristretto. Le invasioni galliche annientano la potenza etrusca nell’Italia settentrionale e devastano parte dell’Etruria propria. Nel IV secolo gli Etruschi sono ormai chiusi nelle loro città, senza possibilità di espansione e scarsa vitalità politica e militare. I Romani poterono così più facilmente, durante il IV e il III secolo, schiacciare il popolo rivale, talora con le armi, talora con alleanze militari: l’Etruria perse allora non solo la propria autonomia politica, ma la propria originalità civile ed economica.

    I nuovi dominatori lasciarono per qualche tempo una certa libertà formale alle vecchie città federate e favorirono colonie ed opere pubbliche, soprattutto le grandi strade, quali l’Aurelia e la Cassia, che dovevano contribuire all’unità dello stato. Fondarono anche e potenziarono varie città tra le quali Firenze, Luni, Cosa ed altre ancora, ma l’accentramento della ricchezza e del potere in Roma tolse alla Toscana ogni possibilità di sviluppo e di progresso: decaduti molti centri, s’impaludarono larghi tratti di pianura, l’agricoltura in mano servile si ridusse di spazio e di redditi, mentre le importazioni da altri paesi mediterranei danneggiarono il commercio agricolo. Anche l’attività mineraria rimase in gran parte interrotta.

    Vedi Anche:  Il clima e le acque

    Con le invasioni barbariche, anche la Toscana, come tutte le altre parti d’Italia, conobbe tempi sanguinosi e di paralisi economica. Violentemente saccheggiata dai Goti di Alarico nel 410, ebbe un periodo di nuova prosperità sotto Teodorico. Alla fine della sanguinosa guerra con Teodato, condotta da Giustiniano imperatore tra il 535 e il 553, la Toscana seguì le sorti del resto d’Italia e divenne provincia bizantina. Con l’invasione longobarda, quindici anni dopo, l’ossatura amministrativa risalente ai Romani venne del tutto scardinata, mentre si ruppe l’unità territoriale della penisola, in un frazionamento politico che durerà fino al XIX secolo. La Tuscia fu allora retta a Ducato, con centro principale a Lucca (568-774). Dopo la vittoria di Carlo Magno, i Franchi eressero il dominio a Contèa (774) divenuta poi, alla fine del IX secolo, Marchesato di Toscana. Nel secolo XI, con la famiglia degli Attoni, esso si estese a gran parte dell’Emilia. Sotto i feudatari carolingi noti come Conti del Sacro Palazzo, la Toscana, come le altre regioni d’Italia e d’Europa, conobbe il cosiddetto « Rinascimento Carolingio », luminosa parentesi di civiltà nelle tenebre barbariche.

    La storia politica della Toscana nella seconda metà del secolo IX e nella prima metà del X si riassume nella lotta di una grande casata feudale, quella dei Marchesi di Toscana, coi Duchi di Spoleto, i Marchesi del Friuli e d’Ivrea, per il predominio in Italia. La lotta per le investiture portò all’indebolimento dell’autorità imperiale a vantaggio della nascente autonomia politica e amministrativa delle città, che dopo un periodo di dure lotte riuscì ad affermarsi anche contro i corrotti Vescovi-Conti.

    Prima che la lotta per le investiture, ingaggiata fra i due sommi poteri del mondo civile, il Papato e l’Impero, avesse termine, la Toscana, come già l’Italia settentrionale, presentava in pieno processo di sviluppo la nuova struttura sociale: il Comune.

    Il teatro romano di Fiesole verso la valle del Mugnone.

    La civiltà comunale e l’espansione di Firenze

    A gloria particolare era già giunta Pisa fino dal secolo XI : alleata di Genova contro i Saraceni, li aveva sbaragliati acquistandosi la Sardegna; alleata dei Normanni, aveva sconfitto gli Arabi a Palermo e con le spoglie trionfali del nemico aveva dato inizio alla costruzione della sua mirabile cattedrale, affermazione di grandezza e di potenza. Nel 1116 navi pisane distrussero la flotta saracena nell’ultima sua roccaforte, le isole Baleari. L’impresa venne entusiasticamente descritta nella cronaca pisana come una vittoria della fede cristiana sull’Islam. L’aiuto di Pisa ai Crociati fruttò alla città marinara toscana una serie di privilegi commerciali nel Levante. Fu questo il periodo d’oro di Pisa: estese la sua influenza fino all’Argentario, dominò le isole dell’Arcipelago toscano, divise con Genova il governo della Corsica; sviluppò l’industria laniera e diventò un importantissimo mercato.

    Anche Lucca assurse nel secolo XII a grande splendore. L’antica capitale longobarda e franca della Tuscia monopolizzò il volume dei commerci con la Valle Padana e i paesi transalpini e per un secolo non ebbe rivali nell’arte della lana e della seta.

    A Siena invece si formò una vasta e potente categoria di banchieri (i Bonsignori, i Tolomei, i Piccolòmini, i Salimbeni) che prestavano denari al Papa e ai prìncipi di tutta Europa.

    Ma soprattutto Firenze ebbe un forte sviluppo commerciale. La politica guelfa fu infatti la fortuna della città. La borghesia delle Arti, che aveva aderito al guelfismo, si sbarazzò del governo aristocratico ghibellino dando vita a un governo a carattere popolare (Primo Popolo). Firenze guelfa entrò, così, in lotta con Pisa e Siena ghibelline. Dopo lunghe e sanguinose guerre, sconfitte Pisa, Siena e Arezzo, la potenza di Firenze si dispiegò in tutto il suo splendore. Le grandi case dei banchieri fiorentini, oltre a fare i servizi di tesoreria della Corte Pontificia, monopolizzarono il traffico del denaro attraverso l’accostamento politico alla Francia e al Regno Angioino; prestando somme di denaro ai re inglesi, ottennero come garanzia l’esazione di diritti doganali e licenze di esportazione della lana grezza; costituirono infine nei Paesi Bassi un immenso giro d’affari. In politica interna una radicale riforma venne apportata da Giano della Bella con gli Ordinamenti di Giustizia che prevedevano, per l’accesso all’esercizio del potere, l’iscrizione ad una delle Arti.

    Fu quella l’epoca della grande fioritura artistica e letteraria di Firenze, i secoli del « Dolce Stil Nuovo », di Dante Alighieri e di Guido Cavalcanti, di Arnolfo di Cambio, di Cimabue, di Giotto, i secoli in cui Firenze vide sorgere fra le austere abitazioni e le torri robuste, a dominare il dedalo delle vie e dei borghi, il fasto severo del Palazzo della Signoria, delle chiese di Orsanmichele, di Santa Viaria Novella, di Santa Croce.

    Ma le lotte intestine ripresero ad infuriare nella città, quasi a testimoniarne la robustezza e la vitalità del corpo travagliato da violente crisi di sviluppo e maturazione. I guelfi vincitori si scissero in Bianchi (con a capo i Cerchi) e in Neri (con a capo Corso Donati). Inviato da Bonifacio VIII come paciere, Carlo di Valois appoggiò apertamente i Neri; Firenze sembrò scivolare verso la Signoria, ma, morto tragicamente Corso Donati, il governo tornò nelle mani della borghesia delle Arti Maggiori.

    Nel secolo XIV Firenze fu teatro delle lotte tra i ceti inferiori e il « popolo grasso », che possedeva nell’organizzazione della parte guelfa un formidabile strumento di egemonia politica. Le cruente lotte con Lucca e Pisa, i conflitti intestini, la breve e rovinosa avventura del Duca d’Atene, il fallimento delle banche dei Peruzzi e dei Bardi, portarono la situazione interna a quello stato di tensione che sfociò nel 1345 nello sciopero dei tintori stroncato nel sangue dalla Signoria. Ma i disagi economici non diminuirono.

    La rocca di Filippo Brunelleschi a Vicopisano.

    I traffici fiorentini furono ostacolati dal protezionismo delle grandi monarchie nazionali ormai potentissime in Europa, e la guerra degli « Otto Santi », con l’interdetto del Papa Gregorio XI, finì di prostrare la città. Nel 1378 col tumulto dei «Ciompi» il proletariato ottenne un breve periodo di predominio, a cui fece sèguito rapidamente il declino e l’insediamento al governo di una oligarchia di grandi casate (Albizzi, Strozzi, Tornabuoni). Fu questo un periodo favorevole per la politica di Firenze, che riuscì ad opporsi all’avanzante egemonia di Galeazzo Visconti e a fronteggiare le altre grandi Signorie, a conquistare Pisa e l’agognato sbocco al mare. Per fronteggiare i Visconti si legò in alleanza con Venezia, ma la vittoria del 1433, avendo apportato vantaggi territoriali soltanto a Venezia, provocò in Firenze una crisi di regime contro l’oligarchia dominante. Sorse così l’astro di Cosimo il Vecchio, un banchiere dell’antico casato dei Medici.

    Supplizio di Gerolamo Savonarola. Quadro di ignoto fiorentino del sec. XVI (Firenze, Museo di S. Marco).

    Il suo avvento al potere spostò il gioco delle alleanze fiorentine da Venezia, la cui potenza si faceva minacciosa, a Milano, dove Francesco Sforza era successo a Filippo Maria Visconti. La pace di Lodi del 1454, consacrando lo Sforza duca di Milano, poneva le basi del nuovo equilibrio italiano.

    Fu il Quattrocento, appunto, il gran secolo dell’« equilibrio », dell’abilità diplomatica, dei contrapposti sistemi di alleanze, dei quali proprio Firenze fu il perno, sotto il grande successore di Cosimo, Lorenzo il Magnifico, sotto il cui principato la città divenne il centro propulsore di quel vasto e profondo processo di rinnovamento morale, politico, economico, artistico, che va sotto il nome di Umanesimo e di Rinascimento, e del quale l’Europa contemporanea è figlia diretta. Dotti come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, poeti come il Poliziano, architetti come il Brunelleschi, pittori come Masaccio, Paolo Uccello e l’Angelico, scultori come Donatello, erano abituali frequentatori della Corte medicea di Via Larga.

    Ma il successore del Magnifico, Piero, non fu all’altezza della tradizione paterna, e tutti gli avversari del principato mediceo tornarono a sostenere con vigore le tradizioni repubblicane della città, sostenuti dalla predicazione violenta del frate Gerolamo Savonarola. La mancanza di senno politico del giovane sovrano apparve chiara quando egli aprì le porte della città al dominio di Carlo Vili. La dinastia fu travolta e Pisa insorse ; la fine del Savonarola, poi, ucciso sul rogo nella piazza della Signoria, portò alla restaurazione oligarchica in Firenze e all’istituzione di un « gonfaloniere a vita », nella persona di Pier Soderini, affiancato da magistrature collegiali, di una delle quali fu segretario Niccolò Machiavelli. Fu proprio in questo suo periodo di massimo splendore culturale e artistico, quando poteva contare fra i suoi figli Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini, Leonardo, Michelangelo e Raffaello, che Firenze conobbe l’inizio della sua decadenza politica.

    Dal Granducato all’unità d’Italia

    Di fronte al crescente potere dei mercanti tedeschi, francesi e fiamminghi, e dei finanzieri di Augusta, evidente apparve la decadenza industriale e finanziaria della Toscana. Il centro degli affari si spostò gradualmente dal Mediterraneo ai paesi atlantici; e il piccolo Stato fiorentino, come pure gli altri della penisola, non poterono reggere alla crescente potenza militare ed economica delle grandi monarchie nazionali consolidatesi in Europa. L’ultima repubblica fiorentina (1527-30), difesa da Francesco Ferrucci, da Michelangelo, e da tutti i suoi cittadini trasformati in soldati, cedette alle forze imperiali di Carlo V d’Asburgo, e i Medici tornarono. Invano una congiura nel 1536 rovesciò Alessandro dei Medici; il governo della città fu dato a Cosimo I, figlio del condottiero Giovanni delle Bande Nere. Fu questo un periodo di consolidamento interno ed esterno dello Stato fiorentino, perseguito con mezzi talvolta anche crudeli. Cosimo favorì l’esplicarsi della rigogliosa vita intellettuale ed artistica, e si circondò di artisti come il Vasari, il Cellini, il Bronzino; creò una milizia nazionale toscana, si gettò alla conquista della morente repubblica cittadina di Siena, che si arrese nel 1555. Nel 1570 Cosimo I ebbe da Pio V il titolo di Granduca di Toscana.

    Vedi Anche:  La flora e la fauna

    La Toscana in una carta del sec. XVI (Milano, Civica Raccolta Stampe del Castello Sforzesco).

    Si iniziava così un lungo periodo di pace e di prosperità, ma la importanza politica, economica e militare della Toscana andò progressivamente diminuendo e seguì la sorte delle altre parti d’Italia sotto la pesante egemonia spagnola. Ma anche nel generale torpore causato dall’arretratezza delle strutture politiche ed economiche, il seme prodigioso gettato nei secoli dei Comuni e del Rinascimento, continuò a dar frutti, e fu ancora una volta la Toscana, Firenze, a dire al mondo la parola nuova di Galileo Galilei. La pronta e ferrea repressione delle « idee nuove » da parte della Curia Romana non impedì alla scuola galileiana di rifiorire col Torricelli, e all’Accademia del Cimento e al Redi di precorrere i tempi con le ricerche sulla biologia sperimentale.

    A questo risveglio intellettuale fece riscontro la decadenza della dinastia medicea, che ebbe in Gian Gastone l’ultimo suo rappresentante. Nel 1737, in sèguito alle vicende della guerra di successione polacca, il trono granducale passò alla Casa di Lorena. Con Pietro Leopoldo (1775-90) la Toscana si pose all’avanguardia del progresso nell’Italia del Settecento. Fu il primo Stato europeo ad abolire la tortura e la pena di morte; i residui formali del feudalesimo furono aboliti dal Codice leopol-dino, alla cui compilazione non furono estranei gli studi compiuti dall’Accademia dei Georgofili, fondata nel 1753; fu adottata l’imposta proporzionale; furono attuate le grandi opere di bonifiche in Maremma e in Valdichiana, cui è legato il nome di Vittorio Fossombroni. Anche in campo religioso, notevole fu il risveglio: dobbiamo ricordare l’opera di Scipione de’ Ricci (1741-1810), vescovo di Prato e Pistoia, e dei giansenisti toscani nella vivace lotta antigesuita per la soppressione dell’Inquisizione e la limitazione della manomorta ecclesiastica.

    Anche la Toscana fu scossa dalla Rivoluzione francese e dall’uragano napoleonico, e dal 1799 al 1814 si ebbe una parentesi nella dominazione lorenese, restaurata poi con Ferdinando III, a cui successe Leopoldo II : il « toscano Morfeo » mantenne un clima politico di tolleranza che permise l’espansione della nuova cultura romantica e liberale. Si aprì a Firenze il Gabinetto Vieusseux, centro vivace di discussione e di studio, si fondò l’Antologia, e gli spiriti eletti d’Italia, da Leopardi al Tommaseo, da Colletta al D’Azeglio, amavano ritrovarsi nei salotti del Capponi e del Lambru-schini. In polemica con le tendenze moderate e neoguelfe, sorse un partito più radicale, con Giovanbattista Niccolini, il Giusti, F. D. Guerrazzi e il Montanelli. I contraccolpi del Quarantotto europeo si fecero avvertire anche in Italia e in Toscana: il 17 febbraio 1848 anche il Granduca concesse la Costituzione e permise che forze regolari al comando del De Laugier e un corpo di volontari composto da studenti e professori dell’Università di Pisa partisse per unirsi alle truppe di Carlo Alberto contro l’Austria.

    Nell’ottobre 1848, fuggito il Granduca, si formò a Firenze un ministero democratico, cui fece sèguito il triumvirato Guerrazzi-Mazzoni-Montanelli e la dittatura del Guerrazzi. Ma i moderati, impressionati anche dalle violenze dei livornesi guer-razziani, favorirono il ritorno del Granduca, che rientrò a Firenze in divisa di generale austriaco alla testa di truppe austriache, e nel 1852 fu revocata la Costituzione concessa nel 1848. Ma ormai la predicazione di Mazzini, l’azione dei democratici, l’opera di Cavour, i confusi fermenti che ancora giungevano dalla Francia del Secondo Impero, avevano portato a maturazione il movimento patriottico italiano, e la guerra del ’59, laboriosamente preparata dalla diplomazia piemontese, ebbe fra i suoi primi effetti il moto fiorentino del 27 aprile che allontanò per sempre i Lorena dallTtalia e dette l’avvio al processo unitario in Toscana — impersonato da Bettino Ricasoli da una parte e dal partito democratico dall’altra — e fu elemento essenziale a vincere i residui municipalismi toscani e non toscani. Il 15 marzo 1860 la Toscana, con voto plebiscitario, proclamava la sua annessione al Regno di Vittorio Emanuele II.

    La Toscana nell’Italia unita

    Dopo i plebisciti del 1860, le vicende della Toscana si confondono con la storia dello Stato italiano. Ma la forte accentrazione regionale che la storia del nostro paese ha conservato anche dopo l’unificazione, permette di riconoscere alcune linee specifiche di storia toscana entro quella nazionale.

    Il re di Sardegna firma il decreto di annessione della Toscana (“L’illustration”, XXXV, Parigi, 1860).

    I gruppi dirigenti moderati che erano stati favorevoli all’unità d’Italia si dichiaravano gelosi custodi della tradizione civile e politica toscana e, infatti, nei primi anni del Regno sottrassero la Toscana all’applicazione di certe norme della unificazione legislativa e amministrativa. Ma fu proprio il capo dei moderati toscani, Bettino Ricasoli, chiamato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dopo la morte del Cavour (9 giugno 1861) a creare il sistema amministrativo che ha retto per un secolo l’Italia e che è caratterizzato dall’unità dell’accentramento del potere politico e amministrativo e da un certo decentramento burocratico-istituzionale.

    Nella formazione della classe dirigente del nuovo Stato italiano gli uomini politici toscani ebbero una parte di grande rilievo: oltre al Ricasoli, devono essere ricordati il fiorentino Ubaldino Peruzzi e il livornese Pietro Bastogi, rappresentanti di grandi interessi bancari e favorevoli all’attuazione di una politica economica liberistica nei rapporti commerciali con l’estero e nello sviluppo del sorgente capitalismo italiano. La loro influenza all’interno della classe dirigente si rafforzò col trasferimento della capitale a Firenze (1866-71), ma di qui sorsero anche opposizioni e contrasti che nel 1876 indussero gran parte della delegazione regionale toscana ad allearsi con la Sinistra per rovesciare l’ultimo governo della Destra storica, quello di Marco Min-ghetti (18 marzo 1876), favorevole ad alcune misure di politica economica protezionistica. Ciò non impedì ai moderati toscani di restare ancorati a posizioni politiche e sociali rigorosamente conservatrici, che vedevano nella conservazione della « mezzadria classica» nelle campagne della loro regione il premio di un insostituibile equilibrio nei rapporti fra le classi e di stabilità della società politica.

    I gruppi democratici, se erano restati nettamente subalterni a quelli moderati sul piano della formazione culturale e della realizzazione politica, non per questo erano stati scarsamente attivi nel corso del Risorgimento. Ad essi si dovevano i moti delle città toscane, e segnatamente di Livorno, durante la rivoluzione del 1848-49 e successivamente il vuoto che fu fatto intorno alla dinastia lorenese dopo la restaurazione avvenuta con la protezione delle armi austriache. Questi gruppi democratici e mazziniani influenzavano e organizzavano sul terreno politico e mutualistico larghi strati della piccola borghesia artigianale e intellettuale delle città. Ma proprio in quest’ambito, e in mezzo alla classe operaia che si veniva formando di pari passo col lento estendersi deH’industria moderna, sorse a contrastarne l’influenza l’Associazione Internazionale degli Operai, e in modo particolare la versione anarchica di questa associazione diffusa dall’Alleanza Democratica Universale fondata dall’agitatore russo Michele Bakunin. Le città toscane che avevano conosciuto un forte movimento democratico (Firenze, Livorno, Pisa) furono anche centri importanti della propaganda internazionalistica, rispecchiando, più che una consapevole volontà rivoluzionaria, lo scontento e la sfiducia che seguirono alla esaltazione idealistica del Risorgimento. Ma a queste tradizioni democratiche, più che all’esistenza di un vasto proletariato industriale e agricolo, deve riconnettersi il successo che il socialismo incontrò in Toscana fino dall’ultimo decennio del XIX secolo. Alle elezioni politiche del 1897 l’avvocato Giuseppe Pescetti riusciva eletto primo deputato socialista della Toscana, rappresentante un collegio fiorentino comprendente anche i sobborghi industriali della città.

    In Toscana furono particolarmente vivaci le agitazioni che negli ultimi anni del secolo determinarono in Italia il passaggio da forme di governo autoritario a forme di governo liberale. Nel 1894 insorsero i cavatori della Lunigiana e nel 1898 le popolazioni di numerose città e paesi della Toscana, contemporaneamente a quelle di tante altre parti d’Italia, per protestare contro il rincaro del prezzo del pane. Dalla crisi di fin di secolo il panorama politico della regione uscì solo parzialmente mutato: infatti alla ulteriore diffusione dei partiti popolari, dal socialista al repubblicano e al radicale, fece riscontro un irrigidirsi dei ceti proprietari su posizioni conservatrici, che si manifestarono nella posizione filo-sonniniana assunta dal più importante giornale fiorentino, « La Nazione », e caratterizzata da un indirizzo autoritario all’interno ed espansionistico all’esterno. Questo irrigidimento conservatore dei ceti proprietari si andò accompagnando alla significativa vicenda degli indirizzi culturali. Alla cultura delle città universitarie toscane dominata fino a quel momento da un indirizzo positivistico, materiato di seri studi filologici e accompagnato da un vivo interesse per i problemi sociali e politici, si venne contrapponendo, particolarmente a Firenze, un indirizzo irrazionalistico, che predicava la sfiducia negli istituti parlamentari e l’espansione imperialistica.

    Vedi Anche:  Cultura e tradizioni

    Dal fascismo alla Resistenza

    La partecipazione di massa alla prima guerra mondiale doveva avere ripercussioni serie in una regione come la Toscana dove la maggioranza della popolazione restava dedita all’agricoltura. Le agitazioni sociali del primo dopoguerra, culminate nell’occupazione delle fabbriche da parte degli operai, ebbero in questa regione la loro nota più significativa nel movimento contadino. Esso si manifestò con grande vigore a partire dal 1919, in parte sotto la direzione dei socialisti e in parte sotto la direzione dei cattolici, i quali utilizzavano ora a favore della loro azione politica, il Partito Popolare Italiano, l’ascendente conservato dal clero sul mondo rurale e, come i socialisti, la loro opposizione ad una guerra che particolarmente nelle campagne era stata assai impopolare. Contro gli uni e contro gli altri finì col dirigersi la reazione fascista, nella quale si saldavano la tendenza apertamente reazionaria degli agrari e le confuse aspirazioni eversive della piccola borghesia urbana. Uno squadrismo particolarmente feroce, nel quale sembrarono rivivere le crudeltà delle lotte cittadine medievali ingigantite dalla raffinatezza della tecnica moderna, si diresse contro le istituzioni dei lavoratori apportando il saccheggio delle loro sedi e l’uccisione dei loro dirigenti. Nel gennaio-febbraio 1921 il popolo di Firenze insorse contro i fascisti, ma la sua resistenza fu infranta dall’intervento dell’esercito e dell’apparato dello Stato; fra gli altri cadde, assassinato dai fascisti, Spartaco Lavagnini, dirigente del sindacato dei ferrovieri ed esponente del Partito Comunista. A poco a poco i fascisti distrussero tutte le organizzazioni operaie e contadine, costrinsero alle dimissioni le amministrazioni comunali e provinciali dirette dai partiti di sinistra e le sostituirono con altre dirette dai fascisti e dai loro alleati (liberali, clerico-mode-rati, ecc.). Anche dopo la « marcia su Roma » e l’avvento del fascismo al potere l’azione terroristica delle squadre fasciste non ebbe sosta. Particolarmente efferata nella sua crudeltà fu « la notte dell’Apocalisse » (3-4 ottobre 1925), descritta in pagine suggestive dallo scrittore fiorentino Vasco Pratolini, nel corso della quale i fascisti uccisero nelle loro case Gustavo Console, Gaetano Pilati e Giovanni Becciolini.

    Numerosi oppositori toscani, di diverse classi sociali, costretti a lasciare l’Italia, trovarono rifugio in Francia, in Corsica, in Inghilterra, in America. Fra di loro, Gaetano Salvemini, nativo della Puglia ma fiorentino d’adozione, uno degli storici più significativi dell’Italia moderna: la sua ultima azione politica prima dell’esilio fu quella di farsi animatore a Firenze, insieme a Carlo Rosselli, Piero Calamandrei, Ernesto Rossi e Nello Traquandi del primo foglio clandestino antifascista, il «Non mollare ».

    Il fascismo è ormai padrone della situazione e trova numerosi seguaci in ogni ceto, dalle università alle fabbriche, dal popolo alla borghesia plaudente al ritorno dell’« ordine ». Per venti anni la storia della regione si confonde così nello stesso conformismo con le altre parti d’Italia: la retorica delle parate, delle forzate manifestazioni di massa, una stampa particolarmente violenta e minacciosa, oltre alle frequenti spedizioni « punitive », sembrano aver spento ogni anelito alla libertà ed alla democrazia.

    Via il fascismo in Toscana non riesce a penetrare i gruppi legati a vecchie e radicate tradizioni laiche, repubblicane e socialiste, soprattutto nelle fabbriche, nelle quali alcune avanguardie comuniste mantennero viva la lotta antifascista, e nelle campagne, dove si oppone al regime imperante un freddo, ostile silenzio. Ancora nel 1930 Firenze ed Empoli accolgono il treno di Mussolini con le ciminiere delle fabbriche imbandierate di rosso, ma sono gli ultimi tentativi di ribellione alla forza dello Stato, al quale hanno ormai dato l’adesione la maggior parte degli agrari e degli industriali e la chiesa cattolica.

    Nel 1940 la guerra chiama sui fronti di Francia, di Africa, di Grecia, di Russia, vaste schiere di giovani in una guerra accanto alla Germania nazista che la grande maggioranza della popolazione condanna, o comunque non sente. Alle prime delusioni, alle manifestazioni di    impreparazione e di superficialità dei capi seguono le fasi più tragiche della guerra: i bombardamenti aerei portano desolazione e morte in gran parte delle città toscane, non esclusa Firenze, mentre le speculazioni economiche, il mercato nero, le tessere alimentari e la fame nelle città accrescono ogni giorno il disagio di gran parte della popolazione e l’opposizione al conflitto.

    All’armistizio del settembre 1943 segue l’occupazione tedesca, che trova tuttavia nobili episodi di resistenza, come quello di Piombino, che, in due giorni di fuoco, tra il 10 e l’11 settembre, respinse l’attacco delle truppe germaniche che tentavano lo sbarco, affondando numerose unità navali. Mentre militari ed operai vengono deportati a migliaia in Germania e macchinari ed attrezzature delle fabbriche sono trasferiti a nord, anche in Toscana i fascisti si ricostituiscono nelle «Brigate nere». Via l’opposizione popolare è ormai irresistibile e la resistenza armata, per la prima volta in Italia, si va organizzando rapidamente nelle città e sui monti. Malgrado i rastrellamenti, le deportazioni, le violenze inaudite, il movimento della resistenza toscana diventa in breve uno dei più organizzati d’Italia: l’assassinio di cinque giovani, e poi di altri ventitré, colpevoli solo di non essersi presentati per prestare servizio nelle truppe fasciste, comandate dal generale Adami Rossi, suscita in ogni strato sociale un’indignazione profonda; le sevizie dei fascisti sui loro avversari, che hanno nella Villa Triste di Firenze, uno dei più tragici centri, spinge sempre più ad una reazione compatta e decisa.

    Malgrado il terrore delle deportazioni, non cessano gli scioperi nelle fabbriche, mentre nelle montagne dell’Appennino e delle Apuane i sempre più numerosi gruppi delle formazioni di « Giustizia e Libertà » e « Garibaldi » diventano un serio pericolo per le retrovie dei tedeschi, che mobilitano intere divisioni corazzate, incendiando villaggi ed uccidendo gli abitanti senza discriminazione. Così a San Pancrazio, a Civitella della Chiana, a San Paolo, a Badicroce, a Staggiano, a Palazzo del Pero, a Villa Santinelli, a Vallucciole, a Reggello, a Monte Giovi, a Polcanto, a Partina, a Raggiolo, a Figline di Prato, a Sant’Anna, ecc.; solo nell’Aretino si ebbero tra i partigiani circa 1400 morti. Nelle città vengono uccisi numerosi esponenti dell’antifascismo di ogni tendenza o vengono inviati nei campi di sterminio tedeschi; numerose tra essi sono le donne, che prendono parte attiva, come mai nella storia toscana ed italiana, ad una battaglia politica. Le zone dove maggiormente operano le formazioni partigiane, oltre alle città, sono il Monte Amiata    e la Maremma, il Monte Giovi e il Pratomagno, la Montagna Pistoiese e le Alpi Apuane.

    Dopo lo scarso risultato ottenuto dall’organizzazione antifascista a Roma, in parte per l’arresto dei capi migliori, in parte per l’inerzia di altri, in parte per l’opposizione del Papa ai combattimenti nella città eterna, spetta ancora una volta alla Toscana e a Firenze, prima che alle    regioni del nord, di    dare la prova della capacità organizzativa del popolo italiano. E realmente, all’arrivo in Toscana, le truppe alleate si trovano di fronte a formazioni combattenti ottimamente organizzate ed a un Comitato toscano di liberazione nazionale efficiente ed in grado di assumere la direzione della vita pubblica. Ogni tentativo viene compiuto per salvaguardare le opere edilizie ed industriali, le strade ed i ponti, le opere d’arte, che tuttavia vengono depredate dai tedeschi e dai fascisti in fuga: 527 dipinti, 120 sculture, 30 terrecotte di inestimabile valore, quadri di Raffaello, Michelangelo, Pollaiolo, Botticelli, delle più celebri gallerie toscane, vengono trasferiti ed in parte perduti per sempre.

    Nell’estate 1944 le truppe alleate avanzano lentamente dal sud e si avvicinano a Firenze ed a Pisa che vengono liberate nell’agosto: i celebri ponti fiorentini sull’Arno, come quelli pisani, vengono fatti saltare dai tedeschi in fuga, escluso solo il ponte Vecchio, ai cui lati si distruggono però interi quartieri. La battaglia di Firenze, per le cui strade si combatte eroicamente per giorni e giorni, mentre gli Alleati attendono di entrare in città, segna la prima vera vittoria della Resistenza italiana e costituisce un’importante premessa per la lotta che trionferà nell’Italia settentrionale.

    Dopo Firenze, fu il turno di Massa e Carrara. Le stragi di San Terenzo, Bardine, Vinca, Bergiola, con le 648 vittime innocenti, in gran parte donne, vecchi e bambini, bruciati ed impiccati, segnò una delle ultime pagine tragiche della Toscana. I comuni di Fivizzano, Casola, Fosdinovo, Zeri, Carrara ebbero dal 40 al 95% delle case distrutte. In nessuna parte, forse, come in questa la popolazione si dimostrò compatta nella lotta contro gli invasori.

    Monumento al partigiano a Carrara (Nardo Dunchi).

    Dalla guerra la Toscana uscì così sanguinante, con immense rovine nelle strade, nei porti, nelle fabbriche, ma con una forte volontà di ripresa: in pochi anni le tracce materiali della guerra furono ovunque cancellate. Tornato alla vita democratica, il popolo toscano partecipò alle votazioni politiche con percentuali altissime, mostrando nel referendum istituzionale (2 giugno 1946) tendenze prevalentemente repubblicane e dividendo i propri voti nelle successive elezioni in maggior misura tra i partiti democristiano, socialista e comunista. Attualmente, mentre la maggior parte dei comuni minori, cioè quelli rurali, è retta da amministrazioni di sinistra, i centri urbani sono retti da amministrazioni cattoliche o miste.