Vai al contenuto

Confini e caratteristiche generali

    Toscana

    Caratteri generali e confini

    Toscana: “paese discreto e pensieroso…”

    Non è facile, in breve, definire cosa sia la Toscana: regione multiforme per strutture e varia di aspetti naturali ed umani, mutevole nei paesaggi da parte a parte, con evidenti contrasti sociali ed economici; regione arretrata e progredita ad un tempo, dai volti talora marcati e forti, con evidenza di forze e di caratteri, talora smorzati e quasi nascosti, che solo un occhio attento distingue. Non è facile capire la Toscana nel suo insieme complesso e pur unitario, e tanto meno inquadrarla in una categoria di regioni : essa sembra riunire e riassumere in tonalità moderate quasi tutti gli aspetti dell’Italia, quasi in un equilibrio naturale ed umano tra il nord ed il sud.

    Per questi caratteri la Toscana, situata nel cuore dell’Italia, all’inizio della penisola vera e propria, a mezza via tra le regioni settentrionali e quelle centro-meridionali, potrebbe essere considerata la più italiana tra le regioni italiane: l’aver dato all’Italia la lingua pare confermare questa posizione di privilegio. Ma nello stesso tempo essa è, forse, la meno italiana, perchè la meno conformista, con un suo spirito, un suo carattere, una sua individualità che non si lasciano influenzare, un suo paesaggio che non si confonde con altri, tranne con qualche parte dell’Umbria, una sua storia che affonda le radici lontane nei progenitori etruschi e che è stata per secoli chiusa oppure indipendente, con scarse velleità espansionistiche, ma con vivacissimi fermenti di vita interna.

    Regione comunque di equilibrio e di transizione: «paese discreto e pensieroso… Questa è la terra dove ci pare che anche le cose abbiano acquistato per lunga civiltà il dono della semplicità e della misura: i composti panorami che senza sbalzi di dirupi ed asperità di rocce riescono di collina in collina a non ripetersi mai, i boschi in cui la cortina delle fronde non è mai così folta da nascondere la nervosa agilità dei fusti… Questo paesaggio per farsi riconoscere non ha bisogno di agghindarsi di colori: gli basta il disegno, come in un’incisione a bianco e nero, per esser lui… » (Calamandrei).

    « Che sia un paese di transizione tra la regione alpino-padana e il rude Appennino meridionale — ben dice il Milone — è indicato dal paesaggio stesso, nelle sue forme e nella sua vegetazione. Qui non trovi nè il ciclopico baluardo della chiostra alpina, imponente ed aspro, nè la pianura sconfinata che si sperde a perdita d’occhio, lenta e monotona, varia solo per le colture che Tappezzano. L’arco appenninico che cinge e ripara la bella regione toscana a settentrione e levante, solo in qualche cima supera i 2000 metri, e se presenta all’interno un versante più ripido del padano, esso è ammorbidito dalla fitta copertura dei faggi e dei castani o, più in basso, della macchia, dove l’uomo non abbia sostituito la vegetazione spontanea con la coltura dell’olivo e della vite che si svolge in filari ordinati, regolari, potati nelle chiome e nettati negli intervalli. Le pianure sono brevi bacini, allungati, per lo più, nel senso meridiano e limitati dalle quinte dei rilievi che si staccano dalla catena principale per spingersi verso mezzodì. Esse sono talora più ampie ed eguali, talora più incise, e solo in vicinanza del Tirreno, nel Valdarno inferiore o in Maremma, si stendono, con la loro vegetazione più uniforme, per una maggiore estensione, tra i rilievi e le azzurre acque del mare.

    Filari di cipressi che portano a case, a ville, a cimiteri.

    Una fattoria nelle colline senesi

    « Se guardata dall’alto, dall’aereo, a non eccessiva altezza, ma a quel tanto che basti ad addolcire le forme più aspre che trovi, ad esempio, nelle Apuane o lungo il ripido Appennino, la regione apparirà morbida e varia, mossa nelle sue forme, diversa nelle sue colture, ma senza contrasti troppo duri, come incisa dal bulino degli agenti esterni, quasi che fosse uno di quegli altorilievi marmorei dei suoi artisti, fatti perfetti dal canone delle proporzioni e dalla grazia del disegno…

    « A conclusione, direi soltanto che la Toscana, situata a mezzo della nostra penisola, regione appenninica ma pur prossima a quella padano-alpina, dotata di un clima che ancora risente degli eccessi di temperatura del clima padano, ma già lascia avvertire le pronunciate, le deleterie siccità estive, meglio di ogni altra regione italiana sia, forse, l’espressione delle condizioni medie, fisiche ed economiche, della nostra penisola. Ma soverchia ogni altra per i tesori d’arte raccolti nelle sue città, e forse anche per la finezza spirituale dei suoi abitanti, educati da una civiltà remota e da una tradizione artistica quale non ebbe alcuna altra regione nostra ».

    Etruria, Tuscia, Toscana

    Il nome latino più antico usato a designare la nostra regione fu quello di Etruria, territorio cioè degli Etrusci, o Etrurii e con quel nome si chiamò ufficialmente la settima delle undici regioni nelle quali l’Imperatore Augusto divise l’Italia. Più tardi, nel basso impero, prevalse la voce Tuscia, e questa è la denominazione nella ripartizione di Diocleziano. Soltanto nel X secolo troviamo il nome Toscana a designare la Tuscia Longobarda.

    L’antica terra etrusca ebbe una prima esatta delimitazione territoriale con l’ordinamento augusteo: essa si estendeva allora dalla Magra, presso Luni, e dall’Appennino tosco-emiliano e in parte marchigiano fino presso le foci del Tevere. Comprendeva cioè tutto il territorio tra il corso di questo fiume e il Mar Tirreno. A cinque miglia a nord di Roma, da Fidenai il confine tagliava direttamente verso il mare, che raggiungeva tra Fregenae e Ostia. La regione era dunque ben più vasta di quella attuale ed includeva gran parte dell’Umbria con Perugia e il Lazio settentrionale.

    Vedi Anche:  Regioni tradizionali

    Alla fine del III secolo, Diocleziano creava la quinta regione, cioè la Tuscia et Umbria, finché nel 367 l’unità fu spezzata colla distinzione di una Tuscia suburbicaria a sud dell’Arno e di una Tuscia annonaria a nord. Da allora la Toscana perse e riacquistò più di una volta attraverso i secoli la sua unità regionale, anche se entro confini più limitati e variabili, e senza la compattezza organizzativa e politica raggiunta nell’antichità. Malgrado le invasioni barbariche, infatti, avessero segnato il distacco della Tuscia annonaria e la sua unione all’Emilia, nel V secolo, e malgrado la separazione da parte dei Longobardi di quello che sarà il Ducato di Spoleto e il patrimonio di S. Pietro, sopravvisse sotto i Longobardi stessi e poi sotto i Franchi un ducato e quindi una contea, che ebbe in Lucca la sua capitale e che comprendeva gran parte della regione toscana. Alla metà dell’VIII secolo si formò poi il Marchesato di Toscana, passato presto sotto il dominio degli Attoni, che lo unirono ai loro possessi emiliani. Ma lungo tutto il periodo feudale la regione perse la sua effettiva unità, frazionandosi in numerosi e chiusi domini locali.

    I comuni poi e le repubbliche segnarono l’avvento di un periodo luminoso ma tutt’altro che unitario della vita della Toscana, che solo nel Cinquecento con la signoria Medicea e il riconoscimento del Granducato, torna ad essere in massima parte una unità politica. Alla costituzione del Granducato (1569), il dominio dei Medici comprendeva già, dopo la caduta di Siena (1555), quasi tutta la Toscana attuale, esclusi gli stati di Lucca e di Massa e il territorio di Piombino e di Orbetello, e tale rimase, salvo rettifiche locali soprattutto sul confine meridionale, fino al XIX secolo.

    Dopo la breve parentesi napoleonica (1793-1814), nel 1815 il Congresso di Vienna decideva l’annessione al Granducato di Orbetello, che era stato unito nel 1808 al Regno d’Etruria, e dello stato di Piombino, già assegnato da Napoleone alla sorella Elisa Baciocchi. Successivamente, nel 1847, Carlo Ludovico di Borbone Parma cedette il Ducato di Lucca al Granduca Leopoldo II.

    Divisione della Toscana ai tempi di Pietro Leopoldo (sec. XVIII), secondo Att. Mori. Il territorio del Granducato è indicato a tratti. (Per la Toscana attuale vedi la cartina all’inizio).

    La Toscana attuale

    Dopo l’Unità d’Italia e la riunione alla Toscana della nuova provincia di Massa e Carrara, avvenuta nel 1871, non vi sono state variazioni di rilievo nel territorio regionale, se si eccettua il trasferimento, nel 1923, alla provincia di Forlì del circondario di Rocca San Casciano, in Romagna, e quello alla provincia di La Spezia dei due comuni di Calice al Cornoviglio e di Rocchetta di Vara, già appartenenti alla provincia di Massa e Carrara. Due anni dopo fu riunita alla Toscana l’isola di Capraia, antico possesso genovese. Nel 1927 furono poi trasferiti dalla provincia di Arezzo a quella di Perugia i due comuni di Santa Maria Tiberina e di Monterchi. Il secondo tornò però alla Toscana nel 1939. Una piccola parte del comune di Fiumalbo (provincia di Modena), intorno al passo dell’Abetone, fu infine incorporata nel 1936 dalla provincia di Pistoia.

    Divisione della Toscana in dipartimenti dopo l’aggregazione all’Impero Francese (1808-14).

    Entro i confini terrestri e quelli marittimi, la Toscana, che si presenta in forma grossolanamente triangolare, comprende una superficie di kmq. 22.990, incluse le isole (kmq. 1330). E dunque una delle regioni più estese d’Italia, di poco inferiore solo al Piemonte (25.400 kmq.), alla Lombardia (23.804 kmq.) e alle isole (Sicilia, 25.707 kmq.; Sardegna, 24.089 kmq.). Una posizione circa analoga la Toscana occupa, come meglio vedremo, per il numero degli abitanti e per la loro densità, che si aggira — quest’ultima — all’incirca sulla media italiana.

    La Toscana è interamente compresa nell’Italia centrale ed è di questa la regione più settentrionale: raggiunge a nord, nell’alta Lunigiana, quasi la latitudine di Bologna (44°28′), mentre a sud si spinge fino a quella di Viterbo e del Gran Sasso d’Italia (42°22′). Appartiene tutta al versante tirrenico, eccettuati i brevi lembi adriatici, di cui ora diremo.

    Dal punto di vista amministrativo la Toscana è oggi divisa in nove province: di Firenze, di Lucca, di Pisa, di Livorno, di Siena, di Arezzo, di Pistoia, di Grosseto, di Massa-Carrara (vedi tabelle alla fine del volume). Esse furono istituite nel 1859 sulla base dei precedenti compartimenti del Granducato, tranne quella di Massa e Carrara che riunì quaranta comuni della Lunigiana Estense, della Lunigiana Parmense e della Garfagnana. Solo la provincia di Pistoia fu istituita assai più tardi, nel 1927, con i comuni dell’omonimo circondario della provincia di Firenze, cui altri se ne aggiunsero dalla provincia di Lucca l’anno seguente.

    I confini appenninici

    Le vicende storiche, sulle quali torneremo in seguito, hanno dato negli ultimi secoli una relativa stabilità in molte parti ai confini della regione, che hanno così acquistato un valore tradizionale ed una effettiva funzione di distacco sia dalle vicine regioni dell’Italia settentrionale che dalle altre parti di quella centrale. A ciò ha certamente contribuito il carattere di confine « naturale », di coincidenza cioè del limite storico-amministrativo con linee orografiche e di spartiacque, carattere che è facilmente riconoscibile per lunghi tratti. L’Appennino soprattutto, nel settore emiliano-romagnolo-marchigiano, ha costituito in passato non solo un confine politico, ma una efficace barriera di separazione con la Padania e con le Marche, che ha favorito l’autonomia storica toscana e le cui conseguenze si riflettono chiaramente sull’attuale situazione antropica e culturale.

    Occorre pensare, per rendersi conto di tale funzione separatrice della catena, ad una montagna ancora priva di strade sicure come quelle attuali e attraversata invece da poche ed erte vie, che per lunghi secoli il brigantaggio dei signori locali rendeva pericolose, con valichi difficili e scoperti, battuti spesso dal vento e dalla neve. E occorre anche considerare le differenze ambientali tra il versante adriatico e quello tirrenico, differenze che ancor oggi si osservano facilmente passando da una parte all’altra con la moderna autostrada o le veloci ferrovie: contrasti innanzitutto naturali, se non altro perchè l’Appennino settentrionale divide versanti dal clima submediterraneo, dove allignano gli olivi e i cipressi e tutta una flora timorosa dei rigori invernali, da un versante, quello padano, a clima più spiccatamente continentale. Non è infrequente il caso di chi entrando nella grande galleria ferroviaria dell’Appennino lascia la neve e la nebbia al nord e trova il sole al sud o comunque sensibile differenza nella temperatura e nello stato del cielo.

    Vedi Anche:  I centri minori

    Contrasti anche umani: di parlata, di tradizione, di carattere, di ordinamenti colturali, di tipi di case, di aspetti antropologici. Già in epoca romana la catena appenninica era stata riconosciuta come il più idoneo confine della settima regione, l’Etruria, e nel Medio Evo, superato il periodo feudale, nel quale la montagna in sè costituiva un elemento di unità e di isolamento, i comuni toscani e poi il ducato ed il granducato mirarono ad affermare i propri confini sul crinale appenninico e magari, per sicurezza, a scavalcarlo, come nelle alte valli romagnole dove si ebbero le conquiste fiorentine del Quattrocento e del Cinquecento, ma senza tuttavia aspirazioni di espansione verso la pianura del Po. La sopravvivenza fino all’Unità d’Italia di possessi del ducato modenese intorno a Massa è un fatto marginale.

    Se nell’insieme il confine settentrionale della Toscana può definirsi dunque un confine di crinale o di spartiacque, localmente i limiti naturale e amministrativo non sono sempre coincidenti. Si segua su una carta il confine della regione partendo dall’alto Tirreno: in un primo tratto esso attraversa la pianura costiera di Luni, lasciando alla Liguria i resti dell’antica città e il centro di Sarzana, che fu da Piero dei Medici ceduto a Carlo Vili e da questi a Genova (1496). Risale quindi i colli di Carrara, scende verso la Magra, risale di nuovo, taglia la valle della Magra stessa senza invero alcun rispetto delle linee orografiche. Conseguenza questa delle naturali pressioni tra città vicine, come La Spezia, Carrara, Massa, Sarzana, attive storicamente nella vita politica ed economica: manca cioè qui, verso il mare, a contatto con la Liguria, quella distanza separatrice tra grossi centri che abbiamo con l’Emilia e la Romagna. E realmente la parte della Toscana che corrisponde alla provincia di Massa-Carrara, aperta ai contatti con altre regioni e discosta dai maggiori centri di vita regionale toscana, è già una regione periferica, dove certi caratteri, anche linguistici e culturali, sfumano in forme settentrionali, talora preminenti.

    Con un grande arco verso nord, risalito lo spartiacque tra Magra e Vara, il confine si porta nell’alta Lunigiana, dove Pontremoli fu ceduta alla Toscana da Filippo IV di Spagna nel 1650, sul crinale centrale appenninico, correndo dal Monte Gòttero al Monte Molinatico e quindi tutto intorno al bacino della Magra fino al Monte Belfiore. Si trova in questo tratto il punto più settentrionale della regione. Il confine si mantiene alto, sempre sopra i mille metri avvicinandosi spesso ai duemila, su cime e versanti coperti di boscaglie e di pascoli, sui quali si muovono greggi, pastori e carbonai ormai sempre più rari. Una tortuosa ferrovia di debole traffico, tra Sarzana e Parma, attraversa la catena con la galleria del Borgallo, e tre valichi (Cisa, Lagastrello e Cerreto) conducono verso i centri emiliani. La lontananza delle città toscane ha consentito anche qui, in Lunigiana, la penetrazione di influssi ed interessi dal versante padano.

    Le Apuane: il Monte Alto di Sella dalla Tambura.

    Lasciato il bacino della Magra, il confine corre sull’alto crinale del Serchio e della Lima, sfiorando i maggiori rilievi appenninici, quali il Cusna (m. 2120) e il Cimone (m. 2165), che si ergono a nord dello spartiacque. E anche questo un tratto montuoso, impervio, e spopolato, che due sole e ripide strade attraversano, quella della Foce delle Radici (m. 1529) e quella dell’Abetone (m. 1388). Intorno a quest’ultimo valico, il confine del nuovo comune dell’Abetone (1936) lascia lo spartiacque e si porta per breve tratto sul versante settentrionale.

    Così pure presso il Corno alle Scale (m. 1945), ben noto agli alpinisti ed agli sciatori, e precisamente al Monte dell’Uccelliera, la linea di confine scende nell’alta valle del Reno sin verso Porretta, per tagliare poi il corso della Limentra, avvicinarsi al valico di Montepiano e proseguire attraverso le alte valli del Santerno, del Senio, del Lamone. La regione amministrativa deborda cioè sul versante adriatico, in Emilia e nella cosiddetta Romagna toscana, risultato questo, come abbiamo ricordato, di vecchie conquiste fiorentine.

    Certamente il crinale appenninico è molto vicino in questo tratto alle città toscane e assai distante invece da quelle emiliane, ed è quindi naturale che l’influenza politica e sociale delle prime si sia fatta sentire oltre una linea orografica che, oltretutto, è meno accentuata che negli altri tratti più occidentali. Il crinale acquista infatti un valore effettivo di separazione soprattutto quando costituisce la linea mediana di un rilievo e quando sia più difficilmente superabile: invece qui, per esempio sopra Pistoia, un antico fenomeno di cattura idrografica ha portato la testata della valle del Reno a neanche dieci chilometri dal capoluogo toscano.

    Corrono qui, circa sull’asse Firenze-Bologna, le più importanti e rapide vie transappenniniche, alcune molto vecchie come quelle della Futa (m. 903), altre recentissime, come l’autostrada del Sole (m. 729), come la pure recente ferrovia « direttissima », che unisce in meno di cento chilometri le due città capoluogo.

    Vedi Anche:  Le bonifiche e la riforma agraria

    Dopo avere sfiorato, poco a nord, il valico del Muraglione (m. 907), il confine risale al Monte Falterona (Monte Falco, m. 1657) e divide la conca del Casentino (alta valle dell’Arno) dalle montagne romagnole fino all’incontro col Tevere, poco a valle delle sue sorgenti. A una breve area appartenente alla provincia di Forlì sul versante tiberino, segue, oltre il Poggio dei Tre Vescovi (m. 1127), intorno a Badia Tedalda ed a Sestino, una più vasta area idrografica adriatica in territorio amministrativamente aretino: le testate dei fiumi Marecchia e Foglia. Intorno ai Monti della Luna cessa infine il tratto propriamente appenninico del confine toscano, cioè quello emiliano e marchigiano, e comincia verso ovest e ovest-sudovest il tratto umbro e poi quello laziale. Un caratteristico «exclave» toscano entro le Marche è costituito da una piccola porzione del comune di Badia Tedalda (frazioni di Santa Sofia e Cicognaia).

    Il confine umbro e laziale

    Carattere ben diverso da quello settentrionale e nord-orientale ha il confine toscano con l’Umbria e con il Lazio, diverso per motivi orografici, economici e storici. In questa parte, infatti, ad occidente dell’asse appenninico, mancano una catena continua di rilievi o altri rilevanti fatti naturali che abbiano facilitato lo stabilimento di un confine secondo direttrici costanti. Qui il confine, che taglia senza regola apparente, pianure interne e colline, è il risultato di pressioni storiche locali e di atti di compra e vendita tra Toscana, Papato e signori locali. Manca un passaggio brusco di ambiente, al contrario di quanto abbiamo visto nel caso dell’Emilia : le condizioni toscane di clima, di colture, di insediamenti, si continuano, con lievi trapassi, sulle colline umbre e laziali.

    L’Abbazia di Monte Oliveto nelle colline a sud di Siena.

    Gioverà tuttavia ricordare come anche in questo tratto il confine toscano abbia rappresentato, pur per altri motivi, un limite durevole ed efficace. Esso corre infatti ad una notevole distanza dai più vitali centri della storia della Toscana e delle regioni vicine, quali Firenze, Lucca, Siena, Roma e Perugia, fatto questo che spiega l’importanza avuta da episodi ed interessi locali nel determinare il suo esatto andamento.

    Poco ad ovest del Passo di Bocca Trabaria il confine toscano, cioè quello della provincia di Arezzo, scende dalla montagna verso Sansepolcro, che fu venduta dal papa ai toscani all’inizio del Cinquecento; taglia quindi l’alta pianura tiberina per correre irregolare sui rilievi che dividono il Tevere dalla Valdichiana. Lascia poi alla Toscana Cortona, che i fiorentini acquistarono nel 1411 dal Re di Napoli, sfiora il lago Trasimeno, tutto umbro, circonda Chiusi, acquistata da Siena nel 1416 e da allora legata alle sorti toscane. Attraversa, in seguito, con ampie tortuosità, salendo e risalendo di colle in colle, l’ampio Antiappennino tosco-laziale, e lascia l’Amiata a nord ed il lago di Bolsena a sud. Ultimo avamposto toscano è qui Pitigliano, che, estinta la famiglia Orsini, divenne all’inizio del Seicento dominio degli Strozzi e poi dei Medici. Correndo sugli alti versanti e lungo il corso della Fiora, il confine giunge poi al mare, a sudest del Monte Argentario, separando la Maremma toscana da quella romana. Diremo in seguito delle vicende di Orbetello, tarda annessione toscana (1815).

    Il confine marittimo e le isole

    La Toscana è limitata per un gran tratto, circa un terzo dei suoi confini, dal mare Tirreno. Si sa che il mare pur essendo un limite naturale che a prima vista non lascia dubbi per la evidenza del suo tracciato e per la funzione di distacco dalle altre regioni, può tuttavia fungere da confine in misura molto diversa secondo i casi. Può corrispondere cioè ad una fascia di attrazione di abitanti e di proiezione verso l’esterno di attività ed interessi economici (pescatori, marinai, commercianti). Può, al contrario, essere una fascia poco popolata, un’area di rarefazione di vita, quasi quanto una catena montuosa. Tra i due estremi la Toscana è certo più vicina, o per lo meno lo è stata nei secoli scorsi, al secondo caso: il mare cioè, a parte alcuni porti ed alcuni non lunghi tratti costieri, è separato dall’entroterra da una fascia che fu in passato in gran parte inospitale, spesso paludosa e malarica, di popolamento assai recente. Via meglio si dirà in seguito dei rapporti tra la Toscana e il suo mare, come pure dei caratteri della costa: basti ora ricordare che il confine marittimo si estende, escluse le isole, per 329 chilometri, tra la costa di Luni, due chilometri a sudest della Bocca di Magra e le foci del Chiarone, presso il lago di Burano.

    I solenni ruderi di San Galgano nei monti della Maremma.

    Non lontano dalla costa sorgono le isole e l’Arcipelago: maggiore fra tutte è l’Elba, che dista solo dieci chilometri dalla terraferma, da cui la separa il canale di Piombino, ed è per estensione la maggiore isola italiana dopo la Sicilia e la Sardegna (224 kmq.). Di minore ampiezza sono l’isola del Giglio (21 kmq.), che sorge montuosa di fronte al promontorio dell’Argentario, e quella della Capraia (19,5 kmq.), a nordovest dell’Elba. Circa la stessa estensione hanno tra loro Pianosa e Montecristo (10 kmq.), mentre assai più piccole sono l’isola di Giannutri (2,6 kmq.), la più meridionale del gruppo, e quella della Gorgona (2,2 kmq.), la più settentrionale, di fronte a Livorno, da cui la separano 37 chilometri di mare.

    Paesaggio dei dintorni di Firenze.