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La rete urbana e l’organizzazione dello spazio

    Città, rete urbana e organizzazione dello spazio

    La frantumazione della Sicilia in numerose e poco coordinate realtà umane non costituisce certamente un fenomeno peculiare di questa regione: appare piuttosto, al contrario, come un elemento distintivo delle regioni italiane poco sviluppate, e in generale di tutte le regioni attardate o sottosviluppate, in ogni parte del mondo. Tale fenomeno di deficiente coesione regionale, di compartimentazione più o meno rigida della regione in microcosmi dotati di pochi rapporti osmotici tra di loro, dipende prevalentemente dalla mancanza di una efficiente organizzazione dello spazio: cioè dalle carenze di una gerarchia urbana e di una rete urbana, che non manifestano in modo chiaro rapporti di interdipendenza degli organismi urbani sul piano delle funzioni e quindi sul piano dell’organizzazione territoriale.

    Contrasti di realtà urbane

    In fondo, dunque, tale compartimentazione o frantumazione dipende dalla natura e dai caratteri specifici degli insediamenti urbani: che molto spesso hanno natura e caratteri peculiari, qui in Sicilia, estremamente poveri. Tanto poveri che più volte ci si è domandati se si tratti davvero di città, o non piuttosto di grosse borgate contadine, di « città contadine » appunto: formula che pur nell’ambiguità dell’espressione suggerisce subito il tono economico e sociale e culturale di questi insediamenti, ne mette in evidenza i caratteri fondamentali — che son quelli di una cospicua coagulazione umana e di una prevalente funzione agricola — e quindi ne sottolinea, oltre che l’inferiorità, la natura rispetto agli insediamenti veramente urbani così come siamo ora usi a intendere: una realtà urbana ben diversa per il suo contenuto e per le sue funzioni, legate prevalentemente ai settori secondario e terziario, cioè dell’industria, del commercio, dei servizi più disparati: di quelli sviluppatisi soltanto in rapporto alle esigenze della città, e di quelli — assai più importanti e significativi — nati e accresciutisi in rapporto all’organizzazione del territorio promossa dalla stessa città.

    Veduta di Salemi (442 m.), grosso centro agricolo compatto, posto sugli estremi rilievi della Sicilia occidentale (Trapani), circondata da una rotta corona di oliveti e vigneti, ma da presso assediata dai seminativi nudi del latifondo cerealicolo.

    Ed in effetti, ai grossi agglomerati umani di Sicilia manca un campo urbano — tranne che ai più cospicui ed insigni, che son città già nel senso più completo del termine: Palermo, Catania, Messina, e da poco anche Siracusa — cioè fa difetto una area che vi graviti attorno, e che si enuclei in rapporto alla loro forza di attrazione. Questo è in effetti il problema: quale forza di attrazione esercitano le città siciliane? A giudicare dalla loro consistenza demografica si potrebbe pensare ad un’azione non trascurabile di richiamo e di attrazione sulle campagne intorno: senza contare le grandi città, con più di 100.000 abitanti, che sono tre: Palermo, Catania e Messina, gli insediamenti con più di 20.000 abitanti sono 39, di cui 15 superano i 30.000 e 8 i 50.000. Dunque i perni, i fulcri per una organizzazione urbana efficiente non mancano: ma si tratta ancora di perni o fulcri poco vivaci se non sterili, o compressi in mille modi diversi nei loro tentativi di rottura con il passato e di inserimento pieno e completo in una diversa, più moderna realtà economica e sociale; e di perni o fulcri distribuiti in modo molto ineguale, situati in posizioni periferiche, marginali, marittime, che lasciano larghissime aree neutre, di vuoto, all’interno. E poi questi insediamenti per la maggior parte non sono ancora, in effetti, vere città: cioè non sono ancora organismi tali da influenzare con le proprie funzioni, le proprie direttive, la propria forza finanziaria e imprenditoriale le campagne che si allargano a loro intorno, e in grado di permearle di idee nuove, di diffondervi i nuovi strumenti di lavoro e le nuove tecniche che la civiltà industriale ha elaborato. Sono invece, all’opposto, come in tutte le regioni ancora in vario grado e misura attardate, una tipica espressione della campagna: la sede dei grandi e medi proprietari, dei piccoli proprietari e affittuari e salariati e giornalieri di una campagna pressoché vuota di uomini; i centri di coagulazione di una ricchezza più o meno solida, che nella campagna e nel reddito agrario piuttosto che in attività economiche tipicamente cittadine trovano la loro prima e fondamentale motivazione. L’attrazione di queste città — che son per lo più « città contadine » e che son state chiamate anche « città dormitorio », a imitazione di quelle abitate esclusivamente da operai e impiegati nelle più grandi e convulse regioni industriali: tranne che qui, nelle regioni rurali, fungon da dormitorio per i lavoratori dei campi — è dunque molto debole, e si esercita prevalentemente sul territorio comunale di cui ciascuna è capoluogo, sfumando e perdendosi quasi subito oltre tale orizzonte. E si tratta di un’attrazione che riguarda in particolare soltanto certe funzioni, che di necessità son concentrate nelle città: funzioni di carattere amministrativo, come quelle che fan capo al municipio, o al tribunale, o all’ufficio delle imposte; funzioni assistenziali, imperniate sugli ospedali e sugli enti di previdenza, o consultive (studi legali, agenzie di assicurazioni), o culturali (scuole e istituti medi superiori), o economiche (banche e mercato settimanale). Son soprattutto le scuole e il mercato settimanale ad attrarre dai dintorni grandi masse di persone, che vivono nelle minori borgate e nei villaggi : con particolare evidenza nel Messinese, dove l’insediamento presenta una maglia molto più fitta, e le sedi in genere sono assai minuscole, almeno a giudicare sul metro della Sicilia; mentre in altre aree, specie nell’interno dove le distanze tra i vari insediamenti risultano più cospicue e i servizi di comunicazione meno frequenti, l’influenza di ciascuna cittadina vien meno assai prima che possa toccare i territori dei Comuni vicini. Ed invero, la differenza tra le città contadine più importanti sul piano demografico e quelle meno consistenti, appare — come ha sottolineato R. Rochefort — come una differenza di grado piuttosto che di natura: il settore primario dell’economia, cioè l’agricoltura, risulta quasi sempre prevalente. La popolazione lì occupata rispetto alla popolazione attiva complessiva è del 46,5% a Canicattì e del 68% a Palma di Montechiaro; del 49,5% ad Àvola, del 62,2% a Pachino, del 50% a Noto, del 47,5% a Còmiso, del 52,7% a Mòdica; del 66,7% ad Adrano, del 60,5% a Niscemi, del 51,7% a Partinico, tutte cittadine al di sotto dei 25.000 abitanti; ma è ancora del 46% ad Alcamo, del 50,7% a Lentini, del 51,3% a Vittoria, del 43,3% a Caltagirone, del 66,7% a Paterno, del 52% a Ba-gheria, cioè in centri con più di 30.000 abitanti. E anche dove l’attività mineraria è ancora abbastanza sviluppata, o l’industria in genere richiama un maggior numero di addetti, poiché si tratta di piccole industrie o di artigianato o al massimo di attività edili, il tono e la natura dell’insediamento non cambiano quasi di nulla: così a Favara, con appena il 26,4% della popolazione attiva addetta all’agricoltura e il 56,5% all’industria (di cui due terzi alle costruzioni e un terzo alle miniere). E nemmeno dove alle attività agricole si giustappongono attività più specificamente industriali, e commerciali e di servizio, anche negli insediamenti costieri: così a Marsala e a Mazara del Vallo circa il 30% della popolazione attiva è addetta all’industria, tra il 7 e il 9% al commercio, ma ancora tra il 40 e il 45% all’agricoltura; e lo stesso si osserva a Licata (con il 47,4% all’agricoltura) nonostante la presenza del porto e di un nucleo industriale chimico, e ad Acireale, a dispetto del vivace settore commerciale (quasi 12%: ed è commercio essenzialmente legato all’agricoltura). E persino nei capoluoghi provinciali il settore dell’agricoltura vincola una forte percentuale della mano d’opera: il 26,1% a Ragusa, il 24% a Caltanissetta, il 18,5% a Trapani, il 17,7% ad Enna, il 17,2% ad Agrigento e a Siracusa, e si abbassa intorno o sotto a 10 soltanto a Palermo (10,1%) Messina (10,6%) e Catania (7,5%): e dovunque tali valori si mantengono forti non soltanto perché l’area comunale, essendo molto estesa, comprende vaste plaghe di campagna dove la popolazione è evidentemente legata ai lavori rurali, ma anche perché in città certi quartieri sono prevalentemente occupati da lavoratori della terra.

    Piazza Armerina, il centro demograficamente più importante degli altipiani ennesi, disposta su tre mosse ingobbature dei monti Erei, circondata da una larga macchia di seminativi arborati, di oliveti e soprattutto di mandorleti.

    Cómiso, grosso insediamento prevalentemente agricolo, situato ai piedi del tavolato calcareo miocenico di Ragusa (ad est) e di quello sabbioso conglomeratico pliocenico di Vittoria (ad ovest), più basso e coperto da vigneti specializzati.

    Una caratteristica strada di Partinico (Palermo), grossa glomerazione umana dell’importante area vitata che si affaccia al golfo di Castellammare.

    Nicosia (Enna), una delle più importanti cittadine degli altipiani interni di Sicilia, posta a 714 m. nell’alta valle del Salso, nei Nébrodi occidentali, in un paesaggio dominato dalla granicoltura estensiva, che solo attorno all’abitato si ravviva con macchie di olivi, di bosco, di colture promiscue arborate.

    Nonostante la forte incidenza dell’agricoltura, dovunque, nel quadro del lavoro di queste città, e nonostante quindi tra di loro esista una differenza di grado piuttosto che di natura, è evidente che la stessa più cospicua concentrazione di persone — oltre che la presenza di un piccolo porto, o di attività di trasformazione di prodotti agricoli locali — tenda a dilatare negli insediamenti più importanti demograficamente alcuni settori del lavoro: e in particolare quello dei servizi (del commercio in ispecie), dell’artigianato — che vi trova maggiori possibilità di resistenza — dell’amministrazione, delle professioni liberali: dai maestri ai professori, dai medici agli avvocati, agli impiegati di uffici tecnici (ingegneri, geometri) e assicurativi (ragionieri, commercialisti). Ma per lo più anche il settore terziario esaurisce in gran parte la sua vitalità entro i limiti della stessa città, a soddisfazione delle sue esigenze; mentre le funzioni a più largo raggio che alcune delle città siciliane esercitano son quelle legate all’amministrazione provinciale, cioè son quelle legate al fatto che tali città sono state chiamate, nell’ambito di un territorio particolare, a fungere da capoluoghi, e ad essere di conseguenza il centro di coagulazione di alcuni uffici come la pretura, la prefettura, il tribunale di primo grado, il genio civile, il distretto militare, la sede vescovile. Tuttavia si tratta di funzioni che esercitano certamente un’azione di attrazione permanente, ma che la esercitano soltanto su una parte trascurabile della popolazione di tutta la provincia, o comunque in maniera alquanto discontinua: che le città ne possano trarre vantaggi anche molto trascurabili lo dimostra in modo netto ed evidente il caso di Enna. Ed invero si può dire che soltanto le tre principali e maggiori città siciliane, oltre a Siracusa, dispongano, in una certa misura almeno, di un vero e proprio campo urbano: e ciò è dovuto alla maggior varietà e ricchezza delle loro funzioni, soprattutto alla concentrazione del commercio, all’importanza culturale (sono le sole tre sedi universitarie siciliane, e per antica tradizione) e in parte, anche se in grado assai diverso, alle loro industrie. Eppure nemmeno queste città sono riuscite a organizzare in modo omogeneo una loro regione: forse per la mancanza di vari anelli nella scala gerarchica degli insediamenti, che non ha dato la possibilità di vincolare in una maglia completa ed efficiente tutto il territorio che in varia misura risente della loro influenza. Ma senza dubbio anche per la peculiarità della struttura fisica dell’isola, naturalmente compartimentata e rotta e slegata in settori difficilmente coagulabili — specialmente evidente intorno a Palermo e a Messina — che le deficienze, ancora gravissime, della rete viaria non hanno fino ad ora permesso in qualche modo di legare e cementare e ravvivare. Da quest’ultimo fatto — cioè dalla deficienza, nel passato ma anche nel presente, di una rete stradale e ferroviaria più densa e meglio articolata, e soprattutto più efficiente — dipende in gran parte anche l’inferiorità — ancora una volta — tra le regioni interne dell’isola e la sua corona marittima, specie lungo i versanti tirrenico e ionico.

    Veduta di Marineo (Palermo), grossa borgata agricola fondata all’inizio del secolo XVI all’ombra di un’erta rocca (668 m.), nella valle dell’Eleutero. La circondano larghe distese cerealicole, tipiche del latifondo dell’interno, ma i giardini di agrumi son giunti dal litorale tirrenico fin sotto la borgata, lungo l’asta del corso d’acqua.

    Veduta di Alimena (Palermo), borgata agricola del latifondo cerealicolo, fondata all’inizio del secolo XVII come centro di ricolonizzazione.

    Povertà di realtà urbane nelle regioni interne

    Ed invero, le difficoltà del rilievo e la deficienza delle vie di comunicazione si fanno sentire più vivamente nelle loro ripercussioni negative proprio qui, nel vasto e spesso monotono altipiano interno, dove par venir meno ogni chiara linea direttrice del rilievo e i caratteri del paesaggio fisico sembrano ripetersi secondo le stesse movenze vagamente sfumate e solo qua e là farsi più deciso: dove pare a prima vista impossibile — anche per l’inorganicità e la rilassatezza della rete stradale — cogliere gli elementi che potrebbero servire di coordinamento per una più viva e armonica vita regionale. Gli insediamenti sono generalmente assai lontani gli uni dagli altri, talora anche 20 o 30 km., e gli spazi interposti appaiono occupati da campagne nude o radamente alberate e quasi o affatto prive di popolazione residente. La persistenza, sull’arco di molti secoli, del latifondo — che vi ha perpetuato due aspetti negativi della struttura economico-sociale: l’incapacità dell’agricoltura di offrire un lavoro continuativo nel corso dell’anno e di assorbire forti nuclei di lavoratori, e la stabilizzazione dei redditi su valori medi sensibilmente bassi, tipici delle aree attardate — ha cristallizzato i centri abitati entro un quadro rurale, entro i limiti di plaghe agricole che formano contemporaneamente il loro campo d’azione, di lavoro e di rilevamento del reddito : sia i centri che si innalzano su groppe scoscese, o si abbarbicano all’ombra di erte rupi, o si fissano su placche arenacee tabulari, con pianta disordinata, ammassi irregolari di povere case addossate quasi a sostenersi, e sormontate dalle moli spesso imponenti di qualche palazzotto baronale, e dalle linee armoniose di qualche bella chiesa medioevale e barocca; sia i centri che si adagiano su piccoli tavolati, o pendii larghi e lievemente inclinati o sul culmine spianato di capaci dorsali, con impianti geometrici e la tipica piazza centrale, spesso di sapore secentesco o settecentesco, che quasi suggeriscono, soltanto con la loro regolarità, un modo di vita e un tono più urbani, mentre nella realtà racchiudono uno stesso contenuto immobiliare, fatto di povere case contadine ed operaie, cioè mostrano la povertà della loro struttura economico-sociale.

    Catania: un aspetto della piazza del Duomo, centro della città, dalle armoniose linee architettoniche settecentesche, di tipo borrominiano, con il Duomo (a destra), la Chiesa di Sant’Agata e la fontana dell’Elefante o ” diotru opere di G. B. Vaccarini.

    Buccheri, centro agricolo e di turismo estivo locale negli alti Iblei siracusani, dominato in parte dalla barocca facciata della chiesa di S. Antonio, di grande suggestione sull’alto di una lunga gradinata.

    Scorcio di Piana degli Albanesi, la più importante colonia albanese di Sicilia, fondata nel 1488 alle spalle di Palermo.

    La campagna non forma pertanto il territorio di irradiazione di particolari funzioni di carattere urbano esercitate da qualche cospicuo centro abitato: i centri più importanti demograficamente — come Canicattì, Còmiso, Mòdica, Vittoria, Adrano, Paterno e la stessa Caltagirone, e ancora Piazza Armerina e Niscemi —• vedono occupato nelle attività rurali dal 43 al 67% della loro popolazione attiva, e l’industria vi appare poco sviluppata e come conchiusa e soffocata entro i limiti ristretti ed angusti dell’artigianato o del piccolo opificio; e la presenza in certi distretti di grandi e ricche miniere non ha ancora dato origine, fino ad oggi, se non a poche, anche se significative, industrie verticalizzate: che non si può certo onestamente pensare, data la natura della materia prima (zolfo, salgemma, kainite, petrolio) di moltiplicare oltre una certa misura, e che per giunta, per la loro stessa conformazione, non sono in grado di offrire un numero elevato di posti di lavoro. Ma in certi punti si può ben pensare di fissare e sviluppare queste attività industriali, in modo da trasformare un certo numero di questi centri — quelli che sorgono in situazioni di particolare favore ai fini dello stabilimento di una organica rete urbana — in poli di ulteriore sviluppo industriale, e di irradiamento di nuove tecniche e di nuovi modi di vita moderni. Fino ad ora, per contro, la campagna è piuttosto da riguardare semplicemente come il territorio d’azione degli stessi abitanti di queste città rurali, dove i contadini tornano la sera per ristorarsi e riposare. Se una attrazione viene esercitata da queste grosse borgate, si tratta di un’attrazione di carattere amministrativo, giudiziario, scolastico, ma in limiti quasi sempre molto ridotti: al commercio non è dedicato che un 6-8% della popolazione attiva, ai trasporti un 2-4%, mentre la percentuale si eleva un poco per la pubblica amministrazione — fino intorno al 9% — ma si abbassa sostanzialmente per il settore creditizio ed assicurativo, e per i servizi (meno dell’1%).

    Trapani vista dal monte di Érice. Sullo sfondo, le isole Égadi.

    Caltagirone, la cittadina più notevole dell’interno della provincia catanese, famosa anche per l’artigianato della ceramica artistica, posta scenograficamente su tre colli nel punto d’innesto tra Iblei ed Erei, sullo spartiacque tra Ionio e Mar d’Africa, offre numerose vedute di grande suggestione: come le lunghe fughe delle gradinate di certe sue strade, sulle quali prospettano bei palazzi barocchi.

    Veduta parziale di Caltagirone, con le case addossate le une alle altre, e dominate da diverse chiese.

    L’impianto urbano di Enna.

    Leonforte, grosso centro agricolo e minerario dell’altipiano ennese, fondato all’inizio del secolo XVI dal principe Nicolò P. Branciforte, il cui palazzo — ora detto Bonsignore — domina con la sua mole imponente su un mare di piccole case di contadini e minatori.

    La forza d’attrazione si fa un po’ maggiore per quelle cittadine che demograficamente sono più importanti: Enna, Piazza Armerina, Caltagirone e soprattutto Caltanissetta e Ragusa, tutte poste nel settore centro-orientale della Sicilia interna: quello più aperto alle influenze del litorale ionico, e meno invischiato entro le complicate e antiquate strutture del più pesante ambiente latifondistico del settore centro-occidentale. Il valore urbano di questi insediamenti è evidentemente assai diverso. In tutti, il settore primario o agricolo esercita ancora un peso considerevole. Ma la funzione turistica — che ha arricchito Piazza Armerina, posta su un rilievo accidentato rotto in tre prominenze distinte, e come altri grossi agglomerati umani siciliani abbellita di chiese e palazzi barocchi, e di qualche nuovo e ben attrezzato albergo oppure un timido, discreto sviluppo industriale — che ha in parte ravvivato la vita economica di Caltagirone: pittoresca per la tortuosità delle vie del nucleo più antico, la disposizione scenografica delle piazze e i ricchi edifici barocchi disposti entro la trama di una pianta complicata che si adatta alle forme movimentate dei tre colli che la sorreggono: e una piccola zona industriale si è andata enucleando, con opifìci per la lavorazione del sughero, e alcuni oleifici e saponifìci e molini a ridosso della stazione ferroviaria — hanno conferito a queste due cittadine un posto più importante anche nel settore commerciale (dove trova lavoro il 6-7% della popolazione attiva) ed hanno considerevolmente dilatato anche i servizi, e in maggior misura la pubblica amministrazione. A loro riguardo, Enna fa persino una più meschina figura, e l’unico motivo che la fa riguardare diversamente deriva dal fatto che è stata chiamata, nel 1927, alla dignità di capoluogo di provincia. Ad Enna si dilatano pertanto, trovandovi più ampio respiro, le classi sociali — molto varie per altro per grado — di coloro che sono addetti alla pubblica amministrazione: circa un quinto (19%) di tutta la popolazione attiva. Ma l’ancor cospicuo nucleo di rurali e di minatori — che formano, questi ultimi, con gli addetti all’edilizia, il 38,8% della popolazione attiva — la rende assai simile alle grosse borgate di contadini e minatori dell’altipiano solfifero. Così che la deficienza di vitalità e di nuove aperture ha fatto di questo capoluogo — al pari delle grosse borgate — un centro di attive correnti migratorie, al punto che la sua consistenza demografica si è andata gradualmente impoverendo: ancora 32.198 abitanti nel 1921, e 26.206 nel 1961. La città è dunque rimasta, anche sul piano topografico, contenuta entro i vecchi limiti medioevali, aggrappata ad un terrazzo scosceso, formata da piuttosto misere case ammassate in un intricato groviglio di strade. Lì aveva trovato, al centro della Sicilia e a più di 1000 metri di altitudine, la sua sede già nel periodo siculo; e lì, già con il nome di Henna, aveva ricevuto una forte influenza greca, qui irradiantesi da Catania. E nel medioevo, grande valore avevano assunto la sua posizione, assai internata, e quasi al centro dell’isola, a dominio delle vie naturali che seguono le due valli del Dittàino (a est) e del Salso o Imera meridionale (a ovest) e il suo sito o postura, pressoché imprendibili: il Casr Yani arabo e il Castrum Hennae medioevale — che stranamente metamorfosandosi han dato alla città, per più secoli, il nome di Castrogiovanni, caduto nel 1927, allorché fu richiamato in vita il nome antico — in effetti potevano adempire in sommo grado ad una funzione di piazza militare, di punto forte, in posizione strategica eccezionale: e il grande castello di Lombardia — che con la grande mole quadrangolare pone fine alla città ad oriente, dove il costone su cui poggia l’impianto urbano si rastrema sensibilmente ingobbandosi, nelle fondamenta preistorico, ma nelle sue attuali linee in parte svevo e in parte aragonese — appare ormai come il simbolo silenzioso di un’epoca da tempo tramontata definitivamente, mentre nell’attuale quadro della vita moderna — quando le vie di comunicazione e le necessità del traffico chiamano a valle — il suo sito risulta altrettanto anacronistico di quello di tutti gli altri abitati di altura: la sua inferiorità attuale, e i lati negativi della sua positura, Enna li può rimirare ogni giorno, ogni momento, in Calascibetta, che ne ripete in gran parte i caratteri su un colle erto e scosceso che le si innalza immediatamente di fronte, al di là della valle di Scottaferro, corsa dalla ferrovia. La vecchiezza delle strutture economiche di Enna, la desuetudine della vita che vi si conduce, hanno finora ostacolato anche quel processo di scivolamento o slittamento a valle, di duplicazione o gemmazione del centro, che in ambienti diversi — ma certo assai più favoriti di questo — si è da tempo potuto osservare. Enna pare dunque destinata a cristallizzarsi nella forma che ormai da tempo le è propria, senza reali possibilità di evoluzione. La quale comporterebbe un risanamento, innanzitutto, della città: un risanamento del suo contenuto immobiliare, una liberazione dalle stalle, dai fienili, dai tuguri, dalle grotte che ancora vi sono numerose; e un risanamento delle sue povere strutture urbane: cioè un arricchimento dei suoi tipi di attività, che comporta essenzialmente una contrazione almeno o l’eliminazione della classe contadina e di quella dei minatori. Ma non soltanto questo : perché allora la città si svuoterebbe di ogni sua per quanto debole e misera attività, ed entrerebbe in un periodo di nècrosi definitiva, inarrestabile, senza possibilità di ritorni: come ha messo in evidenza R. Calandra e ribadito R. Rochefort. Epperciò il risanamento delle strutture urbane di Enna comporta contemporaneamente l’inserimento nel quadro cittadino — giù nella valle, in particolare, in una gemmazione della città — di nuove attività, che non possono essere che quelle industriali, indispensabili per ridare ad Enna una vita urbana moderna, dinamica, e per trasformarla in un polo suscitatore di nuovi sviluppi in questa parte ancora arretrata dell’altipiano.

    Il Castello di Lombardia (Enna).

    In questo vasto altipiano centrale, dagli estremi limiti occidentali a quelli orientali, un solo insediamento fa figura di vera città: Caltanissetta. Posta su un colle dominato dappresso dal M. San Giuliano (727 m.), identificata da molti come l’erede dell’antica Nissa, punto forte, nell’organizzazione territoriale dei Saraceni che la chiamarono semplicemente Qalat, o castello (da cui il nome moderno, per combinazione di quello greco e di quello arabo) Caltanissetta godeva certo nel passato, come altri centri rilevati dell’interno, di una invidiabile posizione e postura, e per gli stessi motivi doveva soggiacere ad un periodo di crisi al pari degli altri vecchi insediamenti e al par di Enna, in un mondo moderno che dà valore e significato ad altre posizioni e ad altri siti. Del resto, per lunghi secoli Caltanissetta era rimasta una grossa borgata, di rilievo anche, ma essenzialmente agricola: con 10.000 abitanti nel Cinquecento, e poco più di 15.000 nel Settecento. La sua evoluzione, anche funzionale, è di fatto piuttosto recente, poiché risale all’inizio del secolo scorso: Caltanis-setta è assurta infatti a capoluogo di provincia nel 1818 e a sede diocesana nel 1844. Tutto il suo territorio comunale, che è vastissimo (quasi 417 kmq.) non toccava nell’insieme, ancora nel 1861, i 24.000 abitanti; e abbastanza numerosi erano quelli che vivevano in campagna, in piccoli paesi, casali e case sparse. A 43.000 ammontava la sua popolazione comunale nel 1901, e a 63.027 nel 1961, quando la città contava da sola 51.700 abitanti. Un aumento, nel complesso, non molto cospicuo, ma che certo si è accompagnato con una decantazione graduale della funzione agricola della città, e con un lento ma sicuro rafforzamento di funzioni più squisitamente urbane. I 4500 addetti all’agricoltura, della popolazione attiva di Caltanissetta nel 1961 (ma erano un migliaio di più dieci anni prima), sono evidentemente da ascrivere alla campagna. Nella città, al contrario, è concentrata la maggior parte degli addetti all’industria (2800) — anche se in prevalenza si tratta di edili (una buona metà) e di minatori (circa un terzo) — al commercio (10,5%), ai trasporti (6,5%), alla pubblica amministrazione (16,4%) e ai servizi (7,4%). E ciò trova una evidente espressione anche nell’aspetto della città, per lo più moderno, nella ricercatezza dei negozi, nelle librerie ben rifornite e aggiornate che tradiscono una effettiva, sentita e attiva partecipazione alla vita della cultura. Tutta la città, nonostante sorga su un colle che da due parti digrada verso vallecole profonde, mostra un reticolo di strade rettilinee, le quali si dispongono spesso a scacchiera all’interno di vari nuclei distinti che si raccordano alle due arterie principali della città, sensibilmente arcuate, il corso Umberto e il corso Vittorio Emanuele II, che nel punto di incrocio, cioè a piazza Garibaldi, formano il nucleo o quartiere centrale. La città nuova si è sviluppata soprattutto in direzione sud-occidentale, oltre che verso est. Tuttavia, nonostante questo sviluppo urbano, Caltanissetta non si è ancora liberata da alcuni problemi che angustiano la vita delle grosse borgate dell’altipiano solfìfero e di numerosi altri centri dell’interno. Esiste qualche industria, soprattutto quelle di trasformazione dei prodotti agricoli, e qualche fabbrica molto rinomata, anche se di modeste dimensioni, come quella dell’Amaro Siciliano, noto in Inghilterra più che in Italia. Ma ciò non toglie che ancora oggi la popolazione maschile al di sopra dei dieci anni sia in parte senza occupazione, e che i disoccupati ufficialmente riconosciuti si aggirino sui 2-3000. Dalle trasformazioni agricole in atto nel suo territorio e dalla intensificazione delle attività estrattive — Caltanissetta è sede del distretto minerario della Sicilia e di un rinomato istituto tecnico minerario, fondato nel 1803, con annesso un riguardevole museo — oltre che dalla costruzione di alcuni complessi industriali la città attende un periodo nuovo di lavoro e di proficue iniziative, e gli strumenti più adatti per coordinare meglio la vita in tutto il territorio che già oggi, per le sue funzioni amministrative, politiche, religiose, culturali e di servizio, naturalmente tende a gravitare e ad appoggiarsi ad essa.

    L’impianto urbano di Caltanissetta.

    Veduta parziale di Ragusa Ibla, il nucleo originario della Ragusa attuale: essa forma un’unità che si contrappone, per i suoi caratteri architettonici medioevali e barocchi e anche per la sua struttura sociale, carica di residui del passato, alla città nuova.

    Una via di Alcamo, grosso centro del Trapanese, importante per la viticoltura e la vinificazione.

    Ragusa Ibla: una delle numerose, suggestive strade-scale del nucleo originario della città, che si innalza su una stretta dorsale delimitata dalle profonde e ravvicinate gole dei torrenti San Leonardo e Santa Domenica.

    Problemi non molto diversi presenta Ragusa, in posizione molto più periferica, ai limiti di un piatto ripiano calcareo degli Iblei sudoccidentali : una città che come Caltanissetta ha certamente un tono urbano, e quel tono ha cercato di tenere vivo dal Settecento in poi. Una città complessa anche sul piano topografico: tanto complessa che spesso, e assai giustamente, si è parlato di tre città in una. Dal punto di vista topografico, invero, Ragusa appare scissa in tre grossi nuclei chiaramente distinti. La città vecchia, con le strade strette e irregolari, con la pianta che ricalca la forma dello sperone allungato su cui sorge, con i grandi palazzi patrizi e le belle chiese dai lineamenti medioevali e barocchi, forma un’unità che si contrappone, per i suoi caratteri architettonici e anche per la sua struttura sociale, alla città nuova: là, infatti, ad Ibla — che domina dall’alto i valloni profondi e scoscesi delle « cave » di San Leonardo e di Santa Domenica — vivono ancora i resti della vecchia società rurale: baroni, notai, e accanto a questi anche un robusto nucleo di contadini. In parte, nel 1693, Ibla fu rovinata dal terremoto che sconvolse tutto il Val di Noto: epperciò su di essa spira una certa aria settecentesca, che si deve alla sua rifioritura in quel secolo. Ma proprio allora, a cavallo tra il Sei e il Settecento, l’opera di ricostruzione uscì dallo sperone originale, fuori dalla stretta (l’attuale piazza della Repubblica) nella quale le due cave venivano quasi a toccarsi: e dove si verifica appunto, come al fulcro di una leva, l’innesto tra la città vecchia e la città nuova. Di qui, adattandosi prima alle rupi acclivi dell’altipiano, con strade ancora tortuose, e meravigliosi suggestivi scorci su straducole pittoresche, talora a gradinata, e su Ragusa Ibla, l’abitato si è espanso sul ripiano, dove la piattezza del rilievo e la moda del tempo hanno disegnato un graticciato di strade largamente regolare. In poco più di un secolo, tra la fine del Seicento e l’inizio dell’Ottocento, la città ha occupato una buona parte del ripiano, disponendosi — e gravitando — attorno a due assi principali: l’attuale corso Italia, che taglia la città da nordovest a sudest, e che girando scende poi a Ragusa Ibla; e la via Roma, ortogonale alla prima, che dà sulle due cave. Al centro, la cattedrale settecentesca con la piazza S. Giovanni rappresenta oggi come allora il nucleo della vita cittadina: a breve distanza sorgono infatti il municipio, la prefettura, la posta centrale; e nei due corsi principali si succedono i più bei negozi. Uno sbocco esterno diretto a questa parte nuova della città fu aperto solo nel 1820 con la costruzione del ponte dei Cappuccini, che passando al di sopra della cava di Santa Domenica, qui tutta rotta in terrazze sottili e lunghe, occupate dagli orti, rendeva più celeri e facili le comunicazioni con Marina di Ragusa e con Siracusa. Appena dopo l’unificazione italiana, e precisamente nel 1865, i due nuclei di Ragusa furono divisi in comuni separati: la città antica, Ibla, era già allora nemmeno un terzo, come agglomerazione di abitanti, della città nuova: 6826 abitanti di fronte a 21.546. E nel 1921 era discesa a nemmeno un quarto: 10.894 di contro a 44.239. Praticamente, tutto l’aumento demografico del complesso urbano, o quasi tutto, veniva assorbito da Ragusa superiore, fino a che si ritornò alla riunione in un solo comune, nel 1926, in funzione soprattutto ed in vista della elevazione della città a capoluogo provinciale, avvenuta il 2 gennaio 1927. Da allora, la città si è allargata in modo considerevole, sia verso ovest, lungo la direttrice principale che porta a Còmiso e a Vittoria, sia, e in modo particolare, a sud, al di qua della cava di Santa Domenica, dove si è formato un nuovo, attivo nucleo della vita cittadina. Accanto e ad ovest del ponte dei Cappuccini, verso il 1930 è stato gettato il ponte Nuovo, che dà sulla piazza della Libertà, ove hanno la loro sede importanti edifici pubblici, e oltre la quale si trova la stazione ferroviaria. I più moderni quartieri cittadini si stanno ora enucleando, su impianti regolari, ad ovest della stessa stazione, dove tendono a riallacciarsi con la città settecentesca nel punto in cui la cava di Santa Domenica vien meno. Gli abitanti sono andati leggermente, ma gradualmente aumentando, infatti, dopo la guerra, anche se la popolazione attiva per un buon 40% era ancora addetta, nel 1951, all’agricoltura, e nemmeno il 38% alle industrie: oltre a quelle alimentari di latticini e di pasta, anche alle miniere di asfalto, che si aprono a cielo aperto, e in parte si sviluppano sotto galleria, ad appena due chilometri a sud della città, sulla strada per Marina di Ragusa. Un periodo di fervide speranze sembrò aprirsi per la città nel 1953, quando, in contrada Pennente, la sonda della « Gulf Oil of New Jersey » toccò, a 1890 m. di profondità, il petrolio. Ma la produzione del greggio ragusano — intorno a 1,5 milioni di tonnellate annue — viene inviato per oleodotto verso la zona industriale megarese: a Ragusa, il reperimento del petrolio ha permesso soltanto, proprio in un momento di crisi dell’industria asfaltifera, di promuoverne la conversione degli impianti in complesso petrolchimico: la società ABCD lavora in questo modo circa 250.000 tonnellate di greggio ragusano traendone olio combustibile, bitume, gas e polietilene, e altro ne consumerà fra breve nel suo settore cementifero. Il reperimento del petrolio si è risolto, specie nel corso dei primi anni, in un notevole ringiovanimento della struttura economica della città, influenzando in modo positivo l’edilizia e gli autotrasporti, e innalzando notevolmente il reddito medio individuale e i depositi bancari. Ma poiché non si è giunti alla completa verticalizzazione della lavorazione dei prodotti petroliferi localmente, i nuovi posti di lavoro non sono aumentati in misura sensibile: le industrie degli asfalti e dei bitumi assorbono ora circa un migliaio di lavoratori, e un altro migliaio sono gli addetti del settore petrolifero. La situazione demografica e quindi le condizioni sociali della città sono nel complesso piuttosto critiche, perché il petrolio ha esaltato le speranze e ha stimolato le correnti migratorie dall’esterno: Ragusa, che tra il 1931 e il 1953 era diminuita del 4,3%, è divenuta, tra il 1953 e il 1958-60, polo di forte attrazione, e le correnti emigratorie per un certo periodo sono state largamente sopravanzate da quelle immigratorie. E evidente, pertanto, che il fenomeno della disoccupazione sia rimasto piuttosto grave, reso anche più scottante dell’ancor forte natalità. Grosso modo, infatti, nonostante la recente evoluzione di certi settori economici, la composizione per tipi di attività della popolazione non presenta fino ad ora un chiaro profilo di tipo urbano: ancora il 26,1% delle persone attive è addetto all’agricoltura, e del 38,6% degli addetti all’industria una buona metà è occupata nell’edilizia, mentre appena il 9% è dedito al commercio, il 6,3% ai servizi, il 5,3% ai trasporti e il 12,6% alla pubblica amministrazione.

    Vedi Anche:  La rete idrografica e l'azione dei fiumi

    L’impianto urbano di Ragusa.

    Aspetti del fatto urbano lungo il litorale del Mar d’Africa

    Anche sul litorale africano si sente ancora vivo e presente lo spirito, l’anima della Sicilia interna: sul Mar d’Africa viene a morire, inchinandosi e rompendosi sempre più, l’altipiano centrale che vi porta quasi intatte la sua mentalità, le sue tradizioni, le sue strutture economiche. Il dominio del latifondo fondiario straripa dall’interno verso il litorale, affacciandovisi largamente. Pressoché assenti sono così le case isolate nella campagna, non numerosi e molto affollati i centri abitati: i quali ripetono in complesso i caratteri tipici e peculiari delle città contadine. E anche i più grossi, Agrigento e Gela, Licata e Sciacca, risentono di queste antiquate strutture. Il mare, è vero, porta una nota diversa negli insediamenti di tipo urbano anche su questo litorale, arricchendone le funzioni e articolando su una tastiera dai toni assai più vari i tipi di professione: con la pesca e il traffico portuale. Ma non dovunque il mare offre notevoli risorse; o almeno non dovunque è grande motivo di attrazione per la popolazione del litorale. Anche gli insediamenti costieri come Sciacca Licata e Gela appaiono più legati alle attività della terra che a quelle del mare. E la dotazione industriale appare ancora piuttosto contenuta. Come a Licata, dove la presenza di stabilimenti chimici della Montecatini ha riattivato in parte le operazioni portuali e la vita economica. Questa antica città ricevette impulso commerciale fin dall’inizio del secolo scorso, quando l’intensificazione dello sfruttamento dei giacimenti di zolfo nell’altipiano interno vi doveva far confluire per l’esportazione notevoli quantità di minerale, specie dai territori del medio bacino del Salso : Campobello di Licata, Ravanusa, Sommatino e Riesi. La sistemazione delle opere portuarie, ultimate nel 1890, e verso lo stesso periodo l’arrivo della ferrovia, allargarono il campo d’azione del porto; mentre la costruzione di cinque raffinerie di zolfo all’inizio di questo secolo incrementò sensibilmente i posti di lavoro nel settore industriale. Il movimento delle merci toccò 174.000 tonn. nel 19io. La crisi dello zolfo doveva successivamente incidere sull’ampiezza dei traffici portuali che si sono contratti ad una media di 100.000 tonn. all’anno nell’ultimo decennio. Ed ancora oggi (1961), appena il 29% della popolazione attiva è addetta all’industria (di cui i tre quinti all’edilizia), e poco sviluppati sono sia il commercio che i trasporti (con il 6,5% di addetti ciascuno), mentre al settore primario è dedita quasi la metà (47,5%) delle persone in atto di lavoro, di cui alcune centinaia alla pesca. E la vita economica ristagna pesantemente.

    Agrigento e Porto Empédocle.

    Veduta generale di Agrigento, verso la valle dei Templi. La sfilata dei palazzi recentemente costruiti al di sotto delle vie Garibaldi e Empedocle — qui in primo piano a sinistra e al centro — quasi nasconde l’ammassata struttura del nucleo antico della città, corrispondente all’acropoli greca e all’impianto urbano medioevale, formato da un disordinato groviglio di piccole strade, spesso a fondo cieco, e di ripide gradinate, congeniali alla rotta morfologia del rilievo.

    Molto più contenuto come attività commerciale, ancora quasi privo di attrezzature portuali, ma destinato sicuramente ad un prossimo notevole progresso, appare per contro il porto di Gela. Unico scalo lungo il vasto tratto di litorale importuoso e già pantanoso che si stende tra Scoglitti e Licata, Gela si trova naturalmente ad essere lo sbocco dei bacini dell’Acate e del Gela, abbastanza ricchi di prodotti agricoli.

    Nell’Ottocento si esportavano infatti prevalentemente cereali, legumi, cotone, ceneri di soda, e per qualche tempo anche un po’ di zolfo. Nel 1957 intervenne un fatto nuovo, rivoluzionario: le sonde dell’Agip Mineraria scoprirono a 3230 m. di profondità un giacimento petrolifero. I pozzi crebbero gradualmente intorno alla città, soprattutto ad oriente tra il vallone Maroglio, il Gela e il mare: e sono ora trentaquattro, di cui due sottomarini (ma già si perfora per raggiungere un totale di 150-200 pozzi). Sono cominciate presto le prime esportazioni; ma poi, data la natura troppo densa e viscosa del greggio gelese, è stata decisa la costruzione di un grande complesso petrolchimico alle porte della città, dell’Anic, con una capacità di raffinazione di 5 milioni di tonnellate di petrolio. Alcuni settori professionali si sono pertanto molto dilatati: sia l’industria, che occupa ora l’i 1,5% della popolazione attiva, sia soprattutto l’edilizia, che ne impiega il 34,5%. La presenza del complesso petrolchimico è certamente destinata a ravvivare e a rafforzare la vita economica di Gela, e ad esercitare un’azione di snellimento e di ammodernamento delle vecchie strutture del territorio che le gravita intorno. Ma occorre sottolineare che fino ad oggi, da una parte non è stato molto attivo il processo di proliferazione industriale attorno al nucleo iniziale dell’Anic, e dall’altra gli addetti all’agricoltura sono ancora troppo numerosi (31%). Le speranze di rinascita sono comunque qui a Gela assai più solide e fondate che in altri centri del litorale africano, e la città si è già accresciuta, anche per l’attrazione esercitata sulle correnti migratorie interne, da 43.600 abitanti nel 1951 a 54.500 nel 1961, superando persino il capoluogo provinciale di Caltanissetta, ed è distinta da una struttura demografica fortemente giovane, in contrasto con altri centri dell’interno, in stasi o nècrosi, come Enna. E si è andata dilatando anche sul piano topografico: ad est del suo impianto primitivo, che insiste sul sito dell’antica colonia greca omonima, con il complesso industriale petrolchimico; e nei settori posti ad ovest, dove hanno trovato posto i nuovi quartieri residenziali.

    Parziale veduta di Sciacca, grosso insediamento fissatosi all’orlo dell’altipiano agrigentino che qui giunge fin sul mare, a funzioni prevalentemente agricole, ma anche pescherecce e idrotermali.

    Una storia ben diversa da quella degli altri insediamenti del litorale africano, basata fin dal suo primo insorgere sulle attività commerciali, distingue Porto Empédocle, una delle cittadine più vivaci di questa fronte meridionale di Sicilia. Il primo nucleo della città si è impiantato su scacchiera regolare tra la spiaggia e il ciglio collinare soltanto nel 1763 — per iniziativa del vescovo Ugo Gioéni — quando vi fu eretto il primo molo, accanto ad un buon approdo che aveva visto fissarsi, fin dal secolo XV, un « caricatolo » per l’esportazione del frumento (noto come Marina di Girgenti) e che successivamente era stato protetto (1544) da Carlo V con una robusta torre di difesa. Lo sviluppo della cittadina non doveva tardare, e fu strettamente legato allo sfruttamento su scala industriale dei giacimenti di zolfo dell’interno (inizio dell’Ottocento), che dette impulso al nuovo porticciolo. I cereali, i legumi, i pistacchi, la carrube cessarono allora di essere le principali merci esportate, insieme al gesso e al sale. Lo zolfo cominciò ad influenzare la vita del nuovo centro, e vi fece sorgere, fin dal 1837, le prime raffinerie. Alla metà dell’Ottocento gli imbarchi di zolfo ammontavano già a 80.000 tonn., tanto che si dovette provvedere ad ulteriori lavori di sistemazione del porto. Nel 1875 fu così costruito il molo di levante, e dieci anni dopo quello di ponente, che arrivarono insieme a racchiudere uno specchio d’acqua di circa quaranta ettari. La popolazione, attratta dalle nuove attività, ammontava a 5046 abitanti nel 1861. Per il cospicuo incremento nei decenni precedenti la nuova borgata era già stata distaccata da Girgenti (Agrigento) come comune autonomo (1853); e per la successiva differenziazione funzionale dalla città vicina, per l’insorgere di problemi nuovi che le erano peculiari, per il desiderio infine di sottolineare tutto questo in modo aperto ed evidente, gli abitanti di Molo di Girgenti ottennero anche di cambiare nome alla loro cittadina, che a ricordo del grande filosofo greco fu chiamata Porto Empédocle. Negli ultimi decenni dell’Ottocento il salgemma entra tra le voci delle merci esportate, e per un certo periodo riesce a stabilizzare il movimento commerciale del porto, compromesso dalla grande crisi dell’industria zolfifera; ma soltanto alcuni decenni dopo, la costruzione di una centrale termoelettrica (1932) per il rifornimento di energia al territorio circostante e in particolare al bacino solfìfero, e contemporaneamente l’erezione di uno stabilimento chimico della Montecatini per la produzione di concimi chimici, e dopo il secondo conflitto mondiale il potenziamento dello stabilimento di Campofranco (posto nel retroterra agrigentino) e del complesso chimico locale (l’Akragas) e il considerevole sviluppo dell’industria estrattiva del salgemma nei dintorni — soprattutto a Cammarata, Racalmuto, Cattolica Eraclea — rafforzarono le attività commerciali della città.

    Regalbuto, grossa borgata dell’altipiano ennese, ammassata sulla dorsale di un colle (525 m.), circondata da seminativi arborati, ma assediata da presso dagli orizzonti aperti del latifondo cerealicolo.

    Agrigento: i resti del tempio di Castore e Polluce (V secolo a. C.)-

    È logico che questo fervore di attività portuali abbia inciso fortemente nel campo del lavoro: la popolazione di Porto Empedocle, che nel 1961 era di 16.no abitanti (con un aumento di quasi la metà rispetto al 1901, anche se leggermente diminuita rispetto al 1951), risulta infatti direttamente o indirettamente legata al porto. La popolazione attiva, che ammonta a 4470 unità (del resto ancor troppo esigua rispetto a quella totale: appena poco più di un quarto), per il 23,6% è occupata nei trasporti, per l’i 1,3% nell’industria, e per un buon quarto nella pesca. Nonostante alcuni periodi di crisi, che hanno gravato talora pesantemente sulla popolazione lavoratrice della cittadina, Porto Empedocle appare più vivace, più moderna, più dinamica di Agrigento. E se Agrigento può esercitare una certa influenza su Porto Empédocle per le sue funzioni amministrative e giudiziarie, non è meno vero che una notevole attrazione venga esercitata da Porto Empédocle su Agrigento, per le maggiori possibilità che lo scalo marittimo empedocleo offre nel campo del lavoro.

    Ed in effetti Agrigento, capoluogo provinciale, ripete in parte i caratteri delle grosse borgate poco evolute della Sicilia tradizionale, e ne mostra palesemente i segni nel contenuto immobiliare del suo impianto urbano. Serrato e compatto sull’alto di un colle, il nucleo medioevale di Agrigento — l’attuale città vecchia — sembra dominare i resti della sua antica potenza e prosperità, le mura e i templi greci della sua valle famosa, di quell’Akragas che nel V secolo a. C., al culmine dello splendore, contava circa centomila abitanti. I notevoli segni del periodo romano, soprattutto del II e I secolo avanti l’era volgare; la riedificazione degli Arabi, dopo l’827, nella parte più alta racchiusa tra le vecchie mura greche già diroccate, sulla collina occidentale, quando la sua posizione rispetto all’Africa e il valore difensivo del colle costituirono due degli elementi essenziali per la rinascita della città, che fu denominata Karkint (da cui venne poi il nome di Girgenti) ; la sua elevazione ad uno dei maggiori vescovadi dell’isola dopo la conquista normanna (1087), se nei secoli erano riusciti in vario grado a tenere in vita e persino a ravvivare la città, non erano certo riusciti a richiamarla all’antico splendore: la fronte marittima africana da tempo aveva visto paurosamente diminuire il suo valore. A grado, la città si era trasformata in una grossa borgata: e nella seconda metà del Cinquecento aveva una popolazione che si aggirava appena intorno alle 10.000 persone. Soltanto dal Settecento prende avvio una certa rinascita demografica, più legata al movimento naturale della popolazione che ad un potenziamento delle attività economiche; ma questo incremento non è assolutamente comparabile a quello delle maggiori città siciliane, ed appare anzi assai più vicino e simile a quello delle città e borgate agricole dell’interno. Gli abitanti di Girgenti erano infatti 15.886 nel 1798, 17.194 nel 1861, 32.951 nel 1931, 42.288 nel 1961. Ma l’evidente squilibrio tra l’aumento della popolazione e i posti di lavoro disponibili crea un ambiente socialmente pesante, e correnti migratorie vivaci. La percentuale della popolazione attiva di Agrigento — che ha ripreso l’antico nome di origine greca solo nel 1927 — appare infatti assai bassa se confrontata con la popolazione in età superiore ai dieci anni: appena il 37%. E i rapporti di parentela con le città agricole dell’interno vi sono rimasti molto stretti fino al 1951, e soltanto da allora gli addetti all’agricoltura sono fortemente diminuiti (da 35 a 17,2%: che in gran parte vivono nei centri intorno e nella campagna aperta). Ma a differenza delle città contadine dell’interno, Agrigento ha avuto la possibilità, come capoluogo provinciale, di arricchire le sue funzioni: soprattutto nel campo amministrativo, dove trova lavoro il 21,4% della popolazione attiva (ed è decisamente troppo per un equilibrato sviluppo economico della città), e in minor grado nel commercio (9,7%) nei servizi (9,2%) e nei trasporti (6%). Pochi, in rapporto alla popolazione attiva, sono gli addetti all’industria: appena \’u%, di cui un terzo occupato nelle miniere di zolfo. In città son presenti soltanto alcuni pastifici e fornaci da calce e da cemento; le poche officine meccaniche, prevalentemente di riparazione, come le fabbriche di mobili, si trovano ancora in una fase preindustriale. Ma per contro cospicuo appare il gruppo degli addetti all’edilizia (un po’ più del 20%). Il recente sviluppo demografico, anche se non ragguardevole, e un sensibile innalzamento del tenore di vita hanno in effetti spinto ad un considerevole ampliamento dei limiti della città, che per lunghi secoli era rimasta costretta nell’ambito dell’insediamento medioevale. Appare pertanto netta, ad Agrigento, la distinzione tra il vecchio nucleo e la parte più moderna. La città vecchia si estende su una superficie di circa cinquanta ettari, ed è formata da un ammasso irregolare di case che quasi si accavallano le une alle altre, digradando, su un colle molto accidentato, per più di cento metri. Case basse, strade strette e sovente a gradinata, mancanza o deficienza dei servizi sono caratteristiche fondamentali dei quartieri alti, che si addossano a nord della via Atenea, l’arteria principale della città. E questa la via più animata di Agrigento, dove sorgono il municipio e i tribunali, e si addensano le banche i negozi e gli alberghi (questi ultimi ancora insufficienti e inadeguati all’importanza turistica della città).

    Trapani: veduta dei quartieri nordorientali della città, sotto le falde del monte di Érice. Tali quartieri si sviluppano ormai in parte anche sui territori comunali di Paceco e di Érice.

    Trapani: veduta della città, dall’interno del porto.

    A nordovest, divisa dalla via Duomo dai vecchi quartieri popolari, e sul culmine del colle che precipita sulla valle del Drago, si allunga quella che si può chiamare la zona religiosa più significativa della città: con il seminario, il duomo e la chiesa di Sant’Alfonso, e incuneata tra questi la Biblioteca Lucchesiana, fondata nel 1765 dal vescovo Lucchesi Palli. La città nuova si sviluppa invece ad est, sulle pendici della rupe Atenea (351 m.), al di qua e al di là del viale della Vittoria, che ne forma l’asse. Qui si trovano quartieri moderni, ricchi di macchie verdi, fino a ridosso delle vecchie mura, dove sorge il grande ospedale psichiatrico provinciale. Dal punto di vista funzionale è particolarmente importante la zona di innesto tra la città vecchia e quella nuova, dove una piccola depressione segna anche la divisione tra i due colli, occidentale e orientale. Due grandi piazze — Vittorio Emanuele e Roma, quest’ultima tutta a giardino — occupano la bassura, sulla quale prospettano il palazzo delle poste e la prefettura, e verso sud la Banca d’Italia e la stazione centrale. Tutta la città moderna è posteriore al 1930, cioè si è sviluppata successivamente all’inaugurazione della nuova stazione ferroviaria: e con intensità via via maggiore nel corso degli ultimi anni, allorché la speculazione edilizia — presente qui come in numerose altre città italiane e straniere — costipando edifici di gran mole su terreni in pendio e relativamente instabili, ha promosso o meglio accentuato un processo di franamento, che ha coinvolto e distrutto alcune parti della città.

    Al di là del Bélice, nell’estremo settore occidentale del litorale africano che gradualmente trapassa, di fronte alle Égadi, nel Mar Tirreno, dalla seconda metà del Settecento un nuovo fattore è intervenuto a porre su basi nuove l’economia della regione: la diffusione della viticoltura e la successiva commercializzazione delle uve e del vino. All’inizio, soprattutto attorno a Marsala: che già nel 1796 vide sorgere a sudest, fuori del suo impianto urbano e a ridosso del litorale, il primo grande stabilimento enologico, quello di Woodhouse, cui seguirono in breve tempo quelli di Ingham (1804) di Good (1811) di Carlet (1814) e finalmente le prime industrie con capitale italiano: di G. Lipari (1823) e di V. Florio (1831). La vite andava occupando estensioni sempre maggiori, e da Marsala si propagava verso Mazara del Vallo, Cam-pobello di Mazara e Castelvetrano, a sud; e a nord verso Trapani. Gli stabilimenti, intanto, aumentavano di numero, e la loro attività commerciale ebbe come risultato la formazione di un nuovo porto, nei pressi degli stabilimenti Florio, Spanò, Rallo ed altri: la specializzazione funzionale della città doveva infatti portare anche ad una specializzazione funzionale dei traffici portuali. Intorno al 1880, delle 90.000 tonn. di merci transitate nel porto il 43,5% era costituito dai vini imbarcati, e ancora oggi il traffico in uscita è rappresentato da vini mosti e derivati, che annualmente vengono spediti in quantità variabili tra le 35 e le 40 mila tonnellate. L’importanza di questo traffico, ma soprattutto il peso che la viticoltura ha nella vita di Marsala, possono essere messi chiaramente in evidenza da alcuni dati: a Marsala e nei dintorni si contano circa 60 stabilimenti enologici di una certa importanza, che salgono a 200 se si considerano anche quelli piccoli. Qui lavora la maggior parte degli addetti alle industrie, che secondo i dati del censimento 1961 erano 5080, cioè il 20% di tutta la popolazione attiva. Se si considera soltanto la città, questi addetti — uniti a quelli del commercio e dei servizi vari — formano una massa notevole di lavoratori. In effetti Marsala contava, nel 1961, 34.294 abitanti di fronte agli 81.327 del suo vasto territorio comunale (258,5 kmq.): numerosissima è quindi la popolazione sparsa nei venti piccoli centri rurali e nei più che trecento piccoli casali che le stanno intorno. E fuori di dubbio che la parte di gran lunga maggiore degli 11.500 addetti al settore primario — che forma quasi la metà della popolazione attiva — viva in campagna. Marsala in effetti non è, come i centri dell’interno, una città agricola, anche se trova i suoi fondamenti economici nell’agricoltura del suo ricco territorio: è molto simile, piuttosto, alle piccole città vinicole del Piemonte. L’abitato, che è straripato fuori dei limiti cinquecenteschi, ha occupata l’area posta tra il vecchio impianto urbano e il mare a sudovest, verso il bacino portuale, e verso est la superficie rimasta libera fino alla sede ferroviaria, che ha già oltrepassato lungo le direttrici stradali per Catania e Salemi. Ma la città si sta espandendo anche verso nordovest, cioè verso il vecchio porto, su quella che fu una parte dell’insediamento romano. Se confrontata alle altre minori città siciliane, Marsala appare un centro singolare, assai attraente per la sua vivacità e per la sua modernità.

    Nell’ambito della zona viticola occidentale, sorgono sul mare, a meno di 30 km. di distanza da Marsala, altre due città. A sud Mazara del Vallo, per molti versi dunque legata agli stessi fondamenti economici di Marsala, ma profondamente dominata dall’attività peschereccia: il paesaggio stesso della città è in gran parte influenzato dalla pesca, specie nel suo settore occidentale, lungo il fiume Mazaro: reti esposte ad asciugare in lunghe file, uomini e donne che fuor della porta di casa intrecciano agilmente le mani nella preparazione delle reti per la pesca a « cianciolo » ancora predominante, barche variopinte che salgono e scendono il fiume per lungo tratto, odore ancora di conserve dappertutto. E il commercio vi è vivace, e l’industria — seppur legata quasi soltanto alle attività enologiche e alla preparazione del pesce (due grossi stabilimenti sono sorti nel dopoguerra) — tende gradualmente a rafforzarsi. A nord di Marsala, e ormai bagnata dalle acque tirreniche, sorge invece il capoluogo della provincia siciliana più occidentale: Trapani. La quale nell’antichità, di fronte alla vicina Marsala, l’allora potente colonia cartaginese di Lilibeo, fu sempre insediamento di importanza molto relativa. Allora, e fino ad alcuni secoli prima dell’era volgare, l’attuale caratteristica penisoletta di forma arcuata, a falce, sulla quale sorge la città vecchia di Trapani, appariva smembrata in un piccolo arcipelago di isolotti e di scogli: l’antico villaggio sicano di Drepàno, invero, era posto più ad est, nella piana da cui si erge poi bruscamente il M. San Giuliano, mentre l’insenatura naturale, che rappresenta oggi il porto della città, serviva da scalo agli abitanti del centro élimo di Erice. Il nucleo più antico della Trapani attuale, su una delle isolette dell’arcipelago, si andò formando, infatti, solo nel 260 a. C., quando il cartaginese Amilcare vi trasferì una parte ragguardevole della popolazione di Erice.

    L’impianto urbano di Trapani.

    Trapani: un’immagine delle vaste saline che si allargano subito a sud della città, punteggiate da molini a vento per l’innalzamento dell’acqua e da mucchi di sale, che durante la stagione invernale delle piogge vengono coperti di tegole.

    Per molti secoli la vita di Trapani si sviluppò pertanto entro limiti piuttosto ristretti, e il centro occupava solo il settore più interno della parte ora delimitata dalle vie XXX Gennaio e Torrearsa: il solo settore, cioè, in cui il reticolo delle strade appare sinuoso e contorto. Così si presentava la città ancora nel periodo arabo, quando Ibn Giubair la descriveva come « poco spaziosa… cinta di mura, bianca come una colomba », e così rimase al tempo dei Normanni, come ci fa fede Idrisi: «Trapani… giace sul mare che la circonda d’ogni lato, non entrandosi [in città] se non che per un ponte, dalla parte di levante ». La città occupava pertanto solo una grossa isola, ed era ben distinta dalla terraferma verso est, e dalle altre isole verso ovest. Il suo vasto territorio ben coltivato, la tolleranza religiosa tra gli abitanti musulmani e cristiani, la sicurezza del suo seno portuale, la pescosità del mare, avevano nel frattempo facilitato una espansione piuttosto notevole delle attività economiche, le quali, nel secolo XII, erano già grosso modo, ad eccezione della sola viticoltura, quelle attuali. Pesca, corallo, prodotti agricoli, e soprattutto sale — e le saline aumentano di numero e di capacità dal XII al XVI secolo —- furono le basi della prosperità economica di Trapani da poco dopo il Mille fino al Settecento. E mentre la zona salinara si andava estendendo a sud-est della città, intorno al seno portuale, l’impianto urbano si espandeva verso ovest, sulla punta del promontorio attuale, disponendosi su un reticolo di strade regolari, in contrasto con quelle del vecchio nucleo: per l’età della sua formazione, ben si può designare questa parte della città che si sviluppa tra la via Torrearsa e la torre di Ligny come « aggiunzione aragonese ». Nel Cinquecento la popolazione di Trapani era già notevole, aggirandosi sui 15-16.000 abitanti, e ricevette un nuovo impulso grazie al dirottamento, verso il suo porto naturale, delle direttrici commerciali che fino allora avevano fatto capo a Marsala, in seguito alla ostruzione di questo porto. Le fortificazioni condotte a termine a Trapani nella seconda metà del Cinquecento l’avevano infatti resa del tutto sicura di fronte alle minacce delle incursioni turchesche. Nel corso del Sei e del Settecento la navigazione ebbe pertanto un ulteriore sviluppo, e le industrie del sale e del corallo e l’attività peschereccia ne risultarono avvantaggiate, mentre la coltura della vite, da poco divulgata, cominciava a dare vigore alle sue campagne. E la popolazione cresceva a vista: 24.000 abitanti nel 1798, 31.181 nel 1861, 61.448 nel 1901 : molti trovavano lavoro, oltre che nelle attività agricole e marinare, nei numerosi opifici che nell’Ottocento, soprattutto nella seconda metà, si erano fortemente accresciuti. Nel 1896, infatti, nella città di Trapani si contavano — anche se per la maggior parte ancora legate entro le maglie di una struttura artigianale — 47 grandi e piccole industrie metalmeccaniche, 43 fabbriche di paste alimentari, 30 frantoi di olio, 15 stabilimenti enologici, 14 fabbriche di cordami, 10 di mobili, 15 di carri, 12 di botti e barili, 6 di barche, 5 opifici per la lavorazione del corallo, e altre minori attività manifatturiere. Sotto la spinta delle nuove forze produttive, la città aveva intanto abbattute le mura (1870) e andava dilatandosi verso est, al di qua della depressione già occupata, ancora nell’alto medio evo, da un canale marino, su cui sorgono oggi la villa Margherita e lo stadio comunale: dove la ferrovia, qui giunta nel 1880, circuendo tutta la zona salinara, formò un nuovo sicuro elemento di attrazione. La crisi della viticoltura, iniziata negli ultimi due decenni dell’Ottocento, la decadenza del traffico portuale dovuto all’allargamento del commercio mediterraneo su scala mondiale (che avvantaggiò le funzioni dei porti maggiori e compresse il movimento commerciale degli scali medi e piccoli); la decadenza delle industrie cittadine nel quadro della politica liberistica italiana; il fenomeno, di conseguenza, dell’inversione professionale della città, che si attuò con la sostituzione, nella classe economica dominante, degli armatori da parte dei proprietari terrieri, già arricchiti col vigneto e poco sensibili ad investimenti nel settore industriale, hanno aperto in questo secolo gravi problemi alla città: che ha ripiegato sulle saline da una parte, e sulla pesca dall’altra. Ma queste due attività non bastano — insieme al turismo, che gira soprattutto intorno ad Erice, il suggestivo, pittoresco centro di sapore arabo e medioevale che domina la città dall’alto di un monte assai acclive, e alla pesca del tonno, un efficacissimo elemento di attrazione per il rituale cui dà luogo — a soddisfare il mercato del lavoro locale. Alla crisi di alcuni settori produttivi si sta ora ovviando con tutta una serie di nuove attività, che vanno da un opificio per la sgranatura del cotone, all’impulso dato all’industria marmifera nei monti intorno alla città, agli studi in corso per la costruzione di alcune industrie chimiche basate sull’utilizzazione del sale. La città sente invero il bisogno di nuovi posti di lavoro in rapporto al suo incremento demografico: la popolazione del comune è aumentata da 63.540 unità nel 1936 a 77.139 nel 1961, soprattutto per l’alto tasso di natalità che si è sempre mantenuto intorno al 24-20 per mille. Attualmente, invero, appare troppo esigua la popolazione attiva, pari soltanto al 35% di quella in età superiore ai dieci anni; e di questa, soltanto il 17,5% risulta addetto all’industria (con prevalenza di quelle meccaniche, del legno, del sale, e delle alimentari). Le sole attività che abbiano accusato un incremento di un certo rilievo sono rappresentate dalla pubblica amministrazione (14,9%) e dal commercio (9,8%), oltre che dai trasporti (10,2%) e naturalmente dall’edilizia (18%). L’impulso demografico della città ha infatti determinato un crescente allargamento dell’impianto urbano. Trapani nel corso dell’ultimo cinquantennio ha occupata tutta l’area pianeggiante posta tra la stazione, la sede ferroviaria e il lido di Tramontana, verso nord, e ad est ha incluso il borgo Annunziata, ai piedi di Erice. Recentemente la città si è sviluppata anche verso sud, al di qua della sede ferroviaria, che a lungo ha agito come fattore di contenimento. Una parte delle saline — quelle più settentrionali, tra le quali passa ora la rettilinea via Virgilio — è stata occupata da nuovi edifici o si trova in fase di trasformazione. Tutta la città presenta un aspetto moderno, anche per le ricostruzioni effettuate dopo l’ultimo conflitto che aveva distrutto, a causa di ripetuti bombardamenti, gran parte del suo patrimonio immobiliare. I quartieri più importanti si trovano ancora fissati nella città vecchia, ed hanno come asse di sviluppo il corso Vittorio Emanuele. Ma la grande espansione topografica ha reso necessaria la enucleazione — quasi all’innesto, verso nord, tra la città vecchia e la città nuova, che si impernia sulla larga e ariosa via Fardella — di un altro centro funzionale importante, ove sorgono gli uffici municipali e i palazzi delle poste e del governo.

    Trapani: la torre di Ligny, solidissima costruzione del periodo vicereale spagnuolo, posta ad una delle estremità della sottile penisoletta che sostiene l’impianto della città vecchia.

    Érice (Trapani): una delle tranquille vie di questo borgo di sapore medioevale, da Porta Trapani.

    Una tranquilla, quasi claustrale via di Érice (Trapani), che mantiene ancora intatti, nonostante il turismo, i caratteri del borgo medioevale.

    Monreale (Palermo): il Chiostro del vecchio convento dei Benedettini, della seconda metà del secolo XIII, ricco di 228 colonne gemine finemente lavorate nei fusti e nei capitelli, capolavoro — con il Duomo coevo al quale si addossa — dell’architettura normanna in Sicilia, e una delle opere più suggestive e rappresentative del Medioevo italiano.

    Palermo: parte centrale dell’armoniosa facciata della settecentesca Villa Cordoba.

    In conclusione, dunque, si può dire che su tutto il litorale africano, nonostante le possibilità offerte dalle attività marinare (dalla pesca e dal traffico portuale) e da quelle industriali (legate soprattutto o ai giacimenti minerari dell’interno o alla trasformazione di prodotti agricoli) le città appaiono ancora costrette — a dispetto di notevoli e visibili miglioramenti — entro schemi tuttora troppo angusti, impastoiate spesso e quasi soffocate entro i limiti di attività o non affatto urbane (come l’agricoltura) o poco cittadine comunque (la pesca) o ancora, se si tratta di industrie in senso moderno, entro una struttura che spesso ha i caratteri e il sapore dell’artigianato tradizionale. Ma qualche elemento nuovo c’è, e anzi capace di indirizzare l’evoluzione economica di questo litorale su nuove strade: i moderni nuclei industriali di Gela e di Porto Empédocle.

    Bagheria, immersa in estesi giardini di agrumi all’estremità orientale della Conca d’Oro, è ricca di ville barocche innalzate dalla nobiltà palermitana. La più famosa è la Villa Patagonia, costruita all’inizio del Settecento, arricchita, lungo la cinta della corte, da strane statue di sapore grottesco, come quella qui rappresentata.

    Cefalù (Palermo), distesa su una breve cimosa pianeggiante ai piedi di una imponente mole calcarea, estrema propagginazione sul Tirreno del massiccio delle Madonie.

    L’impianto urbano di Palermo.

    Le città del litorale tirrenico e il primato di Palermo

    Vedi Anche:  Regioni naturali, regioni storiche, regioni amministrative

    Gran parte del litorale tirrenico, sul quale incombe da presso la catena montuosa settentrionale, appare povero di insediamenti urbani, e lungo le brevi piane che si stirano talora tra il mare e i rilievi vicini, nelle quali ha preso vigore una ricca agricoltura di ortaggi e di agrumi dal Settecento in poi, si son formate o meglio rafforzate soltanto grosse borgate di carattere prevalentemente agricolo o agricolo-commerciale come Bagheria (31.435 ab.) all’estremità orientale della Conca d’Oro, notevole per le ricche ville barocche della nobiltà palermitana, e Sant’Agata di Militello (7638 ab.) ai piedi dei Nébrodi orientali, e Barcellona-Pozzo di Gotto — singolare cittadina molto complessa, uscita dalla coalescenza di due nuclei originariamente indipendenti, in mezzo ad una vasta oasi di agrumi, cui fan corona verso il mare i vigneti e verso il monte ora la vite ora l’olivo, e con un apparato commerciale piuttosto sviluppato (9% della popolazione attiva) — nella più estesa piana milese, con 22.147 abitanti. Né maggior tono urbano presenta Cefalù — aggrappata nel suo vecchio nucleo, dominato dalla mole imponente della bella cattedrale normanna, ai piedi di una rupe stupenda, e sviluppatasi nei quartieri moderni tra la strada Messina-Palermo e il mare — che conta su di un modesto movimento commerciale nel porto e su alcune industrie tipicamente artigiane: mobili, carri, lavori in vimini, ricami. Due sole cittadine di qualche rilievo animano invero questo litorale tirrenico, quasi alle sue due estremità: ad ovest Tèrmini Imerese, ad est Milazzo.

    Termini Imerese: veduta del porto, aperto sul Tirreno a ridosso dello scosceso M. San Calogero

    Milazzo (Messina): il castello svevo, imponente opera difensiva eretta in età federiciana (sec. XIII), su un nucleo più antico, al limite meridionale dell’affusolata rocciosa penisoletta milese, in posizione eminente sul sottostante impianto urbano.

    La prima, cioè Tèrmini Imerese, da una parte appare chiusa dalla sede ferroviaria e dagli ultimi scoscendimenti del promontorio sul quale giace, e dall’altra da una cerchia murata solo in parte demolita, oltre la quale si son formati, in corrispondenza delle quattro porte originali, alcuni nuovi quartieri: il più importante è quello situato lungo il mare, a ridosso del torrente Barratina, detto la « città bassa ». Qui le industrie hanno un maggior respiro, liberandosi dalla tinta artigiana che colorisce le altre attività secondarie della cittadina: nell’ambito della zona portuale si innalzano infatti un’officina meccanica, una raffineria di zolfo, una di oli vegetali, e una fabbrica di ghiaccio; nella città si trovano invece cinque pastifìci e due molini, oltre a piccoli opifici per la produzione dell’olio, per la lavorazione del pesce, per la molitura del sommacco. Queste attività — alla quale si è aggiunta recentemente una grande centrale termoelettrica, e fra poco si affiancherà un’importante industria chimica, già progettata — si sono mantenute vive anche per la buona posizione geografica di Tèrmini, che si trova vicino allo sbocco della valle del Torto, attraverso la quale sono facili i rapporti con l’entroterra e con l’opposta sponda africana, cioè con Agrigento e Porto Empédocle. Tèrmini trae dall’interno i prodotti per le sue industrie e per l’esportazione: dalla valle del Torto, oltre che dalla stretta fascia litoranea, i cereali, i legumi secchi e l’olio; da Cammarata il salgemma; dal territorio di Lercara Friddi lo zolfo. E il suo porto, dotato di un molo lungo 1350 m., anche se soggetto ad interrimenti, ha visto pertanto il volume dei traffici aumentare via via dalla seconda metà del secolo scorso ad oggi: da 30.000 a 378.000 tonn.; e tali attività portuali sono destinate ad accrescersi ulteriormente nel futuro, se, come è auspicabile, riuscirà a diventare uno dei due poli — con Agrigento-Porto Empédocle — di un asse di sviluppo industriale tirato attraverso l’isola dal Tirreno fino al Mare africano. All’altra estremità del litorale tirrenico, un’importante funzione industriale esplica anche Milazzo. Il suo nucleo industriale, che ha preso avvio nella seconda metà dell’Ottocento, comprende molini, pastifici, un complesso chimico per la produzione di fertilizzanti, un’officina meccanica, alcuni stabilimenti di vasi e stoviglie, di derivati agrumari e di confezione di botti e di cassette, richieste in numero sempre maggiore dall’agricoltura della Piana. Ma recentemente è stato arricchito da una grande raffineria — la Mediterranea — che ha occupato estesi terreni lungo la sede ferroviaria, sulla direttrice stradale per Messina. La cittadina, già punto forte nell’antichità e nel medioevo e potentemente bastionata dagli spagnuoli, si è decisamente espansa, nell’arco degli ultimi due secoli — come ha ben messo in evidenza qualche anno fa A. Fornaro — giù dal rilievo accidentato, calcareo, che forma l’unghia della sua stretta penisoletta verso la pianura: dove l’han richiamata il porto, la ferrovia, le industrie, le ricche colture della vite e degli ortaggi. Tutto il settore peloritano del Tirreno sente un’influenza combinata di Milazzo e della vicina Barcellona-Pozzo di Gotto, che potrebbero dar origine ad una piccola conurbazione, dividendosi opportunamente le funzioni: perfezionando quelle industriali e portuali Milazzo, quelle agricole e commerciali Barcellona.

    Palermo: un suggestivo scorcio di vita paesana in uno dei vecchi quartieri della città.

    Palermo: veduta dei moderni quartieri occidentali della città, a funzione prevalentemente residenziale, alternati a grosse macchie di giardini d’agrumi e di ortaglie.

    Suggestiva veduta del piccolo villaggio agricolo-peschereccio di Sant’Elia e di Capo Zafferano, saldo promontorio con cui termina verso il golfo di Tèrmini Imerese la tozza prominenza di M. Catalfano (374 m.).

    Palermo: la Porta Nuova, massiccia opera eretta nel 1535 all’estremità occidentale dell’attuale corso Vittorio Emanuele, attigua al Palazzo dei Normanni, rimaneggiata nel Seicento nella sua parte inferiore.

    Palermo: una veduta della Cattedrale, singolare complesso architettonico della città, e del Palazzo Arcivescovile.

    Ma oltre a queste due cittadine, lungo il litorale tirrenico si è sviluppata anche la più importante città siciliana : cioè la capitale regionale, Palermo : aperta sulla larga insenatura che dalle scoscese, bianche ripe del monte Pellegrino si estende fino al Capo Zafferano; a dominio di una piana fertile e lussureggiante che sa d’incanto persino nel nome: la Conca d’Oro; chiusa tra il mare e i rilievi che da Capo Gallo le fanno corona, attraverso Monreale e Misilmeri, fino a Bagheria. Una città di illustri tradizioni, già splendida e fiorente nell’antichità, e particolarmente ricca nel periodo arabo e normanno, quando la descrissero nelle sue fervide attività economiche e nei suoi già ben differenziati quartieri Idrisi e più puntualmente Ibn Hawqal. Anche nei momenti più fulgidi della sua storia, tuttavia, Palermo è sempre stata contraddistinta — anche per la notevole consistenza demografica — dalla giustapposizione, spesso fianco a fianco, nell’ambito di ciascun quartiere, di classi particolarmente ricche o miseramente povere. E tale particolarità era ancora così viva nell’Ottocento — quando la città riusciva pure ad esprimere dal suo seno, ancor prima dell’unificazione nazionale, un cospicuo apparato industriale moderno: di cui erano simbolo soprattutto i cantieri navali Florio (con 1423 operai) la fabbrica di mobili Ducrot (con 455 operai) e la manifattura tabacchi (con 788) — che G. Pitrè potè rilevare che in ogni rione « a pochi passi dai tuguri della povera e rassegnata gentarella che vi si addensa, sono palazzi dalle ampie ma semibuie corti, dai riposati scaloni, dalle luccicanti sale ». Questa contrapposizione era evidentemente sottolineata dal fatto che Palermo fino all’Ottocento, pur avendo visto formarsi ed espandersi al di fuori delle mura vari e anche cospicui sobborghi, non aveva accusato ancora una chiara e decisa tendenza a dilatare organicamente il proprio impianto urbano, ma continuava a contenere il forte incremento demografico per lo più entro i suoi vecchi limiti, rafforzando l’affollamento e creando le premesse di più deplorevoli e malsane condizioni igienico-sanitarie nei quartieri più poveri. In effetti, il periodo più vivace dell’espansione topografica della città ebbe inizio soltanto dopo il 1860. Allora Palermo occupava una superficie di quattro chilometri quadrati, e risultava divisa dalle due arterie principali in quattro parti, rispettivamente denominate Tribunali (a nordovest) Palazzo Reale (a sudovest), Monte di Pietà (a sudest) e Castellammare (a nordest). Dopo poco più di un cinquantennio, all’inizio del primo conflitto mondiale, la città si estendeva ormai su più di dodici chilometri quadrati, cioè si era più che triplicata nel suo impianto urbano. La tendenza espansiva più pressante puntava verso nord, tra il M. Pellegrino e i rilievi che cingono la piana verso occidente: spinsero la città a svilupparsi in tale direzione sia il piano regolatore, sia gli impianti dell’esposizione nazionale del 1892. A nord del vecchio nucleo medioevale la città ha assunto una pianta regolare, a scacchiera, e i vari quartieri, già nel corso dell’Ottocento e più ancora nel Novecento, si sono andati popolando di famiglie del ceto medio ricco e nobiliare, accelerando la degradazione sociale dei vecchi quartieri già murati. La via Maqueda, con il corso Vittorio Emanuele la maggior arteria del traffico e del commercio cittadini, ha visto pertanto spostarsi negli ultimi anni, lungo il proprio asse, il centro della città: che dai Quattro Canti, all’incrocio delle due arterie, è scivolato verso i limiti della nuova città, verso nord, a piazza Verdi, dominata dalla mole del teatro Massimo. E appunto la linea segnata, all’altezza di questa piazza, dalle vie

    Palermo: una veduta del rettilineo corso Vittorio Emanuele e della piazza della Cattedrale.

    Palermo: i Quattro Canti, o piazza Vigliena, ricavata nel 1608 nel punto di intersezione dell’attuale corso Vittorio Emanuele, sistemato nella seconda metà del Cinquecento, e di via Maqueda, aperta agli inizi del Seicento: fino a qualche lustro addietro centro della vita sociale cittadina.

    Cavour, Volturno e Finocchiaro Aprile, che dal porto si inoltrano grosso modo lungo la stessa direttrice verso l’interno della piana, a dividere la città in due parti distinte: la vecchia e la nuova; anche se una notevole parte di quest’ultima, alla prima legata grazie ai quartieri sorti ad occidente, oltre la ferrovia, si sviluppa a sudest, con centro nella piazza Giulio Cesare, sulla quale prospetta la stazione. Questa notevolissima espansione topografica, che ha portato la città ad occupare una superficie di 4-5 volte superiore a quella posta entro i limiti delle mura spagnuole, è il frutto del recente, tumultuoso ed incontrollato aumento demografico di Palermo tra il 1861 e il 1961. La popolazione infatti si è più che quadruplicata passando da circa 150.000 a poco più di 530.000 persone. Questi aumenti, dovuti soprattutto, nella seconda metà dell’Ottocento, al movimento naturale della popolazione — che è sempre stata contraddistinta da un alto tasso di natalità, peraltro spesso bilanciato da un forte tasso di mortalità — sono stati determinati in questo secolo e in particolare dopo l’ultimo conflitto mondiale, anche dalle correnti migratorie, relativamente molto forti dagli immediati dintorni e non trascurabili dalle altre parti della Sicilia. In media l’eccedenza del movimento migratorio è stato pari a 4190 unità all’anno nel periodo 1952-58; l’indice di natalità, d’altra parte, si mantiene particolarmente elevato — intorno a 25-26 per mille — mentre quello di mortalità negli ultimi trent’anni si è più che dimezzato, passando dal 17,2 per mille nel 1932 all’8,3 nel 1958. Palermo ora attrae più di prima, anche perché adempie ad una nuova funzione politica, quella di capoluogo della Regione Siciliana. Ed infatti « per gli umili, per tutte le vittime della sempiterna miseria contadina — scrive la Rochefort — Palermo fu il simbolo, allora più che mai, di una grande speranza: quella di lavorare all’edificazione dei nuovi ornamenti urbani o meglio ancora, se possibile, di infiltrarsi, magari come portiere, nella nuova amministrazione che già sembrava proliferare, oppure, ancora, eventualmente nelle officine che la capitale rinascente non avrebbe forse mancato di darsi. Così si spiega il rapido sviluppo della città. Ma numerosi furono quelli che non ricevettero soddisfazione. E per questo motivo, nonostante la corrente d’immigrazione verso Palermo non venisse meno, i campagnoli furono costretti, sempre più, ad orientarsi verso altre destinazioni più lontane, e i nuovi arrivati a Palermo si trovarono più o meno ineluttabilmente e più o meno rapidamente inghiottiti nel sottoproletariato urbano». Nel 1961, infatti, la popolazione attiva con più di dieci anni è appena il 32,7% di quella complessiva; della popolazione attiva — in tutto 152.645 unità — il 21,8% è addetto alle industrie manifatturiere, il 14% alle Costruzioni di impianti, il 9% ai trasporti e alle comunicazioni, il 16% alla pubblica amministrazione, l’ii% ai servizi, e il 10% all’agricoltura: con i maggiori incrementi segnati dal commercio, dai servizi e dalla pubblica amministrazione. Le attività industriali, nell’assieme, anche se sviluppate rispetto a quelle degli altri capoluoghi provinciali, molto spesso sono rappresentate da ditte di tipo artigiano, e solo le meccaniche — soprattutto per la presenza dei cantieri navali — le chimiche e quelle per il trattamento dei minerali non metallici assumono le forme della grande industria, contando nel complesso, rispettivamente, circa 7000, 2000 e 1150 addetti.

    Palermo: veduta del porto e della città dalle pendici di M. Pellegrino (606 m.), che si innalza imponente a nord, sul mare. Sul fondo, i rilievi calcarei, coperti da magri pascoli, che fan corpo con M. Grifone (832 m.).

    Palermo : il Teatro Massimo, eretto nella seconda metà dell’Ottocento all’estremità settentrionale di via Maqueda, centro, con la circostante piazza Verdi, dei nuovi quartieri residenziali e dell’attuale vita sociale della città.

    Palermo: la rimagliatura delle reti da pesca nel quartiere della Kalsa, sotto l’alta parete perimetrale di Palazzo Butera.

    Ancora allo stato di piano si trova la nuova zona industriale, a Brancaccio, alla periferia orientale della città, dove dovrebbe occupare una superficie di 45,5 ettari, troppo esigua per la pianificazione di un grande complesso industriale moderno, e troppo costosa trovandosi al centro di una prospera area orticola : sicché le poche altre grandi industrie cittadine hanno preferito dislocarsi a nord, cioè verso San Lorenzo, tra la strada e la ferrovia che portano a Sferracavallo, come la Montecatini (concimi) e il Cotonificio Siciliano. In genere però, sono il commercio e i servizi ad offrire le maggiori possibilità di vita: anche se talora si tratta di servizi che la povera gente si scambia vicendevolmente, e che permettono semplicemente di sopravvivere. Ogni branca di attività, invero, appunto per il mancato snellimento delle antiquate strutture ed un’evoluzione troppo lenta verso le nuove forme della civiltà industriale, appare decisamente satura. E le contraddizioni economiche e sociali della città si sono di conseguenza fatte anche più acute dallo scorcio del secolo scorso: quando lo studioso palermitano G. Pitrè calcolava che non meno di 200.000 abitanti dei quartieri più popolari della Kalsa, del Borgo Vecchio, del Capo e dell’Albergheria vivevano in modo del tutto estraneo alla vita cittadina, cui prendevano parte attiva solo circa 50.000 tra proprietari, commercianti e impiegati, nonostante i sensibili progressi fatti in alcuni settori dell’attività economica, come nel commercio e nell’amministrazione, e nel parziale risanamento attuato nei vecchi quartieri popolari del nucleo centrale della città. Nel 1961, secondo i dati del censimento, ancora 44.564 capi famiglia non appartenevano ad alcuna categoria professionale, e numerosissimi erano i disoccupati ed i sottoccupati, per la maggior parte concentrati nel cuore della città, subito a ridosso delle due ricche e vivacissime arterie di via Maqueda e di corso Vittorio Emanuele, che si tagliano ortogonalmente ai Quattro Canti; nella Kalsa, vicino al porto; ed infine all’estremità settentrionale della città, sul mare, ai piedi del Pellegrino. Di queste aree, dove pullula il sottoproletariato, così ha scritto R. Rochefort : « Questo sottoproletariato, nonostante le inchieste condotte ai fini del piano regolatore cittadino, nonostante quelle intraprese dall’assemblea siciliana in vista della legge speciale per Palermo, e malgrado quelle di Danilo Dolci e della sua équipe e l’indagine di Alberto l’Abbate sul Cortile Cascino, rimane conosciuto in modo estremamente imperfetto. Si ignora non soltanto di che cosa esattamente può vivere, ma persino la sua consistenza. Sembra tuttavia che si possa, malgrado i cambiamenti geografici o sociologi imposti da un mezzo secolo di storia, attenerci a questo riguardo alle stime del Pitrè, cioè a circa 200.000 persone. Qui, come altrove in casi analoghi, si può dire che si è stabilito un legame tra il massimo abbassamento del lavoro e le malsane condizioni dell’insediamento per creare un clima psico-sociologico tutt’affatto particolare. I ritmi del lavoro sembrano ancora più caratteristici delle sue forme. Come lo stato normale di un fiume nell’Africa del Nord è quello di non avere acqua, lo stato pressappoco normale qui è di non aver occupazione… D’altra parte, la mobilità professionale appare estrema. Non soltanto il ritmo di mutamento è rapido, ma gli orientamenti successivi paiono sorprendenti a chi viene da un paese industrializzato. Il mestiere d’origine, se mai è esistito, conta finalmente molto meno della successione dei mestieri di sostituzione: facchini, lustrascarpe, venditori di prezzemolo e di fichidindia, scaricatori, lavatori di macchine. Non c’è specializzazione, e tanto meno divisione di compiti… L’artigiano vende, il venditore fabbrica, chi va a cogliere le erbe le fa cuocere, il negoziante di confetti produce la sua provvista del giorno dopo, e chi è sfruttato tenta di sfruttare a sua volta. Quanto alle forme del lavoro, bisogna fare il suo posto all’artigianato decaduto: tra la via Maqueda e la via Roma, nei vicoli che danno sulla via Lampionelli e la via Calderai, negozianti di ferrareccia e rimpagliatori di sedie o fabbricanti di lampade si sono trasformati, per deficienza o mancanza di ordinazioni, in riparatori generici e in rigattieri. Nel quartiere del Monte di Pietà, è quello che accade ai falegnami e ai fabbricanti di stendardi di Santa Rosalia dai colori acidi. Nel quartiere del Capo, è il caso dei calzolai. Alla Kalsa, si è in presenza di una sottoproletarizzazione dei pescatori, condannati a fare i facchini d’occasione o a trafficare sigarette. I legami con il lavoro nelle campagne non sono tuttavia scomparsi completamente ». In questi quartieri sottoproletari le professioni « confessabili » si distribuiscono molto variamente: con la prevalenza dei venditori ambulanti al Capo, nei pressi della cattedrale; con la metà degli uomini considerati « trafficanti » a Cortile Cascino ; con una varietà, veramente impensabile, di occupazioni nella Kalsa, dove ci si aspetterebbe di trovare soltanto pescatori. Ed in genere, in questi quartieri, le donne rimangono senza occupazione, e in parte soltanto lavorano come domestiche o come lavandaie. Risentono di tali condizioni economiche anche la struttura dell’insediamento e le condizioni delle abitazioni, per lo più sprovviste di acqua, di servizi igienici, di pavimentazione persino: un terzo almeno del quartiere Monte di Pietà dovrebbe essere demolito. E dal punto di vista igienico la situazione è ancora più grave, se si pensa che proprio in questi quartieri la popolazione si concentra fino all’inverosimile. Le densità vi assumono valori altissimi, veramente patologici: 600 abitanti per ettaro nel quartiere del Tribunale sulla superficie territoriale, ma ben 1400 sulla superficie veramente occupata dalle abitazioni; e ben 3000 persone per ettaro nel quartiere del Monte di Pietà, sempre sulla superficie fondiaria. Molto si è fatto, soprattutto al Cortile Cascino e al Pozzo della Morte, oltre che in alcune parti dei quartieri centrali, ma l’arrivo continuo di nuovi immigrati rende più difficile la soluzione del problema.

    Palermo: veduta del nucleo primitivo (sec. XII) del Palazzo dei Normanni ora sede del Parlamento della Regione Siciliana.

    Struttura del tutto diversa presenta la città nuova, che dall’asse segnato dal corso Finocchiaro Aprile e dalle vie Volturno e Cavour si allarga verso nordovest ed ha il suo centro di cristallizzazione nella via Ruggero Settimo e nella via della Libertà, con strade larghe e spaziose, piazze animate, notevoli aree verdi, con la villa Filippina a lato della piazza di S. Francesco da Paola, e più a nord le grandi ville Trabia, Gonzaga, Bordonaro e Gallidoro, e il Giardino Inglese. In questa parte settentrionale della città, evidentemente, si trovano i quartieri più ricchi di verde, e più signorili: specialmente lungo l’asse d’espansione segnato dalla via della Libertà, che porta verso la città-giardino e la zona sportiva (Parco della Favorita) sotto le pendici del Pellegrino. Da questa parte, lungo un insediamento a nastro ormai quasi completo, Palermo sta attuando il suo congiungimento con il lido di Mondello, dove negli ultimi anni ha preso sempre più consistenza la spiaggia elegante della città, in un’area già pantanosa ma ora completamente risanata, a nordovest del M. Pellegrino.

    Siracusa; veduta del Lungomare Ortigia, lungo la Cala Muraglia Rossa, nel nucleo originario della città, con la chiesa settecentesca dello Spirito Santo.

    Non bisogna tuttavia dimenticare che la contrapposizione tra i nuovi quartieri posti a nord, e quelli vecchi sudici e sovraffollati della città vecchia, si va gradualmente smorzando, anche se con un ritmo che si desidererebbe più dinamico. Esempi di risanamento urbano risalgono all’inizio del secolo scorso: nel 1821 era già stato demolito tutto il rione della Conceria, nel quartiere della Loggia. Poco, a dire il vero, è stato fatto nei primi cinquantanni di questo secolo, nonostante l’attività edilizia abbia cambiato volto ad alcuni rioni posti a ridosso della via Roma, che forma uno dei principali assi stradali della città correndo, parallelamente a via Maqueda, dalla stazione ferroviaria fino a via Amari. Per risolvere appieno e in modo soddisfacente il problema dei quartieri bassi della città occorre infatti non tanto l’iniziativa individuale, quanto un intervento degli enti pubblici; e la Regione, con recenti provvedimenti, sembra essersi messa decisamente sulla strada giusta. Oggi, tuttavia, è ancora possibile aggirarsi per quartieri sudici, con strade strette e affollatissime, appena a ridosso delle belle ed eleganti vie Maqueda e Vittorio Emanuele, e nell’area del vecchio porto. Qui, con le attività pescherecce non fiorenti e spesso a carattere familiare, la vita si svolge secondo ritmi che sembrano propri, ormai, della vecchia Palermo che sta per morire. A nord della Cala, invece, le nuove banchine portuali, disposte a pettine e ben riparate dai frangenti grazie ai moli nord e sud e alla diga foranea — che al largo, normalmente ai primi, racchiudono uno specchio portuale di 118 ettari — sono come un simbolo della Palermo nuova. Ma il traffico non vi è intenso (poco più di un milione di tonnellate di merci nel 1964), ed anzi il porto presenta ancora oggi una funzione piuttosto contenuta di quasi esclusivo approvvigionamento locale. Da quanto si è detto appare evidente che sia la città sia il porto attendono per la soluzione dei loro pressanti problemi un arricchimento delle funzioni urbane, una intensificazione delle industrie esistenti e la creazione di nuovi nuclei industriali; e che per gli stessi motivi, inoltre, risulta improrogabile il rinnovamento di tutte le strutture economiche del vasto territorio che sta alle spalle della città e che gravita verso di essa e verso il suo porto. La città, cioè, ha bisogno di essere largamente rivitalizzata, e soprattutto di vivere in maggior sintonia con il suo retroterra: che da Palermo, appunto, dovrebbe attendere uno stimolo alla rinascita.

    L’impianto urbano di Siracusa.

    Siracusa: resti del teatro greco, una delle massime espressioni di questo genere di architettura dell’antichità greca (VI-III secolo a. C.).

    Ricchezza di realtà urbane sul litorale ionico

    Di fronte ai litorali tirrenico e in ispecie africano, quello ionico appare dotato di un dinamismo quasi eccezionale, e ricco di realtà urbane più vive e moderne: quasi che i semi della civiltà urbana qui lasciati dall’ondata di colonizzazione greca del VII e VI secolo a. C., e poi sedimentati ma non mai del tutto isteriliti o spenti, a distanza di secoli sian rigermogliati ravvivando vecchie strutture umane, economiche e sociali. Tre città diverse per stile e personalità, e mosse da spirito giovanile seppur in grado e intensità assai difformi — cioè Messina Catania e Siracusa — si fissano a disegual distanza l’una dall’altra lungo questo litorale, e mostrano in modo molto più chiaro delle altre città siciliane una forza d’attrazione viva e continua, e una capacità organizzatrice del territorio che gravita loro intorno assai più efficiente e stimolante.

    Di queste tre la più illustre per glorie antiche e suggestive memorie è Siracusa: che è però anche quella che da pochi lustri appena si è risvegliata da un secolare pesante torpore. Sorge Siracusa in uno dei più tranquilli seni della regione iblea, quello delimitato a sud dalla penisola della Maddalena e a nord dalla tozza sporgenza che termina nel Capo Santa Panàgia: dalla quale si avanza una protuberanza cui si addossa l’isola di Ortigia, nucleo originario e primitivo della città: tra le città costiere siciliane, quella che indubbiamente presenta più intimi contatti con il mare. Nell’isola di Ortigia — dove si era ristretta fin dall’alto medio evo — Siracusa si trovava ancora confinata nel 1861, quando contava appena circa 20.000 abitanti. Il risveglio della città è cominciato in effetti solo in questo secolo, e si deve mettere in rapporto con la sua posizione e con la presenza di un ottimo porto naturale, che la politica africana dell’Italia mise in valore, soprattutto dopo la conquista della Libia. Dopo tanti secoli, Siracusa è finalmente uscita dal suo ristretto ambito insulare, espandendosi di nuovo sulla terraferma, dove gradualmente ha occupato i vecchi quartieri greci di Acradina e di Tiche, fino a ridosso della più importante zona archeologica — qui sorgono infatti il teatro greco e l’anfiteatro romano — e si è allungata con una corposa propaggine anche sull’altipiano della Epipoli, lungo la strada per Catania, fino a guardare ormai sull’ampio golfo di Augusta. Tutta la città nuova presenta un graticciato di vie regolari e spaziose, con qualche notevole macchia a verde, specie attorno al foro siracusano, dove si trovano i resti dell’agorà. La vita commerciale, economica ed amministrativa continua però a conservare il suo fulcro nell’isola di Ortigia (dal tipico impianto medioevale, ma dal tono architettonico largamente barocco) in una larga fascia che da piazza Pancali — dove un bel ponte unisce la città vecchia a quella nuova — si stende fino alla piazza del Duomo, cui sta di fianco il municipio, attraverso il corso Matteotti, piazza Archimede, via Roma e via Minerva. La popolazione è fortemente aumentata in quest’ultimo secolo passando, per tutto il comune, da 19.930 abitanti nel 1861, a 31.800 nel 1901, a 49.480 nel 1931, a 71.016 nel 1951, a 89.407 nel 1961: quando la città contava da sola 74.783 abitanti. Ciò è dovuto soprattutto al movimento naturale della popolazione, che è molto attivo — con un tasso medio annuo di natalità del 21 per mille e di mortalità dell’8,5; e quindi con un tasso medio di incremento pari al 12,5 per mille — ma in parte, e per qualche anno dopo il 1950, all’inversione dei caratteri peculiari fino allora dimostrati dalle correnti migratorie: l’eccedenza negativa prevalente fino al 1950 si era infatti risolta in una eccedenza positiva (dell’ordine di appena 290 unità nel 1954, ma di 1223 nel 1958: già nel 1963, tuttavia, gli iscritti all’anagrafe sono stati 3252, e i cancellati quasi il doppio: 6013). Per alcuni anni le correnti immigratorie erano state sollecitate dal grande sviluppo delle attività industriali, e pareva che finalmente l’aumento demografico potesse essere accompagnato — e giustificato — da un rovesciamento nella tradizionale struttura economica di Siracusa.

    Siracusa: S. Giovanni alle Catacombe, ricostruita dopo il terremoto del 1693, in parte — come il portico qui raffigurato — con resti della precedente costruzione del secolo XIV. Ora la chiesa, diruta, fa da vestibolo alle catacombe omonime.

    Siracusa: resti dell’anfiteatro romano, notevole opera di età imperiale (III secolo d. C.)

    L’impianto urbano di Catania.

    A differenza di quanto sta succedendo in altre città siciliane, come Catania Palermo e Porto Empedocle, dove le industrie si vanno coagulando ai margini, alla periferia degli impianti urbani, le industrie di Siracusa si sono andate allineando, al contrario, su una fronte di circa venti chilometri, lontano dalla città, tra Santa Panàgia e Augusta, sull’ampio golfo megarese. Tali stabilimenti industriali attraggono una notevole massa di mano d’opera da Siracusa (più di 6000 persone), anche se contemporaneamente esercitano la stessa funzione di richiamo sugli abitanti di altri centri vicini, soprattutto su quelli di Augusta — ora uno dei principali porti petroliferi italiani, ma in gran parte rimasta costretta entro il suo vecchio impianto insulare — Priolo Gargallo, Melilli, Sortino e Floridia. La situazione, dal punto di vista delle possibilità di lavoro, è pertanto sensibilmente migliorata nel corso degli ultimi tre lustri: ora il 22,4% della popolazione attiva è addetto alle industrie (contro appena il 14,6% nel 1951), mentre l’agricoltura ne assorbe il 17,2% (ma ancora il 25,8 dieci anni prima) il commercio l’i 1,5%, i servizi l’8,8%, la pubblica amministrazione il 14%, le costruzioni il 16,5%, i trasporti il 7,2%. Occorre tuttavia sottolineare che nonostante il recente ravvivamento della vita economica, la popolazione attiva risulta ancora sensibilmente bassa rispetto a quella totale con età superiore ai dieci anni: appena il 37,7%. Alle funzioni di mercato agricolo industriale e commerciale, Siracusa aggiunge poi la funzione turistica, resa viva dalla sua splendida posizione ma anche dalle imponenti vestigia antiche e dalle manifestazioni che vengono organizzate ogni anno nel teatro greco. L’attrezzatura turistica è buona; e i numerosi visitatori riescono a trovare una sistemazione veramente confortevole e talora addirittura signorile nei molti alberghi che sorgono sia nel cuore del nucleo antico della città sia in posizioni più suggestive, a ridosso del mare, o nei pressi della zona archeologica.

    Catania: l’estremità meridionale della via Etnea, la principale arteria della città, limitata da Porta Uzeda, eretta nel 1696 dopo il terremoto del Val di Noto.

    Catania: Ògnina, già centro peschereccio addossato alla piccola insenatura di Porto d’Ulisse, a nord della città, ormai « catturata » e urbanizzata.

    Ma forme e modi di vita urbani molto più spiccati e decisamente moderni — i più evoluti non solo di questo litorale ionico ma di tutta la Sicilia — si ritrovano a Catania: situata sulle ultime pendici etnee, proprio là dove il litorale basso e privo di porti che delimita la più estesa pianura dell’isola cede il posto ad una costa alta, talora scoscesa, con qualche insenatura atta alle attività pescherecce e a quelle commerciali. L’impianto urbano di questa città risente visibilmente della ricostruzione settecentesca, che è seguita al terremoto del 1693: che tutta la squassò, mietendo 16.000 vittime, cioè i due terzi di tutta la popolazione. La città risorse su pianta regolare, con strade larghe e diritte, secondo le indicazioni del duca di Camastra, luogotenente della Spagna, del canonico Celestri e del vescovo Riggio, e con l’aiuto dell’architetto palermitano G. B. Vaccarini. Quasi contemporaneamente, ma con maggiore vigore verso la fine del secolo, si provvide all’ampliamento del porto, che la colata lavica del 1669 aveva rimpicciolito in modo eccessivo. Le attività economiche della città stavano infatti riprendendo più largo respiro, anche in connessione con l’incremento degli abitanti, che nel 1798 ammontavano a 45.000 e nel 1861 a 68.810. Nell’Ottocento, invero, la città si andò notevolmente allargando, soprattutto ad est della larga e rettilinea via Etnea: ma l’accrescimento topografico, invece di seguire i caratteri di razionalità costruttiva della parte settecentesca, ha proceduto per lo più secondo vie incontrollate, così che ancora oggi appaiono stridenti contrasti nel paesaggio urbano di Catania. Mentre la città aveva accusato un movimento demografico piuttosto incerto fino all’Ottocento, dal secolo scorso ad oggi il suo incremento è stato davvero impressionante, specialmente se paragonato con quello delle altre città siciliane, ad eccezione di Palermo. Nel 1901 Catania contava già 143.184 abitanti, ne aveva 222.925 nel 1931, era salita a ben 358.700 nel 1961 : si è più che raddoppiata, pertanto, nel corso degli ultimi sessantanni, e più che quintuplicata in un secolo. Questo incremento si deve in particolare al forte tasso di natalità della popolazione, che si aggira sul 25-28 per mille, assai diminuito, a dir vero, rispetto al secolo scorso, ma sempre molto cospicuo, e tipico delle vecchie società rurali piuttosto che di una società moderna industrializzata; e al contemporaneo abbassamento del tasso di mortalità che si è quasi dimezzato tra il 1938 e il 1961: dal 15,8 all’8,6 per mille.

    Catania: Porto d’Ulisse, ad Ógnina, ancora centro di attività pescherecce.

    Catania : particolare della fontana dell’elefante, o diotru, che si innalza nella piazza del Duomo, opera di G. B. Vaccarini (1763).

    All’aumento della popolazione catanese ha però contribuito in modo assai vivace anche l’immigrazione dalle regioni agricole della sua provincia e in genere dall’interno dell’isola: negli ultimi tempi la media annua degli immigrati, qui attratti dalla vita economica particolarmente dinamica, specie al confronto con altre città siciliane, è salita al 26 per mille, di fronte ad un valore del 16 per mille per le correnti emigratorie. Catania si è quindi allargata sempre di più durante questi ultimi sessantanni: a sud, verso la spiaggia di Plaia e la stazione di Acquicella; ad ovest, lungo la strada per Misterbianco e nelle alture che si innalzano fin sui 70 m., a ridosso di bei vigneti; a nord soprattutto lungo le due direttrici verso Sant’Agata li Battiati e la statale per Messina, e nell’area tra queste interposta. Molti centri abitati sono stati pertanto catturati, e formano oramai un tutto unico con il vecchio impianto urbano: lungo il litorale, Guardia e Ognina, con il suo porticciolo peschereccio; a nordovest Cibali, nei cui pressi sorge il campo polisportivo; ad ovest Nésima, alla quale tendono prepotentemente ben due propaggini, una che si allunga da piazza Palestro, l’altra che forma la prosecuzione della rettilinea arteria corso Italia-viale XX Settembre-viale Regina Margherita-viale Rapisardi, lunga più di cinque chilometri. L’espansione della città è stata accompagnata anche da un processo di risanamento dei quartieri più sordidi e sovraffollati. Tanto l’incremento topografico quanto quello demografico sono evidentemente collegati con la presenza di una attiva e dinamica vita economica: anche se a somiglianza di quanto avviene in tutta la Sicilia, come nel resto del Mezzogiorno, la popolazione attiva, secondo i dati del censimento del 1961, rappresenta soltanto circa il 35% di quella in età superiore ai dieci anni. La città ha una funzione commerciale vivacissima: a questo settore delle attività economiche, invero, risulta addetto il 16% della popolazione attiva, percentuale più alta di quelle di Palermo e di Messina. Ed i servizi ne occupano un altro 12%. Ciò si deve non solo al fatto che Catania rappresenta effettivamente il centro commerciale della provincia siciliana più ricca dal punto di vista agricolo, ma anche alla forte attrazione esercitata dalla città su un larghissimo territorio che va ben oltre i suoi confini provinciali per ciò che concerne anche il mercato al minuto: da tempo assai affermata appare infatti la reputazione dei suoi negozi di abbigliamento, di apparecchi utensili, di mobili, di articoli sportivi. E in questo campo se da una parte, verso sud, limita perentoriamente l’area di influenza di Siracusa, dall’altra, verso nord, riesce a sottrarre alla stessa Messina la clientela di tutta la parte meridionale del suo territorio provinciale. L’attività edilizia è pure molto robusta: i suoi addetti — ora 17.754, Pari al 17,2% della popolazione attiva — mentre fino a qualche anno fa erano impegnati nei lavori di bonifica della piana catanese, oggi lo sono soprattutto nell’edilizia cittadina, e in particolare nel risanamento dei vecchi quartieri ottocenteschi — come il quartiere di San Berillo — che formavano vere macchie scure proprio nel cuore della città. In Catania hanno larga parte anche le attività amministrative, in cui trovano impiego poco più di 13.000 persone (13%) e quelle culturali, di cui il centro di irradiamento è rappresentato da una grande e attrezzata università, cui fanno corona ottimi istituti superiori, biblioteche e teatri. Ma lo spirito estremamente intraprendente degli abitanti, e in particolare della borghesia, che fa dei catanesi, almeno fino ad ora, un gruppo umano ben distinto nell’ambito dell’isola — ciò che ha permesso la loro naturale integrazione nell’evoluzione economica moderna, una loro più larga apertura spirituale, una pronta osmòsi, dopo l’unificazione nazionale, del capitale agrario con quello commerciale, e lo stabilimento di stretti rapporti tra il capitalismo catanese e quello del Nord — ha dato larghi ed utili frutti anche nel campo industriale. Nel 1961 gli addetti all’industria erano infatti già 21.742, cioè il 23% della popolazione attiva: occupati in gran parte in industrie chimiche, in un cementificio, nella centrale termica, nelle concerie, nelle raffinerie di zolfo, nelle costruzioni meccaniche, nelle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, e in particolare in pastifici, e fabbriche di biscotti e di essenze agrumarie. Si trattava, è vero, per la maggior parte di industrie piccole e con un basso numero di addetti ; ma erano e sono ancora molto attive. Inoltre a Catania è andata via via prendendo consistenza una vera e propria zona industriale, la sola finora portata a buon punto tra quelle progettate in Sicilia per ciascun capoluogo provinciale. Questa zona è sorta a circa tre chilometri a sud della città — come ho già detto nel capitolo decimo — e fin dall’inizio il suo allestimento industriale ha avuto due risultati ragguardevoli : creare nuovi posti di lavoro, e risanare una vasta zona incolta e pantanosa, situata a ridosso dei quartieri cittadini meridionali.

    Vedi Anche:  Posizione e struttura della Sicilia

    Catania: la fontana dell’elefante e la facciata del Duomo ricostruito dopo il terremoto del Val di Noto (1693), entrambe opere di G. B. Vaccarini.

    Catania: resti del teatro greco.

    L’espansione topografica di Catania non è andata disgiunta dal contemporaneo stabilirsi, lungo determinati assi o in zone particolari, di elementi funzionali che riescono a dare un tono tutto proprio e specifico a certi settori del suo impianto urbano. Durante il movimento espansivo, cioè, particolari funzioni si sono venute concentrando o coagulando in aree ben determinate. E ben evidente che una parte notevole della città è occupata da quartieri residenziali, che acquistano una fisionomia signorile soprattutto a nord, intorno al giardino Bellini, a ridosso dell’asse segnato dai viali Regina Margherita e Rapisardi. Questa arteria, che continua rettilinea nel viale XX Settembre, è incrociata ad angolo retto dalla via Etnea, che corre dritta al Municipio e al Duomo, dove si concentra gran parte della vita cittadina. Rimanendo in questo nucleo centrale di Catania non si prova affatto l’impressione di trovarsi in una città di mare: eppure il porto è vicinissimo. Si deve soprattutto alla costruzione della ferrovia nella seconda metà del secolo scorso questa scissione netta, cruda, tra la città e il mare, come fortunatamente non è avvenuto né a Palermo né a Messina. La zona ferroviaria a nordest, e successivamente un lungo, sinuoso viadotto ferroviario, hanno creato a Catania uno schermo che priva della vista del mare. A ridosso di questo viadotto si sviluppa la zona portuale, notevolmente allargata tra il 1898 e il 1905 con la costruzione del molo di levante, ad est di quello vecchio e ad esso parallelo, e sistemata in modo definitivo nei suoi lineamenti attuali nel 1923 con l’erezione del molo del mezzogiorno, che ha pure la funzione di frenare l’insabbiamento dello specchio portuale da parte delle correnti provenienti da sud, ricche dei detriti del Simeto. Ma anche per Catania — come ho già rilevato per Palermo — l’attività portuale è oggi sussidiaria, anche se ancora relativamente notevole rispetto ai bisogni e alle necessità della vita cittadina. Per gran parte, infatti, il suo commercio si sviluppa attraverso i servizi camionistici, e quindi su strada, oppure per ferrovia. Il porto, pertanto, serve oggi prevalentemente per il rifornimento di merci richieste dalle stesse industrie cittadine, e soltanto per alcune merci particolari, di notevole peso e di poco valore, e comunque provenienti da paesi lontani e da porti specializzati (come i marmi, la pozzolana, il legname, il petrolio e gli oli carburanti). Ma in complesso si può affermare che Catania, nonostante qualche deficienza, è città veramente per la vita dinamica, per il fiorire delle attività economiche, per l’importanza di quelle culturali, per il continuo rinnovamento che va apportando alla sua struttura topografica, migliorandola nei vecchi quartieri e allargandola notevolmente verso l’esterno. Qui tutto corre veloce, e se altrettanto veloce non fosse il ritmo dell’incremento demografico naturale — che come si è già detto inquadra la città in modo assai stretto nell’àmbito degli insediamenti urbani del Sud, e pone problemi gravi alla pubblica amministrazione — Catania potrebbe essere riguardata in tutto come una metropoli borghese del Settentrione.

    Per la sua posizione, per la sua storia, per le sue funzioni, per le sue stesse possibilità di sviluppo ulteriore, Messina — questa porta della Sicilia sullo Stretto, questa guardiana dello Stretto — costituisce un caso singolo e particolare nel quadro delle città siciliane : la meno siciliana di tutte, la più « continentale », la più aperta ai legami e ai rapporti esterni per la posizione, ma anche per la eterogeneità della popolazione e per gli interessi dell’economia, legata più alla Calabria, oltre che alla sua provincia, che al resto della Sicilia. « Come un porto di una delle isole Cicladi, bianca e quasi impallidita dal sole, con tetti piani, sparsa di cupole moresche e con le cime dei campanili stranamente acuminate, si stende Messina sul mare e sale sui monti, che si alzano rapidamente dalla costa. Scabrosa e con profilo irregolarmente dentato e solcato dalle spaccature profonde, taglienti e irte delle valli, si stende la catena dei monti Peloritani fino al promontorio, all’apertura dello Stretto… Coronata di castelli mezzo rovinati fin dal tempo degli spagnuoli, del forte Castellacelo e del forte Gonzaga, l’ultima catena dei monti domina la città largamente distesa sulla riva del mare: un biancheggiante formicaio di case, somigliante, quando si guarda dal mare, ad un mucchio di calcinacci. Laggiù alla marina, l’occhio si ferma con ammirazione sui palazzi che in lunga, eguale e magnifica fila incorniciano il porto: una cornice quale non potrebbe sognarla il più ingegnoso architetto. Dopo il terremoto del 1783, quando la città risorgeva dai rottami e dalle rovine, il governo ordinò che fosse fabbricata questa Palazzata ». Così appariva dal mare, nella seconda metà del secolo scorso, al tedesco A. Schneegans, la città di Messina; e così, ma con palazzi nuovi e ordinati e con un impianto molto più vasto — rinata dopo la catastrofe del 28 dicembre 1908 che tutta la distrusse: abbattuti gli edifici per il 90%, e 60.000 morti — appare a chi si avvicina col traghetto o con l’aliscafo, da Villa San Giovanni o da Reggio Calabria. Una città bella, nuova, ridente, ma sul piano economico un po’ piatta e finora incapace di imprimere al campo del lavoro una spinta più decisa e dinamica: così nelle industrie, che sono appena un pallido ricordo di quelle quattrocentesche — quando Messina era uno dei centri europei più importanti per la seta, e teneva una rinomatissima fiera — come nel traffico, che dalla fine dell’Ottocento (1899) il servizio delle navi-traghetto ha quasi tutto fagocitato, lasciando pressoché vuoto di navi da carico il suo bellissimo seno naturale: il traffico scorre oggi per lo più sulla linea ferroviaria e sui traghetti, creando ben poche possibilità di lavoro. Ciò si deve forse un poco anche alla mancanza o deficienza di tradizioni tipicamente urbane della maggior parte della sua popolazione: perchè se la città fu ricostruita subito dopo il terremoto — e già nel gennaio del 1909 un villaggio di baracche era sorto in piazza Cairoli, al limite meridionale della vecchia città — molti degli abitanti superstiti erano emigrati a Roma, a Napoli, a Torino o in altre regioni italiane, né erano tornati in gran numero, e il ripopolamento di Messina fu pertanto soprattutto dovuto — come si esprime L. Gambi — « all’inurbamento di una società priva di esperienze mercantili e di notevoli risorse finanziarie, e di frequente invischiata in tradizioni rurali. Da qui la depressione e la sciattezza del tono sociale negli ultimi cinquantanni… e un certo provincialismo che permea la vita locale odierna: cioè la scarsità di iniziative ardite e dinamiche ». La città fu impiantata su di un reticolo a maglia stradale quadrata, con le due vie principali, la via Garibaldi e il viale San Martino — che si innestano a piazza Cairoli — larghe 30 m. e con fabbricati di 10-12 m. di altezza. Solo da questo ultimo dopoguerra, quando le quasi 30.000 bombe sganciate sulla città distrussero il 30% delle case, colpendone più o meno gravemente il 94%, gli edifici si stanno sopraelevando di altri due o tre piani in base a nuovi criteri edili antisismici. La città, che ospita oggi 202.100 abitanti, si estende su un impianto superiore ai 300 ettari, cioè sopra una superfìcie più che tripla di quella della città di fine secolo. Essa è straripata al di là del torrente Trapani, verso nord, raggiungendo e sorpassando largamente il torrente Giostra, ed espandendosi poi lungo la costa, in un’esile fascia, verso Ganzirri e il Faro; si è inoltrata con cunei compatti nelle vallecole che rompono gli ultimi sproni peloritani, a dispetto delle direttive del piano regolatore — come ha sottolineato recentemente R. Calandra — ma in particolare ha occupato tutto il tratto pianeggiante a sud del torrente Portalegni, per la maggior parte coperto e seguito dalla via Cannizzaro. Il viale San Martino, che ne forma l’asse, rappresenta oggi il centro commerciale della città, nel tratto posto tra il torrente Zaera e piazza Cairoli, con un sensibile allungamento verso la via Garibaldi: i più bei negozi, i cinematografi, i migliori caffè e le banche sono in gran parte qui riuniti e richiamano avventori da tutta la città e dai suoi numerosi villaggi vicini, esercitando una forte attrazione anche sugli abitanti dell’opposta sponda calabrese. Altri importanti nuclei funzionali sono i complessi universitari, il centro amministrativo imperniato sul municipio e addossato al duomo, la Villa Umberto, ampia zona a verde, sede della fiera annua, detta dell’agosto messinese. La città è attualmente tutta in fermento di costruzione : e i cosiddetti « villaggi » di baracche, ancora presenti nei recessi più interni delle vallette che si insinuano tra i colli incombenti, stanno gradualmente scomparendo, come nei quartieri Giostra, Gravitelli e Annunziata. Una notevole percentuale della monodopera cittadina risulta infatti addetta alle costruzioni: un buon 17% nel 1961. Ma Messina presenta ancora, in parte almeno, un volto agricolo: un altro 10% (ma il 15% nel 1951) è infatti occupato nei lavori rurali, nelle zone orticole, nelle aziende di fiori e negli agrumeti che si stendono specialmente a sud, verso Catania, ma anche a nord, verso il Faro. Molti contadini e agricoltori vivono tuttavia nei villaggi che fanno corona alla città, a Salvatore, a Pace e Sant’Agata a nord, a Scala, Camàro, Santo verso l’interno, a Contesse e Tre-mestieri a sud. Non molto numerosi sono invece gli addetti alle industrie (12.200 persone, appena un 17%): nei cantieri navali, in particolare, e ancora nei molini, nelle fabbriche di mobili ed in alcuni opifici di prodotti alimentari: di birra, o di essenze agrumarie. La città, invero, più ancora che una funzione industriale, ne ha una commerciale (13,2% della popolazione attiva) ed una amministrativa: in quest’ultima attività trova impiego circa il 20% della popolazione attiva, mentre un altro 9,5% è assorbito dai servizi. Il grande commercio, tuttavia, già molto fiorente, è stato in parte assorbito da Catania, e da un po’ di tempo tende a spostarsi anche verso Palermo, dove è attratto prepotentemente dalla presenza degli organi di governo regionali. Nonostante queste difficoltà, Messina riesce a mantenersi abbastanza vivace; e il forte aumento demografico dell’ultimo decennio (circa 34.000 persone) dovuto solo in parte al movimento naturale, cioè all’eccedenza delle nascite sulle morti, sta a testimoniare una sua forte azione di richiamo sulle contrade vicine, in genere depresse, della sua provincia come di quella di Reggio Calabria. In un certo senso, infatti, Messina guarda più allo Stretto che al resto della Sicilia: per un processo naturale, cioè, i suoi rapporti sono più forti con la sponda opposta, ad esempio, che non con Catania. A distanza di molti secoli, pertanto, si assiste alla formazione su altre basi dell’antica unità umana dello Stretto, cioè all’enucleazione di quella che si presenta come la più recente delle conurbazioni italiane. La quale — come l’ha descritta qualche anno fa L. Gambi — « ha in Messina il suo nucleo più vitale, e si estende lungo la riva siciliana per circa diciotto chilometri e per circa quindici su quella della Calabria, ove include, oltre Reggio, il centro di smistamento ferroviario di Villa. Vi sono compresi poi altri dieci centri minori sul lato siciliano e altri otto su quello della Calabria. La frangia suburbana della conurbazione incorpora infine — sulle pendici dei monti che chiudono a levante e a ponente lo Stretto — una trentina di centri minori. Perciò nei riguardi della conurbazione lo Stretto oggi non è un braccio di mare ma un fiume, le cui coste sono ricoperte da centri: fra la catena dei centri siciliani, come fra i centri lungo la opposta riva di Calabria, non vi è soluzione topografica di continuità e tra le due sequenze di centri che fasciano ambo le coste i rapporti sono tenuti strettissimi dal traffico dei ferry-boats (una cinquantina di corse al giorno, in ciascuna direzione) che non ha interruzione neanche di notte — per cui lo specchio marino dello Stretto è in continuità « abitato » — e dai servizi dei recentissimi aliscafi che uniscono in quindici minuti di tempo, con più di venti corse al giorno per ciascuna direzione, Messina e Reggio. I ferry-boats che si muovono tra i porti di Messina, di Villa e di Reggio, servono in realtà ai transiti dei convogli ferroviari provenienti da o destinati a regioni del centro e del nord d’Italia (un transito di 160.000 carrozze ferroviarie ogni anno, in ciascuna direzione): ma fungono pure da battelli lacustri per persone, per merci in traffico locale e per trasferimento di auto-veicoli. Giornalmente i ferry-boats portano una media di 15.000 persone locali e gli aliscafi una media di un migliaio di persone: intorno a 16.000 unità in media (per 3/5 almeno studenti e commercianti) si può calcolare quindi l’interscambio di persone al giorno, solo tra le coste dello Stretto ». E queste persone sono richiamate dalla Calabria dai moderni negozi messinesi, dai suoi mercati, dai cinematografi, e in modo assai vivace dall’Università e da alcuni istituti superiori legati alla vita di mare. Se il richiamo di Messina è così forte sull’opposta sponda calabrese, esso appare anche più pressante — ed è ovvio — su tutta la regione peloritana, cioè su quel lembo cuneiforme della Sicilia nordorientale che dallo Stretto si va allargando, sul Tirreno e sullo Ionio, rispettivamente verso Palermo e verso Catania. Ma da una parte — sullo Ionio — e dall’altra — sul versante tirrenico dei Peloritani — Catania e Milazzo con Barcellona Pozzo di Gotto contengono almeno in alcuni settori (e specialmente nel commercio al minuto) le capacità di attrazione delle funzioni urbane di Messina.

    Catania: particolare del portale della chiesa del Santo Carcere, di stile gotico (sec. XIII), qui ricomposto nella seconda metà del Settecento, proveniente dalla facciata del Duomo.

    L’impianto urbano di Messina.

    Rete urbana e organizzazione territoriale: due realtà condizionate dallo sviluppo economico

    Se si considera il fatto urbano in Sicilia nelle sue linee generali e nei suoi caratteri specifici, risulta in modo chiaro e inequivocabile — come la lunga descrizione appena delineata tende a sottolineare — che la maggior parte delle città siciliane si configura ancora su di un piano affatto moderno: se si tralasciano le maggiori glomera-zioni del litorale ionico e Palermo, tutti gli altri insediamenti di tipo urbano mostrano soltanto alcune forme e alcune funzioni di vita prettamente cittadina: in complesso, però, risultano pressoché privi di una reale forza di attrazione sulle regioni intorno, che non riescono ad organizzare e a ravvivare, e come oppressi all’opposto dal peso che la stessa campagna esercita su di loro con le vecchie e anacronistiche sue strutture economico-sociali. E piuttosto la campagna ad esprimere, a formare e a dar ragione di questi insediamenti: nei quali gran parte delle ricchezze della campagna va a confluire e a perdersi, piuttosto che a costituire il germe di altre attività economiche e la base di un reinvestimento nelle stesse campagne sotto forma di introduzione di tecniche moderne di utilizzazione della terra e di miglioramento e di intensificazione di tutte quelle opere (o infrastrutture) che son necessarie e indispensabili — come le strade, la rete elettrica, la ricerca delle acque, o il loro trattenimento in bacini di raccolta e la loro successiva derivazione in reti irrigue opportunamente tracciate — per un loro concreto e moderno sviluppo. Le città siciliane, dunque, non intervengono che in trascurabile misura a dirigere e a indirizzare la vita delle campagne. Sono invece città in un certo senso « passive », incapaci persino di accoppiare al loro sviluppo demografico un adeguato sviluppo economico. Per questi motivi, soprattutto, non si può ancora parlare dell’esistenza, in Sicilia, di aree di influenza urbane ben definite: questa influenza — se considerata, come dovrebbe essere, nei suoi caratteri di forza viva, e sempre presente ed operante — assai spesso si risolve nell’ambito di un territorio molto ristretto, e ben presto si spegne lasciando sussistere larghissime zone d’ombra, che vivono al di fuori, quasi, di una qualsiasi forma o tipo di attrazione di una qualsiasi città. Queste zone d’ombra sono presenti anche sui litorali, su quello tirrenico e ancor più su quello africano; ma nell’interno queste zone d’ombra diventano addirittura plaghe estesissime e appaiono punteggiate soltanto da medie e grosse borgate di tipo e funzione prevalentemente rurali: all’indecisione del rilievo che tutto par uniformare ma che tutto invece divide in una singolare ricchezza di cellule indipendenti, corrisponde la vaghezza o meglio la mancanza di caratteri personali degli insediamenti urbani, l’omogeneità delle loro elementari e dimesse funzioni — che son soprattutto agricole, o al più artigianali — che le chiudono quasi come entro compartimenti stagni, pressoché impermeabili tra di loro. E solo per qualche funzione — di carattere amministrativo-politico, o scolastico — l’attrazione di queste medie e grosse borgate si fa sentire su un più largo orizzonte, ma in forma assai epidermica, e non tale comunque da investire i più profondi rapporti tra città e campagna: e questo è vero, entro certi limiti almeno, anche per Caltanissetta e Ragusa, che tra gli insediamenti interni sono i più vivi e i più dotati di personalità.

    Questa deficienza della città siciliana (e in genere di quella meridionale) rispetto alla città settentrionale (e in genere della città moderna, o modernamente intesa) dipende strettamente dalle medioevali strutture economiche dell’isola, che lunghi secoli di colonialismo e sfruttamento han contribuito a perpetuare e a fissare entro rigidi schemi che han resistito fin entro l’Ottocento, e che della città han fatto il luogo di residenza delle classi baronali e poi dei borghesi agrari assenteisti e redditieri e anche di un artigianato che a quelle classi soprattutto e in minor misura ai più larghi strati della popolazione agricola — predominanti sul piano quantitativo — doveva servire ed in effetti serviva: proprio come nelle attuali città dei paesi in via di sviluppo. Dall’Ottocento in qua molto è cambiato, e le città si sono rafforzate e rinvigorite nelle loro funzioni più spiccatamente cittadine, e ne han create di nuove mai prima espletate. Ma con una intensità ancora insufficiente: sia lungo i litorali, dove i rapporti con l’esterno, almeno per via di mare, sono assai più facili, sia nell’interno. E ciò è dipeso in prevalenza dalle deficienti condizioni della rete stradale, che non permette di mettere in comunicazione rapida e facile i centri più vitali dell’isola con le glomerazioni umane più importanti demograficamente, ma ancora attardate economicamente: deficienza di strade, che significa ritardo di penetrazione di tecniche nuove, di capitali da investire, di industrie da impiantare. L’isolamento, più delle cattive condizioni di clima e di suolo, è responsabile dell’arretratezza economica e dei non significativi e non apprezzabili miglioramenti intervenuti nelle zone interne dell’isola, e anche di tutta la sua fronte africana: le linee più veloci — sia stradali che ferroviarie: ma ancora insufficienti per le necessità della vita moderna — si limitano ancora soltanto al litorale tirrenico e a quello ionico: e qui si trovano, in effetti, le sole, vere città della Sicilia.

    Messina: veduta del settore centrale della città e del bellissimo suo seno portuale, dalle propaggini dei Peloritani incombenti. Sullo sfondo la Calabria, al di là dello Stretto.

    Gli sviluppi più rimarchevoli della Sicilia, negli anni del dopoguerra, hanno interessato in modo particolare le coste orientali, dove il processo di sviluppo industriale, poggiandosi su Siracusa e su Catania, tende a formare un asse di sviluppo a orientamento meridiano, che rappresenterà, dilatandosi ulteriormente, la spina dorsale di tutta la Sicilia ionica. Se gli sviluppi dovessero fermarsi qui, la contrapposizione tra Sicilia orientale e Sicilia centro-occidentale si farebbe ancor più rimarcata, e la divisione più netta, e motivo di notevoli perturbazioni nella vita economica e sociale dell’isola. Al di fuori di questa fascia ionica o orientale, qualche polo di sviluppo si va enucleando e rafforzando da qualche lustro, è vero, anche a Gela e a Porto Empédocle sul litorale africano, e a Palermo e a Milazzo su quello tirrenico. Ma si tratta ancora di poli periferici, marginali, marittimi, di limitata forza, che lasciano tuttora invecchiata nei suoi tradizionali e antiquati e passivi schemi gran parte dell’isola. Per richiamare e legare tutta la regione entro le maglie di una vita veramente moderna, occorre quindi procedere su vie nuove : da tempo se ne è indicata e prospettata la soluzione nella più completa articolazione delle funzioni urbane, non solo dei vecchi capoluoghi amministrativi privi di ogni vitalità, ma anche di un certo numero di « città contadine » : e questa articolazione la si può raggiungere soltanto attraverso un processo di sviluppo industriale, non indifferenziato, cioè tale da interessare tutti o quasi tutti i grossi centri abitati; ma pianificato, nel senso che si deve porre e risolvere un problema di localizzazioni industriali, cioè di scelte, le quali debbono portare — per usare le parole di F. Compagna — ad « una diffusione ed uno sviluppo dei centri medi, come cellule fondamentali di un più ricco tessuto connettivo tra campagna e metropoli, come fattori attivi di una efficace industrializzazione dell’agricoltura e di un organico decentramento industriale ». Occorre cioè creare quello di cui la Sicilia manca ancora, e che da tempo è presente in ogni regione sviluppata: una moderna rete urbana, legata ad una efficiente rete stradale, e costituita da centri urbani di diverso grado, i più piccoli organizzati e diretti da quelli di grado superiore, in modo da legare tutto il territorio entro una maglia vitale di interessi coordinati e interdipendenti. La rete stradale deve formare il sistema circolatorio di tutto il processo economico regionale, e non deve pertanto fermarsi alle fasce esterne o marginali dell’isola, per non isterilire o lasciare anemiche le regioni interne: vie trasversali debbono essere aggiunte a quelle longitudinali — e l’autostrada Catania-Palermo sarà di gran momento per ravvivare l’economia delle plaghe interne lungo questa direttrice — in modo da creare nuovi assi di sviluppo, di tipo lineare, che s’addentrino anche nell’interno favorendo la penetrazione di nuovi processi produttivi e di moderne forme di vita urbana. Questi assi debbono appoggiarsi evidentemente a poli di sviluppo in precedenza organizzati: un asse, già discretamente individuato, ha come perni Porto Empédocle e Tèrmini Imerese, e si sviluppa lungo la media valle del Plàtani, in una regione ricca di giacimenti minerari, e le valli del Torto e del San Leonardo. Un secondo asse potrebbe invece essere costituito da Licata-Caltanissetta, dal mare africano fino ad un punto di congiungimento con la già decisa, ma appena iniziata, autostrada interna, un poco più a nord del capoluogo nisseno. E infine un terzo asse dovrebbe legare Gela a Catania, attraverso Caltagirone, ed un quarto dovrebbe ravvivare le strutture economiche dell’estremo settore occidentale dell’isola secondo un andamento non ancora chiaramente individuabile per la mancanza di punti di appoggio, o poli di sviluppo, già discretamente evidenti: ma che potrebbe forse imperniarsi su Sciacca, Corleone, Palermo, secondo una direttrice che dovrebbe incrociare a Corleone una possibile autostrada di legamento tra quella centrale e Trapani.

    Messina: la fontana di Orione, meravigliosa opera del Montorsoli (1547), nella piazza del Duomo.

    Messina: il Duomo, ricostruito varie volte in seguito alle distruzioni provocate dai terremoti — specie da quelli del 1683, 1783 e soprattutto del 1908 — ha tuttavia conservato i tratti fondamentali della sua struttura medioevale. Qui, l’originale portale gotico centrale (sec. XV), e uno scorcio del campanile, noto soprattutto per il grande orologio meccanico.

    La rete urbana della Sicilia (in base alla gravitazione dei servizi automobilistici giornalieri di linea).

    Messina: veduta di Pace, uno dei « villaggi » messinesi disposti a catena lungo la costa verso Punta del Faro, centro di pescatori, ma ormai integrato al pari degli altri alla vita cittadina.

    La rivitalizzazione, mediante l’insorgenza e lo sviluppo di attività industriali, di centri dislocati in differenti punti opportunamente scelti, demograficamente robusti ma funzionalmente ancora molto elementari, creerebbe i punti di appoggio fondamentali per la diffusione di nuove forme di vita e di una moderna struttura economica in tutto il territorio siciliano, e porrebbe le basi per la formazione di una rete urbana necessaria all’equilibrato sviluppo di ogni parte dell’isola. E come la politica di industrializzazione non deve essere generalizzata nel senso di soddisfare le richieste di tutte le « città contadine » — che in parte dovranno essere sfollate non tanto per ridistribuire la popolazione nella campagna aperta quanto per convogliarla in istituendi centri nuovi ma vitali, con forte vita associativa: come ha indicato N. Mazzocchi Alemanni — ma deve ubbidire a certe scelte suggerite da un accurato studio delle possibilità ancora latenti nell’ambito di una pianificazione territoriale armonica e realistica; così la rete urbana non deve essere concepita come una costruzione astratta, come un modello altamente gerarchizzato, secondo le linee di uno schema che possono ritrovarsi nella realtà — ma in parte, e poche volte del resto — soltanto in aree molto omogenee fisicamente come una grande pianura, ma deve essere per contro considerata e studiata con maggior elasticità e libertà da ogni formula preconcetta (anche se ammantata di erudizione) e in maniera aderente alla forte compartimentazione fisica regionale della Sicilia (che entro certi limiti condiziona evidentemente l’enucleazione di regioni umane ben delineate e armoniose) e senza gran riguardo dei limiti amministrativi, specie di quelli provinciali, delineati in modo spesso così strano — né più giustificabili oggi — da dividere tra di loro regioni omogenee o che si adattano ad un unitario sviluppo, e da unire all’opposto città così lontane l’una dall’altra, che possono benissimo costituire (e già in parte costituiscono) ed anzi necessariamente debbono essere scelte come i fulcri di una loro piccola regione urbana: tipico al riguardo è il caso di Caltanissetta e di Gela. Occorre ancora ricordare, infine, che quando si parla di una rete urbana nell’ambito di una regione, di norma si postula la necessità, o almeno si pensa alla presenza di una città che possa far da guida, da testa, a tutta l’organizzazione urbana regionale: si pensa cioè alla possibilità di enucleazione di una metropoli regionale, che entro certi limiti — che sono poi i limiti della libertà degli sviluppi locali pur nell’armonia dello sviluppo complessivo regionale — coordini tutta la vita della regione, e funga da perno dell’organizzazione di tutto il territorio considerato. Per la Sicilia, così compartimentata fisicamente, e che sempre — nella sua storia — ha avuto non uno ma più poli vitali e pressoché indipendenti di organizzazione spaziale (con la sola eccezione della supremazia politica palermitana, non sempre comunque esercitata, né mai con perentorietà), l’enucleazione di una metropoli regionale appare impensabile e irrealizzabile, non tanto sul piano politico quanto invece su quello economico. La mancanza di naturale convergenza fra le varie parti della regione, la loro indipendenza anzi, portano al contrario a prospettare l’opportunità di una organizzazione policentrica, della enucleazione e coesistenza di più centri d’impulso, che potrebbero essere Catania, Messina e Siracusa nella Sicilia orientale, Gela ed Agrigento-Porto Empedocle sul litorale africano, Palermo e Trapani nella Sicilia occidentale, Caltanissetta e magari Corleone nella Sicilia interna. La pianificazione deve infatti organizzare un territorio e potenziarne le possibilità produttive abbattendo gli ostacoli opposti da strutture antiquate e non più adatte allo sviluppo, ma deve nel contempo, tenendosi su un terreno concreto, ricercare ed individuare le tendenze evidenti o nascoste che l’ambiente — con i suoi punti di appoggio naturali ed umani — presenta, ed usarle strumentalmente ai fini di una armonica e vitale organizzazione dello spazio. Non si dovrebbe pertanto pensare, per quanto concerne la Sicilia, di concentrare in una sola città — Palermo — le molli di tutta l’organizzazione territoriale dell’isola, trasformandola o meglio tentando di trasformarla in una metropoli regionale, con funzioni che poi non potrebbe espletare in modo efficace; ma si tratta invece di potenziare un certo numero di città, di renderle più cospicue e soprattutto più dinamiche e vitali, in modo che possano fungere — subordinatamente alla funzione politica e in parte anche finanziaria, già espletata da Palermo — come i fulcri fondamentali dello sviluppo economico e dell’organizzazione territoriale dell’isola.