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L’economia rurale: irrigazione,bonifica e pesca

    L’economia rurale

    Premessa

    Il settore fondamentale dell’economia emiliana-romagnola è quello rurale, che occupa direttamente oltre la metà della popolazione attiva (51,2% nel 1951). Anzi alla base è la vera e propria agricoltura.

    Anche nella zona di montagna, dove la « vocazione » prevalente dei terreni dovrebbe essere per l’economia silvo-pastorale, la popolazione non trova nello sfruttamento del bosco e del pascolo più che un complemento alle pur magre risorse offerte dalla sua attività agricola. Alla quale, in questa zona, è dedicato quasi il 30% (29,41) della superfìcie territoriale contro il 40% (40,16) di superfìcie boscata e 23,7% di pascoli e « incolto produttivo ».

    Che il fondamento deireconomia regionale sia l’agricoltura non è contraddetto nè dalla composizione del reddito prodotto in regione, nè dalla crescente partecipazione deH’industria.

    Secondo il noto calcolo del Tagliacarne sul reddito prodotto nelle province e regioni d’Italia dall’agricoltura e foreste è provenuto nel 1958, in Emilia, il 29,7% contro il 54% dell’industria, commercio, credito e trasporti, il 10% della pubblica amministrazione e il 6,2% di altri settori (pesca, fabbricati, professioni libere, servizi).

    Nella composizione la parte dell’agricoltura è diminuita, per es., dal 1952 quando essa costituiva il 37,7% del totale reddito prodotto in regione, contro il 47,5% dell’industria, commercio e trasporti e 9,5 dell’amministrazione e 5,3 degli altri settori.

    Ma deve essere tenuto presente che una parte considerevole di queste stesse attività secondarie e terziarie si fonda sui prodotti dell’agricoltura, così nell’industria come nel commercio e nei trasporti, e che i redditi dell’agricoltura in larga misura si riversano in forma di consumi, di imposizioni fiscali e di investimenti sulle stesse e sulle altre attività.

    L’evoluzione dell’economia rurale in montagna

    Per intendere i caratteri attuali dell’economia rurale, nelle sue luci e nelle sue ombre, convien risalirne la storia.

    Una storia che si differenzia negli ambienti fondamentali delle quattro zone, ma anzitutto in contrapposizione più netta fra montagna e pianura.

    Quella della montagna può essere riassunta in breve e caratterizzata da fasi più che da episodi.

    È la storia di una continua penetrazione del l’uomo e di spogliazione del patrimonio boschivo con fasi più o meno lente o rapide, più o meno lunghe o brevi, interrotte soltanto a tratti da qualche fase di ricostituzione, discontinua nel tempo e nello spazio fino ai nostri giorni.

    Incidenza della superficie coltivabile su quella territoriale.

    Ripartizione del suolo nella regione e nelle zone.

    • A,    seminativo semplice;
    • B,    seminativo arborato;
    • C,    prato e pascolo;
    • D,    culture legnose specializzate;
    • E,    boschi e castagneti ;
    • F,    incolto produttivo;
    • G,    improduttivo.

    La montagna sovrastante all’orlo della bassa collina e ai fondivalle era nell’antichità indubbiamente ammantata di bosco: non dappertutto certo uniforme ed egualmente rigoglioso, chè — a prescindere dagli sterili e dai tappeti erbosi oltre il limite altimetrico della vegetazione arborea — le ampie estensioni delle argille scagliose non possono aver sopportato anche allora molto più che una boscaglia rada e povera — quercioli e cespugli — nè le placche ruinose dei calanchi possono imputarsi all’uomo. Per il resto sembra indiscusso che abbia dominato ovunque il bosco di latifoglie nei tre strati del querceto, del castagneto e della faggeta. Forse all’intervento umano è dovuta una diffusione del castagneto e certo la sua educazione.

    L’uomo, indirizzato dai fondivalle a penetrare e risalire la montagna, vi si è presentato in antichissimo tempo probabilmente come cacciatore, ma certo ben presto piuttosto come pastore. Ed è come pastore che ha cercato d’insediarsi sul posto, quindi di sfruttare il bosco per i suoi immediati bisogni (legna da ardere e da costruzione) e di coltivare la terra.

    Le invasioni (l’etrusca, la gallica, la romana e poi le barbariche) hanno sospinto nella montagna nuovi fiotti di popolazione: i fuggiaschi, gli irriducibili, i ribelli. Soltanto lungo le grandi direttrici di attraversamento, nei fondivalle o piuttosto sulle pendici sovrincombenti ad essi, si sono stabiliti già in antico nuclei di popolazione agglomerata di qualche consistenza.

    Quando compaiono i Comuni rurali della montagna sono associazioni di pastori e, specialmente, di contadini.

    Ma a queste modeste e disseminate forze intruse la montagna ha resistito a lungo coi suoi boschi. Sono i periodi in cui fioriva l’economia dei centri pedemontani quelli che hanno determinato un più intenso sfruttamento del bosco. Ma forse ancor più che questo è stato l’incremento, per quanto graduale, della popolazione a determinare l’allargamento delle aree dissodate e coltivate e la crescente aggressione del bosco da parte degli animali allevati, la capra anzitutto.

    La degradazione del bosco è venuta a dare sempre più libero giuoco alle acque selvagge, alle loro devastazioni ed all’estensione delle superfici franose. Gli effetti se ne sono fatti sempre più sensibili, sì che già al principio dell’età moderna si può osservare la preoccupazione di Signorie e Principi avveduti rivolgersi ad opere di rimboschimento.

    Ma queste iniziative sono rimaste a lungo sporadiche, non coordinate, quindi con scarsi riflessi sulla generalità della trasformazione del paesaggio. Sulla quale hanno continuato a incidere l’irrazionale sfruttamento del bosco (con particolare gravità in periodi di crisi belliche o, all’incontro, di aumentata richiesta) e la crescente diffusione del dissodamento, con la messa in coltura — povera coltura — anche di suoli sempre meno adatti. Vi concorre il crescente frazionamento della superficie ricadente nelle proprietà private, dovuto anche semplicemente al susseguirsi delle divisioni per successione ereditaria. Sino a forme di vera e propria polverizzazione.

    In molti casi la massa della proprietà consisteva in origine di un tratto di terreno coltivabile, uno di pascolo e uno di bosco. Gli eredi tendono a conservare questa struttura aziendale e non quindi, se per esempio sono tre, uno d’essi riceve i coltivi, altro il bosco e altro il pascolo, ma ognuno dei tre pretende e ottiene un terzo dei tre terreni. Dove erano tre parcelle, diventano nove. E così via attraverso le susse-guentisi successioni. La mappa catastale diventa un mosaico di piccole e piccolissime parcelle di diversa proprietà incastrate le une nelle altre, senza che l’unione di tre o quattro o dieci di esse nelle mani di un unico proprietario, separate e discontinue come sono, venga a costituire una unità aziendale vitale, per la difficoltà che le distanze frappongono al lavoro e per l’esiguità dei redditi.

    Iniziative per una ricomposizione delle unità aziendali sono state più volte prese negli ultimi tempi (fin dal principio del secolo) e tuttora se ne studiano e se ne promuovono, ma fino ad oggi con scarsissimi risultati.

    Tuttavia dai primi decenni dell’attuale secolo, e specialmente in quest’ultimo, la situazione va mutando per il concorso di altri fattori che diremmo attivi e passivi.

    Fattori attivi consideriamo l’opera di rimboschimento, la regolamentazione e sorveglianza del taglio dei boschi, i lavori d’imbrigliamento e regolazione dei corsi d’acqua, la costruzione di strade.

    Possiamo configurarci come fattori passivi la diminuzione del numero delle pecore e specialmente delle capre, l’abbandono delle dimore più inospiti e dei coltivi che ad esse facevano capo, e persino l’esodo degli uomini validi. Per quanto presentino i loro aspetti dolorosi, codesti fattori obiettivamente recano un apporto allatrasfor-mazione dell’ambiente in senso più consono a quello voluto dalla natura e, in ultima analisi, per l’economia generale del Paese, più razionale e proficuo.

    Il bosco lentamente si espande, le unità aziendali che lentamente si ricostruiscono (di enti e privati) sono più vitali, i coltivi poveri si contraggono e vengono sostituiti con le foraggere e con un allevamento bovino più razionale, le acque regolate diventano benefiche (per l’irrigazione, per l’alimentazione idrica, per la fornitura di forza motrice ed energia), le strade non servono soltanto ad agevolare l’esodo dei montanari, ma a far compenetrare l’economia della montagna in quella complessa del Paese con scambi più vivaci e con gli apporti, non certo trascurabili, del turismo.

    Infine un alleggerimento della pressione demografica o meglio una più equilibrata distribuzione della popolazione e dei suoi insediamenti possono costituire la base di una non illusoria « resurrezione della montagna » in se stessa e nel suo coordinamento con lo sviluppo economico e sociale del Paese.

    Le bonifiche

    Altra la storia della pianura. Quella di un paese — grazie a Dio — non è tutta e soltanto una storia di guerre e rivoluzioni.

    Anche noi nel rivolgere uno sguardo a quella dell’Emilia-Romagna ci siamo soffermati sugli avvenimenti così detti « politici » per eccellenza : le conquiste, la formazione di stati, le lotte fra loro, le guerre, le battaglie, le risse di fazione. Una storia che gronda sangue, anche se lampeggia di splendori. Una storia ricca di nomi di condottieri, di prìncipi, di martiri e di eroi, ma anche di ribaldi.

    Pure la più vera e la più nobile storia della regione è quella, quasi anonima, della conquista che l’uomo vi ha operato sulla natura nel piano, rendendolo abitabile, coltivabile, fecondo.

    Dal fronte dei conoidi pedemontani ai lidi costieri, la pianura si presentava e si presenta lievissimamente ondulata. I corsi d’acqua divagando con le loro piene hanno lasciato dossi alluvionali laterali con direzione generale grosso modo da sud-ovest a nordest o ad est; fra l’uno e l’altro rimanevano superfici più basse dove ristagnavano le acque piovane o quelle stesse recate dalle maggiori piene. Queste, per di più, rimaneggiavano ripetutamente gli stessi dossi, determinando deviazioni e abbandoni degli alvei primitivi ed escavazioni di nuovi, non senza variare le stesse confluenze.

    D’altra parte i lidi costieri seguivano l’evoluzione delle formazioni deltizie, variando l’estensione e la forma degli specchi d’acqua lagunari in cui più spesso si constatava l’arresto che non l’attraversamento dei corsi d’acqua salvo che, appunto, in occasione di piene eccezionali che arrivassero a superarli.

    Lento, discontinuo, variato nel tempo e nello spazio il processo naturale di allu-vionamento tendeva a inalzare, eguagliare, rassodare la pianura. Ma troppo lento e instabile per le esigenze della vita umana e delle attività agricole sulle quali essa propendeva sempre più esclusivamente a fondarsi.

    Zone redente dall’agricoltura nell’ultimo secolo.

    L’opera di bonifica, intesa essenzialmente a stabilizzare le superfici emergenti, a costringere in alvei definiti il deflusso dei torrenti, a regolare lo scolo delle acque di supero delle piene e di quelle giacenti, ha avuto inizio nell’alta pianura a ridosso della striscia pedemontana in età lontanissime. Si parla degli Etruschi e perfino degli anteriori palafitticoli e terramaricoli.

    E da questa zona è mossa a restringere sempre più verso oriente e verso nordest l’area dell’alluvionamento sregolato spontaneo, delle paludi e acquitrini, delle « valli » lagunari.

    E tutta una serie di opere raramente databili e precisabili, e peraltro generalmente discontinue, limitate ciascuna su breve estensione, non coordinate, per cui in non pochi casi si sono rivelate effimere (concorrendovi probabilmente anche variazioni climatiche, variazioni del livello del mare, processi di costipamento, ecc.).

    Pochi i nomi che si possono riferire, come quello, per es., di Emilio Scauro, di cui si ricordano tentativi di bonifica nella zona di foce Enza (circa 114 a. C.), ma innumeri gli anonimi interventi per la canalizzazione delle acque di scolo, special-mente là dove giunse la centuriazione delle terre.

    Queste opere subirono enormi danni nel Medio Evo barbarico. Però già nei secoli IX-X si notano i nuovi tentativi di bonifica, compiuti dai Monasteri benedettini, nelle vaste terre venute in loro possesso, come, per es., le Abbazie di Bobbio, Nonantola, Pomposa, Santa Maria in Regola (Imola), ecc.

    Poi vennero, più complesse, le iniziative di Comuni, di Signorie, dello stesso Papato sul basso corso del Lamone, del Montone, del Santerno, dell’Enza, del Crostolo…

    La più cospicua, anche perchè perseguita con maggiore continuità, è stata l’attività degli Estensi: così nel Ferrarese (dove fu iniziata nel 1564 e dove, nel 1580, si costituì uno dei più antichi consorzi nella storia delle bonifiche, il Conservatorio della bonificazione), come nel Reggiano, dove nel 1567 fu iniziata la bonifica « Bentivoglio » del territorio fra l’Enza e il Cròstolo. Purtroppo queste opere, per motivi politici e finanziari, furono poi abbandonate, quindi quasi completamente obliterate.

    Maggiore diffusione ebbero quelle dedicate più semplicemente allo scolo delle acque, come è testimoniato dall’intreccio delle innumerevoli vertenze, che insorgevano fra le Comunità grandi e piccole e fra le autorità comunali, signorili, feudali che le rappresentavano.

    La prima documentazione statistica delle aree bonificate e da bonificare risale al 1835 e riguarda la Legazione di Ferrara (uno dei primi censimenti agricoli della storia). Il territorio era allora di 232.219 ettari, non comprendendo (in confronto airodierna provincia) Cento, Poggiorenatico, Sant’Agostino e Vigarano.

    Di questa superficie il 37,9% (88.017 ettari) era occupato dalle valli, distinte in valli salse da pesca e valli dolci da canna rispettivamente per poco più e poco meno della metà (45.161-42.856 ettari). Ancora il 14,2% era occupato da prati naturali più o meno acquitrinosi (32.927 ettari) e 14,1% da pascoli nudi (28.850 ettari) e boschi (3.931 ettari).

    I coltivi si riducevano al 33,2% (58.312 ettari di seminativi arborati, 16.782 di nudi, 1969 di orti e frutteti). Il resto (0,6%) era occupato da abitati e strade.

    Trent’anni dopo, l’inchiesta, di cui fu relatore il marchese R. Pareto, dava presente nell’intera Emilia-Romagna una superficie coperta di acque di 52.843 ettari, di cui oltre 49.000 nel Ferrarese, 2494 nel Bolognese e 703 nel Ravennate, cifra questa da considerarsi inferiore al vero perchè avrebbe dovuto comprendere le piallasse (almeno 2500 ettari). Accanto a questa era una superficie delle paludi di 187.205 ettari (di cui 87.000 nel Ferrarese, 58.000 nel basso Modenese, 25.000 nel Bolognese e 15.000 nel Ravennate).

    E vero che già allora si davano, entro queste ultime superfici, 62.000 ettari bonificati e 29.000 in corso di bonifica. Ma si trattava non tanto di bonifiche attuate, quanto di tentativi di bonifica eseguiti da privati o da consorzi attraverso difficoltà tecniche, che allora non erano superabili perchè appena agli inizi l’applicazione dei mezzi meccanici per il sollevamento delle acque.

    Sicché, in cifra tonda, poteva dirsi che all’indomani dell’Unità si riscontravano in Emilia circa 250.000 ettari bisognosi di bonifica idraulica: un terzo, cioè, approssimativamente, della pianura compresa fra la zona pedemontana, il Po ed il mare.

    Dopo l’inchiesta Pareto del 1865 nuove iniziative si svilupparono, fra le quali particolarmente notevole quella della Grande Bonificazione ferrarese (1872).

    Ma il provvedimento che diede l’avvio all’opera di bonifica in grande stile fu la legge del 25 giugno 1882, che consegna a fama imperitura il nome del ministro Alfredo Baccarini, di Russi (1826-90), in forza della quale si creavano o riordinavano i Consorzi di bonifica, rendendoli obbligatori, e se ne delimitavano i comprensori.

    Nuovo impulso e riordinamento venne poi dato con la legge del 13 febbraio 1933, detta anche Legge Serpieri dal nome dello studioso bolognese che ne fu promotore e, sostanzialmente, come Ministro, autore.

    Essa veniva a tradurre in atto il principio della « bonifica integrale », inquadrandovi anche la « bonifica » ossia la regolazione « dei bacini montani ».

    In applicazione di questa legge vari comprensori venivano allargati a comprendere i bacini montani sovrastanti, come quello della Grande Bonifica renana, o creati ex novo come quelli di Brisighella e della bassa e media collina forlivese in Romagna, e, dall’altra parte, nei Ducati, i bacini montani di Marano sul Panaro, del Parma, della vai d’Arda e della vai Tidone, ecc.

    Bonifica ferrarese: il canale collettore Acque Alte.

    Bonifica ferrarese: stabilimento idrovoro di Codigoro.

    In pari tempo si estendevano gli interventi bonificatori nella bassa ravennate e ferrarese, sino al decreto del 1942 che predisponeva la bonifica anche della maggior valle comacchiese, quella di Mezzano (oltre 36.000 ettari) soltanto ora effettivamente iniziata.

    In complesso (fatto il punto nel 1950) a 512.883 ettari ammonta la superficie ricadente nei comprensori di bonifica montana, a 805.479 quella dei comprensori di bonifica idraulica e a 86.292, infine, quella racchiusa nei perimetri di consorzi di scolo. In totale a quella data quasi i due terzi (64%) della totale superficie della regione erano soggetti all’opera o al controllo degli Enti di bonifica.

    I Consorzi oggi sono trentacinque, fra grandi e piccoli. Avremo occasione di indicarli in modo più dettagliato nei capitoli descrittivi delle varie subregioni.

    La situazione, sempre al punto fatto nel 1950, risultava tale che le superfici ancora sommerse o periodicamente inondate o con gravi sofferenze di scolo erano ridotte a poco più di 58.000 ettari, di cui 40.000 nel Ferrarese (valli di Comacchio e del Volano, valli basse, ecc.), 5760 nel Bolognese (Cassa di colmata Idice-Qua-derna e superficie danneggiata da alluvioni in sinistra del Lavino), 12.270 nel Ravennate (comprensorio del Consorzio della bassa pianura ravennate 8500 ettari; Cassa di colmata del Lamone e Bonifica Bevanella: ettari 3770).

    Dal 1865 o, piuttosto, dal 1882 al 1950 circa 200.000 ettari sono stati sottratti alle valli (dolci e salse) e alle paludi, e forse un’altrettanto vasta superfìcie allora occupata da prati stabili o pascoli stesi nelle terre basse intorno alle valli è stata trasformata in seminativo. In conclusione oltre 400.000 ettari sono stati redenti all’agricoltura con l’opera di bonifica, che ha in pari tempo assicurato un conveniente regime di scolo alla restante superficie (altri 400.000 ettari) racchiusa nei comprensori emiliani.

    L’irrigazione

    Ma non basta « prosciugare », sottrarre l’acqua dove si effonde o ristagna in eccesso. Occorre anche — per un’agricoltura feconda — darla nei luoghi e specialmente nei momenti opportuni. Il regime delle precipitazioni, per di più con le sue discontinuità di anno in anno, fa mancare o essere insufficiente l’acqua proprio in alcuni momenti nei quali il ciclo vegetativo delle piante coltivate ne ha particolare bisogno.

    Derivazioni dai corsi d’acqua per canali sono state praticate da quasi tutti quelli della regione nei secoli dal X al XIII, e in ogni caso però primariamente per uso industriale (molini) oppure per creare vie navigabili (navigli, canali navili) e secondariamente per irrigazione.

    Con l’andar dei secoli quest’ultimo impiego è venuto a svilupparsi e infine a prevalere.

    Ma ancora all’alba dell’Unità la già citata inchiesta Pareto del 1865 dava in tutta la regione — a parte i 16.000 ettari di risaia stabile — non più di 52.109 ettari irrigati, cifra inoltre da considerarsi ancora eccessivamente ottimistica.

    Di questi circa 7000 ettari derivavano l’acqua direttamente dai fiumi, 40.000 da canali e 5400 da sorgenti o fontanili.

    Nè migliorata era la situazione nel 1937, quando, secondo le accurate ricerche del Perdisa, le aree irrigate con acque superficiali non salivano oltre i 54.244 ettari. In più si accertavano in 18.800 ettari le aree irrigate con acque del sottosuolo, «i famosi pozzi ascendenti che noi chiamiamo artesiani, sebbene siano qui (nel Modenese) conosciuti tanto anticamente che nell’Artois », come si esprimeva il Pareto settant’anni prima.

    Negli ultimi decenni questa situazione è stata profondamente modificata dalle iniziative consorziali che hanno reso possibile estendere l’irrigazione sia con la creazione di invasi di acque appenniniche (vai Tidone, vai d’Arda, ecc.), sia con la derivazione di acque dal Po su ampie zone del Reggiano, del Modenese e del Ferrarese, sia (esclusivamente nel Ravennate) con la creazione di invasi nei tratti terminali dei corsi d’acqua (tre chiuse mobili sul Ronco, sul Montone e sui Fiumi Uniti, oltre ad alcune minori sul Savio e sul Pisciatello).

    Diga e derivazione del Canale dei Molini d’Imola.

    Per quanto di modesta estensione unitaria anche le aree irrigate col trivellamento di nuovi pozzi artesiani, diffondendosi nel Bolognese e adiacente Romagna, e coi recentissimi laghetti collinari, che si fanno pur numerosi, hanno portato altri non trascurabili incrementi.

    Nel 1950 si calcolava già in 39.692 ettari l’area irrigata per sommersione e in 222.068 quella fruente di irrigazione di ristoro: in complesso 261.760 ettari. Si valutava inoltre in 160.000 ettari l’area, cui era imminente l’estensione del beneficio. Infine, tenendo presente anche la costruzione — oggi già iniziata — del canale Emiliano-Romagnolo derivante dal Po, le iniziative irrigue (attuate e previste) investono una superficie globale di oltre 560.000 ettari. Da confrontare coi 50.000 ettari, più o meno, che si potevano contare all’inizio di questo secolo.

    Il canale Emiliano-Romagnolo sarà opera veramente grandiosa. L’acqua viene tratta dal Po mediante lo stesso Cavo Napoleonico, a fondo orizzontale, sistemato ad attenuatore delle piene del Reno.

    La presa è al Palantone di Ferrara (a nord di Bondeno) e deriva una portata massima di 68,4 mc/sec. mediante sei elettropompe. Immessa nel cavo l’acqua scorrerà verso Sant’Agostino, dove comincia il canale vero e proprio. Sottopassato il fiume Reno in località Panfilia, una parte della portata (circa 19 mc/sec.) è immessa nel canale della Botte, che si svolge verso levante parallelo al Reno fin presso la foce d’Idice; l’altra parte maggiore (38,5 mc/sec.), sollevata fino a m. 18,60 sul mare con tre successivi impianti, scenderà con una pendenza media del 0,05 °/oo ad oriente, fin sotto Cesenatico. L’asta principale del canale avrà una lunghezza complessiva di 140 km. e dominerà, con le sue opere sussidiarie, impianti di sollevamento, ecc., una superficie di 225.000-300.000 ettari, con irrigazione effettiva di circa 150.000 ettari, cioè praticamente interesserà tutta la «pianura» bolognese e romagnola, oltre a qualche tratto limitrofo delle province di Modena e Ferrara.

    Canale Emiliano-Romagnolo

    E’ opportuno chiarire l’interesse dei due tipi d’irrigazione accennati poco sopra. L’irrigazione per sommersione è effettuata mediante una rete di canali dominanti, che porta l’acqua su terre circondate da arginelli e spianate in grandi « quadre » tenute a risaia avvicendata con altre colture (cereali, foraggi, bietole). Essa è particolarmente utile nelle terre di recente conquista, torbose, sabbiose e salate, che essa stessa tende a rendere « normali ».

    Con l’irrigazione di ristoro si cerca di mantenere alta la falda acquifera superficiale, immettendo acqua viva nella rete idraulica del comprensorio. Essa consente anche l’irrigazione di soccorso effettuata sollevando meccanicamente le acque irrigue dei canali per distribuirla sul campo alle colture più soggette all’aridità estiva, quali talune industriali e gli erbai primaverili-estivi.

    Notevole importanza e diffusione va assumendo l’irrigazione a pioggia, alla quale, in genere, sono ora dedicate le acque tratte dalle falde sotterranee (la stessa pompa serve per estrarre l’acqua e per sospingerla nei tubi di distribuzione), specie nell’alta e media pianura del Modenese e delle vicine province.

    Questa è la storia della conquista della terra all’agricoltura. Vediamo ora con quali coltivazioni questa « terra » è — come si dice espressiva-mente da noi — « investita » e che cosa, quindi, produce.

    Per quanto in questi ultimi anni si avverta la necessità di un ridimensionamento delle colture, quella fondamentale è ancor oggi la granaria.

    Grano, uva e stalla sono i tre pilastri classici dell’azienda agricola sulla massima parte della regione. Il grano che dà il pane quotidiano (e la « sfoglia » per la pasta da minestra), l’uva che dà il vino (e be’, dicono in Romagna: il bere per eccellenza), la stalla per il lavoro, il letame e il latte. Così, ripetiamo, nel quadro classico. Delle innovazioni recate nell’ultimo mezzo secolo si dirà di volta in volta.

    Nella media del quinquennio 1952-56 erano occupati dal «grano», cioè dal frumento, oltre 463.000 ettari, che fa il 31,5% della superficie coltivata (esclusi cioè boschi, pascoli e incolti produttivi) con una produzione di 13.212.220 quintali.

    Laghetto collinare nella collina modenese

    Un fontanile a sud della Via Emilia presso Castelfranco (fondo San Marco). Le ragazze si apprestano alla cura delle barbabietole.

    Si tratta quasi esclusivamente di frumento « tenero », impiegato nella massima parte per la panificazione e la confezione di paste non destinate alla conservazione e di pasticceria fresca. Il consumo locale è intenso, tuttavia resta qualche margine all’esportazione in altre regioni d’Italia (piazze principali Milano e Genova).

    Numerose sono le varietà di sementi impiegate, tentandosi con la selezione e la lavorazione di formarne di sempre più adatte ai vari tipi di terreno e d’ambiente. E tutta un’attività, da un lato di natura scientifica, da l’altro di natura industriale, che fiorisce nella regione.

    Rendimento assai vario. Nei limiti delle ripartizioni del Catasto agrario del 1929 massimo nella pianura bolognese, modenese e ferrarese (intorno a 35 q/ha. e più), minimo nella montagna reggiana (13,7 q/ha.), e forlivese (15,5 q/ha.). Comunque nella montagna in genere i valori non raggiungono i 18 q/ha. mentre nella pianura non si abbassano al di sotto dei 30 (eccezione nella provincia di Forlì: 26,7 q/ha.).

    I dati della collina hanno scarso significato, per la già vista varia composizione dei territori assegnati ad essa: variano dai 18,6 q/ha. della collina ravennate e forlivese ai 28 della collina bolognese (in cui figurano però gli interi Comuni di Bologna e Imola).

    La seconda coltura cerealicola per diffusione e importanza, è quella del mais (granoturco o «frumentone», nelle voci dialettali): quasi 80.000 ettari nel quinquennio 1952-56, in parte tuttavia come coltura consociata o intercalata nell’anno. La produzione è di oltre 2 milioni di quintali, con prevalenza nel Parmense, nel Modenese e nel Bolognese.

    Cereali minori sono l’orzo, l’avena, la segale. L’orzo è coltivato un po’ dappertutto in montagna, collina e pianura, come integrativo per l’alimentazione degli animali domestici. Nel quinquennio 1952-56 la produzione annua media è stata di 361.000 quintali. L’avena, con analoghi fini, è piuttosto presente in pianura, con 153.000 quintali di prodotto. La segale, limitata, pressapoco, alla montagna, raggiunge raramente, ormai, i 23.000 quintali.

    Fra i cereali minori, tali per estensione occupata, spicca il riso, assai più interessante dal punto di vista economico per quanto sia coltivato in una ristretta zona del Bolognese e Ferrarese, con limitatissima estensione nelle adiacenti province di Modena, Reggio e Ravenna. In tutto, nel quinquennio considerato, una media di poco più di 8000 ettari, con una produzione di 486.540 quintali (circa 61 q/ha.).

    Vasca per la macerazione della canapa.

    Accanto ai cereali, per la sua importanza neH’alimentazione umana e animale, si considera di solito la patata. Anch’essa occupa un’estensione non trascurabile (15.256 ha.) con una produzione di 2.326.860 quintali: media 152,5 q/ha.

    Primeggiano in essa le province che hanno maggiore estensione di collina e montagna, per quanto i più alti rendimenti siano in pianura (Ferrara 133.000 quintali su 645 ha.).

    Delle altre colture erbacee, prima di considerare le foraggere e le ortofrutticole, massimo interesse e caratteristicità nella regione presenta ora quella della barba-bietola da zucchero.

    Con crescente espansione, che in questi anni si cerca anzi di contenere, essa occupava nella media 1952-56 quasi 100.000 ettari, concentrati nelle province di Ferrara (42.850), Ravenna e Bologna con minori espansioni nelle province finitime. La produzione, indicata in quintali di bietole portate agli zuccherifici, toccava quasi i 33 milioni, di cui oltre 14 e mezzo nel Ferrarese, 6 nel Ravennate e quasi 5 nel Bolognese. Seguono Piacenza con oltre 3 milioni e Modena con 2. Con la barbabietola siamo venuti a considerare una « coltura industriale ».

    Raccolta del pomodoro nel Parmense.

    Sosta nella “spannocchiatura”, del granoturco sull’aia.



    Altra tipica della pianura bolognese e adiacenti del ferrarese e modenese era quella della canapa.

    Dai tempi della prima guerra mondiale è in continuo regresso. I motivi sono noti: da una parte, per certi usi, come tele da vele e da sacchi, cordami, ecc., la concorrenza di altre fibre esotiche (juta, la principale); d’altra parte, per usi più fini, quella del cotone e delle fibre artificiali. Concorrenze alle quali, tanto più sul mercato estero che una volta assorbiva gran parte del prodotto, la canapa nostrana, nonostante i suoi indubbi pregi, mal può reggere anzitutto per i suoi costi di produzione, relativamente elevati.

    La stessa media del quinquennio considerato ha scarso significato, perchè dai 28.059 ettari del 1952 si è scesi a 11.981 nel 1956, con una produzione decrescente da 398.600 quintali di tiglio a 167.610.

    Scarsissima diffusione ha poi, per chiudere con le colture industriali, il tabacco (circa 500 ha.).

    Delle colture orticole la più caratteristica e diffusa è quella del pomodoro, coltivato negli orti irrigui, ma anche a pieno campo nelle province di Parma e Piacenza, dove esso raggiunge la massima estensione e produzione. Nel quinquennio considerato la media è stata, nelle due province messe insieme, di 9190 ettari con quasi

    2 milioni e mezzo di quintali di prodotto. I totali della regione erano rispettivamente di *3-375 ettari con 3.357.000 quintali. E ancora crescente è stata negli anni successivi la diffusione nel Bolognese, nel Ferrarese, nel Ravennate, eccetera.

    Le colture legnose

    Il secondo pilastro dell’impresa agricola era dato dalla vite. Il podere completo era quello vitato. Nell’economia locale più generale contribuivano poi i vigneti specializzati col loro particolare ordinamento.

    Al Catasto agrario del 1929 risultavano, per tutta l’Emilia, 16.957 ettari a coltura specializzata (vigneti) e in più 1237 ettari in coltura promiscua con altre legnose specializzate e 691.530 con seminativi.

    I vigneti prevalevano nella zona di collina (9322 ettari), ridotti in montagna a 3700, in pianura a 3935. Quest’ultima, invece, riuniva oltre i due terzi dell’area occupata dalla vite in coltura promiscua: 475.112 ettari. Che sono più del 50% del territorio della pianura stessa.

    Questi valori hanno subito notevoli variazioni in quasi un trentennio seguito. Non è facile precisarle, in mancanza di dati analitici. Possiamo tuttavia tener conto del fatto che nel complesso dell’Italia settentrionale dal 1940 al 1947 risultano distrutte per l’infestione filosserica e altre cause il 15% delle colture specializzate e il io°0 almeno di quelle promiscue.

    I nuovi impianti hanno rimpiazzato ormai le distruzioni, però con notevoli spostamenti.

    I valori assoluti della montagna, entro le loro modeste proporzioni, non pare rivelino grandi variazioni, ma quelli relativi sono assai diminuiti. Nella collina, invece, il vigneto si è notevolmente contratto, mentre la coltura promiscua resta pressappoco stazionaria. In netto incremento invece la pianura sia per la ricostituzione della vite, sia per nuovi impianti, e ancor più nella coltura specializzata, che in quella promiscua. Una volta il vigneto in pianura era considerato una eccezione, quasi un controsenso. Ora invece lo si incontra con relativa frequenza, se pur sempre assai ridotta in confronto alla coltura promiscua in filari. Vi ha concorso anche il processo di frazionamento delle unità poderali e di costituzione della piccola proprietà coltivatrice « diretta ».

    Nel quinquennio che abbiamo preso a base delle nostre considerazioni, la produzione di uva è stata massima nel 1955 (oltre 8 milioni di quintali), minima nel 1956 (4.636.700), con una media di qualcosa superiore ai 6 milioni.

    Le stesse fluttuazioni, naturalmente, ha subito la produzione di vino: oltre 5 milioni di ettolitri nel 1955 e 2.760.000 nel 1956.

    Caratteristiche sono divenute negli ultimi decenni le colture frutticole, con la diffusione dei veri e propri frutteti.ù

    Pescheto nel Ferrarese

    Dati di superfìcie non è facile esporre che siano pienamente attendibili, perchè in larga parte concorrono alla produzione colture intercalate al seminativo, all’orto, ecc.

    La maggiore importanza ha il pescheto, con produzione tuttavia assai varia essendo particolarmente sensibile alle vicende meteorologiche. La media del quinquennio 1952-1956 è stata di quasi un milione di quintali, con un massimo di 1.480.300 nel 1955 e un minimo di 524.600 nel 1956.

    Prevale la provincia di Ravenna, dove se ne trova il centro tradizionale a Massalombarda (420.000 q. in media) ; seguono le province di Forlì (con Cesena), di Bologna (con Imola) e di Ferrara.

    Crescente diffusione ha il pometo. Nel quinquennio considerato la produzione di mele è salita dai 3 milioni e mezzo di quintali del 1952 ai 5 del 1956. Il contributo maggiore è dato dal Ferrarese (due terzi), seguito dal Modenese, dal Ravennate e dal Bolognese.

    Notevole estensione aveva raggiunto nell’interguerra il susino, la cui area è venuta poi restringendosi per difficoltà di mercato e per la diffusione di parassiti. La produzione si contiene intorno ai 300.000 quintali. Le sole province in cui si mantenga ragguardevole sono quelle di Modena (44%) e Ravenna (27%).

    Altri frutticoli sono diffusi o in diffusione, come l’albicocco, ed anche con particolari concentrazioni come il ciliegio, il cui centro caratteristico è Vignola, nel Modenese.

    Pascoli, prati e colture foraggere

    Di passaggio all’allevamento, che è altro fondamentale componente dell’economia rurale, consideriamo l’ampiezza delle colture foraggere.

    Al Catasto agrario del 1929 risultavano occupati da pascoli 106.031 ettari, prati-pascoli permanenti 18.269 ettari, prati permanenti 63.449 ettari: in totale 187.749 ettari. In più 625.405 ettari di colture foraggere in avvicendamento (497.742 in superficie integrante, 127.663 in ripetuta).

    L’ultimo Annuario statistico italiano riferisce per il 1957 le seguenti superfici: pascoli e prati-pascoli permanenti 93.100 ettari, prati permanenti 45.600 ettari, colture foraggere avvicendate 701.900 ettari.

    Pascoli e prati-pascoli risulterebbero dunque fortemente diminuiti: da 124.300 ettari (insieme) nel 1929 a 93.100 nel 1957. E anche i prati permanenti sarebbero diminuiti. Ciò può dipendere oltre che da un effettivo declassamento, anche da diversi criteri di rilevazione.

    Comunque, quella che è certa è la notevole espansione delle colture foraggere di campo, passata per lo meno da 625.000 ettari a quasi 702.000. E tuttora in aumento.

    Ovviamente, mentre pascoli e prati-pascoli sono distribuiti in prevalenza nella montagna e alta collina, ancor più forte è la prevalenza delle colture foraggere di campo in pianura, dove entrano nella rotazione normale coi cereali e altre piante ed è pronunciata la tendenza a continua espansione. E sono quelle che dànno almeno i tre quarti della produzione di tutta la regione.

    Questa è stata ragguagliata in complesso nella media 1952-56 a 43.600.000 quintali, anch’essa subendo notevoli variazioni in corrispondenza con le vicissitudini meteorologiche.

    Per province le produzioni più elevate si riscontrano nel Modenese (7.116.300 q. nella stessa media), nel Reggiano (6.656.240 q.), nel Bolognese (6.350.880 q.); le minime nel Ravennate (3.995.640 q.) e nel Ferrarese (3.931.960 q.).

    L’allevamento

    Il terzo pilastro dell’economia dell’azienda agraria classica nostrana abbiamo già detto è la « stalla ». Così era nell’economia classica, così è tuttora ed anzi con importanza crescente. Si indica infatti nell’incremento delle colture foraggere e del patrimonio zootecnico una delle vie essenziali, se non proprio quella principale, per il ridimensionamento strutturale dell’economia delle nostre campagne. E si tratta anche di volgere l’allevamento a fini diversi, pur se, in quanto a specie, la preminenza va conservata ai bovini.

    Una volta questi erano tenuti prima di tutto come animali da lavoro, quindi si allevavano — come si dice nelle campagne — « da vita » e con una buona percentuale di buoi. Ciascuna stalla comprendeva una o due coppie di buoi e tre o quattro di vacche, o più secondo l’ampiezza del podere, impiegate anch’esse per lavoro oltre che per il rinnovo. L’allevamento e l’impiego dei tori da riproduzione era piuttosto oggetto di una attività specializzata in un numero limitato di aziende.

    Oggi, con la progrediente meccanizzazione, l’impiego del bestiame per il lavoro è sempre più ridotto. Lo scopo principale deH’allevamento diviene la produzione del bestiame « da macello », cioè per il commercio, e diminuisce, in proporzione, il numero dei buoi, preferendosi vendere i maschi in giovane età (vitelli, vitelloni).

    D’altra parte va crescendo il numero delle vacche destinate alla produzione del latte, una volta circoscritto, con qualche densità, nelle zone tipiche del caseificio (Parmense, Reggiano, Modenese).

    Rimane poi sempre importantissimo nell’economia dell’azienda agricola quello che potrebbe considerarsi in certo senso un sottoprodotto dell’allevamento, cioè il letame, ottenuto dagli escrementi solidi e liquidi, mescolati con la paglia della lettiera. Per quanto integrato dal grande sviluppo delle concimazioni con fertilizzanti industriali, il letame è insostituito e insostituibile.

    Il numero totale dei bovini non accusa ancora molto vistosamente le accennate innovazioni. Nel 1938 se ne valutavano, nell’intera regione, 1.314.000 capi. Le distruzioni belliche furono rapidamente riparate: già nel 1948 se ne calcolavano 1.134.000. Nel 1957 si è giunti a 1.430.000, di cui circa la metà vacche, il resto vitelli e vitelle, buoi e tori.

    Vaccine di razza gentile romagnola.




    La massima diffusione delle razze bovine da latte (pezzata nera e bruno-alpina) si registra nelle province di Piacenza e Parma; in quelle di Reggio e Modena prevalgono razze sviluppate localmente (reggiana e modenese) a triplice attitudine (latte, carne e lavoro) ma anche buone lattifere. Nelle quattro province orientali (Bologna, Ravenna, Forlì, Ferrara) è invece preponderante la razza romagnola, che può essere considerata a duplice attitudine (carne e lavoro), ma, ora che quest’ultimo è in gran parte sostituito dalle macchine, specialmente come ottima produttrice di carne.

    La seconda specie allevata, per numero di capi e interesse economico, è quella dei suini. Ma con ancor minore variazione, nel complesso: 502.000 capi erano nel 1938; 541.000 sono stati valutati nel 1957. Questo numero, però, subisce notevoli fluttuazioni di anno in anno in corrispondenza con l’andamento del mercato. Così nel 1952 se n’era calcolati fin 727.000.

    Bovina di razza reggiana.

    L’allevamento suino viene praticato, si può dire, in tutte le aziende agricole ed ha un duplice sbocco, nella elaborazione e consumo entro l’àmbito familiare e nel commercio, cioè per la industrializzazione in piccoli e grandi laboratori per la confezione di preparati (prosciutti, ecc.) e insaccati (salumi, mortadelle, cotechini, salsicce, ecc.).

    Sono notissime le specialità di questa industria, fiorente in ispecie nel Bolognese, nel Modenese, nel Parmense, ecc., e se n’è già accennato in un capitolo precedente. Esse hanno un mercato che si estende ben oltre i confini regionali, in Italia e — per modesti quantitativi — anche all’estero.

    L’allevamento suino è anche correlato al caseificio, di cui utilizza i sottoprodotti (siero, ecc.), quindi particolarmente intenso nelle zone da esso caratterizzate.

    Scarsa correlazione traspare invece quella col querceto, che si è abituati a indicare pure come tipica: sia perchè i querceti sono ridotti, sia perchè l’allevamento suino, come s’è detto, è diffuso ovunque, corrispondendone quindi l’intensità più che altro all’intensità del popolamento umano e della cerealicoltura (mais).

    Altre forme di allevamento sono affatto secondarie rispetto a quello bovino e suino. La più diffusa e, per l’economia locale, più importante è quella degli animali da cortile (pollame e anche conigli), pur se non se ne possono riferire dati statistici attendibili e se, per contro, i suoi contributi al commercio sono, in genere, ancor molto limitati.

    Il numero di ovini è in continuo decremento. Erano ancora oltre mezzo milione di capi al principio del secolo, in tutta la regione, prevalenti nella montagna e collina e non senza larga pratica della transumanza fra i pascoli appenninici e le basse bolognesi, ferraresi e ravennati. Nel 1938 erano valutati in 230.000, nel 1952 ridotti a 202.000, nel 1957 addirittura a 153.000, accompagnandosene la diminuzione ai fenomeni di « spopolamento montano ».

    Analoga, anzi relativamente più forte la contrazione dei caprini, anche in relazione ai provvedimenti per la ricostituzione del patrimonio forestale: da 12.000 negli anni prima della guerra e 8000 nel 1952, a 4000 nel 1957.

    Analoga, nelle cifre, ma per tutt’altri motivi la diminuzione degli equini. Dal 1938 al 1957 i cavalli sono ridotti a meno della metà, cioè da 64.000 a 31.000.

    Le distruzioni belliche non sono state riparate (fra il 1938 e il 1948 un salto da 64.000 a 48.000), perchè il cavallo era impiegato una volta essenzialmente per i trasporti e in questa funzione viene sempre più radicalmente sostituito dai veicoli a motore. I pittoreschi « barrocciai » di un tempo sono sostituiti dai « camionisti » (non meno pittoreschi, secondo certi aspetti) e i carri e i « biroccini » non servono più ai contadini, forniti ormai, per lo meno, di « motorini », e spesso di « camioncini » propri, oltre che di trattori.

    Densità degli allevamenti zootecnici (carico bestiame per ettaro di superficie produttiva).

    Anche nella collina e montagna, dove erano diffusi gli asini e, meno, i muli, questi hanno seguito una simile sorte. Nel 1938 si contavano 28.000 asini e 6000 muli; nel 1957 sono ridotti rispettivamente a 18.000 e 5000.

    Per ciò che riguarda la distribuzione di questo patrimonio zootecnico, considerato nel suo complesso, ci serviremo del rapporto fra esso e la superficie indicato dagli economisti agrari come « carico di bestiame » (peso) per ettaro di superficie produttiva.

    Nel 1956 esso era dato, per il complesso della regione, in 3 quintali e mezzo per ettaro. In totale oltre 7 milioni di quintali, dei quali 6 costituiti da bestiame bovino, 800.000 da suini, 200.000 da equini e non più di 71.000 da ovini e caprini. Queste cifre confermano, comunque, la netta prevalenza del bestiame bovino su qualsiasi altra forma di allevamento. Ed anche la notevole importanza di quello suino.

    Osservato per zone il « carico » appariva rilevante in quella di pianura (quasi 4,90 q/ha.), meno in collina, compresa parte del pedemonte (3,65) e scarso in montagna (1,52).

    Per province primeggiano quelle di Reggio Emilia (5,6 q/ha.), Modena (4,8) e Ravenna (4,6), mentre resta all’ultimo posto Ferrara con 2,5 q/ha.

    Ma, al solito, questi valori provinciali hanno scarso significato. Per « zone entro le province » (e conservando la tripartizione del Catasto    agrario) i valori variano dai massimi della pianura reggiana (8,9 q/ha.), modenese (6,9) e parmense (6,4), ai minimi della montagna piacentina e bolognese (1,2).

    Proprietà e forme di conduzione

    La proprietà del suolo è per la massima parte di privati. In tutta la regione appena ad un sesto ammonta quella di enti. Alla nota inchiesta sulla distribuzione della proprietà fondiaria in Italia diretta da Giuseppe Medici nel 1947 risultavano 357.721 ettari.

    Il Demanio dello Stato vi partecipava per 30.552 ettari, i Comuni per 71.260, altri enti collettivi per 17.386. Tutta questa estensione (119.238 ha. in complesso) si ripartiva quasi esclusivamente fra terreni poveri e utilizzazione estensiva con prevalenza di pascoli e boschi.

    La parte maggiore ed economicamente rilevante della proprietà di enti atteneva a quelli ecclesiastici (69.330 ha.) e assistenziali (53.310 ha.) e società commerciali o civili (94.652 ha.).

    Per province, emergeva, relativamente, quella di Ferrara, dove il 376 %0 della superficie censita spettava agli enti, specie per l’estensione delle proprietà comunali (valli di Comacchio) e di società aventi fini di bonifica. Seguiva Ravenna col 220 %o->

    Nelle proprietà degli enti, inoltre, è da osservare che prevalevano le grandi unità. L’estensione media era di 35,6 ettari. Su 10.045 unità censite 98 superavano i 500 ettari ciascuna, raccogliendo insieme oltre la metà di tutte le proprietà di enti (180.023 ha-)->

    Nella proprietà privata, invece, le unità censite arrivavano all’enorme numero di 355.128 su 1.747.808 ettari, con una media cioè di qualcosa meno di 4 ettari cadauna.

    Lo stragrande numero è di proprietà inferiore a 2 ettari: 226.007. Le quali però occupano non più di 118.802 ettari, con una media di 0,52. Fra esse le inferiori a mezzo ettaro erano già 137.336 su 21.189 ettari!

    Per contro le grandi proprietà private da 500 ettari in più erano appena 49, per un’estensione complessiva di 43.787 ettari (media 894 ha.).

    La massima estensione della proprietà privata era compresa fra i 10 e i 50 ettari: 704.615 ettari divisi fra 35.679 unità.

    In conclusione, del numero di proprietà private il 63,40% era nella classe della piccolissima proprietà fino a 2 ettari (in genere non autosufficiente), il 25,35% nella piccola proprietà da 2 a 10 ettari, il 10% nella media proprietà da 10 a 50 ettari, 1’ 1,24% nella grande proprietà (50-500 ha.), lo 0,01% nella grandissima proprietà oltre 500 ettari: un ordine continuamente decrescente. Per contro nell’estensione della superficie posseduta l’ordine era crescente nelle prime tre classi: il 6,80% della superficie complessiva posseduta da privati spettava alla proprietà insufficiente, o quasi; il 24,27% alla piccola proprietà; il 40,31% alla media. Poi l’ordine decresce nuovamente: la grande proprietà non copre più di 26,11% di quella superficie, la grandissima il 2,51%.

    Vite in filari.

    Come è noto questa ripartizione, dal 1947 a oggi, ha subito e sta tuttora subendo ragguardevoli modificazioni, sia per il purtroppo non cessato processo della frammentazione, ereditaria e non, che incide specialmente sulle minori proprietà, sia per l’espansione spontanea della piccola proprietà coltivatrice, a scapito generalmente della media, sia infine per gli « scorpori » e le suddivisioni in unità poderali « concesse » ad opera dell’Ente di riforma agraria del Delta Padano, nelle province di Ferrara e Ravenna. Dati statistici aggiornati non si hanno e, d’altronde, poco varrebbe fare il punto, oggi, di una situazione che sta intensamente evolvendosi.

    In quanto alla distribuzione di questi riparti per zone, limitandosi ad osservarla quale si presentava all’atto dell’inchiesta del 1947, può dirsi che in montagna, escludendo le zone boschive e pascolive, la piccola proprietà coltivatrice, spesso — come più volte si è fatto notare — insufficiente a un nucleo familiare, ha netta prevalenza.

    Nella collina la proprietà è meno frazionata: qui la forma di conduzione di gran lunga prevalente è la colonia parziaria (mezzadria, in genere), cui segue la proprietà coltivatrice: del tutto infrequente l’affitto.

    Pascolo e bosco nella montagna romagnola.

    Casa e rustico in un grosso podere della media pianura bolognese.

    L’alta e media pianura presenta una proprietà sensibilmente divisa, con prevalenza della conduzione dei fondi a mezzadria, non senza una espansione della proprietà coltivatrice diretta, pronunciatasi in ispecie proprio dopo il 1947 e fin verso il 1955. L’affittanza capitalistica, sporadica altrove, si trova frequente soltanto nella pianura piacentina, la quale presenta ordinamenti aziendali affini a quelli delle finitime province lombarde. Non manca, nella media pianura, qualche tradizionale antica forma di proprietà collettiva (partecipanze).

    Nella bassa pianura appoderata, dove le unità aziendali sono (o erano) quasi ovunque molto vaste, la proprietà era notevolmente accentrata e la conduzione a economia, cioè mediante salariati o compartecipanti. Nelle plaghe non appoderate frequenti sono le forme contrattuali miste, come nella « boaria » ferrarese, nella quale i salariati fissi sono addetti al bestiame, mentre alle operazioni campestri si provvede con avventizi (braccianti), in parte pure con contratti di compartecipazione individuale o collettiva.

    Questa varia ripartizione delle forme di conduzione ha riflessi caratteristici e in certe zone preoccupanti sulle ripartizioni degli addetti all’agricoltura secondo le loro condizioni sociali.

    Dai fascicoli provinciali del censimento demografico 1951 si rilevava che in provincia di Ferrara, dove il fenomeno del bracciantato avventizio è più diffuso e pressante, i conduttori lavoratori (coltivatori diretti) e gli « altri lavoratori in proprio » (mezzadri) con tutti i loro « coadiuvanti » raggiungevano il numero di 37.008 contro ben 98.593 « lavoratori dipendenti » (salariati fissi e avventizi). In queste cifre sono compresi circa 3000 addetti a caccia, pesca e altre professioni agricole, ma la considerazione non perde nulla del suo significato. Che è nella presenza di un grande numero di unità lavorative impiegate per periodi limitati dell’anno, cui non bastano a garantire l’occupazione i pur grandi lavori di bonifica che si continuano a fare.

    Una pesantezza analoga, pur ridotta e concentrata nella parte bassa della provincia, si riscontra in quella di Ravenna, dove i lavoratori in proprio e loro coadiuvanti risultavano 48.734 contro 35.473 lavoratori dipendenti.

    Rilevante è pure questo numero nel Bolognese (anche qui concentrato nella zona a contatto con la bassa ferrarese e ravennate) dove raggiunge le 44.925 unità, però contro 87.402 coltivatori in proprio e loro coadiuvanti.

    E in ciò la ragione fondamentale del disagio e dell’irrequietezza che angustiano la vita sociale in quelle contrade. Nè pare possano essere ovviate a fondo dall’appoderamento e dalla diffusione della piccola proprietà coltivatrice (fine immediato della Riforma agraria) in quanto, se da un lato determinano un incremento del numero dei lavoratori in proprio e loro coadiuvanti, d’altro lato diminuiscono le possibilità di assorbimento della restante mano d’opera dipendente, tendendo i nuclei familiari dei nuovi proprietari o concessionari a rendersi per quanto più possibile autosufficienti.

    Se i rapporti fra lavoratori dipendenti in agricoltura e lavoratori in proprio (compresi i coadiuvanti) erano di ben 266 contro 100 nel Ferrarese (sempre nel 1951) e ancora di 72,8 contro 100 nel Ravennate e 51,4 nel Bolognese, nelle altre province si notava una distribuzione maggiormente armonica. Cui, in sostanza, non fa eccezione il 47,7 contro 100 del Piacentino, in quanto tal valore dipende dal notevole numero di salariati fissi adibiti all’allevamento (come s’è già notato). Nel Modenese si arriva a un 32,4 contro 100, nel Parmense a 28,7, nel Reggiano a 25,5, nel Forlivese infine appena al 20,8.

    Irrigazione in un orto: coltura intensiva al massimo e prevalenza della piccola proprietà.




    Notevole è la collaborazione femminile anche se non possiamo ritenerla pienamente rivelata dal censimento. Le donne coadiuvanti i lavoratori agricoli indi-pendenti (in tutta la regione) sono state censite in 132.879, poco più di un terzo di tutti i coadiuvanti (359.974), ma il numero è indubbiamente in difetto o, quanto meno, non riflette la collaborazione che al lavoro dei campi recano le donne e ragazze, anche se in parte occupate pure nei lavori domestici. Di contro forse il numero delle « lavoratrici dipendenti » in agricoltura (103.306) è gonfiato dal fatto che non poche donne normalmente occupate in casa, nelle stagioni propizie la lasciano per partecipare o chiedere di partecipare ai lavori campestri. E, fra l’altro, uno dei fattori che rendono così aleatorie le statistiche della disoccupazione e tanto più per la valutazione della sottoccupazione. Lo si intende particolarmente osservando le cifre riferite per la provincia di Ferrara, dove le femmine (45.490) costituiscono quasi la metà dei lavoratori agricoli dipendenti (98.590) e da sole pure poco meno della metà di tutte le femmine della categoria nell’intera regione (45.490 su 103.306, come già detto).

    Il podere

    L’unità elementare dell’economia agricola emiliana è il podere (da « potere » come « possesso »), detto pure ancora latinamente il fondo (fundus) e in dialetto e sit, « il sito » per eccellenza. Tenuta è parola di recente introduzione, dotta, portata a designare un gruppo di poderi contigui di una stessa proprietà, nelle zone appoderate, mentre si usa di per sè per indicare una vasta estensione di unica proprietà e gestione nelle zone non appoderate.

    E molto probabile che all’origine l’area del podere corrispondesse il più spesso ad una unità catastale, per lo meno in pianura. Poi le divisioni e aggregazioni per successione ereditaria, per alienazione e per esigenze tecniche (per esempio frazionamento di vaste aree a coltura estensiva o, all’incontro, assorbimento di piccole unità economicamente non vitali in maggiori più razionali) hanno determinato la situazione attuale, in cui si riscontrano poderi costituiti di due o tre particelle catastali ed altri formati dall’unione di grandi e di piccole, talvolta anche minute, « frazioni », in genere però contigue.

    La norma della contiguità è raramente rotta in pianura, quando cioè un appezzamento più o meno distante dal corpo del podere viene coltivato dallo stesso nucleo familiare.

    «La Savina»: casa poderale a elementi giustapposti: portico, fienile e stalla a sinistra, abitazione a destra (pianura imolese)

    Non così in montagna, dove la « proprietà » gestita da uno stesso agricoltore può essere, anzi spesso è, costituita di particelle catastali non solo distinte, ma lontane e diverse anche per destinazione: seminativo, bosco, pascolo. Qui, comunque, non si può più parlare di « poderi » in senso stretto.

    Come non se ne parla, all’incontro, per le piccole unità a coltura altamente intensiva e irrigua, che hanno il loro proprio nome di « orti », e, quasi ad altro estremo, per le vaste unità della « bassa » a coltura estensiva o semiestensiva o con prevalente allevamento, unità che assumono altro nome come le « boarie » del Ferrarese. Dove appunto uno dei fini e strumenti della Riforma agraria è detto lo « appoderamento », la divisione e costituzione di poderi. Il « podere » è una unità aziendale, economica e tecnica.

    Nella sua forma classica è costituita da un’area coltivabile di estensione variante, in genere, fra una decina e una ventina di ettari, affidata alle cure di un nucleo familiare agricolo, che vi risiede. La casa è situata all’interno di tale area, in genere però non in posizione centrale rispetto ad essa, ma presso una strada, cui si apre l’accesso all’aia. Dalla « particella » rettangolare o quadrata, in cui stanno, appunto, la casa, l’aia, altre costruzioni pro-servizi, biche di paglia, fieni, legna, ecc., si dipartono una o più << carreggiate » rettilinee, ai lati delle quali si dispongono in forme rettangolari i vari appezzamenti (morelli in Romagna) che costituiscono il « campo ».

    Qualunque sia la forma di conduzione, cioè tanto nel caso in cui il « contadino » sia egli stesso il proprietario (coltivatore diretto), quanto nel caso in cui egli sia affittuario del podere o soltanto un « mezzadro », il podere ha una propria gestione, ha dal punto di vista aziendale una propria individualità. Se il contadino è proprietario o affittuario, la cosa è evidente. Ma se anche è mezzadro ciascun podere comporta una gestione distinta, per la quale il proprietario (o al suo posto l’affittuario se il conduttore è tale e non, a sua volta, coltivatore) fa i conti con lui.

    “La Savina”: casa poderale a elementi giustapposti: portico, fienile e stalla a sinistra, abitazione a destra (pianura imolese)

    Nella conduzione a mezzadria il podere, restando un’unità tecnica, assume di fronte all’economia aziendale una duplice figura. Per il mezzadro, sì, è un’azienda conchiusa in sè stessa, ma nella quale costi e ricavi dell’unità tecnica rientrano per una sola parte, la sua parte; per il proprietario è invece un elemento della propria azienda, nella quale invece concorrono costi e ricavi della sua parte, sì, ma non di quello solo, sibbene di quanti poderi consti la sua proprietà. Quando si parla di media o grande proprietà bisogna tener conto di questa configurazione tutta speciale.

    Pianta di podere tipico nella media pianura. Tutti i « morelli » sono alberati e vitati lungo il lato settentrionale; nella striscia di rispetto dell’alberatura vitata sono praticate colture intercalari: fava, orzo, fagioli, erbaio, ecc.




    Bosco appenninico a Prato Barbieri (Appennino piacentino).

    L’unità dell’azienda dominicale tende poi a sua volta ad essere anche unità tecnica, per via della direzione unica, in quanto, peraltro, il proprietario possa effettivamente disporne. Ma non è libera e univoca proprietà come quella di colui che, possedendo vasti terreni, li amministra da solo e li fa coltivare da salariati.

    Se al fatto della grande proprietà si connetta il concetto di piena ed unica disponibilità, e magari coi lamentati inconvenienti del latifondo, della monocoltura, dei riposi eccessivi, ecc., questo non può applicarsi nel caso della conduzione a mezzadria, nel quale, anche se la proprietà è vasta, in concreto si trova frazionata, articolata nelle sue unità elementari, che sono i poderi, assumendo in essi molti dei caratteri, pregi e difetti, che siamo abituati a considerare propri della piccola proprietà.

    Tale avvertenza va tenuta presente per interpretare con accortezza, specialmente nella nostra regione, le cifre che le statistiche ci dànno sulla ripartizione, sarei per dire sulla cosiddetta ripartizione della proprietà.

    Anche tecnicamente, quindi, ciascun podere sviluppa un proprio programma di investimenti, di colture e altre attività produttive coordinate in vista di un rendimento organico e per quanto più possibile autonomo: seminativi in avvicendamento, alberatura in filari con vite, stalla, frutteto, vivaio e così via.

    Le esigenze tecniche (sementi, concimi, trattamenti anticrittogamici, impiego del bestiame da lavoro e meccanizzazione, « migliorie » al terreno, agli impianti stabili, agli scoli, agli edifici, ecc.) e gli adattamenti al mercato sono studiati nei rispettivi poderi dai « coltivatori diretti » e dagli affittuari coltivatori, in quelli a mezzadria dal proprietario conduttore e quasi sempre in collaborazione col mezzadro.

    L’economia forestale

    Il censimento demografico del 1951 dà appena 2171 persone occupate nella « selvicoltura» di cui 1816 sono classificate come « boscaioli e carbonai». A formare la prima cifra concorrono particolarmente le province di Parma (676), Modena (591) e Bologna (376). Sono cifre esigue, che tuttavia non rivelano appieno l’importanza del bosco specialmente neireconomia montana, in quanto allo sfruttamento di esso concorrono in relativamente larga misura figure miste silvo-pastorali e, assai più, agricole-allevatrici-forestali.

    Lasciano, tali cifre, comunque trasparire la modesta partecipazione dell’economia forestale a quella generale della regione ed alla stessa economia rurale.

    Ciò va riconosciuto, nonostante che l’estensione che figura occupata da boschi e castagneti sia tutt’altro che trascurabile: 337.906 ettari secondo la statistica della ripartizione del suolo, cioè il 14,58% della superficie territoriale della regione.

    Il bosco si trova diffuso nella zona di montagna, di cui, come s’è detto, occupa il 40,16% della superficie. Sono 222.266 ettari, cioè i due terzi di tutta la superficie boscata della regione (65,77%). E più o meno con valori analoghi in tutti i comparti di montagna delle sette province in cui sono compresi.

    La parte maggiore del rimanente è nella zona di collina, di cui occupa il 15,42%. Sono 97.259 ettari, cioè il 28,78% della superficie boscata regionale.

    Di questa quindi appena il 5,45% si trova sparso nel pedemonte e in pianura. In questa ultima zona soltanto nei comparti di Parma e Piacenza e in quello litoraneo di Ravenna si raggiungono percentuali del 3,76, 6,20 e 4,46 della rispettiva superficie territoriale.

    Quanto alla composizione, secondo la statistica forestale del 1956, un terzo figura di querceto puro (110.385 ha.) e poco meno (97.280 ha.) di bosco di latifoglie misto. Nelle contrade alte la faggeta si estende per 78.798 ettari, nelle medie il castagneto per 49.070 ettari. Il resto si divide fra pinete (5739 ha.), misti di latifoglie e resinose, abetaie, pioppeti.

    Come forma di governo prevale assolutamente il ceduo (281.021 ha. su 290.973 ha. di querceto, faggeta e boschi misti).

    Il castagno ha notevole e caratteristica importanza. Ma, sui 49.070 ettari che occupa, ben 39.536 sono di castagneti da frutto, invecchiati, inselvatichiti e spesso attaccati dal mal dell’inchiostro e dal cancro della corteccia. Gli altri 9534 ettari sono di ceduo « da palina », forma di bosco che converrebbe estendere e razionalizzare per combattere quelle malattie e produrre, piuttosto che castagne, legname da lavoro, per paleria, travatura e tavolame, di notevole pregio.

    Il pino nero e silvestre nella zona montana e quello domestico nella litoranea sono tre specie molto apprezzate: insieme occupano 5739 ettari di boschi e pinete, troppo frequentemente saccheggiati, quindi impoveriti in confronto a età lontane, ma, in genere, utilizzati con un certo raziocinio.

    L’abete bianco meriterebbe, a detta dei forestali, di passare al primo posto, in quanto è la resinosa meglio ambientabile nella nostra montagna appenninica. Per ora occupa appena 2229 ettari in abetaia, oltre a qualche sporadica diffusione in boschi misti.

    La latifoglia oggi più pregiata è il pioppo, sia per le sue varie utilizzazioni industriali, sia per la rapidità di accrescimento (15-20 metri cubi annui per ettaro). L’estensione ora occupata, prevalentemente in golena del Po, è di 4231 ettari, ma potrebbe in breve raddoppiarsi, ed effettivamente vien già diffondendosi.

    La produzione di materiale legnoso nella regione, sotto forma di utilizzazioni boschive nella media del triennio 1954-56, è stata calcolata in 81.000 metri cubi di legname da lavoro (70.000 latifoglie e 11.000 da resinose) e 514.000 di legna da ardere, oltre a 61.000 metri cubi di carbone di legna.

    Il quadro di questa produzione si completava con 33.000 me. di legname da lavoro (9/10 da latifoglie) e 792.000 me. di legna da ardere ottenuti da incolti produttivi e pascoli arborati e, il più, da colture agrarie (seminativi arborati, ecc.).

    In complesso per il consumo regionale, se la produzione legnosa combustibile risulta sufficiente, occorre di legname da lavoro mediamente una integrazione di circa mezzo milione di mc/anno, che si fa venire, in genere, dall’Italia alpina orientale e dall’estero (Austria, Jugoslavia).

    Altri prodotti del bosco sono specialmente le castagne (180.000 q. in media) e poi ghiande, pinoli, nocciole, funghi, ecc.

    Ricordiamo poi che il bosco alimenta direttamente tutta una serie di attività industriali sul posto, che verranno osservate nel capitolo seguente.

    Non ci soffermeremo sulla ripartizione della proprietà e forme di conduzione dei boschi, perchè dati analitici mancano e la situazione, d’altronde, resta sufficientemente illuminata da quel che si è già detto in altro momento a proposito della ripartizione della proprietà nella montagna.

    Sulla totale superficie silvo-pastorale (valutata in 527.871 ha. di boschi, pascoli e incolti insieme) risulta che 452.523 ettari sono di proprietà privata, con la forte frammentazione già ricordata, e appena 75.347 di enti, ivi compresi 13.468 ettari dell’Azienda di stato forestale. Quest’ultima tende ad espandere l’area in diretta proprietà a sèguito di apposite provvidenze di governo. Al 31 dicembre 1956 erano autorizzati acquisti per 6838 ettari, in istruttoria per 13.518 ettari, sicché ben presto il complesso dovrebbe arrivare a 33.824 ettari, cioè al 6,4% dell’area silvo-pastorale regionale. L’attività dell’Azienda è importante non solo per i criteri di razionalità e economicità cui è improntata e per l’assorbimento di mano d’opera nei lavori di sistemazione, rimboschimento, ecc., ma anche per la sua funzione d’impulso, di indirizzo e di guida all’impresa privata.

    Sarà interessante riferire infine che secondo un’indagine recente svolta dall’Istituto centrale di statistica di concerto col Ministero dell’agricoltura e foreste, le possibilità di espansione del bosco nell’incolto produttivo sono state valutate nell’ordine di 20.000 ettari, di cui 17.000 in montagna e collina e 3000 in pianura. Ma l’opera sarà lunga e gravosa. In montagna occorre preventivamente provvedere a consolidare il terreno destinato ad accogliere le buche per il piantamento, con scarpate, graticciate, ciglionamento e così via. In collina occorre pensare ad accorgimenti, che consentano di utilizzare le acque in presenza della maggiore siccità estiva. In pianura essenzialmente si tratta — quindi con relativa maggiore facilità — di rimboschire sabbie litoranee e diffondere i pioppeti golenali. Quello che non farà difetto è il postime occorrente, che già oltre una trentina di vivai forestali sparsi in regione producono in media almeno sei milioni di piantine all’anno.

    Carbonaia nell’Appennino bolognese.




    Vivaio della Forestale alla Madonna dell’Acero.

     

    La pesca

    Con 120 km. di costa affacciata a un mare pescoso qual è l’Adriatico, l’attività peschereccia non occupa più di 2525 addetti, secondo il censimento della popolazione del 1951, e di questi ancora un buon numero (quasi 500) è assorbito dalla « pesca di valle » nel Comacchiese. Della quale, per quanto caratteristica e notevole anche come reddività economica, qui non parleremo, rimandando le notizie in proposito al capitolo XVIII. Come pure ci limiteremo a indicare dell’altra pesca sulle acque interne (fiumi, canali) lo scarsissimo interesse economico e il carattere quasi puramente sportivo o di attività collaterale di agricoltori, artigiani e… disoccupati.

    Le cause della scarsa partecipazione di rivieraschi emiliani-romagnoli alla pesca marittima sono varie.

    Anzitutto la costa è, come s’è detto, piatta e sabbiosa, quindi non adatta ad accogliere buoni porti, neanche della struttura modesta, che all’attività peschereccia potrebbe essere sufficiente. Si hanno quindi nel tratto meridionale, da Ravenna a Cattolica, cinque o sei porti-canali scavati e mantenuti artificialmente; in quello settentrionale gli altri due o tre modestissimi porti del tipo di laguna.

    Innanzi alla spiaggia il fondo stesso del mare si abbassa lentamente e sempre sabbioso, sì che per lungo tratto ospita soltanto poche specie di pesci e molluschi apprezzati per la pesca, e non sempre numerosi. Le acque più pescose dell’Adriatico sono verso la sua sponda orientale, quindi da un lato necessitano di una attrezzatura relativamente complessa e costosa, d’altro lato è soggetta a gelosa tutela degli Jugoslavi, che ne limitano l’area accessibile ai nostri pescatori.

    In terzo luogo le accennate necessità organizzative fanno sì che le acque antistanti la regione siano battute da numerosi pescatori provenienti da porti più attrezzati del nord, come Chioggia, e del sud, nelle Marche, da Pesaro e Fano in giù.

    Per cui, fra l’altro, il numero degli addetti alla pesca censiti nella rilevazione demografica in quanto residenti nei Comuni litoranei non si identifica affatto con quello dei pescatori che operano in queste acque, ma nemmeno con quello di coloro che si appoggiano per tempi più o meno lunghi agli approdi emiliani-romagnoli e vi sbarcano il pescato, dando a taluni mercati, come Porto Corsini (Ravenna) e Rimini, una vitalità ben più notevole di quella che sembrerebbe comportare il numero dei pescatori locali.

    Comunque, in rapporto alla popolazione, questo numero non è irrilevante. Nel gruppo dei quattro comuni pescherecci di Cattolica, Riccione, Rimini (compreso Bellaria) e Cesenàtico il 31°/oo degli abitanti residenti attivi è addetto alla pesca (contro un 300°/oo >all’agricoltura, 301 alle industrie e 368 ad altri rami, compresi i servizi turistici). Il massimo è nei comuni ferraresi di Comacchio e Mèsola (74°/oo), ma già abbiamo detto che molti di questi (almeno la metà) operano principalmente nella pesca di valle.

    Quanto a Cervia e Ravenna, insieme, il censimento non dà più di 187 addetti.

    Se invece osserviamo l’entità del pescato, quale può risultare da quanto è messo in vendita sui mercati all’ingrosso (e in teoria dovrebbe passarvi tutto lo sbarcato), vediamo nella media annua del settennio 1951-57 emergere Cesenàtico con 20.904 quintali (di cui 17.563 di pesci), seguito da Porto Corsini con 20.595 (pesci 16.191) e Cattolica con 14.541 (pesci 11.819).

    Nel complesso della costa 84.077 quintali, di cui 68.342 di pesci, 12.386 di molluschi e 3367 di crostacei.

    Il mercato locale segue un continuo incremento della domanda, specialmente nei mesi estivi, in connessione con lo sviluppo dell’afflusso dei « bagnanti ». Una certa parte del pescato è assorbita anche dall’immediato retroterra e dai locali conservifici, pochi ma assai attivi. Considerevoli quantità tuttavia, specie nel periodo invernale, quando meno sono soggette al deterioramento e la domanda locale si contrae, raggiungono non soltanto le città più interne della regione, come Bologna, forte mercato di consumo, ma anche quelle più lontane e più grosse del settentrione, come Milano, Torino e perfino Genova.

    Comunque, se anche nel settore commerciale questa attività si presenta con forme di organizzazione complessa, come i mercati all’ingrosso, i servizi di trasporto e di smistamento al consumo, ecc., localmente la pesca conserva i caratteri di un’attività artigiana.

    Il tipo tradizionale di imbarcazione, col quale si effettua è il « bragozzo » o « trabac-colo» dalla chiglia piatta, che permette l’entrata nei porti-canali, poco profondi, e l’ormeggio lungo il litorale sabbioso. Localmente il termine « bragozzo » viene riservato a un tipo di imbarcazione chioggiotto che così a prua come a poppa presenta una linea diversa dalle « barche » o « barconi » romagnoli, che pure hanno la chiglia piatta. Si tratta in sostanza di variazioni locali del medesimo tipo.

    A queste imbarcazioni tradizionali generalmente sono stati applicati o si vanno applicando motori per la propulsione (motobarche), i quali consentono una maggiore autonomia. Aumenta costantemente anche il numero dei motopescherecci (2), ossia dei navigli di varia stazza, appositamente costruiti per la pesca meccanica, più o meno dotati di moderni strumenti per una pesca più razionale e proficua.

    Il sistema più diffuso è quello che si effettua con la rete a strascico, una rete a fili solitamente di canapa, ma ormai anche di nailon, a maglie quadrate o a losanga. Questa, trascinata in genere da due barche che pescano in coppia, rade il fondo e raccoglie il pesce nella parte terminale della rete, detta « manica », dalla quale non può più sfuggire. Essa è protetta da un’altra rete a maglie molto più larghe, di fili metallici rivestiti di gomma, la quale impedisce che gli ostacoli del fondo (relitti di guerra, ecc.) producano strappi. Si pesca con questo sistema anche con una sola imbarcazione, di stazza più grande e con motori di maggiore potenza, fornita di appositi attrezzi chiamati « divergenti » opportunamente azionati.

    La pesca con rete a strascico viene per lo più effettuata di giorno per un tempo variabile fra le 8 e le 12 ore consecutive. I motopescherecci meglio attrezzati e di maggiore stazza restano in mare anche 24-48 ore.

    Oltre a reti per la cattura di pesce di specie mista, ve ne sono di particolari a seconda del pesce che si vuole catturare. Assai numerose sono le « reti da sarde » a piccole maglie, impiegate di notte al buio. Ci sono poi reti da sogliole, da vongole, ecc.

    Ma notevole soprattutto per la quantità della produzione è la pesca del cosiddetto pesce turchino (alici, sgombri, sarde, ecc.), che si effettua con la « rete a lampara », una rete di circuizione, lunga anche iooo metri. Si pesca di notte, portando, a mezzo di un battellino, una sorgente luminosa sopra l’acqua, mentre dal motopeschereccio si circuisce e si raccoglie il pesce attirato e stordito dalla luce. Con tale sistema si raccolgono perfino 100-200 quintali di pesce in una notte.

    Ostacolo alla ulteriore diffusione della pesca con fonti luminose, così asseriscono in sito, è non solo l’insufficiente stazza della maggior parte delle imbarcazioni esistenti, ma anche la scarsa preparazione tecnica della mano d’opera.

    Pesca nel Po a Piacenza, fra i due ponti stradale e ferroviario.

    Si deve peraltro rilevare che il pesce catturato con fonti luminose che producono notevole calore, presenta minore resistenza e freschezza.

    In minor misura si pesca anche con « reti da posta » e vari altri attrezzi su cui non ci soffermiamo (parleremo, nel capitolo sul Ferrarese, dei procedimenti affatto diversi e speciali della pesca in « valle »).

    Generalmente i nostri pescatori si dedicano alla pesca per tutto l’anno, variando semmai a seconda delle stagioni il tipo di pesca della cui cattura si occupano: ad esempio, le sarde da marzo a ottobre; le vongole nell’inverno, eccetera.

    Per quel che riguarda il tipo d’impresa, in linea generale si tratta di unità a carattere familiare o poco più ampio. Ai dipendenti assunti da lavoratori in proprio non spetta una paga fìssa, ma una percentuale dal ricavato netto della pesca. Non mancano armatori di imbarcazioni grandi o piccole, i quali, svolgendo normalmente altra attività, assumono un equipaggio cui resta interamente affidata la pesca. In questo caso il ricavato, detratte le spese di esercizio, viene generalmente diviso in parti uguali tra i componenti l’equipaggio e l’armatore, il quale ne riceve una in più, detta « parte della barca ».

    I motopescherecci di stazza maggiore talora sono proprietà di lavoratori in proprio associati tra loro e spesso legati da vincoli di parentela. Essi assumono anche pescatori dipendenti.

    In complesso, ripetiamo, nella nostra regione la pesca mantiene prevalentemente il carattere di attività artigiana. Un’attività che richiede impegno e fatica fisica notevolissima, sia in mare durante le operazioni di pesca (la rete si deve calare e tirare a bordo ogni due o tre ore), sia a terra, ove la manutenzione della barca e delle attrezzature, specialmente della rete che deve essere stesa ad asciugare, rattoppata negli strappi e sottoposta periodicamente a tintura per evitare la corrosione dell’acqua marina, non lascia tregua al pescatore.

    Vedi Anche:  La vita culturale: università, musei, gallerie e biblioteche