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Le forme di insediamento

    Le forme di insediamento

    Le sedi umane, riflesso diretto del popolamento che con esse dà la propria impronta al paesaggio, sono soggette, come tutti i fatti di ordine geografico, a continui mutamenti. Senza dubbio un maggiore dinamismo differenzia le oscillazioni della popolazione dall’evoluzione dell’insediamento, che può rimanere pressoché immutato per lunghi periodi in regioni a lento sviluppo economico e ad alterne vicende demografiche. Ed è per questo che si può notare sia nell’Abruzzo che nel Molise una diffusa cristallizzazione delle sedi umane, fatta eccezione per le città e per i centri della fascia litoranea abruzzese.

    La scarsità di agglomerati urbani che siano contraddistinti da una spiccata pluralità di funzioni è forse la caratteristica maggiormente degna di nota, ma certo ben più appariscente si presenta il fenomeno della differenziazione dell’insediamento rurale, talora estremamente brusca, fra l’Abruzzo montano (forme accentrate) e quello marittimo (forme disperse). Le diversità sono certamente dovute a motivi di ordine storico, sociale ed economico, ma come causa primaria resta ancora, solo scalfita da limitate eccezioni, la differenza fra i due ambienti naturali, da una parte le colline argillose subappenniniche e il litorale e dall’altra l’aspra montagna calcarea, che hanno influito in modo determinante sulla diversa umanizzazione del paesaggio.

    Varietà delle forme di insediamento.

    La bella carta del Biasutti sulla distribuzione dei principali tipi di insediamento rurale in Italia, pur risalendo al lontano 1932, resta tuttora valida nei suoi lineamenti generali anche per le nostre due regioni. Nei particolari minuti invece le differenze sono talvolta alquanto sensibili, a cominciare dal tipo che vediamo dominare in gran parte dell’Abruzzo montano e nel medio Molise: i centri compatti isolati in aree prive o quasi di altre sedi umane permanenti. Tali centri sono per lo più agglomerati di media grandezza che notevolmente si distaccano dal tipo « apulo-insulare » del Biasutti, così evidente nelle « città contadine » del Mezzogiorno e delle isole. È innegabile infatti la differenza fra gli agglomerati che, specialmente nell’Abruzzo, in massima parte non superano l’entità demografica di 3000 ab. — spesso scendono anche al di sotto dei 1000 — e i grandi centri rurali pugliesi e siciliani che ne annoverano sovente diecine di migliaia.

    Carta dei tipi di insediamento.

    i, Centri compatti di media grandezza; 2, Centri compatti di media grandezza, villaggi e aggregati elementari; 3, Masserie e case sparse delle aree dei centri di media grandezza (popolazione sparsa dal 10 al 25%); 4, Masserie e case sparse delle aree dei centri di media grandezza (popolazione sparsa dal 26 al 50°/0); 5, Villaggi, aggregati elementari e case sparse; 6, Case isolate sui fondi (popolazione sparsa dal 51 al 75%); 7, Case isolate sui fondi (popolazione sparsa oltre il 75%).

     

    Villa Santa Maria, tipico centro agglomerato compatto di pendio, nella media valle del Sangro.

     

    La forma più accentrata abruzzo-molisana corrisponde quindi a un tipo particolare: centri compatti di media grandezza che spesso si identificano, nelle plaghe più elevate, con i grossi villaggi agricolo-pastorali. L’ambiente montano favorisce senza dubbio l’accentramento: le ampie distese carsificate predominanti nell’Abruzzo aquilano e le conseguenze molteplici che ne derivano, quali la deficienza dell’approvvigionamento idrico, lo smembrarsi degli appezzamenti in piccole porzioni di terra coltivabile, le difficoltà delle comunicazioni, non possono che determinare tale forma d’insediamento. A ciò si aggiungano antichi motivi di difesa, ben evidenti negli avanzi diruti dei castelli che spesso sormontano la massa compatta delle abitazioni, da Ca-marda a Pescina, da Castel del Monte ad Anversa negli Abruzzi, e vecchie forme di possesso collettivo e di usi civici, riguardanti più che altro l’utilizzazione dei pascoli da parte delle comunità di villaggio.

    Cansano, esempio di forma accentrata nel cuore di un territorio totalmente mancante di nuclei e di case sparse.

     

    La forma accentrata, che talora si differenzia con minore evidenza che in altre regioni dal tipo predominante ora citato, è quella corrispondente ai « piccoli centri e casali » del Biasutti. Anch’essa tipicamente montana, è caratterizzata soprattutto dal fatto che il territorio intorno al centro principale non è disabitato ma è cosparso da un numero considerevole di « casali », sedi intermedie tra il villaggio e la casa isolata. Ritengo preferibile alla parola « casale » — utilizzata per altri tipi d’insediamento, fra i quali, in alcune plaghe abruzzesi, le rudimentali dimore temporanee pastorali — la denominazione di « aggregato elementare » o di « nucleo », più correttamente geografica la prima, più in uso a causa dell’utilizzazione da parte dei censimenti ufficiali della popolazione la seconda.

    Per quanto riguarda gli agglomerati principali, anche se spesso sono di grandezza limitata, in molti casi non si differenziano minimamente dai già citati centri compatti. Più tipici sono, in aree non molto ampie, i piccoli villaggi posti a breve distanza l’uno dall’altro che spesso sostituiscono quasi del tutto gli aggregati elementari, dai quali ben poco differiscono. La forma d’insediamento che ne deriva può dunque essere denominata: centri compatti di media grandezza, villaggi e aggregati elementari.

    Le due forme hanno una distribuzione molto diseguale. I centri compatti isolati dominano un po’ dovunque nell’Abruzzo interno, persino su gran parte della conca peligna che per vari fattori, quali la limitata altitudine, l’abbondanza delle acque e l’agricoltura intensiva, farebbe pensare a tutt’altro tipo d’insediamento. Dall’altipiano di Campotosto l’area, dapprima limitata ad una fascia alquanto ristretta attorno al massiccio del Gran Sasso, si amplia verso sud fino a comprendere in tutta la sua larghezza il territorio provinciale dell’Aquila, dall’alto Liri agli altipiani aquilani e, più a sud ancora, dall’alto Sangro all’area attorno alla Maiella. Le differenze riguardano unicamente la diversa grandezza dei centri, che può essere anche molto rilevante: basta citare che a questa tipica forma d’insediamento appartengono sia Scontrane (287 ab.) e Santo Stefano di Sessanio (404 ab.), sia Pratola Peligna (8273 ab.) o Scanno (33 n ab.).

    Nel Molise i centri compatti sono localizzati in un’ampia fascia continua di media e alta collina, da Mafalda a Civitacampomarano a nord, da Ururi a Ielsi a sud (medio Molise). Gli agglomerati rurali, che dominano spesso dalle alture le vaste distese coltivate a cereali, sono in media più grandi di quelli della montagna abruzzese; si possono tuttavia trovare anche in ambienti molto diversi, come nell’alto Molise fra Isernia e Frosolone e alla base del Matese (Monteroduni, Roccamandolfi, ecc.). Giova però tenere presente che, a differenza dell’Abruzzo, la coagulazione delle sedi non sembra affatto favorita dalle maggiori altitudini ma piuttosto dalle forme di agricoltura estensiva basate con assoluta prevalenza sul seminativo asciutto non arborato.

    Pascellata e Ceraso, due fra i tipici piccoli villaggi della Valle Castellana.

    I centri compatti, villaggi e aggregati elementari sono prevalentemente diffusi in due considerevoli aree dell’Abruzzo settentrionale: i Monti della Laga e l’alto bacino dell’Aterno. Si riscontra, cioè, per essi una posizione marginale che fa pensare che il fenomeno sia più che una caratteristica abruzzese una forma di habitat dovuta all’influenza delle regioni confinanti. I vetusti aggregati elementari e i piccoli villaggi dei comuni di Valle Castellana, Rocca Santa Maria, Cortino e Crognaleto, le « ville » ai margini della conca di Montereale e più a sud i numerosi minuscoli centri che costellano i territori di Cagnano Amiterno, Lùcoli, Ocre, recingono la conca dell’Aquila e terminano nella valle dell’Aterno a monte di Fontecchio, hanno un’evidente connessione con la limitrofa conca di Amatrice e il bacino dell’alto Tronto. Come è indubbia la continuità fra la più limitata plaga a piccoli centri di Tagliacozzo e Sante Marie e l’attiguo Cicolano, nel quale l’agglomerazione in minuscoli villaggi

    ha la sua più tipica espressione a Fiamignano. Per rendere meglio l’idea di questa forma d’insediamento può essere portata come esempio un’area ristretta, come il territorio comunale di Crognaleto, sul versante meridionale dei Monti della Laga e con un piccolo lembo appartenente alle ultime pendici del Gran Sasso. I centri principali sono due, Nerito e Tottea, che superano di poco i 500 ab.; ad essi si aggiungono ben 15 centri e 6 nuclei formati per lo più da poche case ammucchiate e abitati da un numero di persone oscillanti fra 50 e 200 unità, mentre in tutto il territorio le case isolate non superano la diecina.

    La caratteristica posizione marginale dei piccoli centri e delle « ville » nella conca di Montereale.

     

     

     

     

     

     

    Più a sud e nel Molise il fenomeno è molto più frammentario ed ha pure un carattere alquanto differente. Pennapiedimonte e Roccamòrice alle falde della Maiella, Gioia e Ortona dei Marsi fra la conca fucense e la valle del Giovenco, Tornareccio e Roccaspinalveti nel retroterra frentano ne sono le aree abruzzesi più tipiche. Si tratta di territori talora dominati da un solo centro abitato, medio o piccolo, al quale di solito si accompagna un considerevole numero di aggregati elementari, mentre le case isolate sono scarsissime o del tutto assenti. A Tornareccio, per esempio, i 2700 ab. appartengono per metà al capoluogo, mentre i rimanenti si condensano in 13 nuclei. A Roccamòrice su 2142 ab. poco meno di 800 appartengono al centro, gli altri 1200 sono suddivisi in n nuclei e solo 150 abitano in case isolate. A Roccaspinalveti invece si ritrova la tipica forma dell’alto Aterno: i centri abitati, molto piccoli, sono 7, e ad essi si accompagnano n nuclei.

    Nel Molise questa forma di insediamento è diffusa nella parte interna e più elevata, ad ovest di una linea che congiunge Duronia a Frosolone e a Spinete (alto Molise e alto bacino del Volturno). Come esempio più caratteristico può essere citato Spinete, con i 1918 ab. agglomerati in 6 centri e 9 aggregati elementari; nel territorio di Frosolone invece i due centri principali superano l’uno 2000 e l’altro 1000 ab., mentre ben 15 nuclei accolgono più di un terzo della popolazione.

    Quando un certo numero di case sparse — che di regola si fanno corrispondere a più di un decimo della popolazione totale — rompe la monotonia delle plaghe nelle quali la tipica forma d’insediamento è quella accentrata, ci troviamo di fronte a forme intermedie che, attraverso vari gradi, tendono alla dispersione dell’habitat. Sono le tre forme che, leggermente modificate da quelle della carta del Biasutti per adeguarci meglio alle caratteristiche regionali, possono essere denominate Masserie e case sparse delle aree dei centri di media grandezza (suddivisa in due: con popolazione sparsa dal 10 al 25% e dal 26 al 50%) e Villaggi, aggregati elementari e case sparse.

    Poco appariscente risulta spesso la prima forma, specialmente quando le dimore sono disperse a notevole distanza fra loro. Si tratta in generale di poche case sparse in aree tradizionalmente dominate dagli agglomerati, quali la conca di Capestrano, il territorio di Orìcola ai margini della piana del Cavaliere, il basso Molise e l’alta collina ad est di Campobasso. Talora però l’insediamento sfuma gradualmente, come nel Chietino fra il Sangro e il Trigno e nella Val Pescara immediatamente a valle delle gole di Pòpoli, nelle tipiche forme ad accentuata dispersione. Dispersione che è ben evidente, pur se gli abitanti degli agglomerati superano ancora come numero quelli sparsi nelle campagne, nella vasta plaga collinare del Subappennino Frentano che da Ortona, attraverso Lanciano e Guardiagrele, giunge a lambire le falde della Maiella. A differenza della precedente, questa forma di habitat è tipica delle aree ad accentuata dispersione, fatta eccezione per Campomarino, dove una recente spartizione di terre ha fatto sorgere sulla fascia costiera un notevole numero di case sparse, per il territorio di Larino e per le zone montane a sud e ad ovest di Campobasso e intorno ad Agnone.

    La forma mista a centri, nuclei e case sparse mette in evidenza una più armonica distribuzione delle varie sedi umane, senza una netta prevalenza dell’una sull’altra. Se le plaghe a masserie e case sparse accomunate ai centri di media grandezza possono essere messe in connessione con quelle ove dominano gli agglomerati compatti, in questo tipo di insediamento intermedio scorgiamo l’intervento di un fenomeno di dispersione in correlazione con la forma meno accentrata dei centri, villaggi e aggregati elementari. Il contatto con questa è evidente nel Molise, specialmente nell’alto Volturno, dove le zone di Venafro e di Isernia sfumano gradualmente in quelle di Longano e Castelpetroso da una parte e di Filignano, Montàquila e Colli al Volturno dall’altra, dove è evidente la scarsità delle dimore isolate.

    Questa associazione di sedi differenti si manifesta nella più tipica forma nel territorio di Sesto Campano, che costituisce l’ultima appendice molisana dell’alto Volturno: oltre al capoluogo (793 ab.) vi si trovano i villaggi di Roccapipirozzi e Vallecupa (meno di 300 ab. ciascuno), sei nuclei per un totale di 529 ab. e infine un cospicuo numero di case isolate abitate da 1137 individui. Tale forma si trova anche fra il Matese e i Monti del Sannio (Guardiaregia, Sepino, Cercemaggiore) e in altri più ristretti territori dell’alto Molise (Baranello, Macchiagòdena, ecc.). Nell’Abruzzo le zone più vaste ad insediamento misto sono tre, in ambienti naturali molto diversi fra loro. La più importante è indubbiamente la fascia di transizione dell’alta collina teramana che per lungo tratto, dal limite settentrionale della regione a Isola del Gran Sasso, separa l’area montana a villaggi e nuclei da quella a forte dispersione delle sedi umane. Il territorio di Montorio al Vomano, ad esempio, si distingue per il cospicuo numero di centri (9) e di aggregati elementari (12) bilanciato da un notevole insediamento sparso nel quale risiede quasi un terzo della popolazione totale. Anche la Val Roveto, da Civitella a Balsorano, è a contatto, al di là del confine regionale, con la zona ciociara ad accentuata dispersione dell’habitat, mentre è invece molto singolare la limitata area marginale della conca peligna a sudovest di Sulmona — Bugnara, Introdacqua, Pettorano sul Gizio — circondata da vaste plaghe ad insediamento tipicamente accentrato.

    Masserie, case sparse e il centro di Guardiagrele, nella caratteristica disposizione sul dorso delle colline argillose.

     

     

     

    Plaga con centri di media grandezza misti a case sparse, nel Subappennino Frentano.

     

    Quando il numero degli abitanti nelle case isolate sui fondi supera la metà della popolazione totale ci troviamo di fronte alla piena dispersione dell’insediamento rurale, che il Biasutti fa corrispondere a due forme, la prima nelle aree in cui la popolazione sparsa oscilla fra il 50 e il 75%, la seconda, più accentuata, con la popolazione sparsa che supera i tre quarti del totale. La connessione con il sistema di conduzione a mezzadria e con la policoltura a seminativo arborato, a vigneto e ad oliveto è evidente. Infatti il regno dell’insediamento sparso è soprattutto la collina aprutina che può dirsi una continuazione dei sistemi colturali e del paesaggio rurale marchigiano. Da Castelli fino a Pescosansonesco il limite della zona, che si estende ininterrotta fino all’Adriatico, s’identifica con la linea di contatto fra le masse plastiche subappenniniche e i calcari del Gran Sasso. Una cospicua fascia al centro di questa zona, che da Controguerra e Colonnella, al confine con le Marche, raggiunge Collecorvino attraverso i territori di Nereto, Bellante, Cellino Attanasio, Castilenti ed Elice, con propaggini verso il Gran Sasso (Arsita) e verso il mare (Morro d’Oro), raggiunge la massima dispersione delle sedi con oltre il 75% della popolazione abitante nelle case isolate. Forma, questa, che si ritrova a sud di Chieti nella plaga collinare fra Casalincontrada e Francavilla (Bucchiànico, Ripa Teatina, Migliànico, ecc.) e — fatto eccezionale per una zona montana — nell’alto Trigno a Schiavi d’Abruzzo. Certo nell’Abruzzo marittimo a sud della Pescara la dispersione, anche se sensibile ovunque fino ai Monti dei Frentani, è molto più varia. L’insediamento prevalentemente sparso è evidente più che altro nel territorio intorno a Chieti e sulle colline del basso Sangro (Torino di Sangro, Atessa, Càsoli, ecc.), mentre altrove prevalgono le forme intermedie. Nel Molise fanno spicco i territori di Trivento e di Belmonte del Sannio in una zona montana alquanto vasta collegata non solo a Schiavi d’Abruzzo ma anche all’area di sensibile dispersione che comprende Agnone, Poggio Sannita, Pietrabbondante e Caro villi.

    Insediamento rurale sparso fra Cellino Attanasio e Atri (Subappennino Aprutino).

    Si noti la tipica posizione delle case e delle strade sui dossi argillosi, in un paesaggio dominato dai fenomeni di erosione.

     

    Distribuzione e posizione dei centri abitati.

    Dalle osservazioni fatte sinora si può dedurre che i centri abitati sono non soltanto il fulcro della vita sociale organizzata ma, eccettuati rari casi, anche la base delle attività agricole che tuttora rivestono in ambedue le regioni un ruolo economico fondamentale. All’atto dell’ultimo censimento (1961) essi raggiungevano il numero di 189 nel Molise e di 842 nell’Abruzzo, così ripartiti fra le quattro province: L’Aquila 322, Teramo 245, Chieti 191 e Pescara 84.

    Considerandone la grandezza secondo l’entità demografica, risulta la scarsità degli agglomerati che superano i 5000 ab., 26 in tutto, dei quali soltanto n al di sopra dei 10.000. Sono compresi fra questi, oltre ai cinque capoluoghi di provincia, le città di Avezzano, Sulmona, Lanciano, Vasto, Ortona e Giulianova; ai centri fra 5000 e 10.000 ab. appartengono sia alcune città di una certa importanza, come Isernia e Tèrmoli, sia alcuni grossi borghi agricoli come Pràtola Peligna (conca di Sulmona), Trasacco (conca del Fùcino) e Guglionesi (basso Molise) che costituiscono il limite di grandezza di tale tipico insediamento rurale.

    La città più popolosa è Pescara, che ha raggiunto i centomila abitanti con uno sviluppo davvero vertiginoso (81.697 ab- nel 1961, 47.907 nel 1951), cui tiene dietro a lunga distanza Chieti (31.374 ab. nel 1961) che tende, congiungendosi con la sua geminazione ferroviaria e industriale di Chieti Scalo, a raggiungere i 40.000 abitanti. L’Aquila, capoluogo storico e culturale dell’Abruzzo, è soltanto al terzo posto con quasi 30.000 ab., seguita da Campobasso (27.568 ab.) e da Avezzano (24.120 ab.), principale città non capoluogo di provincia. Indubbiamente, fatta eccezione per Pescara, molti fattori sociali ed economici gravano sulla scarsa urbanizzazione delle due regioni. Le città si sviluppano modestamente, rivelando una carenza di attrazione economica dovuta a una insufficiente industrializzazione e a una particolare gracilità delle proprie funzioni tipiche. Lo sviluppo è in alcuni casi, come a Campobasso, dovuto quasi esclusivamente a fattori burocratico-amministrativi. Così il riversarsi delle giovani forze di lavoro nella città è un fenomeno sensibile soltanto a Pescara; dalla montagna e dalle campagne si evade più spesso per abbandonare la regione.

    Vedi Anche:  La popolazione

    Allo scarso aumento delle città corrisponde la diminuzione dei centri agricoli, con il loro conseguente spostamento in classi di minore entità demografica. Il maggior numero di centri di una certa importanza è compreso in ambedue le regioni fra i 1000 e i 3000 ab.: 114 in Abruzzo e 72 nel Molise nel 1961, mentre erano rispettivamente 135 e 76 nel 1951. Dato che la diminuzione interessa anche i centri più popolosi, è indubbio che in un solo decennio molti agglomerati siano calati al di sotto dei mille abitanti. Questo calo uniforme ha portato a un notevole aumento dei piccoli centri con meno di 500 ab., numerosissimi nell’Abruzzo dove raggiungono il numero di 526 (447 nel 1951) e alquanto scarsi nel Molise (59); tale aumento è però dovuto anche al fatto che un buon numero di aggregati elementari, che hanno subito una certa evoluzione, si sono modificati in veri e propri villaggi.

    Sviluppo dell’insediamento a carattere urbano-industriale nella vallata della Pescara, ai margini del capoluogo.

     

    Grande interesse ha pure l’esame della distribuzione dei centri secondo l’altitudine, considerando che nelle zone più elevate essi rappresentano quasi sempre il limite assoluto dell’habitat permanente. Naturalmente ciò si rivela con particolare evidenza nell’Abruzzo aquilano, che comprende gran parte dei territori più elevati di ambedue le regioni. Qui ben 60 centri sono situati al di sopra dei 1000 m. di altitudine mentre nelle altre plaghe abruzzesi se ne possono contare soltanto 22 e nel Molise 5. Anche due delle maggiori città, L’Aquila e Avezzano, appartengono alla zona montana, essendo situate a un’altitudine che si aggira sui 700 metri.

    La complessità orografica dell’Abruzzo non permette di poter definire con una linea ininterrotta il limite superiore dell’insediamento permanente, che si manifesta con sensibili differenze fra i vari massicci, secondo la loro posizione ed esposizione. Solo frammentariamente si possono quindi esprimere questi limiti indicando i centri più alti, anche se chiare ed evidenti ne risultano le caratteristiche generali. Gli altipiani abruzzesi accolgono gli insediamenti più elevati della penisola, fatta eccezione per San Pellegrino in Alpe (1520 m.) nell’Appennino Tosco-Emiliano e Castel-luccio di Norcia (1453 m.) nell’Appennino Umbro, che costituiscono limiti abnormi anche in seno alla loro stessa regione. Il centro abitato più alto è Rocca di Cambio, posta a 1433 m. quasi al limite settentrionale degli altipiani delle Rocche, sul grande blocco orografico del Velino-Sirente. La posizione alquanto favorevole, a contatto con ampie distese coltivabili o pascolative sulla via di transito fra la conca del Fùcino e quella dell’Aquila, ha prevalso sui fattori altimetrici e climatici. Qui infatti sono situate altre fra le sedi più elevate: Ròvere (1432 m.), Ovìndoli (1375 m.), Rocca di Mezzo (1329 m.), Terranera (1278 m.) e Fontavignone (1230 m.). Inoltre sul versante settentrionale dello stesso gruppo, alla testata della valle di Lùcoli, si può trovare un altro villaggio a grande altitudine, Casamàina (1405 m.). I Monti della Laga offrono anche essi limiti molto elevati delle sedi umane, con nette differenze fra vari versanti. Sull’altipiano di Campotosto, volto a mezzogiorno, il centro di Campo-tosto raggiunge la maggiore altitudine (1420 m.), con Mascioni (1399 m.) e Poggio Cancelli (1314 m.), mentre sul fianco orientale il limite non supera i 1200 m. in alcuni piccoli villaggi del comune di Crognaleto (Cesacastina, San Giorgio, ecc.), toccando la quota più alta ad Altovia (1183 m.), aggregato elementare di Cortino.

     

     

    Il lembo settentrionale dell’altipiano carsico delle Rocche, sede di alcuni fra i più elevati centri dell’Appennino. Si noti anche qui la posizione marginale dei centri rispetto al piano.

     

     

     

    Rocca di Cambio (m. 1433), il terzo fra i centri più elevati dell’Appennino aggrappato alle ultime pendici del Monte Cagno.

     

     

    La morfologia a fianchi ripidissimi del Gran Sasso non permette insediamenti elevati che sul versante meridionale dove, non lungi da piani carsici coltivabili, si trovano Castel del Monte (1310 m.), Santo Stefano di Sessanio (1251 m.) e Calascio (1210 m.). In questa zona fino a non molti anni fa era ancora abitato il villaggio permanente più alto dell’Appennino centrale, Rocca Calascio, aggrappato come un nido d’aquila a uno sprone roccioso sovrastante Calascio, a un’altitudine di 1464 metri. Agglomerato minuscolo, da lungo tempo ormai allo stadio di necrosi — 28 ab. nel 1951 — è stato totalmente abbandonato dal 1958 ed è in completo sfacelo; soltanto la rocca domina ancora, con la sua mole visibile a grande distanza, le piccole dimore semidistrutte, invase dalla vegetazione spontanea. I grandi altipiani centrali fra la Maiella e il Monte Greco presentano pressappoco le stesse caratteristiche di quelli delle Rocche, con limiti superiori ai 1300 m. : Pescocostanzo (1395 m.), Rivisòndoli (1365 m.), Pietransieri (1288 m.) e Roccaraso (1236 m.). Non distante, sulle pendici della montagna culminante nel Monte Sècine, si trovano i centri più elevati della provincia di Chieti, Gamberale (1343 m.) e Pizzoferrato (1251 m.). Questi sono i limiti altimetrici estremi dell’insediamento permanente in Abruzzo, in evidente connessione con la morfologia a piani carsici.

    Gamberale (m. 1343), il più alto centro abitato del Chietino.

     

    Altrove questi limiti sono di gran lunga inferiori, come intorno alla Maiella, massiccio che respinge ai propri margini le sedi umane in modo tale che soltanto due centri — Roccacaramànico e Campo di Giove — sono posti non molto al di sopra dei 1000 metri. Sui monti della Màrsica vengono superati i 1200 metri a Sperone e Bisegna, sul Monte Genzana a Frattura, ma si tratta di altitudini eccezionali per le zone in questione. Come del resto costituisce un’eccezione la quota raggiunta da Capracotta (1421 m.), il centro più alto del Molise, che rimane ben lontano dalle altre maggiori altitudini toccate nella stessa plaga da Vastogirardi (1200 m.) e Pescopennataro (1190 m.).

    La distribuzione dei centri secondo l’altitudine è intimamente legata alle caratteristiche plastiche del territorio. In tal modo le differenze sono veramente cospicue fra una parte e l’altra della regione: nel Teramano poco meno della metà dei centri

    è posta fra i 200 e i 500 m., mentre nell’Abruzzo aquilano il 55% si trova fra i 700 e i 1000 e nel Molise il 61% è fra i 500 e gli 800. La posizione geografica e il sito topografico sono anch’essi parzialmente legati a tali caratteristiche, anche se vari fattori di ordine storico, sociale ed economico possono avere avuto una influenza determinante su molte sedi umane. Così sulla montagna dobbiamo tenere nel dovuto conto l’influenza delle forme carsiche, mentre nella fascia collinare le argille condizionano inevitabilmente la posizione degli abitati. Il fondovalle dei principali fiumi è per lo più repulsivo. Nella valle della Pescara, ad esempio, la vasta fascia di pianura costruita dal fiume è scarsamente abitata. I principali centri sono disposti in sito elevato sui dossi argillosi, preferibilmente dove le resistenti placche residue di conglomerati offrono agli abitati una più solida base di appoggio. Oltre al consueto motivo delle bassure un tempo acquitrinose e malsane, qui anche l’importante Via Valeria, percorsa dalle bande armate durante i frequenti conflitti, deve essere stata indubbiamente un fattore negativo. Così vediamo in posizione sicura, dominante il fondovalle, Tocco da Casauria, Bolognano, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Turrivalignani, Chieti, San Giovanni Teatino sulla destra, Castiglione a Casauria, Alanno, Rosciano e Cepagatti sulla sinistra idrografica. Un solo centro abitato antico si può trovare sul fondovalle, là dove esisteva fino dai tempi più remoti un importante guado, cioè Torre de’ Passeri (Turris passuum), del quale il toponimo attuale ha completamente falsato il senso. Per il resto l’insediamento di fondovalle è recente, e va posto in connessione con la costruzione della ferrovia Pescara-Roma, nella seconda metà del secolo scorso. Si assiste così alla graduale decadenza dei vecchi centri ed a molteplici fenomeni di sdoppiamento presso la strada ferrata, in coincidenza delle varie stazioni: Bussi Officine, Alanno Scalo, Scafa, Santa Maria Arabona, Chieti Scalo, Sambuceto sono essenzialmente centri di stazione alcuni dei quali, data la facilità delle comunicazioni sul più importante asse di penetrazione della regione, hanno subito un processo d’industrializzazione con conseguente forte sviluppo.

    Torre de’ Passeri, unico centro abitato antico sul fondovalle della Pescara.

     

    L’esempio della Val Pescara è senza dubbio il più importante. Infatti nelle altre valli subappenniniche ben raramente può essere riscontrato un così palese ritorno al fondovalle della popolazione. Un fenomeno simile, anche se non così sviluppato, si può notare all’estremità opposta della regione, nella Val Roveto, dove i centri posti in alto sulla sinistra idrografica del Liri si svuotano progressivamente a vantaggio dei nuovi, che ne riprendono spesso anche il toponimo (Balsorano Nuovo, San Giovanni Nuovo, San Vincenzo Nuovo). Comunque la cause sono ben differenti, risalendo al terremoto marsicano del 1915 che rovinò i vecchi centri ed ebbe come conseguenza la costruzione di nuovi abitati in prossimità del fondovalle.

     

     

     

    La posizione di Pòpoli, all’imbocco delle Gole di Tremonti.

     

    Nel Subappennino rimane ovunque il motivo dei centri antichi dominanti sulla sommità delle colline o sulle terrazze fluviali, e alquanto rari sono i casi di sdoppiamento nel fondovalle. La più illustre sede di confluenza è Teramo, fra il Tordino e il Vezzola, ma più in basso, dove la valle si amplia, si può notare soltanto il piccolo centro di San Nicolò a Tordino. La ferrovia, che svolge una limitata funzione fra il capoluogo e il litorale, ha causato quindi un solo sdoppiamento, mentre i centri più importanti quali Bellante, Mosciano Sant’Angelo e Castellalto, sono posti sulle sommità collinari a notevole distanza. Anzi per i primi due si potrebbe dire che sono situati sulla dorsale di displuvio fra due fiumi, a nord il Salinello e a sud il Tordino. La posizione di sommità interfluviale è uno dei motivi più ricorrenti in tutto l’Abruzzo

    marittimo: Atri fra il Vomano e il Piomba, Penne fra il Fino e il Tavo, Pianella fra il Tavo e la Nora, Ripa Teatina fra l’Alento e il Foro, Casalbordino fra l’Osento e il Sinello sono soltanto alcuni fra i numerosissimi esempi che potrebbero essere portati. Nel Molise i fondivalle, sfuggiti anche dalle vie di comunicazione, sono del tutto deserti, ed è quindi ancora più assoluto il predominio dei centri di sommità che svettano sulle grandi distese ondulate.

    Una posizione più volte ricorrente specialmente nell’Abruzzo è quella all’imboccatura o allo sbocco delle gole e delle forre fluviali o carsiche, veri e propri punti di transito obbligatorio. Già è stata citata Teramo, dove la valle del Tordino si apre verso il mare, e in posizione analoga, anche se non di confluenza, si trova Montorio al Vomano, al termine della profonda incisione che il fiume ha scavato fra il Gran Sasso e i Monti della Laga. Così nell’Abruzzo interno Pòpoli è a guardia dell’imboccatura delle gole di Tremonti, Anversa negli Abruzzi allo sbocco delle gole del Sagittario, Castelvecchio Subequo e Raiano sono poste alle due estremità delle gole di San Venanzio, Barrea e Scontrone all’ingresso e allo sbocco delle gole del Sangro. Chiari motivi strategici, visibili ancora negli avanzi di fortificazioni e di castelli

    — Pòpoli, Pescina, Celano — stanno alla base di tale posizione, ma non è da trascurare, nel caso dei centri allo sbocco di gole, il fattore morfologico costituito da ampie ed ospitali conoidi di deiezione, come è evidente a Pagànica, allo sbocco delle gole del Raiale nella conca aquilana.

    Le conche intermontane sono i più importanti fulcri del popolamento dell’Abruzzo interno. Caratterizzate dall’insediamento sparso scarsissimo o del tutto assente, esse ospitano in genere un cospicuo numero di centri che per lo più sono disposti su pendio al margine. Se le ragioni che hanno determinato tale disposizione nella conca fucense sono ovvie, considerato il recente prosciugamento del lago, anche nelle altre conche, da quella di Montereale a quella di Sulmona, il motivo è facilmente individuabile nella consueta ricerca di sicurezza nei riguardi delle acque e degli uomini. Nella conca aquilana soltanto Onna occupa una posizione mediana, in quella di Sulmona soltanto Pràtola Peligna, peraltro posta su una leggera ondulazione che la pone al sicuro dalle acque del vicino Sagittario. Nel Fùcino soltanto tre villaggi sono nati recentemente sul fondo dell’ex lago, ma trovano molte difficoltà nel loro sviluppo

    — in special modo il Borgo Ottomila, al centro dell’alveo — a causa dell’eccessiva umidità che fa preferire le vecchie e spesso misere case dei centri marginali. Questi sono per lo più sedi di pendio o di sprone, posti sulle conoidi, sui detriti di falda cementati e sugli ultimi aggetti calcarei. Nella conca di Montereale, popolata da numerosi piccoli centri, soltanto uno, Piè di Colle, si trova nella parte bassa. L’agglomerato più importante, Montereale, si allunga in posizione dominante su una dorsale che termina a sprone; gli altri sono situati su alture tondeggianti, sproni, conoidi, e più genericamente, su pendio.

    La disposizione marginale dei centri nelle conche richiama un altro motivo di estrema importanza per le sedi umane della montagna abruzzese, cioè l’influenza del carsismo. Uno degli effetti più sensibili di questo è l’allineamento di sorgenti alla base dei massicci calcarei, che stimola in molti casi una serie di centri abitati pressappoco alla stessa altitudine. E molto spesso la posizione ai margini, sia nelle conche che nelle vallate, rivela, oltre ai ben noti motivi di difesa, anche l’esistenza di sorgenti perenni. Il Segre, che ha minutamente esaminato gli aspetti antropici del fenomeno carsico, porta come esempio il versante destro della Val Roveto, dove i centri sono in posizione elevata, posti in corrispondenza dell’allineamento di sorgenti che sgorgano al contatto fra i calcari e le marne: Canistro Superiore, Meta, Rendinara, ecc. Sia qui che in altre plaghe, come ad esempio nel Carseolano, le sedi umane cercano di evitare i calcari e si pongono immediatamente al di sotto di essi, su terreni arenaceo-marnosi. I centri di sorgente o di risorgenza carsica sono per lo più agglomerati compatti che possono presentare un particolare sviluppo a catena quando le scaturigini sono numerose e a una certa distanza fra loro (Boiano) oppure tendono ad assumere una forma molto allungata di pendio quando, come nel caso di Tagliacozzo, non lontano dalla sorgente si apre più in basso un lembo di pianura. Anche i piani più elevati, come le grandi conche intermontane, rivelano una disposizione delle sedi ai margini, e in particolare sui dossi di modellamento carsico, sino dalla preistoria. Sugli altipiani delle Rocche si può citare Ròvere come centro di spartiacque di bacino, Ovìndoli come centro di soglia, Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio come sedi di pendio interno di bacino carsico. D’altra parte molte di queste depressioni erano in epoca abbastanza recente ancora occupate da specchi lacustri alimentati dalla fusione delle nevi, quindi le sedi non potevano che sfuggirne le parti più basse. Un ottimo esempio ci è offerto da Campo di Giove, alle falde della Maiella, che all’inizio del secolo scorso si specchiava ancora in un laghetto, di ben maggiore ampiezza nel passato più remoto, come si può intuire dallo stemma del comune. Questa è pure la causa della posizione eccentrica e più elevata rispetto ai piani circostanti di Pescocostanzo, Rivisòndoli e Roccaraso, sui grandi altipiani centrali.

    Barrea e le Gole del Sangro.

     

    La posizione di Carpinone, al di sopra dello sbocco di una stretta gola.

     

    Anche le vallate interne ripetono questo motivo, con i centri posti spesso al limite delle scoscese pendici dove la pendenza si fa più dolce per la presenza di antichi detriti di falda (Tione degli Abruzzi, Stiffe, Tussillo nella valle dell’Aterno). Altrove gli abitati si aggrappano sulla sommità di spuntoni calcarei, come a Pietrasecca nel Carseolano, ad Opi e Scontrane nella valle del Sangro. Un fenomeno alquanto diffuso nelle sedi di sommità, sia di sprone che di dosso o di « hum » carsico, è la tendenza dell’abitato più recente verso il basso, stimolata dalla scomparsa di quelle cause che avevano spinto la popolazione all’isolamento.

    Le grandi cavità carsiche influiscono sulle sedi umane anche se sono completamente disabitate. I centri possono essere situati anche a una certa distanza da esse — come avviene per Castel del Monte, Calascio e Santo Stefano di Sessanio, sul versante meridionale del Gran Sasso — ma la loro intensa messa a coltura dimostra quanto stretto sia il legame con il centro abitato che ne utilizza le risorse. Anche le doline, per la fertilità del loro fondo, esercitano talvolta una certa attrazione: in Abruzzo possono essere considerati veri e propri centri di dolina Fossa, nella valle dell’Aterno, con le case della parte più alta poste a semicerchio intorno a una profonda cavità carsica, e Fossatello, nel territorio di Cagnano Amiterno, mentre Pianola, poco a sud dell’Aquila, è posta nelle immediate vicinanze di una dolina con il fondo coltivato.

    Vedi Anche:  Le altre attività primarie: allevamento e pesca

    La posizione di Boiano lungo l’allineamento delle copiose sorgenti del Biferno e lo sviluppo allungato dell’abitato.

     

     

     

    L’abitato di Opi nell’alto Sangro, aggrappato alla sommità di uno spuntone calcareo.

     

     

    Il villaggio di Scontrane, che domina da uno sprone elevato lo sbocco delle gole del Sangro.

     

     

     

    Fino a questo punto si è trattato essenzialmente di centri di altura, di dorsale, di pendio, posti in conformità con la morfologia accidentata delle due regioni in cui anche gli scarsi lembi di pianura, quali le conche interne e gli ampi fondivalle del settore subappenninico sono stati evitati per le ormai note ragioni. Restano da considerare quindi soltanto i centri della ristretta cimosa costiera, l’unico territorio pianeggiante densamente popolato dal Tronto fino al Sangro. Particolarmente interessante a questo riguardo è il litorale aprutino, nel quale più che altrove si può notare il caratteristico fenomeno della geminazione delle « marine » dai vecchi centri posti sulle alture. Tale fenomeno è molto recente. Nell’antichità i centri posti sul litorale erano soltanto due, cioè Aternum (Pescara) e Castrimi Novum (Giulianova). Le insidie che provenivano dal mare e i frequenti impaludamenti portarono al loro abbandono, e così la fascia costiera rimase pressoché deserta fino al secolo scorso. Nuove condizioni di sicurezza, alle quali si aggiunsero l’attrazione dei due grandi assi di comunicazione (strada e ferrovia) e le esigenze economiche della pesca e del turismo balneare, portarono a un progressivo popolamento del litorale, particolarmente vivace nel nostro secolo. Così da Colonnella si è sdoppiata Martinsicuro, la più settentrionale delle marine abruzzesi; Tortoreto ha avuto due geminazioni, una balneare (Tortoreto Lido) e l’altra ferroviaria (Tortoreto Stazione), che recentemente ha conseguito l’autonomia amministrativa con il nome di Alba Adriatica; Giulianova si è estesa sul piano tanto da formare un unico centro abitato con il grosso borgo d’altura. Più a sud a Cologna corrisponde sul litorale Cologna Spiaggia, Montepagano geminò un piccolo agglomerato lungo la strada (Quote) che, ingranditosi, prese il nome di Rosburgo, l’attuale Roseto degli Abruzzi. Intorno alla stazione di Mutignano si è formato il centro balneare di Pineto e altre due marine si sono sdoppiate da Silvi e da Montesilvano. Anche Pescara, in fin dei conti, ha avuto la sua geminazione ferroviaria e balneare in Castellammare Adriatico, che ora costituisce la parte più vitale della città. Così anche il settore balneare di Francavilla forma un tutto unico con l’insediamento sorto sulla collina e quasi totalmente ricostruito dopo la distruzione dell’ultima guerra. A sud di Francavilla la morfologia costiera si fa meno adatta all’insediamento balneare e per questo le marine sono molto meno numerose, assai distanziate l’una dall’altra e — eccettuata la Marina di Vasto — poco sviluppate. Alquanto dubbia è la geminazione nel caso di Ortona, che fa più pensare a una limitata espansione verso la stazione e il porto dell’abitato posto sul margine della falesia, mentre le attività balneari si svolgono a una certa distanza dalla città su due spiagge (Lido Riccio e Lido Saraceni) ancora in fase embrionale come insediamento. Più a sud veri e propri sdoppiamenti si hanno nelle marine abruzzesi di San Vito, Fossacesia, Torino di Sangro, Casalbordino, Vasto e San Salvo, mentre nel Molise stanno nascendo le marine di Petacciato e di Campomarino, per ora del tutto insignificanti.

     

    Le differenti strutture degli agglomerati.

    La struttura dei centri è connessa necessariamente alle forme del terreno sul quale essi sono sorti e alle fasi di sviluppo successivo dell’abitato che spesso altera la fisionomia originaria con appendici lungo le vie principali, quando più raramente quasi non la cancella. Regioni dov’è pressoché incontrastato il dominio delle sedi di altura o di pendio, l’Abruzzo e il Molise hanno come caratteristica fondamentale l’agglomerato compatto di case addossate l’una all’altra a differente livello, con vie strette, sovente tortuose, a forti pendenze spesso superate da gradinate che quando sono direttamente intagliate nella roccia prendono il nome di « cordonate ». In questa forma di agglomerato, secondo la grandezza e il sito topografico, si possono individuare strutture alquanto differenti fra loro.

    La forma più ridotta di centro abitato è quella dei villaggi montani dell’alto Aterno e della Laga, formati da gruppi di case disposte senza alcun ordine lungo stretti vicoli che spesso, cambiando direzione, si slargano in piazzole mal lastricate o sterrate dove si ammucchiano e si lavorano i prodotti agricoli. Eccettuati i villaggi principali, questi agglomerati mancano perfino di una piazza centrale e sono molto simili agli aggregati elementari, chiamati nell’alto Aterno « ville ». Anche nei centri più grandi si può distinguere la struttura a nuclei, separati da orti e da piccoli appezzamenti di terreno. Molto caratteristiche sono a questo riguardo le « ville » isolate della conca di Monte-reale, mentre i centri compositi formati da vari nuclei appaiono più frequenti verso sud, nella valle dell’Aterno: Barete, Torre, Arischia, Pìzzoli e, a valle della conca aquilana, San Demetrio ne’ Vestini. Tale struttura si può ritrovare, assai limitata, anche in altre zone montane. Sul versante teramano del Gran Sasso, Fano Adriano è formato da tre nuclei compatti, Pietracamela e Intermèsoli da due; alle falde della Maiella, Roccamontepiano si compone di piccolissimi aggregati e case isolate, Rapino di nuclei allungati su strade.

    Il centro compatto di media grandezza — il più frequente — ha spesso la pianta circolare od ellittica propria delle sedi di poggio ed è limitato molte volte da una strada che gira intorno alla parte più antica dell’agglomerato e ne congiunge le antiche porte d’ingresso. A questa si allacciano una o più strade sulle quali si trovano le recenti propagginazioni. Spesso una via centrale, sulla quale prospettano le poche botteghe e abitazioni non rurali, taglia l’abitato per tutta la lunghezza, intersecata da numerose vie trasversali, aprendosi al centro o a una estremità nella piazza principale. Particolarmente efficace è la descrizione che il Dagradi ci dà di questi centri: « Il bisogno di protezione spiega l’aspetto di fortezza che essi ostentano alla periferia, costituita da una cerchia compatta di case alte, con mura robuste sul lato esterno [e la facciata rivolta verso l’interno], stipate l’una appresso all’altra in modo da formare una cintura ininterrotta… Simili a nidi di falchi, addossati sugli sproni rocciosi — con i quali si confondono per l’uniforme color grigio, rotto soltanto dal rosso sporco dei tetti o qua e là dal bianco di calce dei pochi edifìci recenti — i borghi guardano dall’alto alla valle, visibili da ogni punto, e fanno un’impressione pittoresca da lontano. Ma penetrando attraverso le loro buie straduzze, strette, contorte, fiancheggiate da case piuttosto alte, scure e tetre, si percepisce intero il senso del secolare abbandono ». Questa struttura è tipica più che altro dell’Abruzzo marittimo e del Molise, poiché all’interno i calcari, che conferiscono al terreno una più spiccata accidentalità, danno luogo a centri dalla pianta meno regolare e più articolata. La maggiore diffusione si trova sulle colline del Subappennino Aprutino: Ancarano, Colonnella, Bellante, Cellino Attanasio, Città Sant’Angelo, Montepagano, Spoltore sono alcuni fra i molti esempi. Controguerra si distingue per il particolare sviluppo su più strade delle propagginazioni recenti. Anche il Molise è ben rappresentato: Chiàuci, Provvidenti, Castelpetroso, Palata, Toro, Campochiaro, Ferrazzano e molti altri sono tipiche sedi di poggio a pianta ellittica o circolare.

     

    La pianta del centro compatto nell’Abruzzo montano è per lo più a forma molto irregolare. Vie e vicoli tortuosi dividono i grandi blocchi delle abitazioni disposte sul pendio. Non manca mai una piazza piuttosto ampia, con la chiesa e i maggiori edifici del paese, adorna molto spesso della tipica fontana. Nei centri più grossi (Celano, Pòpoli, Capestrano, Barisciano, Scanno, ecc.) questo motivo può anche ripetersi più volte. I dislivelli, spesso molto sensibili, sono vinti da strade acciottolate con numerose rampe a gradini che confluiscono alla carrozzabile, la quale, serpeggiando attraverso la massa compatta dell’abitato, spesso si identifica con la via principale.

    Le sedi di sprone e di dorsale hanno invece una pianta molto allungata. Gli agglomerati sono meno compatti e i vicoli trasversali pressoché insignificanti rispetto all’importanza che assume la via centrale, quasi sempre rettilinea, che percorre l’abitato in tutta la sua lunghezza; nei centri più rilevanti (Montorio al Vomano, Isernia, Larino, ecc.) si notano più vie longitudinali e una maggiore complessità di struttura. Presente sulle colline aprutine — Bisenti, Castelli, Silvi, ecc. — il centro a pianta allungata è la caratteristica delle sedi umane del Subappennino Frentano: Atessa, Bomba, Càsoli, Orsogna, Scerni, ecc. Le ultime tre hanno la caratteristica di un piccolo nucleo primitivo più compatto, di forma circolare, a una estremità, dal quale lo sviluppo dell’abitato ha proceduto in una sola direzione. Questa forma è molto diffusa anche nel Molise: Capracotta, Casacalenda, Casalànguida, Tavenna, Trivento, Pàlmoli, Boiano, ecc. Pochi esempi se ne trovano invece sulla montagna abruzzese (Sante Marie, Caramànico Terme).

    Numerosi sono nelle due regioni i centri a struttura mista, nei quali la fase di successivo sviluppo — che può anche non essere recente — ha avuto la stessa espansione, se non maggiore, dell’abitato più vecchio. Un caso abbastanza tipico è quello dei centri di pendio che si estendono su lembi di pianura (Carsòli, Tagliacozzo, Scùrcola Marsicana, Magliano dei Marsi). Con la compattezza dei vecchi agglomerati aggrappati alle ultime pendici del rilievo fa contrasto la pianta alquanto regolare dell’abitato che si sviluppa in piano, su strade per lo più ad andamento radiale.

    Altro caso è quello dei centri a doppia struttura, non dovuta necessariamente a differenze di sito topografico ma a uno sviluppo dell’abitato in due differenti periodi. Questa forma si trova generalmente nel basso Molise e nella Màrsica, ed è per lo più connessa con la ricostruzione parziale del centro in seguito a terremoti catastrofici (del 1456 nel Molise, del 1915 nella Màrsica e in Val Roveto). Così vediamo nel basso Molise a San Martino in Pènsilis l’agglomerato compatto a pianta ellittica giustapposto a un esteso abitato con numerose strade parallele delimitate da due grandi stradoni divergenti. Un’ampia via divide a Ururi l’abitato più vecchio, posto a sud, da quello a maglie regolari. Un bell’esempio ci è offerto in Abruzzo dalla città di Lanciano, dove un valloncello separa l’antico agglomerato compatto con vie strette a pianta irregolare dai quartieri recenti con struttura a scacchiera. Ai margini del Fucino forme simili si trovano nei grossi centri di Trasacco e Pescina, il primo con uno schema regolare di vie intorno al nucleo centrale più antico rimasto quasi indenne dalla distruzione, il secondo formato da due agglomerati distinti, uniti da una fascia ristretta di abitato disposto lungo la strada statale. Così nella Val Roveto si possono notare Civitella Roveto, con i due abitati a differente struttura separati dal Liri — sulla sinistra il borgo nuovo, sulla destra quello vecchio — e Capistrello dove all’antica sede di pendio si accoppia, sulla soglia di accesso ai Campi Palentini, l’abitato recente, composto da squallidi allineamenti di case antisismiche spesso a un solo piano.

    Il motivo delle dimore antisismiche, che furono costruite con carattere di provvisorietà dopo il terremoto marsicano e sono rimaste stabili fino ad oggi — talora veri e propri tuguri di due stanze abitati in media da 5 o 6 persone — si ripete monotono in tutta la conca fucense e nella Val Roveto, dove esse compongono la maggior parte dei centri abitati. I centri sdoppiati di fondovalle (San Giovanni Nuovo, San Vincenzo Nuovo, Canistro, ecc.) e quelli della Màrsica integralmente ricostruiti (Corona e Massa d’Albe, che ormai formano un agglomerato unico con pianta a scacchiera, Vènere, Ortucchio, Lecce nei Marsi, ecc.) riflettono ancora i caratteri di questa provvisorietà, con frequenti gruppi di case simili ad agglomerati di baracche. Ben altro aspetto hanno i centri a pianta regolare dell’Abruzzo frentano e del Molise. Casalbordino, Petacciato, Portocannone, San Giacomo degli Schiavoni, Santa Croce di Magliano mostrano nelle nobili strutture architettoniche le loro origini alquanto antiche e un passato assai più florido del presente.

     

    A pianta regolare sono anche le marine, che rappresentano i più recenti insediamenti, ancora in fase di forte sviluppo. Limitate dalla stretta fascia fra la collina e la spiaggia, si allungano sempre più sui due principali assi di sviluppo, rappresentati dalla strada statale per il quartiere commerciale e dal lungomare per quello balneare. Fra i due quartieri la ferrovia costituisce un notevole ostacolo, fungendo da diaframma talvolta assai netto e interrompendo così la regolare struttura a scacchiera dell’abitato. Quando due marine sono collegate da un unico lungomare, come Alba Adriatica e Tortoreto Lido, queste tendono già a saldarsi sul litorale con un susseguirsi ininterrotto di villette, alberghi e stabilimenti balneari. Singolare è lo sviluppo dell’agglomerato di Alba Adriatica, normale alla costa anziché parallelo, dovuto all’espansione verso la spiaggia del primo nucleo abitato cresciuto intorno alla stazione ferroviaria. Le marine a uno stadio iniziale di sviluppo, che troviamo più che altro sul litorale frentano e molisano — Marine di Torino di Sangro, Casalbordino, Petacciato, ecc. — sono in genere centri con poche case allineate sulla strada principale.

     

    Nell’Abruzzo marittimo, oltre agli agglomerati di sommità a pianta ellittica o circolare si possono trovare, favoriti per lo più dal sito topografico, anche centri di una certa grandezza a struttura molto meno compatta: nel Teramano, per esempio, Corròpoli, la cui posizione su un ampio sprone terrazzato permette alle case di distanziarsi maggiormente, e Nereto, che da un piccolo nucleo centrale si è esteso su di un leggero pendio adatto all’espansione dell’abitato. Rari sono gli esempi di questa struttura più all’interno: Vittorito e Raiano ai margini della conca peligna, Pescas-sèroli nell’alta valle del Sangro.

    Nelle aree a forte dispersione d’insediamento rurale si può infine notare un certo numero di centri di strada. Le forme più semplici rivelano l’allineamento su un’unica via delle case, talora anche alquanto distanziate (Vacri, Ari, Torrevecchia Teatina, presso Chieti; San Nicolò a Tordino, Villa Lempa, Castelnuovo al Vomano nel Teramano), mentre i nuclei originari sono estremamente ridotti (Migliànico, Ari). Una certa differenza è mostrata da centri che si sviluppano su due strade, come Chieti Scalo e Sambuceto, dove all’attrazione della grande via Tiburtina-Valeria si contrappone, anche se in misura minore, quella delle strade che portano agli originari centri di altura, rispettivamente Chieti e San Giovanni Teatino. Struttura ancora più complessa hanno i centri con l’abitato che si irraggia su più strade da un piccolo nucleo centrale (Sant’Egidio alla Vibrata e Cappelle sul Tavo, nel Subappennino Aprutino; Cappelle, nella piana dell’Imele, che espande l’abitato su sei strade disposte a raggiera).

    Rimane ora da accennare brevemente ai nuclei abitati, che costituiscono la forma più elementare di agglomerato. Per l’Abruzzo possono essere messi in connessione con la denominazione di « ville », usata con particolare frequenza nell’alto bacino dell’Aterno, nel Teramano e sulle colline fra Ortona e Lanciano, sì da lasciare traccia — specialmente nell’Abruzzo marittimo — in numerosi toponimi: ben 112 rilevati dal censimento ufficiale, ma molti di più se si considerano anche gli aggregati di minima entità. Ci troviamo però di fronte, sotto quest’unica denominazione, a sedi umane assai diverse fra loro. Anche togliendo i veri e propri centri abitati, quali ad esempio Villa Santa Lucia e Villa Sant’Angelo (L’Aquila), Villa Rosa (Teramo), Villa Celiera (Pescara), Villamagna e Villa Santa Maria (Chieti), che probabilmente hanno avuto come nucleo originario una « villa », si può notare fra le sedi della montagna e quelle collinari una netta differenza strutturale. Le prime corrispondono alla vecchia classificazione di « casali montani », antichi e minuscoli agglomerati compatti per lo più di pendio, le seconde mostrano nella notevole varietà di forme e di grandezza — da una ventina di abitanti a oltre trecento — un’origine alquanto recente, anche se poco più di una trentina se ne possono trovare già ai primi dell’Ottocento. Normalmente l’abitato, composto di poche case leggermente distanziate e talora da una cappella, si sviluppa lungo una strada campestre che spesso segue la dorsale della collina. La presenza di uno o più pozzi perenni è uno dei fattori di sviluppo di questo tipico insediamento collinare, che in molti casi si ingrandisce al punto da diventare un vero centro abitato. Le « ville » più piccole non differiscono nell’aspetto dalle numerose masserie a più edifici alle quali sono alternate; la diversità risiede nel fatto che nelle « ville » ogni singola casa è sede di un’azienda agricola, mentre nelle masserie la pluralità degli edifici è l’espressione di una maggiore complessità e ampiezza dell’unica azienda alla quale di regola le costruzioni appartengono. Le aree tipiche delle « ville » sono, come si è detto, ben circoscritte. Per il resto entriamo nel dominio delle masserie, fatta eccezione, in provincia di Chieti, per l’area a sud di Gamberale, verso il fiume Sangro, dove i nuclei sono chiamati « casali », e per la zona intorno a Vacri dove hanno assunto di recente la denominazione di « contrade ».

    Il grosso centro di Nereto, nel Teramano, sviluppatosi su un leggero pendio adatto all’insediamento.

     

    Varietà di forme della casa rurale.

    Lo studio della dimora rurale è di indole eminentemente geografica per due ragioni fondamentali: da una parte la casa riflette nelle proprie strutture i caratteri di ordine fisico, storico, etnico, sociale ed economico della regione nella quale è inserita, dall’altra essa è innegabilmente uno degli elementi base del paesaggio umanizzato, nel quale imprime la propria forma vitale.

    Vedi Anche:  Il folklore e le tradizioni popolari

    Un primo esame, che può avere per oggetto i differenti materiali da costruzione, ci permette anzitutto di distinguere abbastanza nettamente due grandi aree: quella della casa in laterizio, corrispondente all’Abruzzo marittimo e al basso Molise, regioni nelle quali riscontriamo la maggiore densità della popolazione sparsa, e l’area della casa in pietra, dell’Abruzzo montano e dell’alto Molise, con gli adattamenti più vari alle forme del pendio e alla compattezza degli agglomerati. Individuare nella casa in pietra della montagna una pianta regolare e una struttura organica è in molti casi del tutto impossibile. « La compressione dei vecchi centri — scrive l’Ortolani — induce alla ricerca degli spazi abitabili anche al di sopra dei vicoli, mediante archi di sostegno e di raccordo fra casa e casa, sui quali s’adattano corridoi, anditi, o anche camere da soggiorno; spesso si circola nel vecchio caseggiato come dentro a un complicato traforo in galleria: così a Castel del Monte e a Calascio. Soltanto alla periferia dei villaggi, dove le contrade possono assumere una struttura un po’ più allentata, s’avverte la tendenza del rustico a costituirsi in corpo distinto, anche se materialmente contiguo all’abitazione». E in altro luogo afferma: «Anche per agevolare i collegamenti fra le due parti fondamentali della casa — io credo — è stato escogitato l’arco di passaggio pubblico: in origine un autentico tunnel, o addirittura una serie di tunnels che traforano il caseggiato e che offrono l’opportunità di rapide scorciatoie fra una strada e l’altra, fra contrada e contrada. L’arco per pubblico passaggio è un elemento edilizio comune a quasi tutti i centri compatti dell’Appennino e delle Alpi, dovunque predomini la casa in pietra. Esso permette di mantenere collegata la fronte del caseggiato lungo le vie principali, senza fratture o soluzioni di continuità, con vantaggi evidenti per la stabilità edilizia (terremoti) e in antico anche per la difesa ».

    Ed è proprio nella casa in pietra della montagna che si possono trovare, intatte nel loro isolamento più che millenario, le strutture più arcaiche della dimora rurale italica, basate sull’uso dell’arco e della volta: semicilindrica o a botte (Màrsica), a crociera (Carseolano) e più raramente a vela o sferica (versante meridionale del Gran Sasso). La volta ricopre di norma solo il piano inferiore della casa, spesso parzialmente scavato nella roccia e corrispondente per lo più agli ambienti rustici, mentre l’edificio, condizionato dalla morfologia sfavorevole e talora da esigenze di difesa, si sviluppa in altezza con i vari elementi sovrapposti su tre-quattro piani. Tipiche sono a questo riguardo alcune dimore degli agglomerati compatti attorno al Gran Sasso e alla Maiella — chiamate « case-torre » dall’Ortolani — nelle quali appare chiaramente la struttura turriforme arcaica. La pietra rimane invece soltanto allo stato residuale nella copertura del tetto a lastre calcaree — chiamate localmente « licie » — limitata ormai a due aree alquanto ristrette, la prima comprendente l’alto Sinello (Montàzzoli) e l’alto Trigno fra Torrebruna e Capracotta (Castiglione Messer Marino, Schiavi d’Abruzzo, Agnone), la seconda posta fra gli alti bacini del Volturno e del Biferno (Carpinone, Castelpetroso, Santa Maria del Molise). Al tempo stesso è degno di nota il fatto che anche in vicinanza del bosco le strutture in legno costituiscano un’eccezione: soltanto sulla costa di Pescassèroli, nell’alta valle del Sangro, sopravvivono dimore col tetto coperto da scandole di faggio, e i tipici ballatoi in legno — chiamati localmente pèsele — compaiono solo residuali, in modeste aree, con una certa maggiore diffusione nella conca di Montereale, nella Valle Castellana e nell’alto bacino del Vomano (Montorio, Isola del Gran Sasso, ecc.).

    L’aggregato elementare di Ciarelli presso Paranesi (Rocca Santa Maria).

     

    Vecchio centro compatto (Calascio) : « traforo » del caseggiato in galleria.

    Altri caratteri distintivi della struttura esterna della casa montana in pietra servono a conferirle tratti di ancor più marcata originalità: la riduzione delle canne fumarie che spesso portano a una apertura nel muro esterno dell’edifìcio, con conseguente scarsità di comignoli emergenti dai tetti, le finestre quadrangolari, piccole e disposte asimmetricamente, la gran copia — in Abruzzo — di tetti a un solo piovente alquanto inclinato. La scala, secondo la concezione deterministica, tenderebbe da esterna a diventare interna procedendo dal mare verso la collina e la montagna, in base all’azione selettiva del clima. In effetti ciò non corrisponde alla realtà poiché sia nell’Abruzzo che nel Molise la scala esterna è sempre presente anche al di sopra dei iooo metri. La scala interna sembra piuttosto legata ad altri fattori ed a necessità contingenti, per cui si trova là dove la struttura dell’abitato è estremamente complessa e più compatta, rendendosene necessaria la costruzione all’interno dell’edificio per non ingombrare i vicoli e le « cordonate ». L’unica area montana con il predominio della casa a scala interna è l’alto Biferno, specialmente nell’agro di Campobasso e di Gildone, ma anche per essa è da escludere che fattori fisici abbiano potuto condizionarne la struttura, che presenta qualche analogia con talune forme diffuse nel Beneventano.

     

     

     

     

     

    Nelle vecchie case dei centri compatti della montagna mancano infine altri due elementi essenziali della dimora rurale, cioè l’aia (tipica delle case isolate) e il forno. A tali mancanze si è ovviato con i forni collettivi e con le aie comuni ai margini del villaggio, dove alla stagione della trebbiatura spiccano i cumuli di grano e di paglia di cui ciascuno porterà a casa la parte dovuta.

    Lo spopolamento dei centri e la conseguente deruralizzazione spinge alla trasformazione, specialmente alla periferia, delle abitazioni in rustici (stalla-pagliaio), mentre all’interno dell’agglomerato, soprattutto sulle vie principali, le vecchie stalle al piano terreno — per lo più seminterrato — vengono gradualmente trasformate in magazzini, oppure in pollai o porcili. Del resto il decentramento dei veri e propri rustici ai margini del villaggio è un fenomeno abbastanza frequente (Tagliacozzo, Acciano, Santo Stefano di Sessanio, ecc.), ed è stimolato da più razionali princìpi igienico-sanitari; e non è raro il caso di rustici decentrati in grotte scavate nella roccia.

    Aia collettiva ai margini dell’abitato di San Pio delle Camere, nell’Abruzzo aquilano.

     

     

     

    Posizione dei rustici isolati, e talora scavati nella roccia, ai margini dell’abitato ad Acciano (Valle dell’Aterno).

    L’area tipica della casa a scala esterna con pianta regolarmente rettangolare è quella della fascia subappenninica abruzzese compresa fra il Tronto e il Sangro e della cimosa costiera molisana fra Tèrmoli e il Saccione. Tali dimore dalle strutture piuttosto aperte sono recenti e derivano da forme analoghe presenti nei vecchi centri, che si diffusero nelle campagne a partire dal Settecento come conseguenza della scomparsa della società feudale ed in seguito al rapido incremento della popolazione. Sul tratto litoraneo dal Tronto alla Pescara dove, a partire dagli inizi del secolo, sono state impiantate colture ortive avvicendate a cereali e foraggere o consociate a colture legnose (vite, olivo e alberi da frutta) è diffuso un tipo di casa detta « degli ortolani », a pianta rettangolare e a un solo piano con rustico giustapposto all’abitazione e senza comunicazioni interne (Giulianova, Roseto, Tortoreto). Fra la Vibrata e il Salinello, nel basso corso del Vomano e nel Chietino persiste, nonostante il progredire delle tecniche, la cosiddetta « pinciaia », dimora elementare con muri di paglia ed argilla. Il cortile e l’aia sono elementi tipici delle case del Subappennino, pur essendo frequenti anche nell’alto e medio corso del Volturno e nell’agro di Boiano, e particolarmente diffuse sono nelle parti più basse delle vallate adriatiche le capanne cilindro-coniche di paglia o di cannucce chiamate comunemente « pagliari ». Dalla piana di

    Venafro fino a Isernia non è rara la casa a corte chiusa, del tutto simile a quella diffusa nel Piano Campano, la cui funzione è legata ad una maggiore diffusione dell’allevamento di bestiame grosso e alla specializzazione delle colture legnose.

    Dalla fascia marittima a quella montana il salto è netto: l’insediamento disperso in pratica scompare parallelamente al laterizio, e la struttura della casa, compressa nei centri, subisce notevoli modificazioni. Il tipo di dimora di gran lunga più diffuso è quello di pendio con abitazione sovrapposta o giustapposta al rustico secondo la maggiore o minore inclinazione del terreno. In genere si tratta di edifici a carattere unitario, che comprendono cioè sotto lo stesso tetto rustici e vani di abitazione. Ad eccezione di alcuni tipi arcaici o delle dimore elementari, la tendenza generale è quella di isolare il più possibile la cucina e le camere dal rustico, confermata dalla usuale mancanza di comunicazione interna fra stalla e abitazione e dalla ubicazione della cucina al primo piano. Si noti in modo particolare la sistematica ricerca, secondo le condizioni topografiche del terreno, di soluzioni strutturali che consentano l’ingresso all’abitazione in un lato dell’edificio differente da quello nel quale si aprono gli ambienti rustici. La casa di pendio ad elementi sovrapposti si presenta in tutto l’Abruzzo montano, nell’alto Molise e nella valle del Volturno con la sua forma tipica: al piano terreno si trovano la stalla dei bovini, sormontata da un soppalco in legno per la conservazione del fieno, e qualche magazzino per le derrate e gli arnesi da lavoro. Al primo piano, le principali stanze d’abitazione — cucina e camera da letto — sono raggiungibili dall’esterno, sfruttando il pendio, mediante pochi gradini. Esiste quasi sempre un sottotetto utilizzato talora come fienile, talora per la conservazione del grano o di altri prodotti. La casa di pendio con elementi giustapposti è invece legata a forme di terreno meno acclivi ed è tipica di molti centri di ambedue le regioni. La lieve pendenza del terreno rende non indispensabile la sovrapposizione dell’abitato al rustico in modo che gli ingressi si presentano, rispetto al piano orizzontale, leggermente sfalsati: quello del rustico in basso, quello dell’abitazione a pochi passi di distanza, più in alto. Nell’interno la dimora non presenta particolarità di rilievo. In genere sono abitazioni assai semplici fornite generalmente di due sole stanze sovrapposte. Alla cucina, spesso alquanto ampia, dove si aprono il focolare e il forno, si accede dalla strada tramite uno o due gradini, mentre alla camera da letto porta una scala interna collocata spesso tra la cucina e la stalla.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Merita infine un cenno una particolare forma di dimora che non ha origini spontanee ma è in connessione con i princìpi urbanistici e architettonici del rinascimento: la casa di Pescocostanzo. Gli edifici, composti di tre piani, hanno i rustici seminterrati e presentano singolari scale esterne in pietra per l’accesso al primo piano, che terminano in una loggetta chiamata « vignale ». Giustapposte spesso l’una all’altra, esse testimoniano con le linee armoniose l’antica nobiltà della loro nascita.

    L’insediamento pastorale temporaneo e i ricoveri degli agricoltori.

    Sia per l’importanza che l’allevamento transumante — malgrado l’indubbia decadenza — riveste ancora nelle due regioni, sia per la singolarità di taluni edifici ad esso collegati, l’esame delle sedi temporanee pastorali rivela un particolare interesse.

    Ma l’insediamento temporaneo non è legato soltanto alla pastorizia: su molte plaghe dove dominano le sedi accentrate le campagne disabitate presentano spesso rudimentali ricoveri connessi con lo sfruttamento dei campi coltivati.

    Con questo non si vuole certamente affermare che le orme della pastorizia transumante siano particolarmente evidenti. Molte volte i ricoveri sulle ampie distese di pascoli non sono in muratura ma formati da tende o costruiti con scheletro di legno ricoperto da frasche e da zolle erbose, quindi naturalmente amovibili o deteriorabili in breve volger di tempo. Le singole aziende pastorali, dette impropriamente « masserie », si basano per lo più su gruppi di questi rifugi che formano lo stazzo — chiamato anche « posta » — dal nome dello stesso recinto di rete entro il quale si usa raccogliere di notte i greggi. Talora possono essere utilizzate anche le grotte che si aprono sulla montagna, specialmente sui fianchi della Maiella, ed offrono buone basi naturali di rifugio non soltanto per la monticazione estiva ma spesso anche durante il trasferimento dei greggi.

    Le vere e proprie sedi temporanee stabili — che ben poco variano il paesaggio naturale confondendosi con il grigio dei calcari e il verde dei pascoli — sono rappresentate da piccoli edifìci costruiti da pietre a secco sovrapposte, che prendono, a seconda della zona, nomi diversi : « casali » sui Monti della Laga, « capanne » sul Gran Sasso e sulla montagna molisana, « posticchie » e « iazzi » sulla Maiella. Il più alto risulta quello chiamato Masseria Cappelli, posto a 2067 m. di altitudine sul Gran Sasso, nella regione Venacquaro. Sorgenti e laghetti carsici sembrano essere i principali fattori di localizzazione di queste sedi. Se la boscaglia non è troppo lontana gli edifici, spesso seminterrati o addossati alla roccia viva, sono a pianta rettangolare e possono avere il tetto con intelaiatura a due pioventi coperti da frasche; se invece la zona di pascolo è su una delle frequenti distese carsificate spoglie di vegetazione arborea, ci troviamo di fronte a interessanti capanne di tipo trulliforme, per le quali si è creduto di individuare anche una ragione storica nella stretta, millenaria interconnessione, attraverso la transumanza, fra l’Abruzzo e la Puglia. Questo secondo tipo è normalmente monocellulare, a pianta circolare o ellittica talora molto irregolare e a forma alquanto varia, da quella primaria a cupola a quelle secondarie cilindro-conica, a gradoni e a tronco di cono. Talora un muretto a secco forma davanti all’edifìcio il chiuso per gli animali, sostituendo in tal modo la consueta rete. Sia le aree di diffusione sia il numero di esemplari di tali dimore temporanee sono molto limitati. I principali aggruppamenti si trovano intorno alla Maiella, collegati alla pastorizia gli « iazzi » a contatto con i pascoli, all’agricoltura i « pagliai » dell’altipiano di Contra presso Caramànico e le « capanne » presso Cansano, Campo di Giove e Pacentro, poste al margine di appezzamenti coltivati. Minore è la diffusione altrove, sul versante orientale della Montagna dei Fiori (Laga) e su quello meridionale del Gran Sasso come insediamento pastorale, nell’agro di Castiglione Messer Marino e di Schiavi d’Abruzzo e nell’adiacente alto Trigno fra Agnone, Poggio Sannita e Belmonte nel Sannio come ricoveri agricoli, detti anche « pagliare » dal materiale con cui un tempo erano costruiti. Questa denominazione può essere ritrovata anche nel medio Molise, nelle vaste aree collinari dove la popolazione sparsa ha valori minimi, specialmente a contatto con appezzamenti a coltura specializzata (vigneto, oliveto). Si tratta però di un altro tipo di dimora: le costruzioni sono in muratura, anche bicellulari, con tetto a due pioventi e spesso con annessa una capanna di paglia. Qui gli agricoltori si recano giornalmente per l’usuale lavoro e pernottano soltanto nei periodi di più intensa attività agricola.

     

     

     

     

    Alquanto diffuse sono le dimore temporanee in muratura per i pastori-agricoltori. Si tratta di costruzioni poste quasi al limite altimetrico delle colture, di solito chiamate « casette », normalmente bicellulari, a un solo piano e a pianta rettangolare, con tetto a un piovente poco inclinato coperto per lo più con tegole. Sono certamente una forma più evoluta delle « capanne » e possono talora essere unite a gruppetti formando degli aggregati elementari temporanei chiamati a volte « casali », a volte « pagliare » (da non confondere con le omonime dimore temporanee agricole del Molise). La crisi della pastorizia e lo spopolamento montano hanno portato spesso all’abbandono di queste rudimentali sedi estive che talvolta sembra abbiano preceduto il popolamento delle zone più alte ora permanentemente abitate. Questo è il caso, per esempio, delle « pagliare » di Tione, Fontecchio e Fagnano — descritte dall’Almagià — poste fra i iooo e i uoo m. di altitudine sul versante dell’Aterno al di sotto del bordo degli altipiani delle Rocche, presso vallette e bacini chiusi (Prato di Diano, Valle Ovacchia) un tempo coltivati a grano, orzo, patate e lenticchie ed ora sfruttati soltanto per il fieno. Particolarmente interessanti erano le Pagliare di Tione, composte da una cinquantina di costruzioni raccolte, nella parte più alta, intorno a una dolina circolare che fungeva da abbeveratoio. Fino a pochi anni fa erano popolate dai pastori-agricoltori da maggio a ottobre, ormai sono deserte e pressoché inutilizzate. Particolarmente curioso è il caso di Gioia Vecchio, un tempo villaggio permanente fra i più elevati dell’Abruzzo (1433 m.). Dopo il prosciugamento del Fùcino la sede si sdoppiò ai margini della conca e il vecchio centro continuò ad essere abitato soltanto per sei mesi all’anno, con trasferimento periodico delle più importanti funzioni, quali la pretura e il municipio. Il terremoto del 1915 distrusse tutto, e da allora vivono in una ventina di case riadattate alla meglio — da giugno alla fine di settembre — soltanto i pochi agricoltori che ancora coltivano nelle cavità carsiche circostanti minuscoli appezzamenti di terreno.

     

     

     

     

    Possiamo infine concludere accennando al fatto — comune in tutte le regioni di montagna — della scomparsa delle rudimentali capanne dei carbonai, tanto frequenti nelle zone boschive fin verso il 1950. Parzialmente interrate, con scheletro di frasche rivestito esternamente da zolle erbose, erano abitate da maggio a ottobre nel periodo di produzione del carbone vegetale e ormai hanno seguito la sorte delle carbonaie, cadute quasi completamente in disuso.