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Distribuzione popolazione e tipi di dimore e di insediamento

    La popolazione accentrata e sparsa tipi di dimore e di insediamento

    Popolazione accentrata e sparsa.

    Nel Viaggio in Italia il Piovene, parlando degli abitanti delle Marche dice: «Tra le nostre popolazioni è questa la più diluita », alludendo al fatto che essa vive prevalentemente sparsa; su un complesso di 1.364.030 ab. nel 1951 infatti 572.915 abitanti vivevano sparsi con una percentuale pari al 42%. Questa caratteristica che a quanto si può ricavare dalle notizie storiche locali è molto antica e può essere seguita via via in tutti i censimenti italiani, mostra una differente distribuzione dei valori di densità tra zona e zona e tra provincia e provincia soprattutto in relazione al variare dell’altimetria. Se infatti si prende in esame la distribuzione della popolazione sparsa nella provincia di Ascoli Piceno che è la più montuosa, si nota che il Comune che ha un valore più basso è quello di Arquata del Tronto a cui segue Montemonaco e Montegallo, Acquasanta e Montefortino : in tutti la densità è inferiore a 25 ab. per kmq.; la loro altitudine prevalente varia da 600 a 1000 m.; l’estensione superficiale maggiore è quella di Arquata del Tronto che ha anche un valore di densità inferiore a quello degli altri Comuni.

    Diminuendo l’altimetria aumenta la popolazione, ma molto gradatamente fino a raggiungere i 65 ab. per kmq., entro questo valore sono compresi Roccafluvione, Comunanza, Palmiano e Amàndola. I valori maggiori di densità della popolazione sparsa cioè quelli superiori a 150 ab. per kmq. si trovano in questa provincia prevalentemente sul mare, a Grottammare, a San Benedetto del Tronto, a Porto San Giorgio.

    Nella provincia di Macerata la parte ovest e sudovest ha una densità molto scarsa nella quale i valori inferiori a 10 ab. per kmq. si hanno a Bolognola, Castelsantangelo,

    Ussita; il centro della provincia ha una densità inferiore a 50 ab. per kmq. Pochi i Comuni con meno di 75 ab. mentre relativamente numerosi sono quelli con una densità che si avvicina a 100 ab. per kmq.; non elevato il numero di quelli che superano tale densità.

    Anche qui valgono le osservazioni fatte prima nei confronti dell’altitudine; infatti verso l’ovest e il sudovest della provincia sorgono i rilievi appartenenti ai Sibillini, mentre l’assenza di densità elevate più ad oriente è forse da porsi in rapporto colla natura dei terreni.

    Case rurali sparse nella campagna di Urbino.

    Densità popolazione sparsa nel 1951. Abitani per kmq.

    Le minime densità delle province meridionali non si riscontrano in provincia di Ancona dove i valori minimi di Fabriano e Genga sono sempre superiori ai 25 ab., ai quali seguono valori superiori ai 50 ab.; la densità da 50 a 100 e da 100 a 150 è molto diffusa. Nel complesso quindi della provincia le densità minori sono nell’area compresa tra 350 e 390 m. di altitudine, in rapporto più che con l’altitudine stessa con la natura dei terreni; infatti Genga che ha un’altitudine inferiore a quella di Sassoferrato ha una popolazione sparsa inferiore.

    Una vecchia casa rurale nei pressi di Urbino con la giustapposizione di un fabbricato nuovo.



    Le dimore rurali isolate nella conca di Urbania.

    In maniera molto simile a quella di Ancona è distribuita la popolazione sparsa della provincia di Pesaro e Urbino dove però si trovano valori inferiori a 25 abitanti per kmq. a Borgopace, Casteldelci, Cantiano, Piòbbico; il numero dei Comuni con densità fino a 50 ab. è elevato ed è compreso tra limiti altitudinari di 350 e 750 metri. Numerose sono le densità superiori a 100 ab. e i massimi valori sono quelli di Montemaggiore al Metauro e di Mondolfo.

    Densità della popolazione accentrata nel 1951. Abitanti per kmq.

    Concludendo si può dire che le minime densità si trovano solo nell’estrema parte sudovest della regione; a nord e ad est dell’area meno popolata la densità è ancora scarsa ma aumenta sempre più verso est. Una fascia quasi continua di densità tra 25 e 50 ab. attraversa successivamente la regione da sud, dove è più esile, a nord, dove è più ampia. Carattere meno continuo hanno i successivi gradi di densità nei quali si riscontra sempre però la differenza di estensione longitudinale tra il nord e il sud.

    Le massime densità, prevalenti lungo la costa, presentano a questo proposito una caratteristica inversa rispetto ai gradi precedenti, perchè le densità superiori sono nella parte meridionale in corrispondenza dei tratti di costa maggiormente articolati. In un solo caso si affaccia alla costa una fascia di terre con densità di popolazione sparsa inferiore ai 100 ab. per kmq., cioè in corrispondenza del promontorio del Cònero, tra la provincia di Ancona e quella di Macerata.

    La distribuzione della popolazione sparsa e la sua alta percentuale rispetto a quella totale è in rapporto diretto con le condizioni dell’economia agraria; la diffusione della mezzadria e della proprietà coltivatrice diretta fa si che la popolazione sia sparsa prevalentemente in case coloniche isolate nella campagna e situate entro i confini di ogni podere; si trova anche accentrata in piccole borgate a carattere esclusivamente agricolo i cui abitanti sono o piccoli coltivatori diretti che hanno i campi alle spalle della casa, o esercitano un lavoro strettamente collegato con l’agricoltura.

    Secondo la classificazione dell’insediamento fatta dal Biasutti per tutta l’Italia, i due tipi di insediamento hanno una localizzazione definita, il primo, quello sparso, prevale nella parte pianeggiante e collinare della regione, il secondo, che si può classificare montano-peninsulare, domina invece nelle aree interne.

    Tipi di dimore

    I tipi di abitazione rurale nelle Marche sono stati studiati per conto del Centro per la Geografia etnologica del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel quadro più vasto dello studio sulle dimore rurali in Italia ed i risultati sono esposti in due monografie, l’una riguardante la casa rurale nelle Marche settentrionali a cura di Alberto Mori, l’altra relativa alla casa rurale nelle Marche centrali e meridionali a cura di due autori : Brigidi per la provincia di Ancona e Poeta per le province di Macerata e Ascoli Piceno. La suddivisione trova ragione d’essere nelle differenze morfologiche delle due parti della regione che si riflettono poi sui caratteri delle abitazioni.

    Nel complesso è stata riscontrata una notevole eterogeneità di forme che si mescolano le une alle altre nelle differenti zone altimetriche, tanto che è impossibile determinare dei tipi legati ad un’area definita; ovunque si può parlare soltanto dei

    Tipi di insediamento (case rurali).

    tipi prevalenti di diffusione. Egualmente mescolati sono i materiali con i quali sono costruite le dimore: mattoni, pietre, più raramente terra, in rapporto alla costituzione litologica del terreno circostante. Così nella provincia di Pesaro e Urbino, nella bassa e media collina, sul fondovalle del Metauro fino oltre Urbania, nell’area dei terreni marnoso-argillosi, prevalgono i mattoni; in tutta la parte occidentale e settentrionale, dove sono abbondanti i banchi di calcare in strati di scarso spessore facilmente isolabili, prevale la pietra squadrata o in blocchi. Nella regione montana della provincia di Ancona prevale la scaglia o calcare scistoso e la genga o calcare marnoso, mentre nell’area delle argille plioceniche fino ad una cinquantina di anni addietro erano diffuse le « case di terra ».

    Queste costituiscono un tipo di abitazione a struttura elementare in cui i muri sono costituiti da un impasto di argilla e paglia; sulle due pareti di un solco dell’ampiezza dai 60 agli 80 cm. e della profondità di circa 50 cm. venivano inserite due tavole e nello spazio interposto si gettava una poltiglia di argilla e di paglia triturata. Una volta che l’insieme fosse disseccato, si toglievano le tavole e si procedeva a costruire con lo stesso sistema il secondo strato sul primo; travi di quercia reggevano il tetto a due pioventi, inclinato debolmente e coperto di tegole. Esteriormente i muri erano ricoperti di uno strato di intonaco bianco; la pianta era di tipo rettangolare allungata o di tipo quadrangolare; quest’ultima generalmente aveva due piani; in quello terra c’era il rustico e la cucina, nel primo piano invece le stanze da letto. La differenza tra i due tipi è non soltanto formale ma anche igienica in quanto la casa con solo pianoterra aveva molta umidità e scarsa aerazione.

    La distribuzione di questi tipi di dimora aumentava dalla provincia di Ancona procedendo verso il sud della regione ed era differente anche il tipo di insediamento al quale la dimora era destinata; verso nord era destinata prevalentemente ad un insediamento sparso, mentre verso sud se ne rinvenivano dei gruppi destinati all’abitazione dei « casanolanti ». Nel 1934 da un’indagine dell’Istituto Centrale di Statistica risultava che il numero complessivo di queste dimore primitive era nelle Marche di 1400 e la loro distribuzione appariva collegata con la natura del suolo, dato che si raccoglievano prevalentemente nella fascia altimetrica compresa tra 50 e 350 metri. La massima diffusione del tipo pare risalire agli ultimi decenni del secolo scorso; poi gradatamente decadde e il tipo di abitazione fu abbandonato o sostituito con abitazioni in muratura.

    Dalla carta costruita dal Mori per la distribuzione dei principali tipi di dimore nelle Marche settentrionali si desume che a nord, lungo il confine settentrionale è penetrato il tipo romagnolo, caratterizzato dalla loggia frontale e dalla cucina al piano-terra che, nelle aree più elevate del Montefeltro, ha modificazioni relative al clima più aspro, come la loggia più chiusa, il fienile interno e la bocca del forno che si apre in cucina sul focolare. Più a sud, lungo il litorale, prevalgono due tipi: l’uno fino al Metauro ha l’abitazione giustapposta al rustico ma non ha la loggia, l’altro che giunge fino al confine della provincia di Pesaro è caratterizzato dalla scala interna e dall’abitazione sovrapposta al rustico. Nella zona litoranea tra Metauro e Cesano si trovano spesso anche le case di bonifica recente costituite di edifici a pianta rettangolare in pietra o mattoni a due piani; la loro ampiezza dipende dalla estensione del podere.

    Le forme litoranee giungono nel retroterra fino circa all’altitudine di 200 metri dove iniziano le forme della media collina che occupano una fascia che si estende fino alla linea Macerata Feltria, Sassocorvaro, Urbino, Pergola; in essa prevalgono le forme di pendio mentre lungo le valli principali si estendono delle digitazioni con il tipo a scala interna. La scala esterna è presente sulla destra del Metauro e lungo il medio Foglia. Succedono a queste le forme dell’alta collina con l’abitazione sovrapposta al rustico, con la scala interna e con il fienile separato; questo elemento risulta realmente distintivo e, comparendo intorno ai 400 m. di altitudine, rappresenta una modificazione legata all’aumento delle precipitazioni. Il limite superiore delle forme di alta collina è vario specie nel Montefeltro, tuttavia si può considerare come maggiormente diffusa la quota di 500 metri.

    Vedi Anche:  Le attività industriali e commerciali

    Le forme montane si estendono in aree discontinue di cui le principali sono tre: la parte più elevata del Montefeltro, l’alta valle del Metauro, la zona del Càtria; vi predominano le forme di pendio e quelle con scala esterna accompagnate da alcuni particolari che variano da area ad area.

    Le forme toscane con scala seminterna o interna sono rare e sporadiche e data la loro distribuzione sembrano aver seguito come via di penetrazione essenzialmente il Passo della Bocca Trabaria.

    Per quanto si riferisce ai particolari dei vari tipi per la parte settentrionale della regione si può concludere che prevalgono le forme di pendio o di scala esterna nell’area montuosa, mentre in quella centrale, che corrisponde anche a quella di più antico insediamento, sono presenti spesso caratteri arcaici più propriamente urbinati, caratterizzati da una specie di torre, ma comunque qui predomina la scala interna che giunge fino al litorale. La loggia è molto diffusa o a tettoia o incassata; i fienili nell’alta collina sono separati, nella montagna interni.

     

    Abitazione rurale con rustico giustapposto, nella campagna di Pesaro.

    Casa rurale delle colline della valle del Misa.

    In ogni tipo di abitazione il tetto è a due o più pioventi con scarsa pendenza, con copertura di tegole disposte a file alterne in senso inverso; solo nell’area montuosa, ma a volte anche a partire dall’isoipsa di 500 m., la copertura è fatta con lastre di pietra. La cucina, al pianoterra o al primo piano, è in posizione centrale e vi immettono gli altri ambienti della casa; è munita di focolare rettangolare o a semicerchio, rialzato sul piano del pavimento e sormontato da una cappa. Il magazzino è presente in ogni casa e dove è diffuso l’allevamento del baco da seta ospita la bigattiera durante l’allevamento stesso. Il forno è presente ovunque ma la sua posizione è varia: può essere appoggiato o isolato dalla casa, aggregato al porcile o con la bocca interna alla casa. Il pollaio o è a pianoterra con l’apertura indipendente dall’abitazione o sotto la loggia; l’aia è nel davanti della casa con pavimento ammattonato o di terra battuta; tutt’intorno vari altri annessi fra cui capanne varie per forma e per materiale adoperato, in muratura o in frasche per il ricovero degli attrezzi; la tabaccaia nelle aree di diffusione della coltura; le mete, barche o cataste costituite di legna da ardere.

    Una parte del foraggio, dove sono diffusi i fienili, o tutto il foraggio, dove questi mancano, è conservato nei pagliai a pianta circolare circostanti l’aia; nella parte meridionale della provincia e fino all’alta collina è diffuso il capanno per la pula a pianta circolare costruito con rami di carpino intrecciati a pali e ricoperto da un tetto conico in paglia, sorretto da un palo. Il pozzo che non accompagna ogni casa colonica, è ricoperto da un casotto in mattoni con tetto a due pioventi di coppi.

    Le abitazioni temporanee sono diffuse solo nella zona di montagna, dove diminuisce la densità dell’abitazione sparsa o dove vi sono proprietà collettive che dànno diritto alla semina. Nonostante la diffusione della pastorizia transumante nell’area montana, sono scarsi i rifugi di pastori costituiti da casette in muratura formate da uno o due vani. Più numerose in passato che attualmente, sono distribuite qui anche le capanne dei carbonai, costituite da uno scheletro di pali coperto da zolle erbose.

    La grandezza di ogni tipo di dimora e di ogni annesso dipende dall’ampiezza della proprietà e dalle differenti caratteristiche dell’economia agricola; dove infatti prevale la cerealicoltura assumono maggiore sviluppo i locali destinati ai magazzini; dove è più intenso l’allevamento del bestiame, aumenta l’ampiezza della stalla e dei locali annessi.

    Dintorni di Camerino: l’abitazione del contadino è giustapposta a quella del proprietario; il fienile è distaccato.

    Nello studio della casa rurale nella provincia di Ancona sono stati distinti due gruppi strutturali: l’uno con l’abitazione sovrapposta al rustico e la cucina al piano superiore, l’altro con il rustico parzialmente giustapposto all’abitazione e la cucina al pianoterra; un terzo tipo raccoglie invece le dimore che per qualche carattere non rientrano totalmente nei due gruppi precedenti. Il primo tipo nel quale si distingue la scala interna, la scala esterna e il tipo di pendio e che dal Biasutti è definito della forma peninsulare, prevale nell’area collinare bassa, media ed alta e nella zona di recente bonifica; la sua estesa distribuzione concorda con quella della provincia di Pesaro già ricordata e le varie differenziazioni sono in rapporto alle condizioni climatiche e a quelle economico-sociali. Il secondo tipo con rustico giustapposto è dell’area montana e della bonifica più recente, mentre il terzo raccoglie le case degli ortolani, quelle di terra in via di scomparsa e le palombare.

    Un pagliaio del quale è stato in parte utilizzato il foraggio; sullo sfondo il Monte Sibilla.



    Fra gli elementi interni la cucina non presenta molte differenze da quella delle Marche settentrionali; il focolare è il medesimo, mentre vicino all’acquaio o nel vano di una finestra compare un gradino destinato ad accogliere gli orci di terracotta nei quali si conserva l’acqua tratta dal pozzo. Il « telaro » ormai assai raro, è un locale a pianoterra che accoglie il telaio a mano di legno che serve alle donne durante l’inverno per tessere le lenzuola di canapa; questo lavoro si eseguiva fino a poco prima della seconda guerra mondiale, quando ancora i mobili della camera da letto erano costituiti da una cassetta che conteneva la biancheria e da un letto fatto di un pagliericcio pieno di foglie secche di granoturco, appoggiato su tavole sorrette da cavalletti. Le finestre erano molto piccole, come quelle della stalla che più spesso ne era priva, ma questo elemento è stato successivamente variato ovunque. La cantina è a pianoterra non interrata; l’ovile, frequente nell’area montana, è staccato dall’abitazione e costituisce un corpo unico in genere col forno, la capanna e i porcili. Dove la falda freatica è poco profonda al tipo di pozzo ricordato prima è sostituito quello a bilancerei circondano quasi sempre le case coloniche specie nella zona collinare una o due pozze di diametro vario e della profondità di 2-4 metri che, raccogliendo l’acqua piovana, servono per abbeverare il bestiame.

    Vallata del Potenza, presso Macerata; abitazione rurale di tipo abbastanza recente nel quale la stalla occupa il pianoterra.

    La carta della distribuzione delle forme principali e prevalenti di dimora nelle due province meridionali mostra il predominio della scala esterna nella media ed alta collina di Macerata e, in quella di Ascoli, in tutta la vallata media del Chienti e del Tronto fino a Comunanza ed Arquata; nella stessa area sono anche diffuse le forme di pendio. I fienili incorporati o separati si trovano a partire dalla media collina procedendo verso la montagna; con l’aumento dell’altitudine diminuisce la frequenza della stalla per i bovini fino a scomparire del tutto e similmente compaiono le forme del rustico scorporato. Nella zona montana e submontana le dimore rurali si riuniscono in agglomerati e solo nell’alta valle del Tronto la copertura dei tetti è fatta con lastre di pietra. Gli altri annessi della casa rurale ripetono le forme di quelli delle province più settentrionali già descritte.

    Le caratteristiche fin qui ricordate si riferiscono alle abitazioni rurali tradizionali, ma in questi ultimi tempi vi sono state molte nuove costruzioni che presentano una maggiore razionalità sia per i criteri costruttivi, sia per la disposizione delle camere, sia infine per la presenza dei servizi igienici. Nelle aree argillose, ad esempio, le costruzioni si fanno poggiare su cordoli armati di ferro, in modo che l’intelaiatura consenta di resistere alle sollecitazioni dell’argilla quando passa dallo stato secco a quello umido; l’intelaiatura permette anche la resistenza ai moti franosi e ai movimenti sismici. I travi in legno poi sono sostituiti da quelli in ferro o da quelli in laterizio armato; sia la cubatura dei locali che le dimensioni delle finestre sono maggiori.

    Una casa rurale della valle del Chienti presso Macerata nella quale tutti i rustici sono giustapposti al fabbricato principale.



    In questa ristretta area nei pressi di Camerino si possono notare l’uno accanto all’altro un tipo vecchio ed uno nuovo di abitazione rurale.

    Nelle case coloniche dei fondovalle e delle piane irrigabili, specie in quelle appartenenti a grandi amministrazioni, vi sono bagni maiolicati e docce con acqua calda e fredda o camere da letto con lavandino e acqua corrente. Un sistema molto semplice ed economico adottato da circa vent’anni permette di avere a disposizione acqua calda sia in cucina che nella stalla; consiste in un serbatoio posto a livello più elevato del focolare che alimenta un cassettone con chiusura a galleggiante; questo comunica con una serpentina protetta da lamiera che si sviluppa nella parete del focolare. La fiamma di questo propagando il calore alla lamiera riscalda l’acqua che con una facile tubatura giunge anche nelle stalle. La presenza di questi ultimi accorgimenti è sempre legata alla possibilità di usufruire di acqua sia fornita da acquedotto sia da pozzi che la mantengono anche durante l’estate; l’acqua in genere ha nelle case coloniche marchigiane la seguente distribuzione percentuale:

    Case coloniche con acqua

    Province

    di acquedotto %

    di pozzo attivo in estate %

    di pozzo secco in estate %

    Ancona

    15,10

    34,96

    28,46

    Ascoli Piceno

    11,80

    22,03

    20,11

    Macerata

    15,46

    26,39

    31,43

    Pesaro e Urbino

    7,62

    34,39

    30,78

    Dopo la seconda guerra mondiale l’energia elettrica è stata portata in buona parte delle campagne con il concorso finanziario di tutti i proprietari di terre, in tal modo le case coloniche ne possono usufruire sia per l’illuminazione, sia per l’azionamento dei motorini delle tritaforaggio.

    Vedi Anche:  Colline, centri costieri e valli

    La distribuzione dell’energia elettrica nelle case coloniche è la seguente:

    Case coloniche fornite di energia elettrica

    Province

    per illuminazione %

    per scopo industriale %

    Ancona

    46,00

    4,51

    Ascoli Piceno

    40,50

    3,40

    Macerata

    45,40

    4,46

    Pesaro e Urbino

    22,56

    1,57

    La breve pianura a sud del Cònero presso la costa disseminata di case rurali.

    Anche gli annessi al fabbricato colonico destinati alla conservazione del foraggio vanno lentamente scomparendo, a cominciare dalla zona a minore altimetria, sostituiti da sili; i più diffusi sono quelli seminterrati a compressione e quelli a pozzo con chiusura ermetica, di dimensioni modeste: da 50 a 60 me. La compressione nei sili seminterrati si effettua con blocchi di cemento o di terra, mentre la chiusura ermetica con muratura a gesso del chiusino. Il silo a sezione circolare completamente interrato è più diffuso nei terreni asciutti, quello a sezione quadrata seminterrato nei terreni meno asciutti; il silo a pozzo, più economico, è più frequente nei terreni asciutti di collina, dove è anche facile il drenaggio del fondo.

    La dimora rurale sparsa che, come tipo di insediamento, è oggi il più diffuso nelle Marche, non rappresenta il tipo di insediamento originario e risale soltanto al XV e al XVI secolo; precedentemente le abitazioni erano concentrate intorno ai conventi o alle terre castellate che erano protette; la popolazione era composta di artigiani che coltivavano appezzamenti di terra nelle campagne circostanti coll’aiuto dei loro apprendisti. Custodivano il bestiame nella loro casa, nel chiuso del castello, e solo durante l’estate, munitolo di una campana al collo, lo lasciavano all’aperto; oltre a questo tipo di piccola proprietà esistevano fino dal XIII secolo contratti di laborizio o mezzadria e di enfiteusi con alcuni monasteri. Solo verso la fine del 1400 cominciarono ad essere costruite le case sui singoli fondi, munite di stalle per il bestiame, e si diffusero i contratti di mezzadria; si venne in tal modo a costituire la divisione sociale tra lavoratori della terra veri e propri, artigiani e proprietari. La regione marchigiana era però ancora coperta di selve o per lo meno era molto ricca di alberi, mentre la costa risultava poco salubre e ricca di stagni, di conseguenza i poderi avevano una grande estensione e la casa colonica raccoglieva famiglie patriarcali molto numerose; lo spazio era insufficiente ai fabbisogni della famiglia e soltanto gli uomini sposati e le nubili dormivano nelle poche camere a disposizione, mentre gli altri d’inverno dormivano nelle stalle e d’estate nella capanna. Tale situazione delineatasi fino dal primo diffondersi dell’abitazione sparsa, si è mantenuta fino alla fine del secolo passato, quando si è moltiplicato il frazionamento delle grandi unità poderali e di conseguenza il numero delle case rurali.

    Le forme delle primitive case rurali si possono ricavare dal Cabreo o catasto della Santa Casa di Loreto. Quasi sempre la dimora risulta appoggiata ad una torre di carattere difensivo con tetto ad unico piovente e costituita di tre o quattro piani; le costruzioni a pianta rettangolare e tetto a due spioventi molto inclinati hanno l’ingresso sul lato corto dell’edificio; le finestre sembrano feritoie. La scala raramente appare esterna e immettente al piano superiore; più spesso la comunicazione con l’esterno ad arco portava direttamente nella stalla. Solo nei disegni catastali posteriori al 1600 il tipo si evolve avvicinandosi maggiormente a quello odierno e in alcune aree, come in quella di Jesi, sembra prevalere la scala esterna. Alcuni elementi che sussistono anche attualmente nelle varie zone marchigiane e che sono stati messi in evidenza dalle inchieste specifiche, come ad esempio la torre o la pianta quadrata, fanno supporre che i tipi di dimore rurali presentati dal Cabreo di Loreto costituissero il tipo comune a tutta la regione.

    Veduta di Amàndola.

    Pesaro, casa colonica con il rustico in parte separato.

    E’ interessante notare che il Cabreo fornisce notizie indirette anche sul tipo di economia quando indica le case con i nomi degli usi a cui servivano: caprareccia, porcareccia, bufalareccia, cavallareccia; ovvero quando indica le terre in rapporto alla coltura prevalente: lavorativi, vineati, cannetati, prativi, silvati.

    La espansione delle abitazioni sparse dal secolo XVI in poi potrebbe spiegare in un certo senso anche la grande frequenza dei piccoli insediamenti in tutta la regione marchigiana; essi cioè potrebbero aver costituito una tappa della dispersione delle abitazioni le quali dalla terra difesa potrebbero essersi spostate verso l’esterno in gruppi minuscoli e poi successivamente essersi disperse.

    La densità media dei centri è di circa un centro ogni 5 kmq. ed ogni provincia si scosta poco da questo valore medio. I maggiori valori si trovano nell’area montana sempre in rapporto con la massima altimetria; ad esempio a Colli del Tronto, Montegallo, Amandola spesso la densità è di un centro ogni 1-2 kmq. Salvo alcuni casi che possono avere relazione con la presenza di particolari industrie o con la vicinanza del mare, vi è sempre una rispondenza tra l’area di massimo addensamento dei centri e quella della minore densità di popolazione sparsa.

    La tendenza aH’accentramento che si nota nella regione ai margini dell’Appen-nino potrebbe derivare non solo dalla morfologia del terreno e dalla minore estensione dei seminativi, ma in molti casi anche dalla sopravvivenza di usi antichi, come ad esempio le comunanze agrarie.

    Tra i dati del censimento del 1931 e quelli del 1951 esiste un notevole divario nel numero dei centri delle Marche; l’ultimo censimento ne dà un elenco molto più completo, distinguendo anche i nuclei abitati, tuttavia a tali dati sarebbe ancora da aggiungere una serie di nuclei che possiedono i requisiti necessari per essere indicati come tali e che sono più numerosi nella provincia di Ascoli Piceno e di Macerata che non nelle due più settentrionali. Si tratta in prevalenza di nuclei compresi nei Comuni ad altimetria più elevata come Acquasanta, Amandola, Cìngoli, costituiti da un numero vario di case, ma da un complesso di abitanti da 60 ad oltre 100 individui; per Amandola si possono citare gli esempi di Colletta, Turano, Butundoli, Corvellari, per Castel di Lama, Tose e come questi molti altri. Questi elementi sono stati tratti da un’inchiesta compiuta localmente alcuni anni addietro ed i cui risultati, già pubblicati, sono stati in parte confermati dal censimento del 1951 che, come si è già detto, ha considerato un numero di centri e di nuclei abitati molto superiore a quello del 1931 piuttosto incompleto.

    La Rocca di San Leo; poco più in basso si stende l’abitato.

    Se si fa una statistica delle altezze alle quali sono situati i centri, si vede che le province di Ascoli Piceno e di Macerata hanno valori quasi eguali, infatti nella prima 8 sono tra o e 100, 12 fra 100 e 200, 24 fra 200 e 300, oltre 70 fra 300 e 500, oltre 150 fra 500 e 1000, cinque oltre i 1000. A Macerata 7 fra o e 100,

    8 fra 100 e 200, 30 fra 200 e 300, 85 fra 300 e 500, 170 fra 500 e 1000, una diecina oltre i 1000. Come si vede la rispondenza tra l’aumentare deH’altimetria e il numero dei centri è costante; e infatti nella provincia di Ancona dove la montuosità è minore il numero dei centri alle diverse altezze è quasi equivalente; ed il fenomeno si ritrova nuovamente nella provincia di Pesaro e Urbino, sebbene con proporzioni minori di quello delle province meridionali, sempre in rapporto alla differente estensione delle aree montuose.

    Nel complesso si può dire che circa il 35% dei centri delie province di Ascoli Piceno, Macerata, Pesaro e Urbino si trova ad un’altezza che varia dai 500 ai 1000 metri, mentre i centri della provincia di Ancona uniformemente distribuiti a tutte le altitudini non raggiungono mai i valori più elevati.

    Il limite altimetrico dei centri abitati nelle Marche come nell’Umbria corre in media tra 1000 e 1100 m. e tale limite antropico ha molti punti di contatto con quello superiore della regione climax della Quercus pubescens; le caratteristiche climatiche tuttavia favoriscono anche una fascia di lembi coltivati a foraggere, a grano, a vigneti frammisti a cedui fortemente antropizzati. Nell’area soprastante sono pochi gli aggregati di dimora temporanea legati al pascolo: il casato Rossi a 1172 m. presso le sorgenti del Tenna, il casato Ricci a 1480 in vaU’Ambro e pochi altri; la carenza può essere attribuita all’assenza quasi totale di alpeggio di bestiame bovino.

    La situazione topografica dei centri è varia ma permette di fare una classificazione schematica adattandovi in un certo senso i centri stessi; ognuno di essi infatti, pur potendo appartenere ad una determinata categoria, ha caratteristiche particolari.

    Si possono distinguere dunque centri costieri, centri di pianura i quali a loro volta sono di strada o di valle, centri di pendio che possono essere di sprone o di ripiano, centri di sommità che possono essere di sella, di poggio, di altipiano. Questa classificazione non si distacca molto da quella adottata dal Dainelli per la Toscana e dal Riccardi per l’Umbria, le due regioni nelle quali l’insediamento umano non è molto dissimile da quello delle Marche, specie per la somiglianza di una parte delle caratteristiche morfologiche. Non di tutti i centri si può definire la posizione topografica, sia in rapporto alla esiguità della loro consistenza, ad esempio per quelli composti da un decina di case, sia perchè alcuni sono di tipo composto, una loro parte cioè appartiene ad una categoria, ed un’altra, magari sviluppatasi in un tempo posteriore, appartiene ad un’altra categoria. In questi casi è più significativa la parte del centro che ha maggiore importanza; ad esempio Jesi, il cui nucleo più antico ancora circondato da mura è posto su di un poggio, ha la parte più recente, sviluppatasi con le industrie, che può essere definita come centro di strada.

    Nell’àmbito della classificazione dei centri indicata poco sopra, vanno distinti quelli che hanno un carattere prettamente montano, quelli della fascia collinare e quelli della costa. Tra i primi che occupano l’area nella quale l’uomo ha maggiormente sfruttato e degradato la copertura forestale, sono frequenti i centri di valle e i centri di pendio. Fra i centri di valle sono tipici Rapegna (m. 800), Piè di Valle (m. 598), Ussita (m. 744), Rascio (m. 763), San Lorenzo (m. 785), Vallegrascia (m. 855), Rocca (m. 782); di fondovalle tipico è Foce (ni. 951) nella valle dell’Aso:

    Vedi Anche:  Usi, costumi e dialetti

    Visso (m. 744) e Castelsantangelo (m. 780) sono centri di confluenza, sorti allo sbocco di valli strette e incassate ricche di gole selvagge, che non sono state occupate dall’uomo con sedi permanenti e che per questo hanno anche conservato un carattere naturale nella loro copertura forestale.

    I centri di costa che sono molto più frequenti, si trovano ad un’altitudine più elevata dei precedenti perchè cercano di sfruttare l’esposizione favorevole e la vicinanza di sommità spianate o di colline arrotondate; rappresentano bene questa categoria Cupi (m. 982), Casali di Ussita (m. 1089), Gualdo (m. 972), Macchie (m. 1078), San Placido (m. 1102), Isola San Biagio (m. 935), Rubbiano (m. 769) alla base del Monte Zampa, Piobbico (m. 740), Podalla (m. 894), Monastero (m. 725) nella valle del Fiastrone e molti altri centri di Montegallo che superano in altitudine i iooo metri. Caratteristico esempio di sommità: Montemonaco (m. 987).

    Veduta di Montegranaro.

    Novafeltria nella valle della Marecchia.

    I centri della fascia collinare, distribuiti in ogni posizione topografica, sono meno caratteristici di quelli costieri che si distinguono soprattutto per la loro densità e per lo sviluppo lineare. In 170 km. di litorale si susseguono 26 centri abitati, una metà nella sezione a nord del Cònero e l’altra a sud. Anche se genericamente parlando questi centri sono eguali perchè di litorale, pure si distinguono per la loro posizione topografica perchè il 73% sorge alla foce di un corso d’acqua mentre gli altri nella sua immediata vicinanza, ad esempio Pesaro, Senigallia, Cupra Marittima, Pedaso, oppure Fano, Porto Potenza Picena, Porto Sant’Elpidio, Porto San Giorgio, San Benedetto del Tronto, Marzocca.

    Lo sviluppo dei centri lungo il litorale a quanto risulta da una breve nota in proposito del Bonasera, non è un fenomeno recente seppure si è accentuato nell’ultimo secolo; infatti Ancona, Numana e Sirolo sono di origine preromana e Pesaro, Fano, Senigallia e Cupra Marittima costituiscono le tracce di un insediamento costiero romano sviluppatosi nella forma della colonia o del municipio.

    Molto interessanti appaiono i nove centri formatisi nel Medio Evo a sud del Cònero con carattere prevalentemente difensivo contro le incursioni dei pirati; i centri dell’interno cioè si sdoppiavano e costituivano sulla costa dei castelli, i più antichi sono addirittura di epoca romana come Porto Potenza Picena o sorgono intorno al Mille o nei secoli immediatamente successivi: Porto San Giorgio, Porto Recanati, Porto d’Ascoli, Pedaso. Allora il potere militare marittimo proteggeva anche le iniziative commerciali ed era anzi un complemento di queste, quindi tutta la serie dei castelli formatisi lungo il mare a sud del Cònero assolse il servizio dei traffici e lo sfruttamento della ricchezza marittima per conto del potere più propriamente continentale, posto alle sue spalle, fino al XVI secolo quando in linea generale fu maggiore la libertà dei mari e anche gli scambi si liberalizzarono.

    La nuova espansione verso il mare verificatasi nell’ultimo secolo ebbe nell’insieme caratteri complessi; da una parte si trattò di uno sdoppiamento di centri medioevali più interni che cercavano il contatto diretto con il mare, e così sorsero Marotta, Marina di Falconara, Porto Sant’Elpidio, Marina di Grottammare; dall’altra invece furono i vecchi centri costieri che si protesero ancor più verso la costa allineandosi alle marine di nuova formazione.

    In definitiva quindi lungo il litorale marchigiano si possono distinguere alcuni centri compositi costituiti di un vecchio nucleo a pianta regolare e da una recente spiccata proiezione verso la costa; centri ancora semplici seppure forniti di presupposti per un’ulteriore proiezione verso il mare come Porto Novo, Sirolo, Numana. Infine le marine che possono derivare per gemmazione da un centro posto ad una certa distanza: Marotta, Porto Sant’Elpidio; oppure da un centro posto nelle immediate vicinanze: Marina di Falconara, Marina di Grottammare; marine saldate al vecchio nucleo il cui centro si è spostato verso il mare: Cupra Marittima, Pedaso, San Benedetto del Tronto; infine marine ancora in via di formazione come Marzocca, Palombina, Torrette.

    Un esempio che non rientra in questa semplice classificazione delle marine è rappresentato da Gabicce Mare che amministrativamente è una gemmazione del centro di Gabicce Monte, mentre naturalmente è una gemmazione di Cattolica, centro non appartenente alla regione marchigiana. Dispone di uno spazio molto limitato costituito da una spiaggia di accrescimento dovuta ad un pennello posto in prossimità dello sbocco in mare del Tavollo.

    Veduta di Matèlica.

    Non mancano esempi nelle Marche di centri creati con un determinato intendimento e pianificati, la cui origine risale agli anni precedenti l’ultimo conflitto. A cominciare dal 1934 sorsero in Italia molte iniziative per valorizzare la vita agricola e queste si concretarono nelle Marche con la costruzione di Metaurilia; l’iniziativa promossa dal Comune di Fano, si proponeva di fornire abitazioni confortevoli e lavoro certo ai braccianti, mediante lo sfruttamento intensivo di una piccola superficie di terreno destinata alla coltivazione di ortaggi di grande consumo, assorbiti facilmente dal commercio estero. Il primo nucleo del centro fu costituito da 51 unità poderali per un complesso di poco più di 46 ettari ; le abitazioni ad un solo piano, isolate le une dalle altre ed annesse ad ogni unità poderale, furono distribuite lungo la strada adriatica tra il fiume Metauro e le Torrette di Fano. Ogni casetta di pianta eguale all’altra, comprende una cucina, tre camere, un servizio, una stalla, un porcile, una tettoia. Al primo lotto di poderi ne fu aggiunto un secondo costituito di 64 unità e tutto l’insieme fu dotato di ampi magazzini destinati alla lavorazione e all’imballaggio dei prodotti orticoli, di una chiesa, di un asilo e di un ricreatorio.

    I locatari della borgata Metaurilia che entrarono nei poderi con l’assegnazione anche degli attrezzi indispensabili per la coltivazione, accelerate le rate del riscatto sono oggi quasi tutti proprietari dell’appezzamento loro assegnato, nel quale praticano essenzialmente le colture del cavolfiore marzatico e del pomodoro tondo liscio, i cui prodotti sono destinati per intero all’esportazione.

    Panorama di Montegiorgio.

    Panorama di Montefortino; sullo sfondo i Monti Sibillini.

    L’esempio dell’iniziativa di Metaurilia è stato seguito in altre località, come a Montemaggiore al Metauro, a Ponte degli Angeli di Montefelcino, solo che in queste altre unità consortili che si sono costituite non si registra per le condizioni locali una specializzazione agricola industriale simile a quella di Metaurilia.

    Al Filetto di Senigallia, ad esempio, nel 1952 fu inaugurata una borgata la cui popolazione è costituita essenzialmente di antichi braccianti che in sèguito alla elaborazione di un piano di trasformazione fondiaria diverranno allo scadere di trenta anni piccoli proprietari coltivatori; infatti nel 1951 la Cooperativa Braccianti di Ostra acquistò al Filetto due poderi già condotti a mezzadria per un complesso di 55 ettari, i quali furono scorporati in 13 piccole unità poderali munite di casa colonica con accessori, provviste di impianti viticoli sia a vigne che a filari. La trasformazione che consiste oltre che nella suddivisione della terra, nella introduzione della coltura intensiva, ha condotto all’insediamento sulla medesima superficie di 89 individui al posto dei 27 precedenti, riuniti in un centro a carattere prevalentemente agricolo.

    Tutti i centri delle Marche, anche i più grandi, sono strettamente legati all’agricoltura; come si vedrà più avanti infatti l’industria nella regione ha uno scarso valore e anch’essa è in rapporto con l’agricoltura in quanto prevalentemente ne lavora i prodotti.

    Nel caso in cui l’industria non faccia capo all’agricoltura si hanno dei tipi di centri misti, nei quali la popolazione dedita all’industria si rivolge ai lavori della magra agricoltura nei periodi di crisi industriale; è questo il caso, ad esempio, di Sassoferrato, Cabernardi, Arcevia, gravitanti sull’industria estrattiva dello zolfo.

    Unica eccezione si può dire sia quella di Ancona che per la posizione marittima favorevole, per lo sviluppo del porto, ha potuto dare alla sua economia un’impronta industriale varia e tale da essere prevalentemente indipendente dalla forma economica dell’immediato retroterra. Questo centro sia per la posizione che per la storia e per l’economia raccoglie in sè la fisionomia e le funzioni di capoluogo di tutta la regione, mentre gli altri tre capoluoghi di provincia assolvono soltanto alla funzione amministrativa locale. E singolare a questo proposito la costituzione della unità amministrativa di Pesaro e Urbino che rappresenta in questo campo un bell’esempio di sdoppiamento: l’area più elevata cerca il contatto con il mare necessario per lo sviluppo economico e crea un centro sul litorale il quale però non è in grado di ereditare la funzione morale storica di capoluogo della regione più elevata, ricco di una lunga tradizione connessa con la storia del Ducato d’Urbino; si ha quindi la scissione materiale tra capoluogo morale e quello economico di un’area superficialmente limitata.

    La toponomastica marchigiana a volte fornisce elementi che servono ad attribuire al paesaggio una fisionomia che col tempo può essere anche profondamente mutata; alcuni nomi fanno chiara allusione, ad esempio, alla vegetazione: Cerreto d’Esi, Loreto (Lauretum); Monterado cioè collina con vegetazione rada; Spinetoli (Spi-netum); Loro Piceno o luogo ricco di piante d’alloro; Carpegna o luogo con piante di carpini; Casteldelci o castello della quercia (Ilex); Ginestreto, Montefelcino, Sal-tara (saltus area) o territorio selvoso. Altri nomi invece si riferiscono alla fauna cioè a qualche animale particolarmente abbondante nel luogo: come Falconara o area di falconi ; Pievebovigliana e Pievetorina ricordano pievanie ricche rispettivamente di buoi e di tori ; Sassocorvaro o luogo roccioso ricco di corvi. Relativamente meno abbondanti sono i toponimi che ricordano la morfologia del luogo o qualche sua particolare caratteristica: Serra, ad esempio, indica sempre una chiostra montuosa, Grottammare e Grottazzolina alludono a caverne; Force ad una forca, una gola; Penna San Giovanni alla sommità sulla quale sorge il centro; Pedaso (Pede Asii) alla posizione topografica alla foce deH’Aso. Si potrebbero ricordare parecchi altri esempi simili a quelli ai quali si è accennato che parlano di un paesaggio idillico e pastorale oppure munito e fortificato e che indirettamente fanno la storia attraverso la quale sono passate le varie località.