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Popolazione, mortalità, natalità e migrazione

    Il popolamento e la sua evoluzione

    La popolazione complessiva

    La popolazione della Regione era al 31 dicembre 1869 di 535.819 ab. (v. Tabella IV), mentre secondo il censimento del 4 novembre 1951 in complesso si annoverarono 739.394 unità presenti, di fronte ai 728.604 ab. residenti. Tali dati risultano comparabili, poiché si conoscono le norme secondo le quali furono eseguite le due rilevazioni statistiche e il territorio in cui vennero effettuate ed è necessaria la distinzione tra presenti e residenti, non solo perchè sussistono effettive differenze, talora abbastanza sensibili tra l’una e l’altra valutazione, ma soprattutto perchè i censimenti anteriori al 1918 si riferivano solo alla popolazione presente. Le differenze tra la popolazione residente e la presente nel complesso della Regione sono per il 1921 ab. 21.632, per il 1931 ab. 7488; solo nel 1951, come nel 1936 la popolazione presente risulta superiore alla residente, per un’aliquota di 10.790 ab. nel 1951 e di 33.449 ab. per il 1936. Si debbono a questo proposito fare alcune riserve sui valori del censimento del 1936, sia perchè venuto ad interrompere il ritmo decennale degli altri censimenti sia perchè le operazioni furono effettuate, come per il 1931, in stagione del tutto diversa dagli altri (21 aprile), anziché nel dicembre o novembre. Sui valori della popolazione presente possono perciò aver in qualche modo influito i movimenti migratori temporanei della popolazione.

    Nel complesso della Regione la popolazione è continuata ad aumentare dal 1869 al 1951 con un ritmo medio annuo non costante, che spesso si allontana alquanto da quello medio di tutto il periodo (3,8 ab. per mille). Da tale valore però si scostano alquanto i periodi 1880-90 e 1910-21 in cui si ha rispettivamente 0,4 e 1 abitanti di aumento per mille, cioè valori largamente inferiori a quello medio, mentre valori nettamente superiori denunciano i due periodi 1900-10 (9,3 ab. per mille) e quello 1931-51 (5,9 ab. per mille). Gli altri periodi 1869-80, 1890-19006 1921-31 sono contrassegnati da valori di incremento medio annuo che non si discostano molto dal valore medio.

    Sembra abbastanza agevole individuare le cause generali che possono aver determinato il basso tasso di aumento: così può invocarsi il notevole movimento migratorio del Trentino per l’ultimo decennio del secolo XIX e i perniciosi effetti della prima guerra mondiale nel periodo 1910-21, giacché per parte del periodo bellico le operazioni si sono svolte sul fronte trentino e in secondo luogo il censimento ha avuto luogo a scadenza se non brevissima, abbastanza vicina alla fine delle ostilità e comunque in periodo di assestamento politico-economico.

    Per contrapposto il florido periodo di sviluppo di tutto il mondo e dell’Europa in particolare, che caratterizza il primo decennio di questo secolo mostra il più elevato tasso di aumento (9,3 ab. per mille), tanto più evidente quando lo si ponga accanto al 5,9 per mille del periodo 1931-51 in cui cade la seconda guerra mondiale, che certo si è fatta meno sentire della prima, almeno direttamente, in questa Regione. Ma il valore medio di tutta la Regione assume un altro significato quando lo si analizzi nell’ambito delle due province. Il comportamento è del tutto diverso: l’Alto Adige nel periodo dal 1869 al 1951 rivela un aumento medio di 9,5 ab. per mille, mentre nel Trentino il valore per lo stesso periodo si abbassa a 2 ab. per mille. il contrasto è troppo evidente perchè vi sia bisogno di altre parole; può essere invece più significativo far rilevare un altro carattere distintivo delle due province. In quella di Bolzano tutti i periodi considerati rivelano sempre un incremento, talora anche minimo con due periodi 1900-10 e 1921-31 che si distinguono spiccatamente per un forte incremento della popolazione, del 13 e più per mille.

    Nella provincia di Trento l’aumento della popolazione non solo è estremamente basso, ma addirittura negativo e con decrementi anche talora pronunciati. Così si ha una diminuzione di 3,6 ab. per mille fino al 1890 e solo l’ultimo decennio del secolo indica un aumento anche se minimo pari a un ab. ogni 10.000! E il fenomeno della diminuzione, seppure in misura minore, si verifica ancora tra il 1921 e il 1931. Solo tra il 1900 e il 1910, si ha un aumento nettamente superiore all’incremento medio, fenomeno che si manifesta quasi nella stessa misura anche dal 1931 al 1951.

    A tale proposito, cioè per caratterizzare ancor meglio il periodo 1931-1936 si può richiamare col Candida che l’incremento medio annuo raggiunse in quell’intervallo il valore più elevato di tutti gli 81 anni (10,3 per mille), ma con sostanziale differenza tra le due province. Le cause che possono avere determinato nel tempo le variazioni di popolazione sono molteplici. Non si può certo invocare il trasferimento di alcuni comuni, specialmente nella zona di limite tra le due province, dall’una all’altra, giacché con paziente lavoro di controllo di tali passaggi può esserne fatto il conto, non solo nei censimenti italiani, ma si può anche ricostruire tale stato di fatto nei censimenti austriaci e di ciò è stato tenuto conto per compilare la Tabella IV i cui dati, se così non fosse, non sarebbero raffrontabili. A parte tale questione di impiego e di raffrontabilità dei valori dei censimenti le cause vanno evidentemente ricercate nell’analisi del movimento naturale della popolazione, ossia del saldo positivo o negativo del bilancio demografico e dall’altra parte nello studio dei fenomeni di migrazione e dei movimenti di popolazione tra le due province, tenuto conto del loro sviluppo e potere economico.

    E opportuno esaminare la situazione delle variazioni della popolazione in tutti i periodi degli ultimi 81 anni, giacché possono scaturire elementi utili anche alla comprensione e soluzione di taluni problemi attuali. Evidentemente l’analisi di dettaglio può esser fatta solo secondo alcune ripartizioni territoriali delle due regioni che, sembrano avere una loro individualità, senza spezzettare eccessivamente la Regione, giacché in tal caso si potrebbe spingersi all’assurdo di considerare come più piccola unità il comune e in alcuni casi la frazione. E forse opportuno qualche chiarimento sulle zone delimitate; l’Alto Adige occidentale, accanto a tutta la Venosta e le sue convalli, comprende altresì la vai Passiria, quella d’Ultimo, l’altipiano di Avelengo e Verano e, sola zona di diverso ambiente la conca di Merano, su cui queste valli convergono. Per vai d’Adige si intende il tratto del solco atesino della conca di Bolzano, fino a Salorno, cui si aggiungono le zone limitrofe del Sarentino e della vai d’Ega di sicura determinazione, così come altrettanto chiare sono le indicazioni della Pusterìa, della vai Badia e della vai dell’Isarco con le sue convalli, unita alla Gardena. Anche il Trentino presenta chiare ripartizioni: valle del Noce, dell’Avisio, del Sarca e del Chiese (Rendena, Giudicane superiori e inferiori), Valsugana colla stretta porzione degli Altopiani, vai Cismón, vai Vanói e la conca di Tesino dai caratteri affini e finalmente la vai d’Adige da Salorno a Borghetto, cui per una certa affinità di caratteri economici si è aggiunto il basso Sarca e la conca di Vezzano e Cavedine.

    La situazione delle variazioni della popolazione in Alto Adige, attraverso il tempo e nelle varie subregioni è caratterizzata in sostanza da un aumento verificatosi ovunque, salvo che nella vai Badia. Alla vai Badia si accosta la Pusterìa, mentre la valle dell’Isarco e la vai Gardena presentano un incremento sensibile, al disotto però della media provinciale. Il fenomeno di diminuzione della popolazione non è localizzato solo in vai Badia, poiché così può dirsi di tutta la Pusterìa. Naturalmente valore diverso hanno gli indici dell’una e dell’altra valle in quanto questa ha una popolazione quasi otto volte più grande di quella (vai Badia, 5531 ab. presenti nel 1931).

    Gli aumenti più vistosi sono quelli riscontrati nell’Alto Adige occidentale e della vai d’Adige, ove i periodi dal 1890 al 1910 e quello 1921-31 fanno registrare valori superiori a 15 ab. per mille di aumento per anno. Se poi sulla scorta di quanto scrive il Candida si vuol fermare l’attenzione sul periodo seguente ( 1931 -1951), si osservano diminuzioni solo in tre comuni dell’Alto Adige occidentale (Tubre, Lasa e Silandro), in quello di Varna e in alcuni comuni della Pusterìa (Braies, San Càndido e Sesto). Anche in alcune aree della vai d’Adige, tanto della zona di pianura (Termeno e Magré) che della montagna (Tródena e Anterivo) si manifesta una diminuzione di popolazione da spiegarsi con un analogo comportamento dei limitrofi comuni trentini di vai di Fiemme. Ma a questi fenomeni di diminuzione stanno a fianco gli aumenti di cui può ricordarsi quelli dei comuni garde-nesi di Selva e di Ortisèi. E caso particolare è anche quello di Laives con particolare sviluppo agricolo e commerciale, intimamente collegato a quello di Bolzano.

    Aspetto generale dell’insediamento nella valle Pusteria.

    La situazione della variazione della popolazione nella provincia di Trento si presenta ben diversa, tanto fino al 1931 che tra questa data e il 1951. Già si sono rilevati i notevoli fenomeni di diminuzione attraverso il tempo; i dati rivelano anche una diminuzione per tutte le regioni, variabile tra —2,1 ab. per mille delle più isolate valli del Cismón e i —0,3 per mille del bacino del Noce. In sostanza solo il fondo della valle dell’Adige con le conche di Vezzano, Cavédine e del basso Sarca e con le città di Trento, Rovereto e Riva denunciano un aumento che è largamente superiore a quello medio. Il bacino del Noce e dell’Avisio hanno comportamento molto simile: aumento discreto, solo fra il 1869 e il 1880 e dal 1900 al 1910; la Rendena e le Giudicane, a parte il periodo critico di tutta la provincia (1880 -1890) segnano il passo con la Valsugana tra il 1921 e il 1931 per i riflessi della guerra. Solo nel primo decennio del secolo corrente la vai d’Adige fa registrare valori significativi di aumento.

    Il periodo 1931-51 presenta per qualche comune della vai di Sole diminuzioni anche piuttosto sensibili come Rabbi e Caldés. Altri comuni della stessa zona hanno segnato un sicuro aumento che va da un massimo di Peio ad un minimo per Mezzana. Particolarmente degno di menzione il comune di Malé in diminuzione tra il 1921-31 e con un aumento nel ventennio 1931-51. Salvo casi eccezionali, di cui si è voluto fare qualche esempio la tendenza alla diminuzione si effettua in vai di Sole in tutti i comuni, mentre la vai di Non segna invece un generale aumento, salvo nei comuni di Flavon, Tres, Vervò e Spormaggiore, contro l’aumento di Spormi-nore. La Rendena e le basse Giudicarle hanno fatto registrare in genere diminuzione della popolazione, talora anche assai notevole come a Spiazzo e Strembo, o a Ràgoli e Breguzzo. La sola eccezione che si è registrata è quella del comune di Pinzolo. Altra eccezione in questa zona, che pure figura tutta in diminuzione, è data dalla valle di Ledro (Molina, Tiarno di sopra e di sotto), ove un trentennio fa si erano segnalati casi di spopolamento.

    Nel bacino dell’Avisio l’alta valle (Fassa) vede aumentare la popolazione, mentre in Fiemme e Cembra si ha diminuzione, salvo casi sporadici (Cavalese e Albiano), con accentuazione del decremento in Cembra (Grumés). Più sicuro e costante, del resto anche in analogia ai periodi precedenti, è l’aumento della popolazione dei comuni della vai d’Adige, esempio Trento e i casi eccezionali di Zambana e di Nave San Rocco. Ma vi sono anche casi di diminuzione in comuni a sud di Trento e al limite meridionale della provincia (Avio).

    Il movimento naturale della popolazione

    Come già si è accennato le cause di variazioni sono molteplici, ma in primo luogo ha interesse l’esame del bilancio demografico in relazione ai quozienti di natalità e mortalità. Il primo nel 1931 era valutabile in tutta la regione in 21 nati vivi per mille abitanti, valore che segnò una diminuzione nel 1936 (19 per mille) e una successiva ripresa fino al 1941 (23 per mille) per cadere poi ovviamente nel periodo bellico o postbellico fino a toccare il minimo del 17,8 ab. per mille nel 1945. La ripresa è poi immediata fino al valore del 24,4 per mille del 1946 per poi ridiscendere marcatamente nel 1950-51 (18,3 per mille). L’indice rivela così due periodi di aumento (1936-41 e 1945-46) e tre di diminuzione. Il quoziente di mortalità dal 1931 al 1938 ha andamento abbastanza analogo con variazioni annue intorno al 15 per mille; ma sempre per evidenti ragioni esso aumenta tra il 1938 e il 1945 in modo chiaro, tanto più se si tiene conto del volontario esodo di giovani alto-atesini optanti e inquadrati nei corpi belligeranti della Germania. Come già si è detto anche la natalità decresce fino al punto da registrare nel 1945 una differenza di appena il 2,2 per mille a favore dei nati. Dopo il 1945 la mortalità decresce più sensibilmente della natalità, cosicché nel 1951 la differenza tra i quozienti dei nati vivi e quello dei morti si riporta ad una differenza sui 7 ab. per mille, all’in-circa pari a quello del 1931. Tale valore ha anche un certo significato se confrontato con quello medio annuo del decennio 1900-10 che è stato del 9,4 per mille.

    Qualche differenza si nota nel comportamento delle due province. In quella di Bolzano il valore dell’eccedenza presenta un aumento dal 10,3 al 16,9 per mille tra il 1938 e il 1942, giunge al minimo nel 1945, facendo registrare poi una ripresa dopo la guerra e una ristabilizzazione sull’8,8 per mille nel 1951.

    Più modeste le variazioni riscontrate nella provincia di Trento, seppure in parte analoghe: un valore modesto dell’eccedenza negli anni prebellici, che si riduce a soli 0,6 ab. per mille nel 1945 con indice del 10 per mille nel successivo 1946 e ciò per effetto concomitante dell’aumento delle nascite e basso valore della mortalità. Negli anni successivi l’andamento generale dei due indici è analogo con un valore nel 1954 del 6,8 per mille di fronte all’8,8 per mille della provincia di Bolzano.

    A titolo informativo, in quanto ci si rende conto che i dati di un anno hanno scarso significato, si può accennare sulla base dei dati del 1951 ali ‘andamento mensile dell’eccedenza dei nati vivi sui morti. 11 valore totale per tutta la Regione è stato di 5238 unità (7,20 per mille), dei quali 2191 (5,56 per mille) in provincia di Trento e 3047 individui (9,12 per mille) in quella di Bolzano. Nel valore totale si notano piccole oscillazioni degli indici che vanno da un minimo di 0,47 per mille del gennaio al massimo di 0,75 per mille del luglio. La distribuzione nei vari mesi segna un minimo quasi stabile in gennaio, febbraio (0,51), marzo, novembre e dicembre. Dal marzo al maggio c’è un costante aumento dell’eccedenza che si porta al valore di 0,69 per mille pari a 484 individui e tali valori abbastanza elevati restano quasi costanti fino al settembre quando inizia la diminuzione per raggiungere i minimi già ricordati del novembre-dicembre. L’analisi dei dati relativi alle due province rivela però un diverso comportamento, pur tenendo conto che nel complesso resta una certa analogia. La differenza più forte sta nel fatto, già del resto sopra accennato, di un valore notevolmente più basso in provincia di Trento nei confronti a quella di Bolzano e tale differenza dei dati annuali si mantiene per tutti i mesi, nei quali però non si manifesta costante.

    Movimento naturale della popolazione nelle due province dal 1938 al 1960.

    Tale andamento sia regionale che particolare alle due province risulta chiaramente da un attento esame degli indici, sempre per il 1951, dei nati vivi, morti, matrimoni e l’eccedenza dei nati vivi e morti. Il confronto tra le varie curve suggerisce anzitutto la conferma che la diminuzione concomitante di febbraio dell’indice dei nati e dei morti corrisponde a un aumento degli indici dei nati vivi e dei morti e a una diminuzione del numero dei matrimoni. Durante gli altri mesi, a una costanza degli indici dei nati vivi, morti e eccedenza, con caratteristico andamento della curva dei matrimoni con due massimi e due minimi annui, corrispondono le curve degli indici di eccedenza dei nati sia regionale che provinciale, salvo le eccezioni che già si sono illustrate.

    La diversità di comportamento demografico delle due province è quindi abbastanza sensibile, per quanto le condizioni belliche si facciano risentire in modo analogo; la causa essenziale di tale diverso comportamento è già stata indicata nel fatto che un’aliquota della popolazione della provincia di Bolzano emigrò volontariamente e la composizione per età di detta massa di individui era particolarmente importante ai fini del bilancio naturale, pur tenendo conto delle condizioni di guerra del momento. Nel complesso poi si possono accogliere anche le conclusioni del Candida che all’aumento della popolazione della provincia di Bolzano — aumento dovuto all’incremento demografico naturale e al bilancio fra immigrazioni ed emigrazioni — ha contribuito in maggior misura l’eccedenza nati, mentre nella provincia di Trento, se si esclude qualche anno, come ad esempio il 1946, l’incremento naturale della popolazione ha contribuito in misura più modesta. Incremento naturale, che, se messo in rapporto alla popolazione totale delle due province, che è maggiore in quella di Trento, porta ai già ricordati indici di incremento per ogni 1000 ab., i quali appaiono sempre più elevati per la provincia di Bolzano.

    Vedi Anche:  L'agricoltura e l'allevamento

    Mortalità e condizioni sanitarie

    L’andamento del bilancio demografico è evidentemente soggetto alle condizioni sanitarie. Per quanto riguarda tali questioni sono state fatte accurate indagini in questi ultimi anni dall’Ufficio Coordinamento e Studi della Regione. Ne risulta che l’andamento dell’indice di mortalità nella Venezia Tridentina palesa già da tempo una diminuzione quasi continua, così come l’indice nazionale generale, diminuzione che dal 1924 in poi si può quantificare nel 5 per mille, di fronte al 7 per mille del Paese, il che significa una riduzione più lenta che appare anche maggiore quando si tenga conto che la mortalità infantile è diminuita di più, rispetto all’abbassamento dell’indice nazionale, di quanto non sia diminuito l’indice relativo alle classi di età superiori al primo anno di vita, il cui indice di mortalità è significativo rispetto alle condizioni igienico-sanitarie. Le due province però non presentano analogia del fenomeno: nella provincia di Trento la mortalità è sempre superiore a quella della provincia di Bolzano e sempre più alta, e con scarto più elevato, di quella nazionale. A titolo di esempio si ponga mente che nel 1946 la mortalità in provincia di Trento è stata del 16,8 per mille di fronte al 14 per mille della provincia di Bolzano e al 13,7 per mille dell’indice nazionale. L’esame dei dati statistici ha anche consentito di individuare le condizioni sanitarie; il diagramma della figura qui sotto illustra i dati per alcuni gruppi di malattie.

    Si riscontrano massimi nel 1944-45, poco avvertiti solo per le malattie del sistema nervoso e per i tumori maligni, i quali sembrano essere in aumento negli ultimi anni, in cui invece si riduce il numero dei decessi dovuti alle malattie infettive e parassitarie, alle polmoniti e ad altre cause. Confrontando i dati del 1938 con quelli del 1950, la situazione denuncia un evidente miglioramento per queste classi di malattie. Dall’analisi più dettagliata si può concludere che, rispetto alle malattie infettive dell’infanzia (morbillo, pertosse, difterite, scarlattina, infezioni tifoidi, ecc.), la frequenza di tali infezioni è più elevata nella provincia di Bolzano che in quella di Trento. Tuttavia la situazione è tranquillante nella provincia di Trento per quanto riguarda la morbosità, più precaria invece quella della mortalità, i cui indici sono innalzati per causa delle malattie tubercolari. D’altra parte i dati delle statistiche andrebbero opportunamente interpretati, perchè essi si riferiscono a tutti i decessi, tanto di residenti quanto di non residenti nella Regione. Ora, proprio per il caso di morte per tubercolosi delle vie respiratorie, risulta che per la provincia di Bolzano il 19% circa sono individui non residenti, i quali in quella di Trento rappresentavano nel 1951-52 il 43%.

    Diagramma della mortalità per alcune malattie che illustra, a titolo di esempio, la situazione tra il 1938 e il 1950.

    Densità della popolazione e sua distribuzione

    Certamente meglio dei numeri assoluti delle percentuali di cui ci si è avvalsi fino a questo momento per delineare la situazione della popolazione nella regione vale la raffigurazione cartografica dalla quale si può avere l’impressione visiva di tale fatto. La Tabella già ricordata offre i dati di densità e le loro variazioni attraverso il tempo. Nel complesso della Regione può esser sottolineato l’aumento di densità dai 39 ab. per kmq. del 1869 ai 54 del 1951. Dati più recenti dicono che la densità è ancora aumentata sia pure di poco, toccando i 57 ab. del 1959.

    Densità di popolazione per comuni.

    Aspetto di una regione di bassissima densità: la valle di Fleres da Colle Isarco.

    La Venezia Tridentina si trova tra le regioni a più scarsa densità di tutta la Repubblica. Più significativo ancora è quanto ci è consentito di osservare nel confronto tra le due province, delle quali quella di Trento appare con un carico medio di popolazione notevolmente superiore a quella di Bolzano. Nel 1951 i due valori erano rispettivamente 63 ab. in media nel Trentino e 46 nell’Alto Adige, il che significherebbe una notevole diversità di comportamento tra le due province. E tale situazione si proietta anche risalendo agli ultimi 80 anni. Una certa differenza può annotarsi nei due periodi, quello anteriore e quello successivo alla prima guerra mondiale. Infatti nel periodo anteriore al 1914 il rapporto dei valori della densità media tra Trentino e Alto Adige era molto vicino a 2 : 1; così nel 1869, di fronte a 53 ab. per kmq. in Trentino, ve ne erano 27 in Alto Adige, e nel 1910 e 1921 i due valori erano 34 per l’Alto Adige e 61 per il Trentino. Ma negli ultimi 30 anni la situazione si è mutata, con un aumento del carico medio di popolazione sull’Alto Adige e un conseguente spostamento del rapporto tra le due province.

    Non è il caso di commentare i valori esposti nella Tabella IV per le singole zone, perchè più evidente tale confronto può apparire dall’osservazione della carta della densità.

    Se un significato si usa dare in tesi generale alle aree con oltre 100 ab. per kmq., appare intanto molto chiaro che tali aree sono limitate in un certo senso alle zone, che pur con un significato e un adattamento locale, sono state chiamate di pianura (cfr. Cap. III). La coincidenza non è proprio perfetta, perchè il tratto della valle dell’Adige in cui si addensa la popolazione con tale valore è più estesa della isoipsa di 300 m. per le evidenti propaggini verso il territorio di Pèrgine che salda il fondovalle dell’Adige con quello della Valsugana e verso la bassa vai di Non, da considerarsi piuttosto come zona di collina, analogamente alle spalle più basse e meglio sfruttate della vai d’Adige. Ancora un richiamo evidente per alcune piccole isole di alta densità delle valli interne: così la zona intorno a Malé in vai di Sole, quello di Vipiteno dell’alto Isarco e di Brunico in Pusterìa.

    Zona di altissima densità: Trento, panoramica dal Doss,

    Entro le aree con oltre 100 ab. per kmq. possono identificarsi alcune isole, di entità piuttosto modesta, con densità più forti che giungono fino ad oltre 500 abitanti per chilometro quadrato. La loro localizzazione è di una schematicità assoluta: accanto all’agro di Trento e alla conca di Bolzano, di intuitiva spiegazione, tale addensamento si nota ancora intorno a Rovereto e a Merano. Non può parlarsi di una successione regolare nella fascia intermedia tra le zone ad alta densità e quelle a densità mediocre, cioè con popolazione media per chilometro quadrato compresa tra 20 e 50 abitanti.

    I maggiori solchi vallivi si trovano in sostanza in queste condizioni. Nel Trentino le valli del Sarca e del Chiese, la vai di Sole con alcune propaggini verso le maggiori convalli, le valli dell’Avisio e quelle del Cismón e in Alto Adige, oltre la vai Venosta, una parte di quella dell’Isarco con la Gardena e qualche altra minore, la Pusterìa con la vai Badia e la valle Aurina inferiore. Non è certo molto difficile il raffronto della carta della densità di popolazione con quella orografica, cosicché l’importanza del fattore altimetrico su questo aspetto del fenomeno demografico appare di un’estrema evidenza. E tale raffronto appare chiaro anche dall’estensione delle aree a bassa densità che si estendono abbastanza ampiamente sulle zone di media altitudine circostanti ai maggiori plessi montuosi, senza più una connessione stretta ed evidente, con i solchi delle valli e con le aree più adatte all’agricoltura. Sono le superfici a bosco e a prato o a prato-pascolo, caratteristiche di un’utilizzazione del suolo a redditi piuttosto bassi e che quindi richiedono una vasta superfìcie per abitante.

    Distribuzione della popolazione per fasce altimetriche in quattro valli della Regione (Da Candida).

    Le considerazioni generali su tutta la Regione trovano una esemplificazione di dettaglio nei diagrammi costruiti dal Candida per illustrare la distribuzione altime-trica della popolazione e le variazioni di densità con l’altezza. Sulla base del calcolo delle aree comprese entro le isoipse della seguente scala altimetrica: al di sotto di ioo m., da 100 a 200, da 200 a 300, da 300 a 500, da 500 a 700, da 700 a 1000. da 1000 a 1500, da 1500 a 2000, oltre i 2000 m., sono state determinate le superfici raffigurate nei rettangoli dei diagrammi delle figure a pag. 190 e 191. Come chiarisce il Candida nel suo studio, dai fascicoli del censimento 4 novembre 1951, si può ricavare l’entità della popolazione residente per classi di altezza per i centri e altre località abitate e pervenire così al calcolo della densità per ogni fascia.

    Per la popolazione che vive nelle case sparse, l’attribuzione è stata fatta, in mancanza di ogni riferimento altimetrico, proporzionalmente alla popolazione dei vari centri e nuclei abitati. I risultati vengono espressi graficamente (pag. 190-191). Nei due grafici sono stati indicati con rettangoli le superfici delle distinte fasce altimetriche; entro i rettangoli è indicata la corrispondente popolazione residente, impiegando il sistema dei punti (ogni punto fatto eguale, a 1000 ab.); con una linea spezzata è indicata altresì la densità della popolazione residente calcolata per le varie fasce alti-metriche.

    Per quanto riguarda l’intera provincia di Trento la densità della popolazione decresce rapidamente con l’aumentare dell’altezza. Da un massimo di circa 700 ab. per kmq., che si registra nella fascia altimetrica con quote inferiori ai 100 m., si scende ai 116 ab. nella fascia altimetrica 100-500 m. ; per rimanere su densità di 106 abitanti nella fascia 700-1000 metri. Oltre i 1000 m. la popolazione diminuisce rapidamente, per cui si registrano solo 23 ab. per kmq. fra i 1000 e i 1500 m., appena 2 ab. fra i 1500-2000 metri. Se in generale la popolazione — e così pure la densità — decresce con l’aumentare dell’altitudine, non mancano invece esempi nei quali i due fenomeni hanno lo stesso andamento: aumenta la densità con l’aumentare dell’altitudine. Ciò dipende da vari fattori,

    Distribuzione della popolazione per fasce altimetriche nelle due province (Da Candida).

    quali, essenzialmente, le condizioni morfologiche e di esposizione, che influiscono decisamente sull’insediamento umano. Così è, per es., nella valle di Non e nella vai Rendena, e ancor più in alcuni tratti della valle dell’Adige e nella zona dei laghi.

    Nella provincia di Bolzano l’andamento della densità della popolazione è esattamente in rapporto inverso con l’altitudine : essa diminuisce avvertibilmente col crescere dell’altezza, dai 300 m. e fino ai 500-700 m. (fino a 300 m. è di 130 abitanti per kmq.); più attenuata è invece la diminuzione nelle successive fasce altimetriche. Naturalmente, l’andamento della densità della popolazione varia nei diversi bacini idrografici. Più regolare risulta la diminuzione per i comuni che rientrano nella valle Venosta; più marcata è invece la diminuzione per la vai Passiria, mentre per la vai d’Isarco si nota invece un aumento, passando dalla fascia inferiore ai 500 m., alla successiva fascia di 500-700 metri.

    1, Diagramma della popolazione residente (cens. 1951) riferita a fasce altimetriche dei centri. a, andamento nazionale; b, andamento per la provincia di Trento; c, andamento per la provincia di Bolzano.

    2, Diagramma della densità di popolazione residente riferita a fasce altimetriche per comuni. a, andamento nazionale; b, andamento per la Regione.

    Fenomeni migratori

    Il fenomeno migratorio in senso strettamente economico, risale per la nostra Regione, appena alla prima metà del secolo XIX. Con ciò non si esclude, naturalmente, l’esistenza di movimenti anche nei secoli precedenti, sia di spostamenti di masse le quali hanno contribuito, come già si è detto in capitoli precedenti, alle trasformazioni etnico-linguistiche di parte della Regione, sia di stanziamenti avvenuti più tardi per effetto di trasferimenti di popolazioni dal settentrione che hanno influito in qualche modo alla formazione di isole di popolazione tedesca nel Trentino meridionale. Sotto il profilo dei movimenti migratori certamente ambedue questi fenomeni hanno una grande importanza, di cui è sufficiente richiamare gli effetti. Quanto alle cause vanno ricercate nel quadro del momento in cui sono avvenuti, particolarmente quando ci si riferisce agli spostamenti di masse; si tratta, se così si può dire, soprattutto di cause di ordine politico. In un certo senso più vicine a motivi di carattere economico sono invece le cause degli stanziamenti isolati, ai quali già si è fatto cenno, o anche di insediamenti isolati in altre parti della Regione tridentina con particolare riferimento allo sfruttamento di qualche miniera di un certo interesse per il particolare alto tenore del minerale. A titolo di esempio basterà l’accenno agli stanziamenti determinati dallo sfruttamento delle miniere d’argento del Calisio a nordest di Trento, tra il territorio perginese e la valle di Cembra e quelli di Predazzo per l’utilizzazione del minerale di ferro della cava di Santa Maria di Viezzena; il secondo caso testimonia come al principio del secolo XVII anche le valli più interne potevano esercitare una certa attrazione. Canòpi-minatori non solo di provenienza del settentrione, ma anche lombardi o veneti, sono la prova dell’esistenza di fenomeni migratori determinati da cause di carattere economico. Un terzo aspetto di movimenti della popolazione nei secoli anteriori a quello passato, non certo trascurabili, ma di cui assai difficile riescirebbe dare una documentazione dell’intensità, è quello dei movimenti interni, di spostamenti cioè da un centro ad un altro e più ancora da una valle a quella limitrofa. L’esemplificazione non sarebbe tanto difficile: così, ad esempio, l’estensione dell’attuale comune di Primiero alla testata della valle del Travignolo (bacino dell’Avisio) è sicura testimonianza dell’occupazione e utilizzazione da parte delle genti di Primiero dei pascoli della vai Venegia (alta vai Travignolo) probabilmente nella prima metà del ‘400.

    Ma a parte questi esempi che testimoniano un certo dinamismo della popolazione, il Battisti afferma che il fenomeno dell’emigrazione non è nuovo nel Trentino; anzi se ne deve ricercare l’origine nei primi anni del secolo; allora era però un’emigrazione esclusivamente temporanea delle valli più elevate. Ogni valle aveva, come ha tuttora, un’industria e un’occupazione speciale che caratterizzava gli emigranti. E l’Autore continua ricordando alcuni esempi, quali i calderai (paroloti) della vai di Sole, o gli arrotini (moleti) e segantini delle Giudicane o i commercianti di stampe della vai Tesino diretti verso la Lombardia, la Svizzera, la Francia, ecc. E ancor più caratteristica l’emigrazione temporanea delle alte vallate determinata dalla costruzione delle grandi ferrovie dell’Europa, di cui largamente profittarono i montanari, che ne trassero buoni profitti e di essa ancor oggi resta l’eco in qualche valle (Fiemme), ove si ricorda l’abitudine di andare periodicamente suìYaisenpon, cioè a lavorare alle ferrovie, termine di evidente corruzione del tedesco Eisenbahn. L’ultimo quarto del secolo passato segna però l’inizio e l’accentuazione di una crisi di tale forma dell’emigrazione, molto gradita per i vantaggi psicologici, il temporaneo ritorno al focolare domestico e all’ombra del campanile, ed economici; si accentua con la recessione economica, si potrebbe dire oggi, la trasformazione, o meglio la sostituzione dell’emigrazione permanente a quella temporanea.

    Secondo i dati dettagliati, raccolti con paziente lavoro da Don L. Guetti, risulta ben documentato la corrente migratoria dal 1870 al 1887 per il Trentino, da cui si rileva in particolare che il flusso verso i paesi americani fu di 23.886 persone, di cui il 77% diretto verso l’America del Sud e il 23% verso l’America del Nord. Tale cifra parziale è indicativa del fenomeno in se stesso per il periodo dal 1860 al 1890 e quale controprova si può ricordare che nel decennio dal 1880 al 1890 la popolazione del Trentino diminuì da 351.689 a 349.203 ab., perdendo un’aliquota di popolazione superiore all’incremento naturale.

    Le condizioni dell’Alto Adige nello stesso periodo furono alquanto diverse e secondo alcune valutazioni, pari per il periodo 1880-90 ad una media di 500 persone per anno, le quali, per altro, erano sostituite nei paesi di partenza da elementi del vicino Trentino, attratti da richiesta di mano d’opera del bacino minerario di Primiero e dai lavori agricoli del Meranese e del Bolzanino, abbandonati a causa delle condizioni malsane dall’elemento tedesco.

    Vedi Anche:  Dialetti ed usi e costumi tradizionali

    Negli anni immediatamente precedenti alla prima guerra mondiale l’emigrazione aveva raggiunto cifre ancor più elevate; da indicazioni non ufficiali, ma degne di fede, si sono avuti 13.000 emigrati nel 1907 e 23.000 nel 1911, in gran parte Trentini, dei quali però circa 20.000 emigrati temporaneamente (dal febbraio al novembre) in paesi europei, ripartiti all’incirca un terzo tra il Tirolo e il Vorarlberg (costruzione delle ferrovie), un secondo terzo in altre province austriache e tra Italia e Germania, il resto diretto in altri Paesi. Di fronte ai movimenti interni della Regione e all’emigrazione in Europa e oltre oceano, certamente insignificante, per la seconda metà del secolo scorso e il primo decennio di questo è stata l’immigrazione, ridotta a qualche centinaio di operai agricoli o di ragazzi e ragazze del Bellunese e della vai di Zoldo, adibiti in Trentino nella stagione estiva a lavori agricoli, in particolare della fienagione.

    Un quadro complessivo del movimento migratorio riferito a tutta la Regione per i 30 anni 1921-51 è riassunto nella tabella qui a lato riportata, in cui sono ripartiti gli espatri, i rimpatri e la loro eccedenza, oltre alla percentuale per 1000 ab. del totale e distinti tra i paesi continentali e quelli transoceanici.

    Movimento migratorio

    Lavoratori espatriati e rimpatriati, secondo la destinazione e la provincia.








    Anni

    Paesi continentali

    Paesi transoceanici

    Complesso

    Per 1000 abitanti

    Espatri

    Rimpatri

    Espatri

    Rimpatri

    Espatri

    Rimpatri

    Ecced. espatri

    Espatri

    Rimpatri

    Ecced. espatri

    1921-25 17.862 4.196 9.672 1.605 27.534 5.801 21.733 42,7 9,0 33,7
    1926-30 16.961 9.443 7.407 2.455 24.368 11.898 12.470 37,3 18,2 19,1
    1931-35 9.734 7.655 1.858 1.356 11.592 9.011 2.581 17,2 13,4 3,8
    1936-40 43.302 4.347 958 560 44.250 4.907 39.353 64,3 7,1 57,2
    1941 6.893 1.264   4 6.893 1.268 5.625 10,1 1,9 8,2
    1942 7.232 531   2 7.235 533 6.702 10,7 0,8 9,9
    1946-51 139 144 4.574 897 4.703 1.041 3.662 1,1 0,3 0,9

    Dai dati sopra esposti ci si rende conto sufficientemente del fenomeno migratorio permanente per tutta la Venezia Tridentina. In linea assoluta, dopo l’assestamento dei due anni post-bellici (1919-20) il fenomeno ha ripreso nel primo decennio e, relativamente alla consistenza degli espatri, con un ritmo assai intenso.

    Di fronte ai 3000 partenti del 1911, quale contributo della Regione al movimento migratorio continentale e d’oltre oceano, figurano i 52.000 espatri complessivi del decennio 1921-30. E ben vero che accanto a questo valore occorre considerare quello dei circa 34.000 rimpatri dello stesso periodo. Tali numeri tradotti in valori per 1000 ab., significano una media intorno a 40 espatriati per 1000 ab. contro 13-14 rimpatriati nello stesso periodo, con un’eccedenza intorno a 25-26 ab. per mille. Nel decennio successivo 1931-40 la situazione complessiva non è mutata sostanzialmente. Il valore totale degli espatri è lievemente aumentato (poco oltre 55.000) con un corrispondente aumento anche dei rimpatri, tanto che, rapportata a 1000 ab., l’eccedenza passa a 30 unità. Ma questi valori complessivi hanno ben altro significato se si approfondisce l’analisi estendendola ai due quinquenni 1931-35 e 1936-40. Risulta evidente l’enorme diversità delle cifre assolute e relative. Di fronte a poco più di 11.000 espatri del 1931-35 se ne hanno oltre 44.000 nel quinquennio successivo e ancor più significativi sono i corrispondenti valori dei rimpatri: 9011 nel 1931-35 e 4907 nel 1936-40. Ciò spiega i differenti valori relativi e soprattutto la situazione delle eccedenze ben visibili anche dal diagramma della figura a pag. 196.

    Infatti nel periodo dal 1931-35 l’eccedenza è rappresentata da 3,8 ab. ogni mille, mentre nel periodo successivo essa tocca la punta massima dal 1921 ad oggi, pari al 57,2 ogni mille abitanti. La spiegazione di questi fenomeni sta nelle disposizioni del governo dell’epoca tendenti a limitare l’esodo dalla Madrepatria e nella crisi mondiale che contribuì a diminuire la richiesta di manodopera e quindi la maggiore difficoltà di trovare posto in altri Paesi europei e anche fuori dell’Europa. Tali cause spiegano anche la cifra abbastanza alta dei rimpatri, più bassa di quella del quinquennio precedente, ma sempre abbastanza elevata.

    Quanto ai valori altissimi degli espatri del quinquennio 1936-40 e alla diminuita cifra assoluta e relativa dei rimpatri, vanno posti in relazione a tre fatti molto evidenti e cioè: la situazione economica interna della Regione piuttosto precaria, in particolare quella dell’agricoltura, del commercio del legname e dello sviluppo industriale in genere. Di fronte a ciò si ponga la spinta all’emigrazione in Africa Orientale: tale fatto trova una riprova nell’alto numero di emigranti diretti fuori dell’Europa per questo periodo, tenuto conto del fatto che i paesi tradizionali ove l’emigrante trentino era diretto (Americhe) non ha certo in questo periodo aperto le porte al flusso degli arrivi.

    A queste due cause se ne aggiunga una terza, anche se essa non ha raggiunto la massima consistenza in questo periodo, e cioè l’esodo di un’aliquota di popolazione del gruppo linguistico tedesco verso la Germania, attrattavi più dal roboante clangore delle trombe di guerra naziste che dalla minaccia fascista di trasferimenti in altre province italiane. Le domande di opzione entro il 1940 furono oltre 200.000.

    Gli anni dal 1941 al 1946 costituiscono un periodo troppo influenzato dalla guerra e dalla situazione anormale dovuta ad essa per prenderlo in considerazione. La situazione è mutata negli ultimi anni, cioè dal 1947 al 1951. I valori assoluti sono assai bassi: gli espatri appena superiori a un ab. ogni mille e quasi trascurabili i rientri, appena una persona ogni 3300, fatto questo che trova una spiegazione sia nelle riassestate condizioni economiche mondiali, che nell’impulso economico nuovo, derivante dall’istituzione della Regione Trentino-Alto Adige, che indubbiamente ha contribuito a creare particolari prospettive, tali da far invertire la differenza tra espatri e rimpatri per i Paesi continentali e a far diminuire gradatamente, ma in modo costante, il numero assoluto degli emigranti transoceanici.

    Tale situazione generale della Venezia Tridentina di fronte al flusso dell’emigrazione permanente non va però disgiunta da altri aspetti del saldo positivo tra emigrazioni e immigrazioni, cioè dai movimenti di popolazione all’interno dello Stato e interessanti in un senso o nell’altro la nostra Regione. Come avverte anche il Candida nel suo recente studio, il materiale statistico a tale scopo non è così analitico da consentire un sicuro esame del problema e ciò soprattutto a causa del fatto che i dati ricavabili dai bollettini mensili dell’Istituto Centrale di Statistica riguardano complessivamente il movimento della popolazione accertato in base alle iscrizioni e cancellazioni effettuate sui registri di popolazione di ogni comune, sia che si tratti di provenienti o trasferiti, da o in altri comuni dello Stato, sia che si tratti di movimenti interni della Regione. Rimane pertanto l’impossibilità di distinguere e valutare quanta parte del movimento interno della popolazione sia contenuta entro i confini regionali e quanta sia diretta o provenga fuori dalle due province.

    Diagramma relativo ai lavoratori espatriati e rimpatriati.

    Per la provincia di Bolzano i dati offerti da una pubblicazione ufficiale (Tabella VI) consentono di procedere ad un’analisi di questi tre differenti aspetti del movimento di popolazione.

    Questi dati confermano quanto già si è detto sull’emigrazione intesa verso e dall’estero, per tutta la Regione. L’immigrazione nella provincia è andata diminuendo e anche l’emigrazione non presenta negli ultimi anni che modeste oscillazioni. Il fatto però, che i numeri delle iscrizioni e cancellazioni sono piuttosto elevati, significa che un’alta percentuale del movimento anagrafico è costituita da moti migratori interni allo Stato o d’ambito provinciale. Percentualmente sul numero totale delle iscrizioni anagrafiche, circa il 40% è di provenienza da comuni interni della provincia e un 10% delle cancellazioni si riferisce pure a moti interni, il che significa che l’altro 50% dell’emigrazione riguarda movimenti verso altre province italiane e verso l’estero.

    Per la provincia di Bolzano vi è poi anche un altro particolare aspetto di questi movimenti, cioè il problema visto in relazione all’attuale consistenza dei gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino. E evidente che l’elemento italiano è preponderante nel flusso dalle altre province verso quella di Bolzano, così come del flusso dalla provincia di Bolzano verso le altre province, mentre l’elemento tedesco prevale nei movimenti da e per l’estero, rappresentato dagli elementi usciti a seguito dei volontari trasferimenti nella Germania nazista, rientrati clandestinamente prima del 2 febbraio 1948, data del decreto emesso per regolare tale questione, e ufficialmente poi.

    Dai dati analitici del settennio relativi ai movimenti migratori della provincia di Bolzano si può concludere col Candida che su un totale di 33.933 cittadini emigrati dalla provincia di Bolzano nei sette anni che vanno dal gennaio 1947 all’ottobre 1953, ne sono emigrati, perchè trasferiti in altre province, ben 25.379, e che, di contro ai 1374 immigrati provenienti dall’estero, ne sono emigrati, diretti all’estero, 1730; il saldo di questi movimenti porta a un aumento complessivo di 8198 unità.

    Per il gruppo linguistico tedesco, invece, la differenza fra immigrazione ed emigrazione, da e per altre province, presenta un saldo negativo di 396 unità (immigrazione 2666 unità; emigrazione 3062 unità), mentre risulta positiva, e di ben 11.595 unità, la differenza fra immigrazione ed emigrazione da e per l’estero.

    L’aumento complessivo per il movimento migratorio è di 11.199 unità del gruppo linguistico tedesco, di fronte alle 8198 unità del gruppo linguistico italiano. Ben modeste sono le cifre che riguardano il movimento migratorio del gruppo linguistico ladino.

    Il saldo complessivo è stato, nei sette anni, di 188 unità immigrate in più delle emigrate. Ma più che i valori assoluti sopra ricordati, acquistano maggiore significato i rapporti relativi a iooo ab. del « saldo» fra il totale di immigrazioni ed emigrazioni dei tre gruppi linguistici. Tali rapporti hanno oscillato, secondo i calcoli dell’Istituto Centrale di Statistica, fra un massimo del 7,7 per mille (anno 1947) e un minimo, che risulta negativo, di —1,6 per mille (anno 1949). E per l’anno 1952 la provincia compare al quindicesimo posto, nell’ordine delle province italiane, per il quoziente di eccedenza immigrazioni-emigrazioni, col 4,9 per mille di contro al 3,1 per mille segnato dalla vicina provincia di Trento. Torino che è in testa alla graduatoria nazionale, ha un quoziente del 13,6 per mille.

    Per il Trentino le condizioni e i problemi sono alquanto diversi. E da supporre che la provincia di Trento abbia fornito un’aliquota dell’eccedenza totale regionale riportata nella Tabella di pag. 195, pari a 11 unità per mille ab., quindi abbastanza vicina a quella della provincia di Bolzano. Quanto al decennio successivo, se la spinta all’emigrazione fu abbastanza sensibile per le condizioni economiche e il richiamo verso territori d’oltre mare, in provincia di Trento nessun effetto migratorio si è avuto per cause belliche, salvo le aliquote di lavoratori spedite in Germania. Da dati ufficiosi gli espatri dalla provincia di Trento per ragioni di lavoro nel quadriennio 1951-54 sarebbero 2345, di cui 1768 verso l’Europa e 577 per paesi transcontinentali. Il confronto dei singoli anni mostra una tendenza delle cifre assolute ad una diminuzione (3068 nel 1951 di fronte a 1831 nel 1954).

    Quanto alla destinazione, al primo posto dei paesi europei è la Svizzera, con circa la metà, seguita a distanza notevole dal Belgio e dalla Francia e ancor più lontano dall’Inghilterra. Per i Paesi d’oltre oceano figura al primo posto il Cile che, insieme con l’Argentina, riafferma il primato già ricordato del Sudamerica, seguito dal Canada e dall’Australia. Però su cifre così modeste ogni ulteriore indicazione sarebbe arbitraria.

    Anche per il Trentino si presenta però un problema di movimenti interni, che del resto si è già sottolineato per taluni aspetti per la provincia di Bolzano. D’altro canto il problema di movimento interno si associa anche a moti diretti, in parte almeno, verso altre province. Tali movimenti hanno assunto manifestazioni particolari nella regione alpina in generale e anche nella nostra: il fenomeno è noto come spopolamento montano, fatto intorno al quale i geografi italiani hanno il merito e il vanto di avere eseguito una poderosa ed accurata indagine estesa a tutto l’arco alpino e a buona parte della montagna appenninica (vedasi l’indicazione nella bibliografia).

    E chiaro che questo aspetto dell’aumento o diminuzione della popolazione deve considerarsi come fenomeno migratorio, più che come dinamica della popolazione. E bensì vero, come appare dall’analisi dei vari ricercatori, che spesso si tratta di movimenti quasi « forzati », determinati da particolari condizioni economiche della montagna rispetto a fasce meno elevate o addirittura a regioni industrializzate di altre regioni dell’Alta Italia, ma è altrettanto vero che spesso l’abbandono della montagna è avvenuto quasi a prevenire le conseguenze delle disagiate condizioni di vita, determinando quindi un movimento migratorio.

    Nel complesso della Venezia Tridentina, il fenomeno non presentava alla data delle ricerche (1934) aspetti preoccupanti, in quanto limitato territorialmente a pochi comuni e per di più di consistenza non rilevante e contenuto, solitamente, entro i limiti del bilancio demografico naturale; e ciò giustifica ancora una volta la considerazione del fenomeno come fatto migratorio. Si aggiunga a questo che negli ultimi 25 anni, lo spopolamento, nel senso di abbandono di case e di’ manifestazioni di tal genere, è divenuto ancor meno rilevante e ciò forse in buona parte per effetto del turismo che, sia pure in varia forma e con diversa intensità, interessa praticamente tutta la Regione, raggiungendo anche le zone più remote, trasformando varie aree un tempo soggette a spopolamento in zone a tendenza opposta.

    Nella provincia di Bolzano ben pochi comuni rivelarono fenomeni di spopolamento: ad esempio, qualche comune dell’alta e media vai Venosta, della vai Badia, il comune di Tires e della valle dell’Adige al confine con la provincia di Trento, intorno a Salorno e a Magré. Relativamente più diffuso appariva il fenomeno nella provincia di Trento, ove esso interessava alcuni comuni della vai di Sole, delle Giudicane superiori (vai Rendena) e delle Giudicarle inferiori (parte del Bacino del Chiese), della Vallarsa e delle valli di Terragnolo (bacino del Leno), nonché di alcuni comuni della conca di Vezzano e del Basso Sarca. Così pure lo spopolamento si è rilevato nella valle dei Mòcheni (alto bacino del Fèrsina), nella conca di Tesino, a Canal San Bovo (valle del Vanói) e nell’alta valle del Cismón. Come si vede dall’elenco di esempi, può sembrare che si tratti di fenomeni di una certa consistenza, come area, per la provincia di Trento; a parte però il fatto che anche dal punto di vista dell’area non si può parlare che di una percentuale assai bassa, va tenuto presente l’unanime constatazione dei ricercatori di non potersi parlare di vero e proprio abbandono totale o anche parziale da parte della popolazione di uno o più comuni, ma piuttosto di abbandono di qualche edificio. E ciò tanto per la provincia di Trento che per quella di Bolzano.

    Il fenomeno è stato messo in relazione ai movimenti migratori e soprattutto, per il passato, a quelli temporanei. Ma per la provincia di Bolzano le migrazioni dall’alta montagna sono state contenute entro modestissimi limiti, cosicché è preferibile parlare di casi sporadici a causa di una particolare forma economico-giuridica dell’azienda agricolo-silvo-pastorale, cioè del maso chiuso, cioè di azienda legata al nucleo familiare e, tradizionalmente, un tempo, ed oggi per effetto di un dispositivo giuridico provinciale nell’ambito dei poteri della Regione, capace di mantenere un nucleo familiare di cinque e più componenti. Si può affermare che tale particolare struttura dell’azienda agricola, sulla quale si ritornerà in successiva occasione, abbia determinato due aspetti dell’insediamento umano alto-atesino, l’uno traducibile nei limiti altimetrici più elevati e nella distribuzione della popolazione e l’altro nell’azione efficace di regolazione e moderazione del popolamento e del frazionamento della proprietà. Certo nel campo dell’economia agricola il forte frazionamento della

    proprietà nella provincia di Trento ha contribuito a determinare qualche più evidente manifestazione di questo fenomeno in parte anche connesso con il carattere dei movimenti migratori di cui si è già parlato. A questo fatto aggiungasi ancora qualche caso di eccessivo potenziamento dell’attrezzatura turistica, non sempre proporzionato alla richiesta, talora influenzata dalla moda, come il caso di Riva del Garda e, come le diminuzioni di popolazione dei comuni di Rabbi, Bresimo e Caldés della vai di Sole, constatabili tra il 1931 e il 1951, sono forse da imputarsi effettivamente ad altre cause e nelle quali quindi lo spopolamento assume un significato diverso e non da considerare come fenomeno migratorio.

    Condizioni sociali e culturali

    L’esame della popolazione attiva e non attiva ha evidentemente grande importanza per l’illustrazione della situazione economica regionale e pertanto verrà opportunamente richiamato in successivi capitoli. D’altra parte l’esame di questo aspetto del popolamento ha un interesse preminente per farsi un giudizio sulle condizioni sociali in generale o almeno su alcuni loro aspetti.

    Per tale analisi possono servire i dati rilevati dai censimenti, per i quali è noto che la popolazione attiva è costituita dai censiti di età superiore ai dieci anni, che esercitano un mestiere, arte o professione, ivi compresi i disoccupati, i ricoverati temporaneamente in luogo di cura o di assistenza, i detenuti in attesa di giudizio o condannati a pena inferiore a cinque anni, i confinati; per tutti questi è stata rilevata l’ultima attività professionale precedentemente esercitata. La situazione della Regione all’ultimo censimento (1951) dava per la provincia di Trento 372.003 persone censite con oltre dieci anni, pari all’82,8% della popolazione totale residente; di questi risultavano attivi il 48,4%, pari a 158.389 unità, desumendosi quindi che la popolazione non attiva al disopra dei dieci anni era il 51,6%. Per la provincia di Bolzano il totale dei censiti oltre i dieci anni d’età era di 269.564, pari all’80,7% della popolazione totale; di questa parte risultava attiva il 54,3%» pari a 146.372 unità, con una popolazione non attiva del 45,7%. Non molto forti risultano, come si vede, le differenze tra le due province e del tutto inutile dare i dati per tutta la Regione. Altrettanto poco rilevanti anche le differenze nella ripartizione della popolazione attiva tra le varie classi di attività economiche.

    Masi della val Venosta.

    Distribuzione della popolazione attiva delle varie classi di attività economiche (in % della popolazione attiva totale).

    Attività economiche

    Provincia di Trento

    Provincia di Bolzano

    Agricoltura, caccia e pesca

    40,1

    42,6

    Industrie estrattive e manifatturiere

    19,9

    17,8

    Costruzioni e impianti

    11,9

    4.7

    Energia elettrica, gas e acqua

    0,9

    0,8

    Trasporti e comunicazioni

    3,2

    4,0

    Commercio e servizi vari

    13,2

    18,9

    Credito e assicurazione

    0,8

    0,7

    Pubblica amministrazione

    10,0

    10,5

    Alcune piccole differenze tra le due province meritano qualche osservazione. Come si osserva, l’attività fondamentale è quella dell’agricoltura, anche se i dati del censimento vi abbinano la caccia e la pesca e, malgrado qualche sostanziale differenza tra le due province nelle condizioni dell’agricoltura, il numero degli addetti è quanto mai vicino.

    Nel restante 60% o poco meno di popolazione attiva si può immediatamente ridurre questa cifra a circa un 40%, data la quasi identità dei valori di alcune altre voci, come gli addetti alla pubblica amministrazione, trasporti, credito, ecc. La situazione varia quindi per poche voci. Per quanto in provincia di Trento si sia registrata una leggera prevalenza degli addetti alle industrie estrattive e manifatturiere (cave e miniere più utilizzate), una certa diversità della ripartizione si ha per gli addetti alle costruzioni e impianti, differenza però da imputarsi più che a una diversa struttura economico-sociale, a condizioni momentanee per effetto di importanti lavori in corso, oggi ormai ultimati. Una seconda voce che fa registrare qualche divario è quella del commercio e servizi vari, settore comprendente in primo luogo l’attività turistico-alberghiera, a cui è legato anche il settore trasporto e comunicazioni per il quale anche si ha una leggera prevalenza degli addetti in provincia di Bolzano rispetto a quella di Trento.

    Di maggior interesse, per chiarire la situazione, può essere il cartogramma della pag. 203, dal quale appare la distribuzione territoriale della popolazione attiva non agricola in rapporto all’attiva totale. Le prime tre classi (aree bianche, punteggiate e a tratteggio orizzontale) danno la localizzazione della popolazione attiva agricola, cioè in cui fino al 50% o più è dedita all’agricoltura. Appare chiaro sotto tale profilo una certa differenza tra le due province, giacché se come si è visto dal punto di vista della consistenza numerica non vi è una sensibile differenza, il quadro nella consistenza delle aree muta notevolmente. Si tenga però presente che anche nelle aree della provincia di Trento contrassegnate dalla quadrettatura, assai estese, e rife-rentisi alla classe del 50-75% di popolazione non attiva in agricoltura, ma con prevalenza di altre voci, gli attivi in agricoltura vanno dal 49 al 25%. Le Giudicarle o la Valsugana con lembi degli altopiani, anche se non possono ascriversi statisticamente alle aree prevalentemente agricole, sono però zone in cui l’agricoltura rappresenta pur sempre un’attività assai importante anche dal punto di vista della consistenza numerica. Del resto il discorso può valere anche per alcuni comuni dell’Alto Adige orientale (medio Isarco, alta Pusteria, qualche valle delle Dolomiti, ecc.). Se mai una più sostanziale differenza nella localizzazione spaziale degli addetti all’agricoltura tra le due province è determinata dal fatto che in Alto Adige vaste zone occidentali (vai d’Ultimo, parte della Venosta, ecc.), alcune aree centrali ed alcune zone della Pusteria hanno meno del 25% di attivi non addetti all’agricoltura (cioè 75% addetti all’agricoltura). Tali aree invece in provincia di Trento sono assai limitate: così l’alta valle del Férsina e di Piné, alcuni comuni (Còredo, Romeno, ecc.) della vai di Sole, ivi compreso Brez, ove gli addetti all’agricoltura assommavano, sempre nel 1951, al 91% della popolazione attiva.

    Case tipiche in val Aurina.

    Distribuzione territoriale della popolazione attiva non agricola in rapporto all’attiva totale.

    Una diversa localizzazione mostra l’ultima classe rappresentata, quella cioè con popolazione attiva non agricola superiore al 75%, pari a meno del 25% di addetti all’agricoltura (quadrettato con tratteggio obliquo).

    Le due province denunciano un carattere comune anche nella localizzazione, che sta nella frammentazione di queste aree. Così nell’Alto Adige i comuni di Bolzano, Merano, Fortezza, Brunico, Ortisèi e Santa Cristina segnano le percentuali più alte di addetti ad attività industriali, commerciali e del turismo. Nel Trentino si possono ricordare i comuni di Trento, Rovereto, Riva, Tione, Predazzo, ove si ha la prevalenza di attività industriali varie o specializzate come a Predazzo (legno e solo in parte estrattive: cave). Tra i comuni a prevalente attività industriale figura anche Trambilleno (Vallarsa), ma è uno di quei casi in cui la statistica fotografa un rapporto di valori numerici, ma non una situazione corrispondente alla realtà. Non facile è trarre da questi dati qualche indicazione della influenza esercitata dalle condizioni morfologiche o dell’esposizione. Parrebbe poter affermare che per l’alta vai di Sole (vai di Peio e tratto del solco percorso dal torrente Vermiglio) vi sia un’influenza dell’esposizione a solatìo (vai di Peio) con alta percentuale di contadini, e quella a bacìo (Vermiglio e Ossana) con bassa percentuale di addetti all’agricoltura. Così dicasi anche per alcuni comuni della Valsugana.

    Questo accenno alla consistenza e distribuzione della popolazione attiva consente anzitutto di mettere in evidenza che nella provincia di Trento oltre il 70% della popolazione attiva è costituito da contadini (40%) e operai (30%), mentre nella provincia di Bolzano si ha un 65% circa, di cui contadini (42,6%) e operai (22,5%). È ben vero che socialmente parlando le due classi non sono del tutto paragonabili tra di loro, nè tra le due province. Gli addetti all’agricoltura sono, generalmente, agricoltori in proprio, e il bracciantato agricolo è assai poco consistente. Non così per l’industria, ove a fianco di una piccola o piccolissima industria artigiana, si hanno anche industrie con elevato numero di lavoratori.

    Un riferimento a tale situazione sociale può esser data dalla pubblica assistenza in cui una fondamentale manifestazione è rappresentata dagli istituti di ricovero (brefotrofi, orfanotrofi e istituti per ragazzi poveri e abbandonati, istituti per sordomuti e minorati fisici e psichici, colonie, ecc.), dai refettori pubblici di vario tipo, dagli ospedali, anche psichiatrici. Onde avere un’idea approssimativa basterà ricordare che le spese della provincia di Bolzano nel 1949 a tale scopo raggiunsero i 153,2 milioni di lire con destinazione di oltre il 44% agli infermi di mente, il 18,5% ai fanciulli illegittimi e il resto diviso tra varie altre voci. La spesa media per abitante fu di lire 474. Per la provincia di Trento la spesa generale fu di oltre 213 milioni di lire con una somma media di lire 571 per abitante. Ben il 73% la spesa destinata agli infermi di mente e il 18,6 ai fanciulli illegittimi.

    Un aspetto della vita sociale moderna è quello fornito dalle spese per spettacoli pubblici i cui valori per la Regione sono riportati nella tabella a pagina seguente.

    A parte il significato intrinseco di questi valori, da cui può rilevarsi per il 1949 che la sola spesa per il cinematografo era di lire 707 per persona, di fronte alle 523 spese per l’assistenza pubblica, va sottolineato il graduale aumento di anno in anno delle spese a tal fine, per il cinematografo e i trattenimenti di ballo e vari, mentre piuttosto modeste sono quelle per il teatro e lo sport. Ad esempio, per il numero dei cinematografi la Regione era, nel 1951, al quart’ultimo posto nella scala nazionale, precedendo la Val d’Aosta, l’Umbria e la Basilicata con 710 cinematografi su un totale di oltre 72.000 per tutta l’Italia. Il numero medio di abitanti per ogni cinema era di oltre 5000, posizione intermedia tra le regioni d’Italia. A parte che i dati disponibili sono piuttosto vecchi, indubbiamente queste indicazioni forniscono qualche elemento di giudizio sulla questione.

    Spesa del pubblico per spettacoli nella Regione Trentino-Alto Adige.









    Spesa

    Tipo di spettacolo

    Complessiva (migliaia di lire)

    Media per abitante (lire) – Percentuali

    1948

    1949

    1950

    1951

    1948

    1949

    1950

    1951

     

    1948

    1949

    1950

    1951

     
    Teatro 42.393 43.015 50.760 51.060 61 63 72 69   7,9 6,4 6,3 5,3  
    Cinematografo 389.536 491.320 587.099 710.291 565 707 835 965   72,1 73,3 73,6 74,1  
    Ballo e trattenimenti vari 81.121 96.952 124.414 166.169 117 139 177 226   15,0 14,5 15,5 17,3  
    Manifestazioni sportive 27.065 38.938 36.546 31.984 39 56 51 43   5,0 5,8 4,6 3,3  

    Totale

            782 965 1135 1303   100 100 100 100  

    Ma a tal proposito non può essere trascurato un cenno sulle condizioni della scuola. E noto che la nostra Regione ha goduto di una organizzazione scolastica di assoluta efficienza da un secolo ad oggi. Anche se i confronti con la situazione, ad esempio, di 50 anni fa potrebbe avere solo o quasi soltanto interesse storico, non va dimenticato che le odierne generazioni mature hanno frequentato la scuola elementare quando l’obbligo della frequenza dai 6 ai 14 anni era assolutamente tassativo e gli esoneri erano concessi solo per gli ultimi tre mesi degli ultimi tre anni, attraverso « supplica » all’imperatore, motivata da effettive cause di lavori agricoli da effettuarsi dal giovane alunno. L’esistenza o meno di otto classi elementari (cinque erano le classi nei centri medi o piccoli) e la maggiore o minore bravura dell’allievo poteva portare a ripetere per quattro anni la quinta, ma non alla cessazione dell’obbligo scolastico prima del 140 anno. Ai maestri, di cui tutti conserviamo un reverente ed affettuoso ricordo, era affidato il compito di completare e affinare il bagaglio di cognizioni agli scolari più dotati. Tale rigido ordinamento ha lasciato dietro a sè un’organizzazione sempre efficiente, di diverso indirizzo col volgere degli anni, ma che ha dato un risultato sicuro e cioè l’assenza di analfabetismo o quasi, se si escludono le piccole percentuali dei minorati.

    Per avere un’idea della consistenza numerica degli alunni, si riportano a pagina seguente i dati relativi agli anni scolastici 1945-46 e 1950-51, divisi nei vari gradi.

    Per intendere bene tali valori, si tenga presente che normalmente le classi non contengono in genere più di 30 alunni e che solo in pochi centri capoluoghi di province e centri maggiori si hanno varie scuole elementari e vari tipi di istruzione media con o senza classi parallele.

    Alunni iscritti nelle scuole.

    Anni scolastici

    Grado preparatorio

    Elementari

    Medie inferiori

    Medie superiori

    Artistiche

    1945-46

    13.023

    86.238

    6.274

    3.595

    337

    1946-47

    13.859

    88.153

    6.767

    3.905

    352

    1947-48

    15.536

    90.803

    6.620

    3.560

    406

    1948-49

    15.125

    91.936

    7.293

    3.725

    393

    1949-50

    14.694

    87.824

    8.239

    3.-839

    423

    1950-51

    14.963

    94.617

    10.055

    4.282

    355

    Si tenga altresì conto che il ritmo degli iscritti è andato aumentando almeno con la stessa progressione che può desumersi dalle cifre sopra riportate. Quanto alla distribuzione tra le due province si può osservare che non vi sono forti differenze. Una considerazione può esser fatta, che la provincia di Bolzano ha una situazione particolare, determinata dalla coesistenza di scuole in lingua italiana e in lingua tedesca, derivanti dall’applicazione dello statuto regionale. Quanto al rapporto maschi-femmine esso è riferibile a quelli della popolazione; nelle medie superiori e nelle scuole artistiche il rapporto si avvicina a due allievi di fronte a una allieva. Quanto alla situazione nei confronti del paese e con riferimento ai valori assoluti, che non sono indicativi perchè andrebbero portati a percentuali, nel 1948-49 per gli iscritti alle elementari la Venezia Tridentina era seguita dalla Basilicata, Umbria e Val d’Aosta. Per la media unica, dalla Basilicata e Val d’Aosta, mentre per gli avviamenti si aggiungeva anche l’Umbria. Per i licei e istituti tecnici, come per il totale di allievi, la Venezia Tridentina si trova sempre al terz’ultimo posto, seguita dalla Basilicata (circa 650.000 ab.) e dalla Val d’Aosta (circa 100.000 ab.).

    Unica osservazione che può farsi, è quella della mancanza quasi assoluta di scuole professionali veramente specializzate, fatto questo però che andrebbe considerato in un più vasto problema della scuola italiana.

    A chiudere queste brevi note sulle condizioni dell’istruzione, va fatto qualche cenno all’esistenza e all’attività di organizzazioni culturali non inquadrate dalla scuola, ma che hanno avuto in passato e oggi un peso nella preparazione culturale della Regione. Le biblioteche civiche di Trento e di Bolzano, di sicure tradizioni e di importanza per i fondi storici, le tradizioni culturali di conventi come quello di Nova-cella nei pressi di Bressanone, dell’Accademia degli Agiati in Rovereto, del Museo di Storia Naturale della Venezia Tridentina di Trento, ove sono state curate e predisposte indagini di ordine universitario, riviste come gli « Studi Trentini » in due serie di ordine storico-letterario e scientifico, eredi di periodici come l’« Annuario della Società Alpinisti Tridentini » e la « Tridentum » di 60 anni fa, e la rivista « Schlern » di oltre 50 anni di vita, sono esempi di un interesse per gli studi di cui la Regione Tridentina può esser fiera e che hanno contribuito in passato e contribuiscono oggi all’affermazione della cultura.

    Vedi Anche:  Storia del Trentino