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Distribuzione della popolazione e tipi d’insediamento

    La distribuzione della popolazione e forme di insediamento

    Popolazione accentrata e sparsa

    Già in censimenti precedenti si era raggiunto lo scopo, accanto a quello della valutazione totale della popolazione e di altre sue caratteristiche, sulle quali non è il caso di intrattenersi, di censire distintamente la popolazione raccolta in centri e nuclei di case e quella vivente dispersa in case isolate. Per la verità tale valutazione statistica non è nuova per l’Italia; già in censimenti anteriori all’unificazione dello Stato italiano come quelli dello Stato Pontificio o nelle Anagrafi della Serenissima, si trovano elementi che consentono di valutare tale diversa forma dell’insediamento; anche dati statistici di una certa utilità sono quelli austriaci, elaborati dallo Staffler con molta obiettività. Tale valutazione ha un particolare interesse per il tipo dell’insediamento e, per la Venezia Tridentina, va anzitutto ricordato a tal fine l’importante carta settecentesca di P. Anich, che ha notevoli pregi di vario genere, ma tra gli altri anche quello di una fedele riproduzione dell’insediamento umano. E un prodotto di grandissimo interesse per il cartografo in generale e per il geografo in particolare, come si può vedere dalla figura a pag. 208, ove ne è riprodotto un lembo relativo alla zona tra Trento e Riva del Garda.

    Accanto a questo documento, una seconda fonte di alto interesse è ì’Ortsreper-torium (Censimento 1910) delle località abitate con l’indicazione della popolazione, relativa al censimento dell’Impero austro-ungarico effettuato in data 31 dicembre 1910. Devesi avvertire che trattandosi di documento di carattere ufficiale, è stato redatto secondo determinate norme. È indubbia e controllata l’importanza di questa fonte ufficiale da parte di vari studiosi che si sono occupati di questioni dell’insediamento umano nella nostra Regione. Anche nei censimenti effettuati dallo Stato italiano, dopo l’annessione della Venezia Tridentina, si è affrontato il problema dell’accertamento della consistenza dell’insediamento accentrato e sparso, anche se con studi su tratti parziali della Regione è stato messo in evidenza che spesso la valutazione statistica non trovava perfetta aderenza nella realtà.

    La regione sud-occidentale del Trentino (1744).

    Tenuto conto di queste incertezze, del resto derivanti dalla gradualità di casi quali si presentano sul terreno, il Candida nel suo recente lavoro sulle condizioni umane della Regione è d’avviso di poter considerare « sparsa » anche la popolazione dei nuclei, che dal censimento 1951 si può rilevare distintamente da quella dei « centri », definiti nelle norme del censimento « quali aggregati di case contigue o vicine con interposte strade, piazze e simili, o comunque brevi soluzioni di continuità, caratterizzati dall’esistenza di servizi od esercizi pubblici determinanti un luogo di raccolta, ove sogliono concorrere anche gli abitanti dei luoghi vicini, per ragioni di culto, istruzione, affari, approvvigionamenti e simili ». Sono poi considerati «centri abitati temporanei» le località turistiche di cura e di villeggiatura non abitate continuamente, aventi però, nel periodo di attività stagionale, i requisiti di centro abitato ».

    Percentuali della popolazione sparsa per comune. (Da Candida).

    I dati della Tabella VI sottolineano la differenza tra le due province, nelle quali la popolazione nelle case sparse raggiunge, per la provincia di Bolzano, più del 25% della popolazione totale; tale percentuale si eleva a quasi il 33% per la stessa provincia qualora si aggiunga anche quella vivente nei nuclei. Nella provincia di Trento gli stessi valori si abbassano al 7,2 e 16,7% rispettivamente. Tali i valori complessivi che tuttavia hanno un significato ancor più evidente quando dalle percentuali totali si passi a quelle dei comuni. A tale scopo un certo interesse ha il cartogramma della pag. 209, dal quale si desume intanto una prima constatazione, e cioè che i valori sopra enumerati e calcolati sui dati del censimento 1951 vanno convenientemente interpretati nel senso che essi si riferiscono a tutti i comuni delle due province in cui la situazione non è però omogenea. La popolazione urbana di Trento e di Bolzano e di alcuni altri centri maggiori, incide infatti in modo assai notevole sulla percentuale della popolazione delle case sparse, rispetto alla totale. Solo se si pone mente a tale fatto può spiegarsi come quasi metà dell’Alto Adige, abbia una percentuale di popolazione delle case sparse al disopra del 50,1% e un’altra larga porzione sia caratterizzata da valori tra il 30,1 e il 50%, sempre superiori al valore medio della provincia. Solo in alcuni comuni dell’alta vai Venosta e della Pusteria la popolazione delle case sparse resta al disotto del 10%, arrivando al più basso valore nel comune di Bolzano, ove essa si riduce addirittura intorno al 3% per l’evidente influenza del centro urbano. Al contrario il valore massimo si riscontra nel comune di Verano, ove la popolazione delle case sparse tocca il 93% con un valore nullo dei nuclei. Altissimi valori hanno anche Provés, ai confini tra vai di Sole e vai d’Ultimo, San Genesio (oltre l’85%) sull’altipiano porfirico, Terento e Funes nella bassa Pusteria (intorno al 70%).

    La situazione della provincia di Trento è ben diversa. Si può affermare che tutta la porzione a occidente dell’Adige è omogeneamente al disotto del valore medio, salvo alcuni comuni intorno a Tione e lungo la vai d’Adige, ma sempre con valori assai bassi (fino al 10%). Così dicasi dell’area più orientale e di quella meridionale. Soltanto nella parte centrale e ancor più in alcuni comuni della Valsugana si notano valori superiori alla media della provincia, così, per esempio, Castelnuovo e Villa Agnedo (oltre il 25%) e più ancora Novaledo, Roncegno, Fierozzo e Sant’Orsola, ove si arriva tra il 40 e il 47%, per toccare il massimo nel piccolo comune di Ronchi (67%), se il dato lo si riferisce alla popolazione delle case sparse e a quella dei nuclei, mentre si riduce al 57%, ove si tenga conto della popolazione censita come sparsa.

    Comunque, a parte la questione della consistenza dei valori, resta il contrasto tra le due province che va ricercato in varie cause, legate all’agricoltura e all’allevamento. Anzitutto è da tener presente che nella Venezia Tridentina solo poco più del 40% del terreno produttivo appartiene ai privati, essendo il resto di proprietà dei comuni o proprietà collettive. In particolare in Alto Adige la metà del territorio è proprietà di enti e, nel Trentino, i tre quarti. A questo fatto si aggiunga che il numero delle proprietà private di area inferiore al mezzo ettaro raggiunge in provincia di Trento il 67% del numero totale, mentre in provincia di Bolzano è del 41%. Tale sperequazione si ha anche per le proprietà da mezzo a tre ettari, giacché mentre in provincia di Bolzano superano di poco la metà della superficie totale, per quella di Trento arrivano a coprire appena un terzo dell’area totale. Ciò significa quindi che la proprietà nel Trentino è assai frazionata, il che determina l’impossibilità di sostentamento sulle minime aziende dei contadini piccoli proprietari. L’alta percentuale di area in proprietà di enti (foreste demaniali, boschi della Comunità di Fiemme) e di comuni spiegano la bassa percentuale della popolazione sparsa. Al contrario in Alto Adige vige la consuetudine di conservare l’unità dell’azienda agricola attraverso l’istituto del maso chiuso.

    E questo un istituto che si riallaccia a tradizioni giuridiche del diritto germanico e la cui applicazione vige ancor oggi in alcuni distretti montani austriaci. Sotto il profilo che può riguardare la distribuzione della popolazione e il tipo dell’insediamento umano, l’istituzione del maso chiuso interessa in quanto la proprietà si trasmette ereditariamente indivisa per maggiorascato, e cioè generalmente al figlio maschio primogenito. Tale formula consuetudinaria dalla fine del secolo XVIII si è sempre mantenuta in Alto Adige, anche dopo il 1918, da quando cioè è entrato in vigore l’ordinamento giuridico italiano che, come è ben noto, considera la parità di diritti di tutti gli eredi. L’istituzione è oggi regolata da speciali norme provinciali attuate nell’ambito dell’autonomia regionale.

    Non è certo il caso di discutere il significato e valore giuridico di tale istituto vincolistico; vale la pena di sottolineare l’importanza per la differenziazione della popolazione accentrata e sparsa. La possibilità di vita offerta a nuclei familiari dall’azienda agricola silvo-pastorale, così definibile perchè i terreni a seminativo sono assai modesti (dal 2 al 5% dell’area totale dell’azienda), permane proprio per la indivisibilità dell’azienda che ha determinato la dispersione delle case, la cui posizione e situazione è anche in relazione con l’esistenza di terrazzi e di forme particolari del terreno, e talora anche con la sua natura geologica, in quanto vi è connessa una maggiore o più scarsa disponibilità di acqua.

    Gli scisti cristallini e le filladi quarzifere della catena di confine e i porfidi della pianeggiante piattaforma centrale, hanno contribuito in qualche modo a dar origine ad ampie spalle glaciali ad altezze spesso notevoli e comunque rialzate sul fondo-valle (Pusterla, Venosta, Sarentini, ecc.) ove il maso, come abitazione isolata, trova sede naturale e terre utilizzabili qualora la superficie aziendale non venga suddivisa. Nei gruppi calcareo-dolomitici del Trentino o in quelli granitici (Adamello e Cima d’Asta) dalle profonde valli a fianchi ripidi e scoscesi, l’utilizzazione della media montagna con insediamento sparso è quasi impossibile.

    E di ciò ci si rende conto ove si consideri un altro aspetto del problema e cioè la densità relativa della popolazione sparsa. Nel capitolo precedente si è illustrata la distribuzione della popolazione in tal senso. Sotto questo profilo si nota una corrispondenza assai evidente con le zone a larghe spalle di origine glaciale lungo le valli: evidente è l’alta densità lungo la valle dell’Isarco o in alcuni settori della vai Venosta, nonché nel Trentino, l’abbastanza elevata densità di popolazione sparsa nella media Valsugana.

    Dalla carta si può rilevare con dettaglio la distribuzione della popolazione sparsa nella Regione. Le differenze già messe in evidenza tra i valori massimi, appariscono immediatamente; il principale solco vallivo, quello dell’Adige, sul quale a Bolzano s’innesta quello dell’Isarco e più a monte, a Bressanone, quello della Rienza, sono le zone ove più forti sono le percentuali di popolazione sparsa. Le zone che hanno popolazione sparsa notevolmente alta, non sono molto vaste e limitate a: 1a una zona intorno a Rovereto, comprendente tutto il tronco della vallata dell’Adige, estendentesi verso l’imbocco della valle del Leno; 2a un’area più vasta, limitata lungo il corso dell’Adige tra Calliano e la foce dell’Avisio, estendentesi lateralmente sulla destra dell’Adige verso Vezzano e comprendente sulla sinistra, l’altipiano per-ginese e il gradino che si trova circa alla stessa altezza verso il solco dell’Avisio; 3a una zona abbastanza vasta della media Valsugana con due piccole isole limitrofe; 4a la zona che dalla conca di Bolzano, ove si raggiungono i valori massimi, si estende lungo il solco dell’Isarco fino a Bressanone; essa non è limitata al solco della valle dell’Isarco, ma si estende notevolmente lungo l’altipiano del Renón da un lato, verso la media valle dell’Isarco e la vai Gardena dall’altro e verso la conca di Merano, ove pure si ha una larga zona a valori alti della densità della popolazione, fino a raggiungere i valori massimi; 5a due piccole isole nella valle della Rienza e una nella media vai Venosta.

    Tipo di insediamento della zona ladina (Cisles)

    Benché da queste indicazioni possa sembrare relativamente vasta la porzione con valori piuttosto elevati della popolazione sparsa, ciò in realtà non è. Nella zona di Rovereto sono compresi solo alcuni comuni circostanti del fondovalle; la popolazione sparsa diminuisce piuttosto rapidamente lungo i fianchi del solco vallivo, ma la zona si estende a comprendere quasi tutta la valle di Terragnolo a oriente e lungo la depressione del lago di Loppio va a congiungersi con la zona di Riva sul Garda, ove si ha una densità tra 20 e 30 ab. per kmq.

    Verso settentrione la zona di Rovereto si congiunge, lungo il fondovalle, con quella di Trento, la quale, mentre è contenuta entro una stretta fascia lungo la destra dell’Adige, ove si estende solo lievemente verso la fertile conca dei laghi di Toblino e Santa Massenza, a oriente, si estende verso una larga zona a valori medi (20-30 abitanti per kmq.), racchiusa tra la zona a valori piuttosto bassi dell’alta vai Folgaria e il basso corso dell’Avisio, comprendendo tutto l’altipiano di Pine e la valle dei Mòcheni, dove col crescere dell’altezza si passa alle zone disabitate. In questa vasta zona a medio tenore di popolazione sparsa, che si prolunga a est verso il profondo solco della Brenta, si trova l’isola di Novaledo e la vasta zona intorno a Borgo, ove si hanno valori tra 50 e 75 ab. per kmq. di popolazione sparsa. Lungo la vallata dell’Adige, tra la zona di Trento e la conca di Bolzano, i valori tendono ad abbassarsi, senza scendere però ai più bassi, fino a congiungersi con la terza zona, quella più vasta, che da Bronzolo a sud si estende fino a Bressanone da un lato e a Merano dall’altro verso nord.

    Questa larga zona che comprende, oltre la conca di Bolzano, anche i comuni di fondovalle a mezzogiorno della città, si estende con una larga fascia lungo l’altipiano del Renón, disseminato di « masi » e di qui per tutta la vallata media dell’Isarco, tra Chiusa e Bressanone, con una larghezza da 5 a 10 km.; si estende poi per tutta la vai Gardena fino là dove, con rapido decrescere, si raggiungono le zone di alta montagna, disabitate. La zona di alti valori prosegue verso la vai Venosta con una fascia abbastanza larga, dove il massimo supera i 100 ab. sparsi per km. quadrato. I valori della densità decrescono, ma non molto rapidamente, sia verso la vai Passiria, dove intorno a San Leonardo si trova una zona di valori piuttosto elevati, e verso la media e alta vai Venosta, nella quale la densità oscilla intorno a valori medi. Di importanza minore sono le isole con valori tra i 30 e i 50 ab. per km. quadrato. Tutto il resto della valle e di quelle adiacenti si trova ad avere valori sempre abbastanza elevati.

    Vedi Anche:  Origine del nome e vicende territoriali

    Val Venosta: casa rurale.

    Le zone di valori bassi, al disotto di 2 ab. per kmq., sono anch’esse ben evidenti. Appartengono ad esse una buona parte della valle del Chiese, là dove si nota anzi una vasta zona con popolazione sparsa nulla; da questa vasta area sudoccidentale si passa attraverso una fascia larga di popolazione fortemente accentrata alla seconda zona, costituita da quasi tutto il bacino del Noce, ove i valori massimi raggiungono appena 10-15 ab. per kmq., permanendo però quasi ovunque al disotto di 10 e con ampie zone anche a valori più bassi. Sul lato sinistro dell’Adige devesi menzionare la zona delle valli di Fiemme e Fassa, con valori bassissimi di popolazione sparsa, mentre tendono a crescere nella vai di Cembra.

    Accanto a queste aree ben definite e di entità notevole si può avvertire che la densità della popolazione sparsa è nettamente legata all’altezza. Nello sfumare delle aree dalle zone di fondovalle verso le zone più elevate si ha un graduale abbassamento dei valori della popolazione sparsa.

    Dal confronto tra la carta della densità di popolazione e di quella della popolazione sparsa si rileva, come ha riscontrato il Riccardi per la Sicilia, « che generalmente le zone dove la popolazione totale è più fitta corrispondono a quelle dove maggiore è la popolazione sparsa ».

    La distribuzione della popolazione sparsa è legata alle risorse economiche della Regione stessa; nella Venezia Tridentina tali risorse derivano dall’agricoltura e attività annesse, dall’industria del forestiero, dalla produzione dei boschi, dall’artigianato e industrie varie.

    I dati relativi alla percentuale della popolazione sparsa sono assai istruttivi. Vi è tra la provincia di Bolzano e quella di Trento una disparità che non può far a meno di colpire. Infatti, mentre come si è detto, tutta la Venezia Tridentina presenta un valore medio vicino a quello della media dello Stato Italiano, quando si osservino i valori delle due province separatamente si riscontra che, mentre per la provincia di Bolzano si ha un valore notevolmente elevato che supera quello medio dell’Italia settentrionale, per la provincia di Trento si riscontra invece un valore assai più basso, al disotto dei valori più bassi di altre regioni dell’Italia settentrionale. Tale fatto, unitamente ai dati relativi all’attività della popolazione del censimento del 1951, sembra a prima vista del tutto inspiegabile, parrebbe esservi contrasto tra i bassi valori percentuali della popolazione sparsa del Trentino, in confronto all’Alto Adige, e quelli invece più elevati degli addetti all’agricoltura e selvicoltura. La spiegazione di tale fatto ci è però data dalle diverse condizioni climatiche e morfologiche e dell’insediamento umano tra le due province. Tali diverse condizioni sono state messe in chiara e sintetica evidenza dal Toniolo. Diversità di struttura del terreno, giacché l’Alto Adige è costituito da terreni prevalentemente cristallini (scisti, graniti, porfidi), mentre nel Trentino prevalgono estese formazioni calcaree assai erose, scoscese e brulle; differente costituzione morfologica, essendo l’Alto Adige prevalentemente regione di confluenza glaciale quaternaria, mentre nel Trentino, zona di prevalente diffluenza glaciale, prevalgono i fondovalle più ristretti, spesso colmi di sovrapposti materiali di conoide e di frana. Ne risulta di conseguenza una più ristretta superficie agraria-forestale nei confronti dell’area totale a parità di condizioni, anche se dai dati del Catasto agrario si ottiene una quasi equivalenza dell’area lavorata tra le due province (13% in provincia di Bolzano e 15% in provincia di Trento). Ciò che interessa ai fini della percentuale della popolazione sparsa, non sono tanto i valori assoluti, quanto piuttosto il fatto che i terreni lavorati dell’Alto Adige hanno un rendimento maggiore, dato appunto dalle più favorevoli condizioni climatiche e morfologiche.

    Aggregato elementare in val Venosta.

    Ma di un altro fatto occorre tener conto per dare una spiegazione della forte diversità esistente tra le due province nei confronti della percentuale di popolazione sparsa, ed è quello della diversità dell’insediamento umano. Secondo il Ruatti nell’Alto Adige i tipi dell’insediamento rurale possono essere distinti in: tipo latino, caratterizzato da particelle fondiarie staccate per le quali vige una mobilità dovuta, sia a successione ereditaria, o a compra-vendita; per esse non si effettua una suddivisione, preferendosi allo spezzettamento particellare la possibilità di conguaglio in denaro; tipo retico-celtico, derivante dalle colonizzazioni feudali, formato da un nucleo fondiario coltivato (seminativi e prati) nel quale trovasi l’abitazione e il rustico; tipo tedesco, quasi ovunque modificato per l’influsso delle modificazioni latine, che consta di un numero di caseggiati intorno ai quali si stende una parte del possesso fondiario, cosicché si ha uno sparpagliamento delle abitazioni; un tipo slavo quasi del tutto scomparso.

    Nel Trentino invece si può dire che i tipi dell’abitato permanente si riducono e sono rappresentati esclusivamente dal tipo latino.

    La consultazione della figura a pag. 223 e l’esame della distribuzione dei tipi di insediamento rurale prevalente, quello latino per il Trentino e quelli retico-celtico e tedesco per l’Alto Adige, dànno una spiegazione della diversa percentuale di popolazione sparsa tra le due province. I valori della densità media di popolazione sparsa tra le due province non sono così diversi, 19,9 per la provincia di Bolzano e 11,4 per quella di Trento. Tali valori sono però quelli calcolati escludendo le aree improduttive. Tale diversità è da mettere in relazione con le diverse condizioni dell’ampiezza e dell’organizzazione delle aziende agricole nelle due province. Sempre secondo il Ruatti e secondo i calcoli fatti dal Malesani sui dati del Censimento generale dell’agricoltura del 1930 si avrebbero i valori di cui nella tabella a pagina seguente.

    Frazionamento della proprietà, in Trentino: la Valsugana nei dintorni di Lévico.



     

    Area agricola forestale

    Area lavorabile in ha.

    Num. aziende censite

    Area media per azienda in ha.

    valore assoluto

    % area

    agricola forestale

    lavorabile

    Alto Adige 573.325 89.548 18,7 24.712 23,18 3,62
    Trentino 561.168 101.183 21,5 63.950 8,77 1,58

    Dai valori della distribuzione della proprietà fondiaria lavorabile, calcolati dal Ruatti, risulterebbe che, escludendo le aziende di area inferiore ai 2 ettari e quelle di area superiore ai 50 ettari, le aziende agricole presumibilmente autonome rappresenterebbero il 40% nel Trentino e oltre il 70% nell’Alto Adige.

    Dai dati esposti risulta nel Trentino un eccessivo frazionamento e polverizzazione della proprietà fondiaria, che determina un tenore di vita piuttosto basso delle classi contadine ed una economia instabile e spesso irrazionale delle aziende stesse, mentre nell’Alto Adige farebbe contrasto un più elevato tenore di vita delle aziende e una più solida stabilità economica. Ciò sarebbe dovuto, secondo l’opinione di esperti, alla istituzione del maso chiuso causa del benessere dell’agricoltura altoatesina in confronto a quella trentina. In merito al problema del maso chiuso rispetto alla distribuzione della popolazione sparsa, non vi è dubbio che le considerazioni di vari Autori hanno un valore notevole, ma non si possono trascurare le osservazioni di altri relativamente alla densità di popolazione totale.

    Dai valori della superficie produttiva delle due province (cfr. Cap. IX) risulta l’alta percentuale delle zone boscate in confronto a quella produttiva delle due province, la quale risulta occupare l’&7% della superficie totale. Di questa, oltre la metà è occupata nel Trentino, da boschi e poco meno per l’Alto Adige.

    Già questo è un primo elemento, che, unitamente alla diffusione in Alto Adige dell’istituzione del maso chiuso, contribuisce a spiegare la più elevata percentuale della popolazione sparsa e la sua densità. Unitamente al valore percentuale dei boschi, merita di essere preso in esame quello dei pascoli permanenti, anch’esso significativo in quanto, come il primo, nell’economia del maso chiuso, boschi e pascoli permanenti costituiscono un’importante parte, specialmente per i masi più alti, mentre nel Trentino, ove l’istituzione non esiste affatto, queste zone di bosco e di pascolo sono generalmente proprietà non privata, ma di enti (comuni, demanio, ecc.) e non influiscono quindi così direttamente sulla popolazione sparsa.

    E ancora assai interessante osservare la coincidenza evidente tra le zone di diffusione del maso chiuso e quella di densità media piuttosto rilevante della popolazione sparsa. Naturalmente non è questo il solo fattore determinante della distribuzione della popolazione sparsa e ciò risulta evidente dalla considerazione delle zone già elencate tanto per il Trentino quanto per l’Alto Adige.

    Tuttavia si nota che ove si sommino i due fattori, si ha un netto e sensibile aumento della densità di popolazione sparsa. Esempio evidente ci è dato, ove ve ne fosse bisogno, dal confronto tra la vai di Fassa (corso superiore dell’Avisio) e la vai Badia; la prima è tutta compresa nella zona, con meno di un ab. di popolazione sparsa, mentre la seconda ha dei valori più elevati. Nella prima non esistono quasi affatto i masi chiusi, mentre nella seconda essi risultano essere abbastanza numerosi. E occorre inoltre avvertire che tanto le condizioni climatiche, quanto quelle morfologiche, sono assai simili tra le due valli considerate.

    In conclusione si può asserire che la densità della distribuzione sparsa nella Venezia Tridentina è legata alle condizioni agricole della regione e in special modo all’esistenza del maso chiuso, anche se si debbano tener presenti le riserve, a cui arriva il Malesani, che cioè la « popolazione del Trentino, dopo che sono cessati o molto diminuiti i risparmi degli emigrati, non riesce a trovare nel suo territorio il reddito sufficiente al mantenimento di tutti i suoi figli, mentre nell’Alto Adige, anche per effetto del maso chiuso, la popolazione è meno densa e dispone di un territorio più esteso e perciò di redditi individuali maggiori ».

    Un’ultima considerazione resta da fare, quella cioè che tra la provincia di Trento e quella di Bolzano si nota una netta differenza tra le zone a forte densità di popolazione sparsa. Nella prima infatti esse sono ridotte quasi esclusivamente alle zone di fondovalle dei solchi dell’Adige intorno a Rovereto, nella conca di Trento con diramazioni verso occidente e più largamente verso oriente nel Perginese fino a saldarsi con la zona di fondovalle della Valsugana. Queste aree sono tuttavia ad altezza piuttosto modesta sul livello del mare.

    Nell’Alto Adige invece le zone con fitta popolazione sparsa, oltre ad occupare quasi tutte le zone di fondovalle, interessano anche vaste superfici ad altitudine relativamente forte in corrispondenza delle aree di diffusione dei masi. Alla popolazione delle case sparse fa riscontro quella accentrata. La conoscenza diretta di alcuni controlli eseguiti a questo scopo hanno consentito di modificare qualche situazione, computando come centri un certo numero di agglomerati, considerati nuclei nel censimento del 1951. Senza voler dare la esemplificazione di dettaglio si può dire che gli spostamenti di categoria non sono propri di una o di altra valle e non sono prevalenti in una delle due province, malgrado si possa affermare una certa prevalenza del fenomeno nella provincia di Bolzano in cui 162 nuclei meritano la qualifica di centri, di fronte a 48 della provincia di Trento. Quanto alla questione se la popolazione dei nuclei debba considerarsi dispersa, come il Candida sostiene, la situazione è tale per cui si ritiene più opportuno mantenerla distinta, considerando anche quella dei nuclei come insediamento accentrato. La riprova si ha nel calcolo della media popolazione per ciascun nucleo, che risulta, come segnalato nella Tabella VI, di 63,2 ab. per tutta la regione ed oscillante tra 48,2 ab. della provincia di Bolzano e gli 80,6 di quella di Trento. E ben vero che il numero degli abitanti non è criterio discriminante per tale classificazione, ma è altrettanto sicuro che già l’Almagià nel suo Saggio sulla vai Venosta e poi gli altri Autori che hanno toccato il problema per differenti valli della Regione, hanno constatato la particolare struttura funzionale di quelli che furono chiamati « aggregati elementari » e « nuclei » di fronte agli agglomerati più propriamente considerati centri abitati.

    Piccoli centri e frazioni intorno a Brunico.

    Tenendo conto di queste riflessioni di ordine generale la consistenza numerica dei centri e dei nuclei e i valori medi di popolazione risultano nella Tabella VI. Notevole è la differenza tra le due province: in quella di Bolzano il numero dei centri è quasi la metà di quelli della provincia di Trento, mentre per quest’ultima il numero dei nuclei è più basso; se però si considera il totale centri più nuclei, 895 sono gli agglomerati a popolazione accentrata in provincia di Bolzano, di fronte ai 1149 centri della provincia di Trento. Naturalmente tenendo conto che la popolazione accentrata totale nel Trentino è del 92,8% della totale di fronte al 74,9% dell’Alto Adige, la media popolazione degli agglomerati è in modo evidente più bassa in provincia di Trento (318,6 ab.) di fronte a quella di Bolzano (401,9 ab.). Interessante è anche il valore medio di abitanti dei centri in Alto Adige (615,5) di fronte a quello del Trentino (477) e ciò in rapporto anche al numero dei centri con oltre 5000 ab., che risulta identico per le due province ed è rappresentato non solo dai centri di maggiore popolazione ma anche da quelli più importanti da vari punti di vista: Bolzano, Merano e Bressanone in Alto Adige, Trento, Rovereto e Riva nel Trentino. Il piccolo numero di questi maggiori centri urbani, ha un certo significato anche per quanto si è già detto relativamente alla popolazione sparsa. Infatti è agevole il computo relativo al censimento 1951 che per la provincia di Trento si hanno poco più di 80.000 persone nei tre centri maggiori, di fronte a quella dei 51 centri della categoria tra 1000 e 4999, i quali contano un numero dello stesso ordine di grandezza, o anche minore, tenuto conto che solo una decina supera i 2000 abitanti. La situazione della provincia di Bolzano poi, sotto questo punto di vista è anche più favorevole ai centri di modesta entità. Un’ultima osservazione possono suggerire questi dati e cioè che la media popolazione dei centri e dei nuclei diminuisce assai notevolmente qualora si tenga conto della popolazione accentrata depurata, per così dire, dell’incidenza dei centri con oltre 1000 abitanti. Ove infatti si volesse fare questo calcolo approssimativo si avrebbe, sempre per la provincia di Trento, una media di poco più di 200 ab. per centro, che si ridurrebbe a meno di 150 ab. in media considerando tutti gli agglomerati. Si è fatto tale computo approssimativo proprio per la provincia di Trento onde dare conto del piccolo valore medio della popolazione accentrata in ciascun agglomerato. Non è inutile sottolineare anche il rapporto esistente tra comuni e centri dal quale risulta una volta per tutte non solo la differenza di significato tra queste due entità, ma soprattutto la loro differente consistenza numerica. In provincia di Bolzano il numero dei comuni alla data del censimento 1951, era di 106, mentre in provincia di Trento era di 179, il che significa che rispettivamente si avevano in provincia di Bolzano 3,1 centri ogni comune di fronte a 3,8 di Trento. La differenza non è molto forte e denota un insediamento abbastanza simile per quanto riguarda gli agglomerati più grandi. Del tutto diversa è invece la situazione media quando il computo lo si riferisce a tutti gli agglomerati (centri più nuclei), giacché si hanno quasi 8 agglomerati per comune in provincia di Bolzano di fronte a 6,4 in provincia di Trento, per la quale la maggior consistenza in popolazione aggregata si traduce in un minor numero di agglomerati per comune. Ne consegue il fatto di una diversa costituzione dei comuni rispetto al numero di agglomerati che dei comuni fanno parte. Tale composizione è per la verità elemento che è variato nel tempo a seconda delle direttive dei governi riguardo alle amministrazioni comunali.

    Per la Venezia Tridentina, dalla situazione del 1910, documentata nei risultati di quel censimento, si è arrivati a quella odierna (1951) che per molti casi riflette quella del 1910, passando per un periodo successivo al 1928 fino al 1946-47 di riduzione dei comuni. Alcuni casi sono sufficienti ad illustrare la situazione: quello del comune di Cavalese (vai di Fiemme) al quale come comune erano state aggregate « ville » di Carano, Daiano e Varena, che oggi costituiscono comune a sé. Casi invece inversi sono quelli di Vigo di Fassa, comune ancor oggi comprendente Soraga, Pozza, Pera e Mazzin, indipendenti nell’ordinamento austriaco, e Trento, cui non appartenevano nel 1910 i comuni di Gàrdolo, Mattarello, Povo, Ravina, Romagnano, Sardagna e Villazzano che invece oggi vi appartengono con tutti i centri e nuclei circostanti. Queste modificazioni da comune indipendente all’appartenenza a un più vasto comune amministrativo, contrassegnato di solito da una centralizzazione di tutti o di parte dei servizi, non ha però arrecato normalmente, spostamenti nei limiti amministrativi delle singole unità. Malgrado quindi le variazioni, i passaggi, le soppressioni e ricostituzione dei comuni e cioè malgrado la variazione del mosaico comunale, le tessere di cui il mosaico è formato sono rimaste le stesse. Sono tessere ben identificabili, perchè presso l’Istituto Centrale di Statistica, insieme ai dati del censimento, esistono le carte topografiche con la delimitazione delle frazioni di censimento. Unica differenza fondamentale, tra l’impianto e le indicazioni del censimento del 1910 e di quello del 1951 sta nel fatto che in quest’ultimo sono state isolate anche una serie abbastanza notevole di frazioni di censimento disabitate, cioè aree appartenenti a un determinato comune, relative però ad aree non abitate permanentemente, ma solitamente utilizzate per il loro reddito economico (boschi, prati-pascoli, pascoli, ecc.).

    Case tipiche a Soraga in val di Fassa.

    La consistenza numerica totale delle frazioni di censimento in tutta la Regione è di 918, delle quali più di un terzo (348) sono disabitate. La ripartizione tra le due province delle une e delle altre è di 272 frazioni, di cui 139 disabitate in provincia di Bolzano e 318 abitate di cui 209 disabitate in provincia di Trento. Può interessare ancora il confronto per ambedue le province tra il numero dei centri e quello delle frazioni abitate; per la provincia di Bolzano 364 centri e 272 frazioni, per quella di Trento 629 centri e 318 frazioni.

    Si può facilmente notare che per l’Alto Adige esistono quattro centri ogni tre frazioni (circa), mentre per il Trentino il rapporto è poco più di due a uno. Tenuto conto della percentuale di popolazione accentrata nelle due province dei centri, ancora una volta di più risulta l’importanza delle sedi umane e dei loro tipi.

    Tipi delle dimore e forme dell’insediamento

    L’aspetto del popolamento accentrato e sparso non risulta soltanto dai numeri e dalle statistiche, ma investe anche lo studio dei tipi delle dimore. La casa e la sua struttura presentano variazioni notevoli anche in aree limitate della superficie terrestre. Variazioni non solo di forma e di materiale impiegato a seconda delle vallate e a seconda spesso della data di costruzione, ma soprattutto differenze intrinseche per la diversa funzione della casa in rapporto all’attività dell’uomo. E opportuno avvertire subito che gli aspetti più interessanti si riferiscono alla casa rurale, cioè all’edificio o edifici, a seconda dei casi, connessi all’attività agricola e all’allevamento. Il tipo della casa dei centri maggiori, e come tali possono assumersi quelli con oltre 300-400 ab., è assai poco indicativo. Le indagini in questo campo risalgono già a qualche decennio fa e sono state condotte con metodi unitari e precise direttive soprattutto negli ultimi anni. Le conclusioni che si inquadrano in quelle di più vasta portata nazionale, sono in corso di pubblicazione e ciò costituisce certamente una notevole carenza nel materiale disponibile. Comunque si può tentare un certo ordinamento basato soprattutto sulle funzioni della casa rurale, che presenta alcuni caratteri fondamentali come: i° la netta separazione del rustico dall’abitazione, l’esistenza o meno di una parte del rustico a stalla e fienile a seconda dello sviluppo dell’allevamento bovino; 2° la casa rurale a unico edifìcio (abitazione e rustico uniti e mescolati) che si differenzia del tutto da quello a due edifìci distinti, con funzione differenziata di solito: abitazione uno, rustico l’altro. Spesso quando si presenti questa differenza l’edificio che serve per abitazione è totalmente o quasi in muratura e il rustico in legno. Caso intermedio è dato: 30 dalla giustapposizione dei due edifici che si riuniscono sotto un unico tetto, ma con divisione verticale delle due parti; nel caso più tipico di questo genere l’abitazione è in muratura e il rustico in legno con variazioni locali delle quali la più frequente è quella che la parte del secondo o talora terzo piano sotto il tetto è tutta lignea e dedicata al rustico. La distribuzione di questi tre tipi non è molto caratteristica; pur soffrendo eccezioni soprattutto dalla fusione tra tipo dell’edificio a destinazione unitaria (abitazione e rustico variamente connessi) e quello giustapposto, si può affermare che in tutta la provincia di Trento questo è il tipo prevalente. La giustapposizione è piuttosto una caratteristica di alcune zone ladine (vai di Fassa, vai Gardena, ecc.) ma non è infrequente, anzi diventa caratteristica e tipica dell’Alto Adige, soprattutto di quelle zone, ove i masi, che un tempo si potevano considerare tutti vincolati a successione indivisa, cioè chiusi, costituiscono azienda di piccola o media grandezza (da 1 a 5 ettari). La divisione degli edifici è sì sotto certo aspetto legata ad influssi di provenienza del versante alpino esterno, ma è spesso determinata e richiesta dall’ampiezza dell’azienda silvo-pastorale, che con l’aumento del carico di bestiame, richiede la differenziazione delle stalle (cavalli, bovini, caprini, suini, pollame) e il notevole aumento della capienza dei depositi del fieno che viene tenuto distinto: fieno dei prati di primo taglio (estivo), di secondo taglio (autunnale), di montagna.

    Carta dell’insediamento umano.

    Altro elemento distintivo è l’esistenza o meno di ballatoi ed altre attrezzature consimili, atte a consentire l’essicazione di certi prodotti. Naturalmente ciò non solo è in relazione alla possibilità di colture, come il granoturco, abbastanza diffuso un tempo ed oggi un po’ meno nelle vallate di piccola o media altezza fin verso gli 800-900 metri. Così la Valsugana e quella dell’Adige, le valli del Sarca, fino a Pin-zolo, e la vai di Fiemme fino a Ziano. Tipica l’esistenza di ballatoi ben sviluppati e spesso l’adattamento di interi locali per essiccazione nelle poche zone di coltivazione del tabacco (bassa Valsugana). Sempre nel tipo della casa rurale di pianura (fondovalle dell’Adige, Brenta e basso Sarca) o di collina (cioè dalle spalle vallive fino ai 500-600 m. del limite medio della vite) sono da riscontrare adattamenti della parte rustica a colture, come la vite o gli alberi da frutta (meli e peri). Particolarmente caratteristiche sotto questo punto di vista, le zone altimetricamente più basse già ricordate, quelle della bassa vai di Non, del Perginese, del Vezzanese, ecc., nel Trentino, o dell’altipiano di Caldaro, del Lungadige e della parte inferiore della valle dell’Isarco (versante destro). Dalla fascia altimetrica che si potrebbe chiamare di collina e che presenta, come anche meglio si potrà dire in altro capitolo, un’agricoltura più differenziata e con esigenze maggiori, rispecchiantesi anche in alcuni elementi costitutivi e differenziati della casa, fascia non ben delimitata da un’isoipsa o da un limite che potrebbe essere quello della vite (500-600 m.), si passa in quella che può considerarsi la fascia più importante in tutta la Regione e che si potrebbe definire di media montagna, caratterizzata da agricoltura di cereali sempre più poveri coll’aumentare dell’altitudine, della patata e di pochi ortaggi (fagioli) e dall’allevamento (prati e prati-pascoli).

    Casa rurale gardesana.

    L’estensione in altezza varia col variare del limite delle sedi permanenti, di cui difficile riesce dare un’idea concreta, soprattutto perchè non si può parlare di un limite altimetrico nè delle abitazioni permanenti nè delle coltivazioni. A questo proposito la differenza tra le due province è abbastanza sostanziale ed è dovuta da un lato alla maggiore estensione delle superfici elevate dei gruppi montuosi atesini in confronto a quelli trentini e dall’altro alla differenza del popolamento sia accentrato che sparso. Salvo le eccezioni frequenti, ma non di consistenza numerica rilevante, lo stanziamento umano del Trentino si addensa sul fondo delle valli o sulle parti inferiori dei loro versanti, cosicché il limite, rappresentabile da una linea discontinua lungo i versanti a seconda del susseguirsi degli abitati, segue l’innalzarsi progressivo del fondovalle. Così raggiunge quasi i 1500 metri alla testata della valle dell’Avisio, supera di poco tale quota nell’alta vai di Sole o nelle sue valli laterali, ma resta assai più basso nelle Giudicane o in vai Cismón, sempre facendo astrazione dagli insediamenti di tipo turistico permanenti o temporanei. Anche nelle valli dell’Alto Adige non manca l’insediamento agglomerato di questo tipo, ma al suo fianco vi è la casa isolata, il maso chiuso, che proprio per la sua struttura consente lo sfruttamento di vaste zone sui versanti meglio esposti delle valli (Pusteria, Isarco, Venosta, Ultimo, ecc.), fino sui 1500-1600 m., stabilendo un limite più continuo e certo più elevato.

    Case rurali della val Venosta

    Casa rurale con balcone e rustico incorporato della zona dolomitica.

    Case tipiche in val d’Ultimo.

    In questa fascia, in sostanza, grossolanamente fin verso i 1000 m. predomina un tipo di casa rurale con caratteri prevalentemente legati all’agricoltura, cioè con un’equa ripartizione tra servizi richiesti dalle coltivazioni e quelli dall’allevamento. Quindi non grande sviluppo delle stalle e dei fienili, sistemazione delle aie e dei depositi delle attrezzature da lavoro. Al disopra di tale limite il tipo della casa rurale cambia, proprio per il mutare del rapporto agricoltura-allevamento. Crescono le necessità di ricovero degli animali, aumentano le esigenze di disporre di larghe riserve di foraggio, distinto spesso in diverse categorie, per superare i lunghi inverni, di durata sempre maggiore col variare dell’altezza, diminuisce il numero dei giorni sereni e caldi utili per la falciatura e il ricovero negli appositi magazzini ; sconosciuta del tutto la tecnica dei pagliai che verrebbero soffocati dalla neve per vari mesi. E così muta il tipo della casa sia a unico blocco diffusa nel Trentino, sia quella giustapposta o a due edifici distinti più tipica e frequente in Alto Adige. Naturalmente queste considerazioni vogliono essere solo di carattere generale con qualche riferimento locale a titolo di esempio, lasciando al Cap. IX qualche altro chiarimento ed esemplificazione.

    Al fianco della casa rurale, che rappresenta l’elemento più tipico della dimora, è presente anche un altro complesso di dimore, di utilizzazione temporanea, ma non per ciò meno importante, i cui aspetti possono ricondursi a tipi di tutto il mondo alpino. Seguendo un criterio altimetrico al disopra del limite delle abitazioni permanenti si trova la cosiddetta fascia dei maggenghi, che è variamente denominata nelle diverse vallate trentine e che, proprio per l’esistenza dei masi chiusi, manca in Alto Adige. Sono i cosiddetti masi delle montagne trentine o le « ciasae » della vai di Fassa, piccole case ove la stalla predomina sull’abitazione, spesso ridotta alla sola cucina ove si vive, in quanto si dorme negli annessi fienili. Vi si trasporta il bestiame per l’estate con periodo più o meno lungo di permanenza in funzione della loro altezza; vi si utilizzano superfici più o meno ampie di prati falciabili, concimati dopo lo sfalcio naturalmente dal bestiame che vi pascola. Sono piuttosto dimore tipiche del Trentino occidentale, poco diffuse nelle zone dolomitiche orientali e quasi sconosciute in Alto Adige. Nella stessa fascia altimetrica, fin verso i 2000 m., specialmente nelle zone ove sono diffusi i pascoli al posto dei prati-pascoli e dove la proprietà di enti si sostituisce a quella privata, il maggengo è sostituito dalla malga, cioè da un complesso di due o tre edifici (stalla, edificio di abitazione e lavorazione, deposito dei prodotti) caratteristici per la semplicità: la stalla sempre fortemente allungata in muratura e la tipica struttura a tronchi e muratura degli edifici annessi per le più vecchie dal tetto di scandole. Il tempo e le guerre, specialmente il primo, hanno contribuito alla distruzione dei tipi più vecchi, sostituiti oggi da edifìci più razionali, talora dotati anche di qualche comodità.

    Tabià di Bellamonte.

    E infine ultimi verso l’alto, le più estreme espressioni della vita dell’uomo nel mondo silenzioso della montagna; localizzati là ove il prato-pascolo sostituisce il bosco, sono i fienili e i baiti, che si possono trovare anche nella fascia dei maggenghi, quando il bestiame da portare in montagna sia scarso o venga concentrato nelle malghe e si preferisca raccogliere il magro, ma ottimo fieno. Sono anche queste forme più tipiche del Trentino, data la diversa utilizzazione di questa fascia alta in Alto Adige. Sono limitate ad alcuni gruppi, come quelli dolomitici, ove caratteristiche sono le alpi pianeggianti, corrispondenti all’architettura della montagna. Fondamentalmente il fienile è ancora del tipo classico a base in muratura e il resto a travi incrociantesi artisticamente agli spigoli verticali dell’edificio, ricoperto dal classico tetto di scandole di larice, che vengono tenute da grossi sassi sparsi. Due i vani principali: sotto la stalla, volta verso valle, sopra il deposito del fieno aperto verso monte. E addossato il « ciasel », con tetto spesso prolungato dal corpo principale, ove si cucina, dormendo nei giorni di lavoro sul fieno, la cui catasta va crescendo col duro lavoro di lunghe ore.

    Un tempo, oggi ormai meno, il fienile riceveva visite invernali periodiche nel silenzio di un mondo ammantato di bianco, per prelevare il fieno, trasportato a valle sulle slitte. Non dappertutto la costruzione del fienile è agevole: ove i prati si spingono 300-400 m. sopra il limite del bosco, al fienile si sostituisce il baito, minuscolo ricovero di legno per passarvi le 2-3 settimane necessarie a raccogliere e seccare qualche modesto carro di fieno, trasportato a valle appena seccato. E questo il più modesto tipo di casa rurale della montagna della nostra Regione, altimetricamente il più elevato e diffuso solo in alcune aree, particolarmente in quelle dolomitiche, ove più larghe sono le superfici a prato-pascolo al disopra del limite del bosco.

    Per la verità in tutta la Regione vi sono, a quote anche elevatissime, oltre quelle dei baiti, altre abitazioni temporanee: i rifugi alpini, di cui sarà data notizia in altro capitolo, in quanto sono legati al turismo più che rappresentare un vero e proprio tipo di casa.

    Situazione e caratteri dei centri

    Un certo interesse riveste lo studio della situazione dei centri, legata alla topografia del suolo. In una regione nella quale le forme di terreno costituiscono un importante elemento del paesaggio è ovvio che lo studio del rapporto tra morfologia e carattere dei centri ha un interesse notevole. Non è nuovo uno studio del genere nè per regioni italiane nè per la nostra in particolare, perchè già il Mosna nel 1927 ha pubblicato una memoria dal titolo: La conformazione del suolo e la distribuzione dei centri abitati nel Trentino e successivamente gli Autori che si sono occupati di valli tridentine, hanno sempre esaminato anche tale aspetto dell’insediamento. Si sono già rilevati in più di un’occasione i caratteri morfologici della Venezia Tridentina e, pur sottolineando differenze locali, non può sfuggire una certa affinità di caratteri tra loro dato l’ambiente di montagna che predomina, cosicché le forme del terreno diventano predominanti quali fattori della situazione.

    Predazzo in val di Fiemme.

    Accertata questa condizione generale si può anche accettare la classificazione generale stabilita dal Mosna per il Trentino, corretta con qualche considerazione riferentesi a più aggiornati dati statistici e con riferimenti all’Alto Adige. Seguendo questi criteri i centri della Regione possono distinguersi nei seguenti tipi.

    Sedi di fondovalle. — E ovvio distinguere almeno due tipi di valle, cioè quella di una certa larghezza con solco d’acqua piuttosto importante e quello di valli strette e incassate. Il primo è ovviamente il più adatto all’insediamento umano, tanto che alcune porzioni delle valli maggiori sono state già indicate come lembi di pianure ove fertilità del suolo e condizioni del terreno consentono lo sviluppo dell’agricoltura e le direttrici delle valli sono le fondamentali vie commerciali. Unico elemento sfavorevole era rappresentato un tempo dai fiumi non bene corretti dal l’uomo, ma oggi tali condizioni non esistono più. Volendo schematizzare i vari tipi di fondovalle, possono distinguersi tre tipi fondamentali. I centri di fondovalle marginali, solitamente i più antichi, in quanto la parte centrale della valle, specialmente delle più ampie come quella dell’Adige, è stata sistemata in tempi piuttosto recenti e in particolare, per la nostra Regione, dopo le rovinose piene del 1882. Nelle valli a maggiore pendenza, cioè nelle parti superiori delle valli maggiori e in quelle secondarie, sono più diffusi insediamenti centrali, sia perchè il corso d’acqua defluente non presenta le caratteristiche di fiume divergente, sia per la minore larghezza del fondovalle stesso. Tali centri tendono a trasformarsi in un caso particolare, come i centri di ponte, di solito allungati lungo l’asse della direttrice del ponte, salvo in casi, non infrequenti, in cui l’esistenza di un ponte è legata a quella di una valle laterale, che determina l’esistenza stessa del ponte (Ponte Gardena). La consistenza numerica dei centri di fondovalle è più ragguardevole nel Trentino che in Alto Adige per ragioni morfologiche già accennate in precedenza. In particolare per il Trentino costituiscono la seconda classe in ordine d’importanza, alla quale il Mosna assegnava ben 113 centri per il Trentino, numero che pur non avendo un significato assoluto rispetto ai numeri della Tabella VI, costituisce pur tuttavia una certa indicazione, valevole ancor oggi. Nel tipo dei centri di fondovalle la supremazia assoluta spetta a quelli marginali (circa i due terzi), degli altri più dei due terzi sono di fondovalle centrale e meno di un terzo sono formati da centri di ponte.

    Insediamento su terrazzi della val di Non.

    Centri di conoide. — Sono i più tipici e quelli che meglio possono essere identificati per la loro situazione topografica, legata ad una forma del terreno in genere ben definita. Sono di solito determinati anche alla confluenza di una valle minore in una maggiore e più importante ed è piuttosto caratteristica la loro forma planimetrica, che spesso riflette l’andamento della conoide. Le strade lungo le linee di massima pendenza sono talvolta gradinate, mentre quelle normali a tale linea corrono arcuate. Frequentemente le conoidi hanno un notevole strato di humus, che le ricopre, così da consentire un discreto sviluppo dell’agricoltura, favorita di solito da una certa possibilità di irrigazione. Tuttavia si richiedono frequenti lavori protettivi e di sistemazione sia a monte della conoide sia lungo la conoide stessa. Quando la conoide ha una pendenza piuttosto forte, non è infrequente il caso di colture a terrazze, in quanto l’uomo cerca di modificare le forme del terreno e trarne il vantaggio più grande. Tale forma di insediamento è largamente diffusa in tutte le maggiori valli della Venezia Tridentina: così in primo luogo tutta la valle dell’Adige, la Valsugana e qua e là in Pusteria, ecc., cioè le valli più ampie a conoidi ben sviluppate e regolari, tanto che si può arrivare a distinguere centri dislocati verso la radice, verso monte, o mediani o periferici, cioè lungo l’unghia della conoide. Ma tale tipo è frequente anche in valli medie e piccole, tanto nel Trentino (Sarca, Avisio, ecc.) che in Alto Adige (vai di Fundres, Ridanna, Passiria, ecc.).

    Sedi di terrazzo. — Anche queste sono connesse con la morfologia valliva, giacché di solito i terrazzi corrispondono ad antichi letti alluvionali reincisi, il cui fondo si è successivamente abbassato per varie cause. Varia può essere l’altezza dei terrazzi sul fondovalle attuale e non è infrequente il caso che il terrazzamento si presenti in più ordini e conseguentemente a livelli differenti. Questo caso solitamente coincide con valli aperte e a versanti non molto ripidi. Nella Venezia Tridentina queste forme di terrazzamento non sono solo legate all’azione delle acque incanalate; spesso l’accumulo dei detriti è di origine glaciale (morene), successivamente rimaneggiati dai corsi d’acqua e di poi terrazzati. Si possono così avere casi abbastanza frequenti di sedi di terrazzi morenici o di quelli fluvioglaciali, come in vai di Fiemme e vai di Cembra, nell’alto Sarca, in vai Martello e in vai Senales, con una consistenza assai ragguardevole e che può interessare un quinto circa del totale degli agglomerati, giacché l’utilizzazione, oltre ad essere favorita dall’andamento del terreno ha trovato anche condizioni abbastanza favorevoli nella natura del suolo.

    Sedi di terrazzo orografico. — In generale nelle vallate alpine, e pertanto anche della nostra Regione, i versanti non presentano pendenza uniforme, ma si sviluppano lungo sezioni trasversali con gradinate e terrazzamenti non alluvionali, la cui origine è da fare risalire alle fasi di evoluzione delle valli stesse. L’esarazione dei ghiacciai e l’erosione delle acque incanalate hanno provocato tali forme, che sono assai diffuse, con caratteri spesso anche piuttosto tipici, come la contropendenza, cioè l’inversione della pendenza da monte verso valle, nel caso di azione erosiva dei ghiacciai in determinate condizioni. Anche la diversa natura della roccia può aver contribuito a siffatta morfologia a causa della presenza di rocce più o meno erodibili, così da provocare la localizzazione dei terrazzi orografici per azione selettiva sulle rocce da parte degli agenti esterni. Generalmente tali terrazzamenti non danno lembi di superfici piane come quella dei terrazzi alluvionali, ma si tratta sempre di zone particolarmente adatte all’insediamento umano. Lungo quasi tutte le valli alpine gli esempi sono frequentissimi. Secondo il Mosna, a questo tipo può associarsi la metà degli insediamenti abitati. Tale forma morfologica ha una particolare importanza in Alto Adige anche per la distribuzione dei masi, ed oltre ad essere caratteristica di quasi tutte le valli, dalle maggiori alle medie, è particolare di tutta la piattaforma porfirica, di cui si è già sottolineata la notevole espansione.

    Le forme seguenti, di minore importanza per la consistenza numerica, ma non meno interessanti per le loro caratteristiche, sono legate alla morfologia della montagna.

    Sedi di pendio o di declivio. — Quando il centro sia distribuito lungo un pendio uniforme, talvolta leggermente terrazzato ad inclinazione che, secondo il Lòvl, non supera mai i 30°. Si tratta ovviamente di terreni poco adatti alla costruzione della casa e al suo agglomeramento, ma occorre tener conto che spesso si tratta di terreni abbastanza favorevoli all’agricoltura, anche se poco adatti allo sviluppo della rete viaria e soprattutto bisogna ricordare che nelle nostre valli spesso per lunghi tratti i pendii sono piuttosto uniformi e privi di particolarità morfologiche più idonee all’insediamento. Ne consegue che i casi del genere sono abbastanza frequenti, caratteristici di solito piuttosto di piccoli centri e di nuclei, ove l’allevamento è l’attività più idonea al terreno. L’aspetto è tipico: le case sovrapposte le une sopra le altre con le stalle a valle e il fienile a monte, sono caratteristica non solo della Regione, ma di tutta la vasta area alpina, in quelle località ove l’uomo si abbarbica al pendio del monte, qualche volta esposto alle offese delle valanghe e più sovente con le rocce a reggi-poggio che sostengono le abitazioni, difendendosi il proprietario dalle offese delle condizioni naturali. Anche di queste sedi o di queste case riesce difficile dare la localizzazione: sono diffuse un po’ ovunque, sui versanti più ripidi e scoscesi, ove si perviene a fatica e la vita è dura ogni giorno, più che altrove.

    Sedi di costone. — Nelle valli a versanti molto ripidi, assai spesso il fianco del monte è tagliato da numerosi solchi erosivi profondi e relativamente larghi; se due di tali valloncelli si trovano alquanto vicini uno all’altro, ne risulta uno sprone, ove l’uomo per quanto raramente, ha posto la sua sede. Sono caratteristiche specialmente delle valli strette e profonde, ancora in erosione, nelle quali i centri abitati si sono spinti verso la parte più aperta a ricerca della migliore esposizione e minima pendenza. Ne risultano centri dalle case addossate, ad altezza piuttosto elevata, ove l’insolazione costituisce elemento di vita. Poche le case a cavallo della dorsale, allineate nella sua direzione; non molto numerosi gli esempi del Trentino, secondo i calcoli del Mosna, ma soprattutto variamente localizzati e dispersi in tutta la Regione.

    Nova Levante in val d’Ega.

    E alle sedi di costone si contrappongono quelle di bacino, poco frequenti anch’esse, richiamanti i centri di fondovalle. Favorite da ottimo terreno rispetto all’agricoltura, spesso caratterizzano un felice punto di incontro di strade, così da assumere una importanza economica particolare. Ancora qualche forma particolare di montagna come quella di poggio (o colle) e di sella, pochi centri in verità e del tutto localizzati spesso per ragioni non fisiche, ma di carattere antropico: difesa da un lato e comunicazioni dall’altro, in cui la forma dei centri è indubbiamente legata alla conformazione del terreno. Così sui poggi e colli le case degradano in tutte le direzioni e spesso vi manca l’acqua. Mentre sulle selle più largo è lo spazio, dai monti l’acqua può scendere copiosa ed i centri possono svilupparsi in sede pianeggiante nella direzione della sella.

    In complesso si può affermare l’indubbia influenza delle forme del terreno sulla situazione dei centri, di cui si è potuto fare anche una classificazione che, come tutte le classificazioni, ha indubbiamente il difetto di non inquadrare tutti i casi, soprattutto quelli che costituiscono termini di passaggio. Comunque è evidente il riflesso dell’ambiente fisico su quello umano, anche se l’uomo ha più o meno profondamente contribuito a modificare l’ambiente naturale.

    Vedi Anche:  Bolzano e Trento