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Perugia, Assisi, Foligno e Folignate

    Le subregioni dell’Umbria centrale

    Perugia

    Perugia sorge sopra un colle alto quasi 500 metri che domina la valle del Tevere, la quale va allargandosi verso sud. A levante si apre la vasta piana della valle Umbra; ad occidente una serie di rilievi collinari scende alla conca del Trasimeno e alla vai di Chiana. Dalla città la vista si estende su tutta l’Umbria centrale, alla catena del Subasio sulle cui pendici si scorgono Assisi e Spello e più lontano, nella piana, Foligno, alla vallata del Tevere fino a Todi, ai monti Martani, alle alte vette dell’Appennino che limitano la regione ad oriente, e, verso la Toscana, ai rilievi del monte Cetona e dell’Amiata.

    La posizione topografica ha fatto sì che Perugia sia stata fin dai tempi più antichi un centro importante, sia per la possibilità di controllare le vie naturali di comunicazione attraverso le valli, sia per il vantaggio di trovarsi in un luogo di facile difesa ed offesa, che le consentiva di estendere il suo dominio su un vasto territorio all’intorno.

    Per quanto non se ne abbiano testimonianze dirette, l’origine della città fu certamente anteriore all’espansione etrusca fino alle rive del Tevere. Gli Etruschi ne fecero un notevole centro, come attestano le vaste proporzioni dell’antica cerchia di mura; fu una delle dodici lucumonie e, secondo quanto riferisce Livio (Hist., IX, 37), nel IV secolo a. C. Perugia era divenuta una delle principali città dell’Etruria.

    I rapporti con Roma furono instabili: ora alleata, ora nemica, probabilmente la città rimase libera per qualche tempo, finché fu definitivamente assoggettata. Coinvolta nella lotta fra Antonio ed Ottaviano ed avendo parteggiato per il primo, fu presa dopo lungo assedio e distrutta. Risorse sotto Augusto, col nome di Augusta Perusia, entro la vecchia cinta di mura, che era rimasta intatta.

    La città etrusca e romana occupava la sommità del colle, costituito da un corpo centrale da cui si diramano tre speroni nettamente delineati verso nord, nordest e sudest, ed altri due appena pronunciati ad ovest e sudovest. La conformazione del luogo, l’erosione continua dei fossi che scendono dalle pendici e che hanno anche modificato sensibilmente in tempi passati la morfologia del colle, hanno condizionato, fin dalle origini, lo sviluppo della pianta di Perugia ed il suo aspetto topografico. Le mura etnische, il cui tracciato è in gran parte superstite, delimitano infatti un abitato di forma triangolare, nel quale si distinguono tre diramazioni, una più pronunciata verso sud, tra il fosso della Cupa e quello di Santa Margherita, e due meno accentuate, dirette approssimativamente a levante e a ponente.

    Veduta aerea parziale di Perugia: Porta Sant’Angelo e un tratto delle mura medioevali

    Attraverso le prime vicende medioevali, Perugia, che già nei secoli deirimpero doveva essere alquanto decaduta, ebbe la sorte comune alle altre città dell’Italia centrale; ma già nell’XI secolo era costituita in comune e, vittoriosa sulle città vicine, nel 1300 estendeva il suo potere su di un vasto territorio.

    Fino al Mille l’abitato urbano era rimasto entro le antiche mura, fuori delle quali erano sorte solo alcune chiese: a nord il Tempio di Sant’Angelo, del V secolo, ed a sud gli edifici paleocristiani di San Costanzo e di San Pietro, nel luogo dove nel corso del X secolo fu poi eretta la grande chiesa con il monastero dei Benedettini.

    Tra l’XI e il XII secolo, divenuta insufficiente l’area primitiva della città, iniziarono le costruzioni fuori della prima cinta di mura: cominciò così a delinearsi quella forma stellare della pianta cittadina che rimase poi caratteristica fino ai giorni nostri. I nuovi borghi, che vennero a formare la « terra nuova », in contrapposto alla « terra vecchia », corrispondente all’antico abitato, sorsero in relazione a quattro delle cinque porte principali delle mura: primo a formarsi fu probabilmente il Borgo San Pietro, fuori Porta Marzia, per la quale passava la grande via di comunicazione che univa Perugia con Roma; poi, forse contemporaneamente, si svilupparono gli altri borghi, quello di Sant’Antonio fuori Porta Sole, quello di Sant’Angelo fuori della Porta di Augusto, quello della Conca in corrispondenza della strada di San Galgano, e quello di Santa Susanna fuori Porta Trasimena, presso la duecentesca chiesa di San Francesco.

    La necessità di proteggere la « terra nuova », che di notte e nei periodi di guerra restava isolata per la chiusura delle porte della città, fece sorgere a poco a poco, nel corso del XIV secolo, una più ampia cinta di mura che, oltre a racchiudere i nuovi borghi, lasciava all’interno ampi spazi per l’ulteriore ingrandimento dell’abitato.

    In questo periodo si andava anche delineando la struttura interna della città. Al centro si apriva la piazza Grande, che occupava un vastissimo spazio fra la Cattedrale e il Colle del Landone, nella parte sud dell’abitato, e nella quale confluivano le più importanti vie cittadine; in essa si svolgevano le principali feste, i giochi, le processioni. Adiacente ad essa era la piazza Piccola, o « del Sopramuro », nella quale si teneva il mercato, e che sorgeva sugli archi ed i piloni costruiti dopo il Mille per arrestare le frane. Dello stesso periodo è pure la splendida fioritura monumentale della città: chiese imponenti, grandi palazzi pubblici, forti case-torri, eleganti abitazioni delimitano le vie della vecchia Perugia, in grandissima parte quali sono ancor oggi. Qualche traccia resta anche delle due fortezze che aveva fatto sorgere, nella parte settentrionale della città, la tirannia dell’abate di Monmaggiore: la grande muraglia di Porta Sole, resto della fortezza omonima, e il lungo muro di Porta Sant’Antonio, che congiungeva la prima fortezza con quella di Monteluce.

    Perugia. Pianta prospettica e profilo della città (secolo XVII).

    Le modificazioni continuarono nei secoli successivi, anche in relazione alle vicende politiche. Le lotte interne tra le fazioni dei Raspanti e dei Beccherini, e in sèguito — dopo le varie signorie che si avvicendarono in Perugia tra la fine del ’300 e i primi decenni del ’400, da quella di Biordo Michelotti a quella di Braccio Fortebraccio — le contese tra le famiglie degli Oddi e dei Baglioni e degli stessi Baglioni tra loro, causarono spesso distruzioni nell’interno della città, con la demolizione di interi gruppi di case.

    La trasformazione più notevole dell’abitato si ebbe infine verso la metà del ’500, quando, dopo l’esito disastroso della « guerra del sale », Paolo III, per affermare definitivamente il potere papale su Perugia, vi fece erigere, su disegno del Sangallo, la famosa Rocca. Fu scelta per la costruzione l’area del colle del Landone, sulla quale sorgevano le case dei Baglioni, allo scopo di colpire la famiglia che era stata causa di tanti sanguinosi episodi; tuttavia per procurare lo spazio necessario alla fortezza non bastò radere al suolo le case dei Baglioni, ma fu necessario distruggere più di trecento case del borgo di Santa Giuliana.

    La Rocca, di aspetto maestoso, era formata da una cittadella e da una tenaglia; la prima sorgeva in corrispondenza di parte dell’attuale piazza Italia, la seconda più in basso, nella zona della piazza d’Armi. Le due parti della fortezza comunicavano fra loro per mezzo di un corridoio a più piani, sotto il quale passava, attraverso un arco, una strada che dava accesso alla città. Tutt’intorno al forte correva un fosso con una strada coperta ed uno spalto.

    Perugia: la parte centrale della città vista dall’aereo; si scorgono gli spalti della Rocca Paolina.

    Insieme alle trasformazioni edilizie, furono numerose anche quelle apportate alla viabilità interna ed alle strade che mettevano in comunicazione la città con il territorio sottostante, con lunghi lavori di colmamento e di livellamento intesi a mitigare l’asperità del colle ed a facilitare soprattutto il trasporto delle merci.

    Alla fine del XVI secolo Perugia aveva ormai assunto l’aspetto che conserverà fino al secolo XIX. Le mura del Trecento racchiudevano quasi tutto l’abitato, e in qualche tratto, come verso San Pietro e Santa Giuliana, erano state ampliate nel Quattrocento per includere le successive espansioni di questi borghi ; una terza cerchia di mura non fu comunque mai compiuta, anche perchè a nord la città non aveva avuto ingrandimenti oltre le mura già esistenti.

    D’altra parte anche lo sviluppo demografico di Perugia non era costante. La popolazione, che doveva avere avuto un incremento alquanto rapido, dovuto anche all’afflusso di abitanti dalle campagne, dopo il Mille e fino al XIV secolo (e ne è prova il notevole accrescimento dell’area cittadina in questo periodo), rimase nel complesso più o meno stazionaria, attraverso fasi di diminuzione e di aumento. Le fonti anteriori al 1600 dànno indicazioni assai discordanti sul numero degli abitanti, e non è sempre possibile riconoscere se nel computo sia compresa la sola popolazione urbana o vi si aggiunga quella delle vicine campagne. Indubbiamente però non mancarono di influire sulle variazioni gli episodi della storia locale e le carestie ed epidemie che, anche in conseguenza di questi, colpirono ripetutamente la città.

    Nel 1656, quando fu effettuato il primo censimento pontificio, Perugia contava più di 18.000 abitanti, che erano diminuiti a 16.000 circa cinquant’anni dopo. Nel corso del ’700 si verificava ancora una diminuzione quasi costante, e nel 1801 la città si era ridotta a 13.500 persone; nel 1810 si registravano 18.300 unità, e tale cifra rimase pressoché invariata fino all’ultimo censimento dello Stato della Chiesa, effettuato nel 1853.

    Nel 1860 lo smantellamento della Rocca Paolina e delle altre fortificazioni ad essa collegate mutarono ancora l’aspetto della parte meridionale del colle; dove sorgeva la Rocca fu sistemato un ampio piazzale, sul quale sorsero in seguito alcuni palazzi moderni. L’abitato non ebbe in un primo tempo notevoli accrescimenti: non si estese fuori delle mura e non occupò che in piccola parte gli spazi entro le mura ancora adibiti ad orti e giardini.

    La costruzione della ferrovia Foligno-Teròntola (aperta all’esercizio nel 1866), con la stazione a Fontivegge, ai piedi del colle, non determinò un’immediata espansione della città in quella direzione. Fino ai primi anni del nostro secolo la località era ancora quasi abbandonata e solo più tardi vi sorsero alcuni stabilimenti industriali.

    Nel 1901 la popolazione della città era salita a poco più di 20.000 abitanti, che aumentarono a quasi 32.000 nel 1936. E in questo periodo che si attuano le prime considerevoli espansioni di Perugia oltre i limiti tradizionali delle mura. L’ampliamento avviene in modo irregolare, ma vi si può individuare una tendenza prevalente all’accrescimento in due direzioni: verso nordest e verso sudovest. Infatti a levante, tra la Porta San Costanzo e la Porta Santa Margherita, l’estensione dell’abitato è impedita dal terreno franoso e dall’erosione del fosso di Santa Margherita ; e lo stesso si verifica a nord, in corrispondenza della testata del rio Bulagaio. Le due aree di maggiore ampliamento furono dapprima quella di Monteluce, lungo il viale che porta al nuovo ospedale, ed oltre Porta Sant’Antonio, fino alla Madonna della Neve; e quella di Fontivegge, lungo la strada che dalla stazione ferroviaria risale il colle portando in città. Minori estensioni dell’abitato si ebbero a ponente, fuori Porta dell’Elce, tra questa e Porta Conca e fuori Porta Santa Susanna.

    Perugia: Piazza IV Novembre, già Piazza Grande, con la celebre Fonte Maggiore e il Palazzo dei Priori, sul cui portale si ergono il Grifo perugino e il Leone guelfo.

    Pianta di Perugia.

    Nell’ultimo dopoguerra l’ampliamento è continuato nelle direzioni precedenti, ma soprattutto nella parte meridionale, tutt’intorno all’area della stazione e da questa verso oriente, dove si è formato un notevole quartiere residenziale con case alternate a spazi verdi ancora abbastanza estesi ; e lungo il primo tratto della ferrovia secondaria per Ponte San Giovanni, tra il vecchio Foro Boario e l’inizio delle strade per Todi e per Ponte San Giovanni, a sud del Borgo San Pietro. Due nuovi quartieri, uno a sudest, in corrispondenza del piccolo nucleo abitato di Piscille, ed uno a nordovest, fuori Porta Sant’Angelo, sono previsti dal recente piano regolatore per un ulteriore incremento della città, che nel 1951 aveva ormai superato i 40.000 abitanti; mentre allo sviluppo industriale è stata destinata una vasta area ad ovest di Fontivegge, oltre la linea ferroviaria e presso la statale del Trasimeno.

    Perugia: un aspetto del vecchio abitato.

    Ponte San Giovanni, alla base del colle presso il Tevere, è il centro di smistamento del traffico, come luogo di raccordo stradale e ferroviario: infatti qui si incrociano la ferrovia Foligno-Teròntola e la Terni-Sansepolcro, e le strade statali Tiberina, del Trasimeno e Centrale Umbra.

    L’espansione di Perugia negli ultimi cinquant’anni, che ha portato a raddoppiare la popolazione e ad estendere notevolmente l’abitato soprattutto verso la base del colle, non ha tuttavia diminuito l’importanza dell’antico nucleo urbano entro le mura. Il centro storico, corrispondente all’antica piazza Grande e alle sue immediate adiacenze, resta anche oggi il centro di tutta la vita cittadina. In esso si accentrano tuttora, come in passato, le funzioni principali della città: amministrativa, commerciale, culturale e turistica ; quella industriale, come si è visto, tende invece a decentrarsi sviluppandosi presso la linea ferroviaria e nel piano sottostante.

    Importante come centro amministrativo, in quanto capoluogo di una provincia che si estende su oltre due terzi dell’Umbria, Perugia ha nel contempo un notevole movimento commerciale. Ad essa fa capo per i suoi scambi un vasto territorio che ha una prevalente fisionomia agricola, e grande importanza vi hanno le contrattazioni dei prodotti del suolo e dell’allevamento: il mercato del bestiame è uno dei maggiori dell’Italia centrale.

    Notevole è l’attività culturale, che ha antiche tradizioni nelle accademie del Seicento e del Settecento e nell’Università, le cui origini risalgono alla seconda metà del XIII secolo, e che ebbe in passato alta fama e insigni maestri. L’antica sede, nel palazzo quattrocentesco sulla piazza Piccola (ora piazza Matteotti), fu sostituita al principio del secolo scorso da quella più ampia presso la porta dell’Elce, ricavata nel vecchio convento degli Olivetani. È soprattutto assai frequentata la facoltà di Agraria, che occupa quasi interamente l’abbazia benedettina di San Pietro, usufruendo anche di parte dei terreni che ad essa appartenevano, nei quali sono stati creati campi sperimentali.

    Ben nota è l’attività dell’Università per stranieri, istituita nel 1926 ed ospitata nel settecentesco palazzo Gallenga-Stuart, nei pressi dell’Arco di Augusto ; essa richiama, specialmente con i corsi estivi, molte centinaia di stranieri da tutte le parti del mondo.

    Completano il quadro della vita culturale della città vari circoli di cultura, un’Accademia di Belle Lettere e l’Associazione Amici della Musica, che conta ben 1400 soci in Italia ed all’estero ed organizza concerti di musica moderna e di antica musica sacra, richiamando famosi artisti ed i migliori complessi orchestrali e facendo di Perugia uno dei maggiori centri musicali d’Italia.

    Accanto a queste attività sono inoltre da ricordare le istituzioni culturali, biblioteche, musei, gallerie, che contribuiscono ad attirare nella città studiosi ed appassionati dell’arte. La Biblioteca Augusta, fondata fin dal 1500, raccoglie, oltre a 150.000 volumi, 3000 manoscritti, 1200 incunaboli e preziosi codici miniati. Particolare interesse per l’archeologia e la preistoria hanno i Musei Civici, riuniti da qualche anno nei locali dell’ex convento di San Domenico, presso la grande chiesa omonima; essi comprendono il Museo etrusco-romano, con una delle più importanti raccolte di antichità etnische, provenienti in gran parte dal territorio circostante alla città, e il Museo Preistorico dell’Italia Centrale, nel quale, oltre a vari oggetti che illustrano lo svolgimento dell’età della pietra dal Paleolitico al Neolitico, è conservata la grande collezione, in gran parte di materiale fìttile, proveniente dalla stazione preistorica di Beiverde sul monte Ce-tona, assai interessante per lo studio della prima età del ferro.

    Perugia: veduta aerea di piazza IV Novembre, l’antica piazza Grande, con la Fontana Maggiore, la Cattedrale e la Loggia di Braccio.

    Nella Galleria Nazionale dell’ Umbria, che ha sede nel palazzo dei Priori, sono riuniti capolavori pittorici, molti dei quali già appartenuti a chiese e conventi soppressi nel secolo scorso e che formano la più cospicua rassegna della pittura umbra, dagli artisti che lavorarono a Perugia dal XIII secolo in poi (fra i quali il Beato Angelico, Benozzo Gozzoli e Piero della Francesca) fino ai grandi pittori umbri del Rinascimento, il Perugino e il Pinturicchio.

    I motivi sopra ricordati costituiscono soprattutto un’attrazione per una particolare categoria di turisti, che si trattengono in città per un tempo più o meno lungo; ma all’intenso movimento di forestieri che si riscontra a Perugia contribuisce in special modo il richiamo che la città esercita per la singolare posizione panoramica, per la varietà di aspetti che presentano le diverse parti dell’abitato, per la ricchezza dei monumenti che adornano le sue vie e le sue piazze.

    Veduta di Perugia da Porta Sole: in primo piano a sinistra il palazzo Gallenga-Stuart, sede dell’Università per stranieri.

    Perugia: la chiesa di San Pietro, annessa all’antica abbazia benedettina.

    Dall’ampio corso Vannucci, una delle più belle strade d’Italia, alla piazza Grande, con la Fontana Maggiore, ornata di splendide sculture, con la Cattedrale gotica e la loggia quattrocentesca di Braccio Fortebraccio, e, di fronte, la più antica facciata del palazzo dei Priori, con la scalinata a ventaglio che sale al grande portale sormontato dal Grifo perugino e dal Leone papale, è il centro monumentale della città, la parte più frequentata e più nota. Ma non meno suggestivo è tutto il resto della vecchia città, con le sue chiese, da San Domenico a San Pietro, a San Francesco al Prato, a Sant’Angelo, edificio a pianta rotonda dei primi secoli del Cristianesimo, al bellissimo oratorio di San Bernardino ; con le antiche architetture medioevali, le maestose porte che si aprono nelle due cinte di mura, e le caratteristiche vie anguste e tortuose, per la maggior parte in pendenza, che offrono da ogni lato pittoresche visioni su vecchie case e palazzi, su verdi vallette e orizzonti lontani.

    Vedi Anche:  Origine nome Umbria

    Il Perugino

    Il territorio perugino si estende lungo la valle del Tevere tra Umbèrtide e Mar-sciano, e ad occidente di questa fino alla vai di Chiana, racchiudendo la conca del lago Trasimeno ed i rilievi collinari che lo circondano.

    Storicamente i limiti del contado perugino, cioè del territorio direttamente sottoposto alla giurisdizione della città, che ne traeva i prodotti agricoli necessari alla sua vita, furono anche più ampi. Da documenti della fine del XIV secolo appare che esso si spingeva a nord fino alla valle del torrente Càrpina e ad est lungo la valle del Chia-scio fino a raggiungere la Flaminia; e gli stessi confini si ritrovano nelle stampe di Egnazio Danti, nella seconda metà del Cinquecento.

    Il territorio era diviso in cinque parti, corrispondenti alle cinque porte dell’antica cerchia di mura — Porta San Pietro, Porta Eburnea, Porta Santa Susanna, Porta Sant’Angelo e Porta Sole — e amministrate dai cinque rioni in cui si ripartiva la città. La valle del Tevere a sud di Perugia e fin quasi a Todi apparteneva all’abbazia benedettina di San Pietro ed era in gran parte occupata da pascoli, che nutrivano abbondanti greggi.

    Delle notevoli risorse che Perugia ricavava dal suo contado si hanno non poche testimonianze. Così esso è descritto da un autore del Seicento : « Ha questo^ territorio abbondanza d’ogni sorta d’uccelli, è copioso di carni grosse da macello, come di buoi, de’ quali somministra gran copia a Roma, il che ancora fa de’ pollami, e de’ colombi, e d’altre cose necessarie al vitto; vi si fanno in diversi suoi castelli moltissime fiere, e mercati di grandissimo spaccio, e commercio»… Anche il Trasimeno apportava cospicui benefici alla Repubblica, sia perchè le terre circostanti, benché in parte paludose e malariche, offrivano un alto rendimento a grano, sia per la « bontà de’ pesci suoi, che sono tinche, lucce, albi, scarpete, anguille e lasche in tanta gran copia, che si portano non solo nelle città, e provincie vicine, ma etiandio sin su i luoghi maritimi… ».

    Il territorio è in gran parte pianeggiante e collinare. Le uniche aree montane sono costituite dalla dorsale del monte Malbe e del monte Tezio che si estende a nordovest di Perugia, separando la conca del Trasimeno dalla valle del Tevere, e dalla modesta elevazione del Monterale, a sud del lago.

    L’agricoltura è rimasta, come in passato, la maggiore risorsa, ma ha subito, soprattutto in pianura e nelle basse colline, notevoli trasformazioni, sia per l’introduzione di nuove colture accanto a quelle tradizionali, sia per il progresso dei metodi di coltivazione e lo sviluppo delle irrigazioni, favorite dall’abbondanza d’acqua superficiale e profonda, specie nella piana del Tevere e nelle vallate degli affluenti.

    L’olivo è la più diffusa tra le colture legnose, accanto alla vite, e si trova un po’ dovunque, eccetto che in piano: intorno al Trasimeno, specie a nord, sui colli che circondano Perugia, sui fianchi della valle del Tevere, dove il pendio più accentuato mal si presta ai seminativi e alle colture irrigue. La vite, sempre appoggiata a sostegni vivi, è frequente anche nelle aree pianeggianti, nelle quali si estendono soprattutto, oltre alle colture dei cereali e dei foraggi, che alimentano numeroso bestiame bovino, il tabacco e le colture ortive, queste ultime particolarmente importanti sulle rive del Trasimeno.

    L’insediamento è fitto, con molte case sparse e piccoli nuclei sorti all’incrocio delle strade, o in corrispondenza di antichi castelli. Sono numerosi, specie nelle colline più vicine a Perugia, a sud e a sudovest, i borghi ancora recinti da mura. Maggiori e più distanziati sono invece i centri intorno al Trasimeno e alla periferia del territorio.

    Il Trasimeno, con i suoi dintorni, è la parte più caratteristica e suggestiva del Perugino. Chiuso su tre lati da verdi colline, con il vasto specchio d’acqua, ora verde ora ceruleo, la cui superficie si confonde a tratti con le rive coperte da fitti canneti, esso costituisce sempre una notevole attrattiva, anche se il livello delle acque si è sensibilmente abbassato in questi ultimi anni, tanto da farne temere l’impaludamento.

    La vicinanza di Perugia — alla quale è collegato dalla ferrovia e da una strada statale — e della linea Firenze-Roma, che corre presso la sponda occidentale del lago, l’abbondanza di selvaggina, soprattutto di passo, che ne fa un importante luogo di caccia, l’amenità del paesaggio, dànno alla regione del Trasimeno discrete possibilità riguardo allo sviluppo dell’attività turistica, che ha tuttavia finora un carattere alquanto modesto e di interesse prevalentemente locale.

    I centri sorgono quasi tutti in alto, sulle pendici, al sicuro dalle inondazioni del lago, frequenti nei secoli passati, prima che le modificazioni artificialmente apportate al suo regime idraulico ne tenessero costantemente basso il livello.

    Corciano (542 abitanti), che sorge a 400 m. d’altezza a metà strada fra Perugia ed il lago, è un borgo pittoresco dal quale si domina la valletta del Caina; cinto di mura e torri, conserva il tipico aspetto medioevale. Nei dintorni sono alcuni castelli intorno ai quali si sono sviluppati minori centri abitati.

    Magione, con oltre 1600 abitanti, è l’antica Villa Carpine, che in seguito prese nome dal vicino castello quattrocentesco dei Cavalieri di Malta, detto « la Magione ».

    Il centro sorge non lontano dalla riva del lago, su un’altura, sulla quale si raccoglie il vecchio borgo, mentre più in basso, presso la stazione ferroviaria, è il nucleo recente. Poco oltre è il castello di Montecolognola, e, su un promontorio, il pittoresco villaggio di Monte del Lago, sede dell’Istituto di Idrobiologia dell’Università di Perugia. Poco più a sud, sulla riva del lago, è San Feliciano, modesto paese di pescatori, di fronte al quale si stende l’isola Polvese, la più vasta del Trasimeno, quasi disabitata, con un dosso montuoso coperto di olivi, una bella Rocca medioevale e i ruderi dell’antica chiesa di San Secondo.

    Il lago Trasimeno con le colline del Perugino.

    Un aspetto della sponda settentrionale del lago Trasimeno.

    A nord di Magione si trova, in posizione panoramica sulla collina, a 650 m. d’altezza, Castel Rigone (circa 450 abitanti), che conserva avanzi del castello trecentesco e l’elegante chiesa della Madonna dei Miracoli, uno dei più notevoli monumenti dell’architettura del Rinascimento in Umbria.

    Passignano, sulla sponda settentrionale, è il centro più importante della regione del Trasimeno. Conta poco più di 1700 abitanti ed è costituito da un nucleo fortificato — di origini molto antiche e già ricordato in documenti anteriori al Mille — ai piedi del quale si è sviluppato il paese moderno, che si allinea lungo la riva del lago dove sorgono gli stabilimenti balneari e i Cantieri Aeronautici, con l’Idroscalo, ora non più in efficienza.

    Tuoro è celebre perchè nel suo territorio si vuole identificare il luogo dove fu combattuta la battaglia del Trasimeno tra i Romani ed Annibaie; il centro, con circa 1300 abitanti, sorge in pendio, a non grande distanza dal lago, ed ebbe importanza, come la vicina Passignano, nelle lotte tra Firenze e Perugia. Di fronte a Tuoro è l’isola Maggiore, con un caratteristico villaggio medioevale abitato da pescatori ed un antico convento ora trasformato in villa.

    Lungo la sponda occidentale del Trasimeno è Castiglione del Lago (900 abitanti), che si eleva col suo bel castello, ornato di quattro torri merlate, su un promontorio calcareo che si protende nelle acque, unito alla costa da una piana alluvionale. La località fu abitata in epoca etrusca (come testimoniano tombe e resti etruschi nel territorio circostante) e vi sorse l’antica Clusium Novum; potente castello nel Medio Evo, passò sotto vari domini: Arezzo, Cortona ed Orvieto la contesero a Perugia. Dal 1550 al 1643 fu capoluogo del marchesato (poi ducato) della famiglia della Corgna, che vi eresse il palazzo Ducale, il cui disegno è attribuito all’Alessi. Ai piedi del vecchio borgo, ancora cinto da mura, si è sviluppato, verso il piano e in direzione della linea ferroviaria, il centro moderno, che ha qualche importanza anche come stazione balneare.

    A sud del lago, sulle colline che ne separano il bacino dalla valle del Tevere, è Panicale, che sorge a 441 m. d’altezza, su di uno sprone che domina la fertile piana del Tresa e dal quale si gode una bellissima vista sullo specchio d’acqua e sui colli circostanti. Il paese, che conta meno di 500 abitanti, è in declino soprattutto per l’attrazione esercitata dal vicino centro, in parte moderno, di Tavernelle, nella valle del Nestore, che è sede di mercati assai frequentati, con importanti funzioni commerciali, ed è collegato a Perugia da un tronco ferroviario. Tavernelle sorge al margine occidentale di una piccola conca formata dal torrente Nestore, nella quale, presso Pietrafitta, sono ricchi giacimenti di lignite, utilizzati per alimentare una centrale termoelettrica.

    Castiglione del Lago sulla sponda occidentale del Trasimeno.

    Veduta di Città della Pieve

    Risalendo la valle del Nestore, tra oliveti e densi boschi di querce, s’incontra Pie-garo (circa 500 abitanti), alto su un colle, noto fin dal Medio Evo per la lavorazione del vetro, che ancor oggi continua modestamente con la fabbricazione di fiaschi.

    Più in alto è Città della Pieve, sulla dorsale che divide la valle del Nestore da quella del Chiani, in bellissima posizione da cui si domina ad occidente l’ampia vallata, già paludosa ed ora verdeggiante di campi, prati e vigneti, con le montagne all’intorno, dal Pratomagno ai Volsini. La città fu importante come luogo di confine del territorio di Perugia ed ebbe varie vicende, passando da una signoria all’altra, finche restò sotto la diretta dipendenza della Chiesa. Oggi è un centro silenzioso e appartato, che conta circa 2600 abitanti; conserva le mura, nelle quali si aprono quattro porte, la bella

    Rocca trecentesca, a pianta quadrata con tre pittoresche torri angolari, e l’antichissimo Duomo, ricostruito nel XII secolo e più tardi trasformato; nella chiesa di Santa Maria della Mercede si ammira un affresco del Perugino, YAdorazione dei Magi, una delle migliori opere del grande pittore, che qui ebbe i natali.

    La valle del Tevere si stende ampia a sud di Perugia, inoltrandosi tra i rilievi collinari sulla destra e la dorsale del monte Martano. Il fiume scorre a meandri tra una fila di pioppi nella fertile piana irrigata e intensamente coltivata. Negli immediati dintorni della città sono frequenti le case sparse nella campagna, alcune anche assai antiche, con torri colombarie, e i resti di castelli, difese avanzate del capoluogo.

    Alla confluenza del Chiascio col Tevere, su un’altura, è Torgiano (1165 abitanti), grosso borgo medioevale che conserva resti di mura. Poco oltre, presso il ponte sul quale la statale Tiberina attraversa il Tevere, si è sviluppato un centro moderno, Ponte Nuovo.

    Deruta sorge su un poggio, sul quale si raccoglie l’antico centro, con in basso il Borgo; la città, di antica origine, fu fortificata alla fine del XIII secolo e fu quasi sempre fedele a Perugia, subendo più volte distruzioni e saccheggi. Nel ’500 parteggiò per il Papa durante la « guerra del sale » e Paolo III le concesse esenzioni dai tributi. Deruta è nota per le sue maioliche, che nella prima metà del ’500 ebbero grande fama per i riflessi d’oro, specialità delle fabbriche locali ; vi erano allora circa cinquanta laboratori artigianali attivi, nei quali operavano insigni maestri, come i fratelli Maturanzio, Lazzaro Faentino ed i Mancini. L’arte, poi decaduta, ebbe nuova vita nel ’700 e fu quindi nuovamente abbandonata. Nuove fabbriche sorsero alla fine del secolo scorso, e la produzione delle ceramiche è oggi, insieme con la fiorente agricoltura e con una discreta attività commerciale, una delle maggiori risorse di questa cittadina che conta poco più di 1400 abitanti.

    Deruta, centro dell’industria delle maioliche.

    Sulla sinistra del Tevere s’incontrano altri piccoli borghi, alcuni cinti di mura, che sorgono presso la strada, o più in alto, sui poggi: Castelleone, Ripabianca, Collepepe, Collazzone. Altri centri di modesta entità si elevano sulle colline che accompagnano il fiume sulla destra (Sant’Angelo di Celle, Castello delle Forme, San Valentino, Papiano, Cerqueto), e lungo la valle del Nestore, che scende dalla conca di Tavernelle in mezzo ad olivi e vigneti: Sant’Apollinare, Spina, Mercatello, Compignano, Morcella.

    In prossimità della confluenza del Nestore con il Tevere è l’unico centro di pianura, Marsciano, grosso borgo di 2230 abitanti, che fu luogo fortificato e conserva resti di un castello medioevale. È importante centro agricolo e di commerci, con un tabacchificio e fabbriche di laterizi.

    La valle Umbra

    La lunga vallata che si estende da Spoleto fin sotto Perugia, percorsa dal Maroggia, dal Clitunno, dal Topino e dal Chiascio, le cui acque confluiscono al Tevere, può essere considerata il cuore dell’Umbria tradizionale. Il paesaggio di dolci colline, coperte di olivi, che incorniciano la verde pianura, gli antichi borghi medioevali nei quali sono racchiusi innumerevoli tesori d’arte e che rievocano, con le rocche e le mura, il periodo più tormentato della storia della regione, i ricordi francescani che affiorano ovunque ed hanno la massima espressione nelle grandiose basiliche di Assisi, tutto concorre a dare a quest’ampia conca un’impronta caratteristica. Agli estremi sono le due città che hanno avuto la parte più importante nelle vicende politiche dell’Umbria: Perugia, l’acropoli etrusca e romana sul Tevere, divenuta il capoluogo moderno della regione, e Spoleto, l’antica capitale longobarda.

    L’ambiente non ha subito nei tempi recenti profonde modificazioni: ne restano elementi dominanti le bellezze naturali ed artistiche, e quell’atmosfera di serenità e di pace, che spira dalle fertili campagne come dalle vie solitarie e dalle piazze dei vecchi centri, affacciati sull’ampio panorama dei colli e dei monti lontani.

    L’attività degli abitanti resta, come in passato, quella agricola, anche se ad essa si sono affiancate modernamente, soprattutto nella parte settentrionale della conca, tra Foligno e Perugia, alcune attività industriali, legate in gran parte alla stessa agricoltura.

    Veduta di Trevi.

    La pianura, divisa negli appezzamenti regolari dei campi, movimentata dalle lunghe file di pioppi che accompagnano i corsi d’acqua, è quasi ovunque fitta di case coloniche e intensamente coltivata; accanto alle colture tradizionali dei cereali e della vite, vi si sono sviluppate le colture di ortaggi, di foraggere e quelle industriali, della barba-bietola da zucchero specialmente nel Folignate e nello Spoletino, del tabacco intorno a Bastia.

    Sulle colline la maggiore risorsa è data dagli oliveti che, insieme al vigneto, si spingono fino a 600-700 m. d’altezza ed hanno una notevole estensione, in particolare sui monti Martani e intorno a Spoleto, centro tradizionale di commercio dell’olio umbro.

    L’insediamento è costituito in prevalenza da case sparse o riunite in nuclei nel piano, dove non mancano però alcuni grossi centri che hanno avuto uno sviluppo recente per la loro favorevole posizione rispetto alle vie di comunicazione. Gran parte degli antichi borghi sorgono invece sulle alture, dove la popolazione si raggruppava nell’età romana e medioevale per ragioni di difesa e per sfuggire l’aria malsana della pianura, in larghi tratti paludosa.

    Lungo la valle del Clitunno il centro più importante è Trevi (1216 abitanti), situata su un alto colle conico ricoperto di olivi, alla base del quale si sono trovati i resti del municipio romano di Trebiae, sull’antica via che univa Spoleto a Foligno. La città, di aspetto suggestivo per la disposizione dell’abitato che sale a gradini lungo il pendio, conserva nei suoi palazzi e nelle sue antiche chiese notevoli opere d’arte.

    Non lontano da Trevi sono le celebri sorgenti del Clitunno, venerate nell’antichità e cantate dai poeti (vi si ispirò il Carducci per una delle più belle odi: Alle fonti del Clitumno) per la purezza delle loro acque e per la serenità del paesaggio che le circonda; presso le fonti sorge l’elegante Tempietto del Clitunno, costruito sui resti di un tempio pagano ed ornato di affreschi paleocristiani, i più antichi che si conoscano in Umbria.

    Veduta aerea di Montefalco.

    Sulle ultime pendici dei monti Martani, verso la valle del Teverone e la piana di Foligno, è Montefalco, antichissimo castello sorto forse dov’era l’etrusco Mons Fali-scus, e la cui storia fu nel Medio Evo strettamente legata a quella del Ducato di Spoleto. Fu a lungo dominata dai Trinci, finché il popolo si sollevò e demolì la Rocca che sorgeva presso la porta del paese. Nel ’400 e nel ’500 soffrì pestilenze e carestie, in seguito alle inondazioni del piano sottostante, da cui la città ricavava gran parte delle sue risorse; rifiorì poi a nuova vita, dopo l’incanalamento del Teverone e la sistemazione degli altri corsi d’acqua, lungo i quali sorsero numerosi mulini.

    Oggi Montefalco è una cittadina tranquilla e silenziosa, lontana dalle maggiori vie di comunicazione, che conta poco più di un migliaio di abitanti. E detta la « Ringhiera dell’Umbria » per la sua posizione su di un poggio, da cui la vista spazia ad abbracciare, in un vastissimo panorama, tutta la valle Umbra, da Perugia a Spoleto, e le montagne che la circondano.

    La città è racchiusa dalle mura del ’300, nelle quali si apre la porta Sant’Agostino, sormontata da una pittoresca torre merlata, e conserva alFinterno l’aspetto medioevale, con le strade in pendio, gli antichi palazzi, le belle chiese, ricche di affreschi che ne fanno uno dei centri più notevoli dell’arte umbra. I maggiori tesori artistici sono racchiusi nella trecentesca chiesa di San Francesco, nella quale dipinsero Francesco Melanzio da Montefalco e numerosi artisti umbri e senesi, e Benozzo Gozzoli lasciò uno dei suoi capolavori con le Storie di San Francesco affrescate nell’abside.

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    Poco oltre, nel piano, sorge Bevagna (2162 abitanti), in un’ansa del torrente Timia, formato dalla confluenza del Clitunno con il Teverone. È l’antica Mevania, che ricorda la sconfitta degli Umbri da parte degli eserciti di Roma, e fu poi importante stazione sulla Flaminia, tra Carsulae e Fulginium, e frequentato centro commerciale. Dell’epoca romana restano, fra l’altro, avanzi dell’anfiteatro, di un tempio forse dedicato a Marte e delle mura, su cui è fondata la cinta trecentesca. La città decadde nell’alto Medio Evo per le incursioni barbariche, e fu poi completamente distrutta alla metà del XIII secolo dalle truppe di Federico II. Subì in seguito varie vicende, contesa fra i Trinci di Foligno, i Perugini e la Chiesa.

    Il borgo ha conservato l’aspetto antico, e ne è caratteristica la piazza, al centro dell’abitato, che con i suoi edifici offre una visione quasi intatta del Medio Evo. Vi si affacciano il gotico palazzo dei Consoli, con un’ampia scala esterna e un robusto loggiato sostenuto da grossi pilastri, e le chiese romaniche di San Silvestro e San Michele.

    Bevagna fu fiorente in passato sia per le sue risorse agricole sia per l’industria della tessitura della canapa, che vi prosperava, favorita dall’abbondanza d’acqua e dalla presenza della materia prima, largamente coltivata nella piana.

    Un altro centro che ebbe importanza nei tempi antichi è Bettona (550 abitanti), posta sul pendio presso la confluenza del Chiascio col Topino. Città umbro-etrusca sull’antica via che congiungeva Perugia con Todi, è notevole per le mura romane e per i resti etruschi, fra i quali un tratto delle mura, costruite in grandi blocchi di tufo litoide.

    Maggiore sviluppo hanno avuto in epoca recente i centri che sorgono nella piana tra Foligno e Perugia: Cannara e Bastia. Il primo, che deriva il nome dalle canne che crescevano in gran copia nel luogo, allora palustre, dove la cittadina fu fondata, intorno al X secolo, dai superstiti abitanti di Orvinium Hortense (l’odierna Collemancio, sulle colline adiacenti), è oggi un grosso borgo di 1500 abitanti che si stende sulle due rive del Topino, e trae vita, oltre che dalla ricca agricoltura, da alcune attività industriali.

    Bastia fu l’antica Insula Romana, sorta presso la riva sinistra del Chiascio, su un modesto rilievo circondato dalle acque. Prosciugato il lago nel VI secolo d. C., il centro cominciò ad essere fortificato e divenne un importante castello che mutò poi il nome in quello attuale, e s’ingrandì con l’estensione dell’abitato verso est. La città, accanto all’antico nucleo, con viuzze tortuose e resti di case del Quattrocento e di mura medioevali, ha l’aspetto di un borgo moderno, conta oggi oltre 2000 abitanti ed ha assunto importanza come centro commerciale, favorito dal trovarsi situato sulla linea ferroviaria e sulla strada statale che uniscono Foligno a Perugia. Recentemente vi sono sorti alcuni stabilimenti industriali, notevole soprattutto un grande e moderno tabacchifìcio.

    Bevagna: via delle Terme, un caratteristico vicolo medioevale.

    A pochi chilometri da Bastia, ai piedi di Assisi, si è andato formando negli ultimi decenni un altro centro, che ha avuto un rapidissimo sviluppo, Santa Maria degli Angeli. Fino ad un centinaio di anni or sono spiccava solitaria nella piana tra il verde delle colture, la grande basilica, con l’alta cupola, visibile da ogni parte dell’ampia vallata. La chiesa, costruita tra il ’500 e il ’600 su disegno dell’Alessi, al quale si deve anche la bellissima cupola (erroneamente attribuita al Vignola), sorse allo scopo di contenere la moltitudine dei pellegrini che il i° e il 2 agosto di ogni anno accorrevano per la solennità del Perdono nel luogo sacro al ricordo del Santo di Assisi, presso la cappella della Porziuncola, l’antichissimo oratorio benedettino accanto al quale, in un piccolo convento, San Francesco radunò i primi seguaci e da cui ebbe inizio la diffusione dell’Ordine.

    Distrutta quasi completamente, salvo la facciata, dai terremoti del 1832, Santa Maria degli Angeli fu ricostruita nelle stesse forme originarie, semplici e maestose, che rimasero inalterate fino al 1928, quando venne aggiunta la moderna facciata monumentale, di stile barocco romano che, se conferiva all’insieme maggiore grandiosità, ne alterava purtroppo l’armonia delle linee. Nell’interno, pur ricco di opere d’arte, richiamano l’attenzione soprattutto la chiesetta della Porziuncola, che si conserva nel centro dell’edificio, sotto la grande cupola, e la cappella del Transito, la cella del vecchio convento nella quale spirò San Francesco.

    Veduta area della frazione di Santa Maria degli Angeli.

    Intorno alla basilica, con accanto il convento secentesco, non esistevano che poche case coloniche, finché la costruzione della ferrovia, compiuta poco prima del 1870, non vi portò i primi alberghi, che sorsero fra il tempio e la stazione. Più tardi, all’inizio del nostro secolo, vi si cominciarono a stabilire le prime industrie: il grande stabilimento Montecatini, poi due fornaci per laterizi e infine un mulino (distrutto durante l’ultima guerra e non più riattivato), che costituirono il primo nucleo del centro industriale, dipendente da Assisi. Contemporaneamente iniziò lo sviluppo demografico ed edilizio della borgata che, con il rapido incremento degli ultimi anni occupa ormai una vasta area estesa principalmente ad occidente della basilica, con case allineate lungo le strade ed intercalate a notevoli spazi verdi, ed ha una popolazione di oltre 3000 abitanti, che ne fa il maggior centro abitato di questo tratto della piana.

    Assisi

    A differenza di Santa Maria degli Angeli, dove lo sviluppo della moderna vita industriale ha tolto gran parte della suggestione al luogo di devoto pellegrinaggio, Assisi, che domina la piana da uno sperone del Subasio, ha conservato intatta ed ha accresciuto nel tempo l’impronta di città religiosa, di santuario dei ricordi francescani. Assisi, osserva il Piovene, « è come l’hanno fatta secoli di francescanesimo, secoli di pietà, secoli anche di estetismo devoto ». San Francesco, il grande santo assisano di cui la città conserva le spoglie, le ha dato una fama perenne, che va oltre i confini dell’Umbria e dell’Italia e che si aggiunge a quella degli incomparabili tesori d’arte che adornano le sue chiese, al fascino delle sue vie e piazze silenziose, dei panorami aperti sullo scenario dei colli e sulla vasta pianura, dei suggestivi dintorni, dell’Eremo delle Carceri, racchiuso in una densa selva di lecci e querce, all’antico convento di San Damiano, dove secondo la tradizione S. Francesco compose il Cantico delle Creature.

    Forse già acropoli umbra, contrapposta all’etrusca Perugia, Asisium fu poi importante municipio romano ed in quell’epoca cominciò a delinearsi la struttura della città, che rimase poi sostanzialmente immutata. La città romana, costruita sistemando a terrazze il ripido pendio del monte, aveva già il suo centro, la piazza del foro, dov’è l’attuale piazza del Comune, alla quale facevano capo le vie principali e sulla quale si affaccia ancora, ben conservato, il tempio di Minerva. Sulle rovine degli edifici romani sorsero nel primo Medio Evo i primi nuclei del nuovo abitato, sempre racchiuso dalle mura, alle quali si aggiunse la Rocca, sede del gastaldo che governava la città sotto il ducato longobardo di Spoleto. Anteriori al Mille sono le chiese più antiche, delle quali restano testimonianze soprattutto nelle cripte di Santa Maria Maggiore e di San Rufino.

    Veduta di Assisi, in una stampa del 1600.

    Nell’XI secolo Assisi si costituì a libero comune ed ebbe inizio quel periodo di fervore costruttivo che, attraverso i due secoli successivi, portò alla formazione della nuova città. Verso la metà del XII secolo venne affidata a Giovanni da Gubbio la costruzione del nuovo duomo di San Rufino, che, con l’austera facciata accanto alla quale si innalza una poderosa torre campanaria, resta il più importante dei monumenti romanici assisani. In San Rufino fu solennemente battezzato, nel 1197, Federico II, che era allora sotto la tutela di Corrado di Lutzen, duca di Spoleto, al quale il Barbarossa aveva data l’investitura della città, dopo averla sottomessa. L’anno successivo, per ribellione di popolo, cadeva il potere imperiale in Assisi, che in seguito fu sempre guelfa; la Rocca fu completamente distrutta e non fu più ricostruita fino al secolo XIV, sotto l’Albornoz.

    La città doveva essere ancora costituita da diversi nuclei, intercalati da orti, quando, al principio del ’200, cominciò la predicazione di San Francesco che, radunati i primi seguaci, ottenne nel 1210 da papa Innocenzo III l’approvazione della Regola che aveva dettata ai suoi compagni a Rivotorto, nei pressi di Assisi.

    Alla morte del Santo, il fervore spirituale che egli aveva suscitato si concretò nella costruzione della grande basilica, destinata a celebrare la gloria del Santo e dell’Ordine da lui fondato, e a caratterizzare, con la sua imponente mole, la fisionomia della città.

    Il complesso degli edifici, che comprende il grande Convento, poggiante su enormi arcate, dall’aspetto di grandioso fortilizio, e le due chiese sovrapposte, fu iniziato, su un colle ad occidente della città, fuori le mura, nel 1228, due anni dopo la morte di San Francesco, e ne fu primo ideatore, se non architetto, frate Elia, nominato vicario generale dell’Ordine. I lavori procedettero rapidamente, col concorso di offerte raccolte da ogni parte del mondo cristiano, e già nel 1230 era quasi compiuta la chiesa inferiore, nella cripta della quale fu racchiuso il sarcofago contente il corpo del Santo; poco dopo la metà del XIII secolo la basilica veniva solennemente consacrata da Innocenzo IV, anche se la sua struttura non era quella definitiva, poiché ancora durante il secolo successivo si ebbe l’ampliamento della chiesa inferiore.

    Assisi: la piazza del Comune, centro della vita cittadina, nel luogo dove era il Foro della città romana.

    Dal punto di vista architettonico, la basilica di San Francesco è notevole come primo esempio, nell’Umbria, di forme gotiche, caratterizzate da una gravità ancora romanica nella austera chiesa inferiore, a una navata con basse arcate a tutto sesto sostenute da tozzi pilastri: da un maggiore slancio nella chiesa superiore, alta e luminosa, che ricorda le forme del gotico francese.

    Ma è anche più importante per i capolavori pittorici che racchiude e che formano uno dei più grandi complessi d’affreschi esistenti. Nelle due chiese hanno lasciato le loro opere i maggiori artisti del Duecento e del Trecento, da Cimabue, al quale si devono parte degli affreschi, purtroppo oggi molto rovinati, della chiesa superiore; a Giotto che nella stessa chiesa superiore dipinse lo stupendo ciclo rappresentante gli episodi della vita di San Francesco, capolavoro della sua giovinezza; ai Senesi, che vi giunsero al principio del Trecento, con Simone Martini e Pietro Lorenzetti, ed ornarono di mirabili pitture la chiesa inferiore.

    Mentre si innalzava la basilica, anche Assisi dovette risentire di un grande fervore di vita. La città si ampliava; nel 1260 la cinta di mura, divenuta ormai troppo angusta, si allargava all’estremità orientale dell’abitato, dove sorgeva in quegli anni la chiesa di Santa Chiara, che ripeteva le forme della chiesa superiore di San Francesco. Nel 1316 venne infine costruita la più ampia cinta di mura, tuttora esistente ed assai più estesa della precedente, entro la quale finì di delinearsi la struttura della città.

    Assisi: veduta aerea del convento e della chiesa di San Francesco.

    Assisi: piazza San Pietro.

    La città, entro le mura, rimase, fino alla fine del secolo scorso, quella trecentesca, con le lunghe strade trasversali, congiunte da vicoli in ripido pendio, la piazza del Comune, con il palazzo del Capitano del Popolo, accanto al tempio di Minerva, e, di fronte, il palazzo dei Priori; con le chiese e le case medioevali, nelle quali s’incontra ancora di frequente la « porta del morto ».

    Le vicende politiche dei secoli XIV e XV, con le lotte interne tra le fazioni, le guerre e i saccheggi che Assisi subì da parte di Braccio Fortebraccio, di Biordo Michelotti e infine del Valentino, causarono la rovina delle ultime torri e danneggiarono parte dell’abitato, ma non ne alterarono nel complesso la fisionomia, come ben poco la mutarono, nei tre secoli successivi, i restauri e i rifacimenti di edifici medioevali e la costruzione di alcuni grandi palazzi barocchi.

    Dopo l’annessione all’Italia, il miglioramento delle comunicazioni, con il collegamento ferroviario, portava nuovo respiro alla città, la cui vita si conservava ancora profondamente legata all’agricoltura, rompendone l’isolamento con l’afflusso dei primi turisti ed il sorgere dei primi alberghi moderni.

    Assisi divenne così un centro di turismo essenzialmente religioso, ed accentuò questa caratteristica dopo il primo dopoguerra. Nel 1926, in occasione del settimo centenario della morte di San Francesco, oltre due milioni di pellegrini vi affluirono da tutto il mondo.

    La città si estese fuori le mura, dove sorsero nuove abitazioni, conventi ed istituti religiosi, ed all’interno si pose mano a restauri ed ampliamenti ed anche a nuove costruzioni, che hanno alterato in qualche tratto il genuino volto dell’abitato medioevale, mentre le moli degli edifici sorti all’esterno, specie a levante, fuori Porta Nuova, ed a sud, hanno modificato l’aspetto della città quale appare dal basso, interrompendo il verde declivio che la separa dal piano.

    Dintorni di Assisi: l’Eremo delle Carceri.

    Il recente sviluppo edilizio, che si è comunque tenuto lontano dalla stazione ferroviaria, dove, come già si è detto, si è sviluppato il nuovo centro di Santa Maria degli Angeli, non è tuttavia un sintomo di prospere condizioni economiche della città. La popolazione appare del resto, nel complesso, in diminuzione nell’ultimo quarantennio: da 5353 abitanti nel 1921, è scesa a 4686 nel 1936, per risalire a 5095 nel 1951; ma la maggiore diminuzione si è verificata negli ultimi anni (nel 1956 la popolazione urbana è stata stimata a poco più di 4500 abitanti).

    Accanto alle modeste risorse deH’agricoltura, il turismo e l’attività artigianale non sono sufficienti ad assicurare la vita della città. Quanto al turismo, Assisi, come tutta l’Umbria, risente della situazione lontana dalle grandi vie di comunicazione della Penisola e forse ancor più del declino del turismo di qualità, che amava soffermarsi nei piccoli centri. Pur registrando ogni anno un notevole numero di visitatori, la città non ne trae che scarsi vantaggi economici, per la brevità del soggiorno, limitato di solito a poche ore. I pellegrini che vi sostano più a lungo sono in parte assorbiti da istituti o da organizzazioni rette da religiosi, ai quali appartiene circa il 40% dei posti letto disponibili in città. Anche la presenza di fondazioni culturali e religiose, come l’Istituto internazionale di studi francescani e, più recentemente, la « Pro Civitate Christiana », non dà un contributo sensibile al turismo residenziale.

    Al movimento turistico è collegata l’attività di una cinquantina di negozi (pari ad oltre un quarto di tutti gli esercizi commerciali della città), che vendono oggetti ricordo e si allineano con le loro mostre variopinte lungo le strade più frequentate dai visitatori. Ma su questi negozi, che offrono per lo più una produzione commerciale d’importazione, alquanto scadente e senza gusto, non può sostenersi l’artigianato locale, che è basato essenzialmente sulla lavorazione del ferro battuto, del legno, del rame sbalzato, delle ceramiche, e che, salvo poche eccezioni, è in generale decadenza, sia per la dispersione deH’attività di piccolissime imprese individuali o quasi, sia per la mancanza di un’adeguata organizzazione commerciale.

    Foligno e il Folignate

    Foligno, posta quasi al centro della valle Umbra, allo sbocco in piano del fiume Topino, è, per numero di abitanti, la terza città dell’Umbria e ne è il maggior centro di comunicazioni e uno dei principali centri del commercio.

    Di origini antichissime, fu, al tempo della conquista romana, una delle quindici città umbre confederate con Roma. L’umbra Fulginia sorgeva probabilmente sulle prime alture presso la città, dove ora è la chiesetta di S. Maria in Campis. La città romana dovette invece svilupparsi in basso, sulle rive del Topino, lungo il tracciato della via Flaminia (dove suirarteria principale si innestava un tratto secondario passante per Terni e Spoleto), in corrispondenza di una stazione su quella importante arteria di transito, e forse anche di un campo militare, da cui derivò forse in seguito la pianta della città medioevale, imperniata su due grandi strade che si tagliano ad angolo retto e nelle quali si identificherebbero il cardine e il decumano massimo.

    Che un abitato romano sorgesse in pianura lungo il Topino è provato dall’esistenza di quattro ponti che lo valicavano nell’area dove ora sorge Foligno, e del quale si conservano i resti lungo il canale che attraversa la città seguendo l’antico alveo del fiume, deviato poi fuori le mura.

    Durante le invasioni barbariche il centro fu più volte rovinato e devastato e la popolazione dovette rifugiarsi sulle alture. Ma nel luogo stesso dove già era stata la città romana si andò formando nell’alto Medio Evo un nuovo abitato : secondo la tradizione un campicello, dove nel III secolo era stato sepolto il vescovo martire Feliciano, divenne meta di pellegrinaggi e poi vi sorse una chiesetta, intorno alla quale, circondato da mura e da torri, si costituì il nucleo di un Castellum S. Feliciani, poi Civitas nova Fulginii e più tardi Fulginium. La nuova città fu inclusa, con parte del suo territorio, nel Ducato longobardo di Spoleto, e neH’VIII secolo accrebbe notevolmente la sua popolazione, accogliendo gli abitanti di un altro municipio romano, Forum Flaminii, che era stato fondato dal console Flaminio a circa 3 km. a nordest, nella valle del Topino (dov’è ora il piccolo centro di San Giovanni Profiamma), e fu poi distrutto da Liutprando.

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    Dopo aver subito ancor danni e rovine da parte di Saraceni e di Ungheri, Foligno riprese ad ampliarsi ai tempi del Barbarossa, divenne libero comune e si arricchì di insigni monumenti, tra i quali il bellissimo duomo romanico, iniziato nel 1133, e la basilica di S. Maria Infraportas. Il rinnovamento edilizio continuò nel XIII secolo con la costruzione di alcuni palazzi pubblici : il palazzo Comunale, il palazzo del Popolo e quello del Podestà; distrutti questi edifici nei secoli successivi (il palazzo comunale fu completamente rifatto nel ’600), restano a testimonianza di quell’epoca, nella città attuale, le chiese di San Domenico e di San Claudio (quest’ultima in parte distrutta) e nei dintorni la chiesa di San Giovanni Profiamma e il suggestivo chiostro romanico dell’Abbazia benedettina di Sassovivo.

    Nel 1227 Foligno fu occupata da Corrado Guiscardo, capitano di Federico II, e vennero cacciati i guelfi : questi riuscirono a più riprese ad impadronirsi di nuovo della città, appoggiati dalle milizie della Chiesa, ma Foligno rimase, per tutto il XIII secolo, il maggior baluardo dell’Impero neirUmbria, costante avversaria della guelfa Perugia, alla quale contendeva il possesso delle minori città vicine.

    In questo periodo la città fu fortificata con la costruzione di una cinta di mura che racchiuse tutti i borghi esterni.

    Al principio del ’300 i guelfi tornarono definitivamente al potere, ed il loro capo, Rinaldo Trinci, iniziò la signoria che doveva durare fin verso la metà del secolo successivo, segnando per Foligno il periodo più prospero della sua storia: la città divenne

    infatti, sotto i Trinci, la capitale di un vero principato che, ai tempi di Nicolò (salito al potere nel 1420), comprendeva Spello, Assisi, Bevagna, Montefalco, Giano, Trevi, Nocera e molti castelli, tra i quali Collemancio e Gualdo Cattaneo.

    La signoria dei Trinci cadde nel 1439, per le discordie interne e per l’intervento del papa Eugenio IV, il cui esercito, dopo lungo assedio, riuscì a far capitolare la città, che entrò definitivamente sotto il dominio della Chiesa. Se da allora Foligno non ebbe più storia propria, non cessò tuttavia la sua funzione come centro di comunicazioni e di commercio, che divenne il più importante di tutta l’Italia centrale, per la posizione all’incrocio di cinque grandi arterie, una diretta a Roma, due nelle Marche, una a Perugia e in Toscana ed una a Todi. Frequentatissime erano le sue numerose fiere, e in particolare quella detta « dei Sobrastanti », che si protraeva per ben due mesi, dal 20 maggio al 20 luglio, e durante la quale, sospesa la giurisdizione del Governatore pontificio, la città era amministrata da un consiglio di cinque nobili, sorteggiati annualmente.

    Accanto all’attività commerciale, si svilupparono ben presto anche le industrie, favorite dall’abbondanza di forza motrice fornita dal Topino: nel XV secolo erano assai fiorenti la tessitura della seta e quella della canapa, coltivata nella piana, e numerose le concerie di pelli, i mulini e i frantoi; prosperava inoltre l’industria della carta, sia in città che nei centri vicini e nella valle del Topino; a Pale, negli immediati dintorni di Foligno, esisteva una cartiera già nella seconda metà del XIII secolo. L’arte della stampa vi ebbe inizio nel 1470, per merito di Emiliano Orfini, già noto come incisore, ed al quale si deve anche la fama che raggiunse in quel periodo la zecca di Foligno; dalla sua tipografia usciva, nel 1472, la prima edizione, in 300 copie, della Divina Commedia, che fu il primo libro in lingua italiana stampato in Italia.

    Veduta aerea del centro di Foligno, con la piazza della Repubblica e, in fondo, la piazza del Mercato.

    Foligno: la facciata laterale del Duomo.

    Le prospere condizioni del centro anche nel ’500 e nel ’600 sono testimoniate, oltre che dalle ville patrizie che sorsero nei dintorni, anche dai numerosi e ricchi palazzi che si costruirono in città, ornati di terracotte, stucchi e pitture, che continuano la tradizione della scuola pittorica folignate, i cui maggiori rappresentanti erano stati, fra il ’400 e il ’500, Ottaviano Nelli e Nicolò detto l’Alunno, discepoli di Benozzo Gozzoli, e Pier Antonio Mezzastris.

    Nel periodo napoleonico, Foligno fu vice-prefettura del Dipartimento del Trasimeno, e dopo la restaurazione fece parte della Delegazione di Perugia, come capoluogo di Distretto. Nel primo ordinamento amministrativo italiano fu posta a capo di un circondario, che si estendeva fino a Nocera Umbra, Gualdo Tadino, Trevi ed Assisi.

    Foligno: il trecentesco palazzo della Canonica, a fianco del Duomo.

    Lo sviluppo topografico della città, intorno all’antico nucleo medioevale racchiuso tra il canale detto « dei Molini » e il tratto della via Flaminia che attraversava la città, fra porta Todi e porta Ancona, giunse gradatamente ad occupare gran parte dell’area entro le mura, e si accompagnò ad un frequente rinnovamento edilizio, a causa dei numerosi terremoti che periodicamente danneggiarono l’abitato.

    La popolazione, che era di 5624 abitanti secondo il censimento pontificio del 1701, e di 6478 nel 1736, era salita a 7891 all’epoca del primo censimento italiano (1861), e continuava ad aumentare, raggiungendo nel 1901 quasi 9000 abitanti. Nella prima metà del nostro secolo, Foligno è stato uno dei centri umbri che hanno avuto la maggiore espansione demografica: nel 1936 la città contava circa 11.000 persone, che salivano a poco meno di 20.000 nel 1951 : la popolazione si era quindi più che raddoppiata in cinquant’anni.

    Contemporaneamente l’abitato si estendeva fuori delle mura, e nuovi quartieri sorgevano sia verso la stazione ferroviaria, sia in corrispondenza delle principali strade che fanno capo alla città: fuori porta Romana, lungo la Flaminia; fuori porta Ancona, a nordest, dove si innestano la statale della vai di Chienti e il tratto della Flaminia che risale la valle del Topino; ed a nord, sulla sponda destra del fiume, fra la strada Perugina e la ferrovia, ed oltre questa. Particolarmente in quest’ultima direzione lo sviluppo topografico è stato assai intenso, in relazione anche a numerosi stabilimenti industriali che si sono localizzati nella zona.

    Un aspetto della montagna folignate, con il Sasso di Pale.

    La valle del Topino vista da Nocera Umbra; sul fondo il monte Subasio.

    Durante l’ultima guerra Foligno fu, con Terni, la città dell’Umbria più colpita dai bombardamenti aerei, che causarono notevoli rovine sia alle sue industrie che all’abitato, specie nella parte settentrionale e nell’area della stazione ferroviaria; in complesso andarono distrutti o subirono danni oltre la metà dei vani di abitazione esistenti.

    La città ha un aspetto moderno; la pianta, entro le mura, parzialmente conservate a sud e ad ovest, è regolare, con vie rettilinee ed ampie. Al centro sono la piazza della Repubblica, sulla quale prospettano la facciata secondaria del Duomo, il palazzo Comunale e il palazzo Trinci, e la contigua piazza Matteotti, presso la quale, al cosiddetto

    Quadrivio, s’incrociano le due strade più frequentate del centro urbano: la via Garibaldi, che giunge da porta Ancona, e il corso Cavour, che termina a porta Romana.

    I quartieri esterni alle mura sono caratterizzati, rispetto all’addensamento del centro, da una minor fittezza delle costruzioni, alle quali si intercalano orti e giardini: sono in gran parte, specie verso nord e nordest, quartieri operai, connessi, come si è detto, con la presenza delle industrie.

    A sud della stazione ferroviaria l’espansione dell’abitato urbano è limitato dal vasto complesso di edifìci della Scuola Allievi Ufficiali e Sottufficiali, che si collega con l’importanza che Foligno ha assunto nei tempi moderni anche come centro militare.

    La funzione preminente della città resta oggi, come in passato, quella commerciale, accanto alla quale si sono andate sempre più sviluppando le attività industriali, favorite dalla posizione di Foligno rispetto alle vie di comunicazione ed anche dall’abbondanza di mano d’opera, per l’attrazione che il centro urbano esercita sulle aree circostanti. Vi si trovano industrie alimentari (molini, pastifìci e uno zuccherifìcio, l’unico della regione), chimiche (fertilizzanti), tessili, meccaniche e del legno; inoltre continua la secolare tradizione dell’industria tipografica e di quella della carta, quest’ultima localizzata specialmente a nord della città, lungo le valli del Topino e del suo affluente Menotre, nei piccoli centri di Pale, Belfiore e Scanzano.

    Numerosi altri centri minori sorgono intorno a Foligno, tra i quali il più cospicuo è Sant’Eraclio (2531 abitanti), grosso borgo moderno sviluppatosi intorno ad un castello quattrocentesco dei Trinci, a 3 km. a sud della città, presso la Flaminia; alcuni agglomerati prevalentemente rurali s’incontrano nella piana, intensamente coltivata.

    Sul lato opposto fa da sfondo alla città la cerchia delle montagne: a nord domina il Subasio; a levante e a nordest, oltre la valle del Topino, la dorsale monte Cologna-monte Aguzzo-monte Serrone (che si eleva oltre i 1000 m.) e il roccioso Sasso di Pale, ai cui piedi scorre il Menotre, precipitando in una gola per un centinaio di metri (l’acqua della cascata è oggi in gran parte incanalata ad alimentare una centrale idro-elettrica).

    Le pendici montuose sono ricoperte, fin oltre i 600 m. di altezza, da fitti e rigogliosi oliveti, fra i quali spiccano antiche ville e conventi, circondati da scure macchie di cipressi e di lecci, gruppi di case coloniche e piccoli centri, allineati lungo le strade o posti in alto sui poggi. Al di sopra degli oliveti si estendono i boschi cedui di querce, alternati a magri pascoli.

    A circa 4 km. da Foligno, sulla via Perugina, è Spello, cittadina che conta oggi poco più di 3000 abitanti. Posto sull’estremo declivio meridionale del Subasio, un centinaio di metri più in alto della piana, il vecchio centro umbro fa contrasto con la vicina città per l’aspetto vetusto dell’agglomerato compatto, con le case di calcare annerito dal tempo, e le viuzze strette e tortuose attraversate da numerosi cavalcavia. Vi si conservano notevoli avanzi del periodo augusteo, con resti dell’anfiteatro, tratti di mura romane e diverse porte, fra le quali la monumentale Porta Venere, fiancheggiata da due torri dodecagone, dette « le torri di Properzio ».

    Veduta di Nocera Umbra.

    Acropoli umbra e poi colonia e municipio romano, Hispellum ebbe importanza sotto Augusto e nei primi secoli dell’Impero. Costantino le concesse speciali privilegi, come testimonia un editto conservato nel palazzo Comunale, e vi fece erigere un tempio in onore della gens Flavia, ove si potessero riunire gli Umbri in occasione delle feste annuali: Spello si sostituì quindi a Gubbio come centro religioso della regione.

    L’età medioevale, durante la quale, dopo le incursioni barbariche, Spello risorse come città fortificata, in posizione dominante sulla valle Umbra, ha lasciato alla città l’impronta caratteristica che essa conserva tuttora, non modificata nè deturpata dal tempo. L’abitato si estende, in forma allungata, sul pendio del monte: in basso è il Borgo, con la piazza del Mercato; di qui, per una porta romana accanto alla quale è un’alta torre medioevale, si sale per la via Consolare, tra case del ’300 e del ’400, attraversando il terziere di Porta Chiusa. Segue il terziere di Mezota, nucleo principale della vecchia città, con la chiesa di Santa Maria Maggiore, iniziata nel XII secolo, dal massiccio campanile romanico (all’interno è la Cappella Baglioni, con pavimento cinquecentesco di maioliche di Deruta e le pareti coperte da affreschi del Pinturicchio), e il grande palazzo Comunale, parzialmente rimaneggiato. Più in alto è il terziere di San Martino, il più antico e caratteristico della città, dal quale, attraverso un arco romano, si giunge nel luogo dove sorgeva l’Acropoli e dove fu eretta, ai tempi del-l’Albornoz, la Rocca, di cui rimangono le mura e una torre.

    Il Topino percorre, a monte di Foligno, un fondovalle alquanto ampio, coltivato a vigneti e campi e fittamente abitato. Presso la confluenza del Menotre sorge Vescia, grosso borgo allungato sulla Flaminia, che raggruppa, insieme con il vicino centro di Scanzano, oltre 1000 abitanti. Poco oltre, sul Menotre, è Belfiore (776 abitanti), paese in gran parte moderno, centro di industrie della carta; più in alto, dove iniziano le cascate, il villaggio di Pale, che vanta, oltre alle antiche cartiere, un castello quattrocentesco e una pittoresca grotta a più cavità, scavata dall’erosione carsica nel calcare massiccio del monte che sovrasta l’abitato.

    Oltre Pale, seguendo la strada della vai di Chienti, si risale un tratto della valle del Menotre, in cui il fiume scorre quasi pianeggiante, tra lunghe file di pioppi, in mezzo a verdi prati e frutteti, con alcuni piccoli centri allineati lungo la strada: Scòpoli, Leggiana, Casenove. Da Casenove la valle piega verso sud, addentrandosi fra montagne ricoperte di boschi, verso lo spartiacque che la separa dal bacino del Nera, mentre la strada sale dirigendosi a nordest a raggiungere, presso il confine umbro-marchigiano, il paese di Colfiorito (550 abitanti), in un ameno paesaggio di verdi piani incorniciati da nudi monti calcarei.

    Una caratteristica via di Nocera Umbra.

    Veduta di Gualdo Tadino.

    La valle del Topino, a monte della confluenza del Menotre, si va restringendo, chiusa tra montagne boscose e poco abitate, con piccole aree coltivate nel fondovalle.

    L’unico centro di qualche importanza nell’alta valle del fiume è Nocera (1242 abitanti), capoluogo di un vasto comune che si estende fino allo spartiacque appenninico, in un’area che per le scarse risorse è soggetta ad un sensibile spopolamento, condizione del resto comune a gran parte della montagna folignate.

    Nocera Umbra è situata in posizione panoramica, a 548 m., sulla destra del Topino, presso la confluenza del torrente Caldognola; la cittadina, costruita in pendio, conserva l’aspetto del borgo medioevale, con vie strette e scoscese e antiche case, nelle quali, come a Gubbio, si notano alcuni esempi della cosiddetta « porta del morto ». Nella parte più alta dell’abitato sono i resti della Rocca e il Duomo, costruito forse nell’XI secolo e rifatto nel ’400.

    Centro romano sulla Flaminia, che si identifica con l’antica Nuceria Camellaria, Nocera seguì quasi sempre le vicende di Foligno: appartenne al ducato di Spoleto, fu castello dei Trinci e, decaduta la signoria di questi, passò con gli altri loro domini alla Chiesa. La fama del piccolo centro è dovuta soprattutto alle celebri sorgenti di acqua minerale e alla salubrità dell’aria, che ne fecero, in passato, luogo di residenza estiva della corte papale e rinomato centro di villeggiatura. Presso la sorgente Angelica, che sgorga a 5 km. a sudest della città, sul fianco del monte, tra fitti boschi di querce e pinete, sorse infatti fin dal ’600 uno stabilimento idroterapico, intorno al quale si sviluppò la borgata dei Bagni di Nocera, che divenne stazione di soggiorno e di cura molto frequentata fino al secolo scorso. Oggi l’acqua della sorgente Angelica è sfruttata principalmente per l’imbottigliamento, che si effettua in uno stabilimento presso la stazione ferroviaria.

    Una visione dell’alta valle del Chiascio: in primo piano il viadotto ferroviario di Fossato di Vico e sul fondo il monte Cucco.

    A nord di Nocera si apre la fertile conca di Gualdo, chiusa ad oriente dalla dorsale montuosa che si estende tra il monte Pennino (m. 1570) e il monte Maggio (m. 1361). La piana è intensamente coltivata a campi e vigneti, e sui colli circostanti, in posizione riparata dai venti freddi, si trova ancora l’olivo. Numerosi piccoli centri e nuclei abitati si allineano alle falde dell’Appennino, lungo la via Flaminia, e sull’altro versante della valle, più ampio e meno inclinato.

    Al centro della conca, su di un colle ai piedi dello scosceso monte Penna, è Gualdo Tadino, il centro più importante e più popoloso (oltre 4000 abitanti) della montagna folignate. La città ha origini medioevali; in basso, nella piana, sul percorso della via Consolare, era la romana Tadinum, che fu più volte distrutta e devastata dai Goti, dai Longobardi, dai Saraceni e infine dall’imperatore Ottone III, nel 996. Gli abitanti in seguito si fortificarono sulle alture e si andò formando il nuovo centro, che ebbe un notevole incremento al tempo di Federico II, il quale lo cinse di mura, concesse ai cittadini particolari privilegi, autorizzandoli a crearsi propri magistrati, e ricostruì in parte la Rocca Flea, che si innalza ancor oggi con la sua mole pittoresca a guardia dell’abitato. Nei secoli successivi Gualdo fu contesa fra il ducato di Spoleto e i Perugini, ma rimase quasi sempre sotto il dominio, o la protezione, di questi ultimi, che estendevano la loro influenza a gran parte della valle del Chiascio e del suo affluente Rasina, e ai vicini castelli di Fossato e Sigillo.

    La città conserva in parte l’aspetto antico, con alcune case medioevali e le chiese di San Benedetto (Cattedrale) e di San Francesco, del XIII secolo. E nota per le sue fabbriche di maioliche artistiche, a riverberi e riflessi d’oro, che derivano dalla scuola eugubina di Mastro Giorgio ; oltre a questa industria tradizionale, che si dedica anche alla produzione di ceramiche comuni, hanno qualche importanza nel territorio le cave di materiali da costruzione (calcari e travertino) e di terre coloranti.

    All’estremità settentrionale della conca di Gualdo è Fossato di Vico, borgo costruito in pendio, caratteristico per il suo aspetto prettamente medioevale; ai piedi dell’antico centro è un importante nodo stradale, dove s’innestano alla via Flaminia la strada Eugubina e quella della vai d’Esino, che per il colle di Fossato si dirige a Fabriano.

    Da Fossato si risale l’alta valle del Chiascio, ampia ed aperta, sulla quale incombono da nordest le montagne calcaree. Gli abitanti si raggruppano quasi tutti lungo la strada, che segue il limite fra il basso versante, lievemente inclinato verso il letto del fiume, e le ripide pendici montane. Unico centro notevole in questo tratto della valle è Sigillo, che fu in origine castello longobardo e importante luogo fortificato durante il Medio Evo; oggi è un grosso borgo, essenzialmente agricolo, che conta 1675 abitanti.