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La Sabina

    La Sabina

    Dalla Tuscia Romana, passando sulla sinistra del Tevere, si entra in terra sabina. Ma le relazioni fra le due regioni non furono mai e non sono neppure adesso molto attive: come si è detto ripetutamente, il fondovalle del Tevere, piatto e facilmente inondabile, non ha centri abitati ragguardevoli: i paesi sono in alto e mancano i raccordi tra i due versanti. A monte di Roma fino alla confluenza col Nera un unico ponte esisteva, quello costruito al tempo di Augusto sulla Via Flaminia, rimesso in efficienza solo alla fine del secolo XVI da Sisto V, da cui trae il nome di ponte Felice (Felice Peretti). Il Tevere poteva bensì esser risalito da piccole imbarcazioni fino a un modesto scalo sotto Magliano Sabina, ma esso non serviva alle comunicazioni fra le due rive. Dopo il 1870 anche questo traffico fluviale venne a cessare. Nell’intervallo fra Roma e il ponte Felice, diversi altri ponti si sono aggiunti in epoca recente.

    I centri della Via Salaria

    Ma in conclusione all’accesso da Roma alla Sabina serve principalmente l’antichissima Via Salaria. Essa esce dalla città attraverso un quartiere industriale ed operaio che si prolunga fino a Castel Giubileo (dove è uno dei nuovi ponti) ed oltre, e corre accompagnando la ferrovia nel fondovalle. Strada e ferrovia hanno servito come linee di richiamo, cosicché, a differenza da quanto avviene sulla destra del Tevere, qui sono sorti, intorno alle stazioni piccoli ma vivaci centri in rapido incremento, come Monte-rotondo Scalo, Passo Corese. Ma i vecchi centri — Monterotondo, Mentana e Monte-libretti — sono un po’ lontani dal fiume su morbide, ubertosissime colline. Monterotondo, in notevole espansione, si avvia a formare con la vicinissima Mentana un unico agglomerato; entrambi attestano una floridezza basata sull’agricoltura. Il censimento del 1951 segnala fra i due comuni (che contano oggi complessivamente 26.200 ab.), oltre 2700 ab. in case sparse nelle campagne.

    A Passo Corese, traversato il fosso Corese il cui nome ricorda la Sabina Cures, la Salaria abbandona il fondovalle del Tevere per penetrare nel cuore delle colline sabine. Ora salendo con tortuose risvolte fino al sommo di poggi dai quali si aprono vasti panorami, ora aggirando ripidi dossi coronati da villaggi, ora discendendo in fondo a verdi vallate o a piccoli, ridenti bacini, la Salaria raggiunge lo spartiacque tra i fossi tributari del Tevere e il bacino del Velino a 687 m. presso l’Osteria delle Capannacce, e di qua discende più dolcemente nella conca di Rieti. Il paesaggio sabino è caratterizzato dall’olivo in lunghi, regolari filari o in boschi rigogliosi, dalle masserie sparse sui pendii, dai centri, quasi senza eccezioni fuori della strada, su cocuzzoli o sproni sui quali si arrampicano tortuose strade secondarie diramantisi dalla Salaria. Questi centri si assomigliano per situazione e fisonomia: ad altezze prossime o superiori a 500 m. dominati da un robusto castello cui si affianca spesso un borgo murato, e intorno ad esso, grigie case ammucchiate, intramezzate da vicoli tortuosi, da vòlti, da piazzette; alla periferia lungo la strada di accesso, la parte nuova, con casette, villini, costruzioni incolori, in vivo contrasto con il vecchio pittoresco abitato. Un bell’esempio ci è offerto già da Palombara Sabina, su un’altura conica alle falde di Monte Gennaro: al sommo dell’altura (285 m.) il ben munito castello che fu già dei Savelli, cui si accede da un’unica porta fra alte mura; poche case lo fiancheggiano, ma fuori delle mura, stradette o scale scendono da ogni parte fra case grigie con piccole finestre; qualche più cospicua costruzione in prossimità della piazza principale, sulla quale arrivano i mezzi automobilistici; qui presso si sviluppa la parte nuova.

    Monteleone Sabino. Chiesa di S. Vittoria (XII secolo)

    Rocca Sinibalda (Rieti).

    Palombara Sabina.

    Monteflavio (Roma).

    Nérola, su un cocuzzolo imminente sulla Salaria (418 m.), ha un castello risalente al secolo XII; Montorio Romano, in situazione preminente (571 m.) e quanto mai pittoresca, è dominato da un castello che fu già dei Savelli, poi degli Orsini Scan-driglia,e mostra qualche bel palazzo e interessanti chiese; in posizione analoga è Mon-teflavio (800 m.) alle falde del Monte Pellécchia (1368 m.) ed ancor più sono sui rilievi a destra di chi percorre la Salaria diretto a Rieti, a distanze variabili, Poggio Moiano, Monteleone Sabino, Oliveto, Rocca Sinibalda. Quest’ultima, a 558 m., è nota per l’imponente castello a pianta di aquila con ali distese, iniziato nel 1536 su progetto di Baldassarre Peruzzi. Sulla sinistra di chi percorre la strada, Poggio Nativo, Frasso Sabino, Casaprota, Montenero Sabino e Monte San Giovanni in Sabina, su uno sprone isolato del Monte Tancia, a 728 m., caratteristico un tempo per la forma circolare dell’abitato rannicchiato tutto intorno allo sprone, forma alterata oggi da distruzioni antiche e recenti, da nuove costruzioni. Dalla cima del Tancia (1282 m.) o del vicino Monte Pizzuto (1287 m.) la vista abbraccia l’intera conca di Rieti sottostante, e si spinge alle valli del Tevere, del Nera, del Turano, ai più lontani Monti Carseolani, Sabini, Cimini, ecc. : una delle più interessanti panoramiche generali del Lazio settentrionale.

    I centri tra la Salaria e il Tevere

    Ma prima di scendere alla conca di Rieti, è opportuno dare uno sguardo alla Sabina nordoccidentale, cioè a quella parte della regione che è compresa tra la Via Salaria e il Tevere. Essa è sfiorata dalla Flaminia, che, varcato il Tevere a ponte Felice, passa sotto l’altura di Magliano Sabina, grosso borgo in località abitata già nell’età romana, di una certa importanza nel Medio Evo. Come si è detto, esso ebbe fino al 1870 uno scalo sul Tevere, risalito fin qua da piccole imbarcazioni ; ora è centro agricolo di oltre 2000 ab., con altrettanti e più nelle campagne fittamente abitate. Un buon sviluppo sta avendo dopo l’apertura al traffico della più volte ricordata Autostrada del Sole.

    Ma a Passo Corese si dirama dalla Salaria una strada che, correndo da sud a nord verso Terni, traversa l’intera regione pullulante di centri abitati, che in passato erano in massima parte feudi dell’Abbazia di Farfa, insigne centro di vita e di cultura religiosa nell’alto Medio Evo. La celebre abbazia, situata in luogo appartato dalle vie principali, ma non troppo lontano dalla Salaria e dal Tevere, su un rilievo (180 m.) in vista alla amena valle del Farfa ricca di terreni coltivabili, avrebbe avuto per primo nucleo un rifugio monastico risalente alla fine del secolo IV, ma scomparso durante le invasioni barbariche; con sicurezza si conosce che fu fondata o ricostituita intorno al 680. Antichissima dunque, in ogni modo, come centro religioso, ebbe una vita tormentata e fortunosa, la cui storia non può esser tracciata qui neppur sommariamente. Favorita da Longobardi e da Franchi, eretta ad abbazia imperiale da Carlomagno, distrutta dai Saraceni alla fine del secolo IX, risorse poi come monastero cluniacense e crebbe anche come centro culturale, sede di una famosa biblioteca e di una scuola scrittoria, il cui più insigne rappresentante fu Gregorio da Catino, l’autore del Chronicon Farfense, fonte storica e corografica di primissimo ordine. L’abbazia, con feudi larghissimi, estesi anche in Abruzzo e nelle Marche, ebbe l’importanza politica di un vero e proprio Stato, appoggiato talora agli imperatori piuttosto che al Papa nella lotta per le investiture. Ma dopo il concordato di Worms (1122), passò sotto la protezione papale, salvo il breve periodo in cui si dette al Barbarossa, che vi incoronò un antipapa; dal principio del 1400 ebbe un abate commendatario, di solito un feudatario legato ai Pontefici, che fino dal secolo XIII ne ridussero sempre più i territori dipendenti; dal 1567 passò sotto la giurisdizione cassinese. Via ancora nel secolo XVI le sue dipendenze erano notevolmente estese.

    L’abbazia fu incamerata nel 1872, ma tornò ad essere sede religiosa nel 1919; oggi vi è un grosso e ben ordinato centro di studi secondari frequentatissimo. La chiesa attuale risale alla fine del secolo XV, ma conserva nella facciata e nell’interno pregevoli avanzi dell’antica basilica. Il piccolo gruppo di case intorno all’abbazia conserva un singolare aspetto medioevale.

    I centri abitati circostanti sono tutti modesti, ed hanno in comune le caratteristiche già segnalate dei villaggi sabini. Fara in Sabina su un rilievo prominente a 520 m., con vastissimo panorama verso sud sulla Campagna Romana, ha poco più di 500 ab. nel centro; Poggio Mirteto, il più popoloso della regione, nonostante l’aspetto cittadino conferitogli dalla bella chiesa dell’Assunta e dal palazzo episcopale sede degli abati di Farfa, supera appena i 2000 ab.; Tóffia, che ha un robusto castello costruito nel secolo X, ne ha meno eli iooo. Mompeo e Salisano intorno a 500 più a nord, Canta-lupo in Sabina, notevole per il grande Palazzo Camuccini affrescato dagli Zuccari, ne ha circa 700; Casperia, denominata fino al 1947 Aspra (ma l’antica Casperia, onde ha ripreso il nome non era probabilmente qui), in posizione quanto mai pittoresca a 400 m., ne ha circa 600; Torri in Sabina ed altri, come Poggio Catino, Cottanello, Configni, ecc., poco più di 550. Ma i comuni sono tutti molto più popolosi — Poggio Mirteto circa 4250 ab., Fara oltre 6800, Torri poco più di 1600 — perchè le campagne sono fitte di case rurali, tra oliveti, vigneti, frutteti, campi di grano e pingui pascoli, onde da questo territorio, cuore della Sabina, venne forse la fama di terra feracissima che il paese godette sino da tempi remoti.

    Vedi Anche:  I Comuni del Lazio

    Poggio Mirteto.

    Panorama di Rieti.

    Un confine quanto mai irregolare, capriccioso, separa qui la Sabina attuale dall’Umbria, ossia dalla provincia di Terni: è umbra Calvi, sulle pendici sudocci-dentali del Monte San Pancrazio, la cui vetta (1028 m.) è pure in territorio umbro, ma è nella Sabina (provincia di Rieti) Configni (564 m.), alle falde orientali del predetto monte. Ed una parte di questo estremo lembo aveva in passato più facili comunicazioni con Terni; oggi, sviluppata e migliorata la rete stradale, gravita sempre più verso il nuovo capoluogo della provincia, Rieti.

    La conca di Rieti

    Rieti sorge presso il margine meridionale di una conca intermontana, della quale si sono altrove accennate le caratteristiche fisiche, alta 370-400 m., tappezzata da depositi fluviali e lacustri dai quali emergono come tenui gibbosità, banchi di travertino. Su uno di questi è il nucleo originario della città, la Recite degli antichi, segnalata come uno dei centri principali della Sabina. La posizione è favorevole: sulla destra del Velino, presso il punto dove lo traversava la Via Salaria, e a brevissima distanza dallo sbocco delle due valli del Salto e del Turano, tributari di sinistra del maggior fiume. Ma la conca, facilmente inondabile, era, come si è detto altrove, cosparsa di acque stagnanti, di laghi e di pantani, che i Reatini erano interessati a prosciugare convogliando le acque al basso, il che era viceversa nocivo agli Interamnati, onde i frequenti disordini fra le due città. Il perimetro della città antica fu ricostruito in base a diligenti ricerche da G. Colasanti: essa aveva forma di una ellissi allungata: il foro, al centro, corrispondeva all’attuale Piazza Vittorio Emanuele (altezza m. 402 s. m.); l’area non superava i 7 ettari. Ma di Rieti anteriormente all’occupazione romana si sa pochissimo ; i Romani cinsero la città — patria di Terenzio Varrone — di mura; Vespasiano, la cui famiglia Flavia era originaria di qui, vi dedusse una colonia di veterani, che valse certamente ad accrescere l’entità demografica della città; ma essa rimase ancora per tutta l’antichità ed anche durante l’alto Medio Evo un modesto centro agricolo. La prima espansione sembra avvenisse verso sud, dalla Porta Romana donde penetrava la Via Salaria dopo aver attraversato il Velino su ponte; e qui vi fu anche un sobborgo extra moenia, il Borgo. Ma la città ebbe a subire incursioni saracene e poi nel 1149 gravissime devastazioni (si parla di distruzione presso che completa) per opera di Ruggero II il Normanno. Risorse pochi anni dopo e fu per assai tempo comune guelfo; ma doveva essersi ampliata perchè verso la fine del secolo XIII fu recinta da una più ampia cerchia di mura merlate e turrite, e prosperò durante il periodo nel quale S. Francesco visitò la regione e vi fece frequente dimora nei dintorni. La cerchia murata, ancora in gran parte conservata, difendeva la città a nord, ad ovest e ad est, mentre a sud la difesa era sostituita dal Velino e da un canale artificiale, la Cavatella. Nel 1298, mentre si trovava in città papa Bonifacio Vili, la città fu devastata da un terremoto, e nel periodo successivo fu teatro di fiere lotte tra Guelfi e Ghibellini; allo Stato Pontificio fu ricuperata dal cardinale Albornoz nel 1354 e, dopo un breve e contrastato periodo di signoria della famiglia Alfani, fu retta da un governatore prelato. Nel 1428 avrebbe avuto circa 4000 ab., nel 1521 circa 7000, cifra, forse, esagerata perchè in base al censimento pontificio del 1656 si possono calcolare circa 6500 ab., che sarebbero saliti intorno ad 8500 nel 1701; ma anche quest’ultimo dato è probabilmente da ridursi notevolmente. Nei secoli XV e XVI la città soffriva ancora per il fatto che le condizioni idrografiche della piana erano peggiorate e lo scavo di nuovi canali ed altri provvedimenti diretti ad ottenerne il prosciugamento erano sempre ostacolati dai Ternani; anche più tardi la sua espansione topografica — soprattutto un limitato ampiamente del Borgo — e quella demografica furono modeste: 8685 ab. noverati nel 1782, poi dopo il saccheggio subito nel 1799 dai Napoletani, 9271 ab. nel 1816.

    Rieti.

    Pianta della città di Rieti e dintorni.

    Rieti, capoluogo della Sabina, è situata ai margini sud-orientali d’una vasta piana, percorsa dal Velino, presso le pendici del Terminillo. E in parte tuttora cinta dalle sue mura medioevali.

    I laghi della conca di Rieti secondo la carta del Magini (1620).

    Il Santuario francescano di Gréccio (Rieti).

    Nel riordinamento amministrativo napoleonico Rieti fu aggregata prima al dipartimento del Clitunno e poi a quello del Tronto; passata poi sotto il Pontefice fu capoluogo di provincia; nel 1870 fu unita, con tutto il territorio, all’Umbria. Tornata al Lazio, è dal 1927 di nuovo capoluogo di una provincia ampliata anzi con l’aggiunta dell’ex circondario di Cittaducale.

    La popolazione di Rieti si accrebbe molto lentamente nel secolo XIX; circa 12.500 ab. nel 1853 (compreso però l’Agro Reatino), quasi 13.000 nel 1861 e poco più di 14.100 nel 1871; 16.550 ab. nel 1881 e 17.715 nel 1901 : stazionaria intorno a questa cifra fino al 1911. Dal censimento del 1921 rileviamo 15.400 ab. per la città e 18.840 circa per tutto il comune: poi l’aumento si fa più rapido soprattutto per l’affermarsi di notevoli attività industriali, che gradualmente trasformano l’originaria economia prettamente agricola della città, nota più allora soprattutto come centro granario (stazione di granicoltura fondata nel 1907). Questa graduale trasformazione si fa risalire al 1872, anno in cui sorse lo zuccherificio già ricordato, primo stabilimento del genere in Italia, che, tra l’altro, dette vita ad un vivace traffico ferroviario dopo l’apertura della linea che collega Rieti sia con Terni che con L’Aquila (1882). Le altre industrie sono più recenti: lo stabilimento della Cisa-Viscosa che produce tessili artificiali è del 1928, del 1937 uno stabilimento della Montecatini. Si aggiungono pastifici, lanifici, fabbriche di laterizi, ecc. Per il lavoro in questi stabilimenti concorrono giornalmente anche operai dai vicini paesi della conca Reatina. Ma Rieti trae ancora la base principale della sua vita economica dal commercio dei prodotti agricoli che perdura vivace.

    La città subì notevoli danni dai bombardamenti durante l’ultima guerra e più ancora dalle sistematiche distruzioni operate dai Tedeschi in ritirata. Ma la ricostruzione è ormai completa. Il Borgo, che aveva subito i maggiori danni, ha assunto una fisonomía nuova. Ma nel dopoguerra il maggiore ampiamente del centro urbano si è verificato a nord fuori della cerchia di mura, fra questa e la linea ferrata, ove si stendono ampi viali alberati. Più lontano a nord, intorno alla Madonna del Cuore è il principale sobborgo industriale. Un sobborgo operaio è Villa Reatina, ad est della città, lungo la Via Salaria. Nell’interno della città notevoli trasformazioni si sono avute, dopo l’erezione a capoluogo di provincia e in relazione alla costruzione o sistemazione di palazzi per pubblici uffici. Ma molte delle minori strade della vecchia città, si snodano ancora anguste e tortuose tra costruzioni molto ammassate. L’aspetto della Rieti medioevale è ben conservato soprattutto nella Via S. Ruffo e nelle piazzette adiacenti. Tra i monumenti principali di Rieti meritano di essere ricordati il Duomo, romanico, il Palazzo Vescovile con la bella Loggia papale, il Palazzo del comune, la chiesa di S. Francesco, ecc.

    Posticciola (Rieti).

    Secondo il censimento del 1951 Rieti aveva 18.865 ab.; il comune 33.250 circa (35.441 nel 1961). Il comune, assai vasto (20.815 ha.), era stato, fra il 1873 e il 1875, accresciuto per l’aggregazione dei comuni di Castel San Benedetto Reatino, San Giovanni Reatino e Sant’Elia Reatino; poi, poco dopo l’erezione a capoluogo di provincia, dei comuni di Cantalice, Contigliano, Poggio Fidoni e Vazia; ma i primi due nel 1946 sono stati ricostituiti comuni a sé.

    Rieti è un nodo importante di servizi automobilistici: anche le comunicazioni con Roma (oltre che con L’Aquila e con Terni) si avvalgono dei trasporti automobilistici, in grande concorrenza con la lunga e scomoda ferrovia.

    La conca di Rieti è nota per i Santuari francescani dei dintorni, che furono tutti dimora del Santo a varie riprese tra il 1208 e il 1225: quello di Poggio Bustone a 1075 m. di altezza sulle pendici del Monte Rosato, quello di Gréccio a 638 m., poco a nord del paese omonimo, quello di Fonte Colombo sulla strada da Rieti a Sant’Elia, a 549 m. di altezza, dove S. Francesco dettò la regola dell’ordine, e quello della Foresta, ultimo visitato dal Santo nel 1225. Questi conventi attestano che la conca era allora tutta circondata in alto da boschi; e notevoli, ben conservati resti ne sussistono ancora. Ed ancor oggi questi santuari sono mèta di pellegrinaggi che danno vita ad un movimento turistico nel capoluogo ed alle attività connesse.

    Il Terminillo

    Ma in misura molto maggiore concorre allo sviluppo turistico e alberghiero di Rieti la vicinanza del Monte Terminillo, centro di villeggiatura estiva e di sport sciistico invernale. Dalla Salaria si stacca, a breve distanza dalla città, una ben costruita strada che risalendo le pendici della « montagna di Roma », giunge a Pian de’ Valli (1614 m.) e a Campoforogna (1675 m.) con uno sviluppo di circa 22 chilometri. In questi dintorni sorge oggi una dozzina di alberghi dei quali alcuni aperti tutto l’anno. Una funivia sale da Pian de’ Valli al Terminilluccio (1873 m.); sul Terminillo, a 2105 m. sorge il Rifugio Umberto I. Oggi la strada da Campoforogna prosegue sulla pendice orientale del Terminillo fino alla Sella di Leonessa (1901 m.) per discendere poi, lungo la Vallonina, nella conca di Leonessa, che fa parte ancora del Lazio amministrativo ed è collegata alla Piana Reatina da una più antica e comoda strada, che per il valico detto La Forca (n 15 m.) a nord del Monte Corno, scende a Morro Reatino.

    Vedi Anche:  La vita economica l'agricoltura, l'allevamento

    La conca di Leonessa e gli altri centri della Via Salaria

    La conca di Leonessa è un’altra conca (o altopiano) intermontano, occupato fino al Quaternario da un bacino lacustre, oggi costituito da due piani, il Piano della Ripa e il più lungo Piano di Vallelunga formanti nell’insieme una mezzaluna a corna allungate. Il Piano di Vallelunga è privo di scolo superficiale, quello della Ripa è percorso dal Corno che peraltro non reca acqua nel letto larghissimo, se non nell’epoca della fusione delle nevi, durante la quale avvengono anzi dannose esondazioni. La considerevole altezza dell’altopiano (intorno a 950 m.), la nudità dei monti circostanti, privi di suolo coltivabile, la conseguente possibilità di coltivare solo il fondo dei piani divisi in numerosi piccoli appezzamenti possono spiegare la peculiare forma di popolamento, che del resto si ritrova con caratteristiche analoghe in altre conche intermon-tane di questa area di confine fra Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche. E forse tale forma rappresenta una sopravvivenza di un tipo di habitat molto antico e diffuso, mantenuto qui e altrove dalle condizioni ora accennate. Manca o quasi la popolazione sparsa; gli abitati non assumono che raramente la fisonomia e l’entità demografica di villaggi veri e propri, ma sono qualche cosa più che nuclei: si chiamano localmente ville e di esse il censimento del 1951 ne segnala 34 con popolazione variabile tra 27 e 243 ab., situate sui pendii circostanti ai piani, talora su piccoli ripiani o sproni fin oltre 1000 m. di altezza, quasi mai nel fondo stesso dei piani (salvo tre eccezioni); quattro o cinque, con popolazione superiore o prossima a 200 ab. possono oggi qualificarsi come villaggi. E presumibile che molte di queste ville risalgano almeno al primo Medio Evo, ma di esse non si ha notizia prima del Mille. Esse vivevano di agricoltura e di allevamento con propria autonomia e proprietà rurali collettive. Ma nel secolo XIII avvenne qui, come altrove, l’incastellamento: fu cioè creato, probabilmente per ragioni di difesa, un centro fortificato, o, più esattamente, il paese di Ripa situato in posizione favorevole a 970 m. di altezza, presso la cerniera che riunisce i due piani: sorse così la «città» di Leonessa. Essa fu sede di una sorta di federazione delle ville ed ebbe solo la rappresentanza politica. Base di vita erano pur sempre i prodotti agricoli e dell’allevamento, quelli cospicui del bosco, e anche, per qualche tempo, l’industria laniera.

    Terzone San Paolo (conca di Leonessa).

    I greggi transumavano d’inverno in Puglia e nella Campagna Romana. Dalla metà del secolo XV la città appartenne, pur con notevoli interruzioni, al Regno di Napoli.

    Il censimento del 1669 assegna a Leonessa e sue ville 1163 fuochi, cioè circa 6000 ab., cifra che può sospettarsi esagerata. Durante il secolo XIX, la popolazione rimase pressoché stazionaria; il censimento del 1861 trovò nel comune 6841 ab., quello del 1901, 8323. Ma da allora si inizia o si accentua il flusso migratorio: la popolazione si riduce a 7460 ab. nel 1921, a 6400 ab. nel 1931, a 5168 ab. nel 1951 e 4450 nel 1961. Dapprima è l’emigrazione oltre Oceano che sottrae gli abitanti; ora è l’emigrazione interna, soprattutto verso Roma legata da rapporti economici molto stretti a questo cantone montano: la colonia dei Leonessani nella capitale è molto numerosa.

    Conferiscono oggi aspetto cittadino a Leonessa, che peraltro ha nel centro poco più di 1500 ab., alcune larghe strade e artistiche chiese di stile architettonico abruzzese. Nonostante la considerevole altezza Leonessa è centro di un vivace traffico; oltre alle due strade già menzionate che la collegano al Reatino, altre due la uniscono a Cascia, nell’Umbria, una per Forca Rua La Cama (938 m.), un’altra, che percorre l’intero Piano di Vallelunga, per la Forca di Chiavano (1140 m.). Ancora una strada di recente costruzione, per la Val Carpinete, si collega dopo quasi 19 km. alla Salaria a Posta.

    Servizi automobilistici collegano Leonessa, lontana dalle ferrovie, direttamente con Roma, oltre che con Rieti e Terni.

    La Via Salaria, varcato il Velino su un bel ponte costruito nel 1934 sul posto del ponte romano, e in lieve salita, raggiunge Cittaducale, una linda e graziosa cittadina su un colle ricco di olivi, fondata nel 1309 da Carlo II d’Angiò su piano predisposto, adattato alla forma ellittica del colle, con vie rettilinee incrociantisi ad angolo retto (il nome le fu dato in onore di Roberto, duca di Calabria). Il comune, pullulante di piccoli nuclei nella fertile campagna, ha circa 4900 ab., ma di essi poco meno di 2000 sono nel nucleo urbano, frequentemente danneggiato da terremoti. La Salaria prosegue attraverso la Piana di San Vittorino, della quale abbiamo altrove segnalato le singolari caratteristiche naturali, e s’inoltra in una stretta all’uscita della quale, oltrepassato Borgo Velino, si ha di fronte Antrodoco, a 510 m. di altezza, in posizione pittoresca ai piedi del Monte Giano. E l’antica Interocrea, città sabina e stazione sulla Via Salaria. Se il nome Interocrea significa, come si ritiene, « tra i monti », esso è veramente bene applicato perchè l’abitato sorge su uno sprone quasi alla convergenza di tre gole, onde la sua posizione munitissima che la fece teatro di molte vicende belliche dall’assedio invano postovi da Federico II nel 1231 alla sconfitta subita nel 1821 da Guglielmo Pepe attaccato dalle truppe austriache, che poterono così aprirsi l’accesso a L’Aquila.

    Terminillo. Anello stradale da Campoforogna.

    Cittaducale.

    Ad Antrodoco infatti si dirama dalla Salaria una strada — la Via Sabina — che, attraverso una spettacolare, lunga gola a pareti spesso assolutamente verticali, le gole di Antrodoco propriamente dette, sale fino a quasi iooo m. (e la ferrovia Rieti-L’Aquila l’accompagna faticosamente) alla Sella di Corno, spartiacque Velino-Aterno. Poche centinaia di metri prima della sella è il confine con l’Abruzzo.

    La Via Salaria continua invece in direzione nord seguendo il corso del fiume Velino: traversata una più lunga serie di gole altrettanto imponenti — le gole del Velino delle quali si è già fatto discorso — e oltrepassato il paese di Posta annidato in una piega della montagna, sale al Passo dello Scandarello (1017 m.), spartiacque tra Velino e Tronto.

    Antrodoco e la sua gola.

    Antrodoco. In primo piano, il fiume Velino.

    Amatrice

    Ma, come già sappiamo, nel Lazio attuale è compreso anche il bacino superiore del Tronto, un Lazio adriatico dunque. Centro principale di questa piccola regione è la conca di Amatrice, di forma irregolare, all’altezza di circa 900 m., che ha qualche analogia con quella di Leonessa, non per l’origine, la struttura geotettonica e la morfologia e neppure per l’aspetto esteriore — oggi del resto notevolmente mutato per la formazione del lago artificiale dello Scanderello — ma per le caratteristiche del suo popolamento. La popolazione è infatti anche qui dispersa fra una cinquantina di ville, situate fra 850 e 1200 m. circa (la più alta è Preta, 1194 m.). molto ravvicinate fra di loro e di entità demografica ancor più tenue di quella delle ville di Leonessa; quasi tutti sorgono su dolci pendii o su brevi ripiani che interrompono i declivi. Tutto il comune di Amatrice aveva 6566 ab. nel 1951 (4918 nel 1961), ma il centro principale, Amatrice non ha più di 1200 ab., e altri quattro solamente ne hanno più di 200.

    La località di Amatrice, dovette essere abitata già in età romana, ma solo a partire dalla fine del secolo X si hanno le prime notizie sicure che si riferiscono ad uno o più conventi benedettini, intorno ai quali pare sorgessero le prime abitazioni. Fino al 1265 la regione appartenne alla Chiesa, poi passò al Regno di Napoli; da allora le fonti storiche ricordano un numero sempre maggiore di ville, alcune delle quali sono oggi scomparse. Si deve tener presente che la regione fu frequentemente battuta da terremoti: gravissimo quello del 1639 che distrusse quasi interamente Amatrice; rovinosi anche quelli del 1672, del 1703, del 1859, ecc. La popolazione ebbe periodi di incremento, alternati con altri di stasi o di deperimento. La metà del secolo XVI rappresenta un periodo di acme, durante il quale si raggiunsero forse gli 8-9000 ab. ; ma dopo il terremoto del 1639 essi erano ridotti alla metà. Il censimento del 1861 trovò nel comune 8147 ab. cresciuti a 10.347 nel 1911. Da allora la popolazione è in diminuzione (7794 ab. nel 1931, 6566 ab. nel 1951, 4918 nel 1961) sia per l’emigrazione transoceanica, sia soprattutto per l’emigrazione interna diretta anche qui, come a Leonessa, in prima linea a Roma.

    Vedi Anche:  La valle dell'Aniene

    Base della vita economica era qui in origine principalmente la pastorizia, poi si è aggiunta anche l’agricoltura; oggi anche le attività turistiche e quelle connesse con la costruzione del lago artificiale hanno qualche importanza.

    Amatrice, nonostante la modesta entità demografica, ha l’aspetto di una cittadina e fu centro di notevole importanza strategico-politica e culturale. Le sue vicende storiche ne misero spesso in luce la funzione di caposaldo alle frontiere settentrionali del Reame di Napoli: ebbe il titolo di fidelis Amatrix per esser rimasta fedele agli Aragonesi nel 1485, fu messa a sacco da Francesco I di Francia nel 1528; passata in feudo ad Alessandro Vitelli, ebbe il titolo di città imperiale; per qualche tempo battè anche moneta. Le case della cittadina sono in genere basse, per difesa dai terremoti, ma molte hanno interesse artistico, al pari di alcune belle chiese.

    Gli abitanti di Amatrice (volgarmente Matriciani) si trasferiscono — come si è detto — volentieri a Roma dove ne sussiste una forte colonia; attivi sono soprattutto gli esercenti osterie e trattorie alcune delle quali rinomate.

    La Via Salaria prosegue in direzione nord e raggiunge Accumoli, a 858 m. alla confluenza del fosso di Terracino nel Tronto. Qui si ripetono condizioni di popolamento analoghe a quelle dell’Amatriciano: il comune (2239 ab. nel 1951; soltanto 1893 nel 1961) consta di una ventina di ville, alcune delle quali sopra i 1000 metri. Il capoluogo Accumoli ha appena 500 ab. ma ha il titolo di città e, sorta al principio del secolo XIII, mostra nell’aspetto di avere avuto in passato importanza maggiore dell’attuale.

    La presenza a Roma di nuclei numerosi e attivi di abitanti provenienti da questo cantone montano, e i rapporti economici che ne derivano, possono giustificare, almeno in parte, l’aggregazione di esso al Lazio.

    I centri delle valli del Salto e del Turano

    La parte sudorientale della Sabina, ad est e a sud della Via Salaria, è la più appartata e la meno frequentemente visitata, per quanto oggi accessibile per buone strade: essa è costituita da tre solchi vallivi, la valle del Turano, quella del Salto, entrambi affluenti del Velino, e, più ad ovest, da un minore solco indicato dall’alta valle del fiume Farfa a nord e dalla valle del Licenza affluente dell’Aniene a sud.

    Di questi tre solchi il più importante è quello del Salto, che forma veramente un cantone a sè, designato con un nome regionale specifico: Cicolano; nome di origine antichissima, perchè derivò da quello degli antichi abitanti, gli Equicoli e rimasto in uso per tutto il Medio Evo (Cicoli) e nell’età moderna, fino ad oggi. Il cantone — chiuso da nord ad est dalla catena del Nuria e sue propaggini e dalla Montagna della Duchessa, che costituiscono una delle aree assolutamente disabitate più estese dell’Italia centrale, limitato ad ovest dalla catena del Navegna, meno elevata, ma tuttavia male accessibile ancor oggi per mancanza di buone strade — si segnala per alcune caratteristiche proprie tra le quali, in prima linea, la disseminazione della popolazione, non in case sparse, che anzi mancano quasi del tutto, ma, come nell’Amatriciano, in modesti villaggi o piccoli nuclei, una novantina nei quattro comuni (Borgorose, Fiami-gnano, Pescorocchiano e Petrella Salto) il cui complesso coincide all’incirca col Cicolano storico (446,37 kmq.). E questa disseminazione in piccoli centri pare fosse antichissima, se si avvicina al vero quello che ci dice Livio : cioè che quando i Romani nel 449 a. C. occuparono la regione equicola, vi erano 41 città, delle quali una gran parte andò distrutta. Ma una sola, Nersae, della quale sussistono ancora alcuni ruderi presso l’odierna Nesce, ebbe qualche importanza; di un’altra, forse la sabina Orvinium, si notano vestigia presso Pescorocchiano; di altre due o tre di incerta ubicazione, si conoscono appena i nomi. Ma la regione era percorsa da una strada che collegava Reate col paese dei Marsi.

    Anche oggi la principale via di accesso si diparte dalla Salaria a Rieti e segue il Salto, poi, dopo la selvaggia gola sotto i Balzi di S. Lucia, si snoda lungo la sponda orientale del grande lago artificiale, formato sbarrando il fiume, fino all’angolo sudest e di qua risale verso Fiamignano. Il lago (circa 8,3 kmq.), del quale si è già fatto cenno altrove, frastagliatissimo e in alcuni punti estremamente pittoresco ha mutato intera-mente l’aspetto della regione: l’antico paese di Borgo San Pietro è rimasto sommerso ed è stato ricostruito più in alto, al pari di Teglieto e di Fiumata (in parte), nonché di un assai lungo tratto della strada; sulle rive o nei pressi sono altri quattro o cinque nuclei abitati. Fiamignano, un po’ lontano dalla strada, a quasi iooo m. di altezza, aveva in passato l’aspetto di un castello murato, ma, semidistrutto dal terremoto del 1915, ha oggi mutato fisonomía; è nel cuore di una regione pullulante di piccoli nuclei a brevissima distanza l’uno dall’altro: il centro non ha più di 500 ab.; l’intero comune 3492 (1961). Qui presso, la strada che segue la valle del Salto, detta comunemente Strada bassa, è raggiunta da una sorta di raddoppio, la cosiddetta Strada alta, che dipartendosi poco dopo Cittaducale, passa per Petrella Salto, su un piccolo ripiano alle falde del Monte Moro, famosa per il castello, oggi rovinato, nel quale fu ucciso Francesco Cenci.

    La strada principale allontanatasi dal Salto si svolge sulle colline alla destra e raggiunge Borgocollefegato, che nel i960 ha assunto il nome di Borgorose, centro principale, capoluogo per così dire, del Cicolano, situato su una dorsale a 735 m. in vicinanza di un’ampia pianura di origine carsica, il Camarone, colmata da alluvioni e materiali detritici provenienti dai solchi che incidono la sovrastante Montagna della Duchessa. Borgorose supera di poco i 1000 ab. (6434 nel comune) ed è sopravanzato dalla vicina Corvaro (1540 ab.) a 842 m., al margine del Camarone presso lo sbocco della Valle Amara. Questi abitati, come molti altri della regione, conservano ancora (nonostante le distruzioni subite per il terremoto del 1915) costruzioni di architettura medioevale, chiese pregevoli, anche qualche casa con nobili facciate e un insieme che richiama al periodo medioevale. Durante questo periodo il Cicolano ebbe potenti feudatari, in prima linea i conti Mareri, e in parecchie località — oltre che a Petrella Salto, a Pescorocchiano, a Leofreni, a Mareri e altrove — rimangono avanzi di castelli e di rocche. Altri centri, ricordati delle fonti medioevali, sono scomparsi e ne restano solo sparsi ruderi. Alcuni andarono distrutti per ragioni belliche, altri furono abbandonati perchè situati a grandi altezze. Ne restano tuttavia parecchi fra gli 800 e i 900 m., due o tre sono prossimi ai 1000. Sull’entità della popolazione in epoche passate, si hanno scarsi dati: per il 1811 furono calcolati poco più di 12.000 ab.; la popolazione è perciò da allora all’incirca raddoppiata, ma dal 1931 si avverte una diminuzione accentuata e in progresso soprattutto a Petrella Salto.

    In primo piano, Paganico Sabino; in fondo, Ascrea.

    Traversato il Piano del Camarone la strada scende rapidamente riavvicinandosi al Salto ed entrando in Abruzzo si innesta poi nella strada Claudia Valeria.

    La valle del Turano, che, come il Salto, ha origine in una regione montuosa, assegnata dall’irregolare confine regionale all’Abruzzo, ha in comune con quella del Salto alcuni caratteri : principale quello derivante dal fatto che anch’essa è sbarrata da una diga che ha dato origine ad un lago artificiale dalle rive bizzarramente frastagliate, ancor più pittoresco di quello del Salto. Anche qui il lago, che come il suo gemello è a 536 m. di altezza, ha mutato interamente l’aspetto della regione: sulle sue rive si specchia il grazioso paese di Colle di Torà; un po’ in alto sul lago sono Ascrea, Paganico Sabino, Castel di Torà, forse l’antica Tiora (da identificarsi secondo altri con Torano); qualche altro centro minore, più elevato e più appartato, è stato abbandonato. Dà accesso alla regione una bella strada che staccandosi dalla Salaria presso l’Osteria Nuova va ad allacciarsi anch’essa alla Claudia Valeria a Carsoli. Ma nella valle del Turano, che ha anch’essa delle sezioni molto incassate, la popolazione non è così dispersa in numerosi piccoli aggregati, come nella valle del Salto, e sono lontani dalla strada, in situazioni di sicurezza, di solito intorno a muniti castelli: Rocca Sinibalda, già ricordata per il suo castello di singolare architettura, Collegiove, Collalto Sabino, a 980 m., con un altro robusto castello, Nèspolo a 885 m., Turania (fino al 1950 Petescia; 703 m.) e altri.

    A cavallo tra la valle del Turano e quella del Farfa è Pozzaglia Sabino, mentre su un dosso allo spartiacque fra il bacino del Farfa e quello del Licenza, a 830 m., è Orvinio, anch’esso notevole per il suo castello. L’attuale nome sostituito a quello precedente, poco gradito, di Canemorto, gli fu dato nel 1863, derivandolo da quello di un’antica località Orvinium; ma sembra tuttavia che questa sia piuttosto da identificare con Pescorocchiano.