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Attività minerarie ed industriali

    Attività minerarie e industriali

    Le ricchezze del sottosuolo

    Sono ormai alcuni millenni, fin dall’epoca preetrusca — pur senza risalire al Neolitico cui appartengono le più antiche tracce di escavazioni minerarie — che l’uomo toscano estrae dal sottosuolo abbondanti minerali, preziosi per lo sviluppo del suo commercio e delle sue industrie. Il rame fu, nei secoli avanti Cristo, il minerale più ricercato e dette luogo a un’intensa lavorazione locale, oltre che a un’esportazione verso la Grecia e quindi verso Roma. Officine per il conio di monete, e fabbriche di armi, di utensili, di statue di rame e di bronzo furono create dagli Etruschi a Volterra, Populonia, Talamone, in altre città della Maremma e della Toscana meridionale, come Arezzo e Chiusi.

    Più tarda fu, almeno in forme cospicue, l’escavazione del ferro che fece abbandonare in parte quella del rame; esso veniva fuso negli altiforni dei centri costieri, dove ancora restano imponenti accumuli di scorie. Così pure fu dell’estrazione dell’argento, che aveva importanti miniere nel Senese, a Montieri e forse in Versilia.

    Anche durante la dominazione romana l’estrazione delle ricchezze del sottosuolo continuò, specialmente per il marmo delle Apuane e, in parte, per il ferro, mentre per l’argento il minerale proveniente dalla Spagna portò all’abbandono delle miniere italiane. Certamente il primo Medio Evo, con la generale decadenza dei commerci e dell’industria, conseguenti all’isolamento politico ed economico, segnò un periodo di stasi quasi completa anche nelle miniere della Toscana. Vìa già intorno al Mille si hanno documenti che attestano l’estrazione del ferro e dell’argento in varie località, per esempio a Montieri, che fu disputata per questo motivo tra Siena, Volterra e Massa, mentre nel Trecento pare fosse fiorente il commercio con l’estero del rame estratto nella zona di Massa Marittima. Nello stesso secolo si hanno riferimenti alle miniere di zolfo e di allume di Monte Rotondo ed alle cave di ferro e d’argento della Versilia e dell’Elba.

    Principali miniere e cave della Toscana.

    Col fiorire dei Comuni e delle Repubbliche e poi, in epoca moderna, con l’unità politica della regione e l’impulso dei traffici marittimi, l’attività mineraria della Toscana riprende intensamente in vari settori, specialmente per il ferro dell’Elba e della Maremma, il sale di Volterra, l’allume di varie località della Toscana meridionale, il rame, l’antimonio, i marmi, ecc., e molte piccole cave e miniere sorgono qua e là, delle quali non resta oggi che il ricordo, abbandonate spesso dopo un primo superficiale sfruttamento per la povertà del materiale o le difficoltà d’estrazione. Nel Settecento e soprattutto nel secolo scorso, ancor prima dell’Unità d’Italia, secondo quanto testimoniano storici e geografi del tempo, l’attività mineraria era molto dispersa in Toscana, ma assai intensa, e cave e miniere si aprivano e si chiudevano in varie parti della regione: verso la metà del secolo si estraeva abbondante ferro a Rio dell’Elba, acido borico a Larderello, sale a Volterra, marmo nelle Apuane, alabastro a Volterra, rame a Montecatini in Val di Cecina, in Maremma e anche presso Arezzo, allume a Montieri, zolfo e antimonio presso Ereta e Montalto, piombo argentifero e cinabro intorno a Pietrasanta.

    Nel nostro secolo la Toscana ha raggiunto una posizione di preminenza nell’economia mineraria italiana: vi si estraggono oltre la metà dei minerali di ferro del paese, i quattro quinti circa della pirite e del salgemma, tutto il mercurio, tutta la lignite picea e metà di quella xiloide, il novanta per cento e più dei marmi. La Toscana è inoltre la sola regione nella quale si abbia una produzione industriale di vapore endogeno. Complessivamente la produzione mineraria supera così il valore annuo di varie decine di miliardi di lire. Essa però non è distribuita in modo uniforme nella regione, ma, quasi a compenso della maggiore povertà delle parti meno sviluppate e industrializzate, si raccoglie in larga percentuale nelle province meridionali, nelle isole e nelle Apuane.

    I minerali di ferro

    Particolare importanza hanno i giacimenti di minerali ferrosi, quando soprattutto si consideri la povertà del sottosuolo italiano in questo settore. Le cave di ferro dell’Elba sono distribuite sul versante dell’isola che guarda il continente, un primo gruppo a nord tra Capo Pero e Rio Marina, un secondo intorno al promontorio di Capo Calamita. Non si tratta di minerali omogenei, chè a nord affiorano in grandi filoni, lungo fratture e faglie, prevalentemente ematiti e limoniti con frequenza di piriti, a sud invece soprattutto magnetite, che è oggi quella più richiesta dall’industria siderurgica. Sono anche sfruttati i giacimenti clastici ricchi di elementi ferrosi, detti « terre » o « gettate ».

    Da quando si è iniziato lo sfruttamento, cioè, come si disse, dal periodo etrusco, si sono forse estratti, secondo recenti calcoli, non meno di quaranta o cinquanta milioni di tonnellate, valutazione questa certamente molto approssimativa.

    L’estrazione, dopo un periodo di grande impulso nell’antichità, non fu mai probabilmente del tutto interrotta, pur soggetta a periodi di stasi e di ripresa: mentre durante il Medio Evo e sotto il dominio pisano pare che la produzione si fosse ridotta a poche migliaia di tonnellate annue, ai tempi dei Medici l’estrazione fu potenziata con nuovi impianti ed aumentò sensibilmente soprattutto nel Settecento. All’Unità d’Italia essa si aggirava sulle centomila tonnellate annue, raddoppiando alla fine del secolo e raggiungendo punte molto alte durante il primo conflitto mondiale (400.000 t). Una cifra eccezionale fu raggiunta con un milione di tonnellate annue durante l’infelice periodo della guerra d’Etiopia, per sopperire alla mancata importazione di materia prima dall’estero. Dopo l’ultimo conflitto mondiale, ad anni di crisi, tra il 1944 ed il 1947, è seguito un periodo di crescente sviluppo, che ha portato la produzione ad una media di oltre mezzo milione di tonnellate annue. Ceduta fin dall’inizio dal governo italiano in appalto a società private, tra cui l’Ilva, in quest’ultimo dopoguerra la gestione delle miniere è passata nelle mani della Finsider (Ferromin) e in parte della Montecatini.

    Cave di ferro all’Isola d’Elba.

    Rio Marina, centro minerario e porto di imbarco del ferro.

    L’impulso maggiore allo sviluppo dell’estrazione del ferro dell’Elba è venuto nel nostro secolo dalla costruzione dei grandi impianti siderurgici di Portoferraio, nell’Elba stessa, entrati in funzione nei primi anni del Novecento e distrutti poi nell’ultima guerra, e di quelli della vicina Piombino, tra i più cospicui d’Italia. Il minerale ferroso viene imbarcato in vari pontili intorno a Rio Marina ed a Capo Calamita ed è diretto, oltre che a Piombino (circa un quarto), a Bagnoli (oltre il 40 per cento) ed a Cornigliano (circa il 30 per cento). Il numero degli operai addetti alle miniere è di circa 700-800, oltre a quelli dei servizi ausiliari. L’attività mineraria ha dunque importanza fondamentale nella vita della popolazione della zona orientale dell’Elba, ben povera di risorse agricole o forestali. L’escavazione avviene per i quattro quinti in cave all’aperto, con impianti moderni, che utilizzano come forza motrice soprattutto l’energia elettrica.

    Le risorse di minerale cibano sembrano allo stato attuale delle conoscenze non molto cospicue, ma le stime dei diversi ricercatori sono in realtà molto diverse fra loro e sono state spesso superate dall’esperienza. S’è anche rilevato in molte cave un notevole peggioramento della qualità del materiale, dal quale si possono estrarre solo ghise impure, poco ricercate sul mercato. Non è escluso che nuovi sondaggi, ora in corso, rivelino nuovi giacimenti anche in altre parti dell’isola. Molti strati più superficiali ed accessibili sono stati però già sfruttati ed il costo del minerale è divenuto ormai quasi sempre superiore a quello importato dall’estero.

    Tra i minerali ferrosi della Toscana sono poi da ricordare quelli estratti nel giacimento di ferro manganesifero del Monte Argentario, il solo in Italia del genere, che occupava un centinaio di operai, con una produzione annua che ha raggiunto nel 1952 circa quarantamila tonnellate di minerale, scendendo poi a tredicimila nel 1956; la produzione è cessata nel 1958. Le miniere, dette il «Passo», che scendono in gran parte sotto il livello marino, hanno una consistenza piuttosto modesta (500.000 t. circa, secondo Moretti). Altri minerali manganesiferi, oggi poco sfruttati, si trovano nell’interno, presso Rapolano e nella Montagna di Cetona.

    Il cinabro del Monte Amiata

    Con la perdita delle miniere di Idria, passate sotto sovranità jugoslava, la Toscana possiede nel Monte Amiata le sole miniere di cinabro d’Italia, da cui si estrae il mercurio. Com’è noto, questo prezioso metallo viene prodotto in pochi paesi del mondo, Spagna, Stati Uniti d’America, Messico e pochi altri, e le sole miniere dell’Armata assicurano il primato italiano nella produzione mondiale, con quasi trecentomila tonnellate annue di minerale. Tale cifra è rimasta pressoché invariata negli ultimi anni.

    Il cinabro dell’Amiata fu estratto già largamente dagli Etruschi e poi dai Romani, che se ne servirono soprattutto per la pittura e le miniature; così fu anche nel Medio Evo di cui tuttavia restano poche notizie. Leandro Alberti, nella sua descrizione dell’Italia, scrive nel XVI secolo che alle radici del Monte Amiata si estrae la « grana da tingere la porpora ». Ma fu solo alla fine del secolo scorso che le risorse minerarie dell’Amiata furono sfruttate su larga scala, con l’apertura di nuove miniere, una diecina in pochi anni, che portarono la produzione a quasi centomila tonnellate annue.

    La zona ricca di cinabro si estende sul versante meridionale del monte, nelle valli della Fiora e dell’Albegna, in provincia di Siena e di Grosseto; le miniere principali sono quelle di Abbadia San Salvatore dove lavorano circa mille operai, con una produzione annua di oltre duecentomila tonnellate di minerale, lavorato sul posto. Minore importanza hanno le miniere Solforate e Siele, in provincia di Siena, con circa quattrocento operai, ove si ricava minerale per 30-40.000 tonnellate annue e la miniera dell’Abetina con una produzione di 18-20.000 tonnellate, e, in provincia di Grosseto, quelle di Seivana e Cerreto Piano. Nuove ricerche sono state di recente condotte per sfruttare i giacimenti della miniera di Bagnore, rimasta inattiva dopo la prima guerra mondiale. Fino al secolo scorso il cinabro veniva estratto in modesta quantità anche nelle Apuane, presso Levigliani (1853) e Monte di Ripa (1851).

    Altri minerali metallici

    Un altro minerale metallifero presente nella provincia di Grosseto è quello di antimonio, soprattutto nel giacimento di Mandano. Malgrado le buone condizioni naturali, l’attività estrattiva subisce frequenti periodi di stasi in relazione alle richieste del mercato. Vi sono poi in Toscana minerali non sfruttati perchè di povero contenuto, oppure distribuiti in troppo piccoli giacimenti, come la cassiterite associata alla limonite nella zona di Campiglia Marittima, il ferro di qualche distretto apuano o della Val d’Aspra. In Versilia, a nord di Stazzema, una miniera di magnetite-ematite è stata sfruttata sino nel secolo scorso ed un’altra a Val di Castello, in più riprese, sino a quest’ultimo dopoguerra. La miniera di galena argentifera del Bottino, in Versilia, presso Monte Ornato, fu nota già agli antichi e poi sfruttata nel Cinquecento e quindi nel nostro secolo, con moderni impianti, dalla società mineraria dell’Argentiera, ma attualmente è di nuovo in abbandono.

    La pirite della Maremma e del Giglio

    Le Colline Metallifere toscane danno in cospicua quantità un prodotto essenziale per l’industria chimica, l’acido solforico, estratto dalla pirite delle miniere di Gavorrano e Ravi, di Niccioleta, di Boccheggiano e Riotorto, di altre minori nella Maremma e nell’isola del Giglio. E questo uno dei settori più recenti e più importanti dell’industria mineraria toscana, dove lavorano circa cinquemila operai e che ebbe il primo impulso quando i Borboni, nella metà dell’Ottocento, aumentando fortemente il prezzo dello zolfo siciliano, provocarono la ricerca altrove della materia prima. Alla fine del secolo scorso si iniziò la lavorazione dei giacimenti di Gavorrano, noti per la loro ottima qualità, maggiormente sfruttati dopo il 19io ad opera della Montecatini: queste miniere occupano oggi circa duemila operai, e sono tra le meglio attrezzate e meccanizzate d’Europa. Il materiale viene portato con teleferiche allo scalo ferroviario di Scarlino e al pontile della rada di Portiglione.

    Dalla miniera di Niccioleta, aperta nel 1927, si ricavarono in un primo tempo cospicue quantità di limonite, che costituivano il cappello dei vasti giacimenti di pirite sfruttati a partire circa dal 1930; vi lavorano oggi quasi millecinquecento operai. Altre importanti miniere di pirite, dette « Il Franco », si trovano nell’isola del Giglio, dove una società inglese ne iniziò lo sfruttamento già nel 1888. Gli impianti furono gravemente danneggiati dopo l’ultima guerra ed il lavoro è ripreso, con circa trecento operai, intorno al 1950, con gestione della Ferromin. Complessivamente le miniere toscane forniscono oltre 1.300.000 tonnellate di pirite (i960), pari a tre quarti della produzione italiana che, come è noto, si trova al terzo posto insieme alla Finlandia, dopo il Giappone e la Spagna, nella produzione mondiale.

    Impianti minerari della Niccioleta, presso Massa Marittima, per l’estrazione della pirite.

    Le saline di Volterra

    Un altro importante settore dell’industria estrattiva toscana è quello del salgemma, che fornisce una percentuale cospicua, il quaranta per cento e più, della produzione italiana di sale. I giacimenti raccolti presso Volterra, nella vai di Cecina, sono appunto noti come Saline di Volterra. L’evaporazione delle acque salate di bacini lagunari isolatisi dal mare, ha creato qui un deposito salino formato da una serie di lenti discontinue, sfruttate forse nell’antichità e nell’alto Medio Evo. Dopo il Mille questi depositi divennero la fonte di rifornimento di sale per gran parte della Toscana e per altre regioni italiane, ed ebbero poi grande impulso nel XVIII secolo, quando i Lorena crearono nuovi e moderni stabilimenti ed impianti di estrazione. Oggi le saline sono sfruttate direttamente dallo Stato che gestisce uno stabilimento con oltre duecentocinquanta addetti e da una società privata, la Solvay, che ha avuto in concessione alcuni giacimenti per la produzione di sali per l’industria nel vicino stabilimento di Rosignano.

    Da una produzione annua di 5-10.000 tonnellate durante il secolo scorso, si salì durante il primo conflitto mondiale a 14.000 tonnellate. L’impulso dato dalla Solvay ha portato dopo il 1919 un rapidissimo incremento, fino a superare le 800.000 tonnellate, circa l’ottanta per cento della produzione italiana di salgemma, con un volume corrispondente a quello del sale marino.

    Molti sono i fattori favorevoli allo sfruttamento delle saline di Volterra: la consistenza dei depositi, che è certamente di varie diecine di milioni di tonnellate di sale, la facilità d’estrazione, essendo le lenti poco profonde e ricoperte di rocce argillose poco resistenti, la disponibilità dell’acqua del fiume Cecina (7500 me. al giorno), la vicinanza al mare ed a buone vie di comunicazione.

    Cava di argilla nel Senese (Taverne d’Arbia).

    Talco, farina fossile, caolino

    Dei soffioni di Larderello, la cui produzione di acido borico ha ormai scarso rilievo economico, diremo in sèguito trattando delle risorse energetiche della regione. Tra le cave secondarie, è opportuno ricordare quella presso Montenero, dove si ha una piccola produzione di talco (poche centinaia di tonnellate all’anno) e quelle dell’Amiata dove si estrae nei comuni di Santa Fiora, Piancastagnaio, Abbadia San Salvatore, una terra silicea, molto leggera e chiara, formata da gusci di diatomee, detta « farina fossile » o, sul posto, « latte di luna » (6-8000 t annue). Questa farina viene raccolta in uno stabilimento di Castel del Piano, da cui è poi esportata prevalentemente nell’Italia settentrionale.

    Il caolino si estrae a Torniella, presso Roccastrada, e a Pozzatello, nel Pisano; terre ocracee e bolari nel Monte Amiata. Piccoli quantitativi di pozzolana si ricavano dalle cave del Grossetano.

    I marmi

    All’antichità romana risale la fama dei marmi toscani delle Apuane, dove si raccoglie tuttora uno dei più imponenti complessi di cave di tutto il mondo. Già avanti l’era cristiana, il porto di Luni era divenuto il centro d’imbarco dei marmi delle valli carraresi che andavano ad arricchire i monumenti della capitale: ne parlano Strabone, Plinio, Stazio, altri scrittori romani. Lo sfruttamento delle cave, pur molto ridotto, non cessò forse mai anche nei secoli successivi, ma una forte ripresa si ebbe soltanto nel Trecento e nel Quattrocento per opera dei Pisani, dei Lucchesi e dei Fiorentini, che impiegarono il marmo nei loro sontuosi palazzi; anche l’arte statuaria e monumentale del Rinascimento — chi non ricorda le statue michelangiolesche ? — dette forte impulso all’estrazione.

    Cava di marmo presso Carrara.

    Il grande commercio del marmo apuano ha inizio comunque soltanto dopo l’Unità d’Italia, quando si passò con un costante aumento da 60.000 tonnellate circa annue nel 1864 a 206.000 nel 1873, a circa 400.000 nel 1912, a 500.000 nel 1926, cifra non più raggiunta neppure in quest’ultimo dopoguerra. Oggi la produzione si aggira infatti intorno alle 450.000 tonnellate (marmo in blocchi), provenienti per tre quarti dalle valli di Carrara e di Massa.

    La storia del marmo apuano durante l’ultimo secolo è costellata però di duri periodi di crisi legati alle variabili richieste del mercato estero, verso cui è affluita in certi anni l’ottanta per cento della produzione. Così le guerre mondiali e la crisi economica del 1929-30 e la successiva politica autarchica del fascismo segnarono una grave flessione nella richiesta e una conseguente stasi di produzione, che investì tutta la regione, portando al fallimento molte imprese ed alla miseria vari strati della popolazione. Anche nell’ultimo dopoguerra la ripresa è stata diffìcile e lenta per le difficoltà incontrate sui mercati di sbocco stranieri. E stata soprattutto la ricostruzione edilizia italiana, seguita subito alle rovine del conflitto, che ha riportato la produzione a cifre molto alte, iniziando un nuovo periodo di floridezza.

    Cava di marmo presso Carrara.

    Trasporto del marmo su una via di lizza.

    I costi di produzione sono tuttavia ancora piuttosto alti ed impediscono un maggior impiego del marmo nell’edilizia; a questa situazione non è estraneo il regime vigente di concessione delle cave che dà luogo a frequenti lotte con agitazioni operaie. Abolite nel XIX secolo le antiche « vicinanze », specie di corporazioni chiuse proprietarie delle cave, l’agro marmifero ed i diritti di sfruttamento passarono ai Comuni. Ma i veri padroni divennero di fatto i concessionari che ebbero dai Comuni stessi la gestione delle cave; essi limitarono a loro giudizio la produzione e istituirono il subaffitto con un tasso del quattordici per cento, il cosiddetto settimo, tuttora esistente, che incide naturalmente sui costi; a tali interessi parassitari si unisce talora anche l’arretratezza di molti impianti, dovuta al frequente frazionamento delle imprese.

    Il trasporto del marmo come avveniva alcuni decenni or sono.

    I marmi apuani attualmente sono estratti in 320 cave (se si considerano anche quelle abbandonate il numero sale ad oltre un migliaio), distribuite su una vasta area montuosa di circa settemila ettari nella provincia di Massa-Carrara, nelle valli retrostanti la città fin oltre mille metri di altitudine (oltre due terzi della produzione totale), e di Lucca (in Versilia e Garfagnana). Il marmo si presenta con aspetti molto diversi: più noto è il bianco-chiaro di Carrara, di eccezionale purezza, in quanto contiene fino al novantotto per cento di carbonato di calcio puro. Bianchissimo e pregiato anche per la sua rarità, è lo statuario che si presenta in brevi banchi che lasciano spesso il posto a marmi venati. In Versilia si estrae il bianco-porcellana, con sfumature leggermente azzurre. Tra i marmi colorati hanno particolare diffusione il bardiglio, che si presenta con diverse gradazioni di grigio-azzurro, talora molto scuro, il paonazzo dal fondo giallo screziato di nero, il persichino con vene rosse violacee su fondo bianco, il rosso di Castelpoggio, il nero di Colonnata, Yarabescato grigio della Versilia, di colore grigio venato, il cipollino o cipollona dalle tonalità verdastre, e molti altri ancora.

    L’estrazione dei blocchi di marmo avveniva in passato, presso i Romani e nel Medio Evo, con lo scalpello e l’ausilio di cunei di legno o di argani a mano, per cui era necessaria una enorme manodopera servile. Alla fine del Cinquecento si cominciò a usare la polvere pirica che rese molto più rapida l’escavazione, determinando però anche grandi accumuli di detrito, detti « ravaneti ». Da questo secolo è diventato di uso comune la sega a filo elicoidale, azionata elettricamente.

    Il trasporto dei blocchi avviene per le « vie di lizza », lunghi e ripidissimi piani inclinati dove, su un fondo pavimentato a blocchi di marmo, vengono fatte scivolare delle specie di slitte di legno, dette appunto « lizze », cariche di blocchi marmorei che superano talora dieci o venti tonnellate di peso. Occorre molta esperienza e prudenza per far scendere il marmo su queste vie, manovrando le lunghe corde di canapa e d’acciaio ed i sostegni di legno (parati) resi scivolosi dal sapone o dai grassi; non pochi operai della cosiddetta « compagnia di lizza », hanno perduto la vita in questo lavoro. Oggi teleferiche, ferrovie, strade carrozzabili rendono più agevole il trasporto verso valle fino alle segherie ed ai porti; una ferrovia fu aperta già nel 1876 da Marina di Carrara fino a Ravaccione, a 450 metri di altezza, nell’interno della montagna.

    Come già si disse, il grande numero di cave di marmo ha reso ancor più aspro il paesaggio tormentato delle Apuane, dove, ai piedi delle pareti tagliate a picco e luccicanti al sole, si accumulano i mantelli detritici di scarto, i « ravaneti », il cui volume e il cui peso superano di gran lunga la pietra esportata.

    Pur di importanza economica molto minore di quella dei marmi apuani, si devono ricordare anche i marmi di Siena, dalle tonalità gialle, molto ricercati per la pavimentazione delle case moderne, il rosso del Monte Amiata, ed altri ancora. Nelle province di Siena e di Grosseto la produzione supera le 15.000 tonnellate annue di marmo in blocchi e ha raggiunto in anni recenti le centomila tonnellate di pezzame.

    Le pietre da costruzione e le marne

    Vedi Anche:  Le principali città della Toscana

    Tra i materiali da costruzione più impiegati in Toscana, si deve ricordare l’arenaria della formazione eomiocenica del macigno, cui appartengono la pietra serena e la pietra bigia, così frequenti nei palazzi e nelle vecchie case, soprattutto della Toscana settentrionale. Un calcare arenaceo a grana molto fine, la pietraforte, compare anch’esso largamente in vecchie costruzioni, tra cui a Firenze il Palazzo Vecchio, quello del Podestà, Santa Croce, Santa Maria Novella, Palazzo Pitti, ecc. ; di arenaria-macigno sono invece gli Uffizi fiorentini. L’escavazione dell’arenaria ha luogo soprattutto nella provincia di Firenze, con oltre sessantamila tonnellate annue in blocchi e oltre trecentomila in pezzame. Intorno a Pisa si usano largamente i calcari del Monte Pisano di vario aspetto e colore, come pure la pietra detta verrucano, col cui nome si intendono rocce clastiche assai compatte ed antiche, di colore grigio.

    A Livorno e nella Toscana costiera meridionale si impiega la panchina, roccia litoranea quaternaria formata da sabbie, conchiglie, alghe calcaree, sovente molto compatta e cementata, mentre un’altra panchina formata di rocce calcaree plioceniche, grigie e dure, si impiega largamente nei centri abitati più interni come Volterra. In quest’ultima zona, come nel Senese, si usano anche i travertini quaternari che ricoprono i terreni pliocenici di aree abbastanza estese in provincia di Siena (oltre 100.000 t annue), l’arenaria tufacea o tufo, formata di sabbie calcaree, silicee, ferruginose, talora molto cementate e dure, largamente usate, per esempio, a Montepulciano e in tutta la Maremma. Abbastanza usato in provincia di Grosseto è il tufo vulcanico. Altre rocce quali il gabbro, una serpentina molto scura, detta talora granitone per la sua grana grossa, s’impiega sovente per motivi decorativi per rompere la monotonia delle costruzioni in pietra grigia. Altre varietà di serpentine molto usate sono la ranocchiaia e il verde o nero di Prato, come pure di uso prevalentemente decorativo sono i travertini di Rapolano, gli alabastri calcarei di Montalcino e quelli gessosi di Volterra e di Castellina Marittima (oltre 5000 t annue).

    Particolare importanza ha in Toscana l’estrazione delle marne, di cui diremo meglio trattando dell’industria del cemento: le sole province di Firenze e di Arezzo danno oltre quattrocentomila tonnellate annue e quelle di Massa-Carrara, Lucca e Livorno circa centomila. Quantità cospicue raggiunge anche la produzione del calcare per cemento, calce e usi industriali, per la quale primeggia la provincia di Livorno con 1,3 milioni di tonnellate, seguita da quelle di Firenze, di Pisa, di Massa-Carrara e di Grosseto. Argilla per laterizi e terrecotte sono infine estratte in tutte le province.

    Cava di macigno a Monte Ceceri (Firenze).

    Le Balze di Volterra.

    Le fonti di energia: le ligniti

    Anche nella produzione dei combustibili fossili la Toscana ha in Italia una posizione di rilievo, che riguarda tuttavia i carboni più poveri, terziari e quaternari, le ligniti cioè e le torbe. I bacini lignitiferi sono numerosi nella Toscana interna, in Garfagnana, nel Senese, nella Maremma, ma i giacimenti sfruttati con mezzi moderni sono oggi solo quelli del Valdarno di Sopra.

    E questo un settore dell’industria estrattiva travagliato da grossi problemi economici e sociali, per le forti oscillazioni di mercato legate a situazioni contingenti: il limitato rendimento calorifico della lignite e della torba hanno determinato, infatti, periodi di intensa attività estrattiva durante le recenti guerre, seguite da periodi di abbandono per la concorrenza dei più ricchi carboni importati. Solo lo sfruttamento sul posto del materiale rende ormai conveniente il mantenimento delle cave.

    Lo sfruttamento delle ligniti rimase limitato e sporadico sino alla metà del secolo scorso, quando si cominciarono ad aprire le cave del Valdarno e della Maremma, raggiungendo alla fine del secolo una produzione di duecentomila tonnellate complessivamente. Questa cifra salì poi ad oltre un milione durante l’ultima guerra.

    Le miniere di Ribolla in Maremma, tristemente note per la sciagura del 1954, dove trovarono la morte quaranta minatori, dopo avere raggiunto durante l’ultima guerra una produzione annua di circa 270.000 tonnellate, attraversano oggi un grave periodo di crisi per la difficoltà di utilizzare in loco il prodotto ed anche per la mancanza di moderne attrezzature. Lo stesso si può dire della miniera di Baccinello, poco a est di Grosseto. Più favoriti sotto questo aspetto sono invece i giacimenti lignitiferi del Valdarno tra Rignano ed Arezzo, dove la lignite, di ottima qualità, si presenta

    in banchi lenticolari di varie decine di metri entro le argille plioceniche e le cui riserve complessive pare si aggirino su cento milioni di tonnellate o più. Le lenti di lignite sono sparse ai piedi dei Monti del Chianti, presso Caville, Carpineto, Pian di Colle, Rupinata e altrove, ma le principali sono quelle di Castelnuovo dei Sabbioni e di Allori San Donato, che hanno ancora cospicue riserve.

    Anche qui, dopo il periodo bellico in cui si ebbe una produzione di carattere eccezionale, sopravvenne un periodo di crisi finché, nel 1955, furono installati nuovi impianti per rescavazione del minerale a cielo aperto e, nello stesso tempo, si costruì una grande centrale termoelettrica, la « Santa Barbara », per lo sfruttamento del materiale sul posto senza oneri gravosi di trasporto. La difficoltà di mettere alla luce gli strati di lignite, ricoperti da strati di rocce argillose di varie diecine di metri, è stata superata con l’escavazione di una trincea mobile a forma di U orizzontale, con due fronti, uno di escavazione ed uno di riporto del terreno. Su una serie di gradinate livellate da ambo i lati corrono i nastri trasportatori che raccolgono la terra scavata da potenti escavatrici, capaci di rimuovere cinquantamila metri cubi di terra al giorno, e la portano agli spanditori che la ridistribuiscono regolarmente sull’altro lato della trincea. Questa originale meccanizzazione ha reso produttivo un giacimento destinato altrimenti all’abbandono (circa 400.000 t di lignite all’anno), ma ha determinato anche una forte diminuzione di impiego di manodopera, scesa da duemila a soli trecento operai.

    Altri bacini lignitiferi sono sparsi, come si è detto, nelle pianure e nelle colline della Toscana interna e furono in passato soggetti ad uno sfruttamento abbastanza intenso: così i depositi presso Barberino di Mugello, con riserve di 10-15 milioni di tonnellate, molto utilizzati durante l’ultima guerra, quelli torbosixiloidi di San Gimignano, dai quali si ricavò nei decenni scorsi buon combustibile e gas per illuminazione, quelli di San Donato e Gaville in Valdarno, quelli, profondi circa novanta metri e perciò difficilmente sfruttabili, della pianura di Firenze e Pistoia.

    I soffioni di Larderello

    Solo esempio di sfruttamento di forze geotermiche a fini industriali in Italia, i soffioni boraciferi costituiscono una delle più rilevanti risorse naturali delle colline metallifere e della Toscana tutta. I più importanti e utilizzati ormai da decenni sono quelli di Larderello, ma altri sono sparsi in un territorio di circa duecento chilometri quadrati nei comuni di Pomarance e Castelnuovo Val di Cecina (provincia di Pisa), e di Massa Marittima e Montieri (provincia di Grosseto). Un’area a sè, di sfruttamento recentissimo, è poi quella del Monte Amiata.

    I vapori, fortemente radioattivi, provengono da ammassi magmatici profondi alcune migliaia di metri e risalgono verso la superficie attraverso fratture dei sovrastanti terreni paleozoici e mesozoici, oppure attraverso fori artificiali praticati dall’uomo. I primi esperimenti di utilizzazione risalgono alla fine del XVIII secolo e furono intensificati nell’Ottocento da una compagnia livornese diretta dal francese Francesco de Larderei, da cui deriva appunto il nome al gruppo più importante. Egli affittò una serie di lagoni, cioè di specchi d’acqua fangosi mantenuti in ebollizione dal vapore, e li imprigionò dentro speciali costruzioni in cui il vapore stesso riscaldava le caldaie e consentiva la concentrazione dell’acido borico. Nei primi anni del nostro secolo si eliminarono i lagoni e si cercò il vapore naturale direttamente nel sottosuolo attraverso numerose perforazioni, le prime di poche decine di metri, quindi di alcune centinaia, infine di millecinquecento e più metri di profondità. Grande eco ebbe lo scoppio avvenuto nel 1931 del « Soffionissimo ». Gli impianti allestiti tra le due guerre mondiali furono in gran parte distrutti durante l’ultimo conflitto, ma successivamente la società di Larderello ha ripristinato e modernizzato gli impianti stessi mettendo in funzione otto centrali, con una produzione elettrica annua di oltre due miliardi di chilowattore.

    Come apparivano i soffioni di Larderello all’inizio del loro sfruttamento nel nostro secolo.

    I moderni impianti di Larderello (le torri di raffreddamento).

    In questi ultimi anni sono state condotte ricerche con esito positivo soprattutto intorno al Monte Amiata, tra Arcidosso e Santa Fiora. Qui dopo l’esplosione di un soffione nel dicembre 1958, conseguenza indiretta di sondaggi per la ricerca del mercurio, altri se ne aggiunsero, più ricchi di fluido endogeno, e ad essi fu collegata una centrale della potenza di 12.500 chilowattore. Tra i primi soffioni, sono quelli di Bagnore I e Bagnore II, cui si sono aggiunti il Senna I e Senna II, rispettivamente nell’aprile e nel dicembre del 1961, intorno a Piancastagnaio. Gli anni futuri potranno certamente portare a nuovi imprevedibili sviluppi.

    L’energia elettrica di Larderello è usata prevalentemente per le ferrovie dello Stato. Recentissimo è uno stabilimento a Saline di Volterra che impiega l’energia per la lavorazione in loco del salgemma e la produzione di cloro, soda caustica ed altre sostanze chimiche.

    Come già si è avuto occasione di dire, l’importanza dei soffioni non riguarda solo l’energia elettrica: utilizzando le sostanze contenute nel vapore, si ottengono, in modernissimi impianti, acido borico, borace, anidride borica, bicarbonato ammonico e zolfo, carburo di boro ed altri derivati borici.

    L’energia idroelettrica

    Alla produzione di energia geotermica delle centrali di Larderello e del Monte Amiata e a quelle di Castelnuovo dei Sabbioni, ora ricordate, si deve aggiungere la produzione di altre centrali termiche situate soprattutto nella fascia costiera (Livorno, dove la centrale turbogas « Luigi Orlando », è nel suo genere la maggiore del mondo, Cecina, Rosignano, Piombino, Isola d’Elba, ecc.). Nell’insieme l’energia termica e geotermica rappresenta oltre i tre quarti di quella prodotta in tutta la regione (circa quattro miliardi di chilowattore).

    Impianto di Vinchiana: lo sbarramento sul Serchio a Borgo a Mozzano.

    Impianto di Pian della Rocca. La diga sulla Torrite Cava.

    L’energia idrica ha le sue maggiori centrali nelle province di Lucca, di Massa-Carrara e di Pistoia; minori impianti si trovano nel Grossetano e intorno ad Arezzo e Siena. Particolare importanza in questo settore ha il bacino del Serchio, dove imponenti lavori di costruzione di bacini artificiali sono stati compiuti nelle valli appenniniche e soprattutto apuane. I maggiori impianti sono stati realizzati solo dopo l’ultima guerra, quando furono condotte a termine la centrale di Torrita (1953) con i cospicui serbatoi di Vagli (il maggiore della Toscana, con 34 milioni di metri cubi d’acqua), di Gramolazzo e di Isola Santa, e quella di Vinchiana (1952) per l’utilizzazione delle acque del Serchio dopo la confluenza della Lima. Il recentissimo grande Lago di Tana Termini consentirà un razionale sfruttamento anche di quest’ultimo fiume. In Garfagnana sono anche gli impianti di Pian della Rocca (1938), del Corfino (in esercizio fin dal 1914), di Castelnuovo di Garfagnana (1925) e di Gallicano (1916) e altri ancora (Sillano, Fabbriche, Sillico, Torrite, Ravacce, Lima, ecc.). Altri si trovano nell’alta Valle della Lima (Sestaione, Sperando). Recentissimi sono gli impianti di La Penna e di Levane nel Valdarno Superiore (1958).

    Uno sguardo alla produzione di energia elettrica in Italia, dà alla Toscana un assoluto primato per quella termica e geotermica, di cui già si è detto, mentre la pone all’undicesimo posto per quella idrica (meno di un miliardo di chilowattore).

    Le industrie manifatturiere

    La visione tradizionale che in genere gli Italiani e gli stranieri hanno della Toscana, è quella di un paese di antica civiltà, pieno di ricordi storici e artistici, con una sua fiorente agricoltura, con un antico e raffinato artigianato, ma ancora poco ricco di industrie. Una regione cioè molto diversa da altre, come la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, dove il pensiero corre subito ad un paesaggio di ciminiere e di officine, anziché di monumenti e di chiese.

    Eppure nulla di più inesatto e incompleto di questa visione convenzionale. A guardar meglio, l’economia della Toscana si rivela sùbito assai complessa e multiforme, varia da parte a parte, fondata, oltre che sull’agricoltura, sull’artigianato e sul turismo, anche su strutture industriali che sono fra le più interessanti, e talora anche fra le più importanti d’Italia. Stabilimenti ed opifici sono cioè anch’essi un elemento caratteristico del paesaggio toscano, o almeno di alcune sue parti, e rivelano la presenza di industrie di ogni dimensione, che completano una ricca gamma di piccole attività industriali disseminate nelle città, nei villaggi e perfino nelle case di campagna.

    Basti qualche dato sommario — anche se taluni settori dell’industria toscana sfuggono in parte ai rilievi statistici — a mettere in evidenza, a prima vista, tale carattere: secondo il censimento del 1961, la Toscana si trova al quarto posto fra le regioni italiane come numero di aziende, dopo la Lombardia, il Piemonte e l’Emilia, e al quarto posto come numero di dipendenti, seguendo anche al Veneto. Anche come percentuale di addetti all’industria sulla popolazione attiva la Toscana conserva circa la stessa posizione pur superata dalla Liguria e dal Friuli, ma non dal Veneto. Tra il 1951 e il 1961, cioè tra i due ultimi censimenti ufficiali, si è avuto un aumento di circa il cinquanta per cento nel numero degli addetti e del venti per cento in quello delle imprese, con un ritmo di sviluppo superiore in proporzione a quello della Lombardia e del Piemonte e inferiore solo a quello dell’Emilia e del Veneto.

    Questa posizione di primo piano nella graduatoria nazionale non illuda tuttavia troppo: come meglio vedremo, vi sono profonde differenze strutturali ed economiche tra le industrie della Toscana e quelle delle regioni ora ricordate. La Toscana resta comunque una delle regioni più industrializzate d’Italia e di gran lunga la più industrializzata dell’Italia centro-meridionale. Tale situazione è confermata dai vari settori dell’industria manifatturiera, industria cioè nel senso stretto, che è anche quello corrente della parola, e che costituisce un campo ben differente da altre attività di tipo industriale, quali possono essere quella estrattiva, quella del turismo e quella dei trasporti, di cui parliamo in altra parte di questo volume.

    Nel campo delle industrie manifatturiere dunque, la Toscana occupa complessivamente in Italia il quarto posto, dopo Lombardia, Piemonte e Veneto; in particolare essa occupa il quinto posto nel settore tessile, dopo la Lombardia, la Liguria, il Piemonte e il Veneto; il terzo posto nelle industrie delle pelli e del cuoio; il quarto posto in quelle della carta; il quarto posto tra quelle del legno; il quinto posto tra le industrie metallurgiche ; il sesto posto tra quelle meccaniche ; il secondo posto per la lavorazione di minerali non metalliferi; il quinto posto per le industrie chimiche e così via.

    Se poi osserviamo la regione, anziché nel suo insieme, nelle sue varie parti, rileviamo facilmente come alcune province, o ancora meglio, alcune parti di esse siano tra i distretti più industrializzati d’Italia, anche se ben lontani certo, da altre province, soprattutto settentrionali.

    L’industria, cioè, è privilegio non di tutta la regione, ma di qualche zona ben definita: la preminenza della provincia di Firenze, in certi settori, è evidente; nel campo dell’industria manifatturiera, essa raccoglie circa 150.000 addetti — questo secondo dati ufficiali che sono certamente inferiori alla realtà — e quindi pari a quasi la metà di tutta la regione.

    Essa è dunque fra le province italiane una delle più industrializzate, inferiore solo a quelle di Milano, di Torino, di Genova, di Roma, che sono, com’è noto, più popolose della nostra, così che se si considera la percentuale degli addetti alle attività industriali manifatturiere rispetto al numero degli abitanti, Firenze risulta più industrializzata anche di Roma. Le altre province toscane più ricche di industrie sono Lucca e Pisa, alle quali seguono Livorno, Pistoia, Arezzo, Siena, Massa-Carrara, Grosseto.

    C’è dunque un notevole accentramento dell’attività industriale in una parte sola, non molto vasta, perchè anche entro il territorio singolo delle province, vi sono aree molto diverse fra loro: è quella valle dell’Arno, da Arezzo o anche più in su, dal Casentino al mare, quella valle che tanta importanza ha avuto ed ha nella vita e nella storia della regione, che raccoglie di gran lunga la maggior parte delle industrie: oltre l’ottanta per cento se si comprendono anche le limitrofe pianure del Serchio e dell’Ombrone pistoiese.

    Dalla grande industria al “ lavoro a domicilio

    I dati statistici che abbiamo ricordato non possono da soli bastare a considerare la situazione della Toscana, perchè potrebbero portare a visioni superficiali: «industria » è infatti un’espressione generica e le strutture industriali possono essere così diverse fra loro da avere importanza economica e sociale molto differenti, da porre problemi finanziari e di sviluppo del tutto contrastanti.

    Si vedano dunque più da vicino queste industrie toscane: nella regione ve ne sono di tutte le dimensioni: con oltre cinquecento, mille, duemila e più operai, grosse industrie cioè che raccolgono il venti per cento degli addetti; industrie medie da cinquanta a cinquecento operai, con il trenta per cento degli addetti ; industrie sotto i cinquanta operai, che raccolgono oltre il cinquanta per cento degli addetti. Tra queste ultime prevale l’industria più piccola con meno di dieci operai: la percentuale di queste ultime è superiore alla percentuale media italiana (non solo delle regioni più industrializzate). Ecco dunque che già si manifesta un importante carattere dell’apparato industriale toscano che fa pensare ad un parziale invecchiamento delle strutture.

    E realmente l’industria toscana è molto varia, accostando alle imprese di tipo moderno, fondate sul grande capitale, forme di produzione che per le loro piccole dimensioni, per la modestia dei mezzi finanziari, per l’eccessivo frazionamento, parrebbero ormai superate, senza possibilità di resistere alla concorrenza sempre più pressante di altre regioni italiane e di altri stati. Ma, in qualche caso, è invece vero il contrario, poiché sono proprio queste forme apparentemente antiquate quelle che permettono di sopravvivere ad alcuni settori dell’industria toscana: se l’artigianato tradizionale è tuttora assai vivo, forte di una manodopera esperta e di buon gusto, si sono sviluppate di recente forme di produzione che richiamano quelle artigianali, ma che hanno in realtà una configurazione a sè, riassunta nell’espressione ormai corrente di « lavoro a domicilio » e « lavoro in conto terzi ». Fenomeno questo non soltanto toscano, ma di cui la nostra regione ci dà alcuni dei primi e più singolari esempi.

    Il « lavorante a domicilio » non è un vero artigiano lavorante in proprio, ma un semplice esecutore che lavora prodotti in serie in casa anziché in fabbrica, che svolge cioè il lavoro che gli viene affidato da un imprenditore, il quale in sostanza è un industriale pur senza avere uno stabilimento. Nel dopoguerra è avvenuto in varie parti della Toscana uno smembramento, una smobilitazione di diverse industrie che si sono polverizzate, ma non sono scomparse: il lavoro cessato in fabbrica è proseguito nelle case degli operai, si è disperso nei borghi e nelle campagne, dove si sono trasferiti gli strumenti di lavoro.

    L’industria si è liberata così dei troppo grossi oneri assicurativi, di salario, ecc., e la produzione è continuata con lo stesso ritmo, ed è anzi aumentata, pur attraverso strutture che appaiono socialmente assurde nel mondo moderno.

    Certamente, questo è stato il mezzo di salvare numerose imprese che non potevano più reggere alla concorrenza con industrie più aggiornate e che hanno trovato nel maggior sfruttamento della manodopera, nella elusione di obblighi assicurativi e fiscali, la possibilità di produrre a prezzi di concorrenza.

    La manifestazione più tipica e più estesa del fenomeno, si è avuta, com’è noto, nell’industria tessile pratese, dove si sono superate crisi che parevano compromettere per sempre l’antica tradizione tessile del maggior centro laniero italiano. Ma il lavoro a domicilio, che ha peraltro radici molto vecchie nella organizzazione dell’artigianato quale già si aveva nei secoli scorsi, si è sviluppato nell’ultimo dopoguerra anche in altri settori, come quello dell’abbigliamento (vestiti, maglierie, scarpe), delle pelletterie, del mobilificio, ed altri ancora. Basti dire che i lavoranti a domicilio che nel 1936 erano 18.000, in tutta la Toscana, superano ora, secondo calcoli recenti, le 70.000 unità nella sola provincia di Firenze.

    Dato l’interesse sociale ed economico del problema, che dà luogo a contrastanti punti di vista, ci pare opportuno riportare quanto già scrivemmo su come il fenomeno si è verificato nell’area tessile pratese: «La crisi nelle esportazioni, sopravvenuta alla floridezza e all’euforia del dopoguerra, determinò improvvisamente, già intorno al 1948, un momento di panico ed incertezza nell’industria e nel commercio pratese. Ma, come sempre, Prato fu pronta a riprendersi: si cercò allora di mutare cammino, di fabbricare nuove qualità di tessuti, di aprire nuovi mercati interni e di allargare quelli nazionali. E per far questo si cercò soprattutto di produrre a minor prezzo per vincere ogni concorrenza di paesi, come la Germania o il Giappone, che stavano riprendendo la loro attività. In Prato c’era un certo numero di artigiani tessili, ma erano pochi ed erano veri e propri artigiani che lavoravano per proprio conto. La maggior parte dei telai era invece raccolta in stabilimenti più o meno grandi; era anzi questo il settore più compatto e concentrato del ciclo della produzione tessile.

    « Come liberarsi dunque di tale apparato costoso, sia per l’impiego di capitali, sia per le tasse che gravano fortemente sui costi? Ecco dopo il 1948 alcune fabbriche cominciano a smobilitare: lo stabilimento chiude o per lo meno si ristringe, e licenzia tutti i dipendenti o parte di essi. Ma ciò non segna la fine dell’industria pratese. Tutt’altro: uno per volta i telai prendono la via delle case degli operai in città o nelle campagne e qui continua il lavoro che veniva compiuto prima entro la fabbrica.

    Vedi Anche:  Monti, poggi, pianure e coste

    Il telaio viene dall’industriale affittato o venduto, magari con lunghe rate di pagamento, ai suoi stessi dipendenti, che acquistano così una propria autonomia. Essi diventano lavoranti in proprio, o “ lavoranti a domicilio ”, come si dice non senza uno spunto polemico, non indipendenti tuttavia come gli artigiani, bensì sempre legati all’industriale, il quale fornisce loro l’ordito da lavorare e ritira il tessuto. Per questo fenomeno, dal 1949 al 1953, chiusero ventotto aziende con 2924 addetti ed altre trenta ridussero il lavoro in fabbrica, licenziando ben 3082 operai.

    « Le conseguenze di tale processo di smobilitazione dell’industria risultarono assai efficaci ai fini della produzione ed il fenomeno aumentò perciò di intensità subito dopo la sua prima manifestazione. Dal punto di vista economico il tessuto veniva a costare sensibilmente meno, perchè l’operaio non gravava più sul datore di lavoro con spese di assicurazione e di previdenza, mentre le fabbriche, smobilitate, non pagavano più tasse e si rendeva molto difficile un controllo fiscale sulla produzione. Non solo, ma ciò che è ancora più importante, il telaio, lasciata la fabbrica, non lavorava più soltanto otto o dieci ore al giorno, ma talvolta persino senza interruzione per tutte le ventiquattr’ore!

    « Ecco infatti le conseguenze anche di natura sociale del fenomeno : l’operaio, trasformatosi in una specie di lavoratore a cottimo, ha tutto l’interesse di far lavorare il telaio il maggior numero di ore possibile per guadagnare di più e riprendere od aumentare il salario che aveva in fabbrica. Così intorno al telaio non lavora più una sola persona, ma lavorano le donne, lavorano i ragazzi, talora, a turno, tutta la famiglia. Un maestro della campagna prossima alla città ci diceva un giorno come molti suoi allievi non studiassero più: arrivano a casa dopo la scuola e, altro che compiti!, c’è il turno al telaio! E noi stessi abbiamo potuto osservare, passando talora per le strade intorno a Prato, nella tarda sera, la luce filtrare dai locali dove era installato il telaio, che lavorava appunto anche durante la notte.

    « Talora, ma in pochi casi, il telaio è rimasto nella fabbrica stessa affidato alle mani dell’operaio, che paga al proprietario dello stabilimento l’affitto per lo spazio occupato ».

    Concludendo queste osservazioni sul carattere dell’industria toscana, occorre rilevare come nel complesso questo settore economico presenti accanto ad aspetti positivi anche non lievi motivi di preoccupazione. A parte il travaglio della grande industria, che ha visto sull’orlo della chiusura imprese come la Pignone di Firenze, la Magona di Piombino, la Montecatini di San Giovanni Valdarno, cui ha corrisposto tuttavia il fiorire di nuovi più numerosi stabilimenti, molti settori delle piccole industrie si dibattono in frequenti crisi, legate alle oscillazioni di mercato: non poche piccole aziende stentano a rimodernarsi per mancanza di mezzi e cercano allora di sfruttare al massimo la manodopera per resistere alla concorrenza producendo manufatti di buon gusto al minimo prezzo possibile. La mancanza di capitali capaci di dare tono e strutture moderne all’industria si fa sentire in Toscana in diversi settori: mentre i grandi capitali liberi si concentrano soprattutto nell’Italia settentrionale e

    il Mezzogiorno fruisce di vantaggi fiscali, di sovvenzioni da parte del Governo e sfrutta una manodopera spesso mal retribuita, la Toscana difende, con i propri mezzi, la volontà e la capacità dei suoi imprenditori e delle sue maestranze, un apparato industriale fiorente spesso, ma anche instabile e più di una volta invecchiato. Negli ultimi anni tuttavia le nuove iniziative sono apparse particolarmente feconde e hanno permesso alla Toscana nuove affermazioni sui mercati italiani e stranieri. Cospicui capitali sono affluiti anche dall’esterno, in particolare da regioni più industrializzate, dove il reperimento della manodopera operaia è divenuto sempre più difficile.

    Le risorse naturali dell’ambiente toscano sono solo in qualche settore favorevoli al progresso industriale: tra questi è la ricchezza del sottosuolo che ha stimolato il sorgere di industrie siderurgiche (ferro dall’Elba), di cementifici e fabbriche di laterizi (calcare, marne ed argille), di stabilimenti marmiferi, di impianti che sfruttano i gas naturali. Ma le fonti di energia, come ricordiamo in altre parti, non sono Certamente abbondanti.

    Altre industrie hanno la loro base nella produzione agricola (industrie olearie e vinicole, produzione di fiaschi, di imballaggi, ecc.), ma i fattori dell’industria toscana sono soprattutto umani: una tradizione artigianale antica, una manodopera attiva e dinamica, la presenza ormai di un mercato e di un tenore di vita di paese moderno e sviluppato.

    L’industria toscana dopo l’Unità d’Italia

    All’Unità d’Italia la Toscana appariva come un paese eminentemente agricolo, con un artigianato di antiche tradizioni, che aveva avuto nei secoli precedenti una eccezionale floridezza anche commerciale, ma che era oramai ridotto ad un mercato quasi soltanto locale; la politica economica granducale non aveva certo favorito gli inizi della formazione di un apparato industriale moderno. Del resto, le condizioni di tutta l’Italia centro-meridionale, dello Stato Pontificio e nel regno Borbonico, erano sotto questo aspetto di estrema arretratezza, e la produzione dei beni di consumo era affidata quasi soltanto all’industria artigiana e familiare.

    In Toscana si lavorava però la seta, in opifici piccoli ma ben organizzati; a Prato era abbastanza vivace l’industria tessile ed un certo nome avevano le industrie della ceramica e della vetreria; alcuni settori dell’artigianato, come quello dei cappelli di paglia, erano assai ben organizzati. Inoltre, già nel 1740 era sorto, quale antesignano della grande industria moderna, uno stabilimento a Doccia per la produzione di maioliche e porcellane, che giunse ad occupare oltre duecento operai.

    Dopo l’Unità, la Toscana, cadute le barriere doganali che limitavano gli scambi con le altre regioni e che avevano permesso il perdurare di forme invecchiate ed antieconomiche di produzione, si trovò di fronte alla concorrenza dell’industria lombarda, piemontese ed anche emiliana, dove la maggior ricchezza di capitali, gli interventi stranieri, la vicinanza a zone più industrializzate d’Europa, determinarono un ben più rapido sviluppo di nuovi e moderni opifici. La Toscana fu quindi un mercato di sbocco per la produzione delle fabbriche settentrionali, un mercato di tipo « coloniale » come è stato detto, un po’ come tutta l’Italia peninsulare, e vide molte sue attività manifatturiere decadere e talora scomparire, come nel caso di quella della seta e, in parte, della lana.

    Nella Toscana settentrionale però — quella meridionale resta per lungo tempo, e per larga parte lo è ancora, quasi soltanto agricola o mineraria — non mancano presto in alcuni settori le prime affermazioni dell’industria moderna. Nel 1870 le Officine Galileo di Firenze, pure ancora con poche decine di operai, avevano affermato la loro perizia negli strumenti ottici, esportati anche all’estero; nel 1887 sorgevano a Livorno i primi stabilimenti della Società Metallurgica Italiana; nel 1889 a Pisa gli impianti per la lavorazione del vetro della Saint-Gobain, nel 1897 a Piombino, e pochi anni dopo a Portoferraio, gli alti forni della Pignone e di altre società, confluiti poi nell’Uva (1905), con l’occupazione di 5-6000 operai.

    Negli stessi anni veniva costituita a Firenze la Società Montecatini per lo sfruttamento delle miniere di rame di Montecatini Val di Cecina; sorgeva a Piombino la Magona d’Italia, che occupava presto oltre duemila dipendenti, e a Rosignano gli stabilimenti della Solvay, mercè l’intervento di grossi capitali stranieri. Nel 1905 Arturo Luzzatto fondava la Società Mineraria Elettrica del Valdarno, mentre si trasferivano da Udine le grosse officine meccaniche Bastanzetti.

    Questi primi grossi impianti dettero l’avvio ad una catena di altre industrie, che sorsero prevalentemente sulla costa o ancor più nel Valdarno Inferiore, in quello Superiore e nella pianura di Firenze. Erano elementi favorevoli, oltre alla vivace iniziativa privata e alle capacità di adattamento della manodopera toscana, lo sfruttamento minerario ripreso con vigore in ogni parte della regione, il diffondersi della produzione di energia elettrica, e le sue applicazioni industriali, il miglioramento delle comunicazioni stradali, ferroviarie e marittime.

    Così all’inizio del nuovo secolo riprendeva vigore l’industria tessile pratese, di cui si dirà meglio in seguito, si potenziarono le antiche fonderie della Pignone di Firenze, sorsero stabilimenti chimici e farmaceutici, come la Sciavo presso Siena, la Manetti e la Roberts di Firenze, fusesi poi nel 1921, le officine meccaniche e ferroviarie di San Giorgio a Pistoia, le Fonderie Leopoldine e la fabbrica Vigorelli di aeromotori a Grosseto. A fianco di queste industrie maggiori sorgevano numerosi stabilimenti di media importanza, da quelli alimentari (pasta, olio, conserve), specie in Lucchesia, a quelli dei cucirini a Lucca, a quelli meccanici un po’ dovunque nel Valdarno ed in particolare nella montagna pistoiese (Limestre, Mammiano, Bar-dalone), dove la Società Metallurgica creò uno stabilimento per la produzione di munizioni, con migliaia di operai. Nello stesso tempo si moltiplicavano le industrie editoriali, tipografiche, dei materiali da costruzione e prendevano sviluppo i vecchi cantieri Orlando di Livorno. Il primo zuccherificio era stato fondato a Montepulciano nel 1897.

    Caratteristica degli ultimi decenni è il sorgere di aree industriali particolari come quella iniziatasi dopo il 1930 intorno al porto di Livorno: malgrado la crisi economica mondiale, che non fu di stimolo per alcuni anni allo sviluppo di nuove industrie, in breve lo spazio qui destinato agli stabilimenti si riempì su 120.000 metri quadrati di grandi opifici e di fabbriche che occuparono oltre cinquemila operai. Si producevano tubazioni, radiatori, munizioni e siluri, manufatti di rame e di piombo, gas liquidi, strumenti elettromeccanici ed energia elettrica in una centrale termica. Le distruzioni belliche furono gravissime e la ripresa solo parziale; fatto

    importante del dopoguerra è però il sorgere, sempre intorno a Livorno, di grandi impianti di raffinazione del petrolio. Dopo il 1933 sorse anche l’area industriale di Avenza, la cosiddetta area industriale apuana, sostenuta da grosse agevolazioni fiscali: la guerra ne impedì però il pieno sviluppo, che è ripreso soltanto in questi ultimi anni.

    Le principali aree industriali

    L’industria toscana, come si è già detto, è un fatto ben localizzato, che interessa in misura cospicua soltanto alcune parti della regione. Sia che essa affondi le radici in vecchie tradizioni, sia che essa sia il risultato di iniziativa moderna, con capitali portati magari dall’esterno, si possono riconoscere alcune aree ben definite di sviluppo, a fianco di zone rimaste ancora quasi soltanto rurali. Se un tempo vi erano attività industriali ed artigianali sparse un po’ dovunque, durante l’ultimo secolo si è avuto un fenomeno di concentrazione e di raccolta entro poche aree e centri isolati, ove la specializzazione e l’organizzazione commerciale si sono più sviluppate. E, del resto, questo un fenomeno comune, che cioè alla decadenza di un’attività diffusa su vasto territorio, seguano il suo accentramento e il suo sviluppo in particolari aree ristrette.

    Come altrove, anche in Toscana, sono le pianure che attirano i maggiori complessi industriali: perchè in pianura si trovano i maggiori centri abitati, corrono le strade principali, esistono spazi piani più adatti alle costruzioni. Si è detto del Valdarno e della sua importanza economica: lungo il fondo valle stabilimenti e opifici si susseguono in una serie di centri operosi, piccoli e grandi, e la stessa popolazione che vive in case sparse o in casali, lavora assai spesso nelle industrie. Anche nella parte più alta, nel Casentino, non mancano alcune piccole e medie industrie (cemento, laterizi, tessuti, prodotti alimentari), ma ricco di stabilimenti è soprattutto il Valdarno di Sopra: l’Ilva di San Giovanni, con oltre settecento operai, il cementificio di Pon-tassieve, uno dei più moderni della regione, e gli altri minori di Incisa e di Rignano. La centrale di Castelnuovo per lo sfruttamento di ligniti, gli impianti per la produzione di azoto e ghiaccio secco, le fabbriche di laterizi, sono tra i più importanti complessi produttivi della regione.

    Più rilevante, per la varietà e il numero degli impianti, l’area di Firenze e della sua pianura fino a Prato ed a Pistoia: i sobborghi industriali fiorentini (Rifredi, Castello, Sesto), Prato con la bassa valle del Bisenzio, Pistoia, ospitano una serie di stabilimenti cospicui, meccanici, chimici, tessili, cementizi, petroliferi, accanto ad un pullulare di piccole industrie di ogni tipo, di un artigianato familiare che vive a fianco delle grandi imprese. E questa una delle aree più vecchie dell’industria toscana, ricca quindi di strutture diverse e contrastanti, ma anche una delle aree più dinamiche, più pronta a seguire le situazioni dei mercati con adattamenti e ridimensioni tecniche ed economiche. Vedremo in proposito le varie fasi di sviluppo dell’industria tessile pratese, il sorgere di numerosissime piccole aziende ceramiche dopo la chiusura degli stabilimenti di Doccia, il rapido estendersi dell’industria dell’abbigliamento e di altri settori. Esiste anche, soprattutto a Firenze, un artigianato di alta qualità, che si dedica ai mobili in stile, all’oreficeria, alla lavorazione della paglia e delle pelli, ai ricami.

    Muro di detriti di marmo nelle cave apuane.

    Comuni con oltre 2000 addetti alle industrie manifatturiere (1961).

    L’agricoltura tiene testa all’industria invadente, specializzandosi in colture di alto reddito quali quelle orticole e vivaistiche, ma assai spesso molte colture vengono anche abbandonate per mancanza di manodopera, qualora non subentrino subito contadini immigrati dalla collina o dalla montagna.

    Importante area industriale è anche quella del Valdarno di Sotto, ove si raccolgono caratteristici ed operosi settori industriali, sia vecchi che nuovi, in gran parte di piccole imprese: intorno ad Empoli ed a Montelupo l’industria del vetro frazionata oggi in molte aziende di modeste dimensioni, la nuova fiorente industria delle calzature a Monsummano ed in Valdinievole, accanto a quella più vecchia della concia delle pelli, l’industria dei mobili, che ha in Cascina e nei paesi vicini uno dei maggiori e più vecchi centri italiani, e che si estende oggi largamente verso Empoli e verso Firenze, l’industria dell’abbigliamento, assai florida nell’Empolese. Non mancano anche qui stabilimenti come quello della Piaggio di Pontedera, con oltre cinquemila operai, quelli dei fiammiferi di Empoli e Fucecchio e altri ancora.

    Pisa, con i grossi stabilimenti della Saint-Gobain e delle altre aziende vetrarie, tra le più importanti d’Italia, con le industrie tessili Marzotto, con l’industria ceramica, e Livorno con i cantieri e la zona industriale del porto (impianti di raffinazione, industrie chimiche, ecc.) sono in se stessi tra i più importanti centri dell’industria toscana.

    Un’area industriale di tipo moderno, ben circoscritta, sorta tra le due guerre mondiali per le facilitazioni concesse dallo Stato, è quella di Avenza, tra Massa e Carrara, la cosiddetta « zona industriale apuana », che raccoglie stabilimenti del settore chimico e metalmeccanico con oltre seimila operai. Nella stessa provincia e in Versilia ha naturalmente particolare sviluppo, specie lungo la fascia pedemontana, l’industria della lavorazione del marmo.

    Per varietà di industrie tessili, meccaniche, alimentari, della concia, della carta, chimiche, quasi sempre di medie e piccole dimensioni, è poi da ricordare la Lucchesìa, con il capoluogo, dove un solo stabilimento di filati dà lavoro ad alcune migliaia di operai, e con i centri vicini fino a Pescia ed alla Garfagnana (estratti tannici).

    Altre industrie importanti sono sparse nella Toscana, ma non danno luogo a vere e proprie aree industriali. Ricorderemo fra i centri di maggior rilievo Arezzo (industrie meccaniche, orafe, delle confezioni, ecc.), che può essere unita alla zona del Valdarno di Sopra, Rosignano Solvay (industrie chimiche), Grosseto (industrie meccaniche e chimiche), Siena (industrie alimentari, laterizi, farmaceutiche), Piombino (altiforni ed industrie meccaniche), Campo Tizzoro (impianti della Metallurgica Italiana), Pietrasanta, Borgo San Lorenzo, Poggibonsi, Colle Val d’Elsa, Cecina, Sanse-polcro, quest’ultima nota in particolare per i suoi pastifici.

    Industrie metallurgiche e meccaniche

    Cospicua l’attrezzatura toscana nel settore delle industrie metallurgiche e meccaniche. Il ferro dell’Elba ha favorito il risorgere alla fine del secolo scorso ed all’inizio del Novecento, gli stabilimenti siderurgici all’Elba stessa (Portoferraio) ed a Piombino (1898). Scomparsi con l’ultima guerra gli altiforni dell’isola, si sono potenziati quelli sulla terraferma, dove l’Ilva e gli Altiforni ed Acciaierie d’Italia costituiscono un imponente complesso siderurgico a ciclo integrale, con produzione di ghisa, acciaio, coke, tra i maggiori d’Italia. Vi lavorano circa 3300 dipendenti. Gli impianti sorgono direttamente sulla costa, con propri pontili, ove si sbarcano materiali ferrosi importati dalle miniere elbane e dall’estero. Sempre a Piombino, oltre a minori fonderie, sorge un altro cospicuo complesso meccanico, quello della Magona d’Italia (1892), che produce bande e lamiere (500 dipendenti) e che è risorto modernizzato dalle distruzioni belliche, dopo un lungo periodo di crisi.

    Altri impianti dell’Uva per la produzione di trafilati e laminati si trovano poi a San Giovanni Valdarno ed hanno occupato negli ultimi anni oltre settecento unità lavorative; la posizione lontana dal mare tuttavia, risultando più onerosa per il rifornimento delle materie prime, impedisce un maggiore sviluppo ed ha anzi posto di recente il problema del trasferimento in altra zona.

    Nella Toscana costiera, oltre che a Piombino, l’industria meccanica ha i principali impianti a l’Avenza con la Dalmine, specializzata nei tubi d’acciaio, con circa 1500 dipendenti, la RIV, produttrice di cuscinetti a sfere, la Olivetti Synthesis (schedari metallici), la De Borck (stufe, cucine economiche, ecc.) e con alcune imprese produttrici di macchinari per l’industria marmifera. Più a sud, un notevole impianto Fiat sorge a Marina di Pisa per la produzione di parti e pezzi di ricambio (circa mille operai). Una fonderia elettrica di acciaio esiste anche a Pisa.

    Uno dei maggiori complessi della regione si trova poi a Pontedera, ed è la Piaggio, che dalla fabbricazione di prodotti bellici, specialmente aeronautici, è passata nel dopoguerra alla produzione della popolare « vespa », e che occupa oltre seimila dipendenti; intorno ad essa si muovono molte minori industrie ausiliarie. Una vecchia ditta di aeromotori, pompe, impianti idraulici, sorge a Grosseto.

    Nella Toscana interna particolare rilievo hanno gli stabilimenti della Metallurgica Italiana, a Campo Tizzoro, nel comune di S. Marcello Pistoiese (1100 dipendenti), che si dedicano oggi, dopo il declino della produzione dei proiettili, alla laminazione ed alla trafilatura di leghe metalliche, oltre che alla produzione di cartucce e vari strumenti e minuterie metallici. A Pistoia sorgono invece le Officine Meccaniche Ferroviarie Pistoiesi, eredi della vecchia San Giorgio, i cui impianti si estendono su un chilometro di lunghezza, e producono vetture ferroviarie, vagoni, carrozzerie, macchine tessili, infissi e prodotti di meccanica fine. Particolare nome per la meccanica di precisione hanno in Toscana le Officine Galileo di Firenze, di cui già si è detto.

    A parte i maggiori stabilimenti ora ricordati, più conosciuti e più importanti per la quantità di manodopera impiegata, le imprese del settore meccanico in Toscana sono molto numerose, e nel suo insieme il settore metallurgico e meccanico occupava, all’atto del censimento 1961, 85.000 addetti, distribuiti in 25.000 aziende; era così il settore più numeroso dell’industria toscana. Le imprese meccaniche di medie e piccole dimensioni si raccolgono soprattutto nella parte settentrionale della regione, come appare dalle tabelle alla fine di questo volume, intorno a Firenze, a Pistoia, a Lucca, a Livorno, a Massa ed a Carrara. Variatissima la qualità dei prodotti, che va dagli articoli casalinghi (Camaiore e un po’ dovunque), agli utensili domestici (Firenze, Lucca, Pisa, Livorno), alle macchine per paste alimentari (Pistoia), ai mobili in ferro (Poggibonsi, Avenza), agli attrezzi agricoli, alle molle (Pistoia), ai chiodi (Pistoia, Valdelsa), ecc.

    L’industria cantieristica è rappresentata in Toscana soprattutto dai cantieri Ansaldo di Livorno, che si estendono su un’area di sessantamila metri quadrati, dai cantieri di Marina di Carrara e da quelli di Viareggio, e da altri minori per barche da pesca.

    Stabilimento Solvay a Rosignano.

    Industrie chimiche

    L’industria chimica è rappresentata in Toscana da diversi grandi stabilimenti, taluni, come già si è visto, di origine assai vecchia: tra i più cospicui sono quelli Solvay di Rosignano per la produzione di carbone sodico, soda caustica e bicarbonato. Accanto ad essi è sorto di recente uno stabilimento per la produzione di materie plastiche, della Solvic. Vari impianti chimici sorgono poi nella zona industriale di Livorno: la Società del Litopone, la Società Cheddite, uno stabilimento della Montecatini, ed altri ancora. Sempre nella Toscana costiera abbiamo gli importanti impianti chimici della zona industriale dell’Avenza, con la Rumianca, la Montecatini (calcio-cianammide ed azoto), la Pibigas, l’Union-Gas, la Cokapuania e l’Industria Termo-chimica Apuana; due fabbriche di concimi chimici sorgono anche nel Grossetano.

    Nella valle dell’Arno si devono ricordare le industrie farmaceutiche di Pisa, dove esiste anche un imponente colorifìcio, lo stabilimento Marchi per fertilizzanti a Pescia, i vari stabilimenti di Prato, sia ausiliari dell’industria tessile, sia produttori di detersivi, di disinfettanti, di cere; altri sorgono a Firenze. Fabbriche di fiammiferi si hanno poi ad Empoli, a Fucecchio, a Pisa (Putignano Pisano), a Borgo San Lorenzo. Fabbriche di estratti tannici si trovano in Lunigiana, in Garfagnana (Castel-nuovo) ed a Bagni di Lucca.

    L’industria farmaceutica, oltre agli impianti di Pisa ora ricordati, ha importanti centri a Firenze ed a Siena, dove alcuni stabilimenti contano più di cento operai ciascuno. Sono in complesso in decadenza le industrie della gomma, per l’accentramento della produzione in grandi stabilimenti fuori della Toscana, decadenza compensata in parte dal sorgere di fabbriche di prodotti di materie plastiche.

    L’industria della raffinazione dei petroli grezzi ha i maggiori stabilimenti lungo la costa presso Livorno, dove la sola S.T.A.N.I.C., che occupa cento ettari di terreno, raffina due milioni di tonnellate di petroli annui. Nel porto di Livorno si sbarcano ogni anno circa tre milioni di tonnellate di petroli grezzi. Altri impianti si trovano presso Firenze e presso Carrara; altri ancora sono in progetto di costruzione a Grosseto.

    Le grandi raffinerie « Stanic » di Livorno.

    Cemento e laterizi

    L’industria del cemento è, com’è noto, una delle più legate, per la sua ubicazione, sia alla presenza di materia prima, sia alla vicinanza dei mercati di vendita, e ciò a causa dell’alto costo di trasporto della materia da lavorare come di quella finita. Le rocce calcaree e marnose, ben utilizzabili per la ricchezza di carbonato di calcio, sono sparse in cospicue formazioni, prevalentemente eoceniche, in varie parti della Toscana, specie nella parte interna e settentrionale, ed è appunto qui, vicino ai mercati di smercio del popoloso Valdarno e delle maggiori città, che sorgono più numerosi i cementifici. Si sa come in Italia si sia attuata negli ultimi decenni una progressiva concentrazione dell’industria del cemento nelle mani di poche grandi società, che hanno assorbito o fatto scomparire le imprese minori. Ciò è accaduto anche in Toscana, dove tuttavia sopravvivono numerosi stabilimenti anche di modesta produzione: nella sola provincia di Firenze se ne contano sette, di cui uno più importante, quello dell’Italcementi a Pontassieve, e quello di Settimello della Cementi Marchini. Altre minori sono presso Prato, nel Valdarno Superiore (Rignano, Incisa), nel Casentino e presso Greve in Chianti. Grossi cementifici sono poi situati nella Toscana costiera, nella zona industriale carrarese e presso Livorno.

    Vedi Anche:  Le colture, l'allevamento e le foreste

    Fornaci e fabbriche di laterizi sono sparse un po’ dappertutto nella regione e servono il mercato locale, come pure quelle di mattonelle di cemento e di marmo. La produzione di manufatti e di altri materiali edilizi è pure suddivisa in molte piccole imprese, e vi è anche una forte importazione dall’Italia settentrionale; il fibrocemento si produce a Carrara ed in qualche altra piccola fabbrica, materiali prefabbricati vengono allestiti dalla Società Cellubloc De Borck a l’Avenza.

    L’industria tessile

    L’industria tessile ha in Toscana tradizioni molto antiche ed era diffusa un tempo in forme artigianali un po’ dovunque, specie nelle province settentrionali, con alto grado di perfezione a Firenze, a Prato, a Lucca, nel Casentino. Oggi è quasi dappertutto decaduta, accentrandosi però in Prato, che costituisce ormai il maggior centro di produzione di tessuti di lana in Italia ed il maggior mercato di esportazione. Un grande moderno stabilimento per la produzione di tessuti di lana è sorto anche a Pisa, per conto della Società Marzotto, con circa 1500 operai. Altri minori, spesso di vecchia origine, si trovano poi nel Casentino (Stia, Soci), nel Valdarno di Sotto, in Garfagnana, a Cutigliano e nelle maggiori città.

    Il centro tessile di Prato: sulle case spiccano le ciminiere.

    La notorietà di Prato come centro tessile risale ancora al Medio Evo quando nel Duecento i lanieri pratesi si erano costituiti in « Arte della Lana ». Dopo di allora, pur attraverso alterne vicende di prosperità e di decadenza e lunghi periodi di crisi, l’attività tessile non si è mai spenta nel centro toscano e si è andata anzi specializzando, sviluppandosi in modo eccezionale negli ultimi decenni, forte di un’esperienza secolare nel campo della lavorazione come del commercio. L’ultimo secolo ha mutato profondamente le strutture industriali ed ha dato impulso ad una produzione molto specializzata di tessuti di lana « rigenerati », ricavati cioè dalla lavorazione degli stracci. Il singolare successo commerciale, specie nel campo delle esportazioni, moltiplicò in pochi anni gli opifìci del settore laniero, che nel 1927 erano oltre 370 con 9200 addetti e nel 1951 erano saliti a 710 con 18.500 dipendenti. Dati più recenti parlano di oltre 850 imprese, escluse quelle dei lavoranti a domicilio, e oltre 30.000 addetti.

    Non si può tuttavia comprendere il volume di queste cifre se non ci si rende conto della fisionomia del tutto originale della struttura dell’industria tessile pratese. Accanto ai « lanifici a ciclo completo », in esiguo numero di fronte agli altri, e che sono analoghi a quelli di tutti i centri tessili moderni, esistono, ben più diffusi, i lanifici a « ciclo incompleto », le « aziende per conto terzi », ai quali devono aggiungersi i « lavoranti a domicilio », di cui abbiamo già parlato e che lavorano nelle proprie case pur legati ad una precisa catena produttiva. Caratteristica è la figura del1’« impannatore », che organizza, distribuisce, finanzia le varie fasi della lavorazione e raccoglie il prodotto finito.

    Il grande successo ottenuto dall’industria tessile di Prato sui mercati internazionali, la straordinaria capacità di rapida ripresa dopo periodi di grave crisi, la possibilità di vincere la continua concorrenza di altri paesi, sono legati proprio a questa struttura elastica, formata di piccole imprese, pronte ad adattarsi alle circostanze, a chiudere e riaprire, a fallire e ad espandersi, a mutare genere di produzione. L’abilità commerciale dei Pratesi, la capacità della manodopera locale che crea tessuti di alto pregio con lane nuove, ma di minimo prezzo con le lane rigenerate, sono un altro elemento della fortuna dell’industria tessile pratese, il cui volume di affari si è decuplicato negli ultimi anni.

    Prato vende un po’ dovunque, ma soprattutto sui mercati più poveri italiani e stranieri: essa contribuisce per oltre tre quarti all’esportazione tessile italiana.

    Il commercio e la lavorazione degli stracci si possono considerare una parte del processo di produzione dei tessuti di lana: essi si accentrano naturalmente nella stessa Prato, che è anzi il più importante tra i mercati di stracci d’Italia e d’Europa.

    Spiega chiaramente il Bruzzi l’importanza di questa attività: «Dai luoghi e paesi di origine gli stracci sono posti in commercio distinti per qualità molto sommarie: a volte senza nessuna distinzione o divisione, ma tutti mescolati, cioè, come dicesi, alla rinfusa. Il produttore di lana meccanica per fabbricare uno o più articoli ha bisogno di una scelta più accurata, più suddivisa, più razionale; una classificazione insomma, che gli suddivida le qualità sommarie, per esempio, in ordinarie, fini, mezzefini, finissime, non solo come qualità, ma anche come colore o gradazione di colore, come bianco, chiaro, mezzochiaro, cupo, nero, ecc., e scarti, per esempio, le mezzelane e simili. Non potendo l’industriale consumare tutti i corpi o masse così ottenute, ne consegue che una parte che lui non adopera, dovrebbe rivenderla ad altro industriale che la consumasse. Ma queste rivendite essendo difficili e vessatorie fra industriali, sorsero, indipendenti dagli industriali, fabbricanti che non si occupano d’altro che di acquistare, classificare e rivendere gli stracci pronti alle diverse esigenze del consumo. Questa lavorazione, eseguita su immensa scala continuamente da appositi operai, li ha resi così addestrati e pieghevoli ad eseguire qualunque classificazione, da formare una specialità pratese, non tanto facilmente imitanda altrove ».

    Molto minore importanza ha in Toscana l’industria cotoniera, che annovera comunque grossi stabilimenti di filati a Lucca, dove la Società Cucirini Cantoni Coats dà lavoro a oltre 4000 operai, e la Società Croce Piaggione a oltre 600; numerosi gli stabilimenti minori che si dedicano, specie in Lucchesìa, alla filatura del cotone, oltre che della juta, della lana e del ramiè. Considerevole l’esportazione dei cucirini. Negli ultimi anni si sono prodotti in provincia di Lucca oltre 30.000 quintali di filati di cotone, 7000 di lana e 4200 quintali di cordami. Stabilimenti cotonieri minori si trovano poi nelle province di Pistoia e di Massa; in quest’ultima è anche un iutificio, mentre piccole industrie canapiere si trovano a Pontedera.

    L’industria del legno e i mobili del Valdarno

    L’industria del legno non ha particolare importanza in Toscana, se non per quanto riguarda il settore dei mobili. Qualche segheria meccanica di legno di castagno, di faggio, di quercia, esiste nelle valli appenniniche o allo sbocco in pianura (Lucchesìa, Versilia) ed alcune di legname importato a Livorno. Altre, quasi sempre di modesta ampiezza, si localizzano presso i centri del mobilificio. La lavorazione del sughero è raccolta in massima parte a Pieve a Nievole ed a Follonica, con qualche stabilimento a Pistoia, Montecatini e Siena.

    I manufatti di legno sono prodotti da piccole industrie artigianali un po’ dovunque: meritano di essere segnalate le fabbriche di rocchetti per cucirini di Lucca e quelle di traversine e di puntellarne da miniere a Siena.

    L’industria del mobile ha invece una particolare notorietà ed importanza economica. Come accaduto in altri settori, la produzione un tempo era distribuita in ogni parte della regione con forme esclusivamente artigianali e si è andata raccogliendo e specializzando nell’ultimo secolo in poche aree, anche se ogni centro di un certo rilievo ha naturalmente delle falegnamerie e delle fabbriche locali. La specializzazione in mobili d’arte e restauri è particolarmente viva a Firenze ed a Lucca, dove la produzione artigiana in questo settore raggiunse già nei secoli scorsi una eccezionale perfezione.

    Le zone industriali più note del mobile toscano sono quelle di Cascina e di Ponsacco, che si estendono anche verso Bientina, Vicopisano, Pontedera, Capannori e Terricciola. La solidità della tradizione artigiana, vecchia ormai di più di un secolo, e l’esperienza della manodopera, consentono che in questi centri del Valdarno sopravvivano tante piccole imprese artigiane o semiartigiane che la grande industria non è riuscita a distruggere. Nel mobile infatti il buongusto, la perizia del costruttore, l’originalità dei modelli, hanno ancora, sul mercato italiano e non solo italiano, un considerevole peso.

    Dopo la metà del secolo scorso l’industria del mobile, sostenuta dall’introduzione delle prime seghe a vapore, si allargò dal centro originario di Cascina, noto per i suoi mobili di pregio, a Ponsacco e a San Giovanni alla Vena, e poi negli altri luoghi già ricordati, i cui falegnami si dedicarono soprattutto ai mobili correnti. Lo sviluppo fu particolarmente forte dopo la prima guerra mondiale e dopo l’ultimo conflitto: attualmente le imprese che si dedicano in questa zona alla lavorazione dei mobili sono oltre ottocento, delle quali circa settecento artigianali. I numeri di addetti si avvicinano a cinquemila, di cui 2200 a Ponsacco e 1700 a Cascina, oltre ad alcune centinaia di lavoranti a domicilio.

    La produzione è costituita in prevalenza da « ambienti completi » (forse settemila ogni mese) ed in minor misura da mobili isolati (2500-3000 al mese). I mobili vengono venduti largamente nel Lazio, in Campania, in Toscana ed in Liguria, ed anche in regioni più lontane come la Sicilia e la Sardegna. Un altro centro di produzione di mobili è Poggibonsi, specializzato anche nei mobili di metallo, che ha avuto in quest’ultimo dopoguerra un notevole sviluppo.

    Vetro e ceramiche

    Interessanti indicazioni sulla evoluzione dell’industria toscana dà il settore del vetro, largamente rappresentato nella provincia di Firenze, dove conta circa quattromila addetti. A parte due grandi e moderni stabilimenti a Pisa (Saint-Gobin e VIS), l’industria vetraria, che si fonda su una tradizione e una esperienza molto vecchie, si raccoglie soprattutto nel Valdarno Inferiore, fra Empoli e Montelupo, e, in minor misura nella Valdelsa.

    Essa è oggi frazionata in molte piccole imprese: oltre venticinque forni a Empoli, una decina a Montelupo, altri a Firenze, a Colle di Val d’Elsa, a San Giovanni Valdarno, e altrove: molti forni, cioè, con pochi operai ciascuno, quelli indispensabili alle fasi della lavorazione.

    E molto interessante osservare come il fenomeno del frazionamento dell’industria in questo caso sia recente, come il fallimento di alcuni grossi complessi con centinaia di dipendenti abbia determinato il sorgere di industrie minori individuali e cooperativistiche che hanno assorbito la manodopera specializzata rimasta senza lavoro : esempio dell’iniziativa toscana e della laboriosità dei suoi specialisti, ma esempio anche di strutture che vanno tornando al passato di fronte alle esigenze delle grandi industrie moderne.

    Fenomeno in parte analogo si è manifestato nel settore delle ceramiche, dove, chiusi gli stabilimenti di Doccia-Rifredi che occupavano circa 2250 operai, sono sorte circa 150 aziende nella sola provincia di Firenze per occupare la manodopera rimasta senza lavoro. Oggi, tranne gli stabilimenti Richard-Ginori di Sesto con circa 450 operai, e di Pisa, la lavorazione è suddivisa fra duecento aziende che si trovano a Sesto, a Montelupo, a Signa.

    Industrie dell’abbigliamento e delle scarpe

    Il settore dell’abbigliamento, pur molto frazionato, è uno dei più notevoli e caratteristici dell’industria toscana, nel quale la finezza, il buon gusto ed il senso commerciale dei produttori hanno avuto modo di manifestarsi e di imporsi sui mercati italiani e stranieri. Esistono in varie parti della regione, specialmente a Firenze, a Pisa, a Pistoia, a Lucca, ad Arezzo, stabilimenti cospicui con centinaia di operai. Vìa, a parte poche eccezioni, gli impianti sono di piccola mole e talora tecnicamente non aggiornati rispetto alla grande industria del nord: ed è per questo che anche nel campo del vestiario l’industria toscana si deve imporre con la perfezione del prodotto e con l’impiego di una manodopera molto a buon mercato (lavoro a domicilio). Anche la scarsità di capitale ha favorito questa forma di produzione: per esempio ad Empoli sono sorte molte aziende giovani — duecento fra tutte — intorno alle quali lavorano nelle proprie case circa 4500 donne. Per diminuire i costi alcune ditte distribuiscono il lavoro anche nel Mezzogiorno.

    Una fabbrica di scarpe a Certaldo.

    Oltre che la produzione del vestiario (abiti ed impermeabili), per cui si sono distinte in questi ultimi anni Empoli ed Arezzo, si è sviluppata la produzione delle maglie (Pisa, Firenze, Pistoia, Livorno), delle calze (Pietrasanta), dei guanti, in gran parte vecchia attività artigianale, della biancheria, anche di alto pregio (Firenze), e delle scarpe: il calzaturificio, che contava già stabilimenti importanti in varie città, specie a Firenze, s’è diffuso di recente in modo eccezionale nel Valdarno di Sotto e in Valdinievole. Il primo stimolo al suo sviluppo si ebbe con le sanzioni applicate all’Italia in occasione della guerra di Etiopia, quando chiusisi i mercati esteri che assorbivano i prodotti della locale industria conciaria, le pelli furono riversate sul mercato interno. Da allora il calzaturificio toscano ha avuto un continuo sviluppo ed esporta prevalentemente in America. La produzione, del solo settore del Valdarno, raggiunge il dieci per cento di quella di tutta Italia e la esportazione tocca un terzo di quella nazionale. I centri principali sono Monsummano, con duemila operai (su seimila abitanti), Fucecchio, Castelfranco di Sotto; si dedicano a questa attività circa seimila fra uomini e donne.

    Nell’insieme la sola provincia di Firenze raccoglie, secondo il censimento 1961, 15.700 addetti al settore delle industrie del vestiario e dell’abbigliamento, con 2560 unità locali; segue la provincia di Arezzo con 6500 addetti e 700 unità.

    Le industrie alimentari

    L’industria alimentare si fonda prevalentemente su piccole e medie aziende. La lavorazione dei prodotti agricoli conserva in gran parte struttura familiare, come quella dell’olio d’oliva e del vino, prodotti dal contadino stesso nei poderi o nelle fattorie. Oleifici importanti che lavorano materia prima locale od importata si trovano tuttavia intorno a Lucca (olio di oliva), a Firenze ed Arezzo (oli di semi), mentre le maggiori industrie vinicole sono sparse specialmente tra Firenze e Siena, nella regione cioè dei vini tipici e maggiormente esportati, sia nelle città che nei centri minori ed in alcune grosse aziende agrarie.

    L’industria molitoria e della pasta alimentare è egualmente distribuita in ogni parte della regione, ma assume rilievo soprattutto nella Toscana settentrionale (Lucca, Pistoia, Firenze): particolare nome hanno gli stabilimenti Buitoni di Sansepolcro. Scarsa l’industria conserviera, poiché gli ortaggi e la frutta di produzione locale sono in gran parte consumati freschi o esportati; vi sono tuttavia numerosi piccoli stabilimenti e alcuni più importanti quali quelli Arrigoni di Pistoia e di Campiglia e quello della Società Val d’Arga e Savia a Cecina (concentrati di pomodoro). Tra le industrie conserviere meritano di essere ricordati anche gli stabilimenti della Genepesca di Livorno, dove affluisce il prodotto della « grande pesca » atlantica, per varie diecine di migliaia di quintali ogni anno.

    Lo zucchero è prodotto in Toscana da pochi stabilimenti, uno assai cospicuo a Cecina, altri in provincia di Firenze. Non mancano salumifici (Pistoia), fabbriche di birra (Livorno, Firenze) e di alcool (in tutte le province), fabbriche di surrogati di caffè (specie a Firenze ed a Pisa), industrie dolciarie, tra le quali particolarmente rinomate quelle senesi (panforte). Nel Pisano sono alcune piccole ditte per la lavorazione dei pinoli delle pinete di San Rossore, di Migliarino, di Tombolo. Diversi sono anche gli impianti di imbottigliamento dell’acqua minerale (Panna, Roveta, Montecatini, Chianciano, ecc.).

    Nell’insieme, dunque, vari settori sono rappresentati nell’industria alimentare toscana, che conta circa ventimila addetti in quasi cinquemila ditte; la maggiore concentrazione e gli impianti più grossi si hanno in provincia di Lucca e di Firenze.

    Il frazionamento è in questo campo un fatto comune a tutta Italia, con la differenza che in altre regioni vi sono, oltre alle piccole industrie, i grandi stabilimenti, come accade in Campania, in Liguria, in Lombardia, dove un solo complesso produce in qualche caso più di tutta la Toscana. La concorrenza di queste maggiori imprese si fa sempre più sentire perchè la vendita dei prodotti alimentari, specie di alcuni come quelli dolciari, si fonda largamente sullo strumento della pubblicità su vasta scala, che solo importanti società possono permettersi.

    Cantina vinicola a Poggibonsi.

    In uno stabilimento vinicolo del Chianti.

    Carta, pelli e tabacco

    L’industria della carta si raccoglie in massima parte nella Toscana settentrionale ed in particolare intorno a Pescia e in Valdinievole dove ha una tradizione vecchia di secoli. Oltre quaranta cartiere sorgono nella stessa Pescia, a Collodi e nei dintorni, altre ancora nel comune di Pistoia, a Firenze, nel Valdarno, nella montagna appenninica (Cartiere della Lima a Piteglio). In Lucchesìa vi è una notevole produzione di carta-paglia da imballaggio; cartiere sono a Villa Basilica, Bagni di Lucca, Capannori; un cospicuo tubettificio, con un centinaio di operai, a Lucca.

    Per l’industria della concia delle pelli, come già si è accennato parlando dei calzaturifici, ha ancora particolare nome il Valdarno Inferiore, dove antichi centri di lavorazione sono Santa Croce sull’Arno e San Miniato. Per i prodotti di pelle e cuoio maggior rinomanza ha Firenze (valigie, borse, oggetti di vario genere, largamente esportati); centro di produzione di valigie è anche Fucecchio.

    L’industria del tabacco è presente in provincia di Lucca, dove un solo stabilimento raccoglie 1500 operai, e, in minor misura, nelle province di Arezzo, di Firenze, di Siena.

    L’artigianato tipico

    A fianco della più moderna industria, sopravvive in Toscana un artigianato che, come si è detto, fonda le sue radici in tradizioni sovente molto vecchie, e che ha resistito in alcuni settori alla concorrenza della produzione in serie grazie ad una lavorazione raffinata e di non comune gusto artistico. Molte industrie di cui si è parlato hanno in realtà in gran parte carattere artigianale, come quelle del cuoio, delle scarpe, dei guanti, del vetro, delle ceramiche, dei mobili, anche se non va confuso con il vero e proprio artigianato il lavoro « a domicilio » organizzato a cura di grossi imprenditori. L’artigianato toscano ha comunque in genere una buona organizzazione commerciale, affidata spesso a elementi estranei alla lavorazione, perchè vive in gran parte grazie all’esportazione all’estero. Si deve poi rilevare che se alcuni settori dell’artigianato toscano sono scomparsi come forme produttive propriamente artigiane, tuttavia l’esperienza e la tecnica rivivono in molte piccole e medie industrie che hanno ereditato dal vecchio artigianato capacità, passione ed organizzazione.

    Artigianato dell’alabastro a Volterra.

    Bagni di Lucca; lavorazione delle statuine.

    Uno dei settori più vivaci ed importanti è ancora quello della paglia, alla cui origine — certamente medievale — è diffìcile risalire, ma che prese sviluppo nel Settecento ed ancora più nel XIX secolo, nella campagna intorno a Firenze, a Brozzi, Signa, Carmignano, Campi al Bisenzio, e poi ad Empoli, Prato e Fucecchio, e in Casentino.

    Pare che nel 1818 vi lavorassero ben sessantamila persone, salite un secolo dopo a circa centomila. In seguito altre industrie e altre attività hanno attirato la rnanodoperà, mentre l’uso di fibre sintetiche e della plastica, ha ridotto negli anni più recenti le richieste del mercato. In certe borgate tuttavia la « pagliuccatura », cioè la lavorazione della paglia, costituisce ancora l’occupazione di quasi tutte le donne, che raggiungono forse nell’insieme le diecimila. Già specializzato in cappelli, l’artigianato della paglia si volge oggi più che altro alla produzione di borse, di fiori, di tovaglie e centri da tavolo, ecc.; un settore particolare è quello del rivestimento dei fiaschi, usati, com’è noto, in Toscana per il vino in luogo delle bottiglie, che raggruppa ancora molte centinaia di lavoranti.

    Sempre intorno a Firenze è ancora assai diffuso l’artigianato del ricamo e della biancheria ricamata, talora di notevole pregio, che alcuni imprenditori raccolgono ed esportano in altri paesi europei ed in America, come pure quello dei guanti, che è tuttavia in gran parte un semplice lavoro di esecuzione « per conto terzi ».

    In Firenze, che è ancor oggi uno dei centri artigianali più importanti d’Italia, e non solo d’Italia, molto viva è la lavorazione dei cuoi artistici, nei quali si rivelano la esperienza ed il buon gusto delle maestranze, come pure l’arte dell’oreficeria e dell’argenteria, che ha una vecchia e gloriosa storia. L’artigianato della bigiotteria è diffuso pure ad Arezzo, dove ha assunto anche cospicue forme industriali ; quello del ferro battuto è tradizionale di Siena.

    Merita anche di essere ricordato l’artigianato dell’alabastro a Volterra, come quello del marmo in Versilia e nel Carrarese; apposite scuole avviano i giovani a questa difficile arte, i cui prodotti sono ancora largamente esportati, ma la manodopera diviene sempre più scarsa, specie per il marmo, a causa della concorrenza di altre industrie che richiedono minore specializzazione e minor tempo di studio. A poca cosa è ormai ridotta la produzione di statuette di gesso dei dintorni di Lucca e della Bassa Garfagnana, che dette luogo un tempo ad una caratteristica emigrazione all’estero, di cui si parla in altra parte di questo volume; così pure assai decaduta la produzione di coltelli a Scarperia. Importante centro della produzione di zoccoli è Segromigno Monte, nel Comune di Capannori.

    Già abbiamo ricordata l’importanza che a Firenze e a Lucca in particolare rivestono il restauro e il rifacimento dei mobili antichi, come testimoniano le numerose botteghe di antiquariato, talora di raffinata eleganza, talora di aspetto trasandato, che si trovano nelle due città. Firenze ospita tutti gli anni in Palazzo Strozzi una delle più importanti mostre mercato internazionali di mobili e oggetti antichi. Nella stessa città ha raggiunto grande rinomanza negli ultimi anni una particolare forma di artigianato, quello delle confezioni di alta moda.