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La distribuzione e la struttura della popolazione

    La popolazione: dinamica, struttura, distribuzione

    Avanti l’unificazione, non si nota in Sicilia alcun consistente flusso migratorio verso l’esterno. Le prime correnti, formate soprattutto da intellettuali — artisti, giuristi, umanisti, alti funzionari di Stato — e quindi sollecitate in modo particolare da motivi di ordine politico, cominciarono a profilarsi, ancor sottili e discontinue, soltanto nella prima metà del Settecento, ed erano dirette verso il Piemonte, dove le attirava l’ancor vivo ricordo del breve dominio sabaudo. Ed altre — ora di natura politica ora invece di carattere sociale, ma pur sempre timide e poco consistenti — si formarono verso la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX: gruppi di contadini liberati dai vincoli feudali grazie alle riforme del Caracciolo, come sparuti gruppi di marinai messinesi e palermitani al tempo dell’occupazione inglese, avevano deciso di emigrare all’estero. Ma in complesso, fino all’unificazione i movimenti.migratori siciliani si sono formati e si sono esauriti entro i limiti della stessa isola.

    Dal ripopolamento dei feudi al riflusso settecentesco verso le fasce costiere

    E sono stati movimenti intensissimi: timidi ancora nel Due e Trecento, e via via sempre più turgidi nel Quattrocento, e ancor più dal XVI al XVIII secolo — quando il fenomeno tende a svuotarsi, almeno nei suoi caratteri peculiari — tanto da ristrutturare profondamente il tessuto degli insediamenti della Sicilia. Il fenomeno si può seguire abbastanza da vicino anche quantitativamente, grazie all’esistenza di censimenti demografici tenuti fin dal Quattrocento — per ragioni fiscali — con dati riferiti ai comuni, e a « Riveli » del Sei e Settecento: in particolare degli anni 1652-53, 1682, 1714 e 1788, di cui recentemente il Titone ha auspicato l’utilizzazione ai fini delle indagini storiche, demografiche ed economiche di quel lungo periodo. La fondazione di nuovi centri abitati fu sollecitata — come ho già ricordato — dai baroni, stimolati dal favorevole corso del commercio internazionale dei grani e dai privilegi che avrebbero conseguito anche sul piano politico con il miglioramento e l’allargamento dei loro domini: in tal modo, continuando l’opera accentratrice del primo periodo feudale, i baroni contribuirono ancor di più — pur moltiplicandoli — all’accentuato agglomeramelo delle sedi umane, che è proprio ancor oggi del Mezzogiorno italiano e in particolare della Sicilia: come aveva già osservato il Fisher e ribadito il Colajanni. La valorizzazione delle terre sode poste a notevole distanza dai vecchi centri abitati, non poteva avvenire che mediante la formazione di nuovi nuclei di insediamento: e i principi, i baroni, i marchesi, ottenuta la licenza reale di popolamento, cercarono di stimolare le migrazioni agricole dalle loro terre già coltivate, anche se malamente, verso le nuove, ma soprattutto dalle terre demaniali a quelle feudali, accordando concessioni di varia natura e specialmente lo sfruttamento enfiteutico di un piccolo appezzamento di terra, attorno al nuovo centro, oltre ad anticipazioni in natura, all’esenzione dagli obblighi feudali più gravosi — che nelle terre demaniali non esistevano, o meglio erano stati sostituiti per altre vie — e alla concessione di alcuni usi civici sulle proprietà signorili, oltre al condono di eventuali crimini. Nel corso di alcuni secoli sorsero così più di 150 nuovi centri abitati, in gran parte su terre baronali, ma alcuni anche su terre demaniali non ancora dissodate, per iniziativa spontanea dei cittadini delle stesse comunità. Ed ebbero tutti una pianta regolare, a reticolo di vie quadrangolare. Non solo: ma attorno a ciascun centro abitato, si andò formando una corona o anello di colture legnose — sulle terre censuarie — in netto contrasto con i territori che liberati dalle sterpaglie e dalla vegetazione naturale venivano a coprirsi soltanto degli steli del grano. Si assiste dunque, in questi secoli, ad un vasto, esteso ridimensionamento nella distribuzione degli abitanti nell’isola: le vecchie terre tendevano a spopolarsi, e le nuove, per contro, a rafforzarsi demograficamente: sia per la funzione di polo di attrazione dei flussi migratori, sia per la composizione molto più giovane dei loro abitanti. Così molti nuovi comuni feudali accusarono incrementi ragguardevoli tra la metà del Seicento e la fine del Settecento, di 10-12 volte: come Ribera (che passa da 492 abitanti nel 1653 a 4656 nel 1798), Campobello di Licata (da 302 a 4232 abitanti nello stesso periodo), Menfi (da 576 a 6136), Vallelunga (da 322 a 3987), Niscemi (da 568 a 6678), Serradifalco (da 451 a 4600), Valguarnera Caropepe (da 394 a 4374), Sperlinga (da 132 a 1459); e anche di 14-18 volte, come Poggioreale (da 209 a 3000) e Alimena (da 185 a 3376). E i comuni demaniali, al contrario, mostrarono notevoli cali (come Piazza Armerina: da 13.641 a 11.904, o Polizzi: da 4950 a 3936), o al più si fermarono su posizioni stazionarie, o sperimentarono solo lievi incrementi. In complesso, le terre demaniali — nonostante i progressi delle maggiori città: Palermo (da 136.901 a 201.741), Catania (da 11.340 a 45.681), Siracusa (da 13.557 a 16.264), Marsala (da 10.936 a 20.559), oltre a Messina, con 44.653 abitanti alla fine del Settecento, che raggruppavano sullo scorcio di questo secolo il 17,4% di tutta la popolazione isolana — vedevano in un secolo e mezzo diminuire il loro apporto alla popolazione complessiva dell’isola (da 43,6 a 40,9%): eppure la popolazione siciliana era cresciuta nello stesso lasso di tempo in modo considerevole, da 1.025.953 a 1.660.267 abitanti, secondo i dati raccolti e studiati dal Maggiore-Perni. I più forti incrementi avevano contraddistinto per contro le zone o aree precedentemente poco o affatto popolate, come il circondario di Terranova (Gela), dove erano sorti i nuovi centri di Mazzarino, Niscemi, Butera e Riesi (qui l’incremento tra Sei e Settecento era stato il più cospicuo di tutta l’isola), seguito da presso da quelli di Caltanissetta, Alcamo, Palermo, Sciacca, Gir-genti (Agrigento) e Catania: le aree che da allora hanno conservato più di ogni altra — anche Catania e Palermo nei loro settori interni, di pianocolle e di montagna — la vocazione frumentaria. Questo latto, del maggior incremento demografico delle terre feudali rispetto a quelle demaniali, era stato usato dai baroni contro i tentativi riformatori del Caràcciolo, in quanto sarebbe stato la conseguenza delle migliori condizioni di vita delle prime rispetto alle seconde. In verità, non soltanto i comuni demaniali avevano sofferto sensibili diminuzioni di popolazione, ma anche le terre baronali erano andate soggette in parte allo stesso fenomeno, e in numero anche maggiore di quelle: specialmente nei territori di Messina e di Siracusa. Il movimento demografico isolano non era cioè di una linearità elementare, con una opposizione chiara tra i territori sottoposti a contrastanti forme di amministrazione politica, di tipo feudale o libero. Era per contro assai più complesso, e già vi si potevano osservare — come sottolinea il Renda — i primi sintomi di certe tendenze, che avrebbero preso col tempo (soprattutto nel nostro secolo) più conformati e distinti caratteri. Ed infatti tra la metà del Seicento e la fine del Settecento già si possono osservare un sensibile scivolamento della popolazione dall’interno verso la fascia marittima marginale — dove nel 1798 si addensa sotto i 300 metri di altitudine quasi la metà della popolazione complessiva: 44,6%, nonostante un incremento quantitativo in tutte le fasce altimetriche, financo al di sopra dei 1000 metri — e un flusso dai centri più piccoli, sia demaniali che feudali, specie dell’interno, verso quelli più consistenti, specie marginali, che non solo aumentano di numero ma rivestono un’importanza, soprattutto economica, via via più salda. Ed invero la popolazione che viveva nei centri con meno di 5000 abitanti nel 1653 costituiva il 41% di quella complessiva, e nel 1798 soltanto il 28,8%, mentre tutti i centri di entità demografica maggiore aumentarono il loro peso percentuale, specie quelli tra 10.000 e 30.000 abitanti, che passavano dal 16,1% al 24,2%. Palermo, la sola grande città dell’isola, era nel contempo cresciuta da 136.901 a 201.741 abitanti, conservando un peso relativo rispetto alla popolazione dell’isola dell’11%. Si pone proprio allora, tra i secoli XVII e XVIII, la formazione dei caratteri peculiari dell’insediamento di tipo fortemente accentrato che domina il paesaggio siciliano ancora oggi: il popolamento, attuandosi su terre per la maggior parte baronali, non poteva che assumere un aspetto puntuale, cioè concretarsi in sedi di tipo accentrato, dal momento che la dispersione degli abitanti nelle campagne — cioè la costruzione delle dimore dei contadini e degli agricoltori sui fondi da coltivare — era resa impossibile dal regime della proprietà fondiaria come da quello della conduzione (tranne che sulle terre demaniali, specie nel territorio di Messina, a ridosso e sulle falde dei Peloritani, e nel territorio di Catania nella fascia orientale della regione etnea). Già allora si era potuto osservare, come il Requesenz nel 1784, che « la maniera come sono distribuite le popolazioni (nel Regno di Sicilia) non è la più consona all’utile dell’agricoltura, poiché… la massima parte distano tanto le une dalle altre che le campagne restano incolte o a nudi campi, che altro prodotto non ridanno se non che una triennale scarsa messe di grano » : e indicava l’accentramento della popolazione come il principale risultato della cattiva distribuzione della proprietà e quindi delle ricchezze. Tale tipo di insediamento era in effetti profondamente legato alla struttura sociale allora dominante nelle campagne: non soltanto perché dall’accentramento delle sedi umane i baroni potevano trarre vantaggi enormi grazie allo sfruttamento del lavoro contadino attraverso i nuovi sistemi di conduzione introdotti — soprattutto la « gabella » — ma perché quella struttura sociale era responsabile delle condizioni prevalenti nelle campagne anche per ciò che concerneva la sicurezza pubblica (che lasciava molto a desiderare), le vie di comunicazione (che praticamente erano inesistenti), e le stesse condizioni sanitarie (con lo sviluppo sempre più esteso della malaria nelle aree valli ve, dove i corsi d’acqua correvano liberi, senza governo alcuno). Condizioni umane che unite all’impossibilità, o almeno all’estrema difficoltà delle classi contadine — sopraffatte da baroni e gabellotti, che usurpavano continuamente i diritti contadini sui feudi e sui demani comunali — di adire al possesso della terra, e alla grande fragilità e insicurezza della piccola proprietà contadina già formata, dovevano naturalmente spingere i contadini a vivere nelle città e nelle borgate (dove l’assistenza reciproca e il semplice vivere in comunità di vicinato erano di per sè motivi di grande sollievo) piuttosto che in campagna, sui fondi sperduti e difficilmente raggiungibili.

    Scorcio di Montemaggiore Belsito (Palermo), centro di colonizzazione baronale innalzato nel Seicento nelle Madonie occidentali su uno sperone (516 m.) che domina la valle del Torto.

    Patti (Messina): veduta della cittadina, che si innalza sugli estremi sproni nordorientali dei Né-brodi, non distante dal litorale tirrenico. Alle sue spalle si allarga la più estesa area di noccioleti della Sicilia.

    Ranclazzo (Catania): veduta parziale della cittadina, eretta sulle lave etnee del versante nordoccidentale. auasi sullo sDartiacciue tra l’Alcantara e il Simeto.

    I movimenti della popolazione tra la fine del Settecento e l’unificazione nazionale

    Nel 1812 l’eversione della feudalità — voluta dal rappresentante britannico lord Bentink, che sposò la causa dell’aristocrazia liberale contro la corte e il re — se aveva abolito i diritti feudali non significò tuttavia un radicale cambiamento econo-mico-sociale dell’isola. Ché anzi tale eversione si risolse a tutto favore dei baroni e della nuova classe borghese rurale: dei primi, in quanto si vedevano liberati dalle pretese e imposizioni del governo reale, potevano più liberamente far valere i loro diritti sui feudi, e conseguivano finalmente la possibilità di alienare una parte delle loro proprietà per sanare la critica situazione debitoria in cui versavano; dei secondi, in quanto in vario modo poterono impossessarsi di quei beni. In fondo, si trattò di un semplice passaggio di proprietà da una parte dei vecchi terrieri ai nuovi latifondisti: nacque così il moderno latifondo, mediante l’innesto di nuove forme giuridiche che diedero più salda consistenza e più forte sostegno al suo vecchio corpo ormai slegato e disfatto. Questa soluzione semplicemente politico-giuridica della cosiddetta eversione della feudalità ebbe gravi conseguenze anche sulla distribuzione della popolazione: la sua mobilità divenne molto vivace, le correnti migratorie si fecero sempre più corpose e robuste, e migliaia di contadini lasciarono le regioni più arretrate e tenute salde sotto il giogo del neofeudalismo. I movimenti e spostamenti di popolazione furono cospicui, e un’idea della loro consistenza e valore si può cogliere meglio se si pensa che contemporaneamente, tra la fine del Settecento e il 1861, la popolazione complessiva della Sicilia è aumentata quasi della metà (45%), passando da 1.660.276 a 2.408.521, ma che tali incrementi si son verificati in maniera molto diversa nell’ambito delle sue diverse regioni. Anche le plaghe interne cerealicole, al pari di quelle che guardano al Mar d’Africa, legate al latifondo, mostrano aumenti di popolazione: ma si tratta di aumenti senza dubbio più bassi, inferiori alla media siciliana, e comunque assai diversi da quelli osservati nel Settecento in queste stesse contrade, le più vitali e valide allora sul piano demografico.

    Densità della popolazione secondo il censimento del 1861.

    Ora, sono soprattutto le borgate e le città delle aree marginali, o costiere, a gonfiarsi, per la fiumana di gente che vi sciama dall’interno, oltre che per le loro forze vive: al punto che nel 1861 la popolazione sotto i 300 metri era di 1.183.718 unità, cioè pari al 49,1%, mentre nel 1798 era ancora del 44,6% — secondo l’elaborazione del Renda — e al di sopra dei 300 metri, nonostante aumenti assoluti non trascurabili, la popolazione tendeva percentualmente ad abbassarsi: era del 21,5% tra 300 e 500 m.; del 24,7% tra i 500 e gli 800 m. ; del 2,2% tra 800 e 1000 m.; e del 2,3% oltre i 1000 metri. E accanto a questo evidente scivolamento verso il mare, era altrettanto pronunciata, più ancora che nel Settecento, l’altra tendenza a migrare dai centri più piccoli a quelli più grandi, con notevoli ripercussioni sull’attuale consistenza demografica dei centri siciliani. Diminuivano infatti di abitanti non solo i centri con meno di 3000 persone — che scendevano percentualmente dal 28,8 al 22,9 rispetto alla popolazione complessiva — ma anche quelli tra 5000 e 10.000 persone (da 30 a 24,2%); mentre la popolazione dei centri con 10-30.000 abitanti passava dal 24,2 al 32,3%, e quelli tra 30.000 e 100.000 dal 5,1 all’8,2%; e accanto a Palermo, anche Messina aveva ormai superato i limiti di quella che demograficamente vien detta grande città, cioè i 100.000 abitanti. I più forti incrementi demografici son tutti marginali, come ho detto, e riguardano centri situati in zone di particolare evoluzione economica e distinti da minori contrasti di carattere sociale: dove la richiesta di lavoro era elevata, ed alti erano i redditi in rapporto alle ricche colture di pregio, in fase di dilatazione: di agrumi, di viti, di olivi, di ortaggi, di frutta in genere. E così si colorano delle più intense gradazioni di incremento demografico i centri che punteggiano le pendici etnee, da Linguaglossa, Piedimonte Etneo e Fiumefreddo giù giù fino a Misterbianco e Adrano attraverso Acicastello e Acireale; e i paesi della Conca d’Oro palermitana, e quelli che si affacciano sulle pianure o orlano le cimose costiere più o meno estese del Palermitano — da Partinico a Terrasini, a Carini, a Trabia, a Tèrmini Imerese — e la larga Piana di Milazzo e Barcellona nel Messinese, e ancora i centri che punteggiano, nella cuspide siracusana sudorientale, i piatti tavolati di Fioridia e di Pachino, e Carlentini e Lentini, ai margini meridionali della Piana catanese. Erano le contrade e le plaghe, come ha messo in evidenza a metà del secolo scorso il Mortillaro studiando i catasti di Sicilia, nelle quali si concentrava la maggior parte delle colture ricche: nel 1854, ad esempio, il 50% degli orti, il 25% degli oliveti, il 26% dei vigneti della provincia di Messina si fissavano sui soli territori comunali di Messina, Barcellona e Milazzo. Il problema dell’esodo rurale, dell’abbandono dei centri del latifondo, doveva già essere grave: già si sentiva la deficienza, da parte dei baroni, sui loro fondi, di manodopera contadina, e si invocavano provvedimenti restrittivi della libertà di movimento, cioè anacronistiche restituzioni feudali. Il fenomeno veniva rilevato da più parti, e se ne indicavano le cause principali: un avvocato fiscale della Gran Corte, il marchese F. Pasqualino, in una memoria del 1810 a Ferdinando IV sulla « nazionalità dei siciliani » (citata dal Renda), affermava che la giustificazione del fatto che « i coltivatori rifluiscono nelle città, entrano a torme nel servizio o emigrano perpetuamente… si trova agevolmente nella condizione miserabile alla quale nel Regno sono stati ridotti, lo che anziché fargli amare il proprio Stato glielo fa abbandonare, cercando altrove la propria sussistenza ». E i contadini « rivolgono altrove il loro travaglio ed in campagna solamente rimangono quelli che non sanno rompere una lunga abitudine e farsi cuore e cercare un diverso mezzo di sussistenza », perché « la mercede che si dà nel Regno alle genti di campagna non basta certamente al loro mantenimento, per quanto si cibino di solo pane ed erba, bevano taluni solo acqua pura e si vestano di lane ruvidissime ». E infatti la fuga dei contadini dalle campagne sarebbe stata assai meno irruenta e generale e anzi assai meno sostenuta, se fossero prevalse condizioni più umane, come si poteva osservare ad esempio « nelle campagne della capitale, dove ci è più libertà civile, e per conseguenza si paga loro la mercede più convenevole, e comunemente di braccia se ne trovano per quanto è il bisogno. Ma questa libertà non si è ancora nei feudi stabilita o per lo meno i baroni non vi si sono ancora accostumati, e si vorrebbe mantenere con la violenza lo stato assurdo di una mercede bassissima a fronte di una gran concorrenza di proprietari alla fatica dei lavoratori ». E contro i baroni si levava anche l’opinione dei più illuminati statisti, come il barone G. Reggio, l’avvocato G. B. Rocchetti — che presentò al governo costituzionale nel 1813 una proposta di legge agraria per la concessione delle terre incolte ai contadini — e l’abate G. Russo e Sciré : tutti persuasi della necessità di una radicale riforma delle strutture economico-sociali, specie della proprietà della terra, al fine di rallentare almeno la fuga degli abitanti dalle campagne, e in particolare dall’interno: così che nel febbraio del 1815 la Camera dei Comuni votò la legge sulla vendita dei beni ecclesiastici e demaniali, nell’interesse della nazione. Ma poco dopo, la Restaurazione faceva naufragare ogni proposta di riforma: e l’abolizione legale del feudalesimo, fatta nel 1812 e completata nel 1818, per adoperare le parole del Sonnino nella sua inchiesta del 1876, « non fu né provocata, né accompagnata, né seguita da alcuna rivoluzione, da alcun movimento generale che mutasse d’un tratto le condizioni di fatto della società siciliana. Quella che era stata fino allora potenza legale, rimase come potenza e prepotenza di fatto, e il contadino, dichiarato cittadino dalla legge, rimase servo ed oppresso. Il latifondista restò sempre barone, e non soltanto di nome: e nel sentimento generale la posizione del proprietario di fronte al contadino, restò quella di feudatario di fronte a vassallo ». E la borghesia non vi fa gran risalto come classe, sia perché è poco numerosa, sia perché vi è « avida di guadagno, e imitatrice della classe aristocratica soltanto nelle sue stolte vanità e nella sua smania di prepotenza ».

    Vedi Anche:  Le regioni naturali

    Veduta di Tèrmini Imerese, sul Tirreno: sullo sfondo, la mole calcarea di M. San Calogero (1325 m.).

    Piccoli « giardini » d’agrumi e orti nella breve fascia litoranea di San Cataldo (Palermo), sul golfo di Castellammare, dominata da presso da monti calcarei poveri di vegetazione.

    Vigneti, boschi e rimboschimenti nei dintorni di Segesta (Trapani).

    Dinamica della popolazione tra il 1861 e il primo conflitto mondiale.

    Dopo il Settecento — quando comincia o meglio si rafforza la tendenza all’aumento demografico — la popolazione siciliana cresce notevolmente: tra il 1861 e il 1881 di più di un quinto (21,7%: media nazionale 13%), da 2.408.521 a 2.933.654 abitanti, e tra il 1881 e il 1901 di altrettanto (21,6%), passando a 3.568.124. E non soltanto si fa più cospicuo l’incremento complessivo, ma si accentuano ancora di più le tendenze osservate già nel Settecento: da una parte il continuo alleggerimento del peso demografico nelle regioni interne, distinte in genere da lievi o comunque non significativi incrementi dovuti non tanto al movimento naturale della popolazione — sempre molto elevato — quanto alla mobilità interna degli abitanti che sciamano verso le aree marginali marittime, e di conseguenza, l’ulteriore rafforzamento demografico di queste ultime fasce litorali ; e dall’altra il perdurare di un movimento migratorio anche dai centri abitati più piccoli verso quelli di maggior entità demografica, e in genere dalla campagna alla città. Tra il 1861 e il 1881, infatti, tre sole città — Palermo, Catania e Messina, più che raddoppiate nella loro consistenza numerica — assorbono un quinto di tutto l’incremento naturale dell’isola; e tra il 1881 e il 1901, il 30%. E una parte ancor più cospicua era stata assorbita dalle borgate e cittadine delle plaghe agricole che si andavano arricchendo di colture di pregio (agrumi, viti, ortaggi): nella breve fascia costiera che si snoda da Tèrmini lmerese a Palermo, dove si confonde con la Conca d’Oro; nella larga pianura che si affaccia al golfo di Castellammare, dalla costa fino a Partinico e ad Alcamo; nella pianura dai terreni calcarei che si sviluppa da Trapani a Marsala; sui terreni pliocenici che da Cómiso e Vittoria si slargano al di qua e al di là dell’Ippari sino a Santa Croce Camerina e ai Macconi dunosi in riva al mare; in tutta la fascia, or più or meno larga, di terre calcaree che da Ispica e da Pachino, all’estremità sudorientale dell’isola, si spingono fino ad Avola e a Siracusa e a Fioridia, e di qui a Carlentini e Lentini, ormai a ridosso della Piana catanese; e nella fascia fitta di piccole borgate e paesi che s’adatta alle falde etnee orientali, da Catania fino all’Alcántara; e poi ancora i colli cristallini peloritani, rotti da innumerevoli fiumare, che da sotto la rocca di Taormina si susseguono su su fino a Messina, e al di là del crinale la pianura di Milazzo e di Barcellona-Pozzo di Gotto e la più breve ma ferace piana di Sant’Agata di Militello. E sui litorali dove l’agricoltura non si era ancora incamminata su strade nuove e più promettenti, gran parte dell’incremento demografico naturale veniva assorbito dai principali centri commerciali e marittimi: Sciacca, Terranova (Gela) e Mazara sull’addormentato litorale africano — oltre alle più vivaci Trapani e Marsala — o ancora Cefalù e Augusta sui litorali tirrenico e ionico. E neU’interno erano rimasti o erano diventati isole di richiamo i centri dei comuni zolfiferi, verso i quali sciamavano i contadini in cerca di lavoro nelle miniere, a dispetto delle terribili condizioni che vi avrebbero trovato: e così più che raddoppiano la popolazione i centri di Comitini, Grotte, Racalmuto, Favara e Cianciana, nella regione a ridosso di Agrigento; e Montedoro, Riesi, Sommatino (Caltanissetta), e Villarosa (Enna), e Lercara Friddi (Palermo) sul nudo altipiano interno. E gli spostamenti definitivi di popolazione sarebbero stati ancora più imponenti in tutta l’isola, se non vi fossero state ancora largamente diffuse — ed anzi non si stessero potenziando addirittura — le correnti migratorie stagionali interne, che richiamavano lungo determinati itinerari — in parte ancor oggi vivi, come dirò più innanzi — grandi masse di contadini: verso le aree frumenticole, viticole e olivicole nella stagione del taglio, della vendemmia e della bacchiatura. Per contro, in molte aree interne il peso demografico si faceva più leggero. Qui, i comuni in forte aumento risultavano sparsi, senza alcuna contiguità spaziale, e il loro incremento demografico temporaneo era legato allo sfasamento del movimento migratorio proprio di ciascun comune — che era iniziato in periodi diversi, e seguiva pertanto un diverso andamento, non sincrono, delle sue fasi più o meno acute — piuttosto che ad una particolare positiva congiuntura economica. In complesso, però, Talleggerimento demografico appare più spinto — ed è evidente — nelle aree più arretrate e povere: nell’altipiano interno della provincia palermitana — dal quale il fenomeno migratorio verso l’estero aveva preso avvio fin dal 1869 — e in particolare nei monti che fan corona a Palermo, e di qui, oltre la Rocca Busam-bra, si spingono fin entro il corso medio del Bélice sino a Contessa Entellina e del Sosio sino a Prizzi e a Palazzo Adriano, e più ad est nelle vallate del San Leonardo — specie a Vicari, Ciminna, Yentimiglia di Sicilia — e al di là del Torto su per le pendici esterne, orientali e meridionali, delle Madonie: Aliminusa, Montemaggiore Beisito, Alia, Valledolmo, Gangi.

    Il processo continua, con le stesse movenze, anche nei decenni successivi: al punto che la zona periferica e marittima si va affollando sempre più (la popolazione sotto i 100 metri passa dal 33,2 nel 1861 al 36,5% nel 1911, ma per contro al di sopra le percentuali continuano sensibilmente a diminuire), e soprattutto arricchiscono la loro entità demografica i centri più importanti. Mentre i comuni con meno di 10.000 abitanti erano diminuiti nello stesso periodo in valore assoluto come relativo (da 47,1 a 27%), tutte le altre categorie si rafforzavano: i comuni tra 10 e 30 mila abitanti interessavano il 32,3% di tutta la popolazione nel 1861 e il 40,1% nel 1911, quelli da 30 a 100.000 rispettivamente l’8,2 e il 15,3%, e quelli con più di 100.000 abitanti il 12,4 e il 17,6%. L’accentramento in cittadine e città sempre più corpose era dunque evidente, e in stretto rapporto con la grande mobilità interna della popolazione siciliana: poco più di un quarto della popolazione complessiva dell’isola, nel 1911, risiedeva in comuni inferiori a 10.000 abitanti (contro il 69% del 1653, il 59% del 1798 e il 47% del 1861), e ormai un terzo viveva in città con più di 30.000 abitanti. Ma nel frattempo, le ondate emigratorie verso l’estero si erano fatte molto forti, e avevano contribuito a parzialmente svuotare il robusto tessuto demografico dell’isola: così che la popolazione, che era cresciuta del 21,7% tra il 1861 e il 1881, e del 21,6% tra il 1881 e il 1901, aumenta appena del 3,2% nel ventennio successivo, più a motivo delle sottrazioni delle classi giovani da parte del movimento emigratorio esterno che a causa della guerra e della diminuita fertilità della sua popolazione.

    Isole Eòlie (Messina): una veduta di Ditella, nell’isola di Panarea, con le tipiche casette geometriche, in mezzo ad un paesaggio di colture promiscue sistemate su terrazzi, gradoni e lunette,

    Condizioni economiche ed emigrazione fino al 1914

    Ed invero molti motivi spingevano la popolazione siciliana fuor dall’isola. La situazione economico-politica dopo l’unificazione non migliorò le cose in modo sensibile. Scelta la soluzione unitaria invece di quella confederale per il timore di una rivoluzione di carattere sociale, si governò sovente la Sicilia con stati d’assedio, leggi speciali di pubblica sicurezza, e tutte le leggi piemontesi furono estese — quelle amministrative come quelle finanziarie ed economiche — all’isola, senza conoscerne a fondo le esigenze e indagarne con sensibilità le aspirazioni secolari. Soltanto alcuni decenni dopo l’unificazione, l’inchiesta di L. Franchetti e S. Sonnino apriva un capitolo nuovo nei rapporti tra lo Stato e la Sicilia: ora la Sicilia cominciava ad essere svelata nelle sue realtà all’Italia. Nella seconda metà dell’Ottocento, la popolazione siciliana rimaneva ancora in gran parte divisa in sole due classi: dei ricchi — proprietari, gabellotti e borghesi — e dei poveri — coloni e giornalieri agricoli —. In complesso, nota il Sonnino nella seconda parte dell’inchiesta del 1876, dedicata a « I contadini », « segnatamente nella parte interna e meridionale dell’Isola manca una vera classe di proprietari piccoli e medii, e si salta invece d’un tratto, dal grande proprietario che possiede più migliaia di ettari, al piccolo censuario di poche are di terra ». Rimangono dunque contadini e galantuomini, e nei loro rapporti « molto è rimasto ancora dei costumi feudali»; e praticamente inesistente la classe media. La proprietà della terra « è ancora considerata come una vera e propria dignità », che esclude però ogni sentimento di solidarietà tra le varie classi; e al di fuori della diffidenza che avrebbero in comune verso i non siciliani, « il galantuomo non considera il borgese o il giornataro che come uno strumento di guadagno, o come un terreno da sfruttare, mentre essi non vedono alla loro volta nel benestante che un oppressore, o qualcuno che vigila su ogni loro necessità per sempre più sottoporli a sè, e smungere loro i miseri guadagni ». In queste condizioni — rese ancor più gravose dalla piaga dell’usura che soffoca la classe contadina — non solo non deve sorprendere l’omertà o meglio l’amicizia e la devozione che circondano i cosiddetti « briganti » — ai quali « i proprietari si prestano per terrore » o che sfruttano « come strumento alle loro passioni » e che i contadini considerano, soprattutto per la loro prodigalità con i poveri, « come una fiera protesta contro l’oppressione sociale ed un’affermazione della loro dignità individuale » — ma nemmeno deve stupire il formarsi delle correnti migratorie, e il loro ingrossarsi a dismisura fin quasi a far franare il corpo demografico dell’isola, almeno in alcune sue parti. La classe dei galantuomini ha in mano tutte le amministrazioni, e i contadini ne traggono danno piuttosto che aiuto e sollievo. Numerosissime imposte li gravano e soffocano: si tassano le bestie da tiro e da soma, cioè muli, cavalli e asini, unica ricchezza del contadino, mentre raramente e solo in modo lieve figura la tassa vera sul bestiame, cioè sui bovini ed equini d’allevamento, che sono posseduti soltanto dai proprietari. E si impone l’imposta sul macinato, che pesa soprattutto sulle classi povere. E in molte città, dove l’affollamento della classe contadina — quasi dovunque la regola — rende oltremodo difficile la nettezza urbana, « si è voluto togliere lo sconcio dei maiali che girano liberi per la strada, e si sono imposte gravi multe ai contravventori, onde il contadino il quale non ha che una stanza per abitazione e non può girare a cercare il nutrimento per il suo maiale, ha dovuto privarsi di allevarne, e ha così perduto, con grave sacrificio, una sorgente di guadagno » : e altrove i contadini hanno dovuto rinunciare a tenerlo per il gravoso, eccessivo dazio di consumo all’atto della vendita. Mentre le spese voluttuarie dei comuni sono troppo forti e sempre improduttive, e « si sente di migliaia di lire spese in costruzione o riparazione di teatri, e di ricche sovvenzioni annue pagate per rappresentazioni di opera e ballo da municipi, che mancano ancora quasi affatto di strade, o almeno son lontani dall’aver nemmen messo mano a tutte quelle che loro incombono per legge, e i quali difettano di cimiteri, e di medico condotto ». E i « Monti frumentari » per l’aiuto ai piccoli agricoltori e contadini son divenuti un mezzo, nelle mani degli amministratori, per esercitare l’usura, e in genere le Opere pie «per gli onesti sono un mezzo d’influenza, e di parassitismo; per i meno onesti una sorgente di facili lucri e d’illeciti guadagni ». E la soppressione dei diritti promiscui tra comuni e baroni, e quella graduale dei diritti di pascolo e di legnatico in moltissimi comuni, specie di montagna, erano cause di ulteriore impoverimento dei contadini proprietari, dei piccoli censuari, dello stesso semplice giornaliero, per i quali « quei diritti erano una vera e propria ricchezza, ed una fonte di benessere tanto più preziosa in quanto non poteva disseccarsi per effetto delle crisi passeggere, perché quei diritti erano inerenti alla qualità di comunista ed inalienabili ». Ed ancora l’alienazione e la quotizzazione delle proprietà demaniali (1861) e degli enti religiosi (1867) non hanno dato alcun sollievo alle « classi inferiori, giacché ai più mancano i mezzi per coltivare la loro quota, e quindi dopo poco tempo e malgrado ogni disposizione contraria, quelle proprietà tornano a concentrarsi nelle mani di chi ha capitali ». Così che, in definitiva, « al contadino siciliano la società non si presenta che sotto la veste del padrone rapace, oppure dell’esattore, dell’ufficiale di leva e del carabiniere. Il prete è la sola persona che si occupa di lui con parole di affetto e di carità; che almeno, se non lo aiuta, lo compiange quando soffre; che lo tratta come un uomo, e gli parla di una giustizia avvenire per compensarlo delle ingiustizie presenti.

    Sviluppo demografico e incremento medio annuo della popolazione siciliana fra il 1861 e il 1961.

    Una vecchia zolfara siciliana (da una xilografia del secolo scorso).

    Nel culto religioso sta tutta la parte ideale della vita del contadino: all’infuori di quello, non conosce che fatica, sudori, e miseria: alla festa religiosa egli deve il riposo di cui gode» (pp. 135-145). Soltanto in alcune aree della fascia marginale e marittima — e in modo più evidente nei territori di Trapani, Patti, Castroreale, Messina, Acireale e Catania — la condizione sociale dei contadini era « alquanto superiore a quella del resto dell’isola » in conseguenza dei diversi rapporti economici e sociali esistenti tra le varie classi: qui maggiore era la divisione della proprietà fondiaria, più estese le colture di pregio, assenti o almeno trascurabili le classi intermediarie, e parassitarle, tra proprietari e contadini; e maggiore il numero dei professionisti e dei commercianti. In realtà, l’alienazione e la quotizzazione delle proprietà demaniali e degli enti religiosi avrebbero potuto migliorare enormemente le condizioni economiche delle classi più povere, solo che si fossero usate come 1’« unico mezzo efficace di produrre una rivoluzione sociale ed economica…, e di far ciò senza mutamenti politici, senza disordini, né odii, né ingiustizie, ma con vantaggio di tutti »: mentre si tradusse in un fallimento, per le stringenti necessità dell’erario e per la salvaguardia della libertà e iniziativa privata, così che « la pratica e la realtà sono che i capitalisti hanno fatto un buon affare ; che i grandi proprietari hanno aumentato il numero dei loro latifondi ; che molti terreni già bonificati e in buona condizione sono andati in rovina, perché il pagamento delle rate si toglieva e si toglie dallo sfruttamento e dallo sperpero del podere; …che i contadini stanno come prima e staranno peggio in avvenire; che i piccoli proprietari vanno diminuendo»: cioè l’alienazione di quelle proprietà si è fatta « in modi e in condizioni tali da portare piuttosto a un aggravamento delle attuali sproporzioni nella divisione delle terre » : cioè attraverso l’organizzazione delle camorre alle aste. La grande proprietà si irrobustiva, anche per la tendenza dei grandi proprietari — come aveva da poco già messo in evidenza l’economista messinese M. Basile in un suo studio sui catasti di Sicilia — ad acquistare nuove terre per prestigio sociale e politico oltre che per profitto, piuttosto che a migliorare quelle già possedute. Così che il Sonnino poteva concludere che « l’agricoltura ha fino ad ora perduto anziché guadagnato per quel passaggio delle terre nelle mani dei privati », né si illudeva che « là dove giacciono incolti o malamente lavorati tre quarti dei terreni che son già posseduti ab antico da privati, il solo accrescimento di quelle proprietà debba necessariamente condurre i proprietari a coltivare meglio o di più » (pp. 210-15). In queste condizioni, il Sonnino vedeva soltanto nell’associazione cooperativa di produzione tra contadini — che ebbe poco sviluppo — e nell’emigrazione i mezzi intesi a migliorare la sorte delle classi disagiate dell’isola; e per quanto nel periodo della sua inchiesta il filone migratorio fosse assai debole, non nascondeva l’estrema possibilità che tale filone si potesse in breve tempo ingrandire a corrente impetuosa e incontrollata.

    E di fatti, contrariamente ad altre regioni del Nord e del Sud dove era cominciata corposa già per tempo dopo l’unificazione politica, in Sicilia l’emigrazione fu davvero trascurabile agli inizi. Fin verso il 1880 essa fu limitata a circa un migliaio o poco più di persone ogni anno (fu di 1228 persone nel 1876 di fronte a 108.771 da tutta Italia) ; e poco crebbe anche nel ventennio successivo, specialmente dal punto di vista quantitativo: tra 2000 e 5000 partenze annue fino al 1887, tra 7000 e 15.000 l’anno fino al 1896, per salire poi a 28.838 nel 1900. Si trattava in prevalenza — per circa i 4/5 — di emigrazione di origine contadina, come scrive il Sonnino, special-mente quella che aveva come punti d’imbarco Palermo e Trapani, e che drenava gli abitanti dei latifondi interni della Sicilia (specie da Contessa Entellina, Vita, oltre che dall’isola di Ustica), mentre era soprattutto di origine artigiana e operaia quella da Messina. E si trattava di emigrazione per lo più maschile — solo 1/6 di donne — e diretta (nel 1871, secondo il Bodio) per il 26% in Europa, per l’8% in America (dai porti di Palermo e Messina per l’America settentrionale, da Genova per l’America meridionale), per il 3% in Asia e per il 61% in Africa: verso l’Egitto e il Vicino Oriente da Messina, verso la Tunisia e l’Algeria da Trapani. La corrente migratoria verso l’estero fu contenuta fin sullo scorcio del secolo scorso probabilmente per più ragioni; ma in genere per due motivi principali: da una parte per l’incremento della produzione specialmente agricola, nonostante le numerose difficoltà esistenti — e la produzione di grano cresce infatti da 4,5 milioni di ettolitri nel 1855 a 6,5 intorno al 1880, e a 7,7 intorno al 1890; e il vino da 4,2 agli inizi degli anni ’70 a 7,7 verso la fine del secolo; e gli agrumi da 12 milioni di unità di 100 a 26,6 — ma anche di quella industriale — per l’intensificazione della produzione di zolfo (da 200.000 tonnellate nel 1870 a più di 500.000 nel 1900), per il rafforzamento della marina mercantile (4 battelli a vapore per 1090 tonnellate di stazza nel 1859 e 95 per 56.949 tonnellate nel 1892), per la costruzione della rete ferroviaria — e quindi per le maggiori possibilità di utilizzazione dell’abbondante mano d’opera agricola, nonostante il regresso dell’allevamento del bestiame, dell’industria tessile e di quella manifatturiera in genere; e dall’altra parte — e questo è il secondo motivo — per l’azione di ritenuta, esercitata dalle plaghe agricole in vivace sviluppo lungo i litorali, delle forti correnti migratorie dalle regioni cerealicole. Ma dopo il 1888-89 la pressione demografica sull’isola era già così pesante per il fortissimo incremento verificatosi dopo l’unificazione — come ho già detto — che non fu più possibile contenere tale incremento entro i confini isolani. La crisi degli anni ’90 — che colpiva, a causa della denuncia dei trattati commerciali, soprattutto l’agricoltura meridionale — aveva tolto capacità di attrazione e soprattutto possibilità di assorbimento della manodopera delle aree cerealicole interne, alle plaghe di colture di pregio già in via di sviluppo e ora bloccate e perturbate nella loro opera di adattamento economico e demografico, in atto da più di quattro lustri. Invece che da centri di richiamo, da poli di attrazione, i centri abitati di queste stesse plaghe di agricoltura intensiva cominciarono a funzionare da luoghi di rimbalzo: le grandi ondate di persone provenienti dall’interno venivano a raccogliersi qui per cercare poi — ma quasi subito — una via verso altre regioni italiane e soprattutto verso l’estero. E allora, da piccolo fiotto la corrente migratoria siciliana verso l’estero divenne torrente impetuoso: 54.466 persone lasciarono l’isola nel 1902; 106.208 nel 1905; 127.603 un anno dopo; e 146.061 — dopo essersi aggirata, tale corrente, su 100.000 e 50.000 alternativamente negli anni intermedi — nel 1913, alla vigilia ormai del primo conflitto mondiale.

    Vedi Anche:  Tradizioni, usi, costumi ed analfabetismo

    Sviluppo del movimento migratorio annuo in Sicilia fra il 1876 e il 1925.

    Il notevole numero degli emigranti era in connessione anche con lo sviluppo della mobilità della popolazione sul piano del lavoro: mobilità che dava maggior coscienza alla classe contadina della sua miseria e ne rafforzava le aspirazioni ad un migliore tenore di vita. Invero, non soltanto erano aumentate negli ultimi decenni del secolo scorso le correnti stagionali delle migrazioni interne — che dal maggio 1905 all’aprile dell’anno successivo consistettero in 82.390 lavoratori secondo i dati ufficiali — ma anche quelle di carattere stagionale verso i paesi stranieri, in ispecie verso l’Argentina, legate sia alla diversa successione dei lavori agricoli — taglio del grano in estate in Sicilia, e in Argentina nell’estate australe, cioè nell’inverno nostro — sia alla alcatorietà del clima siciliano, che alternava ad annate normali anni particolarmente siccitosi, e quindi di scarso raccolto e di miseria. Ma alle forti correnti migratorie transoceaniche rispose presto, fin dal 1906 — l’anno successivo all’inizio dell’esplosione migratoria — una controcorrente di emigranti che tornavano in patria, formata da un minimo di un decimo ad un massimo di quattro quinti dei partenti, ogni anno: ad esempio, la controcorrente fu nel 1906 di 13.706 persone contro 106.208 partenti; fu di 40.164 nel 1908 contro 50.453; di 25.708 nel 1910 contro 96.716; di 28.135 nel 1913 contro 146.061; e di 36.651 contro 46.610 nel 1914, anno dell’entrata in guerra dell’Italia. Nonostante questi rimpatri, l’emigrazione siciliana manteneva fondamentalmente i caratteri di fenomeno definitivo: relativamente pochi erano gli emigrati isolati, e piuttosto elevato il numero delle donne e dei bambini (nel 1906, ad esempio, 24% di donne e 14% di bambini; nel 1913, 28% di donne e 15% di bambini); e in prevalenza, si trattava di persone provenienti dalla campagna, o comunque di persone addette a lavori agricoli — cioè di persone che cercavano fuori d’Italia una nuova residenza definitiva — in primo luogo di piccoli proprietari, o mezzadri o piccoli affittuari alla fine del secolo, e con eguale aliquota di braccianti e terraggieri nel 1913 : anno in cui emigrarono 43.467 piccoli agricoltori proprietari conduttori, 39.746 braccianti e terraggieri, ma già 16.574 operai qualificati ed artigiani e 4604 addetti al commercio, oltre a 681 persone occupate nelle libere professioni e in quelle artistiche, e 12.323 nelle cure domestiche (donne dei contadini). La frana, che aveva fino all’ultimo decennio del secolo scorso investito prevalentemente le classi agricole, ora si estende anche alle città, ed erode le classi artigiane e operaie, e persino gli strati culturalmente più qualificati. Ciò nonostante erano le campagne con i loro grossi centri abitati, e non le città maggiori, a dare il massimo contributo all’emigrazione: per il periodo 1911-1914, che vide partire ben 409.816 emigranti, cioè più di un decimo della popolazione complessiva, l’Arcuri Di Marco aveva calcolato che 19.240 (cioè il 4,7%) provenivano da Palermo, Catania e Messina, 14.642 (3,6%) dai rimanenti capoluoghi provinciali, e ben 375.934, cioè il 91,7%, dagli altri comuni, prevalentemente rurali, dell’isola. Nei comuni più piccoli, fino a 10.000 abitanti, il tasso degli emigranti era mediamente del 150 per mille, in quelli da 10 a 25 mila del 120 per mille, di solo il 56 per mille in quelli da 25 a 50 mila, con un forte aumento (119 per mille) in quelli da 50 a 100.000 (città evidentemente sproporzionate nella loro consistenza demografica rispetto alle reali possibilità di assorbimento nel campo delle attività economiche ed amministrative), per scendere intorno a 28 per mille appena nelle tre grandi città di Palermo, Messina e Catania. L’emigrazione era ormai generalizzata a tutto il corpo insulare, senza più nessuna chiara relazione tra l’intensità del movimento emigratorio da una parte, e le densità di popolazione, o il fattore altimetrico, o la diversa intensità delle colture dall’altra.

    Piramidi delle età della popolazione siciliana, nel 1881 e nel 1961. In ciascuna piramide, a sinistra gli uomini, a destra le donne. Scala verticale: classi di età di cinque in cinque anni; scala orizzontale: proporzione percentuale di ogni singola classe.

    Nel 1921 la popolazione era di 3.695.000 unità rispetto ai 3.568.000 del 1901 (-}-1,6%), ma quella presente era diminuita di circa 20.000 unità rispetto al precedente censimento. Non solo; ma anche la popolazione temporaneamente assente tendeva ad aumentare in modo evidente: nel 1901 essa costituiva appena V1% della popolazione residente, ma nel 1921 poco più del 4,5% (per 186.000 unità circa), di cui un quarto in altri comuni italiani e tre quarti all’estero.

    Sviluppo demografico di alcuni comuni tipici della fronte tirrenica orientale, o messinese, secondo i censimenti nazionali.

    Sviluppo demografico di alcuni comuni tipici della regione etnea, secondo i censimenti nazionali.

    Sviluppo demografico di alcuni tipici comuni della Sicilia centrale, secondo i censimenti nazionali. (Si è volutamente introdotto il comune di Gela, città del litorale nisseno che presenta un particolare tipo di evoluzione: piuttosto netto il suo incremento dopo l’unificazione, forte dopo il 1951 in rapporto alla nascita e allo sviluppo del grande complesso petrolchimico dell’E. N. I.).

    L’emigrazione aveva assunto un peso così importante nella vita siciliana, e in generale in tutta la vita nazionale, che ben presto si impose come uno degli argomenti più controversi e dibattuti, in campo politico come economico-sociale. Alcuni — come P. Villari — pessimisticamente vedevano in questa incontrollata e franosa emigrazione una fonte di mali futuri: una invecchiata struttura della popolazione, resa più pesante dalle numerose classi giovanili non in età di lavoro; l’abbandono dei campi, e comunque un peggioramento dei metodi e sistemi di coltura; e persino un segno di decadimento attraverso al « numero sempre crescente di riformati nelle coscrizioni » — dovute evidentemente ad altri fattori, di ordine medico-sanitario e alimentare.

    Sviluppo demografico di alcuni tipici comuni della Sicilia occidentale interna, secondo i censimenti nazionali.

    Certamente, il ritorno verso un’agricoltura di carattere estensivo — ai cereali e soprattutto al pascolo — era evidente; come pure evidente era la possibilità della ricostituzione di grandi proprietà mediante la ricomposizione delle aziende che i piccoli proprietari non erano più in grado di coltivare per i crescenti salari dei contadini, le cui file si erano via via assottigliate. Ma già erano ottimi sintomi di miglioramento sociale l’innalzamento delle paghe, la maggior circolazione del denaro, il relativo allargamento dell’istruzione e di conseguenza l’instaurazione di rapporti umani più civili e meno contrastanti e la diminuzione della delinquenza comune. E il Lorenzoni, nella sua inchiesta del 19io, dopo aver sottolineato queste ed altre cose, ottimisticamente concludeva, proprio a proposito delle aree latifondistiche, che l’emigrazione aveva spinto anche verso l’applicazione, per quanto timida, di sistemi agricoli più intensivi: come l’introduzione della vicenda nelle coltivazioni, cioè delle leguminose da granella e da foraggio, e il passaggio alla stabulazione (parziale) del bestiame bovino. Del resto, l’emigrazione non era soltanto positiva sul piano economico, come elemento di momentaneo alleggerimento demografico e come fattore di stimolo a creare nuove strutture in regioni attardate; era anche un vero e proprio processo di liberazione delle masse contadine soffocate in ogni loro moto di miglioramento economico e sociale, un atto cosciente di ricercare altrove condizioni di vita più consone alla libertà e alle capacità individuali. E perciò non pochi videro nel fenomeno migratorio, come G. B. Raja e De Felice Giuffrida, — anche se non ne sottovalutarono gli altri fattori — una risposta alle lotte suscitate dai Fasci dei lavoratori e alla sanguinosa loro repressione nel 1893-94: quando, dice il Raja, « perduta la speranza di un loro sollevamento in patria, consci della loro potenza economica, i lavoratori pensano di voler uscire da uno stato di vita impossibile… (e allora) il nuovo sentimento di civile educazione consiglia i lavoratori di emigrare, a portare dove è meglio ricompensato il loro lavoro ». E l’emigrazione non è soltanto una risposta siffatta; ma viene considerata anche come un’arma di lotta, e assai più efficace dello sciopero, come aveva già fatto anche il Sonnino, perché l’emigrazione, « col modificare permanentemente o almeno per lungo tempo la concorrenza dei lavoratori, toglie ogni ragione per cui i proprietari non abbiano a cedere subito tutto quanto possono cedere ». Nelle zone di maggior evasione, specie nelle plaghe fru-menticole dell’occidente, i socialisti — anche perché timorosi di perdere di mordente e di dover abbandonare una battaglia già ben impostata per il miglioramento delle condizioni delle classi povere — tentarono di opporsi ad un ulteriore dissanguamento demografico mediante la costituzione di affittanze collettive che abolissero nei rapporti tra contadini e proprietari di terre affittate l’intermediazione dei gabellotti.

    Sviluppo demografico delle tre principali città della Sicilia, secondo i censimenti nazionali (i dati si riferiscono agli abitanti del corrispondente territorio comunale).

    In certe zone le cooperative socialiste avevano presto acquisito una grande forza: così a Trapani conducevano 48 ex-feudi per 8576 ettari, e a Corleone 6 latifondi per 3500 ettari, e a Castrogiovanni, l’attuale Enna, più di 4000 ettari, come rileva il Prestianni; né meno importanti erano le affittanze collettive cattoliche, ideate e promosse da L. Sturzo, e qualche rilievo rivestivano pure le cooperative neutrali e costituzionali. Ma più che bloccare l’emigrazione, tali cooperative agricole erano destinate a promuovere localmente la nascita e l’affermazione di nuovi costumi di vita, di più moderne strutture economiche e di più elevate e sane condizioni sociali.

    La dinamica della popolazione dopo il primo conflitto mondiale

    L’emigrazione verso l’estero si contrasse durante il periodo bellico (16.169 partenti nel 1915 e appena 2087 nel 1918), e dopo una ragguardevolissima espansione nel 1920 — quando 108.718 persone lasciarono la Sicilia, poco più che nel 1905 — era destinata a comprimersi a 23.000 unità fino al 1925, con qualche isolata punta più alta (1923: 36.070 partenti), per cadere poi a valori trascurabili in seguito alle leggi restrittive emanate dal governo fascista. Non pare strano pertanto che la popolazione siciliana si sia da allora molto rafforzata numericamente: da 3.695.000 abitanti nel 1921 è salita a 3.906.000 nel 1931 (con un incremento del 5,7%), a 4.487.000 nel 1951 (+ 14,8%) e a 4.712.000 nel 1961 (+ 5%). Questi quarantanni di storia demografica dell’isola si possono dividere — come per le rimanenti regioni italiane — in due periodi: il primo, distinto dalle leggi restrittive riguardanti sia le migrazioni verso l’estero che i movimenti interni (lotta contro l’urbanesimo) segna tassi di incremento notevoli: la natalità conserva, come nelle società poco sviluppate, valori medi molto elevati (30,4 per mille tra ’21 e ’31; 27 per mille tra ’31 e ’41; 24 per mille tra ’41 e ’51), mentre la mortalità, pur diminuendo in rapporto al migliorato ambiente igienico e sanitario, rimane ancora piuttosto elevata: diminuisce infatti appena da 16,9 per mille nel decennio 1921-31 a 12,7 per mille tra il 1941 e il 1951. E di conseguenza l’incremento naturale, particolarmente forte, porta ad un appesantimento del carico umano — 692.000 persone in più soltanto tra il ’36 e il ’51 — su una struttura economica per lo più agricola e quasi priva di ogni fermento di rinnovamento e modernizzazione. Il carico medio della popolazione — cioè la densità degli abitanti per chilometro quadrato — passa pertanto da 144 nel 1921, a 162 nel 1951, a 183 nel 1961. La situazione si fa pressoché insopportabile, e chiude in un circolo vizioso la vita siciliana, impedendole qualsiasi balzo in avanti. Così che dopo la guerra ha inizio un nuovo periodo nella dinamica della popolazione siciliana (e in genere italiana), distinto da caratteri peculiari e decisamente nuovi. Tra il 1951 e il 1961 la popolazione della Sicilia si accresce infatti soltanto di circa 190.000 unità: e poiché l’incremento naturale era stato nello stesso periodo pari a circa 607.000 abitanti, l’emigrazione, sia interna che verso l’estero, ha assorbito la maggior parte dell’eccedenza naturale (i due terzi). L’incremento della popolazione è stato dunque di appena il 5% rispetto al 6,2% della media nazionale, e soprattutto basso in confronto ai tassi elevati del Lazio (17,4), della Lombardia (12,6), del Piemonte (10,6) e della Liguria (9,6). Altre regioni italiane dalle forti correnti migratorie hanno accusato addirittura diminuzioni effettive di popolazione, come tutta la regione venetofriulana e un grosso settore dell’Italia centrale, dalle Marche al Molise: la Sicilia si è salvata solo per gli alti tassi di incremento naturale (13,7 per mille nell’ultimo periodo intercensuario), che sono la risultante di una ancora sostenuta natalità (22,2 per mille) e di decrescenti tassi di mortalità (9,2 per mille), ormai quasi giunti al loro limite biologico. Epperò, se sul piano regionale la Sicilia mostra ancora una certa forza di resistenza, su quello provinciale Enna segna già una notevole falla, con una diminuzione complessiva pari al 4% della sua popolazione; e su quello comunale ben si può osservare che la caduta interessa ormai la maggior parte dei comuni dell’isola: esattamente i due terzi. Si allarga ancora di più il fenomeno dello spopolamento delle regioni interne e più elevate — Iblei, catena settentrionale, alte Madonie, Erei, monti della Sicilia occidentale intorno a Salemi e a Vita — e si fa più rimarcato l’affollamento delle aree periferiche, specie di quelle con attività agricole moderne, basate sull’irrigazione e su intensivi metodi di coltura — Conca d’Oro, fasce litorali dei Peloritani, aree agrumicole dell’Etna sudoccidentale — e di quelle industriali, che fungono da forti poli di richiamo; e più generalmente si accentua il fenomeno dell’inurbamento, con un riflusso considerevole dai centri minori verso quelli maggiori: nel 1955-57, come ha osservato il Cusimano, il 71% dei casi di migrazione si è svolto entro i confini dell’isola, e così anche negli anni successivi, con poli di attrazione le città principali. Si assiste pertanto ad una ulteriore sperequazione nella ridistribuzione degli abitanti, che tendono a dirigersi là dove le possibilità di lavoro si fanno più numerose e il livello di vita si innalza gradualmente in modo più deciso.

    Veduta parziale di Enna (948 m.), su un terrazzo dai fianchi molto scoscesi, al centro dell’isola, capoluogo provinciale in nècrosi.

    Variazioni demografiche fra il 1861 e il 1961.

    Ma tali spostamenti — per quanto quantitativamente molto consistenti — manifestano in genere un piuttosto limitato raggio d’azione, traendo le proprie origini e finendo di smorzarsi per la maggior parte entro circuiti in prevalenza di sviluppo provinciale. E si svolgono lungo le direttrici delle tradizionali migrazioni agricole stagionali, come hanno sottolineato D. Dolci e F. Renda: dagli alti Iblei pastorali (Vizzini e Monterosso Almo) alla sottostante regione agrumicola: a Lentini, Car-lentini e Francofonte; dall’interno cerealicolo del versante meridionale dei Nébrodi (Nicosia, Regalbuto, Traina) verso le aree di colture ricche delle falde etnee sudoccidentali: ad Adrano, Biancavilla, Misterbianco, Paterno; da Cesarò e Randazzo, nell’alta e media valle dell’Alcántara, giù verso il litorale di Giarre e di Riposto; dall’area del noccioleto, sulle spalle nordorientali dei Nébrodi, verso Capo d’Orlando e i paesi della Piana milese; e dai centri abitati del latifondo dell’ovest (Corleone, Bisacquino, Chiusa Sclàfani, Roccamena) verso la Conca d’Oro e la vicina piccola piana che si slarga alla foce dell’Eleutero, o verso la più estesa pianura di Partinico e di Alcamo, sul golfo di Castellammare. Ché anzi proprio questi movimenti definitivi dovevano pesantemente ripercuotersi sulle correnti migratorie agricole stagionali, via via isterilendole (nel 1956 erano stati calcolati, gli emigranti stagionali, a 40.715, e nel 1959 a 29.534, mentre erano più di 82.000 ai primi del secolo), e nel contempo, favorendo un interessante scambio di esperienze tecnico-professionali, erano destinati a creare le premesse di notevoli miglioramenti nelle condizioni di vita dei paesi di arrivo come di quelli di partenza. Così quasi tutto l’interno è in via di diminuzione, e certi comuni, nel giro di appena un decennio, tra i due ultimi censimenti demografici, hanno avuto perdite superiori anche ad un quarto della loro popolazione: così Sclàfani Bagni (— 27%), Acquaviva Plàtani (— 26%), e Vita, Villalba, Floresta e Limina (—25%). Non solo: ma la popolazione presente è il più delle volte molto più bassa di quella residente o legale, la quale ultima riesce artificiosamente a mascherare correnti più cospicue di emigrazione temporanea e anche definitiva, e quindi a dare un’idea non certo esatta della situazione reale o di fatto. Come sottolinea il Renda, fra i due ultimi censimenti la popolazione della provincia di Agrigento è cresciuta di 7000 unità, ma l’emigrazione temporanea ne ha interessato 36.000: per cui si può parlare di regresso preoccupante piuttosto che di stagnazione demografica; e l’aumento di Favara (18,4%) è stato assorbito dalla stessa migrazione temporanea per i nove decimi, e a Comitini tale emigrazione è addirittura il doppio dell’incremento, e a Cianciana, una borgata mineraria in via di nécrosi, 2200 su 2750 persone attive risultano temporaneamente all’estero.

    Vedi Anche:  Latifondi e regioni delle colture

    Variazioni demografiche fra il 1951 e il 1961.

    Alcamo, ai margini della pianura pliocenica che si affaccia al golfo di Castellammare, da M. Bonifacio (826 m.).

    Natalità, mortalità ed eccedenza naturale della popolazione siciliana, dal 1861 al 1961: aliquota per ogni 1000 abitanti.

     

    In complesso, son dunque soltanto le città, specie le maggiori, ad aumentare demograficamente. Nelle tre città più importanti — Palermo, Catania e Messina — abita oggi un quarto di tutta la popolazione siciliana, e nei nove capoluoghi provinciali, nell’assieme, il 70%: cinquant’anni fa, nel 1911, tali valori ammontavano rispettivamente al 17,5% e al 24,2%. E le città con più di 30.000 abitanti sono passate dal 32,9% della popolazione complessiva nel 1911 al 42,9% nel 1961. Di conseguenza, poiché l’incremento demografico interessa in prevalenza le aree periferiche, dove — oltre agli apporti dell’ancor giovane regime demografico — va ad esaurirsi il processo di scivolamento della popolazione dall’interno, gli abitanti che vivono sotto i 100 metri di altitudine erano pari nel 1911 al 36,3% ed oggi — come rileva E. Fioridia in un recente studio analitico — rappresentano invece il 46,6% di tutta la popolazione, e sotto i 200 metri il peso demografico relativo è passato nello stesso periodo dal 45,8 al 55,9%. Al di sopra di 300 metri, per contro, la consistenza demografica si è nel complesso considerevolmente abbassata in senso relativo, nonostante lievi aumenti quantitativi fino ai 600 metri di altitudine.

    Ripartizione della popolazione complessiva e della densità relativa corrispondente, per zone altimetriche, nel 1911.

    Ripartizione della popolazione complessiva e della densità relativa corrispondente, per zone altimetriche, nel 1961.

    Favara, centro agricolo e minerario dell’altipiano agrigentino.

    L’emigrazione dopo il secondo conflitto mondiale

    Tali scivolamenti di popolazione verso le zone periferiche dell’isola avrebbero comportato un’ancor più pesante coagulazione di abitanti in alcuni limitati distretti, se il fenomeno migratorio non avesse liberato la regione di una parte non trascurabile della sua popolazione. Questa nuova grande ondata emigratoria doveva aver inizio subito dopo il secondo conflitto mondiale, quando i Siciliani erano convinti di poter emigrare senza alcuna difficoltà negli Stati Uniti, forse suggestionati dalla presenza nell’isola, durante gli ultimi anni di guerra, di molti italo-americani, che qui trovavano un numero elevatissimo di parenti: secondo i dati pubblicati dalla Svimez, il 64% della popolazione isolana. E invero, poiché procedeva con passo di piombo l’opera di industrializzazione, e non ancora era stato decisamente avviato l’ammodernamento dell’agricoltura, e poiché era cresciuta enormemente la popolazione, l’unica via di scampo, ancora una volta, come sostenevano alcuni, era l’emigrazione: anche se soltanto come rimedio provvisorio, e pertanto da affiancare subito e da neutralizzare di poi con radicali ristrutturazioni della vita economico-sociale dell’isola, attraverso l’attuazione della riforma agraria (iniziata nel 1950) e lo sviluppo dell’apparato industriale (che fu avviato pure all’inizio degli anni ’50). La prima soluzione è stata dunque quella dell’emigrazione: e tra il 1951 e il 1961 ben 396.470 furono gli emigranti — senza considerare l’emigrazione temporanea — cioè la corrente fu assai più massiccia che nel 1901-11 (quando fu di 240.000 unità), superando tutte le precedenti punte massime. Ciò nondimeno, la mobilità della popolazione siciliana — sia per quanto riguarda l’emigrazione esterna che le correnti interne — non soltanto è rimasta più contenuta che nelle regioni settentrionali (nel 1958, sottolinea il Renda, vi furono 78 emigranti su mille abitanti in Piemonte, 70 in Lombardia, 55 in Liguria e appena 45 in Sicilia), ma ha mostrato forti differenze da provincia a provincia: assai più vivace in quella di Siracusa, dove fu sollecitata anche dalla nuova area industriale che si andava allora enucleando intorno a Borgo Priolo, e vicina ai valori settentrionali; molto bassa per contro ad Enna, Agrigento, Trapani e Palermo stessa. Ma in tutte le province le cancellazioni risultano più numerose delle iscrizioni, e talvolta in modo considerevole: il saldo effettivo netto, invero, ha interessato il 20,5% della popolazione provinciale di Enna tra il 1951 e il 1961, il 16% di quella di Cal-tanissetta, e il 13% di quella di Agrigento. Il saldo migratorio complessivo, come ho detto, si è chiuso con un passivo di 396.470 unità.

    Ma le correnti dell’emigrazione non sono più quelle prebelliche, o almeno soltanto quelle: dei 400.000 emigrati, in complesso, dalla Sicilia, nell’ultimo periodo intercensuario, 220.000 si sono trasferiti nelle regioni settentrionali d’Italia e 180.000 all’estero, di cui 120.000 nei paesi d’oltremare e i rimanenti 60.000 nei paesi dell’Europa occidentale, e in prevalenza in quelli della Comunità europea. L’emigrazione transoceanica non costituisce, dunque, come negli ultimi due decenni del secolo scorso e soprattutto nel quindicennio precedente il primo conflitto mondiale, la corrente più importante seguita dai Siciliani. Tra il 1950 e il i960, l’eccedenza degli espatri sui rimpatri, per via aerea e marittima (precisamente 122.676 persone), è stata pari soltanto al 30% del saldo migratorio complessivo, mentre tra il 1890 e il 1913 era stato del 90%. Tuttavia, nonostante questo calo considerevolissimo, l’emigrazione italiana oltre oceano è sempre più meridionale, e la Sicilia vi concorre ora con circa il 15% degli effettivi (solo con il 6% nel periodo 1890-1900 e con il 13-14% nei primi due decenni del nostro secolo), e verso alcuni Stati è addirittura più forte: nel i960, ad esempio, era del 30% per gli Stati Uniti, del 22% per il Venezuela, del 18% per l’Australia. Le stesse correnti tradizionali verso l’estero, per i più vari motivi, non hanno più l’importanza di un tempo: l’emigrazione siciliana interessa l’Argentina soltanto per il 4% (i960) contro il 46% ancora nel 1950, mentre — dopo una diminuzione molto sensibile — riguarda ora gli Stati Uniti per il 34%, e per il 16% il Canada, in rapporto ad una ininterrotta catena di richiami familiari che riesce a smagliare la rete protettiva delle leggi americane, e per il 25% l’Australia, nonostante varie difficoltà inerenti alle non sempre buone condizioni di vita di questo paese, sul piano economico come su quello dei rapporti umani, e per il 16% il Venezuela (dal 26% nel 1957).

    Verso i paesi europei — dove l’emigrazione avviene soprattutto per via terrestre, sulla rete ferroviaria — l’emigrazione dalla Sicilia è gradualmente cresciuta dal 1950 in poi. Fino allora, un qualche non scarso rilievo aveva pure l’emigrazione verso i paesi mediterranei d’Africa (specie la Tunisia), ma successivamente attirano soprattutto la Francia e il Belgio, e fuori della Comunità europea il Regno Unito e la Svizzera, e infine, ma a distanza, la Germania. Anche in questi paesi — come nel passato nelle Americhe, e qualche volta ora anche nelle nostre regioni settentrionali — l’emigrazione siciliana è avvenuta a gruppi: ogni area o regione siciliana, attraverso i legami di parentela e di amicizia, vi ha trasferito i suoi particolari colori, e costumi, e tradizioni. Così, secondo i dati riportati dal Renda, il 63% dell’emigrazione in Francia è formata da agrigentini e da nisseni, che a loro volta si riuniscono in colonie costituite da persone provenienti da uno stesso paese o da una stessa città: come gli emigranti di Sommatino, che a Fontaine-sur-Drac, secondo un’inchiesta di R. Ro-chefort, formano il 71% della colonia italiana, o quelli di Ravanusa a Saint-Etienne sulla Loira, e di Randazzo a Lione e nella regione di Metz. E le loro tradizioni portano anche altrove gruppi di eguale consistenza, come gli emigranti di Cattolica Eraclea e di Ribera in Canada e negli Stati Uniti, di Vizzini e Linguaglossa in Australia e Venezuela, e di Enna e Valguarnera nelle regioni minerarie belghe, così che continuano a formarsi come nel passato, seppur sotto forme nuove, « tante piccole Sicilie — così si esprime il Renda — conservanti i caratteri particolari di quel piccolo angolo di terra e di cielo, le specifiche cadenze dialettali, i colori rutilanti delle tradizioni e delle feste paesane, l’atmosfera idillica di un mondo di sentimenti e di affetti che vive nel ricordo di una fantasia, tanto più accesa e tenace quanto meno legata alle dure vicende di una vita straniera ».

    Ma più forti sono ormai le correnti migratorie siciliane — come tutta l’emigrazione meridionale — verso l’Italia del Nord, e in ispecie verso le regioni nelle quali più fervido è stato negli ultimi tre lustri lo sviluppo industriale. E a richiamarle lì sono state da una parte le maggiori possibilità di lavoro, e dall’altra l’incapacità finora dimostrata dall’isola di ravvivare il mercato di lavoro al punto da renderlo atto ad assorbire una aliquota più grande dell’eccedenza demografica. Emigrano così i lavoratori delle zolfare in crisi; i braccianti già occasionalmente occupati sul posto in lavori di manovalanza non qualificata; i piccoli conduttori, proprietari mezzadri o affittuari, che qui, come nel resto d’Italia, si sono trovati nell’impossibilità — per difetto di preparazione tecnica e per difficoltà finanziarie — di ristrutturare la loro azienda secondo più razionali e moderni metodi colturali; gli esercenti e gli stessi artigiani, danneggiati dall’eccessivo flusso degli emigranti che li ha privati di lavoro; ma anche coloro che fuori dell’isola cercano condizioni migliori, e più numerose e quindi più facili — o ritenute tali — possibilità di successo: cioè borghesi, impiegati, statali, professionisti. Pressoché tutte le correnti siciliane convergono verso le regioni industriali del Nord, oltre che verso la Toscana e il Lazio: ora è l’industria — e il desiderio di trovarvi un posto di lavoro sicuro — che le attrae : e così la Lombardia ne assorbe da sola il 30%, e il Piemonte il 21%, e la Liguria il 17,5% e la Toscana il 12,7% (nel 1958); ora invece le richiamano le possibilità di impiego nell’amministrazione statale, soprattutto a Roma (13,2%). In complesso queste regioni interessano il 95% di tutto il movimento migratorio siciliano all’interno dell’area geografica italiana. E verso le stesse regioni volge anche un filetto piccolo ma pur consistente di emigranti agricoli (circa un decimo dei contingenti): specie verso la Toscana, dove i coltivatori diretti siciliani occupano spesso il posto lasciato libero dai mezzadri locali, che scendono in città, e sperano di diventare proprietari dei fondi che ora conducono. Anche alcune plaghe agricole dell’Emilia e della Romagna, e persino della vicina Calabria e della Sardegna, attirano non trascurabili gruppi di Siciliani.

    L’emigrazione è sempre stata, evidentemente, nonostante parecchie voci contrarie, un fattore di sollievo alla pesante situazione dell’isola, al ristagno e financo al regresso delle sue attività. Ma è pur vero che continuando questo drenaggio di persone con intensità simile a quella degli anni di più vivace evasione, l’emigrazione non potrà non avere ripercussioni negative anche su tutto il processo di sviluppo, quando le basi della trasformazione economica dell’isola — già avviata, anche se con contrastanti risultati, sia nell’agricoltura che nell’industria — si saranno rafforzate, e soprattutto i lavoratori qualificati faranno difetto. E quando non saranno più così numerose come nel passato, in complesso, anche le giovani leve, cioè coloro che hanno tra 20 e 40 anni — la popolazione attiva più energica e produttiva, decimata dall’emigrazione — per un processo di invecchiamento che l’emigrazione tende a rafforzare continuamente e per le perturbazioni che la stessa ingenererà anche nella struttura della popolazione: i giovani fino a 14 anni erano il 33,1% della popolazione totale nel 1936 ma appena il 27,3 nel 1961, gli adulti giovani (tra 15 e 39 anni) rispettivamente il 42,3 e il 39%, gli adulti anziani (da 40 a 59 anni) il 16,9 e il 20,9%, ed i vecchi (cioè le persone con più di 60 anni) il 7,7 e il 12,8%. Ed invero, la situazione tende a farsi più pesante per la diminuzione della popolazione attiva (che dal 45,2% nel 1871 è passata al 40,7% nel 1901, al 34,8 nel 1931, per risalire poi al 38,8% nel 1961), la quale diventa anche relativamente più anziana, e per il sempre più largo posto fatto all’elemento femminile — di norma fino a qualche anno fa legato prevalentemente alle occupazioni domestiche — nelle attività agricole, con conseguenze negative sui lavori dei campi: nel solo decennio 1952-1961, le donne dedite all’agricoltura sono aumentate da 61.943 a 140.488, e relativamente dal 20 al 41,9% di tutti gli addetti alle attività rurali. E ciò nonostante la persistenza di un piuttosto grande numero di disoccupati, che risultano mediamente negli ultimi anni, secondo i dati del Banco di Sicilia, intorno a 200.000, e che sono in rapporto con le più diffuse condizioni di sottoccupazione, che turbano la vita dell’isola e ne tengono vivi i fermenti all’evasione. Gli addetti all’agricoltura manifestano infatti una tendenza all’aumento (del 4,5% dal 1951 al 1959), e gli addetti ai settori secondario e terziario, anche se in fase di notevole incremento — del 14,5% nell’industria, del 23,8% nel commercio e nelle assicurazioni, del 26,6% nei trasporti e comunicazioni, secondo i dati del censimento dell’industria e del commercio del 1961 — lo sono prevalentemente, soprattutto per l’industria, in alcune province (specie a Siracusa, e a gran distanza a Palermo, Catania e Trapani) mentre in altre si vanno sensibilmente contraendo: a Messina, a Ragusa e soprattutto ad Agrigento, ed in modo allarmante nella provincia interna di Enna (— 28% degli addetti all’industria nel periodo intercensuario). L’impressione o la certezza di non poter trovare in Sicilia, entro un periodo di tempo ragionevole, una dignitosa sistemazione nel campo del lavoro, e quindi la possibilità di migliorare la propria situazione economica e le proprie condizioni sociali, sono attualmente i due fattori che liberano ancora una massa notevole di Siciliani sulle vie dell’emigrazione. Con risultati, come ho detto, che potranno essere negativi sull’equilibrato sviluppo futuro dell’isola, se l’esodo dovesse continuare con la stessa intensità o addirittura dovesse ulteriormente rafforzarsi.

    Adeguamento dei pesi demografici alle attuali risorse economiche

    Tutti questi motivi — i forti movimenti interni della popolazione, e le pur cospicue correnti migratorie verso l’estero — hanno portato nel corso di un secolo ad un significativo rivolgimento nel quadro umano dell’isola. La popolazione risulta cioè distribuita nell’ambito del territorio siciliano in modo sensibilmente diverso, con opposizioni che sono andate crescendo via via in misura rimarchevole. Da una parte sono aumentati gli squilibri di densità tra le sue varie parti; e dall’altra si è venuto a stabilire, spontaneamente, un nuovo equilibrio tra pesi demografici e risorse economiche. Le aree con maggiori densità di popolazione — superiori cioè ai 200 abitanti per chilometro quadrato, e frequentemente a 500 — sono tutte marginali, periferiche: e in particolare risultano fissate lungo il litorale tirrenico — tutta la Conca d’Oro palermitana, e le altre pianure che si aprono da Palermo fino al golfo di Castellammare; la Piana di Milazzo, e le medie e basse pendici peloritane che le succedono verso oriente fin quasi allo Stretto — e sul litorale ionico, da Messina, quasi senza interruzione lungo i Peloritani e con maggiori intensità sulle falde etnee, fino a Catania, e dopo il vuoto relativo (e per poco tempo, forse, ancora provvisorio) della piana catanese, fino al litorale siracusano: qui, anzi, in rapporto ai più vivaci centri urbani della Sicilia, si superano largamente anche i 750 abitanti per kmq.; e infine nell’estremo settore occidentale dell’isola, dalla penisola di Capo San Vito a Trapani e a Marsala. Sono queste le zone di maggior richiamo, le aree dove più moderne appaiono le strutture agrarie e più dinamico lo sviluppo industriale. Per contro, neH’interno dell’isola le densità si deprimono — pur con qualche oasi sparsa superiore ai 200 e talora ai 300 abitanti: decisamente sovrapopolate — a meno di 150 e anche di 100 abitanti per kmq.: eppure qui, nelle zone argillose degli altipiani, appare eccessivo anche un carico di 100 persone a chilometro quadrato. Il Milone sottolinea che su ogni ettaro di superficie agraria e forestale, cioè produttiva, insistono in media, qui, pur togliendo dal calcolo la popolazione dei capoluoghi provinciali, da uno a due individui: decisamente troppi, in rapporto alla povera natura dei suoli e agli attardati metodi agricoli. Ma del pari con densità relativamente deboli si presenta la fronte africana dell’isola: ad eccezione di alcune aree dove un’agricoltura più intensiva e redditizia — come la zona viticola trapanese e quella di Pachino, e la zona viticola e orticola di Vittoria e del suo piano fino a Scoglitti e a Santa Croce Camerina — o un recente stimolo provocato dall’apparizione dell’industria — a Gela, e a Porto Empedocle in particolare — hanno innalzato tali densità a più che 300 abitanti a kmq., o meglio hanno impedito che tali valori si abbassassero, frenando parzialmente i movimenti migratori. Come ho avuto più volte occasione di rilevare, qui, sulla fronte africana, tracimano in effetti le vecchie strutture del latifondo deirinterno, che solo da alcuni decenni si è andato sgretolando: e ancor pochi stimoli, e poco fattivi, sono intervenuti a ravvivarne la vita economica. Gli altipiani interni e la fronte africana fan dunque ancora figura di dorso della Sicilia: un dorso a lungo dimenticato, che aspetta di essere decisamente inserito, in modo più dinamico e continuo e operante, nel nuovo fervore di attività che ormai contraddistingue vaste zone del litorale tirrenico e quasi tutto quello ionico, e che qui — sul Mar d’Africa — è apparso invece fino ad oggi soltanto per punti, in più fortunate e meglio situate cittadine: a Gela e a Porto Empedocle soprattutto.

    Densità della popolazione secondo il censimento del 1961.