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Il clima e la vegetazione

    Caratteri del clima e della vegetazione

    La posizione della Sicilia — situata lungo l’arco di due gradi, le latitudini di 36° 40′ e 38° 40′ : cioè entro la stessa fascia che comprende la facciata mediterranea dell’Africa Minore, la parte meridionale della penisola ibericae il Peloponneso greco — e la sua insularità hanno avvalorato l’idea della mitezza del suo clima, dei suoi caratteri mediterranei o subtropicali. Ma più della posizione e dell’insularità della Sicilia è la corposità del suo territorio compatto — che i caratteri positivi della posizione e dell’insularità mortifica in modo sensibile, mano a mano si procede verso le regioni interne — ad imporsi, e a condizionare in modo particolare uno dei principali fattori climatici, la temperatura. Voglio dire cioè che l’influenza moderatrice del mare vien presto meno, non molto lontano dal litorale; e che i venti — che spirano piuttosto freddi dai quadranti settentrionali, nell’inverno, e caldi dagli orizzonti meridionali, nell’estate — piuttosto che il mare condizionano anche più sensibilmente il clima, penetrando assai profondamente nell’interno dell’isola, e abbassando o innalzando le temperature fin sui litorali. Nemmeno tutto l’orlo o corona costiera di Sicilia gode di un clima veramente mediterraneo: soltanto la fronte più riparata, che guarda al Mar d’Africa ed è aperta alle influenze meridionali, di origine sahariana, e che da Trapani va sino a Noto, con una propagginazione che segue il corso del Salso, o Imera meridionale, fin sotto Caltanissetta ; e qualche piccola piana o frangia costiera, sia sullo Ionio che sul Tirreno. Altrove, la degradazione di qualche fattore climatico — le temperature troppo basse o un eccesso di precipitazioni — introduce varianti, che si riflettono chiaramente anche sul tipo della vegetazione : la quale da tipicamente mediterranea — nel piano semiarido — si degrada nel piano subumido sulla maggior parte della superficie dell’isola, al di fuori delle più significative aree di montagna.

    Tre ambienti termici: le piane e cimose costiere, le regioni interne, la cuspide montuosa nordorientale

    Andamento della temperatura media mensile, di località opportunamente scelte, situate a differenti altitudini Milazzo, bagnata dal Tirreno (a 30 m.) Ragusa, sul tavolato ibleo (a 498 m.) Corleone, nei rilievi arenaceo-mamosi dell’alto Bélice sinistro (a 594 m.); Petralia Sottana, sul versante meridionale del massiccio delle Madonie (a iooom.); Floresta, quasi al culmine dei Nébrodi orientali (a 1275 m.); e infine la Casa Cantoniera dell’Etna, sul versante meridionale del vulcano (a 1882 m). — Accanto al nome di ciascuna località, sotto il diagramma, è indicata la temperatura media annua.

    Sul piano termico, non appare difficile distinguere tre ambienti ben differenziati. Non tanto in base alla temperatura media annua, che tende a smorzare in un dato fittizio la realtà mutevole del clima: quasi tutte le stazioni siciliane sono infatti distinte da temperature medie che si aggirano intorno ai 16-18° o poco più, e solo raramente, in stazioni interne e soprattutto molto elevate, scendono intorno o sotto i 14°: Lercara Friddi 14°,2 a 660 m. sulle propagginazioni settentrionali dei Sicani; Petra-Ha Sottana 13°,7 a 1000 m. nel massiccio delle Madonie; Cesarò 12°,9 a 1150 m. e Floresta 10°,8 a 1275 m., sugli alti Nébrodi, per deprimersi nelle zone elevate dell’Etna a 5° alla Casa Cantoniera (1881 m.) e intorno a o° all’Osservatorio Etneo (2943 m.). L’opposizione che contrappone i tre ambienti termici della Sicilia — le piane e cimose costiere, le regioni interne, la cuspide montuosa nordorientale — si coglie assai meglio nell’ampiezza delle escursioni annue, che in un clima tipicamente mediterraneo dovrebbe essere relativamente contenuta. Tale appare, in effetti, lungo il litorale, mantenendosi tra i 14 e i 16°: Milazzo 14°,5; Palermo 15°; Marsala 14°,1 ; Licata 15°,3; Siracusa 15°,7; Acireale 15°; Messina 15°,2. Ma nell’interno si sale presto oltre i 17°, e si tende verso i 18-20°: Calatafimi i7°,8; Partanna 18°; Bivona 20°; Petralia Sottana 19°; Caltanissetta 18°,8; Mazzarino 18°,5; Ragusa 19°; Cesarò 19°,2; Nicosia 19°,8; e financo a poca distanza dal mare e ad altitudini assai trascurabili, come in tutte le stazioni che si trovano ai margini della Piana catanese: Mineo 19°,2; Raddusa 1i9°,2; Lentini 18°,6. Nelle zone più elevate — catena settentrionale ed Etna — l’escursione si aggira sugli stessi valori. Ciò significa che la Sicilia conosce i rigori dell’inverno, per quanto si tratti di rigori non eccessivi. In gennaio e febbraio — i mesi più freddi — le temperature medie superiori a 10 centigradi si osservano soltanto lungo la fascia costiera, ma anche qui, in alcune plaghe, si scende sotto tale valore: Tindari sul Tirreno segna appena 8°,6; Agrigento sul Mar d’Africa 9°,6. La maggior parte dell’isola è interessata da temperature medie inferiori a 10°, con una decisa tendenza a diminuire ulteriormente verso l’interno e con il crescere dell’altitudine: Ciminna, ad appena 14 km. dal mare, 7°,6; Calta -nissetta 6°,9; Lercara Friddi 5°,7; Nicosia 4° 9; e più in alto Petralia Sottana 4°,4; Cesarò 4°; Floresta 2°. Il termometro scende dunque più volte sotto lo zero, e le gelate sono numerose, e talora anche persistono per più giorni consecutivi, e in montagna (dove scende la neve) anche per qualche mese: le medie di gennaio per la zona cacuminale dell’Etna sono di —1°,6 alla Casa Cantoniera e di —5°,6 all’Osservatorio. In estate — luglio e agosto sono i mesi più caldi — tutta l’isola presenta temperature medie superiori ai 24°, ad eccezione di piccolissime aree montane, distinte da temperature di 22-23°, o anche inferiori: Floresta 20°; e temperature tipiche di alta montagna sull’Etna: 14°,2 alla Casa Cantoniera e 8°,3 all’Osservatorio. Temperature medie superiori ai 28° sono eccezionali — anche se le massime raggiungono quasi dovunque, e con frequenza, i 35°, toccando talora i 40° —: come sugli assolati e aridi altipiani iblei (Ragusa 28°,7) ed entro e attorno alla caldaia della Piana catanese (Raddusa 28°,6). L’estate appare pertanto assai più uniforme su tutta l’isola di quanto non sia l’inverno: la Sicilia risulta nei mesi estivi sotto l’influenza delle correnti aeree sahariane, calde e secche, che inumidite dal Mediterraneo la investono quasi tutta. I giorni di scirocco sono spossanti dovunque; e l’organismo umano ne risente: maggior traspirazione, senso di soffocazione, impressione di una stanchezza deprimente e continua. Soltanto lungo la costa il giuoco delle brezze marine, durante il giorno e dove son più regolari — facciate rivierasche ionica e tirrenica — attenua il disagio delle forti temperature estive. Raramente, su questi litorali qualche acquazzone riporta entro limiti più ragionevoli le temperature, e dà un senso di stimolante refrigerio.

    Contrasti termici e pluviometrici, in base alle medie mensili di temperatura e di piovosità, tra versanti opposti della mole etnea.

    La piovosità annua in Sicilia (in base ai dati medi del periodo 1921-1950).

    Percentuale di scostamento massimo positivo dalla media annua delle precipitazioni per il periodo 1921 -1950.

    Percentuale di scostamento massimo negativo dalla media annua delle precipitazioni per il periodo 1921-1950.

    Regimi termici e pluviometrici, e stagione secca secondo per alcune stazioni della catena montuosa settentrionale.

    Il caldo estivo penetra profondamente fin nell’ottobre: soltanto in novembre le temperature medie scendono decisamente sotto i i8°: ma il salto di temperatura è molto più marcato tra novembre e dicembre, che tra i due mesi precedenti — l’ottobre e il novembre — e altrettanto forte tra dicembre e gennaio. A marzo, dopo le relativamente basse temperature del breve inverno — che molti si ostinano a voler negare, al punto che il riscaldamento non è ancora entrato nelle consuetudini nemmeno delle classi più agiate, persino sui litorali, e degli uffici pubblici: e di qui la gran diffusione delle malattie di natura reumatica e artritica, che vede la Sicilia toccata al pari e forse più della bassa Lombardia umida —, a marzo le temperature medie ricalcano quelle dell’abbastanza mite dicembre, e ad aprile si innalzano ulteriormente. A maggio è l’estate, che a dir vero non scoppia: si raggiunge per grandi gradini. Dai primi di maggio agli ultimi di ottobre — su ben sei mesi — l’estate domina incontrastata: le temperature medie mensili sono pressoché dovunque — tranne che in una pur estesa area interna della Sicilia occidentale, centrata su Corleone, Lercara Friddi, Partanna, con una insinuazione fino a Caltanissetta e Licata: tra 17 e 18° — superiori ai 18 centigradi. E forse la persistenza di alte temperature su un lunghissimo periodo dell’anno a diffondere l’impressione di una Sicilia sempre calda: e forse anche più perché son questi i mesi nei quali al caldo forte si unisce una chiarezza e spesso una intensa luminosità del cielo per il diminuire e quasi l’annullarsi della nebulosità e quindi delle precipitazioni.

    Vedi Anche:  Le produzione della terra

    Due stagioni: una piovosa e una asciutta

    Come le temperature, anche le precipitazioni tendono infatti verso l’uniformità — praticamente annullandosi — in tutta l’isola durante l’estate, e già fin dalla metà della primavera. Per il resto dell’anno, all’opposto — come avviene per le temperature — il quadro della distribuzione delle piogge si fa più complesso. In generale, a dispetto della presenza di lunghi mesi siccitosi, il carico delle erogazioni atmosferiche non è affatto trascurabile: quasi dovunque cadono in media ogni anno non meno di 500 mm. di pioggia. Soltanto una breve cimosa pianeggiante ad ovest — da Trapani fin quasi a Menfi — ed una meridionale, assai più stirata — da Agrigento fin sotto Noto, che si interna due volte a comprendere la Piana gelese e l’estrema cuspide sudorientale, da Rosolini a Pachino — e infine tutta la Piana di Catania fino ad Adrano, Centuripe e Catenanuova su per le valli del Simeto e del Dittàino — mostrano una piovosità annua che si abbassa anche al di sotto dei 400 mm. : Cozzo Spadaro, vicino a Portopalo, 365 mm. La piovosità cresce verso l’interno, dove si aggira tra 600 e 700 mm. Il rilievo più energico riesce invero a bloccare le correnti umide, che provengono in prevalenza da occidente, in inverno; e tanto più si eleva il rilievo, tanto più copiose risultano le precipitazioni. Si possono individuare tre grandi aree di piovosità superiore ai 700 mm. Una si fissa sulla catena settentrionale, dalle Madonie ai Peloritani, dai Nébrodi all’Etna, superando decisamente sulle parti culminali i 1000 mm., e attingendo quasi anche i 1500: Antillo nei Peloritani ionici, 1320 mm. ; Zafferana sul versante etneo orientale, 1387 mm. ; Floresta sui Nébrodi, 1329 mm. La seconda area ingloba i monti calcarei che fan corona a Palermo, e attraverso l’altipiano occidentale si spinge fino ai monti Sicani: Piana degli Albanesi, 1347 mm. ; Santo Stefano Quisquina, 959 mm. La terza, infine, si adagia sugli alti Iblei: Buccheri, 1172 mm. Sono queste le aree più irrorate anche durante la stagione autunnale e quella invernale: la carta della distribuzione delle piogge in inverno ricalca anzi assai da vicino quella annua. Ed invero, le piogge tendono a concentrarsi in modo deciso tra ottobre e marzo, con punte massime tra novembre e febbraio. Nel semestre autunno-inverno cadono più dei tre quarti delle piogge annue, e nel settore occidentale dell’isola anche più dei quattro quinti (Palermo, Alcamo, Calatafimi) ; per converso, nel semestre più caldo, da aprile ad ottobre, le precipitazioni sono molto scarse, e tendono ad annullarsi nei mesi estivi: lungo tutta una larga fascia, dal golfo di Castellammare alla Piana di Catania, meno di 25 mm., e nella maggior parte dell’isola meno di 50: questo valore è superato soltanto in corrispondenza della catena montuosa settentrionale. L’estate ha quindi dovunque meno del 10-5 % delle piogge annue, e spesso tra 2 e 3% soltanto: Catania 4,3%; Acireale 2,6%; Pozzo Spadaro (Portopalo) 3,3%; Agrigento 2,1%; Gibellina 3%; e nelle aree più elevate Petralia Sottana 4,7%, e la Casa Cantoniera etnea 3,1%. Il regime delle piogge è dunque essenzialmente di tipo mediterraneo. La poca pioggia dei periodi di più alte temperature non riesce a ristorare la terra, anche se cade sotto forma di brevissimi rovesci: si tratta di alcuni millimetri di acqua — che cadono in pochi giorni: da 5 a 2 soltanto — i quali presto evaporano, lasciando i terreni quasi altrettanto secchi di prima. Il grado di aridità è dovunque notevole, e perdura su uno spazio di più mesi — tranne che nei più alti fastigi delle aree montuose —; a voler considerare come stagione asciutta i mesi nei quali il doppio dei millimetri di pioggia caduta è inferiore al valore reale delle temperature — secondo la formula del fitogeografo francese H. Gaussen — tale stagione asciutta o secca si estende su più di sei mesi nelle regioni della Sicilia interna, per dilatarsi ulteriormente a comprendere fino a 8 mesi in tutta la facciata che guarda al Mar d’Africa e nella Piana catanese. E una aridità generale e completa, che blocca il ciclo vegetativo delle piante: tranne là dove le pratiche dell’irrigazione introducono artificiali condizioni per la loro vita, o dove l’aridità — come sulle aree cacuminali della catena settentrionale e sull’Etna in particolare: ma si tratta di assai limitate aree — si riduce a fatto trascurabile: i pascoli e i boschi — pochi per la verità — formano allora plaghe di relativa freschezza. E proprio qui durante i mesi invernali le precipitazioni assumono sovente la forma di neve. Un manto più o meno spesso di neve — che dal dicembre ammanta i monti fin quasi a marzo — crea le condizioni necessarie per lo sviluppo degli sport invernali: le Madonie richiamano allora numerosi i palermitani, e l’Etna i catanesi e in minor misura i messinesi: questi ultimi tendono infatti, per la pratica dello sci, più frequentemente verso i campi di neve dei piani d’Aspromonte, nella Calabria meridionale, al di là del braccio marino dello Stretto.

    Regimi termici e pluviometrici, e stagione secca, per alcune stazioni della mole etnea.

    Regimi termici e pluviometrici, e stagione secca per alcune stazioni della costa ionica.

    Regimi termici e pluviometrici, e stagione secca, per alcune stazioni della costa del Mar d’Africa.

    Regimi termici e pluviometrici, e stagione secca, per alcune stazioni della Sicilia interna centrale.

    Regimi termici e pluviometrici, e stagione secca secondo, per alcune stazioni della Sicilia nordoccidentale.

    Ampiezza degli scarti delle precipitazioni massime e minime mensili dalle medie corrispondenti per il periodo trentennale 1921-1950 in alcune stazioni siciliane opportunamente scelte.

    Dominio delle formazioni vegetali mediterranee e submediterranee

    La marcata prevalenza, sul piano delle precipitazioni, delle erogazioni acquee inferiori ai 700 mm. annui, e la presenza di una lunga stagione secca, si ripercuotono in modo evidente sulla natura della vegetazione naturale, che è di tipo mediterraneo e submediterraneo: i fastigi dei maggiori rilievi appena riescono ad introdurre un paesaggio di tipo diverso — soltanto in isolotti sparsi — caratterizzato da un piano umido della copertura vegetale. Da questo punto eli vista, la Sicilia appare assai più legata da una parte alla Sardegna e dall’altra alla Puglia che alla vicina Calabria, molto più complessa e variata nei suoi orizzonti vegetali — come ha recentemente sottolineato L. Gambi — per il forte contrasto che oppone le piane costiere e gli altipiani interni, la fronte tirrenica e quella ionica.

    Una buona metà della Sicilia è interessata dal climax della foresta sempreverde mediterranea: la quale appare tuttavia assai varia per composizione, e residuale ormai, limitata com’è a piccole aree in conseguenza della prolungata e pressoché ininterrotta dilatazione delle colture ad opera dell’uomo. Una forte opposizione, comunque, si coglie tra la fronte tirrenica dell’isola, dove per il sovrincombere da presso dei monti la macchia mediterranea si limita ad una esile fascia costiera che si allarga un po’ di più o si rafforza in rispondenza delle aste dei principali corsi d’acqua — del Freddo, del Torto e del Pollina — e si irrobustisce nelle piane rivierasche — di Àlcamo-Partinico, della Conca d’Oro, della Piana milese in ispecie – e il settore meridionale, assai più arido: dove occupa una larga fascia, cioè la zona bagnata da non più di 500 o solo raramente, verso l’interno, da 600 mm. di pioggia l’anno. Qui, nelle zone più siccitose e su terreni di natura calcarea, con rocce spesso affioranti, la vegetazione naturale tende ad assumere in modo deciso l’aspetto della garriga mediterranea: una forma di steppa assai povera dominata da arbusti cespugliosi spiccatamente xerofili, sottoposti ad un lungo e duro riposo estivo: vi prevalgono elicrisi, ginestre spinose e piccoli cisti, oltre all’erica, al len-tisco, all’assenzio e a qualche specie di ginepro. E tra questi folti ma radi cespugli s’infittisce più o meno, coprendo gran parte del suolo, una graminacea molto resistente, la stipa, caratteristica di tutta la fascia settentrionale dell’Africa. Questo manto vegetale predomina nei tratti pianeggianti della costa meridionale — i litorali intorno al Plàtani, a Licata, la Piana di Gela, intorno a Pozzallo e ad Ispica nella regione iblea: dove mancano, come è ovvio, le colture — ma si allarga poi anche ad occidente, da Trapani a Mazara del Vallo, dove i terreni più brulli (in genere di calcare affiorante) si ricoprono dell’esigente palma nana, che tende ad escludere ogni altro tipo di vegetazione — ma essa fa sporadiche apparizioni anche nel Siracusano e in qualche lembo sparso del litorale tirrenico, qua e là accompagnata dalla tapsia, dall’asfodelo e dall’asparago spinoso — e ad est, tramite un’esile fascia a ridosso del mare, penetra largamente nella Piana di Catania. Nei tratti più rocciosi, la garriga calcarea tocca una povertà vegetale estrema: pochi pulvini o cuscinetti di Pimpinella spinosa sulle più aride rupi scoscese; pulvini di Saturerà fruticosa a Marettimo (Egadi) con l’elicriso pendulo. Ma per contro — per motivi piuttosto edafici (cioè legati alla natura del suolo) che climatici — accanto a tali povere forme di vegetazione possono comparire piccoli tratti di pino domestico e di pino d’Aleppo — a nord di Messina, intorno a Palermo e a Castellammare del Golfo, nella piana di Selinunte, a sud di Catania, a Erice — in formazione anche serrata, di diffusione per lo più artificiale: e qui il pino si impone, per la statura e la mole della chioma, al di sopra della magra garriga.

    Vedi Anche:  La rete urbana e l'organizzazione dello spazio

    Zone climatico-forestali e piani di vegetazione mediterranea in Sicilia, secondo A. De Philippis. (Le aree bianche sono rispettivamente oltre i limiti della vegetazione forestale e fuori dei limiti assegnabili alla vegetazione mediterranea).

    Palmizi intorno a Falconara, ad ovest di Gela (Caltanissetta), lungo il mare.

    Schema dei limiti altimetrici di alcuni tipici vegetali spontanei e delle principali colture sul versante orientale dell’Etna.

    Schema dei limiti altimetrici di alcuni tipici vegetali spontanei e delle principali colture sul versante occidentale dell’Etna.

    La garriga non si limita alle parti pianeggianti e ai litorali; essa si inerpica anzi sulle prime ondulazioni collinari, fino a circa 300 m. di altitudine, con incursioni fino a 500-550 m. La sua presenza è stata pure notata sui rilievi più rotti posti a ridosso del litorale tirrenico, oltre che sui più accidentati rilievi dei Peloritani ionici imminenti sul mare: dove però la macchia mediterranea — di cui la garriga rappresenta una forma di assai spinta degradazione, anche se ravvivata da specie che le sono peculiari — ha inizio in genere fin dalla linea di costa. La macchia è invero una formazione vegetale molto più rigogliosa e compatta: essa si presenta come una boscaglia spesso intricata, costituita da arbusti e da alberi allo stato d’arbusto sclerofilli, alti fino a due o tre metri : tra i quali figurano il mirto, il lentisco, il corbezzolo, il timo e l’alloro, e arricchita da alcune specie tipiche: il carrubo nel piano più basso e caldo (specie nella regione iblea meridionale), e pure la sughera, or cespugliosa or arborea — come lungo il litorale tirrenico da Tusa a Naso, quello ionico sui contrafforti meridionali dei Peloritani e sui terreni pliocenici tra Caltagirone e Cómiso — e più in alto il leccio, particolarmente dove l’umidità è più rimarcata: boschi di Castelvetrano, Bosco della Ficuzza, territori di San Fratello e di San Marco d’Alunzio. La macchia costituisce il suborizzonte mediterraneo dei querceti sempreverdi, e trova le sue più tipiche manifestazioni al di sotto dei 300 m. Il ficodindia e l’agave, da soli tre secoli qui trapiantati dall’America meridionale, vi figurano quasi con l’apparenza di piante indigene, il primo sulle pendici più assolate, la seconda aggrappata alle rupi più scoscese. Entro il dominio della macchia, come del pari entro le aree a garriga, le larghe e bianche strisce che disegnano le fiumare e gli altri corsi d’acqua si arricchiscono di una folta vegetazione, soprattutto di tamerici e di oleandri dai fiori vivamente colorati.

    Un aspetto della pineta di Érice, aggrappata sulle spalle meno acclivi della sua montagna isolata. Ai suoi piedi i villaggi di San Marco e Paparella (Trapani).

    Il limite superiore della macchia, come ho detto, corre normalmente intorno all’isoipsa di 300-400 m., ma si innalza fino intorno ai 700-800 m. : un po’ più depresso nelle zone o avvallamenti più umidi, un po’ più elevato sui terreni più aperti e assolati: corrisponde, cioè, con sufficiente approssimazione — osserva il De Phi-lippis — al limite superiore della coltura dell’olivo. Ma alcuni suoi tipici rappresentanti, se da una parte — come ho detto — penetrano entro la garriga stepposa, fin a ridosso del mare, come il leccio e la sughera, dall’altra fanno incursioni talora anche assai pronunciate nei piani superiori entro l’orizzonte submediterraneo, pur degradandosi a forma cespugliosa: ad es. il leccio si spinge, sull’edificio etneo, fin intorno ai 1300 m. e addirittura — ma molto degradato — fin sulla groppa cacuminale della Rocca Busambra, a 1600 m. ; e la quercia da sughero, più discretamente fino a 1000 m. nell’alto bacino del Troma, sul versante meridionale dei Nébrodi occidentali. Ma anche altre piante di comportamento tipicamente cespuglioso formano un tappeto via via più basso e rado al di sopra degli 800 m., allargando l’orizzonte vegetale più caldo entro il piano di vegetazione superiore: specie la ginestra (sull’Etna — dove i limiti della vegetazione naturale e delle colture sono stati recentemente indagati in modo dettagliato da F. Speranza — si spinge sino a 1660 m. sul versante settentrionale, e a 1850 m. su quello occidentale: M. Vituddi), e l’èrica e il cisto.

    Ma al di sopra degli 800 m. si impone decisamente la quercia, la specie più significativa dell’orizzonte delle caducifoglie xerofile, od orizzonte submediterraneo propriamente detto. Questo orizzonte ha tuttavia una limitata estensione superficiale: comparendo in forma più compatta — a mo’ di fascia stretta e stirata — sulla catena montuosa settentrionale, dalle Madonie sino ai Peloritani; o venendo a disegnare una corona circolare non molto corposa, e interrotta da potenti colate laviche, sull’Etna; e infine risaltando in piccole areole sparse sui rilievi Sicani e sulla Rocca Busambra, nel settore occidentale dell’isola. I boschi di quercia — rovere e cerro (ma quest’ultimo meno frequente), intercalati sovente o associati all’olmo, al frassino, all’acero e a diverse specie di perastro — sono ben delineati tra i 1000 e i 1400 m. : come formazione a terra, oltre alle specie già ricordate dell’orizzonte più caldo, appaiono cespugli di pruni spinosi e di rose selvatiche, l’edera e la clemàtide, e — nelle radure — le felci. Un orizzonte minore formato da boschi di roverella — tra 600 e 800-1000 m. — si interpone spesso, specie sui terreni più asciutti e luminosi, tra la macchia e la zona della quercia. La quale è pure la zona di diffusione del castagno. Ma il castagno, probabilmente indigeno in Sicilia — come indicano V. Gia-comini e L. Fenaroli — appetisce preferibilmente i terreni silicei: e quindi è meno rappresentato, anche se l’uomo ne ha favorito recentemente la diffusione a danno dei querceti: ad es. sotto la Rocca Busambra nel Bosco della Ficuzza, e sulle pendici etnee. Qui sull’Etna, come nei Peloritani, il castagno è molto più diffuso — fin intorno a 1700 m. nella Pineta di Serra la Nave, e a 1250 sopra Linguaglossa, sull’Etna: ma si tratta di un limite umano — di quanto non appaia nei Nébrodi e nelle Madonie: dove si spinge fin sui 1700 m. con esemplari isolati, al pari della quercia. La maggior adattabilità del castagno — del resto favorito dall’azione interessata dell’uomo — permette d’altra parte a questa specie, assai più che alla quercia, di scendere molto profondamente anche entro gli orizzonti inferiori, fino intorno a 200-300 m., in forma coltivata: nei territori di Zafferana Etnea, Milo e Sant’Alfio, sul versante etneo orientale, il castagno si presenta in formazione compatta tra le altre colture.

    Vedi Anche:  Regioni naturali, regioni storiche, regioni amministrative

    Un aspetto della vegetazione rada a cespugli con piccole aree vitate presso Nicolosi (Catania) sulle prime pendici dell’Etna.

    Al di sopra dei 1400 m., l’orizzonte della foresta caducifoglia a querceti e castagneti vien meno, come formazione compatta, e lascia posto ad un piano vegetale più freddo, all’orizzonte montano delle latifoglie sciafile, con la prevalenza del faggio e la presenza talora cospicua di conifere mediterranee (abeti e betulle). Questi boschi occupano una superficie davvero trascurabile, limitati come appaiono ai fastigi più eminenti dei Nébrodi e delle Madonie, e alle spalle più alte dell’Etna. Al di là del Torto, questo orizzonte non compare: la Rocca Busambra, che pur si innalza a 1613 m., non conosce il faggio: forse distrutto dall’uomo. Il limite superiore dell’orizzonte montano gira intorno all’isoipsa di 1950 m., superando questo valore — e in maniera rimarchevole — soltanto sull’Etna, dove tocca i 2200 m. Nell’orizzonte del faggio — che presenta formazioni sempre compatte, e individui dal portamento imponente, fino a 30 m. di altezza — si ravvisano pure alcune specie particolari: nelle Madonie l’abete nebrodense — indigeno di questo massiccio — ormai quasi sterile e perciò destinato a scomparire; sull’Etna — dove il faggio è raro — il pino laricio (detto zappino), che vi costituisce le più cospicue aree boschive (con punte più elevate fin sotto i 1900 m. sul M. Capre tra Bronte e Adrano, e di 1950 m. — suo limite massimo sulle spalle del M. Nero degli Zappini, a sudovest), e una betulla detta etnea, che forma boscaglie rade e sparse anche più in alto, spingendosi in forme degradate, di tipo cespuglioso, sino attorno ai 2050 m., e sotto la Montagnola, in formazione compatta, a 2340 m.

    L’orizzonte del faggio, pur così limitato in superficie, non rappresenta tuttavia l’ultimo piano vegetale. Alcune delle sue specie si innalzano ad altitudini maggiori in forma cespugliosa, formando un piano di arbusti largamente intervallati e di erbe. Faggio cespuglioso, crespino dell’Etna, ginepro, betulla etnea, astragalo, pulvini di spinosanto, scleranto, senecio sono le specie più rappresentate sugli ultimi cacumi delle Madonie e dei Nébrodi, e si dilatano sull’Etna fino a 2800 m., con esemplari isolati fin sui 3000 m. Al di sotto di questa vegetazione arbustiva, tra le lave scure e le scorie rugose, sorride tra maggio e luglio un’abbondante flora tipica dei climax ipsofili, profondamente diversa da quella delle Alpi, ma ricca di significativi endemismi: anche se meno numerosi, qui sull’Etna — dove l’uniformità dei suoli lavici vi si è forse opposta — che in altre parti della Sicilia (come nel Trapanese per gli orizzonti inferiori) e dell’Italia meridionale in genere.

    La vegetazione naturale nel passato: dominio della foresta o della macchia?

    In complesso l’orizzonte più elevato, quello del faggio, occupa una superficie trascurabile nei confronti del piano basale, che comprende i più caldi orizzonti della foresta sempreverde mediterranea (lecceta, macchia, garriga) e della foresta caducifoglia submontana (querceti e castagneti) : ma anche questi rappresentati ora soltanto in distretti assai isolati, e quasi soffocati e distrutti dalle colture. I boschi, cioè, risultano assai poco rappresentati nel quadro della vegetazione naturale della Sicilia: comprendendovi anche gli impianti recenti dovuti all’opera di rimboschimento, essi occupano appena 159.000 ettari, in cifra tonda, cioè il 6,6% della superficie agraria e forestale dell’isola (ma appena 87.000 nel 1929: 3,6%): di cui i boschi di latifoglie per tre quarti, quelli misti di latifoglie e resinose per poco più di un sesto, e per appena un ventesimo i boschi di resinose. Evidentemente, la Sicilia doveva essere nel passato molto più ricca di boschi, come anche delle formazioni mediterranee della macchia e della steppa. Ma quasi tutto il mantello naturale della vegetazione ha subito nel tempo riduzioni tali che ora riesce difficile trovarne esempi su aree di una certa ampiezza o estensione. Gli orizzonti più caldi hanno lasciato posto alle colture, ora per le necessità, ora per la convenienza economica della popolazione; ma per gli stessi motivi si sono certamente contratte anche le aree boschive, con questa aggravante: che le erbe e i cespugli si son potuti riprodurre, anche se in forma degradata e in formazione non più compatta, mentre le specie arboree non hanno potuto riformarsi, una volta tagliate, con la stessa celerità, o non lo hanno potuto affatto: le più difficili condizioni climatiche nel frattempo stabilitesi — nel senso di una maggiore aridità e impoverimento dei suoli per la più libera azione dilavante delle acque meteoriche sui terreni spogli di una coltre vegetale protettiva — vi si sono opposte in modo decisivo.

    Alcuni vogliono che le distruzioni del bosco operate dall’uomo siano state continue, larghe e massicce — più in età medioevale e moderna (nella regione etnea i boschi son diminuiti da 31 a 17 mila ettari tra il 1825 e il 1963) che nell’antichità classica — al punto da postulare l’esistenza di una Sicilia preistorica e anche storica — sulla scorta di testimonianze di scrittori classici, come fa il Pace, e in base a considerazioni fitogeografiche, come ritiene il Giacomini — per gran parte coperta da un mantello boschivo; e altri, per contro — ma son pochi in verità, come il Milone — suggestionati soprattutto dal dominio delle argille nei suoli dell’isola, dagli eccessi delle temperature e dalla persistente aridità dell’estate, dalla mancanza del bosco anche su numerose groppe montuose relativamente assai elevate nell’interno ora disalberato, e dalla presenza, all’opposto, delle principali aree boschive nei settori periferici dell’isola, cioè più aperti e a portata di mano, vicini a zone fittamente popolate fin dall’antichità — che son poi i fastigi più alti della catena settentrionale e le pendici mediane dell’Etna — tendono a negare una originaria massiccia presenza del bosco in Sicilia. Forse le differenze tra queste due interpretazioni, che sembrano così antitetiche, son più di forma che di sostanza, almeno nel senso che nessuno nega una primitiva più larga diffusione delle specie arboree, anche se poi manca l’accordo sulla natura e sulla fittezza del bosco. In effetti, data la possibilità, per i più vari motivi — o per mutamenti climatici, o per sfruttamento eccessivo, o per incendio o per esigenze di coltura — che la foresta si degradi a macchia, e più precisamente a macchia secondaria, esiste la probabilità — e assai grande — che estese regioni della Sicilia oggi occupate dalla macchia siano state in passato ricoperte dai boschi, in ispecie da lecceti. Ma in tal caso occorrerebbe distinguere la macchia secondaria, cioè formatasi per degradazione dal bosco, dalla macchia primaria, cioè originaria e primitiva. Ciò che non è facile, anche sul terreno — come ha sottolineato lo stesso Giacomini — e lascia pertanto adito alle più contrastanti interpretazioni. E di conseguenza rimane ancora insoluto — almeno per ora — il problema dell’antica copertura boschiva dell’isola: non tanto il fatto della sua presenza sui litorali come anche nelle aree più disalberate dell’interno — ormai chiara: come stanno ad indicare i residui, numerosi anche se minuscoli, di foreste originarie entro le valli costiere, e sulle colline più impervie e in lande solitarie, cioè in luoghi piuttosto riparati: e ciò fa ben sperare nell’opera di rimboschimento delle contrade nude dell’altipiano interno — quanto invece l’intensità della sua diffusione.

    Bosco di eucalipto — l’albero su cui si ripongono molte speranze per il rimboschimento di estese zone dell’interno della Sicilia — nei pressi di Agira (Enna).

    Pascoli presso il Monte Castellazzo (1311 m.), nell’estremo settore orientale dei Nébrodi, a sud di Montalbano di Elicona (Messina).

    L’aspra massa calcarea della Rocca di Novara (1340 m.), che si erge imponente nella fascia di contatto tra i Peloritani cristallini e i Nébrodi arenaceo-argillosi.