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bonifiche e irrigazioni

    Bonifiche e irrigazioni.

    Come in tutta l’Italia Meridionale, così in Campania l’abbandono delle terre basse, il diboscamento di quelle collinari e il loro dissodamento, col disordine idraulico che ne conseguì, avevano determinato nel corso dei secoli scorsi l’espansione dell’acquitrino e della malaria nelle pianure e nei fondivalle e avevano sottratto le terre migliori all’agricoltura, rendendole quasi del tutto improduttive.

    Il paludismo dilagò anche davanti alle porte della capitale, attirando l’attenzione dei governanti dal secolo XIV; ma assai modeste furono le opere eseguite in tempi diversi fino al secolo XVIII, per regolare il deflusso del Clanio e per favorire lo scolo delle acque dalla valle del Sebeto e dal litorale flegreo e, più nell’interno, dal Vallo di Diano.

    Nella seconda metà del Settecento, nel nuovo clima di progresso instauratosi con Carlo III, si migliorò la rete delle strade e si prepararono gli strumenti giuridici per superare le grandi difficoltà connesse con l’ordinamento della proprietà fondiaria, perchè si fece sempre più strada nel pensiero di illustri scrittori l’urgenza di una diversa ripartizione di essa e dell’abolizione dei diritti feudali, affinchè lo Stato potesse realizzare organici piani per il riscatto delle sue terre migliori alla palude, al pascolo e agli sterpi. In quel secolo, infatti, furono fatti importanti lavori sul litorale flegreo, da Napoli a Torregàveta, con la colmata delle zone basse e con la sistemazione delle sponde dei laghi, nell’Agro di Pomigliano d’Arco, con la costruzione di un collettore delle acque selvagge che vi affluivano dal Vesuvio, e nel Vallo di Diano, con l’incisione della soglia di Polla.

    Sotto il Murat si migliorarono le condizioni del piano di Bagnoli, fu iniziata la bonifica nella zona litoranea tra Lìcola e il Volturno e si fecero progetti per prosciugare le paludi di Sessa e di Teano. Dopo la restaurazione borbonica i lavori continuarono lungo il corso del Tànagro e nella zona costiera dei Campi Flegrei e si diede inizio al prosciugamento della pianura del Volturno. Essendosi fatte sempre più insistenti le richieste di adeguati strumenti legislativi per attuare un vasto piano di interventi, fu promulgata nel 1855 una legge generale sulle bonifiche, con cui si creò un apposito ente, al quale furono assicurati i fondi necessari e fu demandata la facoltà di delimitare le aree da bonificare, di preparare i progetti relativi, di realizzare le opere, di curare la manutenzione di quelle ultimate e di suggerire agli organi di governo gli opportuni provvedimenti per lavori di rimboschimento, per la creazione di colonie agricole, per la diffusione di colture più redditizie e per il miglioramento sanitario, sociale ed economico delle campagne.

    In tal modo si diede grande impulso alla bonifica delle terre paludose del Regno, e in particolare della Campania, dove, negli anni che intercorsero tra la promulgazione della legge e l’impresa di Garibaldi, furono eseguite grandi opere quali la sistemazione idraulica della pianura del Volturno, dove i lavori, iniziati nel 1837, portarono all’apertura di alcune centinaia di chilometri di canali e all’arginatura dei grandi collettori (Regi Lagni), la regolazione dei torrenti vesuviani che divagavano durante le piene nelle paludi di Napoli e di Volla, il prosciugamento di una parte della valle del Sarno, l’inalveazione del Tànagro e la bonifica delle zone marginali della Piana del Sele, e in particolare del territorio tra Agròpoli e Paestum e di quello ai lati del Tusciano, colmato in parte con le torbide di questo fiume. Testimonianza dei risultati conseguiti fu la fondazione della colonia agricola di Battipaglia, dove affluirono parecchi profughi da Melfi in seguito al terremoto del 1851. L’Unità d’Italia, con l’abolizione dell’apposito ente di bonifica di istituzione borbonica, non giovò alla continuazione o alla manutenzione delle opere; ma l’importanza degli interventi si deduce dal fatto che nel 1865 risultavano bonificati circa 17 mila ettari, per il 90% in Terra di Lavoro, e ne erano in corso di bonifica altri 5 mila, per la maggior parte nella stessa provincia. In Campania vi erano allora 55 mila ettari di terreni paludosi o sommersi, di cui 21 mila nella provincia di Salerno e quasi altrettanti in quella di Terra di Lavoro, 250 ettari di risaie, ad acque perenni od avventizie, e 40 mila ettari di terreni irrigui, di cui un quarto con derivazioni di acqua da fiume, un quinto per mezzo di canali e il resto con sorgenti. La metà dell’irriguo era nella provincia di Terra di Lavoro, che era però molto più estesa di oggi, e un quarto in quella di Salerno.

    Vedi Anche:  Le pianure

    Nella seconda metà del secolo scorso le opere iniziate furono quasi tutte abbandonate, quelle realizzate perderono la regolare manutenzione e rovinarono in parte, i progetti non furono neppure presi in considerazione, salvo qualche rara eccezione, come quello per il prosciugamento del lago d’Agnano, realizzato nel 1870. Solo verso la fine del secolo lo Stato italiano cominciò a pensare al riscatto delle terre del Sud, quando ormai la crisi investiva in pieno il settore agricolo, il disordine idraulico interessava aree sempre più estese, col diffondersi del diboscamento, e l’esodo della popolazione dalle campagne andava assumendo caratteri drammatici.

    Gli interventi si moltiplicarono nella Campania, specie nel decennio anteriore alla prima guerra mondiale, ma si limitarono per lo più alla colmata delle parti marginali delle pianure. Nel dopoguerra si ripresero le opere abbandonate alla luce del nuovo concetto di bonifica integrale, che estendeva il campo degli interventi fino a comprendere la regolazione della rete idrografica, la sistemazione idraulica della pianura e della montagna, la viabilità, l’edilizia rurale, l’irrigazione, la distribuzione dell’acqua potabile e dell’elettricità e la creazione di aree di servizio, attraverso la delimitazione di vari comprensori (Garigliano, Volturno, Sele, Alento, Vallo di Diano e dei relativi consorzi di bonifica).

    Si divisero le terre alte, dove il deflusso delle acque fu favorito con canali o con l’arginatura dell’alveo dei torrenti, da quelle basse, dove si dovette ricorrere all’impianto di idrovore, riuscendo le colmate troppo lente. In tal modo nella Piana del Garigliano, dove i lavori erano iniziati nel 1901 per conto dello Stato, si realizzò

     

     

    la sistemazione idraulica per opera dell’apposito consorzio di bonifica; nel Piano Campano si prosciugarono le depressioni retrodunali, il lago di Lìcola e il pantano di Varcaturo (1927) e nei Campi Flegrei si aprì un canale sotterraneo per avviare al mare le acque che si raccoglievano nel fondo del cratere di Quarto; nella Piana del Sele i lavori, iniziati nel 1929, portarono all’arginatura dei corsi d’acqua nelle zone basse e alla costruzione di una diga sul Sele e di una rete di canali per la distribuzione ai campi delle acque derivate dal fiume. t

    La guerra interruppe le opere, felicemente avviate, e in parte le mandò in rovina, ma la malaria, che per tanti secoli era stato un inesorabile flagello per le popolazioni che abitavano alla periferia delle zone paludose, poteva dirsi definitivamente debellata. L’Uomo aveva conseguito in breve volgere d’anni una delle più strepitose vittorie sulle forze avverse della natura!

    Nel dopoguerra la bonifica continua con lo scopo di porre rimedio alle insufficienze, manifestatesi soprattutto nella distribuzione degli insediamenti e nei servizi, di migliorare la rete delle strade, di diffondere l’irrigazione e di moltiplicare gli interventi nelle zone montane, onde ricostituire il mantello boschivo con la regolazione dei corsi d’acqua e limitare l’erosione del suolo.

    La costruzione di una traversa sul Garigliano ha permesso di irrigare circa 7800 ettari di terreno nella sua piana, con una fitta rete di canali adduttori e con impianti di sollevamento delle acque. Nel bacino del Volturno si è migliorata la rete delle strade e dei canali di scolo e sono in corso grandi opere irrigue. L’irrigazione è già praticata su oltre 600 ha. dell’alta pianura alifana e verrà presto estesa alla piana del Lete (1200 ha.), dove la rete dei canali di distribuzione è in via di completamento, e alla bassa pianura alifana (6000 ha.) dove saranno distribuite le acque

    Vedi Anche:  I laghi

    derivate dal Volturno in corrispondenza della traversa di Ponte Raviscanina. Nell’Agro Telesino sono state iniziate le opere per irrigare oltre 4000 ha. di terreno, già ben coltivato e appoderato, col sollevamento delle acque del Rio Grassano. Notevoli progetti per diffondere o per migliorare l’irriguo si stanno realizzando nelle valli e nelle conche interne (Valle Caudina, 1000 ha.; conca di Montella-Cassano Irpino, 700; conca di Atripalda, 800; valle dell’Ufita, 3200).

    Il Piano Campano ha ricevuto da più antica data una sistemazione idraulica e da molto tempo è irrigato nelle zone marginali con acque freatiche, sollevate da norie o da motori; ma la costruzione della traversa sul Volturno a Ponte Annibale ha consentito di mandare in attuazione il progetto di derivare dal fiume un volume d’acqua di 23 mc./sec. per irrigare una superficie di oltre 40.000 ha., i due terzi per gravità e il resto per sollevamento. Le opere già ultimate interessano 8500 ha. nella zona di Mazzafarro, quelle in corso di realizzazione 6500 ha. tra il Volturno e i Regi Lagni e 900 ha. nella zona di Lìcola, dove si utilizzano i liquami delle fognature di Napoli, diluite in acque freatiche, per la fertirrigazione.

    Nel bacino del Sele i lavori sono continuati per migliorare la sistemazione del Vallo di Diano e per la realizzazione di una rete di canali (350 km.) per distribuire un volume d’acqua di oltre 8 mc./sec. a 11 mila ettari di terreno alla sinistra del Sele. Il comprensorio di destra Sele si estende su 24.700 ha., di cui i due terzi sono irrigati con acque del Sele (12.000 ha.), del Tusciano (2500 ha.) e del Picentino (1300).

    Ormai tutte le pianure della Campania risultano completamente bonificate e in via di essere irrigate, mentre nella zona collinare e montana diventano sempre più estesi gli interventi per limitare gli effetti dell’erosione. L’irrigazione con acqua derivata da fiumi si pratica su oltre 40.000 ha., ai quali se ne dovrebbero aggiungere altrettanti fra qualche anno ; ma, se si considerano le aree irrigate con acque freatiche, particolarmente estese nella pianura circumvesuviana, alla periferia del Piano Campano e in alcune conche interne, nella Penisola Sorrentina e altrove, si deve portare la superficie delle terre irrigue della regione a circa 60.000 ha., destinati a diventare tra breve oltre 100.000.

    La diffusione dell’irrigazione sta determinando un’ulteriore valorizzazione di vaste aree e notevoli trasformazioni nel paesaggio agrario, con un conseguente aumento della produzione e del reddito e con la dispersione degli insediamenti, ed ha riflessi sociali ed economici di notevole portata.

    L’allevamento.

    Un netto contrasto vi è tra la zona collinare e montana e quella di pianura, per quanto riguarda la distribuzione delle specie di animali allevati e i tipi di allevamento. Nelle parti interne e nel Cilento, dalle estese aree pascolative, per lo più

    magre, sono diffusi ovini e caprini, con più netta prevalenza dei primi nel Sannio e nell’Irpinia; in quelle di pianura e di fondovalle predominano i bovini. Abbastanza numerosi sono i suini (189.290 nel 1961), specie nelle zone di produzione di ghiande, castagne e mais, che sono gli alimenti principali per tali animali. Si tratta per lo più di allevamenti non razionali e di uno o due capi, destinati a fornire grassi e carni o salami alla famiglia del contadino e solo in parte ad essere immessi sul mercato.

    Gli equini sono in graduale riduzione (107.771, per oltre metà asini e per un terzo circa cavalli), ma ancora abbastanza numerosi. Gli asini e i muli sono più frequenti nelle regioni collinari e montane dell’interno e del Cilento, dove trovano largo uso come animali da soma, mentre i cavalli sono impiegati ancora su vasta scala per i quotidiani spostamenti centrifughi e centripeti tra i centri abitati e i campi e per il trasporto dei prodotti ai mercati e agli stabilimenti conservieri. In gran numero se ne trovano nei centri dell’Agro Nocerino e Nolano e ai margini delle pianure bonificate di recente (Mondragone, Villa Literno), dove sono tipiche le sfilate dei carri ad alte ruote, all’alba e al tramonto. Il cortile fa normalmente da carraia nelle

    Vedi Anche:  La zona di media intensità colturale

     

     

    case a corte accentrate e sparse, quando manca una capanna, sicché dal numero dei carri si può dedurre quello delle famiglie che hanno le loro dimore nel fabbricato intorno alla corte.

    L’influenza dell’ambiente geografico sulla distribuzione delle specie equine è piuttosto evidente, ma si ricollega non solo alle diverse caratteristiche morfologiche delle varie parti della regione, bensì anche, e in misura maggiore, ai tipi della produzione agraria, alla distribuzione della popolazione e al loro tenore di vita.

    Gli ovini (320.424) e i caprini (91.136) si sono ridotti di oltre un terzo nel corso dell’ultimo trentennio, non solo perchè vaste aree sono state bonificate entro e fuori i limiti regionali, ma anche perchè è stato potenziato l’allevamento dei bovini anche nelle zone collinari ad economia cerealicolo-pastorale, con la diffusione delle foraggere e col miglioramento dei pascoli più ricchi. Le greggi di pecore e di capre sono piuttosto numerose nel Cilento e sugli altri rilievi del Salernitano con estese magre formazioni erbacee spontanee, dalle quali traggono alimento i due terzi del patrimonio ovino (138.000 capi) e caprino (61.000) campano. Gli altri brucano sulle montagne e sulle colline appenniniche e subappenniniche della sezione centro-settentrionale della regione.

    Cessati quasi del tutto i movimenti di transumanza stagionale dal monte al piano e viceversa, l’allevamento è diventato prevalentemente stanziale.

    Le greggi si spostano normalmente dai centri di collina e di fondovalle verso i ripiani più alti delle montagne; ma alcune vengono trasferite nelle pianure litoranee una o due volte all’anno, a brucare, nei mesi invernali, le erbe cresciute sui terreni non ancora coltivati o sotto i frutteti e, in estate, quelle residue sui campi a cereali dopo la mietitura. Montella, Vitulano e vari altri centri alla periferia del Taburno, dei Picentini, dell’Alburno e di altre montagne con estese aree pascolative alimentano in maggior misura questi spostamenti di bestiame verso le pianure litoranee.

    Maggiore importanza assume l’allevamento dei bovini, che sono aumentati sensibilmente di numero negli ultimi trentanni (200.000 circa nel 1929; 292.276 nel

    1961). Le aree pianeggianti ben coltivate ne contano il numero maggiore, come prova il fatto che oltre un sesto di essi è allevato nella provincia di Napoli (52.000), dove si ha una densità di 58 bovini per chilometro quadrato di superficie agraria, quasi doppia rispetto alla media regionale. L’allevamento avviene di solito nelle aziende agrarie e solo piccole mandrie si spostano verso i pascoli montani dei piani carsici, dove non manchino sorgenti o pozzi capaci di assicurare la necessaria alimentazione idrica al bestiame. Si segnalano, a tale proposito, le conche del Dragone e di Laceno e alcuni ripiani del Taburno e dei Picentini, alle spalle di Vitulano e di Montella, del Matese (San Gregorio) e dei Lattari (Agèrola).

    Un cenno merita anche l’allevamento dei bufali (18.016 nel 1961), che vivono nelle parti più basse delle pianure del Garigliano, del Volturno e del Sele, dove, per le acque residue o affioranti, le aree pascolative sono ancora abbastanza estese. La Campania conta oltre i tre quarti dei bufalini allevati in Italia e dà una discreta produzione di latticini pregiati (mozzarella di Mondragone o della Val Tusciano).