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Agricoltura, allevamento, pesca e caccia

    L’utilizzazione del suolo: agricoltura e allevamento. La pesca e la caccia

    Evoluzione dell’economia

    Le differenze ambientali, che abbiamo già avuto occasione di illustrare, fanno sentire in modo sensibile la loro influenza anche sulla vita economica della regione veneta, per cui accanto a zone ad economia relativamente progredita esistono invece zone ad economia arretrata. A questo riguardo le medie si accostano generalmente a quelle dell’intero paese piuttosto che alle medie dell’Italia settentrionale, nell’ambito della quale il Veneto si trova in una situazione più arretrata. Per spiegare le cause di questa situazione non è tuttavia sufficiente far ricorso ai fattori fisici, ma occorre tener conto anche delle vicende storiche e del lungo periodo durante il quale la terraferma veneta è stata soggetta al reggimento aristocratico di Venezia. Nell’ultimo periodo della Repubblica, come ha bene messo in luce il Cessi, non solo si lamentava da ogni parte che l’industria tessile, sia laniera che serica, quella metallurgica e quella delle costruzioni navali erano in crisi per difetto di materie prime, ma anche nel campo agricolo la situazione non era migliore; infatti la pressione fiscale era così alta da costringere i proprietari ad estendere la coltura del frumento e del mais in terreni poco propizi, ricavati restringendo le aree destinate al bosco e al pascolo, alterando così un equilibrio secolare. Nè si può dire che le colture venissero sufficientemente curate provvedendo, come si fa ai giorni nostri, a opportune rotazioni, e a selezione delle sementi, tanto è vero che nel 1756 vennero istituiti i Deputati all’agricoltura per promuovere una vigorosa riforma dei metodi di coltura.

    Il Veneto agricolo.

    Anche il commercio soffriva di questo stato di cose e i prezzi risultavano alquanto più alti che nelle regioni vicine. Poi, dopo la parentesi austriaca, il Veneto ha mostrato nel campo economico numerosi sintomi di vitalità. L’agricoltura, favorita dal terreno, dal clima e dalla presenza d’una copiosa manodopera, si è rinnovata ed ha visto aumentare sempre più la sua produttività. L’industria, accanto ai rami tradizionali costituiti dalla lavorazione della lana e della seta, dalla trasformazione dei prodotti agricoli e dai cantieri navali ha potuto affiancare anche buon numero di officine meccaniche, di stabilimenti chimici e così via. E, creato il nuovo porto di Marghera, collegato al retroterra con una buona rete di comunicazioni ferroviarie, stradali, di navigazione interna, anche il commercio è stato ravvivato, sia quello per il consumo locale, sia quello di transito.

    Aspetti dell’agricoltura veneta.

    L’agricoltura, per quanto nell’economia della regione abbia ora un’importanza minore che nel passato, costituisce pur sempre la base dell’economia veneta. Vi prevale (salvo nelle zone di bonifica recente) un tipo d’agricoltura condotta con sistemi tradizionali, per lo più non specializzata, la quale comporta una popolazione molto densa. Fin da epoca remota il popolo dedica ad essa ogni cura e mirabile è stato lo sforzo per estendere le colture anche dove il terreno era poco favorevole, sia nelle regioni di montagna dove l’orzo e la segala vengono coltivati fin verso 1600-1700 m., sia nelle basse pianure dove è stato necessario regolare il corso delle acque per evitare inondazioni e impaludamenti. La varietà delle condizioni fisiche permette di distinguere un gran numero di paesaggi agrari, che possono essere raggruppati nelle tre zone agrarie fondamentali, di pianura, di collina e di montagna nelle quali diversa è la distribuzione delle colture. Nella zona di pianura, dove la proprietà è abbastanza estesa e vien fatto largo uso di macchine e di concimi, predominano le colture cerealicole, che dànno raccolti abbondanti sia di frumento che di mais: ivi assume importanza anche la coltura delle piante industriali, come la barbabietola da zucchero e, in misura minore che nel passato, la canapa. Lunghi filari di pioppi, che accompagnano strade e canali, caratterizzano la zona più bassa. Nella regione collinosa ai cereali che di solito non superano nelle Prealpi (Lessini, Altopiano di Asiago, Grappa) 900-1000 m., si associano piante legnose, nelle zone riparate l’olivo, poi il gelso, meleti e pescheti e soprattutto la vite, nè mancano zone riservate al prato; l’estensione della proprietà è qui minore, suddivisa spesso in affittanze d’ampiezza adeguata alle famiglie che su essa vivono, dando luogo a forme di conduzione molto convenienti. La zona di montagna impernia invece la sua economia sulla produzione foraggera e sull’allevamento del bestiame da latte, cui si associano campetti lavorati a vanga, che si spingono fino a 1400-1500 m., coltivati a fagioli, rape, patate, cavoli. Anche i boschi dànno buoni redditi. Per lo più vige tuttora un’economia agricola chiusa, nella quale si cerca, ma più si cercava nel passato, di coltivare i prodotti di cui si ha bisogno. Nel Cadore e nelle regioni vicine alla donna sono affidati molti lavori pesanti ed esse rappresentano oltre il 60% delle persone dedite all’agricoltura. Nel Veneto circa metà della superficie agraria (pari a 88% del totale, occorrendo detrarre le aree montuose e gli specchi lagunari) spetta ai seminativi, ma mentre nel Polesine e nelle contigue province di Padova e di Venezia sono riservati ad essi i quattro quinti del terreno agrario, nella provincia di Belluno coprono appena la quindicesima parte.

    Sistemazione agricola dei colli vicentini, visti dal castello di Montecchio Maggiore

    La proprietà risulta nel Veneto discretamente frazionata, ma vi sono notevoli differenze da parte a parte. La polverizzazione e la dispersione sono fenomeni particolarmente diffusi in montagna, tanto da costituire la regola nelle zone alpine e prealpine, dove ogni famiglia possiede un pezzetto di terra, ponendo così problemi di particolare rilievo. La piccola proprietà negli ultimi decenni, specie in pianura, è andata aumentando per il frazionamento di grandi proprietà; molti coloni e mezzadri sono diventati proprietari; in più luoghi il bracciantato, reso meno gravoso per l’aumento delle mercedi, è stato sostituito con forme di compartecipazione, per cui le condizioni dei lavoratori dei campi, alcuni anni or sono molto penose, tanto da spingere all’esodo verso l’America, sono andate migliorando. Ora non s’incontra predominio nè della piccola nè della grande proprietà. Agli enti (demanio, province, comuni, società commerciali, istituti ecclesiastici e di beneficenza, ecc.) spetta poco più del quinto della superfìcie complessiva. Le maggiori estensioni si trovano in montagna e sono in possesso dei comuni e poiché sono costituite da terreni poveri ad utilizzazione silvo-pastorale, dànno in generale scarso reddito; invece lungo le regioni del litorale di bonifica recente hanno una certa consistenza le proprietà che spettano a società commerciali. I valori massimi si hanno nel Bellunese (56%), i minimi nel Veronese (9%). La superfìcie media della proprietà è nel Veneto di 3 ha., con valori massimi per la provincia di Venezia (6) e minimi per quella di Vicenza (2,2), ma si abbassa a 2,3 ha. se si esclude la proprietà degli enti. Da una provincia all’altra si hanno differenze piuttosto sensibili. La montagna, con la sua agricoltura povera (Bellunese), si contrappone alla pianura veneziana e polesana, ove fanno sentire il loro peso le grandi aziende. Nel complesso la distribuzione per classi di superficie si presenta abbastanza uniforme, le proprietà inferiori a 10 ha. occupando circa due quinti della superficie censita, quelle tra 10 e 200 pressappoco altrettanto, e una quota poco più bassa della precedente quelle con oltre 200 ettari. Circa un quinto sono i complessi terrieri eccedenti 1000 ettari. Non essendo possibile eseguire confronti su zone agrarie omogenee, basterà segnalare le differenze che esistono nella distribuzione della proprietà per classi di superfìcie tra una provincia e l’altra, differenze che per la massima parte dipendono dalla diversità di caratteri fisici. Nella provincia di Belluno, caratterizzata da scarsezza di seminativi e da prevalenza di prati permanenti, di pascoli e di boschi, le proprietà inferiori a 2 ha., poco adatte al lavoro delle macchine, comprendono l’88% del numero totale, mentre quelle superiori a 1000 ha., rappresentate da grandi unità silvo-pastorali possedute da enti, abbracciano il 51% della superficie censita. Nelle province di Treviso e di Vicenza maggior rilievo hanno le proprietà inferiori a 10 ha. (50-54% della superficie totale), ma sono pure rappresentate in maniera sensibile quelle tra 10 e 50 ettari. Nella regione collinare prevalgono le proprietà di modesta estensione e il frazionamento si mantiene accentuato nell’alta pianura, per decrescere a misura che si scende alla media e quindi alla bassa. Così nella provincia di Padova, in piccola parte collinare, dominano le proprietà di media estensione comprese tra 10 e 200 ha., mentre quelle di grande estensione rappresentano la percentuale, non trascurabile, di oltre il 15%. Nel Veronese si ha una distribuzione non molto diversa, con buon numero di proprietà di media estensione. Nella bassa pianura veneta (Polesine e provincia di Venezia) la superficie occupata da proprietà inferiori a 10 ha. è sensibilmente ristretta (20-21%) e al contrario appare elevata la superficie occupata da quelle superiori a 200 ha. (34% nel Polesine e 43% nella provincia di Venezia), ma non mancano quelle di oltre 1000 ha.: tale concentrazione della proprietà è collegata con l’opera di bonifica (Polesine) e con la notevole estensione che nella provincia di Venezia raggiungono le valli da pesca.

    Le colture della val d’Àstico; sul fondo Arsiero ed il Cimone

    Qualche variazione, ma non di grande portata e per di più localizzata, si è avuta di recente in seguito all’approvazione della cosiddetta legge stralcio per la riforma fondiaria, che riguarda 26.000 ha. della provincia di Venezia e 51.000 di quella di Rovigo. L’opera è stata affidata all’Ente per la Colonizzazione del Delta padano, il cui comprensorio si estende per il 70% dell’estensione totale (che è di 260.000 ha.) nelle province di Ferrara e di Ravenna. Nella provincia di Venezia comuni interessati alla riforma sono Chioggia e Cavàrzere; nel Polesine Taglio di Po, Córbola, Ariano, Loreo, Donada, Contarina, Porto Tolle, Rosolina. La zona era costituita da antichi comprensori di bonifica, con vaste aziende non appoderate, nelle quali occorreva larghezza di mezzi per completare la sistemazione idraulica dei poderi ed iniziare le colture, correndo l’alea di produzioni irregolari. D’altra parte l’abbondanza di manodopera, rimasta inoperosa al termine dei lavori di bonifica, aveva determinato una situazione precaria, dato che si era cercato di evitare la disoccupazione dei braccianti adottando l’obbligatorietà d’assunzione d’una parte di essi. Per di più l’opera di bonifica non era stata integrata da un’azione volta a migliorare le comunicazioni e le abitazioni, a creare scuole, a costruire acquedotti, limitando così il benessere della popolazione, costretta a vivere isolata. L’Ente si è trovato ad operare in un ambiente sociale degradato, e ha dovuto occuparsi sia della trasformazione fondiaria ed agricola della zona, sia della creazione delle infrastrutture necessarie. Nel Polesine fino all’inizio del 1959 sono stati assegnati 1104 poderi (6800 ha.), in quella di Venezia 193 poderi (1340 ha.); le aziende sono state dotate di casa e di poderi di dimensioni tali da permettere la creazione di aziende agricole autonome. L’estensione dei poderi varia da 2 a 10 ha., con valori medi di 6,1 ha. in provincia di Rovigo, 5,7 ha. in quella di Venezia.

    Indagini recenti fanno ritenere che nel Veneto le persone proprietarie siano 888.000, di cui 235.000 in montagna, 244.000 in collina, 421.000 in pianura. Questi dati permettono di affermare che nel Veneto il frazionamento della proprietà risulta più accentuato che nell’Italia settentrionale.

    Bonifiche e irrigazioni

    Una profonda trasformazione da un secolo a questa parte è stata operata con le opere di bonifica e con le pratiche irrigue, in modo da estendere la superficie dei terreni coltivati o di render più intense e redditizie le colture. E stato soprattutto nella parte più bassa della pianura, nel Padovano e nel Polesine, dove i sedimenti diventano più sottili e le acque più copiose e dove l’uniformità è interrotta da dune e da antichi alvei fluviali, che assai ingente è stata l’opera di bonifica la quale venne operata da piccoli e da grandi proprietari piuttosto che dallo Stato. Già i Romani devono aver iniziato qualche lavoro per disciplinare le acque, ma si è avuto nel Medio Evo un sensibile peggioramento e verso il secolo XV, quando compaiono i primi documenti cartografici, vasti territori risultano occupati da laghi, paludi e lagune. Si può con buon fondamento pensare che i primi lavori di regolazione siano stati intrapresi da congregazioni religiose, che venute in possesso di vasti territori procurarono di risanarli. Per tempo cominciarono a sorgere delle associazioni fra proprietari (consorzi) per l’esecuzione e manutenzione di opere di bonifica (il più antico, che divenne poi il consorzio di Ottoville nel Padovano, risalirebbe addirittura al 1100, mentre dal 1276 funziona il Consorzio Bacchiglione-Fossa Paltana), e questi organismi si moltiplicarono nel secolo XV, tanto che preoccupata che qualche modifica al regime idraulico potesse riuscir dannosa al regime della Laguna, la Repubblica veneta istituì fin dal 1501 la magistratura dei « Savii delle acque », la quale si ampliò poi nel « Collegio delle acque », divenuto più tardi il Magistrato alle acque, che tuttora esiste. Si iniziò così la lotta, riconoscendo che « molti terreni affondati nel Territorio nostro di Padova, Verona e nel Polesine si potriano ridur a coltura, quando fusse data via alle acque che potessero andar alla bassa ». Tra coloro che si preoccuparono di migliorare le condizioni rurali sotto la Repubblica di Venezia va ricordato soprattutto Alvise Cornaro, il quale aveva trovato conforto nella vita dei campi al dolore d’esser stato privato dei pubblici uffici. Come ben disse il Cessi, che ne illustrò l’opera, egli fu l’apostolo della « santa agricoltura ». Per la conservazione fìsica e politica dell’eterna Venezia egli sosteneva che era necessario provvedere urgentemente all’integrità della laguna e del porto e « al mancamento del pane », i due « gran contrarii » all’incolumità veneziana. Non tutti erano d’accordo sulla soluzione del problema lagunare e vivace era il contrasto, tra chi credeva necessario allargare il dominio delle acque salse ed estromettere quelle dolci, secondo la dottrina di Cristoforo Sabbadino, e chi pensava invece, e tra questi era il Cornaro, doversi rinunciare alla cosiddetta laguna morta e procedere alla sua bonifica. Il Cornaro, messa in luce l’estensione delle terre paludose e aride, riteneva poi che la loro redenzione non potesse esser opera dell’iniziativa individuale e privata, bensì dello Stato, che solo disponeva dei mezzi per l’attuazione di grandi opere di pubblica utilità. Ma ben poco è rimasto anche dell’opera della Serenissima, preoccupata più di conservare le lagune, che costituiscono la base vitale della città, che di render fertili le campagne della terraferma, tenuto anche conto del fatto che in molti casi le bonifiche a scolo naturale non portarono a risultati tangibili. Perciò le principali bonifiche del Veneto sono opera recente. Una vasta regione di bonifiche idrauliche si trova presso le foci del Po e dell’Adige, da dove si continua da un lato lungo i margini della laguna veneta fino alle foci del Piave e del Tagliamento, dall’altro verso la laguna di Comacchio, per cui è stato necessario di difendersi sia contro l’acqua portata dai fiumi (basterà in proposito ricordare che dal 579 al 1844 l’Adige ha rotto gli argini per 105 volte), sia contro l’acqua salsa del mare. Spesso esisteva, specie nel Polesine, un intreccio complicato di opere naturali e di opere umane, che creava difficili condizioni di scolo. Non essendo sufficiente la bonifica con canali di prosciugamento e di colmata — per il gran numero di corsi d’acqua, di canali a lievi pendenze, di « gorghi » (escavazioni prodotte dalle acque di piena in corrispondenza alle antiche rotte), di argini che corrono in rialzo, ricalcati spesso da strade, limitando degli spazi depressi —, intorno alla metà del secolo scorso si è cominciato ad applicare con successo il metodo olandese delle macchine idrovore (il primo esperimento, presso Bróndolo, risale al 1837), che ha permesso di bonificare anche i terreni posti sotto il livello del mare (fino a — 3 m.). Da allora si cercò di coordinare il lavoro e molti consorzi di bonifica a scolo naturale, specie nella bassa e nelle zone litoranee, si trasformarono in consorzi per la bonifica meccanica, soprattutto quando alla forza del vapore si potè sostituire l’energia elettrica. D’altra parte nella costruzione delle dighe si è cercato di far in modo di non escludere la possibilità d’irrigare il terreno durante i mesi estivi. Ora si possono riconoscere agevolmente le campagne vecchie, bonificate da più tempo, dalle terre di più recente bonifica, che talvolta si insinuano nelle prime; qui i campi coltivati occupano il fondo di valli o di lagune, con terreni ora argillosi, ora sabbiosi o di mezzano impasto, ora torbosi, quasi sempre ricchi di sostanze organiche.

    Canale di prosciugamento e bonifica a cantiere Viola.

    Non è agevole tracciare un quadro delle opere compiute dopo l’unione del Veneto all’Italia e dei risultati raggiunti dapprima ad opera di valorosi pionieri, poi anche con l’intervento dello Stato. Oltre un terzo del Veneto rientra nei territori di bonifica, sia perchè richiede opere di sistemazione e di difesa idraulica, sia perchè ha bisogno dell’irrigazione. Provvedono all’uopo appositi consorzi, di cui alcuni sono molto estesi come, ad esempio, il Consorzio Monforesto che, prosciugato nella seconda metà del secolo scorso abbraccia oltre 25.000 ha., in gran parte irrigui, e dai pressi di Chioggia si spinge all’interno fino a Monsélice, attraverso i territori di Cona, Agna e Bagnoli. Molto vasto (17.000 ha.) è anche il comprensorio Bacchiglione-Fossa Paltana, che per l’accidentalità del terreno ha presentato problemi complessi, tanto da render necessaria tra il 1860 e il 1890 la costruzione di 14 impianti idrovori e lo scavo del canale Altipiano, lungo 30 chilometri. Nel Padovano il Consorzio Sesta Presa (25.000 ha.), istituito fin dal secolo XVII, ha un comprensorio che va dal canale di Pontelongo verso nord fino alla strada statale Padana e verso ovest fino alla strada che collega Padova a Bovolenta; la sua bonifica è strettamente in rapporto con le vicende del Brenta. Si calcola che nel Padovano siano stati bonificati 100.000 ha., pari a metà della provincia. A oriente di Mestre verso Aitino si stende il comprensorio Dese-Sile Inferiore (8800 ha.) e verso nordovest quello assai più vasto (26.000 ha.) del Dese Superiore.

    Borgata rurale di servizi a Ca’ Mello (Porto Tolle) costruita dalla riforma.

    Ma la zona più importante delle bonifiche venete, anche dal punto di vista economico, è quella del Basso Piave, posta a nordest di Venezia, dove una dozzina di consorzi, riuniti in un grande organismo che ha sede a San Donà, sovraintendono al miglioramento di ben 57.000 ha., che fino a un secolo fa costituivano una landa disabitata, parte occupata da paludi (34.000 ha.), parte colpita da siccità o da inondazioni. Questi consorzi curano la difesa idraulica, lo scolo naturale delle acque, il prosciugamento, l’irrigazione, il rifornimento di acqua potabile, la viabilità; inoltre sono sorte cantine, latterie e caseifìci, stabilimenti per la lavorazione del tabacco, zuccherifici, impianti per le conserve. Altri nove consorzi (per 29.000 ha.) tra Tagliamento e Livenza sono raggruppati a Portogruaro; essi sono eredi d’un consorzio di scolo (Canale Lagugnana) fondato fin dal 1620 e gestiscono una rete di canali di scolo lunga 485 km., mentre i bacini sono prosciugati da 26 impianti idrovori, difesi da 180 km. d’arginature consorziali. Sulla riva destra del Tagliamento vi è il Consorzio di San Michele al Tagliamento (11.500 ha.), parte reso irriguo con acque di risorgiva, parte prosciugato. Nell’insieme mediante arginature, canali e macchine idrovore più di metà del territorio della provincia di Venezia è stato bonificato. Una delle bonifiche meglio riuscite è quella di Zignago (Azienda Torresella) in quel di Portogruaro tra il fiume Livenza e la foce del Tagliamento, occupata da acque salmastre e da una vallicoltura estensiva (valli di Zignago e di Pereira) che clava scarso reddito. Ivi a partire dal 1947 per iniziativa d’una società anonima creata dal conte Marzotto si è cominciata una vasta opera di trasformazione su un comprensorio di 1400 ha., 500 dei quali sono stati bonificati, mentre gli altri, dove troppo costosa sarebbe stata la bonifica, sono stati mantenuti ad acqua, non già allo stato naturale ma predisponendo una serie di dispositivi per agevolare la pesca. A questo scopo il livello delle acque è stato approfondito fino a 3 m. per formare una serie di canali in cui si possa circolare e dove il pesce possa rifugiarsi nei periodi di grande calore o particolarmente freddi. La terra ricavata in parte è servita per indigare le zone più basse, alla periferia delle acque salmastre che sono state trasformate in polder, in parte ha permesso di formare degli isolotti che sono stati messi a coltura. Il rendimento delle valli è per ora modesto (circa un quintale per ettaro con prevalenza di cefali ed anguille), ma è probabile possa accrescersi quando il ciclo della migrazione genetica delle anguille sarà concluso.

    Sbarramento di foce del collettore Brian con interposta conca di navigazione (Consorzio di Bonifica, Brian).

    Quanto poi al terreno agrario circa 700 ha. sono stati affidati a famiglie venete con contratto a mezzadria e ogni famiglia che ha una propria casa, cura la coltivazione di 6 ha. di terreno, di cui 3 a seminativo (con prevalenza di barbabietole, mais, erba medica), 2 a frutteto eia vigneto, colture queste ultime che non richiedono lavori pesanti, ma molta cura. Vi è poi una parte dell’azienda gestita a conduzione diretta, modernamente attrezzata con un gran numero di trattori, seminatrici, sili, stalle con mucche di pura razza canadese pezzata nera, concimaie, ecc., la quale assorbe la manodopera esuberante e un complesso industriale, che è in grado di assorbire nell’impianto enologico, nel frigorifero, nella fabbrica di marmellate l’uva e la frutta prodotta dai contadini, per cui le famiglie dei mezzadri non vivono in balìa di loro stesse ma trovano un complesso di appoggi che permette loro di saldare in attivo il bilancio familiare. Questa comunità agricola industriale di vaste proporzioni, sorta mediante capitale privato, appare fin d’ora economicamente attiva.

    Valle del Tione con tracciato lo scavo della condotta principale.

    Nel Veronese sono state bonificate le Grandi Valli Veronesi facendo scolare le acque attraverso il Tàrtaro-Canalbianco. I lavori di bonifica nelle Valli Grandi Veronesi furono eseguiti tra il 1855 e il 1881. Fu sistemato il corso del Tàrtaro per la lunghezza di 30 km., portandone il fondo a 18 m. e in parte arginandolo. Fu sistemato in continuazione il Canalbianco da Canda al sostegno di Bosaro (26 km.), con larghezza di fondo di 30 metri. Fu costruita una Fossa Maestra (27 km.) che percorrendo la parte più depressa delle Valli Veronesi, raggiunge l’alveo abbandonato del diversivo Castagnaro a Baruchella e quindi utilizza l’alveo abbandonato del Castagnaro opportunamente sistemato fino a sfociare nel Canalbianco in corrispondenza del Tàrtaro alla punta di Canda. Ma venne a mancare la divisione assoluta delle acque alte dalle basse e questo fatto, assieme al costipamento dei terreni nei fondi vallivi, verificatosi in misura superiore al previsto furono le cause che impedirono di ottenere la piena bonifica naturale, per cui è stato necessario ricorrere alle idrovore; la loro sistemazione definitiva potrà ottenere la bonifica d’un comprensorio di 400.000 ha. che si estende anche nel Mantovano, e in pari tempo realizzerà la sicurezza idraulica della zona. Nel Vicentino il principale comprensorio di bonifica (in parte esteso anche nella provincia di Padova) è quello Bérico-Euganeo (43.000 ha.). Più arretrato è il settore che si trova nel Delta Padano, dove la bonifica non è ancora ultimata del tutto e circa 100.000 ha. sono ancora da sistemare, di cui circa un terzo richiedono lo scolo meccanico. Nel Polesine le prime opere di bonifica furono iniziate fin dal secolo XV da Presciano Presciani, agente di Borso d’Este con un consorzio che operò nel territorio di Castelguglielmo. Seguì la costituzione di altri consorzi nel secolo successivo, mentre altri lavori di sistemazione vennero effettuati sotto la Repubblica veneta, principale tra tutti il taglio di Porto Viro.

    Vedi Anche:  Le regioni del veneto

    Poi sotto la dominazione austriaca i lavori di bonifica culminarono con la chiusura del diversivo di Castagnaro che permise di togliere definitivamente dal Canalbianco le acque dell’Adige, disciplinando l’immissione delle acque del Po attraverso la fossa di Polesella a mezzo di un apposito sostegno. Gravi danni causò la rotta dell’Adige del settembre 1882, alla quale si provvide tracciando un collettore a destra del Canalbianco, che rimase ad uso esclusivo delle acque veronesi e mantovane. Solo nel 1912 è stata iniziata la bonifica dell’isola di Ariano, installando l’idrovora di Ca’ Vendramin ed altri notevoli lavori vennero eseguiti successivamente. La seconda guerra mondiale e la rotta del Po del novembre 1951 hanno causato gravi danni, che sono stati in gran parte rimarginati prosciugando i terreni allagati.

    Lavori in corso sul canale principale in valle del Tione.

    Canale di irrigazione in cemento armato a Eraclea (Consorzio di Bonifica Brian).

    L’irrigazione viene praticata nel Veneto da molto tempo, ma in molti luoghi dove sarebbe stato possibile giovarsene è parso opportuno dar la precedenza ai lavori di bonifica. Verso il 1932 un’indagine eseguita dal Magistrato alle acque nelle zone pedemontane e di pianura, sia entro i comprensori di bonifica che fuori di essi, ha permesso di valutare le aree irrigue in 1915 kmq.; esse sono maggiormente estese nelle province di Verona (630 kmq.) e Treviso (540), cui segue il Polesine (230) e la provincia di Venezia (210).

    Prevaleva allora l’irrigazione integrale (per sommersione nelle risaie oppure per scorrimento), mentre poco praticata era l’irrigazione di soccorso e quella a pioggia. Un ventennio dopo un’indagine effettuata dagli Ispettorati agrari delle province venete fa ritenere, per quanto i confronti non siano agevoli, che le irrigazioni abbiano avuto un sensibile aumento; oltre a quelle per scorrimento che si estendono su 1350 kmq. (per quasi metà nel Veronese e per quasi un quarto nel Trevisano) sono ora diffuse anche le irrigazioni di soccorso e ristoro (su 1820 kmq., in prevalenza nelle province di Venezia e di Rovigo) e quelle a pioggia (660 kmq., per oltre metà nel Veronese).

    Per molto tempo il Veneto ha dovuto provvedere a difendersi dai suoi fiumi, piuttosto che trarre benefici da essi e dapprima le iniziative non hanno avuto carattere organico, ma saltuario per luoghi e per tempo. Solo negli ultimi decenni il problema è stato affrontato con criteri unitari, cercando di sviluppare dei serbatoi per accogliere le acque di piena, serbatoi che in molti casi (per es., lago di Santa Croce) sono stati ingranditi per ricavare in pari tempo energia elettrica. Così l’Adige, rimasto fino a poco tempo fa il peggior nemico delle terre che traversa, con i lavori eseguiti nel bacino sorgentifero e nella zona dei maggiori affluenti, è diventato, con l’aiuto del Garda, il naturale alimentatore delle irrigazioni veronesi e lo scaricatore delle acque stagnanti delle Grandi Valli Veronesi.

    Le forme di conduzione e la ripartizione della superficie agraria

    Un cenno è opportuno fare a questo punto anche delle forme di conduzione dei terreni, che è in stretto rapporto col regime fondiario. Il modo con cui si manifesta la conduzione conferisce una caratteristica impronta all’assetto agricolo d’un territorio, con riflessi economico-sociali d’una certa importanza. Un’indagine condotta dall’Istituto nazionale di economia agraria, la quale si basa sulla situazione catastale del 1946, ha preso in esame le varie categorie di impresa, identificata nella persona fisica e giuridica che, sotto la propria responsabilità, attua la combinazione dei mezzi produttivi, mediante le proprie scelte economiche. Risulta che nel Veneto il 39% della superficie produttiva è occupato da imprese familiari (piccoli proprietari), media su per giù equivalente a quella dell’Italia. La proprietà contadina presenta la più alta quota nel Bellunese, la più bassa nelle province di pianura; essa ha nell’insieme un peso notevole, ma resta al di sotto per importanza alla proprietà non contadina. L’affittanza riguarda poco più del terzo dei terreni lavorabili, con un minimo nel Bellunese (1%) e massimi per il Padovano e il Polesine (52-54%). La colonia par-ziaria, sotto forma di mezzadria, ha pure larga diffusione, specie nella regione collinare della Marca Trevigiana, come pure nell’alto Veronese. Anche nella Val Belluria vi sono aziende coloniche che in media coltivano 14 ha. e raggiungono quell’autosufficienza che difficilmente si riscontra nelle aziende a conduzione diretta o in affitto. Raro è invece nel Veneto il caso di proprietari che coltivano con manodopera fornita da compartecipanti (cosiddette partitanze, che tuttavia non mancano nel Polesine e nella provincia di Venezia) o da salariati; quest’ultimo caso è abbastanza frequente soltanto nelle terre di bonifica recente. Qua e là sussistono forme particolari, che meriterebbero di venir illustrate. Basterà far cenno che nel Bellunese vige l’uso di far eseguire dissodamenti o sistemazioni di qualche appezzamento di terreno da terzi, i quali per tale lavoro vengono compensati col lasciar loro in godimento per due o tre anni, a seconda della portata del lavoro eseguito, il terreno dissodato o meglio sistemato. I dati riferiti risalgono a qualche anno fa ed ora la piccola proprietà contadina ha certamente un peso un po’ maggiore, ma nell’insieme le linee generali della struttura distributiva della proprietà rimangono inalterate. Piuttosto occorre dire che per le piccole e per le medie aziende agricole si pongono dei problemi di adattamento alle nuove tecniche e alla mutata richiesta dei prodotti, per cui sarebbe augurabile si facesse maggior ricorso alle forme di cooperazione. Esiste ad ogni modo già un movimento creditizio agricolo abbastanza efficiente, che fa capo a piccoli organismi, in gran parte cattolici, che svolgono una funzione economica della massima importanza.

    Il lavoro delle braccia è stato in parte sostituito, soprattutto nelle regioni pianeggianti, dalle macchine; nel Veneto la motorizzazione e la meccanizzazione risultano più sviluppate che in ogni altra regione. Su 188.000 trattrici esistenti in Italia (1957), il Veneto ne contava 27.500 e ciò corrisponde a una trattrice per ogni 35 ha. di seminativi. Il primato per il minor numero di ettari di seminativi per trattrice spetta a Verona ed a Vicenza, mentre il valore più alto lo troviamo nel Bellunese, a causa della conformazione montagnosa della provincia che ostacola l’uso delle macchine. Anche le trebbiatrici (4800) e le sgranatrici da granturco (circa un migliaio) sono numerose.

    L’uso dei concimi, che fino a qualche anno fa era restato modesto, risulta da qualche anno a questa parte in aumento, dato il progresso delle tecniche colturali e la necessità di aumentare i raccolti. È soprattutto la concimazione azotata che ha acquistato importanza, tanto da raddoppiare il suo volume, ma in progresso è anche quella fosfatica, che ha superato di quasi metà il livello prebellico, e ancor più la concimazione potassica. In media si calcola che la quantità di azoto impiegata per ettaro sia di 16 kg., cui sono da aggiungere poco più di 5 kg. di ossido potassico. Ma mentre nel Veronese si consumano in media 29 kg. di azoto per ettaro, 51 di anidride fosforica e 11 di ossido potassico, la provincia di Belluno non arriva al chilogrammo di anidride fosforica. Non bisogna tuttavia dimenticare che in questa provincia si fa largo uso di concime naturale. In questi ultimi tempi si nota maggior impiego anche di anticrittogamici e di antiparassitari (come zolfo e solfato di rame).

    I seminativi (58%) ed i prati (11%) coprono nel Veneto circa i sette decimi dell’intera superficie agraria e forestale. Non molto estesa è invece la superficie boscata (14%), ma per quanto tale percentuale resti alquanto al di sotto della media italiana, la differenza è compensata, almeno in parte, dalla qualità, data la prevalenza nelle province di montagna delle fustaie sui cedui. Le statistiche agrarie più recenti distinguono nelle coltivazioni erbacee le coltivazioni avvicendate (cioè cereali, leguminose da granella, piante industriali, patate, ortaggi), dalle coltivazioni foraggere (prati avvicendati, erbai, prati e pascoli permanenti), le prime rispondenti a un’economia agricola che fa perno sui cereali, le seconde a un ordinamento che mira all’incremento della produzione zootecnica, la quale risulta avere nel complesso minore importanza che nella vicina Lombardia per quanto si noti in questi ultimi tempi una leggera flessione della superficie adibita ai cereali, in modo conforme alle tendenze che mirano al miglioramento della produzione zootecnica. Ciò si rispecchia del resto anche nel fatto che le colture avvicendate (56%) prevalgono rispetto a quelle foraggere (44%) e gli scarti sono notevoli da provincia a provincia, poiché nel Bellunese le colture avvicendate raggiungono appena il 7</o» mentre nel Polesine, dove abbondano i terreni argillosi, freschi e profondi, si sfiorano gli otto decimi del totale.

    I cereali e le piante industriali

    Le colture più importanti, come del resto si verifica nella maggior parte delle regioni italiane, sono quelle dei cereali e in modo particolare del frumento e del mais, il primo prevalente nel Veneto occidentale, il secondo nel Veneto orientale, specie dove le piogge sono più copiose e i terreni diventano più grossolani. Nel complesso il Veneto fornisce per i cereali una quota notevole della produzione nazionale (pari al 12%) e non solo è in grado di soddisfare il fabbisogno dei suoi abitanti, ma può anche esportare una parte del raccolto. Suolo e clima, come del resto anche la distribuzione della proprietà e le forme di conduzione, sono oltremodo favorevoli a queste colture, anche se un po’ meno che in Lombardia, la quale oltre che per un clima più continentale, si avvantaggia anche per maggior copia di capitali, di mezzi meccanici e di concimi. Per il frumento « non dappertutto le condizioni sono favorevoli.

    Nella pianura alta il suolo spesso è grossolano e ferrettizzato ; nella pianura bassa i terreni argillosi e di medio impasto si avvicendano con quelli sabbiosi, talora troppo argillosi, talaltra troppo umici, talora torbosi, talaltra silicei, specie in vicinanza dell’Adige, che scende dalle montagne cristalline. Talvolta l’ottobre è troppo piovoso e fa interrompere i lavori di preparazione del terreno. Nelle aree più depresse le nebbie provocano la ruggine del grano; frequenti sono poi le manifestazioni temporalesche durante la prima metà di giugno, quando il grano si sta per mietere » (Milone). D’altra parte il freddo dell’inverno protegge il grano dai parassiti; la coltre nevosa lo protegge dagli eccessi di temperatura; la primavera lunga e piovosa inturgidisce le spighe, l’inizio dell’estate le matura al sole di giugno.

    La superficie coltivata a grano è in media di 280.000 ha., pari a poco più d’un quinto della superficie agraria, con valori alquanto superiori nel Polesine, nel Padovano e nel Veronese, mentre la coltura si dirada o scompare del tutto nel Bellunese e nelle zone montagnose e collinose del Vicentino e della Marca Trevigiana. Rispetto all’anteguerra l’estensione dei terreni adibiti alla coltura del frumento non ha subito variazioni di rilievo, mentre invece è sensibilmente aumentata la produzione unitaria, che da 22 q. per ha. (1936-39) è passata nel ventennio successivo a 29 q., restando di poco inferiore alla Lombardia (30), ma superiore all’Emilia (28). Con i suoi 8 milioni e più quintali di frumento il Veneto partecipa all’incirca alla decima parte del raccolto nazionale. Nelle feracissime terre di bonifica del Polesine si raggiungono in media 35 q. per ha., con una punta di 42,7 q. nel 1955. La Marca Trevigiana, che già si estende su terreni collinosi meno favorevoli a questa coltura, presenta invece i valori più bassi (tra 22 e 23 q.), che possono scendere ancor più nelle annate sfavorevoli (come, ad es., il 1954, quando si sono appena superati i 17 q.).

    Si miete il primo grano in valle Mea (Donada).

    La coltura della barbabietola nel Veneto (secondo Milone).

    Il mais, favorito dal clima continentale, con estati calde e piogge primaverili-autunnali, si è cominciato a coltivare nel Polesine verso il 1550, come è lecito dedurre da una nota marginale del Ramusio nella seconda edizione (1554) del primo volume Delle navigationi et viaggi, ma ha cominciato ad assumere importanza soltanto alla fine del secolo XVI, dapprima in varie località della Marca Trevigiana, e in breve tempo ha sostituito, specie in collina e in montagna, cereali meno produttivi (per esempio, il grano saraceno), con i quali veniva pure confezionata la polenta, la quale rappresenta di fronte al pane uno stadio più antico e meno evoluto di civiltà alimentare. La coltura del mais viene spesso associata a quella del fagiolo comune, altra pianta importata nel Cinquecento dall’America e introdotta nel Bellunese verso il 1532 da Pierio Valeriano, che ne ebbe i semi da Clemente VII.

    La coltura del mais ha avuto in passato nel Veneto un’importanza anche maggiore di quella del frumento ed ha costituito per secoli la base alimentare dei contadini, non senza qualche inconveniente quando la polenta, che ha il vantaggio di saziare più del pane ma fornisce un’alimentazione incompleta, costituiva il cibo esclusivo dei contadini : alludiamo alla pellagra, che per molto tempo è stata una piaga del Veneto. Da qualche anno a questa parte la superficie destinata al mais è in regresso, anche se non è agevole determinarla con precisione, dato che spesso viene seminato per uso familiare. Non invece il raccolto, data l’introduzione su scala sempre più larga degli ibridi, che forniscono produzioni unitarie molto elevate. Dai 6 milioni all’incirca di quintali dell’anteguerra (1936-39) si è passati infatti ai 7 milioni e mezzo (1954-57), dato che il rendimento unitario è passato nello stesso periodo dai 33 ai 39 q., pur restando alquanto inferiore a quello della Lombardia (45 q.), dove in parte la coltura è irrigua. Il mais, oltre che servire all’alimentazione umana, viene largamente adoperato nell’allevamento dei suini e del pollame. Oltre che la spiga esso fornisce un culmo che si usa come mangime, le brattee son utilizzate per riempire il pagliericcio ed i tutoli servono da combustibile. La sua diffusione risulta maggiore nelle tre province di Treviso, Padova e Venezia, mentre per il rendimento il Polesine è alla testa (48 q.).

    Coltivazioni di barbabietole presso Adria.

    Nel Bellunese essa ha di gran lunga maggior importanza del frumento, anzi nella Val Belluna si può dire che rappresenti la coltura dominante. Di solito il mais, che si coltiva per tre anni, seguito per egual periodo da erba medica, non accompagna le dimore umane fino alle altezze ove potrebbe crescere, così nella valle di Auronzo si preferisce sostituirlo con fagioli e patate, ma tuttavia lo si semina volentieri anche dove le condizioni non sarebbero le più favorevoli.

    Modesta è la coltura degli altri cereali. Avena e segala compaiono qua e là nel Veronese, mentre meno localizzata è la coltura dell’orzo, che troviamo, soprattutto in montagna, nelle zone marginali che non si prestano al mais e al frumento. Il riso ha visto ridurre alquanto la sua estensione nel Veronese, mentre conserva una certa importanza nel Polesine, dove questa coltura copre 2500 ettari. Nella regione deltizia è tipica la risaia stabile da zappa, che in antico era molto più estesa, mentre ora è destinata a scomparire o a trasformarsi in risaia a rotazione.

    Canapa da tiglio poco prima del raccolto.

    Tra le colture industriali quella che prevale sulle altre, ma non da molto tempo essendo d’introduzione recente, è la barbabietola da zucchero, la quale ha trovato condizioni particolarmente favorevoli nei terreni di bonifica, grassi, freschi e tenaci. Nell’anteguerra il Veneto aveva il primato tra le regioni italiane, precedendo, sia pure di poco, l’Emilia: la produzione raggiungeva allora il 43% di quella italiana, mentre ora è scesa al 32%. Essa occupava 56.000 ha. e dava 14 milioni di quintali di barbabietole, mentre ora è passata rispettivamente a 69.000 ha. ed a 33 milioni di quintali. Tuttavia negli anni a noi più vicini, se si prescinde dalla serie dei valori medi, si riscontra che la coltura è in notevole regresso, sia perchè la superficie coltivata è stata ristretta, sia perchè minore è il rendimento: nel 1957 si sono raccolti soltanto 17 milioni di quintali di barbabietole per risalire a 27 milioni nel 1959. La coltura viene praticata in tutte le province (salvo Belluno), ma le superfici maggiori le troviamo nella bassa pianura padovana, nel Veronese e nel Polesine, che fornisce una produzione media di 12 milioni di quintali di barbabietole. Coltura caratteristica del Polesine (specialmente nei dintorni di Adria) è quella della patata dolce (detta localmente patata americana). Compare anche la saggina da scope (Sorghum vul-gctre) con le sue pannocchie ovali bruno-rossastre, erette sui culmi diritti dalle larghe foglie.

    Trasporto al macero della canapa.

    Coltivazioni di tabacco sui colli Euganei.

    Un’altra coltura industriale è la canapa, che nel passato ha avuto un’importanza assai maggiore. Introdotta nel 1500 dal bolognese Barbiroli e diffusa in passato soprattutto nel territorio di Montagnana e di Cologna, occupa ora circa 800 ha. nel Polesine (ma 5300 nel 1936-39), nella zona costeggiante il Po (specie nei comuni di Crespino, Occhiobello, Canaro, Ficarolo), dove il paesaggio assume aspetti distinti per la presenza di vasche da macero e per la struttura particolare delle case coloniche, dove avviene la prima lavorazione e il deposito del prodotto. Ma la canapa è coltura che sottrae al terreno gran parte della sua fertilità per cui è necessario l’avvicendamento coi cereali, che di solito è biennale, ma ha un ritmo diverso nei terreni meno fertili. La coltura del lino, pur essa un tempo abbastanza diffusa, è ora limitata a qualche remoto paese di montagna. Senza importanza è pure la produzione delle piante oleaginose, come il ricino (diffuso un tempo nel Veronese), il ravizzone, la colza. E invece d’un certo rilievo la produzione di semi da prato per la selezione dei quali, oltre che per il frumento da seme, esiste a Montagnana uno dei più importanti stabilimenti italiani. Un’attività caratteristica del Padovano è rappresentata dai vivai, che occupano oltre 350 ettari.

    Va poi ricordato tra le colture industriali anche il tabacco, che rispetto all’anteguerra ha visto aumentare sia la superficie che la produzione: oltre metà del tabacco prodotto dall’Italia settentrionale proviene dal Veneto, che fornisce circa un sesto della foglia prodotta in Italia. Esso viene coltivato nella valle del Brenta (dove è diffuso già da molto tempo), nella pianura veronese, nella bassa pianura padovana, nell’alto e medio Polesine. Ma è soprattutto nel Canale di Brenta, da Pove a Cismón, che la coltura del tabacco assume grande importanza sia sul fondovalle, sia sui terrazzi che interrompono la monotonia dei versanti. Ivi si coltivano circa 20 milioni di piante. Scrive in proposito il Pittoni : « La Val Brenta è tutta una sistemazione a terrazza, lavoro di secoli, di valore incalcolabile, che suscita oltre che meraviglia, profonda ammirazione per quelle popolazioni… che seppero creare, con lungo e faticoso lavoro, dove un tempo non c’era terreno coltivabile, dei piccoli campicelli, intagliati nella roccia a forza di mine e piccone, sostenuti da costosissimi muri, trasportando a dorso d’uomo la terra necessaria a preparare lo strato indispensabile per la coltura del tabacco ».

    Sistemazione a terrazza delle coltivazioni a San Marino (Canal di Brenta).

    La vite, i frutteti e gli orti

    Nella zona collinosa le colture dei cereali e dei legumi sono intercalate e frammiste a piante legnose. Grande importanza assume soprattutto la vite, disposta spesso nei campi a festoni in filari diretti da nord a sud, oppure raccolta in vigneti. Alberi di sostegno più comuni sono l’acero (detto nel Veneto oppio), l’orno, l’olmo, il pioppo, il salice. Ma la vite si coltiva ora, oltre che a filari, anche in altri modi, a pergola, a raggi e con i sistemi Sylvoz e Guyot. La coltura della vite viene praticata nel Veneto da età remotissima; una sicura testimonianza sulla sua esistenza nel Veronese ci viene dai vinaccioli rinvenuti negli scavi condotti nella zona delle palafitte, a Peschiera e presso Pacengo, che risalirebbero all’età del bronzo. Pare poi che siano stati gli Etruschi a diffonderla nella Pianura padana. In epoca classica i vini retici, provenienti dalle regioni collinose, avevano buona fama. Marziale ricorda, ad esempio, l’elegante simmetria con cui nel Colli Euganei si disponevano i tralci delle viti, mentre Plinio attesta che i Patavini coltivavano la vite anche nei luoghi paludosi, maritandola al salice. Ora la vite, se si prescinde dalle regioni di montagna, è diffusa un po’ dappertutto, ma assume particolare importanza in alcuni distretti del Veronese (che dànno vini pregiati come il Bardolino, che viene dai suoli morenici della regione del Garda, il Valpolicella e il Soave dalle falde calcaree dei Lessini), del Vicentino (Breganze e Arzignano), dei Colli Euganei, del Trevigiano (Conegliano e Valdobbiadene). Altri vini reputati del Veneto, pregiati per delicatezza di profumo, bel colore, gradazione non troppo alta (io°-i2°), facilmente digeribili sono il Pinot, il Merlot, il Cabernet, il Verduzzo. Terreni di predilezione sono quelli esposti a mezzogiorno, nei quali la silice prevalga sull’argilla e una lieve pendenza agevoli lo scolo delle acque. La vite ha avuto un periodo di flessione in seguito alla fillossera che è comparsa dapprima nel Trevisano (1900) e si è diffusa quindi a macchia d’olio nelle province di Venezia (1905), Verona (1909), Vicenza (1914), Padova (1917), Belluno (1922) e da ultimo nel Polesine (1924), in modo da costringere alla ricostruzione dei vigneti su barbatelle americane. La coltura specializzata risulta in progresso, tanto che l’estensione dei vigneti è raddoppiata, essendo passata da 24.000 a 48.000 ha., mentre la coltura promiscua (che al tempo della massima espansione raggiungeva 475.000 ha.), è diminuita all’incirca della decima parte. Di gran lunga maggiore è l’incremento sia dell’uva che del vino, come conseguenza dell’aumentato rendimento, che in parte è da mettere in rapporto con la vinificazione collettiva praticata nelle cantine sociali, in parte con una coltivazione più razionale. Per il vino basterà dire che la produzione media supera ora 6 milioni di ettolitri, quantità più che doppia di quella d’anteguerra; una quarta parte viene prodotta nelle grandi cantine sociali, in numero di 32, alcune delle quali, come quelle di Soave e di San Donà di Piave, lavorano oltre 100.000 ettolitri di vino.

    Vedi Anche:  Storia del Veneto

    I vigneti di Bardolino sul Garda

    In epoca recente la coltura si è estesa anche in pianura, nei terreni argillosi, dove dà un vino con gusto più aspro che serve al consumo locale, dopo essere rafforzato mediante il taglio con vini meridionali, e si è andata diffondendo pure nei terreni di bonifica (per es., a Zignago), mentre già da tempo è noto il vino prodotto dall’uva che proviene dalla coltura praticata sulle grave del Piave. Del resto la vite viene coltivata anche nella zona alpina (dove si spinge nell’Agordino fino a 850 m.) e caratteristici sono i vigneti che, sul terreno conquistato faticosamente al bosco, occupano le ripide falde detritiche solatie nei dintorni di Artèn presso Feltre. In collina e nell’alta pianura è molto diffuso anche il gelso, di cui faremo cenno in seguito, parlando del baco da seta. Nelle plaghe più riparate della riviera benacense, specie attorno al golfo di Garda, si coltivavano nel passato gli agrumi (cedraie), che nel quinquennio 1870-75 davano fino ad un milione di frutta. Anche la coltura dell’olivo (che si estende ora su 8000 ha., per un quarto a coltura specializzata) aveva nel passato maggior importanza; ora è limitata al Veronese (dintorni di Bardolino), al Vicentino e ai Colli Euganei, con una produzione media di 30.000-40.000 quintali di olive.

    Anche la frutticoltura ha trovato nel Veneto favorevoli condizioni di sviluppo e la coltura specializzata dei meleti, pereti, pescheti ha fatto triplicare la produzione rispetto all’anteguerra. Essa ha occupato spesso il posto dei vigneti distrutti dalla fillossera e si è sistemata nei posti più favorevoli, come è agevole vedere nei Colli Bérici ed Euganei, come pure nella Val Belluna. Pure la coltura promiscua risulta in progresso, soprattutto come conseguenza dell’incremento della produzione unitaria. I pescheti hanno trovato condizioni favorevoli soprattutto nel Veronese, che produce pure in quantità gustose pere, e secondariamente nella provincia di Venezia. Per le mele è invece al secondo posto, dopo il Veronese, il Polesine. Anche per le ciliege (di Marostica) e per le noci (di Feltre) il Veneto fornisce prodotti pregiati. Grosse partite di frutta vengono avviate verso i mercati d’Oltralpe. E tutta un’attività che richiede copiosa manodopera non solo per la coltivazione, ma anche per la raccolta, la conservazione e per la preparazione prima di avviarla ai mercati.

    Le colture ortensi hanno pur esse una grande importanza e il Veneto produce grandi quantità di patate primaticce e comuni (specie nel Veronese) e di ortaggi, questi ultimi specialmente nell’estuario veneziano, ma anche nella pianura veronese, nelle colline vicentine e in molti altri luoghi del Polesine e del Padovano, specie dove è possibile l’irrigazione. Particolarmente pregiati sono gli asparagi del Bassanese, i piselli dei Colli Bérici, i fagioli di Lamòn e poi ancora pomodori, cavoli e cavolfiori, cipolle ed agli (del Polesine), poponi e cocomeri. Da poco più di 3 milioni nell’anteguerra, la produzione (che in parte alimenta una vivace corrente di esportazione) è salita ora a 5 milioni di quintali.

    Un cenno a parte merita il radicchio di Treviso, rosso e lucente come fosse di smalto, così chiamato perchè venne coltivato per la prima volta verso la metà del secolo XVI nel comune di Casièr, da dove si estese poi negli altri comuni del Trevisano e nelle regioni vicine determinando molte varietà per colore, sviluppo, forma, come è il caso della qualità variegata di Castelfranco. La Marca Trevisana fornisce ogni anno circa 20.000 q. di radicchio rosso, poco meno d’un quinto della produzione italiana. La coltura esige particolari cure. Se durante l’inverno le foglie restassero all’aperto nel campo si adagerebbero sul terreno e diventerebbero violacee. L’agricoltore provvede invece a estirparle verso novembre e con la pratica della forzatura le foglie da verdi diventano lucenti, di colore rosso cangiante, con una venatura centrale bianca, sapore leggermente amaro e friabilità deliziosa, onde il detto : « a guardarlo è un sorriso, a mangiarlo un paradiso ». La forzatura si fa mediante lo scavo di buche profonde sui mucchi di letame che si trovano nella concimaia collocandovi i radicchi e ricoprendoli con foglie secche o paglia; dopo una decina di giorni i mazzi hanno realizzato la forzatura, che avviene talvolta anche nelle stalle, ma più spesso in cassoni all’aperto o in serre. Ogni due o tre giorni è anche necessario innaffiare con acqua non troppo fredda, senza bagnare le foglie; occorre poi sincerarsi che la forzatura è terminata, togliere le foglie esterne, tagliare la radice fittonante. Si tratta d’una coltura molto redditizia che permette un incasso di 600.000-700.000 lire per ettaro (1959-60), ma le zone adatte sono molto ristrette perchè occorre non ci siano in ottobre-novembre abbassamenti di temperatura con gelate precoci, come è avvenuto tra il 10 e il 25 novembre del 1952, che hanno causato la perdita della maggior parte del raccolto. Ma anche le temperature troppo miti con aria eccessivamente umida non sono favorevoli.

    Frutteti nel Polesine.

    Caratteristica è pure la regione litoranea delle colture ortensi, limitata verso occidente dal Taglio nuovissimo di Brenta. Essa viene effettuata sulle sabbie delle dune che sembrerebbero sterili e nel passato erano destinate al pascolo, mentre invece ora, dopo essere state concimate e irrigate, dànno buoni raccolti di fagioli e piselli, carciofi e sedani, cipolle ed agli, patate (primaticce) e pomodori, zucche e cocomeri e poi anche cetrioli, verze, cavoli, cui si associano viti ed alberi da frutto. Questi orti richiedono copiosa manodopera in ogni stagione, ma gli ortolani (detti marinanti) di Chioggia e di Sottomarina, che raggiungono ogni giorno mediante barche (topi) i loro piccoli poderi della vicina terraferma, si occupano volentieri di questa attività, che è meno aleatoria della pesca e assai redditizia. « I terreni coltivati, separati dalla strada mediante siepi vive o metalliche, offrono allo sguardo una suddivisione geometrica in appezzamenti regolari della dimensione di 3 per 25 m., circuite da affossature. Ogni orto è poi munito da una stradella principale di accesso: per essa si giunge al capanno ortale (casón), che funge da magazzino. Essi hanno pianta quadrangolare e sono costruiti ora con mattoni e ricoperti con tegole. Dentro si trovano gli attrezzi, come pure i rotoli di cannicci (parés), che in alcune stagioni dell’anno vengono distese su palizzate più o meno inclinate, che proteggono le colture delicate dalle brine e dagli effluvi salini dei venti di levante. Il casone è munito d’un focolare, ben evidente per l’aggetto esterno e l’alto fumaiolo » (Cavalca). Vaste estensioni non hanno alcuna dimora permanente.

    Nel tirare le somme possiamo dire che la produzione agraria del Veneto è salita a 260 miliardi, con un aumento di 70 volte rispetto all’anteguerra, aumento molto sensibile, superiore alla media nazionale.

    Il bosco e la sua utilizzazione

    Il bosco è, accanto all’allevamento bovino, la principale risorsa delle popolazioni montanare, con prevalenza di abetine nelle regioni più elevate e più interne, di faggete e querceti (cui si accompagnano carpini, frassini e noccioli) nelle zone prealpine e di media montagna dove non sempre le condizioni naturali si presentano favorevoli per il prevalere di rocce calcaree. In passato il bosco era nel Veneto molto più esteso, e ricopriva vaste estensioni anche in pianura, ma dall’epoca romana in poi, dopo aver riguadagnato per breve tempo terreno nell’alto Medio Evo e in seguito alle disposizioni protettive di Venezia, è andato progressivamente riducendosi, non tanto per lasciar spazio alle colture e ai pascoli, quanto per ricavare legname da ardere. Alla distruzione del bosco, specialmente nell’Agordino e nello Zoldano, contribuì pure il bisogno di legname per le miniere e la lavorazione dei metalli, mentre poi nei tempi a noi più vicini si è fatta sentire la richiesta di legname per nuove costruzioni, per pali telegrafici, per traversine ferroviarie e causa non ultima del loro impoverimento, nell’altopiano dei Sette Comuni e nel massiccio del Grappa, è stata la guerra ivi combattuta nel primo conflitto mondiale. Molto spesso lo sfruttamento ha avuto conseguenze distruttive di notevole entità e sia i querceti della zona collinosa che le faggete della zona prealpina sono state abbattute. Ora con un coefficiente di boschività del 14,3% il Veneto presenta i valori più bassi di tutta l’Italia settentrionale. Dell’area boschiva si calcola che oltre metà spetti alle latifoglie, meno della metà alle aghifoglie. Spesso il manto vegetale è stato distrutto per sempre o degradato a cedui di scarso valore, e solo poche vallate del Cadore, il Cansiglio e qualche area prealpina (dove il bosco è demaniale) conservano boschi d’alto fusto d’una certa entità. Limitato valore hanno le statistiche, che attribuiscono il 56% di boschi sulla superficie produttiva allo Zoldano, il 46% al Cadore, il 39% all’Agor-dino, dato che comprendono pure le aree arbustive. Nel Cadore, dove il manto forestale è meglio conservato e curato, i quattro quinti dei boschi sono in proprietà dei comuni, mentre agli abitanti, riuniti in « regole » spetta solo il diritto d’uso. Ma non mancano controversie in quanto essi aspirano a maggiori diritti richiamandosi alle donazioni dei Da Camino, signori del Cadore nel secolo XVI. Per avere una idea dell’entità dei possessi comunali basterà dire che Cortina ha 8150 ha. di bosco, Auronzo 5300 e San Pietro 5000, nel quale caso si avvera il proverbio che il bosco serve al mantenimento degli abitanti (« Larez, pez e piti, fan le spese ai Cadorin »). Un certo numero di persone trova lavoro nel taglio dei boschi, nella conduzione dei tronchi fino ai corsi d’acqua, nella fluitazione di essi e nella raccolta in determinati punti di trattenuta (« cìdoli »), nel trasporto con carri e autocarri e nella segatura dei tronchi, oppure come carbonai o nella lavorazione del legno. Il bosco rimane perciò « la spina dorsale dell’economia del Cadore » (Vecellio). I boscaioli iniziano di solito il lavoro di taglio in primavera e lo continuano d’estate; il fusto scortecciato viene sezionato in « taglie », della lunghezza minima di circa 4 metri. Pel trasporto ai luoghi di raccolta ci si serve di teleferiche, di slitte a mano o a cavallo o di « risine », cunet-toni in pendenza, costruiti con tronchi nelle concavità del terreno.

    Il pino montano nel Cadore lungo la strada che da Misurina porta al Passo Tre Croci e a Cortina.

    L’abete rosso, che fornisce il legname da lavoro migliore e copre nella provincia di Belluno 16.250 ha., è l’essenza forestale più comune nei gruppi dolomitici, dove costituisce spesso dei complessi puri. Assai diffuso è il larice che cresce un po’ ovunque, ma trova condizioni più favorevoli nelle valli del Boite e del Cordévole e alla testata della valle dell’Ansiei. Il pino montano è largamente presente lungo la riva sinistra del Piave; il pino cembro compare nel Cadore e nel Livinallongo; il pino nero nella foresta demaniale di Valle Imperina (Agordino) e nel Cadore al di sotto di iooo m., il pino mugo nella fascia superiore della vegetazione arborea. Nel Cansiglio predomina invece il faggio, che si trova per inversione al di sopra della zona climatica del Picetum; seguono per importanza abete rosso e abete bianco, che hanno la prevalenza nella parte orientale. In media si ricavano 10.000 me. di legname all’anno. La lavorazione del faggio (specie per ottenere sottili strisce di legno con cui si confezionavano scatole, stacci, assicelle, ecc.) aveva richiamato nel Cansiglio fin dal secolo scorso alcune famiglie di scatoleri (una cinquantina), provenienti dall’altopiano dei Sette Comuni, le quali vivevano molto sobriamente in povere capanne, parte tutto l’anno, parte solo nella buona stagione, mentre ora si sono trasferite nei paesi più alti dell’Alpago. In complesso ogni anno il Veneto ricava dai boschi circa 250.000 me. di legname, per poco più di metà da lavoro, il resto per ardere. Il legname da lavoro più pregiato è fornito dall’abete rosso del Cadore, dal faggio e dall’abete rosso del Cansiglio. La produzione è ora normalizzata, in virtù d’una serie di piani economici, i quali pur tenendo conto del fabbisogno, cercano di operare un’azione di risparmio, non solo dei boschi, ma anche del loro incremento. Soprattutto famosa per i suoi abeti rossi è la foresta demaniale di Somadida, che si estende per 1680 ha. (per un quarto di resinose) sulle propaggini orientali del Sorapis; è da essa che proveniva quel fusto d’abete rosso di 210 anni, alto 40 m. e con 62 cm. di diametro che figurava all’esposizione di Torino del 1884. Così ne parla uno storico cadorino, il Ciani: « Nessun altro dei boschi cadorini, quantunque molti e vari, è in tanto pregio che questo: inarborato singolarmente d’abeti, pedali grossissimi, che svelti, dritti levansi a straordinaria altezza; di qua le migliori antenne che si sappiano e le piante più utili ed acconce ai lavori dell’arsenale, alla costruzione dei principali e più grandi navigli ». Somadida apparteneva alla Magnifica Comunità Cadorina, ma poiché i grandi abeti erano utili all’arsenale di Venezia, essa ne fece dono (1463) al Doge Cristoforo Moro, e insieme al dono la comunità s’impegnò al trasporto dei tronchi lungo il Piave fino alla laguna; si chiamò da allora

    Baite e boschi nell’alta valle del Biois (Belluno).

    L’allevamento

    Mano a mano che dalla pianura e dalle colline che la limitano si passa nella zona prealpina ed alpina, i prati ed i pascoli permanenti (cioè non avvicendati con le colture) coprono una estensione sempre maggiore. Così i prati e i pascoli nel Bellunese si estendono rispettivamente su 56.000 ha., pari al 40% della terra utilizzabile. Molto importante è nella montagna veneta l’allevamento dei bovini e specialmente diffusa è la razza bruna alpina, sia per la produzione della carne, sia per i derivati del latte (e soprattutto burro e formaggio magro per consumo locale), che si preparano nelle latterie cooperative e d’estate nelle casere d’alta montagna. Nelle regioni montagnose l’agricoltura è resa poco conveniente, oltre che dalle condizioni di clima e altime-triche, anche dalla morfologia, che rende difficoltoso l’uso dell’aratro e conveniente la pratica del riposo dei campi. Nelle regioni più elevate si coltiva solo il terreno che si trova attorno ai paesi, dando la preferenza a quello che ha esposizione conveniente e limitata pendenza. Accanto al mais, che si spinge nello Zoldano fino a 1250 metri (Goima), compare la patata, la segala, l’orzo (che serve pure come surrogato del caffè), il grano saraceno, la fava, il lino, che non sempre maturano e vengono spesso essiccati dopo il raccolto usufruendo dell’intelaiatura esterna delle case cadorine e agordine. Nella provincia di Belluno, che è tutta compresa in montagna, solo il 6% è a coltura (ma appena 1,5% nel Cadore e 3,4% nell’Agordino), il 53% è occupato da prati e pascoli (pari al 40% della terra utilizzabile), quasi il 18% dal bosco. La montagna veneta ha perciò una produzione agricola molto inferiore al bisogno e deve integrare il fabbisogno con la produzione foraggera e con l’allevamento di bestiame da latte. Il foraggio viene prodotto in vario modo. Parte proviene dai prati artificiali coltivati ad erba medica (spagna), parte dei prati falciabili concimati, in vicinanza dei paesi e delle stalle di mezza montagna (stavoli) nei quali si eseguono di solito tre tagli (che dànno il fieno maggengo, l’agostano, detto nel Bellunese ardiva, e il settembrino o terzanin); altro foraggio si ricava dai prati falciabili magri (non concimati) di monte, che hanno in più luoghi sostituito il bosco, spesso situati lungo pendii molto inclinati che richiedono l’impiego di calzature apposite (con i ferri cadorini) e dai pascoli d’alta montagna, posti al di sopra del limite della vegetazione arborea, dove il bestiame si reca per alcune settimane al pascolo e dove in apposite costruzioni (casère) viene esercitata attività casearia. Si calcola che la ventesima parte dei bovini del Veneto partecipi all’alpeggio, che si svolge in alcuni casi anche nelle regioni del Trentino (per es., nei pascoli di Ala e in quelli delle valli del Cismón e del Vanoi). Ivi l’industria casearia si pratica secondo norme consuetudinarie. Di solito si pesa il latte di ogni singola vacca alla munta della sera e poi a quella della mattina seguente e si fa la media, che serve di base per il conteggio. Per ogni chilo-gramma di latte il malghese deve corrispondere al proprietario una determinata quantità di grassina (burro, formaggio, ricotta), che di solito è pari alla metà di quella prodotta, mentre l’altra metà resta al malghese per le spese.

    Pascoli nella zona di Livinallongo del Col di Lana (Belluno).

    Zoldo Alto: un’arpa per seccare il fieno e la fava.

    Nei villaggi il fieno viene conservato nelle stalle, sotto tettoie adiacenti alle abitazioni, in grandi mete coniche, oppure in appositi fienili (costruiti in legno e col tetto di scandole), da dove poi si trasporta in basso durante l’autunno o l’inverno con slitte. In genere ogni famiglia alleva la quantità di bestiame che può essere mantenuta colle risorse foraggere disponibili. Oltre che nella zona prealpina e alpina, dove, agevolato dall’esistenza di molte cooperative, costituisce il fulcro dell’economia agricola, l’allevamento viene praticato, associato all’agricoltura, anche nelle pianure, dove fornisce, piuttosto che formaggio e burro, lavoro per i campi, carne (bovina e suina) e latte per le popolazioni urbane. Nel Polesine prevalgono bovini di razza polesana, derivata dalla podolica, in rapporto con la necessità di avere a disposizione molte paia di buoi per un’aratura profonda; il tiro dell’aratro, prima che si diffondessero su una vasta scala le moto-aratrici, era costituito da un minimo di 8 a un massimo di 12 paia di buoi. Al loro nutrimento, non essendo sufficiente il fieno e le erbe da foraggio, si provvede con sottoprodotti della barbabietola e del mais (tutoli, culmi, ecc.). In genere si nota un aumento dei prati avvicendati e degli erbai e invece una diminuzione dei prati stabili. Da qualche anno a questa parte sia qui che nel Veronese, diminuita l’importanza del bestiame da lavoro, si punta sempre più sulla produzione di carne. Ora anche i contadini basano in parte la loro alimentazione sui prodotti dell’allevamento (formaggio, latte, grassi e carni suine) per cui la pellagra, dovuta alla prevalenza di alimentazione maidica che tra il 1876 e il 1890 decimava i lavoratori, è andata rapidamente scomparendo. I pascoli del piano, sia quelli delle aree ghiaiose pedemontane che delle regioni sabbiose e acquitrinose della zona deltizia e lagunare, nei quali nelle epoche passate veniva praticato l’allevamento brado e semibrado di numerose mandrie di cavalli (di cui resta la testimonianza nel nome di Equilio) e verso i quali veniva eseguita nei mesi invernali, per tradizione multisecolare, la transumanza da parte dei greggi provenienti dalla zona alpina, si sono andati riducendo per lasciar posto a nuove colture, mentre è aumentata l’area dei prati artificiali irrigui. In passato Venezia soleva riservare dei prati naturali alle pecore transumanti da cui traeva la lana per le industrie e pel commercio col Levante, ma la progressiva bonifica delle terre paludose e l’abolizione del diritto invernale di pascolare su una certa estensione (posta) dei fondi altrui (pensionatico), non senza suscitare inconvenienti, ha progressivamente ristretto questo tipo antichissimo di transumanza « dipendente più che dal clima dalla deficienza dei foraggi in montagna e dalla possibilità di far pascolare gli animali nelle bassure paludose lungo gli argini e le golene dei fiumi, o anche nei fondi coltivati del piano » (Lorenzi). Ben noti per questa forma di transumanza erano soprattutto i pecorai di Lamòn, i quali nei mesi estivi portavano le loro greggi nelle più elevate pendici erbose dell’alta montagna veneta (come le Marmarole, il gruppo del Civetta, le Vette Feltrine), mentre d’inverno venivano a svernare nei bassopiani del Polesine.

    Bovini agli alti pascoli in provincia di Belluno.

    Malga Alvis: Casera del Bellunese.

    A sinistra: i ricoveri per il bestiame; a destra: l’edificio che ospita i pastori, nel quale si esercita anche l’industria casearia.

    Qualche pecoraio di Lamòn porta pur sempre tuttora le pecore per due o tre mesi nei pascoli alpini, ne passa sette od otto in pianura e il resto del tempo lo impegna nel viaggio o in soste attorno a Lamòn, che ha posizione favorevole, intermedia tra i pascoli estivi e quelli invernali. Anche dagli altopiani del Veronese e del Vicentino si praticava tale transumanza; è, ad esempio, noto che alla fine del Cinquecento gli abitanti dei Sette Comuni possedevano 133.500 pecore e agli spostamenti stagionali partecipavano intere famiglie. Dice in proposito il Bellemo: «Ancora oggi approssimandosi l’inverno calano in pianura dalle Alpi i pastori coi loro armenti e vi si fermano fino a primavera molto inoltrata. Deve trattarsi d’una tradizione multisecolare; dobbiamo ritenere che così facessero anche i primitivi popoli pastori, che nelle età preistoriche avevano occupato le regioni montane. Spinti nell’inverno a cercar luoghi più temperati, senza nevi, e che potessero offrire pascolo alle loro greggi, seguendo il corso dei fiumi, giunsero ai margini e ai lidi, coperti di boscaglie, ove gli animali e l’uomo stesso trovarono, oltre un riparo, anche un’abbondante provvista di radici, erbe, frutta silvestri (ghiande, noci, nocciole) ».

    Vedi Anche:  Case e centri abitati del veneto

    Attualmente il patrimonio zootecnico del Veneto risulta notevole, tanto più che i bovini e i suini, che rappresentano le due specie economicamente più importanti, sono in aumento, mentre appaiono in regresso gli allevamenti meno redditizi. Nel complesso il Veneto possiede buon numero di bovini, con una densità di 68 per kmq. (Italia 32) per cui dopo la Lombardia (83) è tra le regioni italiane più ricche di bestiame. In regresso è invece l’allevamento ovino (provincia di Belluno: 62.000 pecore nel 1881, 39.000 nel 1941 e 19.000 nel 1957), in rapporto con la decadenza della grande transumanza dalla montagna alla pianura e con l’aumento dell’allevamento bovino. In seguito alla crisi dell’industria della lana anche l’allevamento in pianura, per il quale erano rinomate le pecore padovane (gentili), ha perduto d’importanza. Verso il 1908 si contavano nel Veneto poco meno di 750.000 bovini, che in cinquant’anni, malgrado i danni causati dalla guerra, sono andati gradualmente aumentando, tanto da superare ora il milione, cifra pari all’ottava parte del patrimonio nazionale.

    Occorre dire che i confronti da un decennio all’altro non sono agevoli, poiché mentre i dati del 1930, che derivano da rilevazioni dirette, peccano per difetto, quelli successivi tratti dai ruoli annuali per l’applicazione delle imposte sul bestiame non sono del tutto attendibili. Il valore ingentissimo del bestiame bovino risulta inoltre aumentato in seguito ad opportuni incroci. Quanto a distribuzione i bovini risultano alquanto più numerosi nelle regioni asciutte di pianura e in quelle di bonifica e la loro densità è da mettere in rapporto col foraggio disponibile. I valori più elevati, con quasi 100 capi per kmq., sono quelli che si riscontrano nella pianura del Brenta, nella Marca Trevigiana e nella provincia di Vicenza (70 per kmq.), per scendere a valori minori, ma pur sempre elevati (60 capi) nella Bassa Padovana e nell’Alto e Medio Polesine, come pure (50 capi) nelle regioni di bonifica più recente, negli Euganei e nei Bérici. Ma alla periferia sia verso il mare (estuario veneto) che verso la montagna, la densità diminuisce e se nei Lessini e nella Val Belluna si contano ancora 40 capi per kmq., nel Cadore e nell’altopiano dei Sette Comuni i valori (provincia di Belluno 21 per kmq.) sono ancora più bassi. Ma i bovini costituiscono pur sempre, nelle regioni montuose, un cespite importante nel bilancio della famiglia, e la mucca col suo latte fornisce spesso il principale introito. Gran numero di latterie cooperative provvedono a raccogliere il latte ed a lavorarlo, dando luogo in qualche caso a prodotti pregiati (burro di Agordo; formaggio di Asiago). Ma l’esodo, temporaneo o definitivo, verso altri paesi, le tasse piuttosto alte e la difficoltà di procurarsi il fieno necessario all’alimentazione (scarso essendo l’impiego di panelli di semi oleosi), fanno sì che in molte valli l’allevamento bovino sia in regresso. Gli ovini che, in passato, come abbiamo avuto occasione di far cenno, dovevano essere assai più numerosi, soprattutto nelle regioni di montagna, sono in numero sempre minore da due secoli a questa parte e nell’ultimo cinquantennio i greggi si sono dimezzati e non giungono a 100.000 capi; le statistiche non dànno però cifre del tutto soddisfacenti, dati gli spostamenti stagionali delle pecore. Ad ogni modo par certo che resistono abbastanza bene al generale regresso sia i Lessini (dove si contano da 20 a 25 capi per kmq.) che la Val Belluna.

    Lo stesso si può dire degli equini, che sono diminuiti da 130.000 nel 1908 a 70.000 nel 1957, in seguito alla progressiva diffusione dei mezzi meccanici. Eppure in epoca classica il Veneto era ben noto per le numerose mandrie di cavalli, che venivano allevati bradi e semibradi, mentre ora essi vengono tenuti nelle stalle. Per due terzi gli equini sono rappresentati da cavalli e per quasi un terzo da asini, mentre scarso è nel Veneto il numero dei muli. In aumento sono invece i suini, per quanto il loro numero presenti continue oscillazioni che sono da mettere in rapporto sia col mercato delle carni, sia col prezzo dei mangimi e soprattutto col raccolto delle barbabietole (che dànno le fettucce, residuo della lavorazione) e del granturco, che costituiscono l’alimento principale, soprattutto là dove si pratica (ma nel Veneto in misura assai minore che in Lombardia e in Emilia) l’allevamento industriale. Il maiale che fornisce in abbondanza carne e grassi, non manca mai nelle famiglie dei contadini, ma di rado se ne alleva più di uno e quell’unico maiale è riservato al consumo domestico. Appunto per questo la densità (18 per kmq.) non varia molto da una provincia all’altra, ma risulta alquanto più elevata dove la popolazione è più numerosa. Non mancherebbero del resto condizioni per un maggiore sviluppo, paragonabile a quello della Lombardia. Notevole importanza assume poi nel Veneto l’allevamento del pollame e alla regione spetta il primato per numero di galli e di galline e per per densità dell’allevamento. Molto apprezzata è soprattutto la razza padovana, mentre nel Polesine è frequente la gallina faraona. Le ricche colture granarie forniscono in abbondanza, soprattutto in pianura, un alimento abbondante, e i piccoli proprietari che vivovo in case sparse hanno modo di ricavare buoni profitti dalla vendita delle uova, che vengono prodotte in gran numero, tanto da dare un ottavo del totale italiano. Il primo posto tra le province venete è tenuto da Padova, che con oltre iooo capi per kmq. di superficie produttiva è anche alla testa tra le province avicole italiane; Padova è perciò anche il più importante centro del commercio all’ingrosso del pollame e delle uova.

    Fin dal Medio Evo ha poi buona tradizione nel Veneto la bachicoltura. Gli storici veneziani riferiscono che nel secolo XIII il governo di San Marco accolse favorevolmente alcuni profughi provenienti da Lucca, i quali erano esperti nell’arte della seta e per loro iniziativa l’industria serica ebbe ben presto notevole sviluppo. A quel tempo i bozzoli e la seta tratta provenivano dalla Sicilia e dalle regioni balcaniche dipendenti da Costantinopoli, ma poiché la materia prima non era sufficiente si pensò di diffondere nei domini di terraferma la coltura del gelso e l’allevamento del baco e a partire dal Cinquecento non solo alcune province del Veneto, specie quelle dove l’alta pianura e le colline si prestavano meglio alla coltura, prima tra tutti il Veronese, ma anche il Bergamasco e il Bresciano videro diffondersi questa pianta, che ha esigenze molto simili a quelle della vite, tanto più che il governo veneto fu largo di privilegi sia per chi allevava il baco sia per chi lavorava la seta. E se col cessare della Repubblica la tessitura serica subì un rapido regresso, la bachicoltura mantenne la sua importanza e così pure la trattura e la filatura della seta. Condizioni geografiche favorevoli a quest’attività, oltre al clima adatto alla crescita del gelso, che sfugge i luoghi bassi ed umidi e i luoghi colpiti da nebbie, da brine e da gelate e quindi preferisce le plaghe riparate dai venti di tramontana (come i Colli Euganei, i Bérici, i Colli Asolani, il Montello, i colli di Conegliano), sono sia l’esistenza di buon numero di case sparse, dove lo spazio non fa difetto, sia il prevalere della piccola proprietà che rende abbastanza agevole trovare nelle settimane in cui si svolge l’evoluzione del baco la manodopera disponibile, che può essere fornita anche da donne e da ragazzi. L’allevamento del baco assicura poi ai contadini con la vendita dei bozzoli il primo reddito dell’anno. Ma cause varie, come l’esodo dalle campagne, il rarefarsi della manodopera, l’importazione della seta giapponese e soprattutto la concorrenza vivacissima del raion e delle altre fibre artificiali hanno fatto rapidamente regredire l’allevamento, per il quale ad ogni modo il Veneto mantiene il primato rispetto alle altre regioni italiane. All’inizio del secolo la produzione dei bozzoli raggiungeva in Italia 50 milioni di kg., per scendere a 30 milioni all’inizio della prima guerra mondiale, di cui circa un terzo prodotti nel Veneto. Notevoli danni ha causato in questo periodo la pebrina, che ha reso basso il rendimento unitario del seme. In seguito la diminuzione è continuata (9,8 milioni di kg. nel 1947 a 7,1 milioni nel 1950). Ma il Veneto ha saputo non solo mantenere ma anche consolidare il primato, tanto che oggi partecipa con quasi metà della produzione nazionale. La bachicoltura assume grande importanza soprattutto nella provincia di Treviso, dato l’accentuato carattere agricolo della regione « dove persistono famiglie rurali numerose e sono largamente diffusi l’insediamento sparso e il contratto mezzadrile » (Valussi), mentre invece scarso è lo sviluppo industriale, che rende meno accetta quest’attività, che impone molti sacrifici alla famiglia rurale. Ora la produzione del Veneto, che nel 1929 corrispondeva soltanto al 10% del totale nazionale e nel 1939 al 23%, si mantiene intorno a 3,8 milioni di kg. (1956-57), pari al 42% dei bozzoli prodotti in Italia, con una resa media di 90 kg. per oncia di seme bachi. Fra le innovazioni introdotte in questi ultimi anni si segnala la diffusione di gelsi di nuove varietà giapponesi, come la kokusò, la cui foglia si mantiene più a lungo fresca e tenera, e la comparsa di gelseti specializzati a ceppaia bassa, che dovranno sostituire i gelseti promiscui i cui filari rendono più ardua la lavorazione meccanica. Nel complesso la produzione di foglia di gelso è rimasta invariata e ci sarebbe la possibilità d’una nuova espansione, ove le condizioni di mercato migliorassero. Nel Veneto è diffusa anche la trattura della seta, che richiede un’attrezzatura non troppo complessa, a differenza della torcitura e della tessitura, che hanno trovato condizioni più favorevoli in Lombardia (specie nel Comasco). Le filande sono numerose soprattutto nel Trevigiano, dove nell’ultimo decennio il loro numero si è dimezzato, mentre la loro attrezzatura è migliorata anche perchè si è manifestata la tendenza a raggrupparsi in cooperative.

    La pesca

    Attività prevalente delle popolazioni costiere, specialmente a Chioggia, Pelle-strina, Burano, Càorle, è la pesca, che assume aspetti diversi nella zona valliva, dove si esercita la piscicoltura, nella zona lagunare litoranea e nella zona d’alto mare. Questa attività doveva avere importanza già in epoca remota, come ci attesta Cas-siodoro, ma deve poi essere stata trascurata per il prevalere di altre attività. La pesca di mare è agevolata nell’alto Adriatico da condizioni naturali favorevoli: ampia piattaforma continentale, esistenza di lagune in prossimità delle quali vengono a sfociare molti fiumi che, oltre a recare abbondanza di elementi nutritivi, determinano nelle acque diversità di salsedine, densità e temperatura. Il massimo centro peschereccio è Chioggia, posta all’estremità meridionale della laguna veneta, in favorevoli rapporti con un vasto e ricco retroterra, che giunge fino a Taranto. Ivi la pesca ha una lunga tradizione; nel passato si usavano di preferenza pesanti tar-tane che potevano affrontare con maggiore sicurezza il mare, mentre ora s’impiegano i bragozzi, imbarcazioni dal fondo piatto di minori dimensioni, adatti a muoversi agevolmente nelle basse coste occidentali dell’Adriatico, dove esercitano la pesca con reti a strascico, armati di due alberi, lunghi circa 18 m., stazzanti in media io tonnellate. Ma essi pure sono sostituiti ora da motopescherecci.

    Motopescherecci e barche da pesca nel canale San Domenico a Chioggia.

    « Bragozzi » all’ancora a Càorle.

    Pianta schematica di una valle da pesca.

    Questa attività impiega circa 6800 pescatori (3865 d’alto mare, 1355 per la pesca costiera e gli altri di laguna) e 1810 legni tra bragozzi e galleggianti diversi (per oltre 8000 tonn.); si riscontra un grande frazionamento nelle proprietà dei natanti e per lo più armatore e pescatore sono la stessa persona. In questi ultimi tempi, a causa della cessione dell’Istria e della Dalmazia alla Iugoslavia, il campo d’azione dei Chioggiotti è andato restringendosi alle coste da Trieste ad Ancona e sempre maggiore si è fatta sentire l’invadenza dei motopescherecci del Medio e Basso Adriatico, ma pur tuttavia Chioggia resta un grande mercato, dove avviene l’afflusso, la manipolazione e la vendita d’ingenti quantità di pesce (30.000-32.000 tonn. nel 1937; ma soli 13.000-14.000 tonnellate vent’anni dopo).

    Aspetti particolari assume la pesca nelle « valli », che si trovano nella laguna morta (essendo state escluse da quella viva con decreto del 1662), presso Chioggia, Treponti, Càorle, come pure nella zona deltizia del Po e tra il Po di Levante e l’Adige. Coprono infatti circa 8500 ha. nella regione lagunare (specie a nordovest e ad est) — dove alcune, come la Valle Doga (1180 ha.), la Valle Dragoiesolo (1235 ha.) e la Valle Grassabo (1088 ha.) sono molto estese — e 7500 ha. nel Polesine, dove sono più piccole (da 150 a 300 ha.), ma più produttive (per es., quelle delle regioni di Caleri). Esse possono essere di vario tipo: aperte, cioè limitate semplicemente da graticci sostenuti da pali che formano dei recinti a carattere provvisorio, che servono a trattenere in un determinato specchio d’acqua il pesce e in pari tempo seguono i confini di proprietà; a serraglia, del tutto chiusa da siepi di arelle, salvo nelle estreme diramazioni, dove ci sono aperture con graticci molto fitti per prendere il pesce piccolo; semi arginate, cinte da rialzi di terreno per tre lati e aperte dalla parte dove affluisce maggior copia d’acqua (sopravento) e dove si dispongono al momento opportuno, le canne (pratica che vien detta « asserragliamento ») e, più importanti di tutte, quelle arginate. La pescicoltura si pratica specialmente in queste ultime, situate in angoli morti e nelle insenature verso la terraferma, cinte da argini naturali o creati dall’uomo, attraverso i quali si aprono delle serrande che regolano il deflusso delle acque, il loro livello, la temperatura e la salsedine, approfittando del fatto che alcune specie di pesci amano trascorrere parte della loro vita in acque meno salate di quelle del mare e in certi periodi dell’anno (febbraio-aprile, durante i quali si effettua la montata), migrano dalle acque più salse e profonde del mare a quelle più dolci e basse delle lagune interne e delle foci fluviali, ricche di nutrimento adatto, mentre in altri periodi (settembre-dicembre), specie al tempo della riproduzione o con l’avvicinarsi della cattiva stagione o quando le maree determinano una corrente d’acqua salsa che dal mare entra nella valle, invertono il loro cammino. Si cerca perciò di rendere agevole l’accesso (o montata) al novellarne che verrà catturato quando, ormai adulto, cercherà di tornare in mare (discesa). E poiché i pesci sono di diversa età e debbono ingrossare prima di essere portati al mercato, occorre che la valle sia dotata di peschiere nelle quali i pesci trovano abbondante nutrimento e riparo contro il caldo o il freddo eccessivi. Per proteggerli dai rigori invernali, ai primi freddi s’introduce nella valle una certa quantità d’acqua dolce che gelando forma una pellicola protettrice al di sopra delle acque più salate, mentre d’autunno per stimolare il movimento di migrazione s’introduce nelle valli dell’acqua marina. Ciò comporta la costruzione di canali, vasche, chiaviche, congegni pescherecci (« lavo-rieri »), ricoveri per le persone (casoni), pel materiale (casonati) e per le barche (cavane). Il lavoriero, costruito con graticci di canne palustri (grisiòle) più o meno fitte, ha forma di doppio cuneo con la base rivolta verso valle, con la quale comunica mediante un canale (cóvola), e la punta verso uno dei canali che portano acqua salsa. Occorre soprattutto facilitare l’entrata dei pesci giovani e impedire l’uscita a quelli adulti, determinando con l’ausilio di chiaviche la formazione di diverse correnti. L’imboccatura è formata da due pareti che terminano ad angolo, il cui vertice immette nel botteghino, piccola cameretta formata da pareti che possono essere più o meno allontanate. Il cuneo esterno, rivolto al mare, termina poi con una camera, detta « otela di sotto », nella quale si raccolgono le anguille, smaniose di superare gli ostacoli e di migrare verso il mare aperto, mentre nella parte centrale, in una camera semicircolare, detta baldresca, si raccoglie il pesce bianco (cefali, branzini, orate) e quel misto di piccole sogliole, passerini, gamberetti, ecc., che viene detto « strame di valle ». L’insieme costituisce un’ampia graticciata di canne palustri, che non danneggiano le squame dei pesci che vi urtano contro. Esso non è soltanto la trappola che serve a prendere il pesce, quando si dirige al mare, ma anche il vivaio nel quale si conserva per la vendita. E poiché in molte valli il pesce si semina, la pesca è trasformata in vallicoltura. In un anno normale il reddito d’una valle può essere da 100 a 150 kg. il pesce bianco per ettaro e da 40 a 50 kg. di anguille e il profitto che si ricava è considerevole, trattandosi di pesce pregiato. Ma in qualche caso l’abbassamento del terreno costringe di continuo ad alzare le dighe e occorre combattere i parassiti (come Argulus laticauda) che insediano le anguille. In alcuni casi in prossimità dei casoni, abitati solo in alcuni periodi dell’anno, e specialmente d’inverno, viene praticata qualche coltura (mais, saggina, vite, ortaggi), si raccolgono cannucce per graticci e si cerca di utilizzare gli spazi erbosi col pascolo (sia pure soltanto di pecore transumanti), ma più spesso le valli da pesca, che rappresentano una forma di sfruttamento estensivo, che può nutrire al massimo 20 abitanti per kmq. ed occupa poche persone, vengono prosciugate e mediante lo scavo dei pozzi artesiani si procura di ottenere acqua dolce. L’estensione di esse va da pochi ettari ad alcuni chilometri, con un totale di 300 kmq. in tutto il Veneto, ma poche conservano ormai il loro aspetto tradizionale e la loro funzione originaria. La pesca d’acqua dolce assume una certa importanza nel corso inferiore del Po, dove lo storione serve pure alla preparazione del caviale a Guarda Veneta (che era un tempo soggiorno estivo dei Veneziani), a Ficarolo ed a Polesella; viene praticato pure nel Garda, dove è presente una varietà locale assai pregiata, il carpione del Benaco. Si pesca pure nelle valli e risaie del Basso Veronese e nel Mincio.

    Arginature a mare per la difesa di Rosolina e valli da pesca.

    Spiaggia di Rosolina. « Lavorieri » per la pesca.

    La caccia

    Anche la caccia ha nel Veneto una tradizione antica e viene praticata nei modi più diversi, col fucile, con le reti (nei roccoli, molto frequenti in vicinanza dei passi), col vischio, con la civetta, si può dire ovunque. Ma dove la caccia assume aspetti particolari è in alta montagna, dove nei mesi estivi si dà la caccia al camoscio, al capriolo e ai grossi uccelli (come il gallo di montagna e il coturnice) e nelle valli salse, dove si fa la caccia « in botte », perchè l’appostamento alle anatre e alle folaghe, d’inverno assai numerose nella zona lagunare, avviene da un tino affondato nel fango e nascosto tra i canneti. Sul fondo della valle, sabbioso e melmoso, crescono numerose piante acquatiche, che con pesciolini, molluschi e vermi formano l’alimento degli uccelli, i quali sono attratti da quell’acqua meno salata di quella del mare. Sull’orlo delle valli, sia nelle lagune che nel delta padano (e quindi nel Polesine orientale), esistono numerosi casoni, che servono di solito ai valligiani addetti alla pesca, ma dove anche i cacciatori hanno le loro stanze, che occupano nel periodo della caccia. In essi non manca mai una stanzetta che si apre sulla cucina con un ampio focolare (che si alza di oltre mezzo metro dal livello del pavimento) attorno al quale girano delle panche. Spesso la stanzetta si prolunga in modo da lasciar posto ad una grande tavola, dove vengono consumati i pasti. Il camino quadrangolare si appoggia sulla cappa, che ha forma di piramide tronca e, oltre ad aspirare il fumo, indica al cacciatore, come fosse un barometro, il mutar del vento. La caccia agli uccelli di valle — che si esercita dall’agosto alla primavera — si pratica dentro una botte od un tino di legno o di cemento, posti in mezzo all’acqua o fra le barene che emergono nei cosiddetti laghi, vaste estensioni di acque semisalate. Le botti sono fissate con pali e ganci e sporgono di una trentina di centimetri, ma non si vedono perchè vengono mascherate con la vegetazione del luogo.

    I cacciatori, pronti prima dell’alba, attraversano in barca la valle e si appostano nelle botti. I serventi, si ritirano col battello ed il cane nella « coegia », l’apposito ricovero di dove l’uomo di servizio, quando è necessario, avverte il cacciatore dell’arrivo e della calata degli uccelli. Intorno alla botte vengono disposti numerosi stampi di giunco o anitre vive da richiamo, legate da una cordicella e trattenute vicino alla botte. A seconda della stagione e dei luoghi folaghe, moriglioni, morette, fischioni, anitre, codoni, mestoloni, alzavole, marzaiole, pettegole, chiurli, canapiglie cadono preda dell’inganno teso dai cacciatori e del loro fucile quasi sempre infallibile. Il cane, che deve essere forte, ottimo nuotatore e portatore che viene trattenuto nel battello dall’uomo di servizio, raccoglierà poi insieme al servente, talvolta lontano e in mezzo alla melma, le vittime.

    In autunno in quasi tutte le valli durante la notte arrivano numerosissime le folaghe e vi sostano fino a stagione avanzata. Si dà allora ad esse la caccia in battuta. Diversi battelli, contenente ognuno il cacciatore e il servente, avanzano nei laghi della valle e si dispongono a semicerchio. Due o tre battelli col solo servente precedono gli altri e fanno alzare le folaghe, che passano sopra il cerchio delle barche — il cerchio della morte — e raramente vi escono vive. La caccia è allora abbondante : in una giornata a Ca’ Zuliani una trentina di cacciatori uccisero oltre tremila folaghe.