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Le pianure

    Le pianure.

    Entro le convessità delle grandi cerchie dei monti calcarei, che fanno corona a distanza ai maggiori golfi della regione, si sono formate più o meno vaste pianure sedimentarie e alluvionali. Sono le piane del Garigliano, del Volturno, del Sarno e del Sele, che sono delimitate verso il mare da una serie di cordoni dunosi e da una zona retrodunale più bassa, dove nel passato le acque impantanavano o formavano dei laghi, dei quali alcuni sono stati prosciugati nei tempi recenti e altri sono stati messi in comunicazione col mare, per mezzo di foci artificiali.

    Dalla zona retrodunale le pianure si vanno leggermente rilevando verso la base delle montagne, ma presentano uno o più solchi centrali leggermente più bassi, in cui

    scorrono i fiumi principali. L’innalzamento delle pianure è più sensibile e regolare verso i rilievi vulcanici, mentre la separazione tra esse e le montagne calcaree è netta e abbastanza evidente.

    La pianura del Garigliano si innalza dolcemente verso il Roccamonfina ed è delimitata a sud dal Màssico. Un’esile striscia pianeggiante litoranea la collega al Piano Campano, che soglie poco rilevate dividono in vari bacini e una zona di materiali alluvionali e piroclastici, più larga in corrispondenza dello sfocio delle valli, salda alle montagne calcaree periferiche.

    Il Piano si presenta piatto nella parte centrale ed è attraversato dal Volturno e scolato dall’Agnena e dai Regi Lagni, che sono corsi d’acqua canalizzati per permettere lo scolo delle aree pantanose tra Capua e Sparanise e nei dintorni di

    Acerra. S’innalza gradualmente verso la base del Roccamonfina e verso le colline flegree e il Vesuvio e attraverso soglie poco rilevate trapassa nelle piane del Sebeto e del Sarno.

    La piana del Sele presenta maggiori ondulazioni nell’interno, si deprime nella fascia retrodunale, già pantanosa e malarica, e presenta ai margini dei Picentini una zona abbastanza larga di transizione dal piano al monte, formata da terreni sedimentari e alluvionali piuttosto permeabili.

    Le pianure trovano una continuazione nelle valli che intaccano i rilievi che fanno loro corona (valli di Arienzo, Baiano, Làuro, Castel San Giorgio, Mercato

    San Severino) o si allargano tra un massiccio e l’altro (media valle del Volturno, bassa valle del Calore Irpino e del Calore Lucano).

    Sono pianeggianti anche alcune conche e valli dell’interno, sottratte allo svuotamento da soglie non ancora incise in profondità (Vallo di Diano, Valle Caudina). Tra queste maggiore estensione ha il Vallo di Diano, che si solleva gradualmente alla periferia, e specialmente in corrispondenza di vaste conoidi di deiezione, le quali ai margini delle pianure e delle principali valli assumono una grande importanza morfologica e sono formate da materiali alluvionali e talvolta da tufo vulcanico. L’abbassamento del livello di base dei corsi d’acqua, per il ritiro del mare e per l’incisione delle soglie che affiorano nelle valli o le sbarrano, ha portato di conseguenza ad un ringiovanimento di esse con l’attivarsi dell’erosione.

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    Molte terrazze fluviali, di cui alcune abbastanza ampie, messe in risalto con l’approfondimento delle valli, sono una prova eloquente della nuova fase del ciclo erosivo del Volturno, del Calore e di altri loro affluenti e subaffluenti, tra i quali il Titerno e l’Isclero hanno scoperto considerevoli banchi di tufo presso Faicchio e a Sant’Agata dei Goti. Anche nella valle del Sele e ai margini della Piana del Garigliano si osservano terrazze e conoidi di deiezione di un certo interesse.

    In conclusione, la Campania ha una morfologia molto varia, con notevole estensione di pianure nella fascia costiera, di montagne calcaree in quella centrale e di colline in quella nord-orientale. Secondo i dati dell’Annuario Statistico Italiano la montagna occupa in Campania il 35% della superfìcie territoriale, la collina il 50% e la pianura soltanto il 15%; ma non è possibile accettare senza riserve questi valori di scarsissimo significato geografico, perchè calcolati in base all’altitudine dei capoluoghi dei comuni. Secondo questa fonte la provincia di Napoli non comprenderebbe zone di montagna, pur superando in alcuni rilievi di molto i 1000 m. d’altitudine! E stato perciò necessario misurare col planimetro la superficie di alcune zone altimetriche opportunamente scelte, sicché è risultato che il 66% della superficie della Campania è al di sotto dell’altitudine di 500 m., il 28% tra 500 e 1000 m. e il 6% oltre i 1000 metri.

    Importanza assai considerevole assume nella nostra regione la zona inferiore a 100 m., che comprende la maggior parte delle pianure e corrisponde a poco più della quarta parte della superficie della regione. La zona tra 100 e 300 m. ha una limitata estensione (17% della superficie territoriale), perchè include i versanti delle montagne, che hanno una pendenza piuttosto sensibile, mentre quella successiva, compresa tra le isoipse di 300 e 500 m., è molto più estesa (23% della superficie territoriale). La zona oltre i 1500 m. interessa solo i massicci più elevati della dorsale principale dell’Appennino.

    Le coste.

    in alcuni tratti (Cilento, Penisola Sorrentina) prevalentemente coste di demolizione, in altri coste di costruzione, dovute a colate laviche o a deposito di materiali alluvionali e piroclastici, nè mancano interessanti esempi di coste di sommersione e di emersione. L’azione combinata di agenti endogeni ed esogeni ha contribuito a modificare continuamente il contorno costiero della Campania: l’aspetto attuale delle sue coste riflette uno stadio temporaneo della loro incessante evoluzione e le forme odierne corrispondono ad una fase delle modificazioni che forze molteplici apportano al contorno delle terre emerse.

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    Movimenti verticali e orizzontali, gli uni di abbassamento e di sollevamento, gli altri di avanzata o di ritiro delle spiagge, hanno interessato le coste della Campania nel tempo, ora con molta lentezza, ora con sensibile celerità. Si alternano tratti di coste larghe e strette, alte e basse, unite e frastagliate, vulcaniche e alluvionali, con e senza cordoni dunosi. Dalla foce del Garigliano a Torregàveta la costa è larga, bassa e unita e per la maggior parte alluvionale e dunosa, con una zona retrodunale occupata fino a pochi anni addietro quasi ininterrottamente da pantani e laghi. Essa è intaccata dalle foci dell’Agnena, del Volturno, dei Regi Lagni e dei laghi di Patria e del Fusaro. Il Volturno con la sua protuberanza deltizia altera l’andamento generalmente rettilineo di questo tratto del litorale.

     

     

    Tra Torregàveta e Santa Lucia la costa è quasi tutta vulcanica e si presenta alta e inaccessibile (Monte di Pròcida, Miseno, Posìllipo), dove l’onda sospinta dagli impetuosi venti di sudovest scalza alla base gli orli craterici tufacei, e incurvata tra un promontorio e l’altro in ampie falcature, frequentate da naviganti sin da tempi molto remoti. E in prevalenza costa di demolizione, ma non mancano tratti costruiti in epoca storica dalla natura e dall’Uomo (Lucrino, Santa Lucia, Bagnoli). Essa è stata interessata da un notevole movimento bradisismico positivo nel Medio Evo, cui ne è seguito uno inverso nell’età moderna, ma meno intenso, per cui rientra per alcuni tratti (Golfo di Pozzuoli) nel tipo di sommersione.

    Tra Napoli e Castellammare la costa, prevalentemente bassa, è stata profondamente modificata nei tempi storici dalle eruzioni del Vesuvio, con le colate laviche che hanno raggiunto il mare o con le ceneri e i materiali trasportati dai corsi d’acqua, e più recentemente dall’Uomo per consolidare le sponde e per costruirvi una serie pressoché continua di porti.

    Nella Penisola Sorrentina la costa è stretta, alta, frastagliata e incisa da profonde gole di torrenti e per lunghi tratti inaccessibile, perchè le montagne e gli orli delle terrazze strapiombano su mare o lasciano posto alla base a filari di scogli o ad esili strisce di sabbia. L’estrema punta della Penisola e il versante meridionale sono costituite da pile di calcare o di dolomia, che si ergono direttamente dal mare, il quale lascia in esse segni evidenti della sua azione abrasiva e dei suoi livelli più recenti. Il contorno è alterato da prominenze, strapiombi, penisole, scogli o cavità invase dalle acque e da marcate incisioni vallive, in cui si sono formate piccole spiagge e il mare penetra ora tranquillo, ora rimbomba spumeggiando. Essi costituiscono dei ripari naturali, in cui c’è posto per poche barche da pesca e per qualche costruzione a volta, addossata alla roccia ed adibita a deposito di reti e di altri attrezzi da pesca.

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    Numerose sono anche le spiagge, specie in corrispondenza delle principali linee trasversali di frattura, lungo le quali si aprono valli percorse dai principali torrenti, presso le cave che squarciano i fianchi della Penisola o alla base delle ripe rocciose. Di solito si tratta di ghiaie piuttosto grossolane, e più raramente di sabbia, che formano spiagge di grande attrazione turistica e abbastanza bene attrezzate. Le più notevoli sono la Marina del Cantone (Massa Lubrense), raggiunta recentemente da una strada, e quella di Maiori, in cui le frequenti alluvioni del Reginna Maior producono piccole modificazioni. Notevole è anche la formazione deltizia del Rio Molina a Marina di Vietri, che durante l’alluvione del 1954 avanzò nel mare per circa 200 metri.

    Tra Salerno e Agròpoli la costa diventa di nuovo bassa, sabbiosa e unita e presenta un cordone di dune pressoché continuo, inciso dal Tusciano, dal Sele e da altri minori corsi d’acqua. A Paestum il travertino raggiunge il mare.

    Le coste del Cilento sono assai varie per costituzione litologica, per forma ed origine. In alcuni tratti potenti pile di strati a franapoggio precipitano direttamente sul mare, in altri il rilievo s’innalza abbastanza dolcemente. A tratti inaccessibili se ne alternano altri pianeggianti e sabbiosi, in cui sfociano irruenti fiumare, quale l’Alento e il Fiumarella. Piuttosto rare le insenature naturali e i piccoli golfi, in cui tuttavia sono sorti i principali centri di pesca, e poche anche le incisioni dovute a torrenti.

    Le coste delle isole hanno caratteri simili, per natura e aspetto, a quelle delle penisole vicine. Capri si può considerare, anche a tal riguardo, la continuazione della Penisola Sorrentina; Ischia, Vivara e Pròcida si ricollegano alla sezione sud-occidentale dei Campi Flegrei, con pareti a picco (Scarrupata di Barano) terminanti direttamente sul mare o su ristrette spiagge.

    In sintesi, possiamo affermare che le coste della Campania, a causa della loro varietà morfologica, costituiscono una zona di grande attrazione, anche se in alcuni tratti sono inaccessibili; esse offrono fertile campo di ricerche allo studioso di morfologia costiera ed hanno subito profonde trasformazioni dall’Uomo nel corso dei secoli, e specialmente nei tempi più vicini a noi, con le opere di bonifica e di rimboschimento, con la costruzione di porti e di ripari e con la valorizzazione turistica.