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Insediamenti e popolazione della Campania nei tempi antichi

    Insediamenti e popolazione della Campania nei tempi antichi

    La Campania entra nella storia portando nascosti nel suo seno numerose reliquie dei tempi remoti e i segni duraturi che popolazioni, diverse per origine, tradizioni, lingua e attività economiche, venute a contatto sul suo suolo, vi lasciavano, come prova di una civiltà superiore e di una buona organizzazione sociale.

    La pianura campana era sede degli Osci e risultava abbastanza bene popolata. Capua ne era il capoluogo e contava varie migliaia di abitanti, tanto che fu considerata a lungo la città più popolosa d’Italia. Altri centri importanti erano Sinuessa, Cales, Suèssula, Atella, Acerra, Calatia, Nola, Nocera e, ai suoi margini, Abella, Teano, Suessa. Alfaterni a Nocera e nella valle del Sarno, Sidicini a Teano, Aurunci a Suessa e nella valle del Garigliano, Sanniti a Satìcula e nelle valli preappenniniche erano le popolazioni con le quali gli Osci vennero a contatto diretto. Vicino al mare si andavano formando i noti centri di Pompei e di Ercolano, accanto alle colonie greche.

    I Greci, infatti, si erano insediati, nel corso del secolo VIII, a Monte Vico nell’isola di Ischia e a Monte di Cuma sul litorale flegreo e avevano poi fondato Di-cearchia (Pozzuoli) e Napoli.

    Oltre a queste colonie delle Isole e dei Campi Flegrei e a Poseidonia (Paestum), fondata dai Sibariti nel VI secolo a. C. presso le foci del Sele e non lontano da ricche sorgenti, in luogo abitato nei tempi preistorici e certo frequentato dai mercanti calcidesi, si possono ricordare Scidrus, Pixunte ed Elea (Velia) nel Cilento, Sorrento nella sua penisola e Capri, colonizzata, secondo la tradizione, dai Teleboi, che erano popolazioni fuggiasche dell’Acarnania.

    Nelle valli e nelle conche appenniniche si erano stanziati i Sanniti, i quali avevano creato vari centri di una certa importanza, dei quali ci sono rimasti pochi resti o soltanto il ricordo tramandatoci dagli autori latini. I più noti erano Allifae, Caiatia, Satìcula (Sant’Agata dei Goti), Telesia, Maloentum o Maleventum, detta Beneventum dai Romani dopo la vittoria su Pirro nel 275 a. C., Aeclanum, Aequum Tùticum presso Ariano Irpino, Trìvicum, Aquilonia, Compsa, Abellinum e Caudium presso Montesarchio.

    A sud dei Picentini era il dominio dei Lucani e vi si distinguevano, oltre ai centri greci ricordati, Salernum, Picentia (Pontecagnano), Èburum, Vulcei (Buccino), Atina, Consilinum, Tegianum e Molpa, quest’ultima presso la penisola di Palinuro.

    che i Sanniti armarono contro i Romani. Tuttavia risulta impossibile procedere ad una qualsiasi attendibile valutazione della popolazione del territorio sannitico e lucano, sia per i tempi anteriori alla conquista romana, sia per quelli posteriori alla loro colonizzazione.

     

     

    Per la pianura, per le isole e per Napoli sono state fatte ricerche per calcolare la popolazione che in essa viveva al tempo dell’impresa di Annibale e sotto Augusto. Verso la fine del III secolo a. C. la popolazione della Campania, intesa questa nel senso ristretto, che il termine aveva nei tempi antichi, comprendeva un numero di abitanti leggermente inferiore rispetto agli inizi dell’Impero.

    Il Beloch, sulla base del numero dei giovani atti alle armi, che furono arruolati dalle varie città della pianura e del litorale, ha calcolato per la regione tra il Volturno

    e i Lattari una popolazione di 750.000 persone per la fine del III secolo a. C., ai quali bisognerà aggiungerne altre 50.000 per il territorio compreso tra il Volturno e il Garigliano con i centri di Cales, Teano, Suessa e Sinuessa.

    Capua col suo territorio figurava iscritta per 34.000 unità nella lista dei giovani atti alle armi, compresi cioè tra i 17 e i 46 anni; la confederazione nocerina per 19.000; Nola e Avella per 13.000; Napoli con i dintorni e con Capri per 6500; Suessula, Cuma e Ischia per 7500.

    Poiché la popolazione complessiva delle singole parti della regione si fa corrispondere a circa dieci volte il numero dei giovani atti alle armi, si deduce che nell’Agro Nolano abitavano 120.000 persone, nell’Agro Nocerino con la Penisola Sorrentina 180.000, nel territorio e nella città di Capua 325.000.

    La guerra annibalica ridusse tale popolazione di almeno un decimo; ma la successiva colonizzazione romana dell’Agro Campano, dove si conservano tracce profonde dell’avvenuta centuriazione, favorì la ripresa demografica. La sanguinosa guerra

     

     

    sociale e quella successiva tra Mario e Siila, seguita dalla feroce repressione di questi, crearono in alcune parti della regione vuoti demografici spaventosi, che saranno in parte colmati dall’immigrazione massiccia dei veterani e in parte dall’incremento naturale della popolazione.

    Al tempo di Augusto, infatti, gli abitanti della Campania dovevano essere più numerosi che due secoli prima, ma la loro distribuzione nella regione era sensibilmente diversa, sia perchè si erano. ingranditi i centri sulle sponde del Golfo di Napoli, sia perchè erano sorti parecchi insediamenti minori lungo la costa e molti

    agglomerati di veterani più nell’interno. Per quanto riguarda la densità, il Beloch ha calcolato il valore di 180 ab. per kmq., che non si registrava allora per nessuna altra parte del mondo conosciuto, fatta esclusione della valle del Nilo.

    Vedi Anche:  La zona di media intensità colturale

    La densità era naturalmente più alta nell’Agro Capuano, nel Nolano, nella valle del Sarno e nella fascia costiera intorno al Golfo Partenopeo, dove, accanto a Napoli e a Pozzuoli, si andavano formando vari cospicui agglomerati ad Ercolano, a Pompei, a Stabia, a Vico, a Sorrento, a Capri, nell’isola d’Ischia, a Miseno e a Baia. La regione partenopea, con appendici verso l’alta pianura permeabile, a nord e a sud della zona più umida e depressa dei Regi Lagni, cominciò a distinguersi fin dai tempi antichi per il grande addensamento della popolazione. Questo primato, invidiabile solo da alcuni punti di vista, conservato nel corso dei secoli, testimonia condizioni ambientali assai favorevoli allo sviluppo dell’agricoltura e del commercio, al riposo e agli svaghi.

     

     

    Napoli aveva avuto un numero di abitanti pressoché stazionario, di circa 30.000 persone, dal V secolo a. C. fino ai tempi di Augusto e non conobbe lo sviluppo demografico di Pozzuoli e dei centri vicini. La popolazione urbana subì una sensibile riduzione durante la dominazione bizantina e riprese ad aumentare nel secolo VIII con l’indipendenza del ducato, avvicinandosi a 40.000 unità nel secolo IX e rimanendo stazionaria per alcuni altri secoli, pur essendo stata la città travagliata da pericolosi assedi. Con gli Svevi subì una leggera flessione, ma la conquista angioina, accompagnata dal trasferimento della capitale a Napoli, portò ad un notevole incremento demografico della città, la quale alla fine del secolo XIV superava i 60.000 abitanti.

    La popolazione della capitale ha accusato riduzioni temporanee, non sempre di scarso rilievo, per epidemie e per fatti bellici, ma il suo ritmo di incremento ha acquistato talvolta una considerevole consistenza non solo per la differenza dei nati sui morti, ma anche per immigrazione di nobili, ecclesiastici e loro accoliti dalle campagne vicine e lontane. Si duplicava nel secolo XVI, raggiungendo 120.000 abitanti alla fine di esso e 215.000 alla metà di quello successivo. L’aumento continuò ad essere considerevole fino alla vigilia della gravissima pestilenza del 1656, quando gli abitanti di Napoli e Casali si aggiravano intorno a 350.000.

    Non risulta possibile fare una stima della popolazione delle altre parti della Campania per i secoli del Medio Evo; ma i tragici avvenimenti susseguitisi durante la crisi dell’Impero e dopo la sua caduta la ridussero fortemente, sebbene in misura diversa da luogo a luogo. Con la formazione del ducato longobardo, Benevento fu una delle principali città di quell’importante organismo politico ed ebbe conseguentemente uno sviluppo demografico e topografico. Con lo smembramento del principato anche Salerno e la nuova città di Capua conobbero un grande sviluppo, che continuerà dopo la conquista normanna. I tre capoluoghi dei domini longobardi, insieme con Amalfi e Sorrento, erano, dopo Napoli, le principali città della Campania nel Medio Evo e contavano certo alcune migliaia di abitanti, forse una decina o poco più con i loro immediati dintorni.

    L’ordinamento amministrativo medioevale era basato essenzialmente sulle contee. In esse i signori abbellirono i luoghi di loro residenza, per cui si distinsero Teano, Carinola, Calvi, Caiazzo, Telese, Cemeterio (Cimitile), Sarno, Rota, Montella, Mon-tefusco, Avellino, Conza, Capaccio e così via. L’affermazione della feudalità rivalutò parecchi altri centri del Piano Campano e dell’interno. I Normanni, inoltre, crearono poco lontano da Atella la città di Aversa, che sarà destinata ad assumere una posizione notevole nella pianura a sud dei Regi Lagni, mentre lungo la costa, accanto alle città ricordate, cominciavano a distinguersi Castellammare di Stabi a, Vico Equense, Massa Lubrense, Ravello, Pozzuoli e alcuni agglomerati insulari.

    favorì l’acquitrino. D’altronde il bradisismo positivo lungo alcuni tratti di costa contribuiva ad aggravare la situazione.

    Il trasferimento della capitale del regno a Napoli e il richiamo in questa città della corte, del governo e di molti nobili ed ecclesiastici determinarono o favorirono la valorizzazione delle falde occidentali del Vesuvio e del versante settentrionale della Penisola Sorrentina. Sotto gli Angioini si svilupparono l’artigianato e l’agricoltura e vennero incoraggiate le autonomie locali. I turriti castelli, sorti in quasi tutti i principali centri, sono una prova della potenza e della ricchezza dei conti dai quali furono costruiti, e costituiscono tuttora un elemento urbanistico di non trascurabile importanza, anche se spesso l’abbandono da parte dei vecchi signori ne ha affrettato la rovina.

    La popolazione si accrebbe sensibilmente sotto gli Aragonesi, con i quali si ebbe una maggiore valorizzazione delle terre intorno al Golfo di Napoli. Nel ‘500 essa subì ulteriori sensibili aumenti, più cospicui a Napoli e dintorni; ma le guerre (1518), le pestilenze (1528, 1656), le numerose incursioni dei Turchi e varie calamità naturali (eruzione del Vesuvio del 1631) produssero in quel secolo e nel successivo enormi vuoti demografici nel regno e nella Campania, dovunque la miseria, sempre più grave, abbrutiva il popolo e lo esponeva, indifeso, alle malattie.

    La popolazione della Campania dalle numerazioni dei fuochi del secolo XVII

    ai censimenti dello Stato italiano.

    Con gli Angioini cominciarono le prime numerazioni dei fuochi, che continuarono ad intervalli diversi nei secoli successivi e ci consentono di procedere a stime attendibili della popolazione della nostra regione. Poiché i confini provinciali hanno subito nel tempo notevoli modificazioni, un calcolo della popolazione delle maggiori unità amministrative, entro i confini attuali, è possibile solo se si dispone dei dati per tutti i comuni.

    Vedi Anche:  Campania

    Per la metà del secolo XVII si possono utilizzare a tale scopo due numerazioni di fuochi, che hanno grande importanza perchè sono l’una anteriore, l’altra posteriore alla gravissima pestilenza del 1656. I loro risultati, integrati con dati ricavati da fonti coeve, ci consentono di calcolare, con una tollerabile approssimazione, la popolazione delle nostre province.

    Tali numerazioni non sono in tutto paragonabili ai censimenti moderni, sia perchè avevano scopo fiscale ed escludevano i fuochi e le comunità non soggetti a tassazione, sia perchè si svolgevano in lunghi periodi di tempo. Infatti la numerazione, i cui risultati furono pubblicati nel 1669, richiese un quinquennio per la rilevazione, dal 1662 al 1666. Al fuoco è stato attribuito dagli autori più autorevoli dei secoli scorsi il valore di cinque abitanti alla data della rilevazione: tale valore è stato accolto anche da molti autori moderni. Poiché, però, le cancellazioni e le iscrizioni nei tempi successivi alle rilevazioni erano accordate su richiesta dei comuni interessati (università), il valore da attribuire al fuoco cambiò col tempo e secondo le università, in quanto il numero dei fuochi di ognuna di esse era soggetto ad alterazioni e raramente corrispondeva a quello reale. Perciò il Galanti — come notava anche il Giustiniani — calcolando la popolazione della Terra di Lavoro e del Principato Citeriore per il 1789, cioè per una data molto posteriore all’ultima numerazione diretta, attribuì ad un fuoco il valore di 11 persone per la Terra di Lavoro e di 15 per il Principato Citeriore.

    Tra le due numerazioni del 1648 e del 1669 si registra per le province della Campania di allora una riduzione di oltre 185.000 anime, alla quale bisogna aggiungere quella sensibilmente superiore subita da Napoli e Casali. Nel giro di un ventennio la Campania perdette circa 450.000 persone, quante furono le vittime della memorabile pestilenza del 1656, cosicché la sua popolazione, entro i confini del tempo, si ridusse da 1.200.000 a circa 750.000 abitanti. La peste fece oltre 600.000 vittime nel Mezzogiorno, che contava circa 3.000.000 di abitanti; ma la Campania, pur dopo le gravi perdite subite, aveva una popolazione pari ad un terzo di quella del Mezzogiorno, mentre per superficie corrispondeva alla quinta parte di esso.

    Il male colpì in modo inesorabile la capitale, in cui svuotò di abitanti i quartieri più poveri e più affollati, e i centri delle province esautorati dalle leggi feudali. La popolazione, infatti, viveva in buona parte in case di fango o ipogee, in capanne o in stalle, o si addensava in antri squallidi e privi di luce e di aria ed era mal nutrita e troppo esposta alle intemperie, mentre la proprietà fondiaria apparteneva alle chiese o era nelle mani di pochi signori, che non si curavano molto dell’agricoltura.

    Però tra il 1648 e il 1669 non si ebbero dappertutto riduzioni demografiche. Queste interessarono di più Napoli e Casali, la valle del Sarno, Salerno e dintorni, la regione dei Monti Picentini e l’Appennino Sannita, tanto che in molte università la popolazione si dimezzò. Poche furono, invece, le variazioni negative per il Cilento, per la sezione estrema della Penisola Sorrentina e per la pianura a nord dei Campi Flegrei, dove si registrarono anche forti aumenti.

    Per quanto riguarda la distribuzione della popolazione dopo la grave pestilenza, possiamo riferirci all’apposito cartogramma, nel quale sono riportate le università con oltre 500 abitanti. Da esso risalta il diverso addensamento degli agglomerati, sui quali hanno esercitato un potente richiamo le sponde del Golfo di Napoli, la pianura asciutta a nord dei Campi Flegrei, le falde del Vesuvio, la valle del Sarno, l’Agro Nolano e alcune valli interne. L’Appennino Sannita e il Cilento erano quasi spopolati, come le pianure del Garigliano, del Volturno e del Sele.

    Moltissimi centri sorgevano su cocuzzoli, spesso non facilmente accessibili, e si erano formati intorno a rocche o a castelli feudali, come testimonia un gran numero di toponimi. La città più popolosa era Napoli, che ospitava nei suoi quartieri semivuoti poco più di 100.000 ab., mentre le altre contavano poche migliaia di persone.

    Notevole importanza avevano Capua con 16.500 ab. nell’università, San Severino con oltre 7000, Cava con oltre 6000, Aversa con circa 6000, Salerno con 5000, Giugliano e Somma con 4500 ciascuna, Sorrento con oltre 4200, Caserta e Vico con oltre 3500 ciascuna, Ottaviano e Pozzuoli con poco più di 3000 ciascuna.

    Anche Benevento contava, insieme con il territorio circostante, più di 5000 abitanti. Da questi valori si deduce l’assenza di grossi agglomerati : anche in molti dei centri più cospicui mancavano spesso attività differenziate, che facessero loro assumere l’aspetto e la funzione di città.

    Vedi Anche:  Il fenomeno migratorio dei tempi attuali

    La densità media della popolazione della Campania entro i limiti attuali era nella seconda metà del secolo XVII di 50 ab. per kmq., con differenze notevolissime tra le province appenniniche, in cui essa risultava inferiore a 30 ab. per kmq., e quelle di Caserta e di Napoli, in cui si registravano 46 e 250 ab. per kmq. rispettivamente.

     

     

    La ripresa demografica cominciò già alla fine del secolo XVII, sebbene le condizioni del Mezzogiorno peggiorassero sensibilmente, e continuò con più intenso ritmo in quello successivo, specialmente dopo la restaurazione del regno con Carlo III, che fu accompagnata da un miglioramento generale.

    I primi colpi inferri ai privilegi ecclesiastici e feudali e alle loro proprietà terriere segnarono l’inizio del passaggio nell’età moderna per le province meridionali, e per la Campania in particolare. Napoli subì uno sviluppo demografico eccezionale e si moltiplicarono centri e ville sulle sponde del suo Golfo, come anche nella zona alla base dei Tifata, dove si formò la nuova città di Caserta, presso il parco e la reggia del Vanvitelli.

    Le opere di bonifica e la sistemazione della rete stradale portarono al popolamento di altre zone e all’incremento del commercio. Di conseguenza parecchi centri toccati dalle strade di grande comunicazione risorsero a nuova vita. La popolazione aumentò fortemente in tutto il regno, ma in misura maggiore nella capitale e nella Campania, dove gli spaventosi vuoti demografici lasciati dalle calamità del secolo precedente furono presto colmati. Sui 4.800.000 ab. della parte continentale del regno, 2.110.124 risiedevano nel 1789 nel territorio della Campania di allora. Napoli accoglieva 440.000 persone, di cui 30.000 circa tra soldati, stranieri e regnicoli, i suoi casali oltre 130.000. Nel territorio pontificio di Benevento si contavano poco più di 20.000 anime.

    Entro i confini attuali, invece, la nostra regione ospitava 1.909.660 ab., distribuiti per il 43% nel territorio dell’odierna provincia di Napoli, dove la densità risultava già allora di 700 ab. per kmq., per il 20% in quello della provincia di Salerno, in cui la densità era di 79 ab. per kmq., per il 16% nella provincia di Avellino con una densità di circa 107 ab. per kmq., per il 12% e per il 9% nelle province odierne di Caserta e di Benevento, in cui la densità era di 90 e di 81 abitanti per kmq. rispettivamente.

    La crisi del regno ed il governo francese determinarono, oltre a modificazioni sostanziali nei confini della regione e nella ripartizione amministrativa interna, anche variazioni demografiche di considerevole importanza, in conseguenza soprattutto dell’attuazione di riforme sociali, quali l’abolizione della feudalità, la soppressione di parecchi ordini religiosi e la confisca dei loro beni.

    La corte, il governo e parte dei militari, della nobiltà, del clero e dei loro accoliti lasciarono la capitale e si rifugiarono in Sicilia o nelle case di campagna, in attesa di tempi migliori. In meno di un trentennio il territorio dell’attuale provincia di Napoli perdette un centinaio di migliaia di persone, in netto contrasto con quanto avveniva nelle altre province, dove si registrarono sensibili aumenti.

    Un confronto tra la situazione della seconda metà del secolo XVII e quella degli inizi del secolo XIX ci consente di constatare che in circa 150 anni la popolazione diventò più che doppia nelle province di Napoli e di Caserta e quasi si triplicò in quelle di Benevento, di Avellino e di Salerno. Anche la densità subì conseguentemente analoghi aumenti.

    Il secolo XVIII segnò il risveglio demografico di tutta la zona collinare e montana della Campania. Il Cilento, il Vallo di Diano, le conche interne e l’Appennino Sannita si popolarono, mentre prima erano molto scarsamente abitate. L’aumento della popolazione continuò con lo stesso ritmo nella prima metà del secolo XIX per il moltiplicarsi delle attività artigianali, industriali e commerciali, per lo sviluppo delle vie e per il perfezionamento dei mezzi di comunicazione.

    I vecchi centri, arroccati su cocuzzoli o su poggi, si espandono in modo disordinato, eliminando gli spazi verdi residui; le nuove case si distribuiscono spesso secondo fasce altimetriche sul pendìo e i vari isolati sono separati tra loro da vicoli stretti e tortuosi e da gradinate; le condizioni igieniche in molti casi peggiorano. Notevole sviluppo subiscono anche i centri del piano, interessati dal risveglio industriale e commerciale.

    La popolazione delle zone collinari e montuose diventerà presto eccessiva rispetto alle risorse locali, specie nel Salernitano, comincerà a dare preoccupanti segni di irrequietezza e creerà gravi problemi di ordine sociale ed economico. La distruzione del bosco e la diffusione delle colture cerealicole, se risolvono esigenze temporanee e più urgenti, provocano il rapido esaurimento del terreno agrario, mentre nelle zone alte il dilavamento superficiale connesso col disordine idraulico produce squilibri nell’economia locale. Ecco i precedenti per l’emigrazione massiccia, che si verificherà nella seconda metà del secolo!