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Origine del nome e vicende territoriali

    Trentino alto-Adige

    Sguardo d’insieme

    Il nome e le vicende territoriali. Il confine.

    Il nome di Venezia Tridentina ha nei due elementi che lo compongono origine assai antica, come risulta da qualche riferimento più preciso che sarà richiamato più innanzi. Ma il connubio dei due elementi, entrambi di derivazione latina, è di uso assai recente e fu proposto da Graziadio Ascoli, insigne glottologo e filologo, sulla fine del secolo scorso per designare la porzione nordoccidentale del territorio delle Venezie, l’area cioè corrispondente all’alto e medio bacino dell’Adige, già indicata, come si dirà meglio più innanzi, dall’Austria col nome di Sudtirol (Tirolo meridionale), termine cui non corrisponde alcuna significazione geografica. In tal senso quindi lo si può considerare un nome « dotto », ma che ha assunto nella delimitazione di un territorio ben definito, sotto certi aspetti geografici un significato molto preciso.

    La regione che oggi viene indicata con tale nome e che, in seguito all’applicazione dell’ordinamento regionale della Repubblica Italiana, ha assunto il nome di Regione Trentino-Alto Adige, è da alcuni considerata come parte di una più vasta regione geografica, le Tre Venezie (o semplicemente le Venezie), unità regionale che si estende, secondo tale criterio, a oriente della serie di rilievi dall’Ortles all’Adamello e del Mincio, a settentrione del Po, fino all’Adriatico ed è limitata a nord dallo spartiacque delle Alpi. Vero è però che il nome dato dall’Ascoli e riportato entro confini che solo in parte comprendono il bacino alto e medio dell’Adige, in quanto anche parte di altri tre bacini (Chiese, Sarca e Brenta) sono da includersi

    negli attuali confini, ha una sua ben netta individualità, anche se è poi possibile ed opportuno riconoscervi varie aree più modeste e subregioni distinguibili e caratterizzate da vari elementi simili e per ragioni storiche, linguistiche, etniche, ecc., ancor oggi valide non solo, ma aventi una loro particolare e peculiare importanza.

    L’area designata dall’Ascoli non trova nell’antichità, agli albori dell’èra nostra, alcuna corrispondenza territoriale; la conquista definitiva delle Alpi Centrali da parte romana ebbe quale risultato la costituzione delle province Raetia e Vindelicia, quest’ultima situata più al nord, mentre ad oriente fu istituita la provincia del Noricum del tutto estranea ma confinante con la attuale Venezia Tridentina nel settore dell’alto bacino del Piave (Boite) e dell’alta Drava.

    All’epoca augustea la precisazione è anche più chiara; tre sono le unità territoriali: l’Italia e particolarmente la X Regio Augustea (Venetia et Histria), la Raetia, secondo alcuni divisa in Raetia prima, sud, e Raetia secunda, nord e finalmente il Noricum. Sul confine tra X Regio e Raetia, cioè tra Italia e Rezia, scarse sono le testimonianze, ma vi sono giuste supposizioni per farlo correre nel tratto occidentale tra i bacini imbriferi del Noce, certamente abitato da popolazioni come gli Anauni, i Tulliasses e i Sinduni, alle quali l’imperatore Claudio nel 56 d. C. concedeva la la cittadinanza romana, e la vai Venosta (alto bacino dell’Adige) di sicuro incolato stabile. L’accertato passaggio del confine per l’attuale centro di Colma all’Isarco (Suhlavione) e nelle vicinanze di Sabiona (Sabio) presso Chiusa, autorizza a supporre l’appartenenza del bacino della Tàlvera (Monti Sarentini) all’Italia, il cui territorio si estendeva ad oriente ai minori affluenti di sinistra dell’Isarco, esclusa quindi la Rienza. Ne risulta quindi una Raetia (prima) formata dalla vai Venosta, alta valle dell’Isarco e Rienza, oltre che, più a nord, dall’alta e bassa Engadina e dalla valle dell’Inn fino al confine col Noricum, alla confluenza tra Inn e Zill. Quanto ad una eventuale suddivisione della Venetia, per quanto interessa la regione, può esser accolta l’idea di una zona Tridentum (bacino dell’Adige) e di una Feltria, a cui ascrivere il bacino del Brenta e del Cismón, mentre non ben attribuita sembra l’area del Sarca (forse Giudicarla), ascritta e inclusa nell’agro bresciano.

    Veduta di Sabiona sopra Chiusa.

    La romanizzazione aperse le vie alla Chiesa e alla organizzazione dei Vescovadi ; quello di Trento risale al IV secolo, mentre quello di Sabiona fu fondato verso la metà del VI secolo e la sede fu trasferita a Bressanone nel 967: diventò principato vescovile nel 1027. Interessante ancora notare che la vai Venosta fu cristianizzata da Coirà, dipendente dalla diocesi di Milano, mentre la propagazione della fede nella Valsugana (Brenta) fu merito dei Vescovi di Feltre. Però accanto a questa organizzazione ecclesiastica, che si svolge nei secoli prima del mille, si inizia contemporaneamente la penetrazione baiuvara legata a quella longobarda; nel secolo VIII continuano le lotte iniziatesi già in precedenza tra i Conti bavaresi e i Longobardi di Trento. Da questi conflitti si può desumere che nell’alto Medio Evo esistesse un Ducatus Tridenti di fronte a una regione baiuvara; il primo aveva lo scopo di frenare la pressione franca; l’esito di tali contrasti portò alla gravitazione del Ducato di Trento verso la pianura padana e le organizzazioni politiche facenti capo a Mantova e a Verona.

    Poco dopo il 1000 (1027) si giunge alla costituzione del Principato vescovile di Trento (31 maggio) e di quello di Bressanone (7 giugno), — secondo il programma di Corrado II il Salico doveva rispondere all’esigenza di unificazione delle Autorità locali in contrapposizione al frazionamento gerarchico del territorio — e alla formazione di grandi feudi secolari con tendenza a trasmissione ereditaria. A parte il valore storico e gli avvenimenti di questo periodo, si può affermare l’esistenza per un periodo assai lungo dei due Principati vescovili, che malgrado gli eventi storici attraverso ai quali sono passati e le congiunture di lotte e di vicende varie conservano una loro sistemazione territoriale che trova nei due domini una certa espressione territoriale. Vi fu certo nell’alto Medio Evo la pressione verso una germanizzazione lungo l’Adige e una pressione sulla città di Trento e sui territori tra Avisio, Adige e Brenta, determinata da sviluppi dell’attività mineraria (miniere di argento del Calisio nei pressi di Trento) e ancor più nel XIV secolo così che i conti di Tirolo, duchi d’Austria, da vassalli del Vescovo tridentino si trasformarono in feudatari, cioè padroni, e vani riusciranno i tentativi dei vescovi, tra cui Lodovico Madruzzo, per svincolarsi dalla pressione politica dei duchi d’Austria.

    La bella abside del Duomo di Trento.

    La storia della regione e delle sue suddivisioni è legata a quella dei due Principati vescovili di Trento e di Bressanone e alle vicende, spesso complesse, di possessi da parte dei due duchi d’Austria anche nella parte più meridionale della regione, cosichè già ai primi del 1500 l’imperatore Massimiliano troverà modo di acquisire a seguito di lotte con Venezia i vicariati del basso Adige (Ala, Avio, Mori e Brentó-nico), rinserrando così il vescovado trentino entro territori austriaci. L’area del Principato vescovile di Bressanone nei secoli successivi, XVII e XVIII, occupava alcune zone staccate una dall’altra anche se vicine: Bressanone e le zone di altura all’imbocco della Pusteria, la quasi disabitata vai di Fundres, l’area intorno a Brunico e la valle

    di Anterselva, la vai di Fassa e il Livinallongo. Dipendenza immediata dei Prìncipi vescovi di Trento furono: l’area intorno alla città, unica interruzione lungo le vie di comunicazione tra nord e sud, il bacino del Noce e quello del Sarca, la vai di Fiemme (Magnifica Comunità sempre difesasi da sola), il Perginese. Aggiungansi alcune dipendenze mediate (Rabbi, Caldonazzo, il basso Chiese). Certo la seconda metà del ‘700 segnò un periodo di risveglio: Maria Teresa prima e Giuseppe II poi con l’opera di riorganizzazione e di riforme portarono ad affrontare il problema di far coincidere i confini politici con quelli della diocesi e con il conseguente nuovo ambito territoriale della Chiesa trentina (1785). Si hanno così 1 ‘ Unterinntaler Kreis e l’Oberinntaler Kreis del tutto esterni allo spartiacque, il Bozner Kreis con la vai Venosta, il medio Adige fino alla confluenza con l’Avisio, il basso Isarco a valle di Chiusa e finalmente il Pustertaler Kreis, alto Isarco e Rienza con gli « enclaves » già ricordati del principe vescovo di Bressanone.

    Vedi Anche:  Storia del Trentino

    Ma la fine del secolo XVIII vede rinnovarsi sotto altra forma l’autorità di Trento, che dal Vescovo era a poco a poco passata all’Imperatore. Durante la prima campagna d’Italia le truppe francesi occuparono Ala, Rovereto e Trento istituendovi un consiglio. Le vicende subito dopo vi ripristinarono il dominio austriaco, sostituito dopo il 1801 dai nuovi Stati napoleonici. Il confine tra il Regno di Baviera e il Regno d’Italia (Dipartimento dell’Alto Adige) correva lungo gli antichi limiti della Diocesi trentina tra il bacino del Noce e quello dell’Adige (vai Venosta), comprendeva la conca di Bolzano, correndo verso est tra la vai di Tires e quella di Gardena per includervi tutto il bacino dell’Avisio; situazione che dura fino al 1815 quando con la rioccupazione dell’Austria si procede a una prima divisione in circoli così organizzata: I, Alto Inn: Engadina con l’aggiunta dell’alta Venosta da Resia a Glorenza; II, Basso Inn, porzione estesa fino allo spartiacque ed esterna alla attuale regione (versante nord dello spartiacque); III, Adige: media e bassa vai Venosta, conca di Bolzano, Isarco a valle di Chiusa con la vai Gardena; IV, Pusteria: alto Isarco, Pusteria, Ampezzano e Livinallongo, oltre all’alta Drava e confluenti; V, Trento: medio Adige col bacino del Noce, dell’Avisio, la Valsugana e il Cismón; VI, Rovereto: colla bassa vai Lagarina (Adige), il Sarca e le valli del Leno. Nel 1849 una successiva riorganizzazione riduce i circoli a tre: ìnnsbruch: alto e basso Inn; Bressanone: Adige e Pusteria; Trento: Trento e Rovereto.

    Solo dieci anni dopo si avrà l’ordinamento (v. fig. pag. 6) nei capitanati seguenti (da nord a sud e da ovest ad est): Silandro (con l’aggregazione dell’alta Venosta) costituito nel 1905, Merano, Bressanone, Brunico, Bolzano, Ampezzo, Cles, Cavalese, Primiero, Mezzolombardo (costituito nel 1905), Tione, Trento, Borgo, Riva, Rovereto. A questi che appartengono alla nostra regione andrebbero aggiunti come risulta anche dal censimento austriaco del 31 dicembre 1910 quelli di Imst, Innsbruck, Kitzbiihel, Kufstein, Landeck, Lienz, Reutte, Schwaz, territori al di fuori della regione appartenenti in particolare ai bacini imbriferi dell’Inn e della Drava, tributari come è noto, del Danubio. Inutile quasi aggiungere che i capitanati (Politische Bezirke) sovra elencati, facenti parte del Tirol nella denominazione ufficiale del censimento, erano suddivisi in minori circoscrizioni (Gerichtsbezirk), con il criterio di individuare delle unità minori a carattere amministrativo. In tal senso ha un particolare significato il passaggio dell’alta Venosta, ad esempio, dal capitanato di Landek (valle dell’Inn) a quello dell’Adige e più tardi a quello di Silandro (vai Venosta).

    La sede generale della massima autorità governativa (I. R. Luogotenenza) era ad Innsbruck, ma parte delle funzioni erano delegate alla I. R. Sezione di Luogotenenza a Trento, avente giurisdizione sul Tirolo italiano meridionale (Italienisch-Siidtirol) in contrapposto alla sezione tedesca del Tirolo, denominata Deutsch-SiidtiroL Tale sistemazione, territorialmente parlando, è stata sostituita per breve tempo dopo il 1918 da un Commissariato generale con sede in Trento, alle cui dipendenze erano i circondari, corrispondenti ai distretti politici. Nel 1923 il 21 gennaio fu istituita la provincia di Trento con capoluogo la città omonima, e con dieci circondari, con alcune modifiche territoriali di secondaria importanza nei circondari e cioè: aggregazione del distretto di Brunico al circondario di Bressanone; aggregazione del distretto di Silandro al circondario di Merano; distacco dal distretto di Bolzano di alcuni comuni della zona mistilingue, aggregati al circondario di Cavalese; soppressione del distretto di Mezzolombardo, ripartito tra quelli di Trento e di Cles ; fusione dei distretti di Borgo e di Primiero; distacco dell’Ampezzano e di Livinallongo dalla provincia di Trento e aggregazione alla provincia di Belluno (criterio oro-idro-grafico). Nel 1926 l’unica provincia di Trento fu divisa in due con l’istituzione di quella di Bolzano, ricostituendo così le due unità del Trentino e dell’Alto Adige, nome questo proposto da E. Tolomei, esteso verso settentrione al confine dello Stato come conseguenza delle condizioni oro-idrografiche e verso sud ai crinali spartiacque da un lato tra Adige e Noce e dall’altro tra Adige e Avisio, seguendo anche in ciò una ripartizione perfettamente conseguente alle premesse storiche, di cui si è fatto qualche cenno.

    Possessi absburghesi ed ecclesiastici nei secoli XVII-XVIII nella Venezia Tridentina. Circoscrizioni di Maria Teresa (1788).

    Una osservazione ancora si può fare, relativa all’ordinamento assunto dalla regione, senza mutamenti di confini, durante la seconda guerra mondiale; alla notizia dell’armistizio dell’8 settembre fu costituita una zona di operazione delle Prealpi (Alpen Vorland) costituita dalle province di Belluno, Bolzano e Trento, governate da autorità di occupazione.

    Nel periodo immediatamente seguente alla liberazione del maggio 1945, varie forze politiche erano concordi nell’affermare e richiedere una forma di autonomia amministrativa, tradotta in una assicurazione a tutta la Venezia Tridentina, cioè alle due province unite, dal patto De Gasperi-Gruber del 5 settembre 1946. La Costituente concedeva lo statuto autonomo alla Regione Trentino-Alto Adige il 28 gennaio 1948.

    Confini e area

    I confini della Venezia Tridentina o Regione Trentino-Alto Adige sono abbastanza fàcilmente definibili perchè nel complesso non presentano speciali problemi di ordine fisico o di carattere storico (cfr. Cap. II). Dal punto di vista nazionale il tratto più importante è quello in cui il confine regionale coincide col confine dello Stato e precisamente per piccolo tratto con la Confederazione Elvetica e per il tratto maggiore con la Repubblica Austriaca. Tutto questo confine è un confine naturale, salvo piccoli particolari di cui si dirà qui sotto e coincide con lo spartiacque principale delle Alpi, cosicché le contestazioni che la Commissione internazionale dei confini ebbe a dirimere in applicazione al Patto di Londra e al Trattato di San Germano (10 settembre 1919) non furono che di qualche dettaglio sul terreno.

    Lei sezione svizzera si estende in sostanza con prevalente direzione da sud verso nord, dapprima lungo una serie di creste che dipartendosi dalla IV Cantoniera dello Stelvio (Stilfs, versante occid.) separano le acque dell’Adige da quelle di vai Mou-stair (vai Monastero, Adige), tagliata dal confine nella porzione terminale, cosicché la parte principale resta in Svizzera. Prosegue poi a quote piuttosto elevate per il Piz Starlex (m. 3066) e Piz Sesvenna (m. 3027) fino all’incontro con il confine austro-elvetico, poco a ovest della Sella di Resia (Reschenscheideck).

    Di qui inizia la sezione italo-austriaca snodantesi tortuosa in direzione est, attraverso vette e depressioni, in cui si .possono riconoscere alcuni tratti fondamentali.

    Il primo tratto si stende dal punto triconfinale (m. 2181) o meglio dal Passo di Resia (m. 1500) al Passo del Rombo (Timmels Joch, m. 2495). Ha prevalente direzione est, passando sui 2900-3100 m. si susseguono la Cima Castello (Bergkastel Spitze, m. 2911), il Piz Clopài (m. 2911) e di qui esso prosegue con ampio arco alla testata della Vallunga, caratterizzata da vari ghiacciai (cfr. Cap. IV) fino a raggiungere la Palla Bianca (Weisskugel, m. 3736); proseguendo verso est è tutta una serie di vette, ammantate di ghiaccio fino alla Cima Altissima (Hohe Wilde, m. 3479), che costituiscono la parte alta della vai Senales, separandola dall’alto bacino della Ventertal a nord. Lo spartiacque si snoda oltre 3000 m. scarsamente praticabile, salvo le due selle del Giogo alto e Giogo basso. Di qui il confine muta bruscamente direzione con andamento verso nord-nordest attraverso la Cima delle Anime (Seelen Kogl, m. 3469), Monte dei Granati (Granatenkogel m. 3316), formanti una cresta piuttosto affilata e sottile tra la vai Passiria, rio di Pian a oriente e a Gurglertal a occidente. Il Passo del Rombo assume notevole importanza perchè è l’unico che consente comunicazioni possibili nel tratto dal Passo di Resia a quello del Brénnero. Il settore seguente va dal Passo del Rombo al Passo del Brénnero (m. 1731) e corrisponde alle Alpi Breonie, ricche anch’esse di ghiacciai e con altitudini medie piuttosto notevoli.

    Vedi Anche:  Il clima, la flora e la fauna

    Il confine corre sulla Palla Bianca da Valle Lunga.

    Il Passo del Brennero.

    Il Tribulàun.

    Il Monte del Rombo (Timmeljochberg, m. 2967), il Corno del Passo (Jochkopfl, m. 3141), la Croda Nera di Malavalle (Schivar zwandspitze, m. 3354) e la Cima del Prete (Wilder Pfaff, m. 3454) oltre al caratteristico Tribulàun (m. 3096) costituiscono le elevazioni più caratteristiche tra le valli di Fleres e Ridanna (Isarco) a sud e quelle del Seebach e della Gschnitz (Ach) a nord. Dal Cavallo di Porto (m. 2378) lo spartiacque degrada verso il Brénnero, ove sull’omonimo pianoro la linea di confine è leggermente spostata a nord dello spartiacque per lo sviluppo delle grandi attrezzature delle stazioni di confine. Dal Brénnero al Passo di Vizze (Pfitscher Joch, m. 2251) la quota più elevata è quella della Croda Alta (Grawand Spitze, m. 3287), lo spartiacque si abbassa in qualche insellatura come quella di Venna: isoli punti praticabili, insieme col Passo di Vizze. Di qui il confine corre lungo le Alpi Aurine fino alla Forcella del Picco (Birnliìcke, m. 2667) con spartiacque assai elevato lungo il Gran Pilastro (.Hochpfeiler, m. 3510) e il Sasso Nero (Schwarzenstein, m. 3700) fino alla Vetta d’Italia (Glockenkaarkofl m. 2911), 500 m. a nordest dalla quale è quota 2884, il punto più settentrionale della Regione e dello Stato, di dove volgendo a sudest si raggiunge rapidamente il Picco e la forcella omonima.

    Sempre seguendo lo spartiacque delle Alpi Aurine il confine passa sul Picco dei Tre Signori (Dreiherrnspitze, m. 3499), Cima del Vento (.Ahrner Kopf, m. 3051) e

    qualche altra vetta segnata da forcelle come la Bocchetta del Vento e quella del Giogo Rosso, ove nasce lo Schwarzbach (Drava) che scende in territorio austriaco, mentre sul versante sudovest prende origine la valle Aurina. Sempre dirigendosi prevalentemente verso est, il confine corre lungo le Vedrette di Ries sopra i 3000 m. fino a quota 3354, per raggiungere il Passo di Stallo (Stallersattel, m. 2050) che costituisce anch’esso un facile valico tra la valle di Anterselva e quella del Defereggen Bach.

    La linea spartiacque tende ad abbassarsi: le cime non toccano più i 3000 m. (Monte Alta Croce, Kreuz Spitze, m. 2740; Corno Fana, Pfann Berg m. 2819, ecc.). Il terreno è dovunque praticabile e il confine per le cime di Monte Chiaro (Hellbòden, m. 2710), Monte Lavina Rossa (Rothlahner Berg, m. 2735), ecc. porta alla depressione di San Càndido (Toblacher Feld, m. 1209) che segna il limite orientale alla testata della Drava i cui primi chilometri di corso restano pertanto nel territorio della regione.

    Veduta di San Candido.

    Le tre cime di Lavaredo.

    Gli ultimi 20 km. a sudest della depressione della Drava corrono lungo il Monte Elmo (Helm), il Monte Arnese fino alla Cima dei Frugoni, ove si innesta sul confine dello Stato quello tra Venezia Tridentina e Venezia Euganea.

    In complesso sono circa 350 km. di sviluppo con una serie di vette e di passaggi di altezza piuttosto rilevante e in genere di transitabilità limitata, salvo naturalmente quelli caratterizzati da strada automobilistica e ferrovia. Un certo interesse particolare possono avere in questo tratto le modificazioni amministrative apportate dal nuovo confine politico per alcuni comuni. Così quelli di Resia e San Valentino passati all’Alto Adige dal Tirolo (distretto di Landeck); il comune di Senales che è stato dimezzato perdendo il territorio oltre lo spartiacque, così come quello austriaco di Gries, nei pressi del Brénnero, ha lasciato in Italia un tratto di territorio, compensato da parte del territorio del comune di Brénnero rimasta oltre il confine politico.

    Rettifiche di egual tipo hanno subito anche i comuni di Vizze e di Riva di Tures, mentre sono passati all’Italia i comuni di San Càndido, Prato alla Drava e Sesto, precedentemente facenti capo al capitanato di Lienz e non a quello di Brunico.

    Il confine orientale e sudorientale della Venezia Tridentina e quello tra la nostra regione e il Veneto si svolge dalla Cima dei Frugoni al lago di Garda, anzi a un punto della parte più settentrionale del Benaco, ove sul confine regionale si innesta quello Veneto-Lombardo. Questo tratto con andamento grossolanamente diretto verso sudovest è però assai tortuoso e può dividersi in due tratti ben distinti: quello in cui il confine regionale segue, salvo qualche piccola eccezione lo spartiacque tra affluenti dell’Adige e del Piave e il tratto invece in cui la linea spartiacque corre tra tributari dell’Adige e acque che defluiscono all’Adriatico per il Brenta, l’Astico e altri fiumi minori; in tale settore per la natura prevalentemente calcarea di alcuni massicci, per la loro morfologia talvolta complicata, la linea spartiacque non è sempre chiaramente individuata. Mentre il primo tratto divide le province di Bolzano e di Trento da quella di Belluno, nel secondo sono interessate al confine con la provincia di Trento, quelle di Vicenza e Verona. Salvo la modificazione già menzionata del passaggio del-l’Ampezzano e della valle di Livinallongo dai territori annessi dall’Austria ai capitanati del Sudtirol per ragioni già precedentemente accennate e che saranno meglio illustrate nel capitolo successivo, il confine non subì variazioni sostanziali e rimase quello che separava i dominii della Serenissima e dei Principati vescovili di Bressanone e di Trento.

    La piramide del Boè.

    Le Pale di San Martino dal passo di Vallés.

     

    Le vicende storiche dei secoli XIX e XX non hanno apportato sostanziali modifiche.

    Attualmente il confine tra la provincia di Belluno e quella di Bolzano corre dapprima verso il Passo di Monte Croce di Comélico (m. 1536) per guadagnare poi le Dolomiti di Sesto con la Cima Undici (m. 3092) e Cima Dodici (m. 3094) e indi le notissime Cime di Lavaredo (m. 2998) per tagliare di poi la strada Carbonin-Misu-rina, poco lontano dal bivio e risalire sui contrafforti settentrionali del Gruppo del Cristallo, la cui cima resta però in territorio bellunese. Il confine discende ripidamente sulla via di Alemagna al displuvio di Cimabanche per poi risalire la Croda Rossa (m. 3189) e la vetta di Campo Rosso (m. 2552), dominante il laghetto di Bràies. Di qui al Lagazuòi nei pressi di Passo Falzarego non sempre il confine corre lungo lo spartiacque di difficile individuazione sui pianori carsificati in parte dell’Alpe di Fanes; la forcella di Fodara Vedla e il Col Becchéi (m. 2793) individuano l’orlo tra l’Alpe di Sennes e di Fanes e la vai Travenanzes defluente nel Boite (Piave). Anche le molli ondulazioni del Pralongià ai piedi degli aspri dirupi del Sief poco consentono di individuare lo spartiacque, che tuttavia si localizza assai bene in corrispondenza del Passo di Campolongo (m. 1875) tra le acque defluenti verso la vai Badia (Gàdera-Rienza) e quelle del Livinallongo (Cordevole-Piave). Anche il massiccio del Sella con la cuspide piramidale del Piz Boè (m. 3151) segna un punto di sicuro riferimento, di dove ci si porta attraverso l’altopiano al Passo Pordói (m. 2239), displuviale Avisio-Cordevole per proseguire lungo creste abbastanza ben individuate al Pian della Fedaia e alla Punta Penìa (m. 3342) della Marmolada.

    Vedi Anche:  L'agricoltura e l'allevamento

    Sempre con direzione sud e ben individuata dai corsi d’acqua la displuviale corre verso il Sasso di Valfredda (m. 2998), le Cime dell’Auta (m. 2623), lasciando in territorio trentino tutta la testata del Bióis al Passo di San Pellegrino (m. 1918), mentre sul Passo di Vallés (m. 2033) il confine coincide con la displuviale, la quale prosegue lungo la catena più occidentale delle Pale di San Martino per la Cima della Vezzana (m. 3191) e della Fradusta (m. 2937) fino al Passo Cereda (m. 1369) tra l’Agordino (Gosaldo) e la conca di Primiero. Il confine corre in genere lungo la displuviale del Piave (est), del Cismón (Brenta), la cui valle è tagliata ad un certo punto (Pontét) lungo la gola dello Schenèr dal confine che divallando dalle Vette Fetrine (Monte Pavione, m. 2334), risale nei pressi del Monte Cóppolo (m. 2058), per ridiscendere poi verso la Valsugana, che esso taglia nei pressi di Tezze (72 km.). Dalla Valsugana il confine, seguendo la displuviale tra il ripido versante destro del Brenta e gli altopiani degradanti verso sud, corre lungo le Cime dell’Ortigara (m. 2105) e del Manderiolo (m. 2051) fino all’alta valle dell’Àstico di cui un piccolo tratto resta in territorio trentino, poi tocca il Passo della Bórcola (m. 1206) e il più conosciuto passo del Pian delle Fugazze (m. 1159), displuvio tra le acque dell’Adige e quelle della Pianura Veneta. Incerta è la displuviale in questo ultimo tratto fino alla vai d’Adige, ove emerge qualche vetta importante come la Cima Carega (m. 2208).

    L’Ortles.

    Da Borghetto sull’Adige si risalgono le pendici orientali del Monte Baldo, seguendone poi il crinale verso nord fino al Monte Altissimo di Nago (m. 2078) per scendere poi all’azzurro Garda, ove sull’asse centrale, circa a 7 km. dalla sponda settentrionale trovasi il punto di confine tra le province di Trento-Verona-Brescia.

    Il tratto di confine lombardo che va dal Garda a Ponte Càffaro (3 km. dalla foce del Chiese nel lago d’Idro) appartiene ancora al limite meridionale. Di qui la linea di displuvio delimita la regione verso occidente a continuo contatto con la regione lombarda; le province lombarde interessate sono quella di Brescia per il tratto più lungo fino al versante destro della Valcamónica e quella di Sondrio fino all’incrocio col confine svizzero. Si può affermare che si tratta sempre di un confine che coincide nettamente con linee di displuvio. Piuttosto bassa nel tratto tra i due laghi, ove corre per il Monte Carone (m. 1591), Monte Tremalzo (m. 1975) e Monte Caplone (m. 1977) la displuviale divide le valli di Ledro e d’Ampola dalle acque defluenti a sud verso la conca benacese. Anche l’incrocio col Chiese, quasi alla foce in Idro, è identificabile per un particolare fisico, la confluenza col Càffaro, lungo il cui spartiacque orientale cioè col bacino del Chiese il confine si dirige verso settentrione con lenta tendenza ad innalzarsi. Passando per il Monte Bruffione (m. 2665) e M. Re di Castello (m. 2891), volge verso i ghiacciai meridionali dell’Adamello per attraversarne la massa glaciale con direzione del Pizzo Pisgana (m. 3087) a quote anche più alte, lasciando però in area lombarda il Pian di Neve e la vetta principale dell’Adamello, mentre tutto il gruppo della Presanella resta in territorio trentino. Di qui brevissima è la distanza con il Passo del Tonale (m. 1883), importante sella di comunicazione tra Noce e Oglio, cui segue un altro tratto importante di displuviale a quote elevate, attraverso la Punta di Albiólo (m. 2980) e le susseguenti masse glaciali del Corno dei Tre Signori (m. 3339), della Punta di San Matteo (m. 3684), del Monte Vióz (m. 3644), del Monte Cevedale (m. 3764), del Gran Zebrù (m. 3859) e dell’Ortles (m. 3899) la più alta vetta di tutta la regione, congiunta da un breve succedersi di creste al Passo dello Stelvio (m. 2751) e alla IV Cantoniera, punto di saldatura col confine italo-elvetico. Il tratto di confine con le province venete e lombarde si sviluppa per quasi 500 km., che rappresentano i 3/5 della lunghezza totale del contorno di tutta la Regione; questo racchiude un’area complessiva di 13.613 kmq. dalla figura grossolanamente pentagonale con un lato, il più lungo, verso settentrione, due assai differenti tra loro a oriente, un lato breve a mezzogiorno ed uno ben pronunciato verso occidente.

    Richiamando quanto è stato già detto sulle successive variazioni della regione attraverso il tempo e in particolare dal momento dell’annessione all’Italia di questo ultimo lembo del territorio nazionale, si può ancora ricordare che dal 1926 la Regione è divisa in due province che oggi nell’ordinamento regionale hanno un ben preciso significato.

    Il confine tra le due province si identifica quasi esattamente con quello che Cesare Battisti dava come confine del Trentino verso l’Alto Adige, tracciandolo con assoluta obiettività geografica alla fine del secolo scorso. Dalla cima del Monte Ceve-dale il confine corre lungo una cresta di ghiacciai fino al Monte Gioveretto (m. 3438), segue poi lo spartiacque tra la vai d’Ultimo e gli affluenti di sinistra del Noce (Rabbies, Brésimo, Novella) passando per cime sempre meno elevate fino al Monte Luco (m. 2433) e al Monte Macaión (m. 1866) per correre di qui lungo la vai d’Adige fino a Corno di Tres (m. 1817), sovrastante a nordovest la stretta di Salorno della vai d’Adige. La displuviale con il versante destro della valle dell’Avisio forma il resto del confine fino a Piz Boè, seguendo una linea di cresta con vette e passi la cui altezza ovviamente sale seguendo a ritroso il lato destro del bacino dell’Avisio; ne sono testimoni il Castion(m. 1528) e il Monte Corno (m. 1806), il Passo di San Lugano (m. 1100), la Cima Rocca (m. 2439) e il Passo di Lavazè (m. 1805), la Pala di Santa (m. 2492) e il Latemàr (m. 2846), il Passo di Costalunga (m. 1753), di dove lo spartiacque corre sulle erode del Catinaccio (m. 3004) e del Sasso Lungo (m. 3181) per scendere al Passo Sella (m. 2214) e inerpicarsi poi sull’altopiano del gruppo omonimo raggiungendone il punto culminante del Piz Boè.

    L’area della Regione è di kmq. 13.613 secondo i dati del censimento 4 novembre 1951, di cui kmq. 7400,45 per la provincia di Bolzano e 6212,66 per quella di Trento.