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Reticolo idrografico, bacini e fiumi

    Le acque

    Il reticolato idrografico

    Entro i confini della Venezia Tridentina è compreso tutto l’alto e medio bacino imbrifero dell’Adige, dalle sorgenti allo sbocco nella Pianura padana, ossia oltre il settanta per cento dell’area dell’intero bacino e inoltre quelli del Sarca con la piccola parte settentrionale del Garda, del Chiese fin alla confluenza col Càffaro, del Brenta quasi fino alla confluenza col Cismón e la testata del bacino della Drava. La delimitazione dei vari bacini fluviali presenta solo qualche difficoltà, quando si tratta di determinarli in terreni in parte carsificati, come i vari tratti degli altipiani dolomitici e calcarei, e, in generale, su terreni a forte permeabilità. Tenendo presente la struttura geolitologica della Regione si trae la conclusione che la permeabilità totale del territorio è piuttosto elevata e ciò ha una importanza fondamentale nel regime idrologico dei suoi fiumi, poiché i terreni assorbono parte assai notevole delle acque pluvio-nivali restituendole poi gradualmente, influendo così il regime stesso. Permeabili sono considerate le formazioni alluvionali e detritiche non cementate, i calcari, le dolomie, le marne; semipermeabili sono gli scisti, le arenarie, i conglomerati, mentre sono impermeabili tutte le altre formazioni.

    La forma delle valli è dovuta essenzialmente, come già fu detto, all’azione dei ghiacciai quaternari che ha determinato la tipica sezione trasversale ad U, mentre le varie strette o « chiuse » sono causate dalla diversa resistenza delle masse rocciose. A questo riguardo si può osservare che spesso le valli della Regione sono caratterizzate dalla successione di tratti longitudinali e di tratti trasversali, rispetto all’andamento generale del sistema alpino. Le valli longitudinali non si possono definire come valli sinclinali o tettoniche, ma si collegano al tipo delle pseudo-tettoniche: sono ampiamente svasate, come la vai Venosta, e a volte presentano minori tracce dell’antica morfologia glaciale come la vai Pusteria. Le valli trasversali invece presentano un continuo alternarsi di strozzature e allargamenti come la vai di Fassa e la vai Badia, alternanze che diventano tipiche quando la valle passa da longitudinale a trasversale e viceversa: esempi le valli del Sarca, del Chiese, ecc. Ciò porta, insieme al fenomeno molto frequente dei « gradini di valle », ad una suddivisione delle valli in tratti aventi un nome particolare e presentanti molto spesso proprie caratteristiche individuali, sia dal punto di vista fisico-morfologico, sia da quello umano delle tradizioni e del costume. Un esempio può esser dato dalla valle dell’Avisio, che assume successivamente i nomi di vai di Fassa dalla origine alla stretta di Mezzavalle (Morandini), vai di Fiemme dalla stretta di Mezzavalle a quella di Stramentizzo e vai Gembra fino allo sbocco in vai d’Adige. Le alte valli costituiscono ora dei bacini intercomunicanti tra loro attraverso ampie « selle » che sovente formano dei sistemi caratteristici, come quello delle valli di Gardena, di Fassa, di Badia e dell’alto Cordévole con i passi Durón, Sella, Campolongo e Pordói; ora si restringono in lunghe e strette gole, come la valle di Lusón.

    Alta valle del Mattaròt con la Lobbia.

    I corsi d’acqua, presi in sé e per sé, presentano un’ampia varietà di tipi: l’Adige che è un vero e proprio fiume di primaria importanza, a fianco del quale si possono porre il Sarca, e in parte, anche il Chiese e il Brenta; poi vi sono dei corsi d’acqua che vengono definiti come « fiumi-torrenti », individui fortemente « lavoratori » e talora abbastanza lunghi (decine di chilometri) sia che appartengano totalmente alla Venezia Tridentina, come la Rienza, il Noce o l’Avisio, sia che ne appartengano solo parzialmente come il Brenta.

    La qualifica di lavoratori è testimoniata da apparati di foce come le conoidi rimaneggiate del Noce e dell’Avisio in vai d’Adige, oltre che dall’abbondanza di detriti spesso grossolani o medi, lungo il corso.

    In linea generale il regime dominante delle acque tridentine è quello torrentizio che può provocare piene considerevoli, in breve tempo, anche nell’Adige. E certamente sufficiente ricordare a titolo di esempio il complesso delle piene del 1882, tracce delle quali si trovano in molte località della Regione sotto forma di segni, di lapidi, di ricordi d’uomo e i cui riflessi più evidenti sono le opere di difesa lungo i corsi d’acqua minori e lungo quello dell’Adige, costruite negli ultimi quindici anni del secolo scorso. In particolare sono soggette a piene disastrose le aree a prevalenti terreni impermeabili, per il rapido defluire delle « acque selvagge », e quelle, spesso coincidenti con le prime, relativamente povere di boschi, i quali costituiscono un freno alla furia delle acque stesse.

    D’altra parte le frequenti inondazioni sono state provocate anche dalla impossibilità di deflusso continuo e rapido delle acque lungo il solco di corsi d’acqua principali, ostruiti da conoidi preesistenti. L’entità del materiale trasportato dalle correnti varia col tipo di roccia e con la pendenza; la mobilità del materiale trascinato è maggiore quando è frammisto a ciottolame minuto: nell’Isarco ad esempio, anteriormente alla sua attuale utilizzazione ai fini idroelettrici del tratto da Bressanone a Ponte Gardena, sono stati misurati nel letto, blocchi di porfido di mezzo metro cubo sospinti da una forza equivalente a 45-60 kg/mq. e lastre di scisti dello spessore di 20-30 cm. mossi da una forza che varia dai 15 ai 20 kg. per metro quadrato.

    L’azione delle correnti tende, con l’asporto e la deposizione di questi materiali, a colmare le rotture di pendenza ereditate dalla glaciazione, ma fino ad oggi neppure la pendenza dei corsi d’acqua principali ha raggiunto una certa uniformità: l’Adige, ad esempio, scendeva dai prati di Malles alla vai Venosta, prima della costruzione del grande bacino idroelettrico di Resia, con una serie di cascate; poi arriva nella conca di Merano attraverso la gradinata di Tel (alta circa 200 m.) ed aumenta di pendenza a valle di Mori, senza parlare di altre minori variazioni.

    Frana in val Aurina.

    Il bacino dell’Adige

    Il reticolo idrografico dell’Adige è disposto simmetricamente, specie nella parte alta del corso con i due rami dell’Adige superiore (fino a Bolzano), e del-l’Isarco con la Rienza. E compreso, per il 73% dei 10.400 kmq. del suo bacino, entro i confini della Venezia Tridentina, è il terzo fiume d’Italia per ampiezza del bacino imbrifero ed è il secondo, dopo il Po, per la lunghezza del suo corso di di 404 chilometri. Il suo bacino montano è formato dalle valli dell’Adige superiore e dell’Isarco, che, riunendosi a Bolzano, danno origine al medio Adige, il quale riceve due affluenti importanti il Noce e l’Avisio, che vi sboccano, quasi dirimpetto l’uno all’altro, poco a monte di Trento. A valle di Trento l’Adige riceve soltanto tributari minori.

    Dalla sua sorgente ai piedi del Monte Pian dei Morti a nord del villaggio di Resia, a quota 1586, l’Adige attraversava, fino a pochi anni or sono, i laghi di Resia di Mezzo e della Mutta, modificati dalla costruzione di un grande bacino artificiale, scendendo con una pendenza del 65% a Malles; essa si attenua fortemente più a valle ove si mantiene sul 15%; a Tel la valle si restringe e l’Adige, con un salto di quasi 200 m., perviene nella conca di Merano. Tra Merano e Bolzano la pendenza si aggira intorno ai 2 m. per mille; anche nel tratto del corso medio fino alla stretta di Cadino, quasi al confine della provincia di Trento con quella di Verona il valore medio della pendenza resta quello indicato; nell’ultimo tratto, da Borghetto a Verona, decresce fino a un valore medio dell’1,44 per mille. In complesso il valore medio della pendenza dalle sorgenti a Verona è del 6 per mille; ma da quanto già detto è evidente la diversa natura del fiume nel tratto fino a Merano e in quello da Merano a Verona. Tale diverso aspetto emerge anche dal fatto che fino a Merano il fiume corre in genere incassato più o meno profondamente tra le sponde naturali; da qui fino a Borghetto il suo alveo è stato in gran parte rettificato dopo il 1882 ed è sempre contenuto da argini poderosi da Zevio, a 20 km. a sud-est di Verona, alla foce. In quest’ultimo tratto il letto è quasi sempre pensile rispetto alla pianura circostante e richiede continue opere di difesa per evitare pericoli di disalveamento. Con regime tipicamente alpino l’Adige subisce il periodo di massima magra in febbraio e marzo, dopo di che il livello va gradualmente innalzandosi fino a raggiungere una portata massima verso la fine della primavera, per ridiscendere gradualmente verso i minimi di febbraio. Esistono piene autunnali, che però sono generalmente inferiori a quelle primaverili-estive. Però le piene non si verificano nello stesso periodo lungo tutto il fiume: per esempio a Tel, a monte di Merano, le massime portate si registrano a giugno, come del resto anche a Serra-valle, a valle di Rovereto. In località intermedie esse possono anche perdurare, pur lievemente attenuate, nel mese di luglio. D’altra parte il problema delle piene dell’Adige è stato negli ultimi settant’anni problema di grande preoccupazione ed imponenza, non solo per le notevoli oscillazioni idrometriche e le conseguenze per l’ampia valle dell’Adige, ma sopratutto in relazione al corso pensile del fiume nel tratto di pianura. Non si dimentichi che verso la foce il fiume corre a circa 1 km. da Rovigo, il cui piano di campagna sta tutto sotto il letto del fiume. E d’altra parte non va dimenticato che all’incirca all’uscita dal Trentino si iniziano una serie di prese d’acqua dal fiume, intese a provvedere all’irrigazione, un tempo a canali e oggi anche a pioggia, di vaste plaghe dell’agro veronese. Per quanto questo problema non abbia un diretto riflesso sul corso trentino, la recente realizzazione di uno scolmatore di piena diretto da Mori nel lago di Garda, sottopassando la porzione settentrionale del Monte Baldo, è un diversivo dal corso naturale di un certo interesse e di importanza piuttosto notevole, per quanto abbia fatto sorgere alcuni problemi tecnico-economici in relazione alla disponibilità di acqua di irrigazione del territorio veronese di notevole complessità ed importanza, anche perchè tali problemi sono legati con quelli delle province di Brescia e Mantova e, verso la foce, con quelli di parte delle province di Padova e di Rovigo.

    Le sorgenti dell’Adige al passo di Resia.

    La valle superiore dell’Adige porta il nome di vai Venosta in cui possono distinguersi la parte alta per taluni chiusa a Glorenza e per altri a Oris, e la parte bassa, fino al ponte di Tel presso Merano; col termine di Lungadige, poco usato, ma appropriato, si intende il tratto del fiume da Merano a Bolzano.

    L’alta vai Venosta è chiusa tra due alte catene montuose che scendono verso il fondovalle con ripidi pendii difficilmente praticabili, alla base dei quali si presentano estesi gradini orografici glaciali con qualche terrazzo ricoperto di apparati morenici abbastanza evidenti. Sul fondo della valle, largo in media 1500 m., si intersecano tra loro le conoidi torrentizie dei vari affluenti del fiume. Questo, come già si è detto, nasce a quota 1586 sotto forma di un piccolo rigagnolo che poco si notava, e proseguiva, fino a qualche anno fa, in direzione sud fino a Glorenza. La zona sorgentizia e del primo tratto del corso è oggi stata sostanzialmente mutata a mezzo di una poderosa diga, opera assai ardita perchè di notevole lunghezza, data la sezione piuttosto larga della valle, ma giustificata dalla utilizzazione dei preesistenti laghi di Resia e di Mezzo fusi in uno e di quello, più staccato, della Mutta.

    Il fiume non ha qui una portata e profondità notevole, ma piuttosto una forte pendenza che imprime velocità alle sue acque e ne impedisce il gelo anche negli inverni più crudi. Il letto è costituito da ciottolame e a valle di Clusio è limitato da ambo i lati con argini di pietra, a riparo delle zone coltivate circostanti, recuperate alla coltura mediante bonifiche. Dal versante occidentale, molto boscoso, contrariamente a quello orientale che è invece quasi completamente nudo, scende per la valletta di Roia il rio Vallunga, che si getta nel lago di Resia. Presso Glorenza sfocia nell’Adige il rio Monastero, che nascendo anch’esso, come il precedente, dal Piz Sésvenna percorre la valle che ne porta il nome, valle piuttosto ampia, limitata da creste di una notevole uniformità altimetrica. Sul lato sinistro, dalle Venoste occidentali giunge al lago di Resia, l’impetuoso Carlino che viene spesso scambiato per l’Adige stesso. Più a sud scorre il Puni, costruttore primo, con il Carlino, dei vasti depositi alluvionali su cui sorge il paese di Malles.

    La val Venosta.

    Anche la bassa vai Venosta ha versanti molto ripidi, a volte nudi e spesso boscosi, specialmente quello meridionale. Il fondovalle varia assai in larghezza, a causa delle enormi conoidi di deiezione che lo ingombrano in particolar modo fra Lasa e Silandro, fra Laces e Castelbello e fra Tablà e Parcines. Il fiume ha qui una profondità media che si aggira sui 2 m., ed una larghezza che varia tra i 30 e i 40 m., salvo nei pressi di Naturno, dove si divide in diversi rami. Al ponte di Tel, poco a monte Merano, supera con una serie di cascate e di rapide un elevato gradino roccioso e precipita nella conca di Merano, in cui ha inizio il Lungadige. Il letto è formato da grossa ghiaia fino a Stava; a queste succedono poi sabbie più o meno grossolane.

    Dal versante destro confluiscono le acque delle pendici settentrionali del gruppo dell’Ortles-Cevedale: prima di tutti il rio Soldano che percorre la vai di Solda e dopo essersi unito alle acque della vai di Trafòi sbocca a Spondigna. La vai di Solda si insinua profondamente nel gruppo montuoso ed è, dal punto di vista turistico ed alpinistico, una delle valli più romite ed interessanti dell’Alto Adige. Suggestivo è il contrasto che si nota tra i suoi fianchi e il fondovalle ampio e ricco di praterie, e, su in alto, la grandiosità dei ghiacciai e delle cime che la coronano. Più a valle l’Adige riceve il rio Lasa che corre per la ripida e breve valletta omonima e infine il rio Plima che nasce ad oltre 2000 m. d’altezza e scende lungo la vai Martello, splendida vallata profonda ed incassata nella parte più bassa che ha allo sbocco una vasta e regolare conoide torrentizia su cui sono situati il paese di Mortèr e le rovine di castelli.

    Da settentrione in sinistra del fiume, scende dalle pendici meridionali della Palla Bianca il rio Saldura, che dopo aver percorso la vai di Mazia sfocia nell’Adige a valle di Sluderno e più ad oriente vi sbocca il rio di Silandro, dalla valle omonima, e poi più a valle il rio di Senales che presso Certosa riceve il rio di Fosse. La vai di Senales, dominata nella parte superiore dalle cime della Palla Bianca e del Similàun, ricca di prati e di boschi nella parte media, è profondamente incassata tra rocce a strapiombo nel suo tratto inferiore, fino allo sbocco nei pressi di Naturno. Proseguendo verso valle e verso est scorre il rio Tel, che ha le sue sorgenti nel ghiacciaio occidentale di Cima Fiammante e raccoglie le acque provenienti dai numerosi ghiacciai siti all’interno dell’arco montuoso del gruppo di Tessa. La sua valle, non molto lunga ma ripida e ricca di cascate, termina nell’ampia conoide di Parcines.

    La rete idrografica del Trentino-Alto Adige.

    Il Lungadige : la valle conserva ancora dei versanti piuttosto ripidi a pendio più uniforme sulla sinistra che sulla destra, ove possono notarsi numerosi e ampi terrazzi. Il fiume che, come già si è accennato, ha cambiato completamente tipo per la pendenza assai minore, assume una importanza maggiore, raggiungendo, a valle di Merano, una larghezza di 60-70 m. che mantiene fin presso la confluenza con l’Isarco. Per tutto questo tratto il fiume scorreva alcuni decenni fa tortuoso e in numerosi rami formando isolotti e depositando larga quantità di detriti. Oggi l’alveo è stato rettificato e difeso a cominciare dalla sua confluenza con il Passirio (Merano).

    Malgrado ciò ancora non molto tempo addietro si parlava di zone paludose all’intorno, dominio di febbri, nei pressi di Nalles, Andriano, Gargazzone, Vilpiano e Terlano. Il fiume non gela mai e a valle a Postàl, era possibile in passato, la fluitazione del legname.

    Unico affluente di destra, che abbia una certa importanza, è il Valsura, un grosso torrente che si getta nell’Adige nella spianata di Sant’Agata, presso Lana, provenendo dalla vai d’Ultimo. Questa sale con pendenza variabile verso i contrafforti di Cima Sternài-Monte Collecchio del gruppo Ortles-Cevedale, segnando nel suo tratto inferiore il limite tra il gruppo citato e le Alpi Anauniesi. E una lunga valle, di circa una quarantina di km., ricca di boschi nella parte più bassa e di pascoli in quella più alta.

    Più a valle, da questo stesso versante, le Alpi Anauniesi precipitano troppo ripide per poter dare un notevole apporto di acque incanalate ed anche sulla sinistra, prima dell’Isarco, non vi è che un unico affluente importante: il Passirio, che nasce dal Passo del Rombo e riceve vari affluenti, quali il rio di Pian e il rio di Vàl-tena prima di sfociare nell’Adige nella conca di Merano. La vai Passiria può essere divisa in tre sezioni di cui la prima costituisce l’alta vai Passiria che dalle sorgenti va fino a Moso, dove confluisce con la vai di Pian, ricca di boschi e cascate nella parte inferiore e di ampi pascoli. Ha versanti ripidi, selvaggi, in parte nudi, in parte rivestiti da boschi di larici ed abeti interrotti da superfici erose e detritiche. La media vai Passiria si snoda da ovest ad est da Moso a San Leonardo, dove confluisce con la vai di Vàltina; è ricca di cascate e di terrazzi, mentre la bassa valle del Passirio riprende l’andamento meridiano ed è ampia ben coltivata e sparsa di villaggi e di masi isolati. Lungo il bordo meridionale della conca di Bolzano si ha la confluenza Isarco-Adige: l’Isarco porta all’Adige i tributi di un vasto bacino di 2120 kmq., pari a poco meno del 30% del bacino dell’Adige alla confluenza con l’Isarco e pur considerando a parte il bacino della Rienza che copre un altro 30% del bacino stesso (2197 kmq.).

    L’Isarco nasce ad ovest del Passo del Brénnero, tra il Monte Sella e il Monte Sasso, ad una altitudine di circa 1500 m. e scende per 85 km. compiendo un’ampia curva convessa verso est. Percorre all’inizio una valle angusta, interrotta solo dalla piccola conca di Colle Isarco, valle nella quale scorre per una settantina di metri entro una galleria scavata in uno sperone roccioso della sponda, mentre nel suo alveo originario è stata sistemata la ferrovia del Brénnero; sbocca poco dopo nella bella piana di Vipiteno, dove il corso è stato in buona parte rettificato e arginato. Superata questa conca l’Isarco, che ha ormai assunto una certa importanza per portata, si incassa nella stretta di Mules, in un alveo a fondo roccioso tra alti versanti boscosi. Poco a valle di Fortezza il solco vallivo tende ad allargarsi; il fiume scorre, pur sempre incassato ed a forte pendenza, tra pendii coltivati fino a Bressanone dove riceve la Rienza. Da Bressanone a Chiusa il fondovalle conserva un’ampiezza variabile tra i 100 e i 500 m. e le acque scendono con velocità abbastanza modererata in un letto di rocce e ciottoli, con una pendenza del 4 per mille. Da Chiusa la valle è caratterizzata da un letto piuttosto incassato e da una serie di strette a ripide pareti talora verticali. Si può dire che in questo tratto non vi è posto che per il fiume e la ferrovia, costretta a seguirne la tortuosità con opere talora assai costose; la strada automobilistica si mantiene alquanto sollevata sul fondovalle. Solo all’uscita nella conca di Bolzano l’Isarco è stato di recente rettificato e arginato. Anche l’Isarco ha un reticolo idrografico abbastanza complesso. In destra, a Colle Isarco, riceve il rio di Fleres dalla valle omonima che è dominata dal Montarso, dal Monte della Neve e dal Tribulàun; a Vipiteno vi sfocia il rio Ridanna dopo aver raccolto le acque del rio di Racines. La vai Ridanna trae origine da una ampia chiostra di montagne, ricche di ghiacciai, fra cui quello di Malavalle, e scende sempre più ricca di vegetazione in un largo bacino erboso già sede di un lago per aprirsi poi un’ampia vallata verso la conca di Vipiteno. A Bolzano si unisce all’Isarco l’impetuosa Tàlvera che percorre la vai Sarentina, arginata dalla confluenza con la vai di Pennes, proveniente da nord-ovest, e percorsa dal rio Valdurna, scavato nella parte inferiore tra nude rocce porfiriche. E vivo il contrasto fra questo tratto e l’alto e medio corso del Tàlvera ridente di praterie e di boschi. A sinistra, ancora nella conca di Vipiteno, riceve il rio che scende la vai di Vizze, una valle molto interessante dal punto di vista geologico per la gran varietà di minerali, rocciosa nella parte alta che fa capo al Gran Pilastro, boscosa in quella media ed aperta e prativa nella parte più bassa. A Bressanone è la confluenza con la Rienza; questa è formata dalla unione del rio Bianco col rio di Landro. Fino al lago di Dobbiaco non è che un piccolo ruscello che scorre su un letto ghiaioso talvolta molto ampio, ai lati del quale si stende il fondo della valle di Landro, pianeggiante, prativo, largo dai 300 ai 600 m., con pareti laterali ripidissime.

    Da Dobbiaco la valle della Rienza si dirige verso ovest, formando la vai Pusteria, nome che assume l’alta Drava fino a Lienz: la linea di displuvio tra questi due fiumi corre sui larghi sedimenti del rio San Silvestro, che formano la quasi inavvertibile sella di Dobbiaco. La Pusteria è una delle maggiori valli alpine, il suo versante settentrionale è formato da ampi terrazzi glaciali ben coltivati e quello meridionale da alture boscose non molto elevate dietro alle quali, a monte di Valdàora, spuntano in distanza le cime dolomitiche. La nota dominante del paesaggio è il continuo alternarsi dei boschi di conifere con le verdi praterie, ma ad eccezione dell’ampia conca di Brunico e di alcuni piccoli tratti in cui la valle di allarga, non vi è un vero e proprio piano nel fondovalle. Il letto della Rienza scorre stretto tra due basse sponde accessibili con portata modesta fino a Monguelfo. Il fiume diviene più ampio, a volte ghiaioso e a volte ingombro di grossi massi fino a Brunico, arricchito dalle acque dei vari affluenti, scende tra sponde rialzate. Nella piana di Brunico le rive sono poco elevate; la Rienza entra poi nella stretta chiamata « la Serra », dopo di che scende in un fondovalle pianeggiante fin presso Vandòies. Presso Rio di Pusteria è fiancheggiata sulla destra da una striscia coltivata, leggermente inclinata, e sulla sinistra da una sponda ripidissima in un primo tratto, quindi si incassa tra falde rocciose sempre più alte e ripide, quasi verticali a volte, per uscire poi nella conca di Bressanone, in cui scorre in un alveo rettificato con sponde in muratura. Alla confluenza è separata dall’Isarco da una sottilissima lingua di terra sistemata a gradini.

    La confluenza dell’Isarco e della Rienza a Bressanone.

    Le piene, in maggio e giugno e dopo occasionali forti piogge, si fanno sentire in modo molto notevole solo nell’alta valle della Rienza, che ben raramente è uscita dalle sue rive. Ha vari affluenti sia di destra che di sinistra, che durante le piene trasportano una gran quantità di materiale. I più ragguardevoli dei quali sono: il Casies, l’Anterselva, l’Aurino, il Fundres e il Valles in destra, rio Fosco, il Gàdera e il Lasanca in sinistra. Il Casies percorre la valle omonima che da Monguelfo si allunga per circa 20 km. verso nord-est fino alla forcella omonima a 2205 metri. Parallela ad essa è la valle dell’Anterselva, dal fondovalle piuttosto largo, diviso in tre ripiani principali: il più elevato si origina al lago presso il Passo eli Stalle, 2048 m. tra i monti Defereggen e le Vedrette di Ries, e si spinge fin quasi ad Anter-selva di Mezzo, il secondo scende fino ad Anterselva Bassa, e il terzo va sino alla confluenza con la Rienza, presso Valdàora. A Brunico sbocca la valle percorsa dal-rAurino che scende dalla Vetta d’Italia. La parte più alta della valle prende il nome di vai di Predói fino al centro di questo nome; assume quello di valle Aurina nel tratto medio e quello di vai di Tùres nel tratto inferiore. A Campo Tùres confluiscono altre due valli importanti: la vai di Selva dei Molini da ovest e quella di Riva da est, che hanno in comune con la valle principale la eccezionale ricchezza di boschi di conifere in cui si aprono vaste praterie, il fondovalle di una certa larghezza con i fianchi ripidi, e numerose cascate. Il rio di Fundres sfocia nella Rienza a Vandòies e quello di Valles a rio di Pusteria, dopo aver percorso la stretta e boscosa valle che ne porta il nome. Sulla sinistra della Pusteria tra Villabassa e Monguelfo si apre verso sud la splendida vai di Bràies che dopo qualche chilometro si biforca verso sud-ovest nella vai di Bràies propriamente detta e nella vai di Foresta e verso sud-est nella vai di Bràies Vecchia, che raggiunge il bel valico di Prato-piazza. La vai di Foresta è percorsa dal rio Fosco, immissario del lago di Bràies; ne esce il rio di Bràies che riceve il rio di Stolla (vai di Bràies Vecchia).

    Il lago di Bràies.

    Il Gàdera confluisce nella Rienza, a San Lorenzo dopo un percorso di circa 30 km. della vai Badia. Questa, che nel suo tratto inferiore è detta anche vai Gàdera, inizia da una parte al Passo di Valparola, fra il Piccolo Lagazuòi e il Sasso di Stria, e dall’altra al Passo di Campolongo (da cui scende il Riotorto) e di Gardena, che la mettono in comunicazione con la valle del Cordévole a sud e la vai Gardena ad ovest. Scorre verso nord accogliendo le acque di vari piccoli torrenti fra cui il maggiore è il rio di San Vigilio, che percorre la vai di Marebbe. Con forme molli ed ampie praterie nella parte più alta il Gàdera si chiude sempre più scendendo in direzione della Pusteria, presso la quale presenta aspetti molto pittoreschi nella gola entro la quale è profondamente incassato fra due erte e selvagge ripe boscose.

    Il torrente Lasanca, che si versa nella Rienza poco prima della sua confluenza con l’Isarco, forma la vai di Lusón, la quale, partendo dal Sasso di Putia si spinge a nord seguendo il limite orientale della Plose e quindi volgendo ad occidente ne aggira le pendici settentrionali. A monte di Chiusa, si getta nell’Isarco da sinistra, il rio di Funes che nasce dall’Alpe Poma. La sua valle è aperta nel tratto superiore e profondamente incassata in quello inferiore; posta tra il frastagliato gruppo dolomitico delle Odle e quello delle Odle di Eores ha molte analogie con la parallela vai Gardena. Questa percorsa dal torrente omonimo che balza in precipite discesa tra massi enormi, talvolta con lunghe cateratte, è sbarrata ad est dall’imponente gruppo di Sella; è racchiusa tra le pendici delle Odle e del Rasciesa di Fuori a nord e del Sasso Lungo a sud. E larga, ricca di prati e intensamente popolata nella parte media, più stretta e chiusa da Pontves fino allo sbocco a Ponte Gardena.

    Vedi Anche:  Valli, città e fiumi

    Più a sud, a Prato, si apre sulla valle dell’Isarco la vai di Tres, anch’essa morfologicamente simile alle precedenti, bagnata dal torrente Bria, e infine, a 3 km. da Bolzano, la più orrida e romantica gola della Venezia Tridentina, la valle d’Ega, porta all’Isarco le acque dell’Ega, chiamato anche rio di San Nicolò.

    Il corso medio dell’Adige comprende il tratto dalla confluenza con l’Isarco, a Bolzano, fino ad Albaredo, a monte della stretta di Calliano nell’agro Tridentino; prosegue nella vai Lagarina fino alla Chiusa di Rìvoli, detta anche di Verona o di Ceraino, di dove il fiume sbocca nell’Agro Veronese.

    Fino a Marco il fondovalle mantiene quasi costantemente una larghezza compresa tra i 1000 e i 3000 m. con una pendenza molto debole, poiché non vi è che un dislivello di 90 m. su 80 km. di percorso. Il fiume, ricevuto l’Isarco, lambisce quasi costantemente il piede di una piccola catena di poggi che da Castel Firmiano si stende per circa 14 km. fino a Monte in Oltradige. Queste alture lo sovrastano con pareti ripide e spesso a picco, in gran parte di viva roccia (porfidi) ad ovest, lasciando libero tutto lo spazio piano sulla riva sinistra. A valle di Egna l’Adige si accosta invece al versante sinistro, anch’esso molto ripido, roccioso, solcato da profondi e stretti burroni, che però si abbassano avvicinandosi alla confluenza con lAvisio, mentre gli Anauni, ad ovest, si mantengono elevati ed impervi fino alla confluenza del Noce ed oltre, fino nei pressi di Trento.

    Veduta della val d’Adige dalla Paganella.

    Il fondovalle, nel tratto tra San Michele e Trento trova un primo ostacolo nel vecchio apparato terminale del Noce che si getta nell’Adige presso San Michele, ai piedi del versante destro. Poco più a valle l’Avisio, con il suo largo e ghiaioso letto e con la sua conoide di deiezione costringe il fiume a poggiare sul versante destro.

    Da Trento a Marco la valle ha sempre un fondo largo e con appezzamenti ben coltivati, salvo qualche traccia anteriore alle recenti rettifiche determinate in parte dalla costruzione della ferrovia detta oggi del Brénnero, oltre che dalla necessità di proteggere il fondo vallivo dalle alluvioni. L’opera ultima più importante in questo tratto è la presa dello scolmatore in galleria del Garda.

    Da Marco a Ceraino il fiume scorre lungo un solco, spesso alquanto inciso sul piano di campagna, non più largo di i km.; le pareti della valle sono formate da un lato dalle pendici ripide e rocciose dei Lessini e dall’altro dall’anticatena del Monte Baldo. L’alveo serra ora a destra ora a sinistra con frequenti anse. A sud-ovest di Ala uno sbarramento a quattro luci di 25 m. ciascuna ne devia parte delle acque in un canale di circa 46 km., di cui 8 e mezzo in galleria, che si svolge sul suo lato destro ed alimenta le centrali di Bussolengo e di Chievo. Da Ceraino a Volargne è impostato in una profonda incisione dalle pareti verticali distanti tra loro non più di 100-200 m.; forse un antico meandro incassato. Da Volargne ad Albaredo l’Adige scorre in pianura lambendo prima il piede delle colline di Pastrengo, a sinistra, poi, fino a Verona, le ultime propaggini dei Lessini.

    L’unico affluente destro dell’Adige nel suo tratto medio, che sia veramente notevole, è il Noce con 1369,4 kmq. di bacino imbrifero. Nasce con due rami distinti dal gruppo del Monte Cevedale: a quota 2670 dell’alta valle del Monte di Peio alle falde del Corno dei Tre Signori e nell’alta vai di Lamare. I due rami dalle pendici della Cima Nera confluiscono a Cògolo e il Noce scende giù per la vai di Peio fino ad Ossana, ove riceve il torrente Vermigliana; di qui volge deciso verso est percorrendo la vai di Sole fino al Ponte di Mostizzolo, dove piega a sud entrando nella vai di Non e alimentando il recente lago artificiale di Santa Giustina.

    La vai di Sole ha il suo inizio al Passo del Tonale, e nel suo tratto più elevato vien detta anche vai Vermiglio, fino a Fucine. Il corso del Noce nella stretta vai del Monte è interrotta dal lago artificiale di Pian Palù; il cui serbatoio è molto importante per regolare l’energia producibile dagli impianti idroelettrici del Noce, azione coordinata con un analogo lago, quello del Caresèr, situato alla testata della verde valle di Lamare.

    La vai di Peio è una delle numerose valli d’alta montagna, caratterizzata da pascoli nella parte più elevata e rivestite di boschi nella porzione inferiore. Interessante e da sottolineare è il contrasto tra la vai di Sole e la vai di Non, stretta e con decisa forma di incisione la prima, compresa tra pareti abbastanza ripide ed aspre, mentre la seconda somiglia ad una vasta conca a pendii dolci, con ampi terrazzi ben coltivati; essa è compresa fra la stretta di Mostizzolo e la gola rocciosa della Rocchetta, segnata anch’essa da uno sbarramento idroelettrico. Tra gli affluenti di destra del Noce: il torrente Vermigliana che nasce al Passo del Tonale e percorre la boscosa vai Vermiglio (alta vai di Sole) e sfocia ad Ossana; il torrente Meledrio che nasce dal Campo di Carlomagno, ampia sella a pascoli posta al limite tra il gruppo del Brenta ad est, e quello della Presanella, ad ovest, che segna lo spartiacque tra il Sarca di Campiglio e il Meledrio stesso. Questo scende per la valle omonima e poco ad oriente di Dimaro si versa nel Noce. Nel lago artificiale di Santa Giustina si getta il torrente Tresenga che scorre incassato in una profonda forra, nel suo tratto inferiore, e proviene dal magnifico lago di Tovel noto soprattutto perchè assume, nella stagione calda, una particolare colorazione rossa dovuta alla presenza di microrganismi (Glenodinium sanguineum): in vicinanza del lago scorre sotto una gran quantità di massi originati probabilmente da frane (Battisti) e ricompare circa 3 km. più a valle, ai piedi dell’ampia falda detritica. Tra gli affluenti di sinistra si possono ricordare il torrente Rabbies, che nasce all’Alpe di Sternài a m. 2655 e sfocia presso Malè e il torrente Barnes che sgorga presso la Malga Bordolone sotto la Cima Trenta e si versa nel Noce a Mostizzolo, dopo un percorso di oltre 12 km. nella vai di Bresimo: tutt’e due confluenti nella vai di Sole. Nella vai di Non giungono invece il rio Novella raccolto dal lago di Santa Giustina di fronte a Cles; il suo corso misura 22 km. dal Pian della Bella Selva. Insieme al Novella sbocca nel lago di Santa Giustina il Verdés proveniente dalle pendici del Monte Roen (1900 m.). Caratteristica comune a tutte le acque di questa parte del bacino del Noce è di scorrere quasi sempre in fondo a profonde forre il che, oltre ad impedirne la utilizzazione per la fluitazione del legname, costringe alla costruzione di numerosi e grandiosi ponti-acquedotti sia per portare acqua potabile ai centri abitati sia per sopperire a necessità irrigue e industriali.

    Il torrente Rabbies.

    A poco più di 3 km. a sud dalla confluenza col Noce l’Adige riceve, sulla sua sinistra, il tributo dell’Avisio, che è il terzo, per importanza, dei suoi affluenti, e la cui valle si può dividere in tre sezioni: vai di Fassa dalle sorgenti al Passo di Fedaia sul versante settentrionale della Marmolada, fino a Moena secondo alcuni e per altri a Mezzavalle o a Predazzo; vai di Fiemme da Moena fino a Molina alla confluenza con rio Cadino alla stretta di Stramentizzo e vai di Cembra all’uscita con vai d’Adige.

    Nato dal piccolo lago di Fedaia a 2028 m., attualmente anch’esso sistemato artificialmente con due dighe, di cui quella occidentale verso l’Avisio in cemento e l’altra orientale in terra, prosegue poi a balzi, povero d’acqua e racchiuso fra pareti rocciose. La vai di Fassa, che ha le proprie origini alla sorgente dell’Avisio, si presenta stretta, ad aspri versanti fino a Canazei. Da Canazei fin presso Vigo la sponda destra è caratterizzata da frequenti terrazzi da campi e prati mentre numerose gradinate si susseguono nel tratto fino a Moena. Dall’alto incombono erte falde boscose e nude pareti dolomitiche. Ripidissimo il versante sinistro della valle a pendio uniforme e coperto di boschi fin quasi alla sommità.

    Nella vai di Fiemme fino a Predazzo i due versanti sono ancora ripidi, ma praticabili verso il basso e a mezza costa, si trovano dei pianori a prato dominati da pareti rocciose a piombo. Da Predazzo a Tesero, sulla destra sono abbastanza frequenti i pendii franosi, coperti qua e là da rada boscaglia e da Tèsero a Cavalese si stende un’ampio terrazzo ben coltivato che si trova a circa 100 m. sul livello del fondovalle. A sinistra il versante si innalza a pendio in complesso uniforme con lembi terrazzati coperti da boschi d’abete ed interrotti da incisioni più o meno marcate. La valle si restringe verso Molina e il fondovalle, fin qui abbastanza ampio e coltivato, sparisce quasi completamente entrando nella vai di Cembra: i monti che la racchiudono superano i 1800 m. e i loro versanti ripidi, intagliati da profonde gole, non consentono fino a Cembra, che l’esistenza di pochi campicelli e di piccoli villaggi.

    Fresche acque delle nevi costrette a “saltare” per giungere nelle valli tranquille.

    L’alta valle di San Pellegrino.

    Da Cembra a Lavìs, invece, i monti si abbassano, i versanti divengono meno ripidi e così si notano coltivazioni più estese e centri abitati più notevoli, specialmente sulla destra, ma non sul fondovalle vero e proprio ancora praticamente inesistente (20 m. al più) e racchiuso da brevi sponde ripide e poco praticabili quasi ovunque. Nel tratto terminale l’Avisio forma un’ampia conoide, lunga circa 3 km. e larga alla base più di 1000 metri. Per impedire lo scarico nell’Adige della grandissima quantità di materiale trasportato dall’Avisio fu costruita la briglia di San Giorgio, detta « la serra », alta 20 m. e larga 60, a circa mezzo chilometro a monte di Lavis. Di più, da Lavìs all’Adige, per impedire alle acque di dilagare su tutta la conoide, l’Avisio è costretto tra due robusti argini in muratura.

    La pendenza media dei tributari dell’Avisio è data da cifre piuttosto alte che fanno pensare ai forti danni che questi torrenti potrebbero provocare se le pendici dei monti da cui scendono, non fossero tanto ricche di boschi fitti e ben curati. Fra quelli di destra il rio Durón che nasce all’alpe omonima, ne percorre la bella e solitaria valle con una pendenza media di oltre il 10% e vi sfocia a Campitello; il rio Bianco, che raggiunge una pendenza media del 21% e versa le sue acque nel-l’Avisio a Panchià dopo un percorso molto breve, poco più di 5 km. ; il rio Stava, che nasce alle falde della Pala di Santa, ha una lunghezza di circa 10 km., una pendenza media del 24% e confluisce nei pressi di Tèsero. Da sinistra vi giungono il

    rio San Pellegrino che prende origine dal lago di San Pellegrino e sfocia a Moena percorrendo km. 10,3 con una pendenza media del 6,8%; il torrente Travignolo che scaturisce presso Malga Vezzana a oltre 1900 e sfocia a Predazzo. E questo il maggiore degli affluenti dell’Avisio, con i suoi 20 km. di percorso, e una parte delle acque del suo bacino sono soggette a diversione temporanea alle centrali di vai Caoria, nel bacino del Vanói, affluente del Cismón, diversione attuata per mezzo del serbatoio artificiale di Forte Buso e con canale in galleria di circa 9 chilometri.

    Ancora sulla sinistra si trovano il rio Cadino, dalla valle ampia e boscosissima, che inizia alla Forcella di Cadino a 1954 m., ha una pendenza media dell’ 11,8%, si getta nell’Avisio sotto Molina, punto di passaggio della vai di Fiemme alla vai di Cembra e finalmente il rio Brusago, che sfocia a Grumés dopo aver percorso 10 km. e più con una pendenza media del 14,8%. A Trento l’Adige riceve un altro affluente abbastanza notevole: il Férsina, che nella sua prima parte corre da nordest a sudovest e nella seconda da oriente ad occidente, ricco di acque perenni e tristemente noto per le sue inondazioni un tempo fatali alla città che ora quasi lambisce verso sudest a seguito di recenti arginature. Nasce da due laghetti ai piedi della Cima di Cave e la sua valle, larga nel tratto più alto che fino a Pergine costituisce la vai dei Mòcheni, si restringe e si incassa sempre più avvicinandosi alla confluenza.

    La linea spartiacque che separa il suo bacino da quelli circostanti corre molto indecisa e poco marcata in prossimità del lago di Caldonazzo (bacino del Brenta), tanto che si sostiene l’ipotesi che un tempo il Férsina sfociasse nel Brenta e poi, a causa della enorme quantità di materiale che trasporta, abbia alluvionato il pianoro di Pèrgine, ostacolato il suo corso nella sua via primitiva anche dalla conoide del rio di Roncogno. Entrato in questo nuovo letto lo ha approfondito notevolmente con la sua azione erosiva lungo la profonda spaccatura da Trento a Pèrgine, dovuta a cause tettoniche.

    A valle di Pèrgine (al Ciré) il Férsina riceve il Siila, che percorre la vai di Piné, le cui sorgenti sono costituite da varie polle alle pendici della montagna di Costalta, che formano molti rigagnoli riunentisi nel lago delle Piazze e della Seraia. Uscendo da questo il Siila ha già acquistato quell’importanza che di lui quasi fa un rivale del Férsina, per la quantità e la perennità delle acque. Caratteristica della gola nell’ultimo tratto la celebre cascata di Ponte Alto. Fra Trento e Rovereto non giungono all’Adige che tributi di scarsa importanza, mentre a Rovereto gli arrivano le acque dell’ultimo dei torrenti notevoli che lo alimentano nel suo tratto medio: è il torrente Leno, formato dalla confluenza del Leno di Vallarsa, che proviene dal Pian delle Fugazze, col Leno di Terragnolo, che sgorga in vai Culva.

    Uscito dal territorio trentino l’Adige riceve ancora alcuni « progni », torrenti, che scendono dai Monti Lessini e giunge fino ad Albaredo, mantenendo il suo letto ad un livello inferiore alle campagne circostanti.

    Il bacino della Drava

    La Drava nasce presso la sella di Dobbiaco, percorre il tratto orientale della vai Pusteria, che appartiene all’Italia per una dozzina di chilometri ad est di Dobbiaco e scende poi nelle conche di Lienz, Spittai e Klagenfurt. La valle della Drava, nella parte che dalle sorgenti va al confine continua i caratteri dell’alta Pusteria e a San Candido riceve da destra il rio di Sesto che percorre la valle omonima. Questa è una valle aperta tra le estreme pendici della catena carnica, a destra, e dei gruppi dolomitici di Sesto a sinistra ed avente origine al Passo di Monte Croce di Comèlico. Il fianco destro è rotto da piccoli valloncelli: a pendio ripido e boscoso nella parte a monte di San Giuseppe, a gradini coltivati ed abitati tra San Giuseppe e Sesto e nuovamente roccioso e coperto da fitti boschi di conifere da Sesto a San Càndido.

    Il fondovalle è abbastanza ampio solo nel settore centrale, mentre nei due terminali non lascia altro spazio che per la rotabile e il torrente. Il fianco sinistro della vai di Sesto è costituito dalle ripide balze della Croda Rossa, della Cima Tre Scarperi e dalla Croda dei Baranci, tra le quali si insinuano la valle Fiscalina e la valle Campo di dentro, in cui scorre il rio di San Càndido.

    Il bacino del Sarca

    Il Sarca nasce dai ghiacciai dell’Adamello orientale e fino alla conca di Pinzolo scorre con direzione ovest-est nella vai di Genova col ramo principale, mentre i rami secondari di Nambino e di Campiglio, provengono dalla Presanella; quindi si dirige da nord a sud fino a Tione per la vai Rendena, piega nuovamente verso est percorrendo un tratto delle valli Giudicane superiori fino alle Sarche per dirigersi infine decisamente a sud nella valle Sarca e sfociare nel lago di Garda tra il Monte Brione e Tórbole. La vai di Genova è una magnifica vallata alpina che addentrandosi con una serie di cinque gradini vallivi, tra i massicci dell’Adamello e della Presanella ne costituisce una via d’accesso ed è giustamente nota per la maestà del paesaggio, la grandiosità delle cascate e la ricchezza dei boschi. Stretta e un tempo impervia ha la evidente sezione del truogolo glaciale e un fondovalle limitato al letto del fiume qua e là interrotto da brevi ripiani. E ricca di cascate selvagge ed esuberanti fra cui la più bella è la cascata del Nardìs, che viene dalla Presanella e precipita nella vai di Genova con un salto di oltre 100 m. : divisa in due rami bianchissimi ed avvolta in una sottile nebbia grigiastra che sale dal basso e su cui spesso, sotto i raggi del sole, si delineano gli stupendi colori dell’arcobaleno. Più alta ancora è la cascata del Lares, unita in un’unico getto che precipita per 200 m. visibile però solo a tratti, a volte traboccante dalle pareti che lo delimitano, a volte incassato fra esse o anche rotto nelle anfrattuosita della roccia. Se un tempo le bellezze della vai di Genova erano limitate a pochi che ne percorrevano « lento pede », il lungo cammino (circa 20 km.) fino a rifugio Bédole, oggi, sia pure a fatica, vi pervengono anche le automobili, arditamente guidate.

    Il carattere idrografico del Sarca, a valle di Pinzolo, dalla confluenza tra Sarca di Genova e Sarca di Campiglio muta decisamente. La valle assume pendenze abbastanza lievi, con fondovalle ampio e molto ridente, verde di prati e di campi fiorenti, dominati dai ripidi fianchi boscosi e ricchi di radure pascolive. Qualche gradino tuttavia interrompe la pendenza non forte: così a Tione, ove la valle muta decisamente direzione e più oltre, alla gola della « Scaletta » con belle marmitte dei giganti o più a valle ancora, poco prima delle Sarche, il fiume scorre in un solco profondamente incassato dalle pareti così verticali e alte in qualche punto da attrarre l’attenzione dei più noti scalatori. Salvo questi tratti più caratteristici la valle ha un fondo sui 1200-1500 m. di larghezza che diventa anche più ampio nell’ultimo tratto dalle Sarche all’Arco, per quanto risulti movimentato da grandiosi depositi di blocchi, « le marocche », di natura e origine alquanto discussa. Il tratto terminale ampio e pianeggiante, forma una piccola pianura, degna di tal nome, sempre fiancheggiata da monti abbastanza elevati.

    La cascata Nardìs in vai di Genova.

    I laghi di Lévico e di Caldonazzo.

    Il letto del Sarca è generalmente formato da grossa ghiaia e ciottoli, ha una larghezza assai variabile e tale è pure la velocità della corrente e la portata: piene fortissime avvengono di solito in estate, all’epoca del disgelo, e in autunno. Nella vai di Genova e nella valle del Sarca vera e propria, ossia nei due tratti estremi della valle del Sarca, non confluiscono che torrenti di secondaria importanza, mentre nel tratto medio riceve dalla destra il torrente Bedù, che scende da Col di Mezzo e sfocia a Villa Rendena, ed il torrente Arno che nasce air Alpe Maggiasone e dopo aver percorso circa 15 km. e mezzo nella vai di Breguzzo e nelle valli Giudicane si getta nel Sarca a nordest di Tione.

    Cima Canali nelle Pale di San Martino.

    Il bacino del Brenta

    Il Brenta ha un bacino imbrifero di 2304 kmq., del quale solo 1116 appartengono alla Venezia Tridentina; trae origine dall’unione degli emissari dei laghi di Caldonazzo e di Lévico, annidato il primo tra il dosso di Tenna e le lontane pendici del gruppo di Cima d’Asta e il secondo collocate a cavallo del bacino del Brenta e del Fèrsina, già forse un tempo tributario del lago. La sua valle si può suddividere in due tronchi: il primo, dalle origini fino a Primolano, vien chiamato Valsugana, il secondo da Primolano allo sbocco in pianura viene denominato Canale di Brenta.

    Il fiume scorre nella Valsugana poco incassato in un fondovalle ampio in alcuni punti (Borgo) anche 203 km., largamente coltivato ed abitato, che si va restringendo gradualmente verso Primolano, dove è largo solamente alcune centinaia di metri. Il versante settentrionale della valle è costituito da una serie di terrazzi, coltivato al piede e boscoso nella parte superiore, che sotto Ospedaletto presenta un pendio scosceso, sul fondovalle, mentre tutto il versante meridionale è dato da una parete spesso rocciosa di altezza considerevole. Nel Canale di Brenta il fondo-valle è quasi ovunque angusto, racchiuso da due versanti che assomigliano a quello meridionale della Valsugana, sebbene siano meno elevati, e che hanno l’aspetto di veri muraglioni a picco, con speroni dirupati, boscosi e inaccessibili, formanti l’orlo di altopiani a morfologia dolcemente ondulata. La lunghezza complessiva del Brenta è di 208 km. dei quali un terzo circa nel Trentino con una pendenza media del 2,85 per mille e una massima che non supera 1*8 per mille. Il suo regime è caratterizzato da due periodi di piena, uno primaverile ed uno autunnale, alternati a due periodi di magra fra cui, in quello invernale, si registrano i valori di portata minima. Era forse una via per la fluitazione del legname e nel tronco inferiore è navigabile. Notevole è la quantità di materiale litico che ha trasportato al piano nei periodi di piena in passato, contribuendo largamente alla formazione della pianura.

    I maggiori affluenti del Brenta nel Trentino arrivano tutti dalla sinistra, e tra essi si possono ricordare il torrente Maso, che scende dalla valle di Calamento e sfocia ad est di Castelnuovo; il Grigno, che nascendo al lago di Cima dAsta incide profondamente la bella valle di Tesino e si getta nel Brenta a Grigno e infine il Cismón che reca il suo tributo d’acqua poco a sud di Primolano ed è il principale affluente del Brenta. Il Cismón proviene dal Passo di Rolle e scorre povero d’acqua entro un letto stretto, ripido, ingombro di ciottoli e massi e compreso tra due versanti erti e boscosi. A Fiera di Primiero riceve le acque della vai Canali, più abbondanti di quelle del corso principale; il suo letto si allarga, diminuisce di pendenza ed è inciso in una conca piuttosto ampia, a fondo pianeggiante fin al ponte di San Silvestro. Poi si incassa in una stretta angusta e selvaggia, « lo Schenèr », compresa fra le rocciose pareti del Monte Pavione e del Monte Còppolo, ove è situato al Pontét il confine puramente amministrativo, un tempo politico, tra la Venezia Tridentina e il Veneto. Anche il tratto inferiore del fiume conserva il carattere di un canyon per quanto meno incassato, fino a Fonzaso, di dove, variamente aggirando le propaggini settentrionali del Grappa, va a confluire col Brenta, ormai fuori del territorio della nostra Regione.

    II suo affluente più importante è il Vanói, che vi confluisce in destra, giungendovi dal laghetto del Bus, sulle pendici settentrionali di Cima d’Asta e scorre incassato fra alte pareti rocciose in una valle chiamata vai Cia nel tratto superiore e di Canal San Bovo in quello medio e vai Cortella nel tratto inferiore. E abbastanza ricco d’acque anche nei periodi di magra e ciò, unito alla forte pendenza, lo rende spesso pericoloso e ne determina i caratteri della valle, una tra le più remote di tutto il Trentino.

    Al bacino del Brenta si può attribuire ancora l’Àstico, anche se le sue acque giungono al Brenta in prossimità della sua foce, a Chioggia, tramite il Tésina ed il Bacchiglione. Le sue sorgenti si trovano a non molta distanza in linea d’aria da quelle del Brenta, e precisamente alle falde del Sommo Alto. Scorre nel Trentino solo 14 km. circa con una pendenza media del 5,7%, nella valle omonima compresa tra il Gruppo Pasubio-Scanupia e l’Altopiano di Asiago, e dopo esser entrato nella pianura veneta a Breganze si getta nel torrente Tésina a Poianella.

    Il bacino del Chiese

    Il Chiese è tributario dell’Oglio e il suo bacino ha una superficie totale di 1590 kmq. Nel suo complesso comprende un’unica valle importante, quella del Chiese medesimo che prende nomi diversi nei diversi tratti : vai di Fumo e vai di Daone nei due tratti più alti, dalle sorgenti a Pieve di Bono, valle Bona fino al lago d’Idro e vai Sabbia dal lago d’Idro allo sbocco nella pianura. Il Chiese sgorga dai ghiacciai meridionali dell’Adamello e ha pendenza molto elevata fino a Pieve di Bono, poi diminuisce.

    La vai di Fumo ha un fondo abbastanza ampio nella parte più elevata fino a Malga Bissina, coperta di pascoli e detriti; nella parte più bassa si restringe a volte in gole con soglie caratteristiche, tra le quali il letto del torrente s’incunea roccioso ed ingombro di macigni. I suoi versanti sono ripidissimi, a volte boscosi, a volte in roccia nuda. Più ampia è la vai di Daone, anch’essa col fondo spesso a ripiani prativi. I versanti sono foggiati a successivi terrazzi, a volte anche coltivati come presso Daone, e generalmente terminano sul fondovalle con una ripida parete rocciosa. E una valle ricca di cascate che si succedono l’una all’altra come la cascata di Ribór, del Leno, ecc.

    Di un certo interesse è il tratto vallivo poco pronunciato che dalla Sella di Pra’ di Bondo scende verso l’Adanà, affluente di sinistra del Chiese e che costituisce un’unica valle detta delle Giudicane Inferiori o da qualcuno anche Esterne. Il fiume principale con portata abbastanza notevole e con caratteri di fiume più che di torrente sfocia nel lago d’Idro, poco a valle di Ponte Càffaro, ove raccoglie le acque del torrente omonimo, che non appartiene però al Trentino. Il regime del fiume è alla sezione di Idro piuttosto a carattere prealpino, per quanto invece nelle sezioni della porzione mediana e superiore denuncia la netta dipendenza dal regime idrologico dell’alta montagna.

    Deflussi e regimi

    Da questa descrizione analitica, cui si è voluto dare la precedenza e che risulta abbastanza evidente anche dalla cartina a pag. 103, risulta chiaramente la grande importanza di pochi dei corsi d’acqua in confronto al loro grande numero. E da sottolineare da un lato la ricchezza in genere di acque in tutta la regione, pur dovendo riconoscere che qualche area o gruppo montuoso, in genere quelli calcarei meridionali e quelli dolomitici, ne sono piuttosto poveri. Altro elemento di interesse è il modo con cui l’acqua defluisce lungo i maggiori fiumi, le cui caratteristiche idrologiche sono note per alcuni di essi (Adige, Brenta, Rienza, Sarca), mentre di altri sono conosciute solo per determinate sezioni del corso (Avisio a Pezzé di Moena e Noce a Dermulo).

    Vedi Anche:  Origine del nome e vicende territoriali

    Naturalmente il fiume principale è l’Adige, il cui esame analitico va ovviamente riferito a sezioni diverse e ne sono disponibili alcune, tra le altre tre, che hanno effettivamente un certo significato e precisamente la sezione di Tel, poco a monte di Merano che segna la fine dell’alto corso, quella di Trento, cioè del fiume che ha ricevuto i principali contributi e quella di Serravalle, quasi all’uscita dalla regione, o a Boara Pisani nella parte terminale.

    Il lago e la diga di Forte Buso.

    Per la Rienza la sezione cui si riferiscono le portate per tutto il bacino è a Vandoies, 17 km. dalla foce, per il Sarca a Nago e per il Brenta a Ospedaletto in tutta prossimità della foce. Dai dati disponibili per i fiumi su ricordati, cui possiamo aggiungervi anche il Chiese e il Cismón, relativamente a sezioni di foce, all’incirca risulta una forte oscillazione tra i valori delle piene medie annue che tuttavia hanno significato piuttosto scarso. Il Brenta e il Chiese registrano i valori minimi di 9,2 e 9,4 mc./sec. rispettivamente, di fronte ai 220 mc./sec. dell’Adige a Trento, che dalle misure di Serravalle scenderebbero a 181 mc./sec. dal 1945-49, mentre a Boara Pisani sarebbe di 246 mc./sec. Piuttosto modeste anche le portate medie dell’Adige a Tel (34,8 mc./sec.), della Rienza (44,6 mc./sec.), mentre l’Isarco a Bressanone, il Noce, il Sarca e il Cismón mostrano valori medi intorno a 25 mc./sec. I valori massimi sono in genere 5-6 volte maggiori dei minimi pur senza voler dare un qualche significato preciso a tale coefficiente. Più significativi i valori delle portate stagionali, da cui in sostanza si trae la conferma che il regime fondamentale è quello alpino, ma con variazioni ed eccezioni abbastanza sensibili. Anzitutto il Sarca non ha grandi oscillazioni di portata stagionali con portate minime autunnali quasi pari a quelle dell’inverno, mentre di poco si scosta la portata estiva* da quella media e solo nei mesi estivi il fiume convoglia pochi metri cubi al secondo al disopra della media annua (32,4 mc./sec. contro 27,3). Il Sarca si presenterebbe come un fiume a regime quasi costante, ma ciò contrasta col fatto che anch’esso rivela, come tutti i fiumi della Regione, fortissime differenze tra i valori medie minime e medie massime di portata.

    L’Adige, a Trento, in oltre vent’anni di osservazioni (1921-43) ha fatto registrare una media portata massima di 1480 mc./sec. e media minima di 37,3 mc./sec. Ancor più significativo è l’Isarco a Bressanone, ove il valore medio delle portate massime e minime dal 1928 al 1939 è di 131 mc./sec. contro 3,5 mc./sec. Tali indicazioni sottolineano il carattere alpino del regime per i tratti superiori dell’Adige e anche dell’Isarco, mentre può esser sottolineata una dipendenza abbastanza netta con la distribuzione delle piogge e con i tipi di clima della regione.

    Non è qui il caso di fare un elenco completo dei corsi d’acqua di cui è stata variata la portata artificialmente, ma alcune modificazioni possono essere ricordate sia per le diversioni che hanno provocato sia per la parziale riduzione di portata in regime medio di taluni corsi d’acqua o tratti di essi. E si tenga presente non solo l’importanza della costruzione degli sbarramenti sui corsi d’acqua principali o secondari, come quello della vai Martello rispetto all’alto corso dell’Adige o della vai Travignolo (Forte Buso) rispetto all’Avisio, ma soprattutto la cattura anche dei minori affluenti a mezzo dei canali di gronda, che praticamente modificano il reticolato idrografico più minuto, portando quindi ad una notevole modificazione dell’azione sui versanti. E infine si consideri ancora la funzione delle dighe di sbarramento come punti di livello di base del tutto nuovi e la conseguente segmentazione del profilo longitudinale.

    Anche nella valle della Rienza sono in corso modificazioni abbastanza notevoli. Così la recente costruzione del serbatoio di Valdàora con la cattura di una larga serie di affluenti porterà modifiche all’alto corso del fiume, che già aveva visto mutare, seppure in maniera non molto sensibile il basso corso, a valle di Rio, a causa della diga dell’impianto di Bressanone. Frequentemente l’Isarco, da Chiusa a Bolzano, convoglia scarsa quantità d’acqua. Può esser paragonato a una fiumara calabra, anziché a un fiume vivo, pur soggetto alle mutevoli condizioni del deflusso naturale. La presa di Chiusa che serve la centrale di Ponte Gardena e la presa, che segue immediatamente, convoglia le acque attraverso misteriose gallerie alla centrale di Cardano (Bolzano). Solo le piene defluiscono per le vie naturali, giacché l’uomo si accontenta di utilizzare le acque defluenti a portate medie o basse, rivelatesi sufficenti. Noce e Avisio sono tra i più tipici esempi di queste trasformazioni. Lungo il Noce e suoi affluenti (rio Lamare e alto Noce) le acque scorrono in gallerie, dalle prese e serbatoi a quote altissime (Caresèr m. 2600). Dopo non lungo percorso lo sbarramento di Santa Giustina con l’ardita diga di 109 m. che forma il lago omonimo, gallerie di deflusso, tratti di letto quasi asciutto fino all’impianto di Taio e più a valle un più modesto sbarramento alle Rocchette. E altrettanto può dirsi dell’Avisio, le cui acque della porzione sorgentizia possono a volontà di chi le regola defluire per le vecchie strade o per vie del tutto nuove verso vai Cordévole. La modesta diga di Soraga (a monte di Moena) toglie al fiume una certa parte di acqua per 10 km. di corso (circa un ottavo del totale) fino a Predazzo. E l’impianto di Forte Buso, altra arditissima diga e bel lago, fornisce al Vanói, affluente del Cismón e Brenta, l’acqua che normalmente andava in Adige. Sul tronco inferiore trovasi lo sbarramento di Stramentizzo che alimenta l’impianto di San Floriano in vai d’Adige. Per non tediare con questi esempi si può ancora ricordare lo scolmatore di piena dell’Adige, già menzionato, e le prese del canale per opere irrigue nei pressi del confine con la provincia di Verona. Forse le più profonde modificazioni del reticolato idrografico sono quelle del Sarca e dei suoi affluenti superiori; attraverso una rete di canali, di gallerie, di laghi naturali e artificiali, le acque confluiscono alla centrale di Santa Massenza, defluendo poi parzialmente per nuove vie nel lago di Garda.

    Non meno interessanti sono i bacini e gli impianti sul Chiese, dalla diga più alta di Malga Bissina alle centrali di Cimego e di Storo, opere che hanno contribuito a regolare idrologicamente la valle nei confronti della sistemazione montana.

    Come si può notare anche da questo sommario elenco di esempi, l’utilizzazione delle acque, che si è sempre maggiormente razionalizzata in un coordinamento generale, porta a modificazioni non sempre trascurabili o lievi delle caratteristiche idrologiche e contribuisce anche a modificazioni dell’aspetto naturale della regione, determinate dalla presenza e azione dell’uomo sulla superficie terrestre.

    Distribuzione dei laghi in rapporto alla orometria.

    1, 2, distribuzione comparata dei laghi (figura scura) in rapporto alla orometria (figura bianca) nel Trentino e nell’Alto Adige; 3, distribuzione dei laghi in rapporto all’orometria nella Venezia Tridentina; 4, 5, distribuzione comparata dei laghi (figura scura) nei territori cristallini e calcarei nella Venezia Tridentina; 6, 7, distribuzione dei laghi (figura scura) in rapporto alla orometria nei gruppi dell’Ortles-Cevedale e Adamello-Presanella; 8, 9, distribuzione dei laghi in rapporto alla orometria nei gruppi Alpi dell’Avisio-Lagorài-C. d’Asta e Gr. di Brenta-Alpi di Fassa-Pale di San Martino-Marmolada.

    Laghi

    Un primo tentativo di fare un catasto per porre i problemi dello studio dei laghi nella Venezia Tridentina è stato pubblicato nel 1886 da H. Bohm, esteso a tutte le Alpi Orientali; un secondo, limitato al solo Trentino, fu pubblicato da Cesare Battisti nel 1898 e un terzo per tutta la Venezia Tridentina è stato predisposto da Morandini nel 1933. Diverso è il risultato cui sono pervenuti i due ultimi Autori: per il Trentino, entro limiti leggermente diversi dagli attuali, il Battisti elencava 349 laghi, mentre dal catasto del Morandini essi sono 278, cui devono aggiungersi 233 laghi della provincia di Bolzano nei limiti del 1939: in totale quindi 511 laghi nella Regione.

    La forte differenza dipende anzitutto dal diverso significato dato al termine, dalla differente fonte cartografica (carta austriaca e carta topografica al 25.000 dell’Istituto Geografico Militare) e infine dalla probabile « estinzione » di un certo numero di laghi nei 35 anni che intercorrono tra il primo e il secondo catasto. Una riprova di ciò si ha dai risultati di un più recente lavoro di R. Albertini sul Gruppo dell’Ortles-Cevedale, effettuato con dirette ricognizioni sul terreno, che hanno consentito di confermare la scomparsa di un buon numero di laghi nel volgere di alcuni decenni. La distribuzione per gruppi montuosi e per fascia altimetrica secondo i computi del Morandini, da cui sono tratti questi dati numerici, è esposta analiticamente nella Tabella I. Una prima constatazione è che il massimo numero di laghi sta tra i 2000 e i 3000 m. ; un esame più attento consente di precisare che il fenomeno lacustre presenta la sua massima intensità nella fascia da 1800 a 2700 m. e il contrasto tra le varie fasce altimetriche è ancora più evidente quando invece del numero assoluto dei laghi si tenga conto della densità relativa. Per rendere anche più comprensibile tale distribuzione basta confrontare la figura riportata a pag. 124. Appare da essa che se il numero e la distribuzione assoluta dei laghi non è, in via assoluta molto diversa, la densità relativa, cioè il numero in rapporto alle superfici delle fasce altimetriche, differisce notevolmente ed il fenomeno lacustre appare più sviluppato nella provincia di Trento che in quella di Bolzano. Ne consegue una conclusione e cioè che l’altimetria, da sola, non dà ragione della distribuzione dei laghi i quali sono legati alla natura geologica.

    Già il Battisti aveva sottolineato il fatto, che riesce anche più evidente qualora si pongano a confronto gruppi totalmente o quasi di natura cristallina con quelli a struttura calcarea o dolomitica. Chiaro è il confronto tra la distribuzione dei laghi nel Gruppo dell’Ortles-Cevedale e dei Gruppi di Cima d’Asta-Lagorài al confronto con quelli dei gruppi dolomitici di Brenta-Val di Fassa-Pale di San Martino-Marmolada e ancor più evidente dai diagrammi relativi all’intera regione, differenziando i terreni cristallini da quelli calcarei. Da questi diagrammi possono trarsi alcune considerazioni: anzitutto la conferma della distribuzione in altezza, limitata verso l’alto (3000 m.) dal fattore meteorologico, come risulta chiaramente dalle condizioni dell’Ortles-Cevedale (fig. prec.). Il diagramma relativo alla distribuzione dei laghi nella zona calcarea meridionale rivela una situazione diversa e cioè un aumento dei laghi nelle fasce più basse. Tale fatto risulterebbe anche più evidente da un confronto tra la superficie del gruppo e quella totale occupata dai laghi. Ciò significa che è intervenuto un altro fattore: quello genetico. Infatti quanto più ci si allontana dall’alta catena dello spartiacque per scendere verso l’orlo dell’arco alpino interno, tanto più si fa sentire la diversità morfologica: le forme del terreno glaciali scompaiono e invece le forme dei laghi vallivi per sbarramento hanno avuto la possibilità di svilupparsi. Così queste differenze di carattere geologico e morfologico sono particolarmente illustrate dai diagrammi della fig. cit., nella quale tali differenze appaiono evidenti, allo stesso modo come risultano chiari dal confronto tra l’area a territori cristallini e quella a territori calcarei per tutta la regione. In conclusione si può dedurre che il fattore morfologico è prevalente: i gruppi dolomitici nel complesso sono più elevati di quelli di Cima d’Asta-Lagorài e tuttavia il numero dei laghi è meno della metà; di più i gruppi calcarei sono particolarmente poveri di laghi tra i 1500-2200 m., ove mancano o sono quasi scomparse le forme derivanti dall’azione dei ghiacciai. Nell’ambito dell’influsso esercitato dalle condizioni geologiche, prevale il fattore orometrico, come risulta confrontando i dati, fatta esclusione della zona prealpina. E quanto all’influenza dell’altitudine basta considerare ancora il diverso comportamento del tavolato porfirico, povero di laghi nella parte bassa della valle dell’Avisio (fianco sinistro della vai di Cembra), ricchissimo invece nella parte alta della catena di Lagorài, formata dagli stessi porfidi.

    Il bacino idroelettrico di Resia di recente costruzione.

    Altro criterio di classificazione è quello derivante dalle condizioni fisico-chimiche e biologiche dei laghi, considerati nel quadro di queste loro caratteristiche. È ovvio che per dare delle indicazioni relative alla nostra regione, sarebbe necessario che tutti fossero stati studiati, oppure che ne siano stati studiati un certo numero così da poter dare qualche indicazione di carattere generale sui tipi principali.

    Si può ben dire che la Venezia Tridentina è tra le regioni italiane, una delle meglio conosciute sotto questo profilo. Antichi e più recenti studi o addirittura ricerche in corso sul lago di Garda, come quelli condotti attualmente sotto la direzione del D’Ancona con criteri e metodi moderni ; indagini sui laghi di media superficie e altezza, come quelli di Caldonazzo e Lévico o di Monticolo, che risalgono alla fine del secolo scorso o ai primi anni di questo, riprese e conclusesi in monografie complete come quella sui due primi, diretta dai compianti Toniolo e Trener; monografie e studi di singoli laghi piccoli e più grandi di alta quota più elevata o addirittura di alta montagna, come quelle iniziate dalla Monti-Stella e proseguite per l’impulso del Museo di Storia Naturale della Venezia Tridentina da vari Autori a iniziare dal 1930 ad oggi in collaborazione con istituti nazionali e con l’impegno di una larga schiera di specialisti, consentono di affermare una certa conoscenza di tali caratteri dei laghi di questa regione. Dal punto di vista del regime termico, fenomeno che si riflette anche su altri caratteri chimico-fisici (trasparenza, colore, assorbimento delle radiazioni, contenuto di ossigeno e in altri gas, di sali nutritivi, ecc.), si possono distinguere i laghi temperati, cioè caratterizzati da una stratificazione sempre diretta della temperatura durante l’estate con omotermia o inversione termica invernale. Vi appartengono quasi tutti i laghi, anche il Garda, che pure solo raramente e parzialmente ha fatto registrare simili condizioni e non nel tratto settentrionale (provincia di Trento). Oltre una certa altezza però, in quella fascia di alta montagna (sopra i 2700-2800 m.) si hanno i laghi a regime termico polare cioè con temperatura in profondità pari o inferiore a 40 e stratificazione termica inversa, cioè con temperature di superficie inferiori a quelle di fondo. Sono pochi e poco studiati, ma possono ricordarsi il lago Azzurro (Gruppo di Tessa), il lago Gelato del Gruppo di Sella, alcuni laghetti più elevati del Gruppo di Cima d’Asta. Più complessa è la classificazione da un punto di vista biologico, a proposito della quale può dirsi che normalmente i laghi di alta quota, quindi la grande maggioranza, sono laghi poveri di vita o oligotrofici secondo le classificazioni generali. Non mancano anche ad alte quote bacini lacustri aventi peculiari aspetti del quadro biologico, perchè soggetti a particolari condizioni di concimazione od altro, sono però eccezioni. Il quadro muta col diminuire dell’altitudine e anche della forma della conca, cui forse si può attribuire un certo significato nel senso che l’oli-gotrofia è più dei laghi a forte sviluppo verticale, cioè con un determinato valore del rapporto tra profondità media e massima, mentre eutrofici sono quelli poco profondi, quasi a velo d’acqua. Per concludere la seguente Tabella dà alcune indicazioni delle caratteristiche dei laghi della Venezia Tridentina, di superficie superiore a 1 km.









    Nome

    Altezza

    Superficie kmq.

    Profondità massima m.

    Profondità media m.

    Volume me.

    Perimetro km.

    Lungh. massima m.

    Larghezza massima m.

    Caldonazzo

    449

    5,33

    49.0

    15.70

    140.400.000

    12,150

    4.200

    1.700

    Lévico

    440

    1,06

    36,0

    11,12

    12.942.000

    6,500

    2.700

    900

    Molveno

    821

    3.27

    118,0

    49,30

    161.200.000

    11,500

    4.000

    1.000

    Cavédine

    242

    1,01

    50.0

    24,26

    24.500.000

    2.500

    600

    Ledro

    655

    2,18

    46,6

    32,60

    7I.200.000

    2.800

    1.400

    Garda

    65

    369,98

    346,0

    134,50

    49.756.000.000

    125,000

    52.OOO

    16.000

    Caldaro

    208

    1,4-1,5

    7,0-8,0

    5.00

    Il lago di Lévico.

    Ghiacciai

    Fatta eccezione per le distese ghiacciate delle Alpi Venoste, del gruppo dell’Ortles-Cevedale e dell’Adamello-Presanella, i ghiacciai della Venezia Tridentina non si possono paragonare per imponenza ed estensione a quelli delle Alpi Occidentali. La fase di ritiro negli ultimi decenni è generale e abbastanza rapida ovunque la loro consistenza è legata all’andamento del limite delle nevi persistenti, limite che si aggira nei gruppi più interni intorno ai 2800-3000 m. abbassandosi notevolmente in quelli periferici, limite però soggetto ad influenza di varia natura. Tali ad esempio, i venti dominanti che contribuiscono in modo sensibile all’accumulo della neve in determinati luoghi, così l’esposizione al sole che con i suoi raggi accelera l’ablazione, la morfologia in relazione soprattutto alla pendenza, ecc. Infine si hanno variazioni cicliche del limite delle nevi persistenti dovute a mutata quantità e intensità delle radiazioni solari ricevute dalla terra, variazioni che sembrano avere una periodicità di 33-35 anni.

    Nella classificazione dei ghiacciai si possono distinguere nella Regione due tipi principali: quelli di primo ordine o vallivi sviluppati in lunghezza che scendono con una lunga lingua di ablazione, anche notevolmente al disotto del limite delle nevi perenni, dotati di un certo movimento e quelli di secondo ordine, o sospesi, che hanno moto più limitato e praticamente permangono là dove la neve è caduta, e che possono distinguersi in ghiacciai di circo, di vallone, di pendio, di altopiano, a seconda della forma particolare del bacino collettore in cui sono racchiusi.

    Nelle Alpi Venoste si conta un’ottantina di ghiacciai, fra grandi e piccoli, e di questi solo una dozzina supera i 100 ha. I maggiori sono accentrati intorno alla Palla Bianca, la cui cima è attorniata da un complesso di ghiacciai veramente imponente.

    A questo proposito è opportuno sottolineare la grandissima differenza di estensione che presentano i ghiacciai del versante settentrionale (austriaco) delle Venoste rispetto a quelli del versante meridionale (italiano). Ciò è provocato non tanto dalla diversità di esposizione dei primi rispetto ai secondi, quanto dal fatto che il pendio degrada più dolcemente a settentrione, nella direzione di immersione degli strati, mentre invece a sud scende ripido, tagliando quasi normalmente gli strati rocciosi. Così la neve si ferma in alto solo in quantità relativamente modesta e la maggior parte di essa si deposita nelle valli dove condizioni climatiche più miti ne determinano una minor durata di permanenza al suolo.

    Tra i maggiori ghiacciai delle Venoste Occidentali si può ricordare il ghiacciaio della Croda, che è un lembo atesino del ghiacciaio di Gepatsch, tributario dell’Imi. Ha un’estensione di quasi 400 ha. e confluisce con l’adiacente ghiacciaio di Vallelunga di quasi 500 ha. con una lingua maestosa percorsa da due belle morene mediane. Ambedue fanno parte del maggiore centro di glaciazione delle Venoste, ossia di quel complesso di ghiacciai che attorniano la Palla Bianca ed a cui appartengono: il ghiacciaio Barbadorso di dentro che più di trent’anni fa confluiva largamente col ghiacciaio di Vallelunga, mentre oggi ne è nettamente distaccato; il ghiacciaio di Barbadorso di fuori, che scende lungo un pendio irregolare per la presenza di molte prominenze rocciose e infine il ghiacciaio della Fontana, che fu per lungo tempo legato al precedente da un tenue legame di confluenza. Sono tre distese di ghiaccio che superano i 100 ha. di superficie e versano le loro acque nel torrente Carlino, che scorre in fondo alla Vallelunga e si getta poi nel lago di Resia.

    Un altro ghiacciaio della Palla Bianca è quello di Planòl che raggiunge una superficie di 120 ha. ed ha un’inclinazione fortissima della sua stretta e lunga lingua; quasi triplo per estensione è il ghiacciaio di Mazia, che si espande in un’ampia conca alla testa della vallata omonima. Non molto lontani, trascurando la miriade di piccoli ghiacciai che sono interposti, si stendono i ghiacciai di Lagaun, sito sul vasto altipiano delle Frane, per la cui esistenza ed estensione ha una importanza decisiva l’ombra proiettatagli sopra dalle cime circostanti, quello del Giogo Alto, ghiacciaio di valle a pendenza talmente ridotta da poter esser attraversato con i greggi; appartiene all’Italia solo per una minima parte, come ghiacciaio di valico, ed è noto in Austria come lo Hochjoch Ferner. Questi ultimi arricchiscono di acque la bella vai Senles, che riceve il tributo anche del ghiacciaio della Grava, ormai appartenente alle Venoste Orientali, situato com’è presso la cima del Similàun. A parte questo che si aggira sui 200 ha. tutti gli altri ghiacciai delle Venoste Orientali hanno un’estensione molto minore, se li si considera singolarmente. In particolare nel Gruppo di Tessa la struttura tettonica ha un riflesso fondamentale: le strette pieghe e la giacitura degli scisti che lo costituiscono hanno determinato un frazionamento nella copertura glaciale in una trentina di ghiacciai, classificabili per la maggior parte fra quelli sospesi di vallone. Gli altri sono ghiacciai di circo in cui quasi sempre, per le ragioni strutturali anzidette, il circo si presenta asimmetrico.

    Ghiacciai dell’alta valle Aurina.

    Ghiacciaio della Vedretta Piana nelle Alpi Breonie.

    Nelle Alpi Passi rie l’unico ghiacciaio che raggiunge una discreta estensione, intorno ai ioo ha. è il ghiacciaio Centrale del Lago, il cui bacino collettore è costituito da vari circhi più o meno fusi tra loro e la lingua principale forma una vera e propria seraccata che scende ad est del Monte Principe. Ben più maestoso e vasto coi suoi 870 ha. di superficie è il ghiacciaio di Malavalle il più ampio delle Alpi Breonie, che si estende su un larghissimo altopiano a gradini, in corrispondenza dei quali il ghiaccio è crepacciato e seraccato. Molto prossimi, intorno a quello che è considerato punto centrale delle Breonie, si trovano altri due ghiacciai, che pur essendo notevoli per estensione sono di gran lunga minori; sono la Vedretta Pendente, ghiacciaio d’altopiano, e il ghiacciaio di Montarso, classificato fra i ghiacciai di circo, tributari rispettivamente del rio Ridanna e del rio di Fleres.

    Ghiacciaio dell’Ortles: seraccata ed erosione glaciale.

    Nelle Aurine tra una serie di trenta ghiacciai allineati lungo lo spartiacque possono essere ricordati i ghiacciai della Quaira Bianca e del Gran Pilastro, che convogliano le loro acque nella vai di Vizze; i tre ghiacciai di Neves, che coprono complessivamente un’area di oltre 600 ha. e che inviano i loro torrenti glaciali a confluire nel rio Evis (vai di Fundres) e infine, il ghiacciaio di Riotorbo, da cui nasce il rivo omonimo, affluente dell’Aurino. Le Alpi Pusteresi chiudono la catena di confine e, a parte il ghiacciaio di Lana, che si trova sotto la cima del Picco dei Tre Signori e misura circa 120 ha. di superficie, le maggiori distese ghiacciate di questo settore delle nostre Alpi si trovano riunite intorno al Collalto nel Gruppo delle Vedrette di Ries. Sono i ghiacciai di Sassolungo, allungato in senso da sud a nord ; l’Orientale e il Centrale dei Giganti, che si originano in due collettori distinti, si fondono poi parzialmente insieme per dividersi quindi di nuovo a formare due strette lingue parallele; l’Occidentale dei Giganti, detto anche Vedretta di Monte Covoni, il maggiore del gruppo misurando quasi 260 ha. di superficie che è attraversato per gran parte in senso longitudinale da un gradino roccioso e presenta una fronte costituita da due lobi ineguali di cui quello destro con una bella porta glaciale.

    Porta del ghiacciaio dell’Àmola (Adamello)

    Il Gruppo Ortles-Cevedale rappresenta il maggior nucleo di glaciazione di tutta la Venezia Tridentina, con una superficie ghiacciata totale assai elevata, distribuita fra oltre 100 ghiacciai, tra grandi e piccoli, che inviano le loro acque nei tre bacini dell’alto Adige, del Noce e dell’Adda.

    Al bacino idrografico dell’Adige appartiene la Vedretta del Madaccio, il maggiore ghiacciaio della valle di Trafòi, alimentato dalla cosidetta Vedretta della Baite, che occupa un circo sottostante la punta omonima. La testata della vai di Solda è tutta occupata da un unico ghiacciaio detto di Solda, un esempio caratteristico di ghiacciaio composto, essendo il suo collettore composto da cinque bacini distinti. Un altro bel ghiacciaio è quello dell’Angelo che scende verso nord dalla cresta montuosa di Punta Pder, Punta dello Scudo, di Cima Vertana e dell’Angelo, che coronano la parte più alta della vai di Lasa. Ma ben più ricca di ghiacciai è la vai Martello, specialmente là dove ampie colate di ghiaccio scendono dal Monte Cevedale : il più grandioso è appunto il ghiacciaio del Cevedale che, nella parte alta solo a malapena si può separare dalla Vedretta Lunga. Il primo è fornito di due lingue che alcuni considerano come due ghiacciai distinti, la seconda si raccoglie in un ampio vallone fra la Cima di Dentro e le Crode di Dentro ed è alimentato dalle nevi e dai ghiacci che le provengono dalla Cima di Solda e dalla Punta del lago Gelato.

    Per il bacino del Noce si possono citare il ghiacciaio del Caresèr, che supera i 500 ha. di superficie, presenta una bella porta glaciale, ampia seraccata e una discreta copertura morenica che si stende lungo tutta la sua lingua, nonché il ghiacciaio di Lamare, anch’esso su per giù delle medesime dimensioni, che è formato da tre rami di cui il centrale con bella seraccata divisa ora in due da un potente crestone affiorante, dalla base del quale si stacca un cordone morenico mediano che ne divide la lingua in due lobi. Pure notevole è la Vedretta Rossa, di 350 ha. circa, che presenta una fronte molto appiattita, interrotta al centro da una enorme caverna e coperta da abbondante materiale detritico.

    Sono tributari dell’Adda, invece, i ghiacciai che coronano la Valfurva e le valli ad essa confluenti. La Valfurva è la valle in cui i ghiacciai sono più numerosi, superano i trenta, e la stessa vai Martello viene solo a notevole distanza da essa: vi è anche il maggiore e forse il più noto di tutto il Gruppo dell’Ortles-Cevedale, il ghiacciaio del Forno, ghiacciaio vallivo il cui collettore è diviso in tre bacini appena distinti l’uno dall’altro mediante sottili creste rocciose affioranti nel ghiaccio. Le tre colate che lo alimentano confluiscono con stupende seraccate a circa quota 2700, e un’altra cascata di seracchi si trova un 100 metri più giù. Da questa, chiamata le Guglie, emergono morene mediane che più in basso si fondono con quelle laterali, elevatissime. Dalla fronte sgorga il torrente Frodolfo, che si apre la via incidendo le morene antistanti il ghiacciaio.

    L’ultimo gruppo montuoso che presenti ancora rilevanti superfici coperte da distese ghiacciate è il Gruppo dell’Adamello-Presanella: il ghiacciaio della Presanella occupa un’area di poco meno che 400 ha., compreso in due circhi parzialmente fusi fra loro, e più ad est separati da una cresta rocciosa, vi sono i due ghiacciai d’Amola e di Nardis, adagiato entro un circo il primo e su un vasto pendio il secondo. Limitato nel suo bacino collettore da un ampio semicerchio di creste montuose facenti capo al Monte Venezia, alla Cima Garibaldi, al Corno Bianco verso occidente che proseguono oltre il Passo Adamè col Dosson di Genova e la Cresta della Croce, scende dall’ Adamello il ghiacciaio del Mandrone, il maggiore della Venezia Tridentina ed uno dei più vasti di tutte le Alpi, misurando quasi 1200 ha. di superficie. Gli si affiancano il ghiacciaio della Lobbia, ghiacciaio imponente pur non essendo che la metà circa del precedente, classificato come un ghiacciaio di altopiano, e quello di Lares, anch’esso sui 600 ha. di estensione e definito come ghiacciaio di pendio. Molto più piccolo, anche se ancor notevole, è il ghiacciaio centrale della vai di Fumo, di altopiano come il non lontano ghiacciaio dell’Adamello o Piandineve, che ricorda gli altipiani ghiacciati della Scandinavia.

    Crepacci circolari della fronte del ghiacciaio del Mandrón, che denotano un forte regresso frontale

    Il versante nord della Marmolada.

    Ancora si possono ricordare il ghiacciaio di Veneròcolo, sito sulle pendici nordoccidentali deHAdamello e l’attiguo ghiacciaio del Pisgana, che è nettamente diviso in due parti da un contrafforte roccioso che si stacca dalla cresta a sud del Corno di Bédole con direzione sudest-nordovest.

    In tutto il Trentino-Alto Adige non esistono altri addensamenti di ghiacciai di entità simile a quelli descritti: piccoli, e neanche una ventina, sono ghiacciai del gruppo di Brenta, ed altrettanto si può dire parlando delle Alpi Dolomitiche, in cui i maggiori ghiacciai sono il ghiacciaio principale della Marmolada, che occupa parecchi circhi adiacenti e pressoché del tutto congiunti fra loro e che presenta tre distinte fronti, nonché quella della Fradusta, sull’altopiano delle Pale di San Martino.

    In complesso può quindi dirsi che il glacialismo della Venezia Tridentina è alquanto limitato e che la netta differenza che si nota tra i gruppi settentrionali e occidentali e quelli interni è legata al volume dei singoli gruppi montuosi, i quali, a parità di volume e di area di base, presentano maggior o minore altezza media.

    Un fatto interessante è ciato dal ritiro dei ghiacciai. In via generale dalle osservazioni che ormai da decenni va conducendo il Comitato Glaciologia) Italiano su un buon numero di ghiacciai italiani si può dedurre un regresso anche per i ghiacciai della Venezia Tridentina. Tale fenomeno è stato constatato in tutti i gruppi e per ghiacciai tanto di tipo vallivo quanto per quelli di secondo ordine, annidati cioè in circhi o sulle spalle glaciali preesistenti e comunque sempre di modeste dimensioni. Se quasi per tutti è stata riscontrata una fase di ritiro, il valore è di diversa intensità, tanto che impossibile è concretare tale valore in un numero medio che avrebbe poi scarso significato ; è però più agevole constatare tale fase di regresso in forme diverse soprattutto dipendenti dalla morfologia locale e dal tipo del ghiacciaio. Volendo istituire qualche confronto tra ghiacciai tridentini di gruppo e di tipo diverso e per i quali esiste una sicura documentazione si può prendere in considerazione il ghiacciaio di Vallelunga (Venoste), che secondo le misure effettuatevi da L. Ricci si è ritirato dal 1922 al 1958 di oltre 800 m., mutando completamente la morfologia della zona frontale, in quanto mentre intorno al 1920 la Vedretta di Vallelunga (Langtauferer Ferney) confluiva a formare una unica fronte con quella di Barbadorso; attualmente le due fronti sono nettamente distinte, scendendo la prima poco sotto i 2500 m., mentre la seconda resta circa 200 m. più in alto. Difficile resta valutare l’area di diminuzione complessiva che si aggira intorno ai 150 ettari. Ma assai più difficile riesce una valutazione di riduzione dello spessore del ghiacciaio e quindi un calcolo dei volumi. E da tener conto che la vecchia fronte, come risulta già da notizie del Richter, appariva caratterizzata da un aspetto piuttosto pianeggiante e che quindi il ritiro frontale quale risulta dalle misure e dalle carte è dovuto alla fase di regresso di tutta la massa frontale del ghiacciaio. Caso assai diverso è da constatare nei ghiacciai del Mandrón e della Lobbia alla testata della vai di Genova. Sempre dai dati che risalgono a oltre mezzo secolo fa e da quelli più recenti del Merciai le due lingue scendevano sotto a 2000 metri verso la Malga Mattaròt (v. pag. 96) ambedue caratterizzati nella parte terminale da una poderosa seraccata, svolgentesi su una parete di circa 300 m. di altezza. Ben diversa è la situazione degli ultimi anni; mentre la fronte del ghiacciaio della Lobbia si è ritirata dal fondovalle con uno sfrangiamento della fronte sulla parete, quello del Mandrón, dopo una fase di transizione simile a quella attuale della Lobbia, è regredito con varie modificazioni frontali fino a ritirarsi al disopra della parete, così da segnare un ritiro frontale di quasi un km. contro un dislivello tra la vecchia fronte e quella attuale di 400 m. circa. A tali modificazioni frontali corrispondono anche apprezzabili riduzioni di spessore e di volume, intorno alle quali non esistono dati di eguale dettaglio per questi ghiacciai, ma su cui si hanno indicazioni di massima secondo le quali la riduzione di spessore può valutarsi a 40-50 m. in mezzo secolo. Del resto la controprova può esser fornita dal ghiacciaio della Marmolada, di tipo assai diverso, come si è già detto, e sul quale esistono alcune indicazioni particolari. A parte il fatto che anche questo ghiacciaio ha subito un regresso abbastanza sensibile lungo tutta la fronte, come documentano le misure effettuate da vari studiosi a cura del Comitato Glaciologico Italiano, vi sono per questo ghiacciaio, come del resto per altri dello Ortles e dell’Adamello-Presanella la testimonianza delle costruzioni effettuate entro le rocce di questi gruppi dalle truppe che si fronteggiarono nella guerra 1915-18. In particolare ancor oggi chi sale sulla Marmolada (v. pag. 136) si trova a notare ad oltre una trentina di metri sull’attuale livello del ghiacciaio delle finestre di gallerie che a quel tempo conducevano entro il ghiacciaio stesso. Gallerie di collegamento entro roccia e ghiaccio, ove i soldati vivevano al riparo dalle offese belliche. Da ciò si può apprezzare con facile calcolo una riduzione intorno a una quarantina di metri, che significherebbe la perdita di quasi un metro all’anno di spessore. Valore certamente molto elevato e forse troppo alto o forse di interesse solamente locale, ma significativo anche perchè trovasi a una quota di appena un centinaio di metri, da quella del limite delle nevi persistenti.

    Ghiacciaio della Fradusta

     

    Il piccolo ghiacciaio della Pala di San Martino.

    Quanto alla consistenza totale dell’area glacializzata si può ritenere che possa aggirarsi per tutta la regione intorno a 230 kmq., la cui ripartizione tra i grandi gruppi può essere la seguente: Adamello-Presanella kmq. 35, Ortles-Cevedale kmq. 59,50, Venoste e Breonie kmq. 54, Aurine-Pusteresi kmq. 31, Dolomitiche kmq. 9,3, Brenta kmq. 2.

    Le sorgenti e la circolazione sotterranea

    Dalla illustrazione dei corsi d’acqua e da quella dei laghi nonché dai saltuari riferimenti alla struttura geologica e alla permeabilità dei terreni, può esser tratta qualche considerazione generale sulle sorgenti di questa regione. Indubbiamente è da notare che l’acqua circola e si trova piuttosto abbondante nelle falde freatiche delle valli e la localizzazione delle piccole sorgenti è abbastanza facilmente identificabile sulla scorta dei dati stratigrafici in relazione alla permeabilità maggiore o minore dei terreni. Una considerazione che può avere un valore quasi generale è che le sorgenti sono in genere di piccola portata piuttosto costante. Polle sono frequenti sulle montagne spesso fresche e poco influenzate dalle variazioni esterne della temperatura. Frequente il caso anche a quote elevate di sorgenti che non gelano anche nelle zone coperte per qualche mese dalla neve.

    Tuttavia non mancano gruppi in cui la deficienza di sorgenti e spesso anche l’assenza di acque superficiali caratterizza la natura del suolo calcareo o dolomitico. Cosi i gruppi del Trentino sudorientale, separati dal resto della Valsugana e anche gli stessi gruppi dolomitici più noti, sono piuttosto poveri di sorgenti, per quanto non possano dirsi, questi ultimi, del tutto privi di acque correnti, sempre fresco ristoro al viandante. La notevole ricchezza del reticolato idrografico, anche minuto e il carattere piuttosto accentrato della popolazione, soprattutto nel Trentino in confronto all’Alto Adige ed infine la cura posta dalle autorità sono i fattori su cui poggia la situazione alimentare dal punto di vista idrico. Si può in sostanza affermare che ogni centro, ogni nucleo di case, ogni casa isolata ha la sua fontana, spesso di sorgente propria, talvolta con derivazioni private e ancora di antica data e di tipo rustico, più spesso ormai moderne e tecnicamente perfette.

    Se l’acqua è un bene che solo eccezionalmente manca, anche in relazione alle condizioni cui si è accennato, non è stato fatto un catasto complessivo delle sorgenti ; tuttavia non manca qualche interessante studio parziale, come ad esempio quello geoidrografico sul bacino dell’Avisio di S. Vardabasso (1930) dal quale possono desumersi alcune indicazioni, fino a un certo punto valevoli anche per altri bacini della regione. Si ricordi che il bacino imbrifero dell’Avisio è di poco inferiore a 1000 kmq., occupa cioè circa un decimo dell’intera superficie regionale ed è interessato per circa metà da gruppi delle Dolomiti orientali con manifestazioni del vulcanismo secondario e per l’altra parte dalla piattaforma porfirica atesina, una serie di terreni quindi, come già si è detto, che va dal Paleozoico (Permiano) al Mesozoico (Cretaceo) e ai depositi del Quaternario antico e recente. Il reticolo idrografico del-l’Avisio, a barba di penna abbastanza regolare, non è perfettamente simmetrico per il maggiore sviluppo degli affluenti di sinistra nel corso medio (rio San Pellegrino, Travignolo e rio di Cadili tra i maggiori); l’asta principale ha forte pendenza nel breve tratto iniziale e si riduce poi in quelli successivi. Dal punto di vista della permeabilità il settore porfirico con le intercalazioni tufacee rappresenta terreni impermeabili, così come gli strati marnosi-arenacei del Trias inferiore, mentre le masse calcareo-dolomitiche sovrastanti e la estesa copertura di bosco col terreno su cui esso si impianta svolgono funzione moderatrice ai fini dell’assorbimento dell’acqua e della sua circolazione superficiale. In tali condizioni il bacino dell’Avisio può dirsi ricco di sorgenti (secondo il Vardabasso oltre 500) in cui possono distinguersi quelle numerose e abbondanti alla base delle masse calcareo-dolomitiche. Così pure la base delle masse effusive (porfidi) è sede di orizzonti di sorgenti, alcune delle quali sono legate ai contatti intrusivi di Predazzo e dei Monzoni. Un altro gruppo che ha sempre interesse generale per la regione è quello delle sorgenti dipendenti da rivestimenti detritici in genere e da materiali morenici e coni di deiezione in particolare. Dalla situazione varia del bacino dell’Avisio può anche trarsi qualche indicazione sul tipo delle acque, di cui sempre ottime quelle di affioramento dalla base del Trias inferiore, mentre le peggiori sono quelle derivanti dai depositi gessosi del Permiano o dai giacimenti torbosi. Quanto alla altezza sia assoluta, che relativa delle sorgenti sul fondovalle, essa è assai variabile e legata in particolar modo alle condizioni geologiche.

    Veduta di Comano.

    Peio, resa famosa dalle sue fonti ferruginose.

    Non poche sono le acque minerali ben conosciute della Venezia Tridentina e tuttavia non è raro il caso che la celebrità di alcune di esse abbia contribuito a tenere in ombra altre sorgenti, le cui proprietà e il cui valore sono ormai assodati. Prevalgono le acque ferruginose, le rameico-arsenicali, le calcareo-magnesiache e le solforose, sparse un po’ dovunque nella regione, generalmente situate in pittoresche località, in cui si è sviluppata una fiorente industria alberghiera che sfrutta le proprietà climatiche della regione alpina oltre quelle idrominerali delle polle locali.

    Le sorgenti termali sono invece scarse, ed anche queste per le loro caratteristiche sono classificate fra le semitermali: Terme di Brénnero con due sorgenti di acque oligometalliche termali radioattive a 25°C, situate a quota 1326 a 3 km. a sud del Passo e quelle di Cornano a m. 395 s. m., sulle sponde del Sarca. Dovevano esser già conosciute dai Romani, come attestano il rinvenimento di monete e avanzi di costruzioni. Considerando le sorgenti comprese nei vari bacini idrografici della regione Trentino-Alto Adige, si possono ricordare tra le ferruginose quella di Salto, sita ad oltre 1000 m. nella vai Martello e che all’analisi si è rivelata come solfo-roso-ferruginosa. Tra le acque più note, cui si associa anche una discreta attrezzatura turistica è Anterselva, a m. 1098 s. m., nella valle omonima delle Alpi Passirie e Bagni con acque acidulo-ferruginose, a 700 m., in prossimità di San Leonardo in Passiria e più a sud, sempre nella vai Passiria, la sorgente di Verdins, nelle cui vicinanze sta l’orrido di Masul. Altre sorgenti vi sono a Serga, sul versante destro della vai Sarentina, ai Bagni di Bazes a 1200 m. sulle pendici settentrionali dello Sciliar che oltre ad una sorgente ferruginosa ne annovera una solfato-bicarbonato-calcica, a Postai, a Ronco (solfo-ferruginosa), in vai Badia, e infine a Piandimaia, vicino a Villabassa, a quota 1237, e a San Candido, a quota 1300 circa (solforoso-fer-ruginosa) nella vai Pusterìa. Acque arsenicali (arsenico-ferruginose) ha Bagni di Mezzo, stazione situata a m. 970 circa s. m., in una laterale della vai d’Ultimo. Solforose sono le sorgenti che si trovano ad Oris in vai Venosta, a Moso in Passiria, a San Maurizio presso Bolzano, a Bagni di Lavina Bianca a 1178 m. nell’alta vai di Tires, la cui acqua è più precisamente solfato-calcica radioattiva e a Listern (800 m.) in vicinanza di San Maurizio in vai Pusterìa.

    Sorgenti alcalino-carbonico-magnesiache si trovano a Trens, a sudest di Vipiteno (salso-alcalina), a Trechiese, sulle balze del Corno di Renón (ferro-alcalina, ossia solfato-calcico-magnesiaca), a Sant’Isidoro (solforoso-cloro-ferruginosa) in prossimità di Bolzano tutte in vai d’Isarco. Ancora a Froi nella vai di Funes, che ha una addizionale ferruginosa ed è radioattiva ed ha vicino, alle falde settentrionali del Monte Campo, altre numerose fonti di acque minerali, a Cortina presso San Vigilio in vai Badia, a Corte nella vai Pusteria di fronte a Riomolino ed a Braies Vecchia e Braies Nuova (solfato-calcica), nell’omonima valle. Al bacino idrografico della Drava appartiene la sorgente solforosa di Moso nell’alta valle di Sesto (1358 m.).

    Tra le valli che confluiscono nell’Adige, nella parte media del suo corso, la più ricca d’acque minerali è la valle del Noce con le sue laterali: Celentino si trova poco sopra la famosa Antica Fonte di Peio (1390 m.) ed è acidulo-ferruginosa ; Peio, una delle fonti ferruginose più celebri della Venezia Tridentina, ha una portata di più di 300 litri all’ora le cui acque sono molto vendute; nelle vicinanze c’è Fontanino con acque acidulo-salino-ferruginose. Rabbi, posta a m. 1247 s. m., sulle sponde del Rabbies, dotata di fonti acidulo-bicarbonato-ferruginose radioattive è la più diretta concorrente di Peio e pure a Brésimo, nella valle omonima, vi sono due polle, di cui una è usata per bagni e l’altra per pozioni. Meno nota è la sorgente di Mocenigo, nella valle di Rumo, e lo stesso si può dire di quella acidulosalino-ferruginosa di Fondo e della polla ferroso-salina di Brentonico, sulle falde settentrionali del Monte Baldo. La valle dell’Avisio ha in prevalenza sorgenti calcareo-magnesiache e idro-solforose: Contrin, a sud di Penìa a quota 1553 ha una polla idro-solforosa e dove questa sgorga vi è un lago detto lago Puzzolento; la sorgente di Durón, presso Campitello, è magnesiaca; quella di Pozza, nella valle di San Pellegrino, è idro-solforosa con tracce di iodio e di bromo; Pontara è fonte cal-careo-magnesiaca e si trova poco lontano da Cavelonte; i Bagni di Cavelonte a m. 1300 s. m., hanno acque salino-ferruginose ad una temperatura di io° C. e calcareo-magnesiache sono quelle di Carano, presso Cavalese, che un tempo furono celebri ed ora sono poco note.

    Stabilimento termale di Vetriolo.

    Per la fama, più che per il numero, delle sue sorgenti idrominerali, il bacino del Brenta è il diretto rivale del bacino dell’Adige, in particolar modo per la rinomanza acquisita da alcune stazioni balneari provviste di polle rameico-arsenicali. Sulle pendici del Monte Stedila, a circa un km. dal paese di Centa, vi è una sorgente magnesiaca poco conosciuta. Un’altra carbonato-ferruginosa esiste a sudovest di Caldonazzo. Ma quelle note sono a Vetriolo; vi si trovano due grotte: la Caverna del Vetriolo e la Caverna dell’Ocra, in cui sgorgano sorgenti ferruginose-rameico-arse-nicali aventi caratteristiche diverse e perciò chiamate « acqua forte » l’una e « acqua debole » l’altra. L’« acqua forte » viene portata dalla Caverna del Vetriolo a Levico mediante una conduttura di 5 km. ed è usata sia per bagni sia per pozioni, mentre l’« acqua debole » della Caverna dell’Ocra si usa solo come bibita. Altra sorgente famosa, ritenuta come la più forte delle acque arsenicali conosciute, è quella ferruginoso-arsenicale di Roncegno, che sgorga poco lontano dal paese nella valle del Diavolo. Quando si raggiungono le minime temperature invernali la sorgente arresta il suo stillicidio e per questa ragione viene fatta per tempo la provvista d’acqua in capaci serbatoi. Bicarbonato-magnesiaca è l’acqua che si raccoglie a Sella, paese posto sulle rive del torrente Moggio, e che ha la caratteristica di una temperatura piuttosto bassa: dai 6 ai 70 C. Calcareo-magnesiache sono infine le due stazioni di Zaberle e di Prae, situate non molto lontano da Borgo. Si possono ricordare infine due sorgenti minerali del bacino del Sarca: quella di Breguzzo (m. 778 s. m.), poco nota, è ferruginosa con tracce di fosforo e quella di Campi, a nordovest di Riva, acidulo-ferroso-salina.

    Circolazione superficiale e sotterranea

    Fiumi, laghi, ghiacciai, sorgenti, costituiscono quella parte delle acque che rappresentano l’aspetto superficiale del mondo delle acque. Esiste però anche una circolazione profonda, molto meno nota e meno studiata, la cui conoscenza è frutto di ricerche di pochi appassionati o di deduzioni, più spesso basate sulla conoscenza delle condizioni interne della crosta terrestre in relazione soprattutto alla natura delle rocce attraversate dalle vene d’acqua e alla struttura tettonica.

    Gli aspetti più caratteristici e più imponenti dell’azione delle acque sulle rocce stesse si possono riassumere nei fenomeni carsici sotterranei legati all’esistenza di rocce calcaree o in parte calcareo-dolomitiche, più o meno fessurate con conseguente permeabilità in grande. A ciò aggiungasi anche l’esistenza di livelli di base sotterranei, per cui nella Venezia Tridentina, per le sue peculiari condizioni geologiche e morfologiche, non si trovano le grandiose manifestazioni del carsismo che si possono ammirare nella Venezia Giulia; e difatti, stando alle attuali conoscenze non sono frequenti le cavità a sviluppo notevole. Però vi sono forme che presentano spesso un notevole interesse in quanto hanno delle caratteristiche che si possono definire « alpine », come imbocchi che si aprono in pareti a picco e, specialmente nei pozzi, abbondanti perenni raccolte di neve e di ghiaccio. Alcune cavità riversano all’esterno, nelle stagioni piovose, rivi anche di portata notevole, altre contengono nel loro interno piccoli laghetti, testimonianze queste, insieme all’esistenza accertata in parecchi casi di sifoni efficienti anche in periodi asciutti, di una circolazione interna abbastanza attiva, anche se limitata a qualche gruppo piuttosto ristretto.

    Numerose sono le cavità larghe, non molto profonde, chiamate localmente i « cóveli », che assomigliano a vaste camere ; in generale l’ampiezza delle cavità è variabilissima: si va da cameroni alti qualche decina di metri (pochi in realtà) a cunicoli strettissimi con pareti spesso ricche di belle incrostazioni. Fra le varie grotte esplorate o segnalate alcune sono abbastanza note, anche dal punto di vista turistico. Un centinaio di metri a nord del Becco del Corno Sperone della parete della Paganella, sovrastante la vai Trementina, si stacca una larga cengia rivestita di mughi, alla fine della quale si apre una cavità alta circa 3 m. e larga uno e mezzo. E l’imboccatura della grotta Battisti; che si apre in calcari liassici ed ha uno sviluppo totale di oltre 1000 m. ed una profondità massima che supera i 100 metri. Molto complicata per la struttura presenta quattro pozzi individuati in varie diramazioni, una delle quali conduce al bus « de le Grole », che si apre in vai d’Adige con una finestra di 50 m. d’altezza. Tratti caratteristici della grotta Battisti sono il cosiddetto «duomo», un’enorme salone rettangolare della capacità di circa 2000 me., ai quattro angoli del quale si aprono altrettante ramificazioni: tra queste una si inizia con una bassa galleria che si apre con una finestra rotonda a 3 m. dal suolo nel «duomo» ed è chiamata galleria delle «campanelle» per il suono che dànno le stalattiti quando sono battute moderatamente; un’altra porta ad una vasta camera a pareti lisce, incrostate da una bianca velatura stalagmitica, con il pavimento coperto da ghiaia multicolore. Sullo sfondo chiaro delle pareti spiccano in policromia per la presenza di stalattiti brune tre colonne alte una quindicina di metri, che ricordano nel loro insieme un « altare » gotico di dimensioni enormi, ornato da frange e festoni a baldacchino: è la cosiddetta «cripta».

    Sul costone settentrionale del Monte Fausiór è nota la grotta omonima, che ha uno sviluppo complessivo di circa 230 m. con corridoi, camini, pozzi, ponti, cameroni che costituiscono un vero e proprio labirinto. Dovunque risaltano concrezioni calcaree di forme bizzarre e veramente stupende. Nei periodi piovosi la grotta si trasforma in una specie di « castello delle fontane » con zampilli, cascatelle e vasche che ricordano in piccolo quelle più famose di Postumia.

    Vicino alle rovine del Castel Spor, presso Sporminore, è nota la grotta della Spia, lunga circa 300 m., che nel tratto più esterno servì probabilmente ai castellani di Spor come cantina o magazzino. E fra le più notevoli cavità carsiche del Trentino, per le bellezze che racchiude; ma la sua parte più interessante è un baratro di notevoli proporzioni con pendenza media intorno ai 50-55La discesa non ne è affatto agevole, e su ogni masso e sul terreno sabbioso si scoprono i segni minuti ma esatti dei singoli livelli raggiunti dall’acqua quando questa sale attraverso l’enorme sifone fino a toccare le stalattiti che pendono dalla volta. Altra grotta che può essere ricordata « il bus del diaol », scavata dalle acque nei calcari grigi del Lias presso Ceniga, nella valle del Sarca: è lunga poco meno di 700 m., con quattro sifoni. Nel gruppo Pasubio-Scanupia non lontano da Serrada si trova il «bus del bilbom», una grotta che non è facilmente percorribile: è lunga circa 400 m., ed ospita diverse specie di organismi. Il còvelo del rio Nalo è raggiungibile da Lavarone, al margine di una strada che scende dall’altopiano di Asiago verso l’Àstico: è una caverna lunga circa 80 m., nota da lungo tempo tanto che è nominata in documenti del XIII secolo come un luogo in cui si esigeva il dazio. Presso Castello Tesino, nella valle del Grigno, è stato aperto un cunicolo artificiale che, evitando un pericoloso sifone, permette l’accesso alla grotta di Castello Tesino, che ha uno sviluppo di circa 350 metri. L’entrata dà nella caverna dei pastori, oltre la quale si procede in cavità ricche di belle concrezioni calcaree, punteggiate di laghetti e interrotte da tre sifoni, l’ultimo dei quali non si può superare. Un inghiottitoio la mette in comunicazione con la grotta dell’acqua negra, posta sulla sinistra del torrente Senaiga a circa 4000 m. dall’ingresso e 400 più in basso.

    Grotta Trener: passaggio del quinto lago.

    Nelle pendici che sovrastano il villaggio di Selva non lontano da Grigno e segnano il perimetro settentrionale degli Altopiani, sono note due cavità scavate nella dolomia principale triassica del Norico. Una di esse è la grotta della Bigonda, che ha uno sviluppo planimetrico di oltre 3 km., con numerosi sifoni, una decina di diramazioni e, verso la fine, un pozzo della profondità di circa 30 m., che immette nella cavità del bangerón, chiamata anche grotta Trener. Questa ha una galleria principale lunga 1135 m. chiusa da un sifone, un’altra di 315 m. e un terzo ramo di 355 metri. Di notevole interesse dal punto di vista faunistico, oltre che geomorfologico, annovera 13 laghetti di varie dimensioni, il più grande dei quali è lungo 40 m. e profondo circa 10 m.

    Si è voluto annoverare qualche esempio di fenomeni carsici della regione e da queste brevi indicazioni ci si rende facilmente conto che questo tipo di fenomeni nella regione non è molto diffuso e, anche se esiste, poco conosciuto. Le ragioni vanno ricercate evidentemente nella struttura geologico-tettonica. I terreni tipicamente carsici sono piuttosto limitati, le dolomie per quanto non escludano fenomeni di questo genere, sono sempre o quasi sempre caratterizzate da un imbasamento impermeabile la cui funzione in relazione alla circolazione sotterranea è più che evidente; le bancate dolomitiche compatte debbono essere considerate poco permeabili o quasi e di conseguenza non può parlarsi di un carsismo e di una circolazione sotterranea. Con ciò non si vuol dire che manchino totalmente esempi di tal genere e non solo in terreni calcarei. Le esperienze di Cesare Battisti e di Trener (1896) per studiare le . connessioni idrologiche tra il lago di Terlago e le sorgenti poco distanti, ma di circa 300 m. più in basso sul fondovalle dell’Adige presso Trento, costituiscono uno dei primi contributi allo studio di questi problemi.

    Vedi Anche:  L'agricoltura e l'allevamento